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Pomigliano come Alitalia
Pietro Ancona
Dopo il comunicato della segreteria del PD di disponibilità alle brutali ingiunzioni della Fiat ai lavoratori di Pomigliano speravo che la CGIL non vi si adeguasse ed intervenisse a difesa della posizione Fiom. Non è stato così e si sta ripetendo la situazione che portò al traumatico accordo per l’Alitalia. Allora la CGIL finì con l’apporre la sua firma accanto a quella di Cisl, Uil ed UGL che per giorni aveva criticato. Oggi i lavoratori dell’Alitalia sono regolati da un contratto che è forse il peggiore d’Europa. Hanno meno salario e possono accedere limitatamente a diritti pur garantiti dalla Costituzione.
Temo che accadrà lo stesso per i lavoratori di Pomigliano che sono già stati "posati" da Cisl ed UIL. La Fiom, l’unico sindacato che resiste, sta subendo un durissimo assedio. La Marcegaglia l’ha accusata di guardare all’indietro e di difendere i "grandi assenteisti" contro i lavoratori "sani". Insomma è passata alla criminalizzazione. Nessun rispetto per la più rappresentativa organizzazione dei meccanici. La Fiom non è l’avversario da convincere o da sconfiggere in una trattativa, ma il nemico da distruggere. Le cose che ha detto al Corriere della Sera Epifani fanno pensare che purtroppo non sosterrà il no della Fiom. La CGIL non rompe l’assedio della Fiom. Quando Epifani afferma che non possiamo perdere Pomigliano, senza aggiungere che ci sono condizioni sotto le quali non è possibile andare, ha difatto capitolato. Si limiterà ad una operazione di "riduzione del danno" chiedendo la cancellazione delle norme più sfacciatamente anticostituzionali. Proprio come fu per l’Alitalia.
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Dal 1931 al 2010
Roberto Artoni e Carlo Devillanova
Introduzione
In una precedente nota (Dal 1929 al 2008, Short Note Econpubblica, novembre 2008.) avevamo sottolineato che fattori finanziari, reali e culturali comuni erano riconoscibili nell’innesco della crisi del ‘29 e di quella iniziata nel 2008. Sottolineavamo anche che raramente la storia si ripete, pur riconoscendo che esistevano elementi di preoccupazioni derivanti, in particolare, dall’ideologia economica dominante.
Effettivamente, le politiche di sostegno della domanda adottate in molti paesi hanno impedito un approfondimento della caduta dei livelli di attività. In altri termini, l’allontanamento dall’ortodossia neoclassica, con il generico richiamo a impostazioni keynesiane, ha consentito, da un lato, un rimbalzo sia pur limitato, della produzione e, dall’altro, ha evitato la ripetizione delle vicende dei primi anni ’30, quando la caduta della produzione industriale a livello mondiale è continuata per 38 mesi dal giugno 1929 (per i necessari riferimenti statistici si veda B. Eichengreen & K.H.O’Rourke, What do the new data tell us?, Vox, 8 marzo 2010).
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Quale ritorno a Marx per riflettere sui nostri tempi?
Scritto da Laurent Etre
Faccia a faccia con: Edgar Morin, sociologo, filosofo, direttore di ricerca emerito al CNRS e dottore ‘honoris causa’ di numerose università nel mondo; André Tosel, filosofo, specialista nel pensiero di Marx e del marxismo, professore all’Università di Nizza
Con la crisi, il riferimento a Marx cessa di essere un tabù. Le opere sull’autore del Capitale si moltiplicano, così come i ‘dossier’ speciali nei giornali e nelle riviste. Senza mettere sullo stesso piano le numerose pubblicazioni consacrate a Marx in questi ultimi mesi, non si può nemmeno non interrogarsi su questo ritorno di interesse così repentino.
Quando riviste quali “Le Nouvel Observateur” o “Le Point”, ciascuno con la propria sensibilità, si occupano di Marx, ciò fornisce l’indicazione che si apre qualche crepa in un paesaggio mediatico ancora dominato dall’ideologia del capitalismo come orizzonte insuperabile della storia.
“Si può ben dire che ciò a cui noi assistiamo non è soltanto la fine della guerra fredda o di una fase particolare del dopoguerra, ma la fine della storia in quanto tale: l’universalizzazione della democrazia liberale occidentale come forma finale del governo umano” scriveva nel 1989, anno della caduta del muro di Berlino, il capofila di questa concezione, l’americano Francis Fukuyama.
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Il colpo di stato monetario nel cuore dell'Europa
Avanti tutta e tutti zitti
Domani Mario Draghi, governatore della Banca D'Italia osannato dalla destra e dalla sinistra social liberista come possibile capo della BCE, riunirà il Financial Stability Forum per cercare di trovare una quadra rispetto all'annunciato processo di riforma delle regole di mercato che dovrà discutere il prossimo G 20 che si terrà a Toronto. Le ultime riunioni del G 20 si sono concluse con un inno lanciato proprio dall'Italia alla correttezza, alla trasparenza, alla integrità. Chiaramente, il fatto che un governo come il nostro si faccia promotore di questi valori per definire un nuovo capitalismo etico è tutto dire. La settimana scorsa ha fatto molto discutere la lettera di Francia e Germania alla commissione europea che tra le righe veniva accusata di immobilismo rispetto alla speculazione ( l'asse franco tedesco ha chiesto lo stop della vendita di titoli allo scoperto). La lettera ha suscitato una reazione stizzita da parte della commissione che ha fatto sapere ai due governi che su questo punto non c'è accordo fra gli stati in Europa, quindi - per la gioia degli speculatori - tutto è rimandato. I governi europei hanno impiegato una nottata per concordare politiche di rigore e salvare le banche con i nostri soldi, ma non trovano un accordo per bloccare la speculazione, questa è la verità. Pensare poi che gli stessi uomini e centri d'interesse che non vogliono impedire la speculazione andranno a discutere al G 20 di come riformare il capitalismo è tutto dire. Ma non vogliamo polemizzare oltre su questo aspetto.
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Condizioni militanti
Mario Tronti
La parabola gloriosa del Novecento vista attraverso la storia del Pci e il processo che ha portato alla nascita del pd, un partito senz'anima. «Il midollo del leone» di Alfredo Reichlin è un testo che pone la necessità di comprendere i motivi che hanno condotto la sinistra alla sconfitta
Il midollo del leone, recita il titolo di questo libro di Alfredo Reichlin (Laterza, pp. 149, euro 15). Poi, vedremo in che senso. Il sottotitolo precisa: Riflessioni sulla crisi della politica. E vedremo da quale punto di vista. Ma intanto, anche per me, come già sottolineato da altri, la scrittura. C'è la mano del giornalista di razza, per di più intellettuale coltivato, che ti dispone a leggere, prima ancora che per ciò che racconta, per come sceglie di raccontare. Esempio: l'incipit. Non c'è Introduzione, Premessa, Avvertenza. Subito il primo capitolo: «Il tempo lungo che ho vissuto». «Se parlare della mia vita ha un senso è per la ragione che ho vissuto dentro un tempo molto lungo, più lungo degli anni del calendario. Sono nato nell'altro secolo che non fu "breve", perché non cominciò con la rivoluzione russa e non finì col crollo del comunismo. E sono ancora qui a ragionare insieme con gli amici e i compagni in un altro millennio. Ed è questo che mi colpisce. Ho pensato, agito, lottato in epoche profondamente diverse. E ho voglia di lottare ancora».
Ci sono due tipi di libri: quelli che chiudi dopo aver letto la prima frase e quelli che dalla prima frase ti portano all'ultima senza smettere di leggere. Eccola l'ultima frase: «Di questo "midollo del leone" c'è un gran bisogno. Se Vittorio Foa fosse ancora vivo e mi rivolgesse di nuovo la domanda ("Credevate nella rivoluzione?") io risponderei con questi pensieri».
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Se la norma infrange il diritto
Gustavo Zagrebelsky
È ADEGUATO alla serietà delle questioni sollevate dal disegno di legge del Governo sulle intercettazioni telefoniche e sulle limitazioni alla libertà di stampa il dibattito, anzi la rivolta, che ne è seguita. Siamo alle fasi finali della procedura parlamentare ma la procedura parlamentare non chiuderà la partita, anche se l'impostazione della legge è ormai definita.
I poteri d'indagine penale risulteranno ridotti e, parallelamente, l'impunità della criminalità sarà allargata; i vincoli procedurali, organizzativi e disciplinari saranno moltiplicati a tal punto che i magistrati inquirenti ai quali venisse ancora in mente, pur nei casi ammessi, di ricorrere a intercettazioni saranno scoraggiati: a non fare non sbaglieranno; a fare correranno rischi a ogni piè sospinto. La libertà degli organi d'informazione d'attingere ai contenuti delle intercettazioni disposte nelle indagini penali sarà ridotta fortemente e la violazione dei divieti sarà sanzionata pesantemente. Tutto in proposito è stato ormai detto. Nulla potrebbe ancora aggiungersi e nulla potrebbe togliersi.
Al di là delle valutazioni circa le singole disposizioni, è stato anche colto il significato che una legge di questo genere non può non assumere presso l'opinione pubblica avvertita, nel momento attuale della vita pubblica del nostro Paese, mai come ora intaccata dalla corruzione: l'auto-immunizzazione con forza di legge di "giri di potere" oligarchico che intendono governare i propri interessi al riparo dai controlli, siano quelli della legge o siano quelli dell'opinione pubblica.
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E' possibile uscire dalla prigione di Maastricht
di Federico Guglielmi
Per un’ autonomia dei popoli e degli Stati nazionali
Nell’ attuale crisi dell’Unione europea due temi centrali, all’interno della sinistra italiana – in buona parte anche in quella anticapitalista e comunista - vengono quasi del tutto rimossi ( o, per meglio dire: uno rimosso e l’altro persino demonizzato, vedremo qual è l’ uno e qual è l’altro). Due temi che sarebbe bene, invece, ricollocare al centro della discussione, almeno come questioni degne di maggior ricerca politica e teorica, degne di essere quantomeno prese in considerazione.
Il primo tema a cui ci si riferisce ( quello “solamente” rimosso) è relativo all’estrema esigenza che ha ( non perché ne abbia totale coscienza, ma che ha oggettivamente) il movimento operaio europeo complessivo di rispondere all’unificazione transnazionale del capitale europeo e alla sua omogenea lotta antioperaia organizzata su scala continentale, con una propria, speculare, unità transnazionale ed una propria lotta organizzata su scala europea. Occorre come il pane, in altre parole, che di fronte al fatto che una multinazionale europea possa portare un attacco simultaneo nelle proprie fabbriche, nelle proprie aziende collocate, ad esempio, in Francia, Spagna e Italia, il movimento comunista e anticapitalista europeo e il movimento sindacale di classe europeo possano simultaneamente rispondere nei tre Paesi ove i lavoratori sono attaccati dall’unico padrone. Occorre come il pane che di fronte alle politiche antioperaie che l’Ue scatena omogeneamente sul piano continentale il movimento operaio europeo risponda con una lotta altrettanto omogenea e sovranazionale. Questo dell’unità transnazionale del movimento comunista, anticapitalista e sindacale europeo è un obiettivo, oggi, tanto necessario quanto assente dal dibattito e lontano dal realizzarsi.
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Stallman: "iPad? Io lo chiamo iBad"
di Elisa Manacorda
"iPad? Quale iPad? Ah, certo, l'ultimo prodotto dell'Impero del Male. Ma io lo chiamo iBad. Perché è un vero attentato alle libertà dell'individuo". Nella lunga lista di cose contro le quali Richard Stallman, padre di Gnu/Linux e fondatore del free software movement, chiama il mondo a combattere, l'iPad si trova al momento nelle prime posizioni, appena prima dei documenti di identità, Facebook, gli aeroporti di Londra e Parigi, i libri di Harry Potter, i tag Rfid, l'ingresso di Israele nell'Ocse, l'azienda Caterpillar, la Coca Cola e naturalmente la British Petroleum.
Ma l'impressione è che anche i giornalisti non siano visti con occhio benevolo. Giacché per ottenere un'intervista con lui è necessario sottoporsi a una sorta di giuramento che recita più o meno così: "prometto di non fare confusione tra software libero e software open source. Prometto di parlare sempre di Gnu/Linux, e non solo di Linux o solo di Gnu. Prometto di distinguere tra software libero e software gratis. E soprattutto, prometto di portarmi un registratore". Date queste premesse, l'approccio con il personaggio non è dei più semplici.
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Dove ci porta il rigore europeo
Sergio Cesaratto
L'Europa taglia 300 miliardi di euro di spesa sociale, prendendo così la strada sbagliata di una politica prociclica. Un secondo errore, dopo gli anni della crescita dopata
Due tesi stanno emergendo sulla crisi europea. La prima è che questa sia l’occasione per “riforme strutturali” che riducano il peso del settore pubblico e rendano ancor più flessibile il mercato del lavoro. E’ curioso come questa tesi sia emersa solo in seguito alla crisi greca, che peggio amministrata non si poteva, ma si sia rapidamente tradotta in una serie di misure generalizzate a livello europeo di riduzione della spesa pubblica, stimate da "Il Sole 24 Ore" in oltre 300 miliardi di euro. In precedenza accusata di aver fatto poca politica anti-ciclica, l’Europa si appresta dunque a condurre una politica pro-ciclica. L’obiettivo sarebbe di rassicurare i mercati finanziari della volontà europea di aggiustare i conti pubblici. Si può tuttavia sospettare che i mercati finanziari non si sentano affatto rassicurati da misure che potrebbero nuocere, per il loro effetto recessivo, sia sulle entrate fiscali che sulla solvibilità del settore privato. Si ritiene forse che l’effetto recessivo possa accelerare la deflazione di prezzi e salari che si dice necessaria ai paesi periferici per riacquistare competitività. Ma un processo di deflazione competitiva a livello europeo, devastante sul piano sociale, sarebbe comunque un gioco a somma zero – come nelle classiche svalutazioni competitive - che anche aggraverebbe il valore reale dei debiti, accentuando l’insolvibilità degli operatori. Inutili, ma anche vigliacche tali misure, utilizzate per inferire un altro colpo ai salari diretti e indiretti dei lavoratori europei.
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Il conflitto sociale
Valerio Bertello
E’ sempre stata ambizione delle scienze umane quella di costituire un sapere nel senso unitario in cui lo sono le scienze della natura, cioè una scienza fondata su un unico metodo, quello scientifico, e su un unico principio fondamentale, quello causale. Coloro che operano in campo sociale hanno sempre agito secondo principi pragmatici più o meno esplicitati, ma lontani dal costituire una teoria, e comunque contrapposti fra loro. Circostanza che in questa disciplina ha sempre costituito fonte di incertezza e perplessità.
Vi è un’unica significativa eccezione, l’economia, che ha sempre asserito di costituire una scienza del comportamento sociale secondo l’accezione delle scienze naturali. Non a caso essa è alla base dell’economia politica, quale sua applicazione in campo sociale nel senso più estensivo del termine. Nell’ambito dell’economia politica il socialismo scientifico è la teoria più comprensiva e conseguente, in quanto pone integralmente l’economia come propria base e dichiara suo campo d’indagine e d’applicazione tutta la storia. Quindi il socialismo scientifico non è solo un’applicazione dell’economia alla società, ma una teoria che considera l’economia una teoria della storia. Cioè come afferma Marx “l’anatomia della società civile è da cercare nell’economia politica”. Più precisamente il socialismo scientifico teorico è il materialismo storico marxiano, mentre come prassi è il socialismo in quanto movimento politico. Così non solo l’economia viene storicizzata, ma la storia diviene storia materiale e l’economia, interpretata come materialismo storico, diviene per la storia ciò che la fisica è per le scienze della natura, la teoria fondamentale di tutte le scienze umane[1].
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Giù la mascherina: nuovo al cinema italiano
Giampaolo Simi
Per anni abbiamo visto in molti film italiani grandi appartamenti borghesi, graziose mansarde con affaccio mozzafiato, loft ristrutturati e impreziositi dal design con studiata nonchalance. In quegli interni si è consumato un lungo divorzio, per altro del tutto consensuale. Si è trattato del divorzio fra il tanto invocato Paese reale e coloro che si prendevano la responsabilità – o si sentivano capaci – di raccontarlo o, per meglio dire, di provare a interpretarlo. Fra una parte dell’élite culturale e la working class, per tagliarla un po’ alla grezza. Con il ceto medio preso in mezzo e diviso, come spesso succede ai figli nelle separazioni. I professori di liceo e gli impiegati da una parte, i metronotte e i piastrellisti dall’altra, nonostante un medesimo status di lavoratore dipendente e magari stipendi con il medesimo potere d’acquisto in caduta libera.
Un divorzio consumatosi parallelamente in altre forme artistiche, come la narrativa. Ma in quel caso risultava più naturale, meno vistoso e preoccupante, perché investiva un ambiente (almeno in Italia) storicamente più ristretto ed estraneo all’intrattenimento di massa.
C’è voluto del tempo perché un film italiano non indipendente indugiasse significativamente su un angolo cottura da magazzino della convenienza. O su una modesta scarpiera che ingombra un angusto disimpegno. È successo a distanza ravvicinata con “Cosa voglio di più” di Silvio Soldini e con “La nostra vita” di Daniele Luchetti.
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Beatificazione di carta
redazione InfoAut
Avremmo voluto occuparci di ciò ben prima, innanzitutto perchè cartina di tornasole del nostro tempo, della società nella quale viviamo e lottiamo. Quante volte abbiamo incontrato nel nostro agire quotidiano il prodotto discorsivo, politico e simbolico della matrice culturale agitata dai vari Saviano, Travaglio, Grillo, Santoro e compagnia cantante? Si pensi solo a quanto ha attraversato, nella sua composizione tecnica, il movimento dell'Onda o all'irruzione sulla scena pubblica di un fenomeno come quello del popolo viola; ma gli esempi potrebbero essere altri, molti ed eterogenei.
La pubblicazione del libro "Eroi di carta" di Alessandro Dal Lago da parte della Manifesto Libri ha scatenato un vespaio di polemiche, congetture e retoriche. Il mainstream è stato infestato nelle ultime due settimane dal gioco (alquanto unilaterale!) della difesa a spada tratta dello scrittore Roberto Saviano, del suo "Gomorra". Esemplificativo non è tanto il patrocinio del personaggio adottato da giornalisti, scrittori e intellettuali, quanto piuttosto l'inammissibilità della critica: non si è molto discorso politicamente e/o letterariamente a partire dalle questioni poste dal lavoro di Dal Lago, si è argomentato sul perchè bollarle come irricevibili, sul perchè debbano essere censurate. Emblematico è come si sia articolata la fucina della polemica, con in prima fila personalità sinistre amorevolmente (e moralmente!) sentitesi obbligate a partecipare alla rimodellazione del rifugio per Roberto Saviano, quasi e anche a sottolineare "Saviano è un eroe di sinistra!". Fa specie quindi osservare come, dentro questo match dialettico, i primi ad invocare (esplicitamente o meno) alla censura del libro "Eroi di carta" siano stati proprio gli stessi notabili che sbraitano contro la presunta dittatura berlusconiana ad ogni sbadiglio del premier...!
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La Grecia e il signoraggio al cubo
di Giulietto Chiesa
L'hanno chiamata “operazione salvataggio” della Grecia. In realta' il cosiddetto “aiuto” del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Centrale Europea e' un'ulteriore bastonata collettiva inferta ai cittadini greci. Ulteriore, perche' la Grecia non si troverebbe in questa situazione se non avesse gia' perduto la sua sovranita'.
L'hanno gia' perduta, sotto i colpi del mercato finanziario mondiale, tutti gli altri Stati Europei. E la perdita della sovranita' e' racchiusa nella consegna, alla speculazione finanziaria internazionale, del suo debito. Basti dire che, se l'operazione “funzionera'”, il debito della Grecia passera' nei prossimi tre anni, dall'attuale 115% del prodotto interno lordo al 150. Cioe' si puo' gia' prevedere, matematicamente, che nel 2013 la situazione in Grecia sara' peggiore di quella di oggi, con un paese in recessione, disoccupazione crescente, consumi a terra.
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Una crisi da paura
Andrea Fumagalli
I mercati finanziari sono per loro natura instabili. L'Europa dovrebbe dunque avviare politiche economiche e monetarie per regolamentarli. Gli interventi in soccorso della Grecia dimostrano però che a Bruxelles è prevalsa l'ortodossia che vede nel libero mercato finanziario la soluzione della crisi
Nelle scorse settimane, le borse hanno avuto un andamento molto altalenante, al punto che molti hanno parlato di mercati «folli»: definizione che non troverebbe d'accordo André Orlean. André Orlean è un economista poco conosciuto in Italia. Nel corso degli ultimi 20 anni, la sua ricerca si è focalizzata sull'analisi e il comportamento dei mercati finanziari. Partendo dalle tesi di John Maynard Keynes, Orléan sostiene che il comportamento degli operatori finanziari non si fonda sull'idea di una razionalità individuale tesa a ottenere il massimo guadagno, bensì sull'interpretazione di quella che può essere definita una razionalità collettiva, intesa come il senso comune espresso da coloro (Banche, operatori finanziari) che sono in grado di condizionare i mercati finanziari.
La metafora del concorso di bellezza di Keynes è al riguardo illuminante: così come un giudice in un concorso di bellezza non deve valutare l'avvenenza dei concorrenti in base al suo individuale senso estetico ma piuttosto in base a quelli che lui ritiene essere i canoni estetici dominanti, così un bravo «speculatore» crea le proprie aspettative sul valore futuro atteso delle attività finanziarie non in base alle proprie aspettative e convinzioni individuali, ma in base a ciò che lui stesso ritiene essere il senso comune presente nei mercati finanziari. Tale comportamento, lungi dall'essere irrazionale, come sostengono gli economisti ancorati alla visione neoliberista dell'homo oeconomicus, determina il fatto che nei mercati finanziari le regole della concorrenza, e del pilastro su cui regge, la legge della domanda e dell'offerta, non sono valide.
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Mastrapasqua: chi è costui?
Leonardo Mazzei
Curriculum, funzioni e faccia tosta dell'attuale presidente dell'Inps
Agli italiani è stato spiegato che la recente manovra economica non ha comportato modifiche "strutturali" al sistema pensionistico. Ma nessuno ci ha creduto. Racconta il Sole 24 ore del 1° giugno che il suo forum online sulle novità introdotte dal decreto Tremonti in materia di pensioni ha registrato 2100 quesiti in meno di 10 ore. Segno che l'imbonimento mediatico può molto, ma non tutto. Certo, gli operai normalmente non leggono il giornale della Confindustria, ma i lavoratori una cosa l'hanno capita da tempo: ogni volta che si profilano tagli consistenti alla spesa pubblica, le pensioni, in un modo o nell'altro, sono sempre nel mirino. Lo sono per tre motivi: il primo è che colpendo nel mucchio si riesce comunque a rastrellare cifre di rilievo, il secondo è che ormai su questa materia la rassegnazione la fa da padrona, il terzo è che indebolendo la previdenza pubblica si da anche una mano a quella privata (i fondi integrativi), che tanto sta a cuore a lorsignori.
Il recente decreto non poteva certo fare eccezione. E così mentre si parlava a lungo di dettagli tipo lo stipendio dei magistrati o le auto blu, e mentre una parte del paese sembrava appassionarsi di più al tema delle intercettazioni telefoniche, il diritto alla pensione di milioni di lavoratori veniva nuovamente attaccato, con un risparmio per lo Stato quantificato in 3 miliardi di euro entro il 2013.
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A destra, solidità e spostamenti
di Alessandro Leogrande
Quando si parla di fibrillazioni interne alla destra italiana, è opportuno non confondere il piano politico con quello sociale. Sul piano politico il tentativo di smarcarsi di Fini, il suo mirare alla costruzione di una destra diversa, è solo l’ultimo atto di un processo iniziato un anno fa, quando intellettuali a lui vicini iniziarono ad assumere posizioni anti-berlusconiane. Prima delle dichiarazioni di Veronica Lario, fu Sofia Ventura (politologa del gruppo “Farefuturo”) a parlare di velinismo e di ciarpame. Per la prima volta, allora, il Capo fu messo in discussione. Furono messi in discussione la sua politica, le sue candidature, il suo rapporto con le donne quale architrave del rapporto con gli alleati e con la società italiana. Poi si sarebbe addirittura arrivati alla constatazione del sistematico utilizzo di donne-tangenti all’interno del suo entourage. Sulla questione femminile interna alla destra si è aperta allora una crepa che via via si è estesa ad altri fronti. In seguito critiche non molto diverse (tutte tese a costituire un laboratorio politico di destra non riconducibile al berlusconismo) sono state formulate a proposito della giustizia, della riforma dello Stato, del federalismo, dell’immigrazione e della cittadinanza.
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Sulla Palestina e la guerra sono altri i circoli viziosi da rompere
di Sergio Cararo *
Una replica all’articolo di Guido Caldiron [riportato in fondo] su Liberazione del 6 giugno
Intendo esprimere apertamente dissenso sull’articolo di Guido Caldiron pubblicato su Liberazione di Domenica 6 giugno. Le tesi espresse nell’articolo non sono nuove e rischiano di riprodurre dentro il movimento di solidarietà con la Palestina e il movimento No War lacerazioni e polemiche già vissute e - come era facilmente prevedibile – hanno trovato immediata sponda in Pigi Battista sul Corriere della Sera di oggi. Proverò a esprimere schematicamente e per punti i fattori di dissenso e i contributi per il confronto che viene invocato a fine articolo:
1) Le piazze svuotate dei pacifisti per timore che il "linguaggio di guerra copra le manifestazioni" non è certo un problema relativo alle manifestazioni per la Palestina. Al contrario, l’ultima manifestazione nazionale del 17 gennaio 2009 contro l’Operazione Piombo Fuso a Gaza, ha visto una partecipazione enorme, ed anche le manifestazioni di questi giorni nelle varie città hanno visto una mobilitazione tempestiva e numerosa che richiedevano l’immediata liberazione degli attivisti della Freedom Flottilla sequestrati dalle truppe israeliane e la condanna per l’ennesima “operazione di sicurezza” israeliana. Il problema semmai è la diventata la scarsa disponibilità/fiducia del popolo No War a scendere in piazza avendo come rappresentazione politica chi vota poi in Parlamento per il proseguimento della guerra in Afghanistan. I partiti della sinistra hanno pagato un prezzo politico pesantissimo su questo. Anche recentemente due diverse manifestazioni sotto il Parlamento (il 19 marzo e due settimane fa) hanno visto una presenza ridottissima di attivisti e attiviste. La rottura avvenuta nel luglio 2006 (assemblea al centro congresso Frentani) e il 9 giugno 2007 (manifestazioni separate contro la visita di Bush) non dà ancora segni di volersi ricomporre nonostante la Federazione della Sinistra abbia riconosciuto l’errore e si sia riposizionata positivamente.
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L'impossibilità di gestire l'Euro
di Samir Amin
1. Non c'è moneta senza Stato. Insieme, Stato e moneta sono nel capitalismo i mezzi per gestire l'interesse generale del capitale, trascendendo gli interessi particolari dei segmenti del capitale in concorrenza tra loro. Il dogma attuale che immagina un capitalismo gestito dal "mercato", addirittura senza uno Stato (ridotto alle sue funzioni minime di tutore dell'ordine), non si basa né su una lettura seria della storia del capitalismo reale, né su una teoria che si pretende "scientifica" in grado di dimostrare che la gestione del mercato produce - anche tendenzialmente - un equilibrio qualsiasi (a fortiori "ottimale").
Ma l'euro è stato creato in assenza di uno Stato europeo, che sostituisse gli Stati nazionali, le cui principali funzioni di gestori degli interessi generali dei capitali erano esse stesse in via di abolizione. Il dogma di una moneta "indipendente" dallo Stato esprime questa assurdità.
L’"Europa" politica non esiste. Nonostante si immagini ingenuamente di superare il principio di sovranità, gli Stati nazionali restano gli unici legittimi. Non c'è la maturità politica che farebbe accettare al popolo di una qualsiasi delle nazioni storiche che costituiscono l’Europa il risultato di un "voto europeo”. Lo si potrebbe desiderare, ma resta il fatto che ci vorrà molto tempo perché emerga una legittimità europea.
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Ungheria: si apre un nuovo fronte o meglio...si ri-apre un vecchio fronte
Stefano Bassi
Ungheria: portavoce premier indica situazione economica grave, Bloomberg:
venerdì, 4 giugno 2010 - 13:35
L'economia dell'Ungheria è in una situazione grave. Lo ha detto il portavoce del premier ungherese, Peter Szijjarto, secondo quanto riportato da Bloomberg.
Szijjarto, sempre secondo l'agenzia, avrebbe confermato la manipolazione dei conti dello Stato da parte del precedente governo.
Qualche giorno fa ho usato la metafora della Spagna come linea Maginot dell'Eurozona.
Poco dopo il NYT ha replicato la mia analogia...:-)
Maginot Lines and Illusions
Il riferimento è alla famosa linea di difesa della Francia contro la Germania (e contro l'Italia) durante la Seconda Guerra Mondiale, che avrebbe dovuto essere il baluardo per difendere la Francia dall'invasione e dalla sua caduta.
Invece la linea Maginot non servì a nulla...perchè venne facilmente AGGIRATA:
Una forza civetta si appostò davanti alla Linea, mentre la vera forza d'attacco tagliò attraverso il Belgio e i Paesi Bassi, attraverso la Foresta delle Ardenne che giaceva a nord delle difese principali dei francesi.
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Turchia nel mirino di Israele: colpire uno per educarne cento
Alfatau
La storia dello Stato ebraico dimostra che l'impiego della forza militare è stato sempre deciso in piena corrispondenza con gli assunti strategici della Realpolitik israeliana e prestando grande attenzione agli effetti psicologici sugli avversari.
La gravità di quanto accaduto nelle acque internazionali al largo di Gaza, quindi, non consiste tanto nell'evidente violazione delle regole del diritto internazionale umanitario (cosa questa per nulla nuova alla prassi israeliana), quanto nel rappresentare una diretta conferma di un disegno strategico di potenza che osservatori attenti, negli ultimi anni, hanno già analizzato e descritto in dettaglio (1).
Tanto più vera è questa affermazione in relazione alla situazione di Gaza: già dopo l'attacco del dicembre 2008 abbiamo tentato di spiegare su queste colonne (2), che quell'offensiva era stata costruita, sul piano politico, diplomatico e militare, secondo un'impostazione strategica autonoma che aveva cioè ben poco a che fare con la semplice reazione punitiva agli attacchi, del tutto inconsistenti sul piano politico-militare, dei razzi di Hamas - come Israele sosteneva.
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Perchè cancellare lo Statuto dei lavoratori?
Guglielmo Forges Davanzati
Il recente tentativo di approvazione del disegno di legge sull’arbitrato per la risoluzione dei conflitti sul lavoro – come è noto, rinviato alle Camere dal Presidente della Repubblica e al momento oggetto di rielaborazione - costituisce un passo ulteriore verso il definitivo superamento dello Statuto dei lavoratori e, dunque, nella direzione di un’ulteriore compressione dei diritti dei lavoratori. Obiettivo dichiarato del Ministro Sacconi è il passaggio dallo Statuto dei lavoratori allo Statuto dei lavori, che renda più “leggera” la normativa sul lavoro[1].
Il provvedimento non desta sorpresa dal momento che si inserisce lungo la direzione delle politiche finalizzate all’indebolimento del potere contrattuale dei lavoratori; politiche che i Governi che si sono succeduti negli ultimi decenni hanno tenacemente perseguito. La logica economica – quella propagandata - che sta alla base di queste scelte risiede nella convinzione che la maggiore libertà di licenziamento fornisca alle imprese anche maggiore incentivo all’assunzione e che, dunque, la ‘flessibilità’ del lavoro vada a vantaggio dei lavoratori. Nel caso in esame, viene fatta valere la tesi di Giuliano Cazzola, relatore del disegno di legge alla Camera, secondo il quale “bisogna smetterla di considerare i lavoratori come dei minus habens, incapaci di scegliere responsabilmente e consapevolmente un percorso giudiziale o uno stragiudiziale, per dirimere le loro controversie di lavoro”.
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Passaggio per la Grecia
(il punto di non ritorno)
Giuseppe Sottile
Se non fosse tutto vero, apparirebbe uno spettacolo. In realtà, è uno spettacolo del tutto vero, del tipo tragico e dove gli attori sono autentici criminali.
Giorni fa è stato approvato il pacchettone (circa metà del Pil italiano) di crediti a garanzia di tutti i futuri (e presenti) indebitamenti degli Stati dell’Unione Europea e gli indici di borsa sono rimbalzati dal precedente tonfo, ma il giorno dopo l’euforia era già passata.
In realtà il modo presente di “gestire” le risorse è paragonabile ad un incubo senza fine di cui non ci si accorge solo perché se ne è perennemente ubriachi, una ubriacatura che, diversamente da quella ventilata da Schopenhauer come occasione d’essere felici, produce solo un indefinito imbarbarimento.
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L'escalation
Perchè Israele è diventata un pericolo per l''umanità (e per se stessa)
di Sergio Cararo
La tempesta è in arrivo e della quiete non c'è alcuna avvisaglia. E’ questa l’impressione che molti osservatori stanno ricavando dalla situazione in Medio Oriente alla luce dell'azione di vero e proprio terrorismo di stato compita dalle forze speciali e dalla marina militare israeliana contro la flottiglia pacifista diretta a Gaza. Il pesante bilancio di morti e feriti tra gli attivisti internazionali provenienti da diversi paesi - ed in particolare dalla Turchia - privano le autorità di Tel Aviv di qualsiasi giustificazione, anche tra tra i governi che pure hanno brillato per la loro complicità con i crimini di guerra accumulati da Israele in questi decenni.
Molti sono i fattori che indicavano come le contraddizioni che si erano andate accumulando in uno dei principali teatri di crisi mondiali, abbiano tutte le potenzialità per creare “un incidente della storia” capace di inviare a tutto campo la sua onda lunga destabilizzante. La irrisolta questione palestinese appare oggi solo parzialmente responsabile ma fortemente ipotecata da questo scenario regionale.
Volendo schematizzare i problemi incancrenitisi nell’area possiamo indicare i seguenti:
1) Le difficoltà dell’amministrazione USA di Obama nell’esercitare ancora la propria egemonia sui processi politici nella regione. L’oltranzismo di Israele ha infatti depotenziato ogni ambizione della nuova amministrazione della Casa Bianca mentre l’effetto del discorso di Obama a Il Cairo si è già dissolto senza produrre alcun recupero di credibilità ideologica da parte degli USA nel mondo arabo e islamico;
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Tempo di “falchi” a Palazzo Koch
Emiliano Brancaccio
«Macelleria sociale è una espressione rozza ma efficace: io credo che gli evasori fiscali siano i primi responsabili della macelleria sociale». Di queste parole non vi è traccia nel testo ufficiale delle considerazioni del governatore della Banca d’Italia presentate ieri all’assemblea annuale dell’istituto. Draghi infatti le ha pronunciate a braccio, smarcandosi per un attimo dall’abituale, morigerato linguaggio di Palazzo Koch. C’è da scommettere che i commentatori dedicheranno grande attenzione a questo colpo di teatro del governatore. A ben guardare tuttavia la dichiarazione si rivela politicamente vaga, dal momento che Draghi evita di citare gli interventi che anziché ridurre gli evasori ne hanno favorito in questi anni la proliferazione. Basti pensare che egli conferisce al governo Berlusconi il merito di aver adottato «misure di contrasto all’evasione fiscale» e non accenna invece agli effetti d’incentivo all’evasione che sono scaturiti da numerosi provvedimenti dell’esecutivo, tra i quali spicca il condono di fatto sui capitali rimpatriati.
Il principale punto critico delle considerazioni del governatore non risiede però nella paludata valutazione dell’operato del governo italiano. Il vero problema verte sulla scelta di assolvere completamente la Germania riguardo alle cause della gravissima crisi della zona euro. A questo riguardo il governatore riconosce che l’attuale instabilità della Unione monetaria europea è alimentata dai marcati squilibri nei rapporti di credito e debito tra i suoi paesi membri.
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Da Israele una minaccia di portata storica
Giulietto Chiesa
Il sangue dei pacifisti di Freedom Flotilla ci invia un messaggio tragico, che dobbiamo capire in tutta la sua portata storica.
Questo aggettivo non deve essere considerato retorico.
Il 31 maggio 2010 Israele ha dimostrato al mondo di essere divenuto il pericolo principale per la pace e la sicurezza del mondo.
Guidato da un gruppo più che di criminali, di completi irresponsabili, questo paese dimostra di essere pronto a qualunque eccesso, a qualunque follia, in nome di un fondamentalismo religioso, aggressivo, in spregio a ogni norma e alla stessa idea del diritto.
Adesso possiamo (anzi dobbiamo) immaginare cosa cova nei centri del potere di un tale stato e a cosa sono pronti: a trascinare nel disastro il mondo intero in nome della presunzione che la loro verità religiosa (quella della "terra promessa") debba essere imposta a tutti, costi quel che costi.
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