Relativismo o antirelativismo?
Il rispetto delle differenze culturali
di Alessandra Ciattini
Qual è il modo più opportuno per affrontare la questione delle differenze culturali?
La questione che intendo affrontare in questo breve scritto è piuttosto intricata e coinvolge il senso comune (si pensi al problema dei migranti), la filosofia e le scienze sociali, in particolare l’antropologia. In ambito filosofico essa risale al momento in cui alcuni hanno sostenuto che non esistono criteri superiori, validi universalmente, che ci consentano di valutare gli specifici criteri culturali adottati dalle diverse culture. Si potrebbe rimandare a questo proposito a Protagora (V sec. a. C.) e al suo famoso frammento, la cui interpretazione è alquanto controversa, “L’uomo è la misura di tutte le cose” e a Michel de Montaigne (1533-1592), per il quale il nostro modo di ragionare non nasce dalla natura, ma dal costume.
Naturalmente questa visione relativistica ha preoccupato la Chiesa cattolica, che nelle figure di papa Wojtila e papa Ratzinger, l’ha condannata in più occasioni, anche perché ha messo in discussione il monopolio della verità assoluta, che essa si attribuisce.
Benché – come si è visto – il relativismo abbia radici antiche e di tutto rispetto, almeno in ambito antropologico si fa risalire alla crisi dell’evoluzionismo e progressismo ottocentesco, che prefiguravano un avanzamento continuo della società umana e che distinguevano tra i diversi livelli culturali raggiunti dalle differenti forme di vita sociale, le quali erano confrontate a loro svantaggio con la “civiltà occidentale”.



1. L’‘ultimo Engels’: problemi di periodizzazione
Buongiorno a tutti.
Qualche settimana fa, cogliendo l’occasione del momento di attenzione rivolta all’esperienza della France Insoumise, avevo provato in termini generalissimi a delineare alcuni aspetti che potrebbero essere peculiari di un’esperienza populista democratica e progressista in Italia. Vorrei adesso spendere qualche altra pagina per ipotizzare i fili che potrebbero andare a comporre la trama del tessuto di un discorso populista progressista rivolto al nostro Paese: altrimenti detto, provare a immaginare in cosa potrebbe consistere una proposta politica populista e progressista con caratteristiche italiane. Se il grande merito del gruppo raccolto attorno a questo sito risiede nell’essere stati i primi a teorizzare organicamente la possibilità e finanche l’opportunità di intraprendere una simile strada in Italia, la possibilità virtuosa di una sua trasformazione in un fenomeno popolare risiede nella doppia condizione da un lato della traduzione dell’analisi e del metodo populista in una proposta politica e in un disegno di Paese idonei a mobilitare le migliori energie della Nazione in un progetto articolato volto alla rottura politica e sociale, dall’altro lato (ma non approfondirò tali temi in questa sede) nel suo strutturarsi in una forma organizzativa capillare e adeguata e nel suo rapportarsi selettivamente con altre esperienze, già esistenti o in nuce, che si sviluppino in direzioni compatibili, al fine di congiungere le forze.

“London’s burning! London’s burning! All across the town, all across the night” vomita nel microfono la voce rabbiosa di Joe Strummer nel lontano 1977, quando per dare l’assalto al cielo il proletariato metropolitano inventa nuove pratiche di sabotaggio che esondano dai luoghi del lavoro.
In questo articolo vorrei proporre alcune riflessioni a partire dai contenuti dell’intervento, liberamente visualizzabile sul canale Youtube, dal titolo “Politica, verità, testimonianza, rappresentanza”
«Neoliberismo»? Questa parola associa la novità («neo») con la libertà («liberalismo»). Vuol dire che è necessario essere neoliberisti per essere «assolutamente moderni» (per usare un’espressione di Arthur Rimbaud) ed essere anche interamente liberi, ma sempre proporzionalmente alla libertà di cui deve godere il capitale, come chiedeva Milton Friedman? Assolutamente no. Il neoliberismo non è più una novità, ormai, anche se non è così antico come alcuni sostengono; e tantomeno ci rende liberi. Anzi, si può dire che esso tenda a manipolare la nostra libertà in modo tale da impedirci qualunque scelta di vita alternativa a quella che surrettiziamente ci impone. Come dice Foucault, il neoliberismo ci governa attraverso la nostra libertà.


Nel post “
Sergio Sabattini ha scritto 
Il volume di D’Alessandro e Giacomantonio presenta una sintesi del pensiero dei tre grandi classici della stagione post-strutturalista francese – Michel Foucault, Gilles Deleuze, Jacques Derrida – alla luce dei rapporti che essi intrattengono con la questione politica. Diciamo la “questione politica” perché l’intento del volume non è tanto quello di esporre la filosofia politica di Foucault, Deleuze e Derrida – posto che si possa parlare, per ciascuno di questi autori, di una filosofia politica in senso classico – quanto quello di rintracciare all’interno del loro pensiero il “segno” della politica.
Ufficialmente tutto è iniziato con le dichiarazioni attribuite a l’emiro del Qatar Tamim bin Hamad Al Thani apparse sul sito QNA (Qatar News Agency) il 23 Maggio 2017. Poche ore prima della conferenza tra i 50 paesi arabi e il presidente USA, Al Thani avrebbe pronunciato le medesime parole riportate da QNA, in un discorso molto indulgente nei confronti dell’Iran, oltre a definire errata l’idea di una “NATO Araba”. Le parole esatte non sono note poiché l’evento in cui Al Thani avrebbe pronunciato tali dichiarazioni incendiarie trattava questioni militari e quindi riservato e non accessibile al grande pubblico. Particolare da non tralasciare, QNA denuncia di aver subito un attacco cibernetico e che le dichiarazioni siano da ritenersi fasulle, così come le parole attribuite ad Al Thani.
Il pregio narrativo di Verso un mondo multipolare di Pierluigi Fagan è parlare semplicemente della complessità; il suo valore sostanziale è offrire l’esatta misura della realtà attraverso l’ordinata rassegna del “miscuglione” di forze e terre che compongono Il gioco di tutti i giochi nell’era Trump, sottotitolo del libro




Il filosofo francese André Gorz (1923-2007) è stato tra i principali animatori della teoria della ecologia politica a partire dai primi anni Sessanta. Vedere come nasce e come si sviluppa questa teoria nella sua riflessione cinquantennale permette di rintracciarne alcuni elementi costitutivi che sono oggi, forse più di ieri, estremamente attuali. Forse più di ieri, perché alcuni elementi della peregrinazione filosofica di André Gorz, in primis il precoce distacco dall’impianto socialista e la lucida denuncia di qualsiasi soluzione tecnocratica come ecofascismo, danno al suo approccio e ad alcune delle sue conclusioni quella coloritura visionaria che consentirebbe agevolmente al lettore italiano (spesso digiuno) di scambiarlo per un autore della Generazione Y. L’annichilimento dell’ecosistema è in Gorz un problema secondario a quello dell’annichilimento del soggetto. Secondario non nel significato di meno urgente, bensì in senso cronologico e soprattutto causale. L’oppressione primigenia è quella del soggetto, a cui quella della biosfera è inestricabilmente legata.

Il mio ultimo post su Socialismo2017, dedicato alle 

In questi giorni sta facendo discutere un appello lanciato da Anna Falcone e Tomaso Montanari per creare una lista di Sinistra Unita alle prossime elezioni. Tanti militanti, ormai privi di riferimenti nei partiti, hanno letto in questo appello parole condivisibili, un segnale di apertura e di novità.
Grande è la confusione sotto e sopra il cielo. Ma, con buona pace di Mao Tse-Tung, questo rende la situazione oggi pessima, altro che eccellente!
L’ambiziosa impresa editoriale, curata da Pier Paolo Poggio ed edita dalla Jaca Book in collaborazione con la Fondazione Luigi Micheletti, volta ad analizzare il Novecento attraverso la lente del pensiero critico e del comunismo sorto in opposizione a quello consolidato e canonizzato dall’Unione Sovietica, giunge al IV volume dedicato al continente Sud Americano (Rivoluzione e Sviluppo in America Latina, Jaca Book, 2016, pp. 768, € 48,00), dopo i precedenti tre volumi dedicati rispettivamente all’età del Comunismo Sovietico, pubblicato nel 2010 (L’Età del Comunismo Sovietico. (Europa 1900-1945), pp. 693), ai Movimenti in Europa, edito nel 2011 (Il Sistema e i Movimenti. (Europa 1945-1989) pp. 828) e al Capitalismo Americano uscito nel 2013 (Il Capitalismo Americano e i suoi Critici, pp. 774). L’opera prevede la pubblicazione di altri due volumi, uno dedicato al tema dell’anticolonialismo e del comunismo in Africa e Asia, l’altro sul comunismo e pensiero critico nel XXI secolo. Come per le precedenti pubblicazioni, e come previsto per le ultime due, anche quella oggetto di queste note si avvale della collaborazione di numerosi studiosi italiani e stranieri, così da delineare un quadro il più completo possibile riguardo all’argomento e al dibattito su di esso esistente a livello internazionale.

Dopo l’attentato suicida di Manchester, Theresa May ha chiesto a Google, Facebook, Twitter di fare di più per contrastare il terrorismo. Siamo di fronte a qualcosa che fino a non troppo tempo fa sarebbe stato persino inconcepibile: un rappresentante del potere politico legittimo che chiede a un’azienda privata di farsi carico di una propria prerogativa, ovvero rispondere al sentimento politico fondamentale del bisogno di sicurezza, altresì detto paura. Una dichiarazione del genere, in fondo, ormai non ci stupisce (o terrorizza) quanto in effetti dovrebbe. L’ambizioso 
Per situare nella giusta direzione interpretativa un tema come quello del rapporto tra ‘popolo’ e ‘moltitudine’ nel pensiero politico di Marchesi e per penetrare esattamente il significato che questo grande intellettuale comunista attribuisce ai due termini or ora indicati, la ricerca deve prendere le mosse dalla formazione politica e letteraria di Marchesi, fissando con la massima nettezza un punto essenziale: la precedenza che ebbe, nell’itinerario intellettuale di Marchesi, la formazione politica rispetto alla formazione letteraria. Che è poi quanto La Penna, nel suo icastico profilo biografico di Marchesi, ha definito, con espressione non meno precisa che elegante, come l’importanza degli “incunabula catanesi”
1. E dire che ancora a maggio 2011 i conti pubblici dell’Italia apparivano agli occhi degli esperti talmente in ordine che l’agenzia di rating Fitch poteva assicurare che «non c’è nessuna evidenza che la situazione di bilancio dell’Italia si stia deteriorando» ed il Commissario Europeo Olli Rehn riteneva che «l’Italia fa bene il suo lavoro» (“La Repubblica”, d’ora in poi R., 24.5.2011). Di conseguenza lo spread, il differenziale di rendimento dei titoli pubblici decennali rispetto ai Bund tedeschi, veleggiava attorno ai 180 punti. Eppure in meno di un mese succede qualcosa e tutto precipita: la situazione finanziaria si fa insostenibile con lo spread che vola così all’insù che Moody’s, altra agenzia di rating, si dichiara «pronta a declassare l’Italia» (R., 18.6.2011).
Con l’idea di trasformare l’UE in un blocco di potere indipendente sulla scena politica mondiale, la Cancelliera Angela Markel non ha raccolto solo gli applausi dell’establishment politico interno, rafforzando la sua posizione in vista delle prossime elezioni, ma ha ricompattato le fila interne degli Stati membri: partiti e schieramenti politici aggrovigliati tra loro, chiamati a recitare la parte dei falsi antagonismi politici sul piede di guerra. Anche gli stessi rigurgiti nazional-sciovinisti sembrano essere stati messi tutt’ un tratto a tacere. Chi pensava che dopo il vertice G7 di Taormina la Germania potesse abdicare in favore di Trump forse si sbagliava di grosso. A nulla sono valse le forti strida e i frequenti richiami del Presidente Americano che, dopo aver sistemato direttamente gli affari in Medioriente, avvicinando gli alleati storici (Sauditi e Israeliani) ad ipotetici accordi con i rivali di sempre (Russia, Cina), ha attaccato con fermezza i tedeschi servendosi del megafono europeo: “Abbiamo un enorme deficit commerciale con la Germania, per di più loro pagano molto meno di quanto dovrebbero per la Nato e le spese militari. Ciò è molto negativo per gli Stati Uniti. Tutto questo cambierà”.





































