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Nel nuovo capitalismo ammortizzatori da ripensare
Bruno Amoroso*
La cassa integrazione era funzionale all’economia com’era prima della globalizzazione e della finanziarizzazione. Un obiettivo importante è quindi quello di sostenere un sistema di economie di comunità (già economia sociale) che si facciano carico di dare risposta ai problemi che emergono dal nuovo quadro
Gli eventi ed il dibattito politico-sindacale sviluppatosi di recente a partire dalla cassa integrazione e poi estesosi al sistema degli ammortizzatori sociali mettono bene in evidenza la rilevanza del problema ed il bisogno di ripensare ed ampliare strumenti e politiche al riguardo. Tuttavia questo avviene tuttora con un approccio che considera fondamentalmente immutato il paradigma produttivo e politico generale e propone mutamenti tutti in chiave di ampliamento e quantità, ma non di qualità. Un approccio che attribuisce tuttora al sistema degli ammortizzatori sociali il ruolo di garantire un reddito minimo ai lavoratori in caso di disoccupazione e di consentire il mantenimento del loro livello di professionalità e del legame con il luogo di lavoro.
Entrambe queste funzioni, pensate prevalentemente per i lavoratori della grande industria e solo di recente estese ad altri gruppi di lavoratori, sono state ispirate dal contesto generale di funzionamento dell’economia capitalistica nei primi due decenni del dopoguerra e, quindi: 1) limitate al mercato del lavoro capitalistico ed ai gruppi più forti di questo; 2) guidate dal principio del ciclo capitalistico caratterizzato da fasi di recessione e da fasi di ripresa in un contesto di crescita economica.
L’ammortizzatore sociale consentirebbe la copertura dei redditi e della professionalità del lavoratore nell’impresa nelle fasi brevi della recessione, per poi riaffidare all’imprenditore la gestione del ciclo produttivo. Spettava allo Stato fornire mezzi e politiche per aree del bisogno sociale e del lavoro non coperte dall’economia capitalistica.
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Difficile transizione...
di Raffaele Sciortino
Il dibattito si è oramai spinto al di là del “caso” italiano toccando un problema più generale: come situarsi nel presente in relazione a un percorso storico di cui si è smarrito quasi il senso o, comunque, dagli esiti apparentemente capovolti rispetto alle premesse. Sottesa alla tesi della dittatura dell’ignoranza è una periodizzazione(1) del post-‘68 come regressione complessiva, dal livello socio-politico a quello antropologico. Senza qui indulgere a false visioni “progressiste”, il problema di quella tesi è che rischia di dare per perso un sapere (e non solo) che non è mai esistito nelle forme che si rimpiangono. Piero Bevilacqua e Mario Pezzella approssimano invece la questione cruciale: la capacità del neoliberismo di presentarsi ed essere accolto come messaggio di liberazione - risucchiando lo strumento principe del movimento operaio: il partito di massa - e, contestualmente, la capacità del potere di creare un ampio consenso riprendendo e deformando spinte non sue di trasformazione radicale(2).
Lavoro su questa traccia ma utilizzo altri strumenti. Procedo per punti cercando di non farla troppo lunga; e scontando una visuale eurocentrica. Il nodo è, in estrema sintesi, da rintracciare nelle trasformazioni degli stessi soggetti sociali “antagonisti” in rapporto di lotta/spinta/sussunzione con le trasformazioni del capitalismo sulla via del suo farsi globale.
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"Cento nomi nascondono i segreti delle stragi"
Marco Travaglio intervista il magistrato Roberto Scarpinato
Dottor Roberto Scarpinato, come nuovo procuratore generale a Caltanissetta lei dovrà occuparsi dell’iter della revisione del processo per la strage di via D’Amelio, che a quanto pare ha condannato definitivamente almeno sette persone innocenti, di cui tre si erano autoaccusate falsamente. Ora, sulle stragi del 1992-93, i suoi colleghi di Palermo e Caltanissetta dicono che siamo prossimi a una verità che la classe politica potrebbe non reggere. Qual è la sua opinione?
Proprio a causa del mio nuovo ruolo non posso entrare nel merito di indagini e processi in corso. Mi limito a un sommario inventario che induce a ritenere che i segreti del multiforme sistema criminale che pianificò e realizzò la strategia terroristico-mafiosa del 1992-93 siano a conoscenza, in tutto o in parte, di circa un centinaio di persone. E tutte, dalla prima all’ultima, continuano a custodirli dietro una cortina impenetrabile.
E chi sarebbero tutte queste persone?
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Un tango fantasia
di Ugo Pagano
Nell’articolo “Un suicidio al ritmo di tango argentino” pubblicato sul Sole del 27 giugno, Alberto Bisin e Michele Boldrin (B.B.) hanno affermato che la Lettera degli Economisti, di cui sono uno dei firmatari, a differenza dei contributi di alcuni noti accademici, come il premio Nobel Paul Krugman, ha il pregio di volere giustificare teoricamente e empiricamente le teorie keynesiane. Oltre alla tenzone di nFA a Villa La Pietra il dibattito sulla lettera ha visto frattanto altri contributi che hanno coinvolto fra gli altri Claudio Gnesutta, Giulio Zanella, Sergio Cesaratto, Riccardo Sorrentino, Riccardo Realfonzo e Antonella Stirati. Questa breve nota non entra nel merito di questi contributi ma è solo una precisazione post-tenzone da parte di un firmatario della lettera che aveva appreso da B.B. di essere un sottoconsumista.
Nessuno di noi, in una lettera dettata dall’urgenza e dalla gravità della situazione economica, aveva l’ambizione di raggiungere un obiettivo che nelle sedi appropriate (che sono le riviste scientifiche e non le lettere ai giornali), non sarebbe raggiunto da illustri economisti keynesiani. Non meritando questo esagerato complimento, non siamo, purtroppo, in grado di offrire a Boldrin e Bisin la doppia opportunità di evidenziare, con un solo colpo, la vera natura delle ipotesi teoriche nostre e di Paul Krugman.
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Vendola in orbita, Ferrero nel pallone
Leonardo Mazzei
Ex (?) bertinottiani: due strade diverse, forse contrapposte, ma unite nel non rispondere alle domande dell’oggi
Nichi Vendola si è montato la testa e vuol fare il presidente del Consiglio; Ferrero, più modestamente, si accontenterebbe di vivacchiare riportando in parlamento una sua pattugglietta, meglio (parole sue) se ininfluente sugli assetti governativi.
I due epigoni di un bertinottismo che non ha mai fatto veramente i conti con se stesso, che si sono scannati due anni fa al congresso di Chianciano, si auto-assegnano obiettivi tanto diversi, ma lo fanno nella comune rimozione dei nodi dell’oggi.
Questa è la questione più interessante che ci viene consegnata da un fine settimana che ha visto la riunione del Comitato politico (Cpn) del Prc, in contemporanea con la kermesse pugliese che aveva lo scopo di ufficializzare la candidatura di Vendola a Palazzo Chigi, via primarie.
Per arrivare al cuore del problema che ci interessa – l’assenza di vere proposte sulla crisi sistemica in atto, emblema vivente di una “sinistra” ormai priva di idee – conviene partire dalla vendolata in terra barese, per poi arrivare alle proposte di Ferrero.
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Furti pensionistici
Maurizio Benetti
Nonostante le ripetute assicurazioni del ministro Tremonti la pèrevidenza è stata di nuovo toccata, eccome! I meccanismi previsti dalla manovra e il successivo emendamento non solo alzano l’età pensionabile fin quasi di due anni, ma generano perdite ingiustificate fra il 3 e il 6% dell’importo. Resa inoltre onerosa la ricongiunzione nell’Inps
Per un governo che per bocca del suo ministro del Tesoro aveva affermato solo qualche mese fa che mai avrebbe messo mano alle pensioni il decreto legge 78 in corso di approvazione rappresenta una solenne smentita. Gli interventi sul sistema pensionistico sono pesanti e alcuni hanno il carattere di un vero e proprio furto a danno dei lavoratori.
L’intervento iniziale del governo si limitava ad una modifica delle cosiddette finestre di uscita, ossia del periodo intercorrente tra la maturazione del diritto a pensione e la decorrenza (il pagamento) della pensione stessa.
Le finestre sono state introdotte con la legge 335/95 e hanno rappresentato un espediente per risparmiare sulla spesa pensionistica. Il diritto si matura ad una certa età, ma la pensione si percepisce alcuni mesi dopo con un risparmio per lo Stato. Inizialmente erano previste solo per le pensioni di anzianità ed erano 4 all’anno con un intervallo massimo, quindi, di 3 mesi tra acquisizione del diritto e decorrenza della pensione. Le finestre sono state poi ridotte a 2 ed estese alla vecchiaia e alla pensione con 40 anni di contribuzione (legge 247/2007).
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Vendola verso dove?
Nique la Police
La candidatura di Nichi Vendola alle eventuali primarie del centrosinistra pone una fitta serie di problemi e di interrogativi. In fondo si tratta comunque di temi produttivi perché è quando ci sono delle proposte politiche che tutti, anche chi non le vede con favore, sono costretti ad aggiornare e rivedere strategie, tattiche e modi di agire
Cominciamo da una frase discutibile di Vendola pronunciata durante il meeting delle Fabbriche di Nichi che si è svolto in Puglia. Dice Vendola, riportato dal Manifesto: “c’è a sinistra un’etica e un’estetica della sconfitta e della bella morte, ti infilzano ma con la bandiera rossa che ti cade addosso come un sublime sipario: che palle!”.
Finale del discorso degno di Ecce Bombo a parte, e comprendendo le necessità di concedere un po’ di scena alla platea, è abitudine di Vendola ridurre spesso la questione comunista in Italia a tematica identitaria e residuale, persino suicida. Certo, non ci sfuggono le perversioni politiche che hanno divorato, sia in forma di gruppetti identitari che di grumi clientelari, tutte le formazioni comuniste in Italia dopo l’89. Il punto è che regolarmente dai primi anni novanta, senza considerare le significative sperimentazioni degli anni ’80 (il “né di destra né di sinistra” dei verdi è di quel decennio), anche tutte le culture dell’oltrepassamento della sinistra hanno subito significative sconfitte senza mai saper contrastare l’egemonia della destra. Anzi spesso metabolizzando pratiche e comportamenti da lobby, magari del terzo settore o dell’economia “creativa”, degne dei partitini della prima repubblica. E’ quindi la politica di massa che, nell’ultimo ventennio, ha fallito in questo paese.
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Le premesse teoriche della Lettera e i vetero-liberisti
Antonella Stirati
Nel loro articolo apparso sul Sole 24 ore del 27 giugno (e in modo più aggressivo e altrettanto poco argomentato, sul loro blog noisefromamerika), Bisin e Boldrin muovono numerose critiche alla Lettera degli economisti[1] e attaccano le premesse teoriche delle tesi là sostenute definendole improbabili e incoerenti, fondate su banali errori logici. Su questo può essere utile fare un po’ di chiarezza, poiché gli autori attaccano una teoria ‘sottoconsumista’ immaginaria o che al più riflette versioni ottocentesche di tale teoria – e d’altra parte difendono il loro punto di vista con argomenti anch’essi piuttosto arcaici.
Le cose che dirò per spiegare le premesse delle tesi sostenute nella lettera sono note agli economisti accademici che si sono formati in Italia, e certamente non convinceranno Bisin e Boldrin, che non sembrano troppo interessati a confrontarsi nel merito delle questioni, ma potranno mi auguro essere utili a lettori incuriositi dal dibattito e desiderosi di orientarsi meglio[2].
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Intervista a Costanzo Preve
a cura di Franco Romanò
Nell’ampia intervista che pubblichiamo, s'insiste sui punti nevralgici della Trilogia: Storia dell’etica, Storia della dialettica e Storia del materialismo, scritti dal filosofo torinese e tutti pubblicati dall’editore Petite Plaisance. In essa Preve suggerisce alcune linee per un bilancio teorico del socialismo reale, da lui definito comunismo novecentesco. Prendendo spunto dalla critica di Lucáks al materialismo dialettico e dalla sua positiva intuizione dell’ontologia dell’essere sociale, Preve individua nella sovrapposizione fra dialettica logica e dialettica storica, uno dei motivi della sconfitta comunismo novecentesco, che l’autore vede fortemente inquinato da residui positivisti. In tale contesto Preve interpreta il marxismo come filosofia della prassi e non della natura, interpretazione avanzata per la prima volta da Gentile e fatta propria da Gramsci.
Da questa convinzione nasce la riflessione su Marx, da Preve considerato un filosofo idealista che ha prodotto una teoria strutturalista del modo di produzione capitalistico, servendosi della dialettica hegeliana e applicandola al nuovo oggetto sociale. Critico nei confronti di tutte le correnti di pensiero marxiste che tendono ad allentare il legame fra Marx ed Hegel e a negare l’importanza del concetto di alienazione, Preve considera Marx un pensatore tradizionale che risale alle radici greche della filosofia e reagisce alla mancanza di etica comunitaria del moderno capitalismo, così come il pensiero filosofico greco aveva reagito all’avanzare della società schiavista. Nella parte finale dell’intervista la riflessione filosofica s’intreccia a questioni riguardanti la crisi economica attuale, il venir meno della correlazione dialettica necessaria fra proletariato e borghesia e altri temi di più stretta attualità, come i nuovi soggetti sociali, l’area dei cosiddetti nuovi diritti e le aspettative suscitate dalla presidenza Obama.
Franco Romanò: Nel suo libro Storia dell’etica lei afferma che nessuna etica comunitaria è possibile nella fase attuale dello sviluppo capitalistico, ma solo comportamenti etici individuali basati sul buon senso e che non necessitano di alcuna problematizzazione filosofica; oppure sono possibili etiche settoriali. Perché?
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Due vie per la decrescita
di Marino Badiale e Massimo Bontempelli
Quest’intervento s’inquadra nel dibattito suscitato dalla proposta politica di Serge Latouche che in Italia è stata raccolta e rilanciata da Maurizio Pallante. Proprio con quest’ultimo i due autori sono in disaccordo su un tema tutt’altro che marginale. Pallante propugna il ricorso all’autoproduzione delle reti sociali per contrastare la crisi economica, ritenendo inevitabile la contrazione del welfare, in considerazione della riduzione crescente del Pil, non solo nel nostro Paese.
Badiale e Bontempelli, invece, ritengono che l’investimento sociale possa essere salvaguardato da politiche di bilancio più attente al risparmio, innanzitutto su capitoli dannosi e improduttivi, come per esempio la difesa e gli armamenti. La differenza di vedute apre a scenari e proposte politiche assai diverse.
Questo scritto prende spunto da un articolo di Maurizio Pallante, Decrescita e welfare state: un testo di grande chiarezza, qualità che giudichiamo di grande valore in questi tempi confusi. Proprio la grande chiarezza e l’onestà intellettuale di questo scritto permettono di individuare quelli che giudichiamo “errori” che ci danno l’occasione di iniziare una discussione, che riteniamo importante e urgente, sul fondamento ideale e teorico del movimento della decrescita.
Le tesi fondamentali di Pallante ci sembrano essere le seguenti: “poiché il welfare state e i servizi sociali sono legati con un nesso inscindibile alla crescita del Prodotto interno lordo (mentre la proposta teorica e politica della decrescita è, appunto, la proposta della decrescita del Pil) welfare state e decrescita sono incompatibili, e chi sostiene la decrescita deve criticare il welfare state e chiedere la riduzione dei servizi sociali pubblici tipici delle politiche ‘socialdemocratiche’ che hanno segnato la storia dei Paesi occidentali nel secondo dopoguerra”.
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Tra Atene e Pomigliano
di Andrea Catone
Uno spettro si aggira per l’Europa: la crisi del debito sovrano. Negli ultimi mesi la grande crisi capitalistica ha prodotto un nuovo terremoto in Europa. Tutta l’eurozona, compresi i paesi che non hanno ancora formalmente adottato l’euro, ma da esso dipendono, come l’Ungheria, è stata in fibrillazione. È esploso il caso greco, con la minaccia di default dello stato. Gli altri PIGS (i “porci” nello sprezzante acronimo: Portogallo, Spagna, Irlanda) sono anch’essi sotto la spada di Damocle. L’Italia stessa col suo debito pubblico è a rischio
La crisi greca
La crisi del debito sovrano greco è esplosa non casualmente. Come avevamo osservato sul numero precedente de l’ernesto[1] e come i comunisti greci[2] e altre riviste, marxiste e non solo, hanno messo in luce[3] dettagliatamente, essa è il risultato di uno scontro interimperialistico tra capitali appartenenti ad aree valutarie contrapposte (euro e dollaro). L’attacco speculativo contro l’euro è pianificato oltre Atlantico ai primi di febbraio dagli uomini di Soros Group, Sac Capital, Greenlight Capital, Brigade C., Paulson & Co. Gli hedge funds scommettono pesantemente sul deprezzamento dell’euro per portarlo dai massimi raggiunti a fine 2009 (il 25 novembre 2009 un euro si scambiava a 1,514 dollari) alla parità col dollaro. La Grecia appariva l’anello debole della catena. Il governo conservatore di Costas Karamanlis aveva dichiarato un deficit pubblico nettamente inferiore al 12,7%, ammesso in seguito dal governo socialdemocratico di Papandreu. La potenziale insolvenza dello stato greco è stata il pretesto per il declassamento dei titoli di stato a spazzatura (junk bond). La Grecia era in gran parte indebitata con banche tedesche legate al governo tedesco e garantite dall’asse Merkel-Karamanlis.
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Alla scoperta del moro
di Enzo Modugno
La crisi economica ha riportato al centro della scena Karl Marx. Tanto che in alcuni recenti volumi la sua analisi è usata per capire il perché la privatizzazione del sapere e il cambiamento delle università in agenzie di formazione dei lavoratori della conoscenza siano una necessità del capitalismo mondiale
Uno stile di discussione «a un tempo spietato e di reciproca stima» caratterizza dal 1991 gli incontri annuali degli economisti e dei filosofi dell'International Symposium on Marxian Theory. Una decina dei loro interventi sono ora pubblicati dalla Città del Sole (Marx in questione, a cura di Riccardo Bellofiore e Roberto Fineschi). Sono molti gli aspetti del capitalismo che l'opera di Marx, un secolo e mezzo dopo, riesce ad interpretare con insuperato rigore: perfino la grande stampa, a proposito della crisi, ha dovuto riconoscerlo. E questo volume ne è un'ulteriore conferma. La logica capitalistica della «produzione snella» per esempio, era già analizzata nel secondo volume del Capitale, come ha mostrato nel suo intervento Tony Smith. E l'inseparabilità della teoria marxiana del valore dal suo versante monetario, esposta da Riccardo Bellofiore, può interpretare i più intimi meccanismi dell'attuale modo di produzione. Questo volume insomma mostra quanto la teoria marxiana sia rilevante anche per l'analisi delle più recenti trasformazioni del modo di produrre.
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Da dove nasce la voglia di manicomi
Nello Gradirà
“Addio Basaglia, tornano i manicomi” titola in cronaca nazionale Il Tirreno di ieri, e dietro questo titolo sembra quasi di vederli sogghignare quei giornalisti che in tutti questi anni hanno lavorato sodo perché tutte le complesse tematiche del disagio e dell’emarginazione fossero ridotti a problemi di sicurezza e ordine pubblico.
Ce li ricordiamo tutti, gli articoli pubblicati in questi mesi, ributtanti per insensibilità e volgarità, del tipo “pazzo scappa e terrorizza un intero quartiere” o “l’ennesima evasione dal decimo padiglione”, come se un reparto ospedaliero, dove si dovrebbe assistere e curare persone che stanno vivendo una momentanea difficoltà, fosse un carcere di massima sicurezza con le torrette di guardia, il filo spinato e i cani lupo.
Li chiamano gli anni di piombo quegli anni ’70 in cui l’Italia sembrava diventato un Paese civile, e in particolare quell’anno d’oro 1978 in cui vennero approvate, oltre alla “Legge Basaglia”, anche la legge 194 sull’aborto e la legge 833 di riforma sanitaria.
Erano leggi approvate sulla spinta di un grande movimento di massa che metteva in discussione anche i rapporti di potere più consolidati: quelli che consideravano la salute come una merce, il corpo delle donne come una macchina da riproduzione e il pazzo come un’inutile peso per la società e per la famiglia.
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Socialdemocrazia, attenti ai sedicenti “innovatori”
di Emilio Carnevali
La nomina di Massimo D’Alema alla presidenza della Feps (Foundation for European Progressive Studies) – network dei think tank e delle fondazioni legate alle principali formazioni della sinistra europea come la Fondation Jean Jaurès, la Friedrich Ebert Stiftung, il Policy Network e la Fundación Ideas – ha rinfocolato nel nostro Paese il mai del tutto sopito dibattito sul presente e il futuro di categorie politiche come il “socialismo democratico”, la “socialdemocrazia”, il “riformismo” (almeno in quei luoghi dove uno straccio di discussione pubblica intorno alle categorie fondamentali del pensiero e dell’agire politico si cerca, con evidente fatica, di mantenerlo in piedi).
Pietra dello scandalo è stato soprattutto l’articolo di Andrea Peruzy, segretario generale della Fondazione Italianieuropei (partner italiana della Feps), pubblicato lo scorso 24 giugno sul Foglio. Diversi esponenti del Partito democratico di provenienza “cattolica” – si segnala in particolare l’interessante contributo di Giorgio Tonini pubblicato sempre sul Foglio il 29 giugno – hanno lamentato la riproposizione da parte di Peruzy di una “piattaforma politica” sostanzialmente antiquata, non adatta a confrontarsi con le sfide che si trovano di fronte le forze progressiste all’alba del terzo millennio.
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Morire di Caldo
Ugo Bardi

Questa immagine (da ScienceDaily) riassume i risultati di uno studio recente pubblicato sul PNAS. Sono le temperature che potrebbe raggiungere il pianeta in certe ipotesi - estreme ma non impossibili - se il riscaldamento globale continua. Le temperature sono "wet bulb", "a bulbo umido." Per un essere umano, è impossibile vivere a lungo a temperature a bulbo umido superiori a circa 36 °C. In questo scenario la maggior parte del pianeta diventerebbe inabitabile.
La cosiddetta "temperatura di bulbo umido" si misura con un termometro avvolto in una garza bagnata e sottoposto a un flusso d'aria. E' una indicazione di quanto una condizione di calore e umidità è accettabile per gli esseri umani. Il corpo umano ha una temperatura interna di circa 37 °C, quella della pelle è un paio di gradi inferiore. Sudando, si possono sopportare temperature anche alcuni gradi più alte di 36 °C, ma solo se l'aria è secca. Ma se la temperatura di bulbo umido è di 36 °C - o più alta - sudare non serve. E' una questione di termodinamica: non è possibile raffreddare un corpo per evaporazione al di sotto della temperatura di bulbo umido. Più di qualche ora in quelle condizioni e non c'è scampo. E' la morte per ipertermia.
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Lo sa il polpo
di Augusto Illuminati
Quanto reggerà Berlusconi, lo sa forse solo il polpo Paul, l’oracolo infallibile dei Mondiali di calcio. Quel che è certo è che il vistoso smottamento della maggioranza viene di continuo tamponato dai ricatti reciproci delle sue componenti: i finiani minacciano di togliere i numeri quando il pressing berlusconiano si fa insopportabile e poi li restituiscono per evitare una cacciata che li metterebbe in difficoltà, il pagliaccio strizza l’occhio a Casini per sostituire Fini scatenando l’immediato veto dei leghisti, tutte le correnti, spifferi e fondazioni ribollono per assicurarsi posti di potere e ancor più l’immunità giudiziaria, Tremonti cerca di tener duro sul Bilancio (con il caritatevole soccorso di Chiamparino), mentre il premier è terrorizzato dalla ricaduta elettorale del rigore. Di qui il carosello di annunci e retromarce, penultimatum, sparate autoritarie a salve, maldestri traffici curiali, barzellette sul federalismo fiscale, sub-emendamenti e refusi, promesse strategiche destinate alla revoca –come l’abbuono delle multe per le quote latte, fondamentale per la Lega ma già bocciato in sede europea. L’attività legislativa e di governo risulta paralizzata, perfino per le misure ad personam, mentre vanno avanti soltanto le pratiche affaristiche. La voragine aperta dalla soppressione dell’Ici è stata scaricata sull’Imu e gli enti locali l’hanno pure presa con allegria (se ne accorgeranno nel giro di un mese).
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Canto e controcanto finale
Lucio Garofalo
E' sempre più netta la presa di distanza nei confronti di Berlusconi da parte dei cosiddetti "poteri forti", soprattutto i centri occulti che da sempre condizionano in modo infausto e sanguinoso la vita del Paese: mafia, massoneria, servizi segreti anglo-americani, ecc. Si prospetta la transizione gestita da un governo tecnico in grado di fare riforme e approvare una legge elettorale, ma il Paese avrebbe bisogno di un'opzione rivoluzionaria
Silvio Berlusconi e alcuni esponenti della sua cricca, tra cui Marcello Dell'Utri, sono assediati da inchieste giudiziarie e campagne di stampa incalzanti. Inoltre, il consenso dell'opinione pubblica è in netto calo, benché i recenti risultati elettorali non abbiano registrato un crollo verticale. Tuttavia, è sempre più facile cogliere segnali insistenti che attestano la parabola discendente di Berlusconi, per cui dobbiamo temere un micidiale colpo di coda del boss di Arcore e della sua banda di malfattori. Infatti, è sempre più netta la presa di distanza nei confronti di Berlusconi da parte dei cosiddetti "poteri forti", soprattutto i centri occulti che da sempre condizionano in modo infausto e sanguinoso la vita del Paese: mafia, massoneria, servizi segreti anglo-americani, ecc.
Un regime, quello di Berlusconi, che non ha mai osato opporsi seriamente al potere della mafia, delle compagnie assicurative private, delle banche e della grande finanza, delle multinazionali del petrolio, delle armi e dei farmaci, dei servizi segreti, dell'establishment bellico americano, dei centri affaristici e criminali che condizionano inesorabilmente il destino di un sistema "democratico" in cui ci concedono semplicemente la "libertà" di votarli, ovvero la "libertà" di scegliere ogni cinque anni i padroni da cui farci sfruttare.
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Perché McChristal lo ha fatto
Immanuel Wallerstein
Il generale Stanley McChrystal, il comandante USA in Afghanistan, ha rilasciato un’intervista alla rivista Rolling Stone in cui lui e il suo staff insultano i leader civili del suo paese. E’ stato allontanato dal suo incarico, per insubordinazione, dal presidente Obama. Anche i difensori di McChrystal hanno detto che le sue osservazioni sono state inopportune e sbagliate. Dato che McChrystal è un uomo eccezionalmente intelligente e molto ambizioso, perché l’ha fatto?
McChrystal ha rilasciato l’intervista in modo da essere costretto a dimettersi. E perché voleva essere allontanato dal suo incarico? Perché sapeva che le politiche che stava perseguendo e difendendo nella guerra in Afghanistan non stavano funzionando, non potevano funzionare. E non voleva essere lui quello additato alla pubblica condanna.
Si consideri la lunga storia che ha portato a questa intervista. La strategia militare che gli Stati Uniti hanno forgiato in Afghanistan e in Iraq è stata inizialmente quella imposta dall’allora Segretario alla difesa USA, Donald Rumsfeld. Era una politica di illimitato machismo: bombarda il nemico da lassù in alto, e non preoccuparti di chi viene ucciso; usa la tortura su quelli che catturi; non consultarti con nessuno, neanche se si tratta dei cosiddetti alleati; occupa il paese, a tempo indeterminato.
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Le basi economiche del federalismo leghista
di Domenico Moro *
1. I tre squilibri dell’Italia
Parlare di federalismo vuol dire parlare della Lega, in quanto la tematica del federalismo è strettamente intrecciata con la storia di quel partito. Inoltre, la Lega è centrale nel discorso sull’attacco alla Costituzione, perché il partito di Bossi è una delle forze politiche maggiormente eversive dell’assetto istituzionale derivante dalla Legge fondamentale del ’48. Difatti, la Lega si afferma in concomitanza con la fine della Prima Repubblica, affermandosi al Nord all’inizio degli anni ’90 parallelamente al disfacimento dei partiti di massa, DC e Psi, sotto i colpi prima del collasso del sistema clientelare basato sul rigonfiamento del debito pubblico, e poi delle inchieste di “mani pulite”. Ad ogni modo, il partito di Bossi, è oggi il più vecchio tra i partiti presenti in Parlamento e rappresenta una delle storie di maggior successo politico degli ultimi venti anni, per certi versi maggiore del berlusconismo stesso. Nel 1994 nella prefazione a Il grande camaleonte di Giovanna Pajetta, Gad Lerner sosteneva che la Lega fosse destinata ad essere assorbita dalla Lega “buona”, Forza Italia, appropriatasi di molte tematiche, a partire dall’antipolitica, tipiche del leghismo[1]. Poche previsioni sono risultate meno azzeccate: sedici anni dopo la Lega non solo esiste ma è divenuta un alleato ancora più indispensabile per Berlusconi, sul quale è in grado di esercitare un notevole potere di ricatto. Alle elezioni europee del 2009 si è assistito ad un travaso di voti dal Pdl alla Lega che alle regionali del 2010 è diventato emorragia, portando la Lega da meno di un terzo a circa la metà dei voti del Pdl.
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Oltre il “momento Kindleberger”, contro l’austerity globale
Gerald Epstein*
Articolo in sostegno della Lettera degli economisti italiani contro l'austerity distruttiva nella zona euro
L’espressione “momento Minsky” è entrata nel linguaggio comune quando, all’apice della “fase 1” della crisi finanziaria, nella metà del 2008, alcuni giornalisti e persino gli economisti mainstream scoprirono che in realtà esisteva una convincente teoria che ci avrebbe aiutato a comprendere il disastro finanziario che minacciava di portare al crollo l’economia mondiale. Da allora entrammo nel “momento Keynes”: i politici e gli economisti, negli Stati Uniti, in Europa, in Asia e anche nei “templi ” del neoliberismo - come il Fondo Monetario Internazionale - riscoprirono l’assoluta necessità di politiche fiscali espansive per contenere le forze deflazionistiche che stavano conducendo l’economia mondiale in una “stretta mortale”. Per un breve periodo, i governi adottarono politiche fiscali keynesiane senza precedenti, per cercare di interrompere la spirale economica deflazionistica e, per certi versi, ebbero un temporaneamente successo. Ma ora le forze ortodosse, in Europa e negli Stati Uniti, stanno cercando di seppellire Keynes ancora una volta e resuscitare politiche liberiste reazionarie – rispolverando le teorie e il lessico del passato – invocando brutali misure di austerità per ristabilire la “fiducia” nei mercati finanziari. E ciò, essi dicono, condurrà alla ripresa dell’economia globale attraverso tassi d’interesse più bassi, maggiori investimenti e più elevata occupazione. Questi politici e gli economisti che li sostengono fanno queste affermazioni impassibili, a dispetto del fatto che furono questi mercati finanziari e queste politiche economiche a condurci alla più grande calamità economica globale dopo la Grande Depressione.
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A proposito di Pomigliano
di Vittorio Rieser
un samizbar “inevitabile” anche se “lontano”
note di premessa
questo samizbar parte “dal punto di vista dell'azienda”, e arriva solo in seguito al punto di vista del sindacato: mi è parso utile “prendere in parola” l'azienda sui suoi obiettivi dichiarati, e vedere se l'accordo concluso era funzionale ad essi; questa prima parte di considerazioni (i primi due paragrafi) è stata scritta prima dell'esito del referendum, ma mi pare resti valida anche ora.
A) dal punto di vista dell'azienda
1. Gli obiettivi dichiarati della Fiat
Dunque, parto prendendo per buona l'enunciazione della Fiat, che vuole mantenere Pomigliano (anche a spese dei polacchi... ma su questo non mi soffermo), investendoci su, a condizione che vengano rispettati certi standards di efficienza, qualità, basso assenteismo, tali da compensare, almeno in parte, l'aggravio del costo del lavoro rispetto ai livelli polacchi.
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Scuola di guerra, offre lo Stato
di Mariavittoria Orsolato
Mentre la scuola pubblica letteralmente affoga nei tagli imposti dalla riforma Gelmini e dalle manovre economiche di Tremonti, il Governo pensa a potenziare le “istituzioni alternative” deputate alla formazione dei giovani. Se da un lato si continua a rimpinzare di finanziamenti le scuole cattoliche - la sola città di Verona ha appena stanziato 300.000 euro per i suoi istituti paritari - dall’altro una legge a firma congiunta mira ad istituire un fondo per organizzare corsi di formazione delle Forze Armate per i giovani.
Le firme su quella che è già stata ribattezzata la ”legge balilla” sono del ministro della Difesa La Russa, della giovane ministra dei Giovani Giorgia Meloni e del ministro del Tesoro Tremonti che, nonostante pianga miseria in sede di bilancio, ha dato il via libera a 20 milioni di Euro, necessari alle attività per i primi tre anni di sperimentazione.
L’idea alla base del provvedimento è quella di invogliare i ragazzi e le ragazze a preferire una sicura carriera militare all’inevitabile precariato post-laurea o post-diploma: i ragazzi verrebbero invitati per un soggiorno di tre settimane all’interno delle caserme dell’Arma, dove seguirebbero la routine e i costumi del reggimento e verrebbero di conseguenza edotti sulle meraviglie dell’essere soldato nell’era delle guerre globali. Che sì sono guerre, ma almeno ti fanno vedere il mondo.
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Il new deal impossibile
La crisi economica dopo il G20 di Toronto
di Andrea Fumagalli
La conclusione del vertice del G20 a Toronto era pressoché scontata. Il risultato principale è stato non aver ottenuto nessun risultato, se non l’obiettivo (irraggiungibile) di dimezzare il rapporto deficit/pil entro il 2013. Non poteva essere altrimenti, nonostante tutte le dichiarazioni in senso contrario, dal momento che, dopo oramai tre anni dall’inizio della crisi, non è all’orizzonte una strategia comune che consenta una governance mondiale dell’economia. In altre parole, pur estendendo il summit dai tradizionali 8 paesi a 20, a conferma della multipolarità imperiale di oggi, non è pensabile una sorta di “new deal istituzionale” in grado di traghettare l’economia mondiale al di là del guado della crisi. Diversi sono infatti gli interessi in gioco, non solo fra loro inconciliabili, ma anche inerenti a diversi piani di analisi. Proviamo a analizzare velocemente i fattori di instabilità oggi presenti:
1. Instabilità del rapporto Cina-Usa. Qui si gioca la partita più importante. La Cina sta diventato un vincolo sempre più stringente per l’economia Usa, stretta da un lato dall’instabilità dei mercati finanziari e dall’elevato indebitamento pubblico (causa protrarsi guerre in Afganistan e in Iraq) e privato (causa insolvenza) e, dall’altro, dalla necessità di sviluppare un tasso di crescita in grado di richiamare capitali dall’estero e sostenere i mercati borsistici.
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Ricordo di Romano Alquati
Emiliana Armano, Raffaele Sciortino
Tre mesi fa, il 3 aprile, si spegneva a Torino all’età di 75 anni Romano Alquati, esponente di spicco del pensiero operaista, intelligenza sistematica ma al di fuori degli schemi convenzionali, riconosciuto come uno dei più raffinati studiosi della soggettività e della composizione di classe.
L’esperienza politica di Romano muove da quella componente minoritaria ma importante dei giovani “ricercatori scalzi” degli anni ‘50 che pur continuando ad abitare criticamente il movimento operaio, in particolare le sue organizzazioni sindacali, matura da subito una rottura profonda rispetto alle sue rappresentanze istituzionali e alle vie nazionali al socialismo. Al tempo stesso rimanendo distinta, anche per un tratto generazionale, dall’opposizione antistalinista “storica”. In questo, anticipa quella straordinaria cesura che maturerà compiutamente solo con il ’68. Romano Alquati viene su in un humus culturale che in quegli anni è alla ricerca di un marxismo libero da incrostazioni, capace di indagare e intercettare la classe operaia per quello che è e non per come dovrebbe essere secondo i canoni della “chiesa” comunista, efficacemente ibridato con la rilettura critica della sociologia ed empaticamente affine ad un approccio fenomenologico alla soggettività. Si forma politicamente a Cremona -una città della pianura Padana all’incrocio tra le esperienze di lotta del proletariato agricolo e la tumultuosa industrializzazione del boom economico- accanto all’amico Renato Rozzi e al comunista “eretico” Danilo Montaldi sotto il cui influsso fa le prime esperienze di ricerca militante.
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Il peggior inquinatore del Pianeta
di Sara Flounders
Il ruolo del Pentagono nella catastrofe globale: aggiungere la devastazione climatica ai crimini di guerra
Tirando le somme della Conferenza di Copenhagen dell’ONU sul cambiamento climatico – con più di 15.000 partecipanti da 192 Paesi, compresi oltre 100 Capi di Stato, così come 100.000 manifestanti in piazza – è importante chiedersi: com’è possibile che il peggior inquinatore del Pianeta riguardo l’anidride carbonica ed altre emissioni tossiche non sia al centro di alcuna discussione della conferenza o proposta di restrizioni?
Sotto ogni rilevamento, il Pentagono è il maggiore fruitore istituzionale di prodotti petroliferi e di energia in generale. Eppure il Pentagono ha un esonero totale in tutti gli accordi internazionali sul clima.
Le guerre del Pentagono in Iraq ed Afghanistan; le sue operazioni segrete in Pakistan; il suo dislocamento su più di mille basi statunitensi nel mondo; le sue 6.000 infrastrutture negli USA; tutte le operazioni NATO; i suoi trasporti aerei, i jet, i test, l’addestramento e le vendite di armamenti non saranno calcolati nei limiti statunitensi riguardanti i gas serra o inclusi in alcun conteggio.
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