Vuoi iscriverti alla newsletter? - Se non ci riesci segui le istruzioni del modulo sotto questo
Impossibile iscriversi?
Quando premi invio appare un avviso?
La soluzione è disattivare le eventuali estensioni di sicurezza tipo uBlock o Adguard, ricaricare la pagina, ricompilare il modulo d'iscrizione e al termine riavviare le estensioni.
Notizie sull'operazione speciale condotta dall'esercito russo in Ucraina
Qualche tempo fa è stato pubblicato – e ripreso anche da Contropiano - un articolo dell’analista geopolitico e giornalista indipendente statunitense Mike Whitney. Vale la pena di tornare su questo articolo – anche se su di esso si è già discusso in rete – per spazzare via gli equivoci alimentati spesso dal pensiero “progressista” e “liberal” occidentale. Parlando della strategia che sarebbe dietro l’azione del 7 ottobre 2023, attribuita – secondo l’autore – solo ad Hamas ed al suo responsabile militare di Gaza, Sinwar (poi eroicamente ucciso...
Di Youssef Siher sappiamo tutto: le sue origini, il suo eccezionale curriculum scolastico e lavorativo, il suo attivismo nella denuncia contro il genocidio del popolo palestinese. I media stanno profilando il mostro perfetto, il capro espiatorio di seconda generazione, capace di "guidare" tanti ragazzini "maranza" in tutta Italia. Funziona meglio della ingerenza di Putin, è più credibile e rassicurante. Perché è rassicurante? Perché questa "orda" di ragazzi giovanissimi che nessuno ha sentito arrivare e che rifiutano qualsiasi inquadramento,...
In Brasile le elezioni presidenziali sono state vinte da Luiz Inácio Lula da Silva, ma in America Latina più che altrove si vota, sì, ma la direzione di marcia viene spesso rovesciata da Washington. Con lo scrutinio completato al 100%, la corte elettorale brasiliana ha dichiarato che Lula ha ottenuto un vantaggio incolmabile. Rispetto ai risultati del primo turno Lula ha compiuto una rimonta straordinaria, sorpassando lo sfidante di estrema destra, Flávio Bolsonaro, con il 51,79% dei voti contro il 48,21%. Circa 4 milioni di voti di...
La capacità di negoziare è uno degli strumenti fondamentali del potere politico. Si può essere in disaccordo con un avversario, imporgli sanzioni o sostenere militarmente i suoi nemici, ma rinunciare al dialogo significa rinunciare anche alla possibilità di influenzare l’esito di un conflitto. E quando si smette di parlare con qualcuno, non lo si cancella dalla realtà: si lascia semplicemente che siano altri a trattare con lui e a decidere le condizioni della pace. È la lezione che l’Unione europea sembra aver imparato nel modo più umiliante....
Immaginiamo che un funesto mattino l’Europa si svegli nella lista nera dell’America. Risultato: Instagram e WhatsApp muti, Google irraggiungibile, ChatGPT spento. I servizi digitali di marca americana, che governano merci, prenotazioni e logistica, inceppati. Le carte Visa e Mastercard che non passano. Molti conti bancari bloccati. E i dollari digitali situati in Europa congelati. Esagerata distopia? Per ora sì, nella sua versione totale. Ma il problema è già evidente. Gli Stati Uniti manifestano un bisogno crescente di consolidare le vendite...
Massimo Ilardi parte dall’articolo di Gigi Roggero per discutere alcuni elementi generali che caratterizzano le nuove forme di rivolta metropolitana. Secondo Ilardi, se il mercato ha bisogno di alimentare continuamente nuovi desideri per espandersi, ha anche bisogno di disciplinarli e addomesticarli, imponendo regole e limiti alla loro realizzazione. È proprio in questa contraddizione che il consumo può trasformarsi in una forza dirompente, capace di mettere in discussione l’ordine stesso del mercato. La rivolta diventa allora espressione di...
Sembra proprio essere questa la conclusione che possiamo trarre, dopo giorni di commenti sulle violenze compiute ai margini delle manifestazioni degli studenti delle scuole superiori. Possibile che non si sia capaci di andare oltre la “condanna” della violenza? Se c’è chi inneggia alla rivolta come prodromo insurrezionale, al ribellismo spontaneo – vedendoci qualcosa che sinceramente è difficile vedere – dall’altro è solo un peana contro “maranza” e giovani “deviati” – e non parlo dei commenti della destra – o, al più, ad una rivolta...
Nella narrativa della strategia della paura, che domina i media di regime, è evidente la volontà di perpetuare il conflitto orizzontale tra giovanissimi "violenti spaccavetrine", possibilmente di origine islamica, e "onesti piccoli negozianti" che ogni mattina con sacrificio e abnegazione alzano le saracinesche per sopravvivere. Ma è davvero così? Abbiamo cercato di individuare i centri commerciali della Milano da bere, in zona ZTL, che lamentano più danni al patrimonio. Abbiamo scoperto che si tratta di multinazionali, che non hanno sede...
Lo scorso weekend è stato caratterizzato da giornate di mobilitazione e conflittualità che, perlomeno in Italia, hanno assunto caratteri inediti. Gigi Roggero propone alcuni elementi di riflessione, anzitutto sottraendo quanto accaduto al provincialismo del dibattito italiano e ricollocandolo nel contesto delle metropoli globali, da Parigi a Londra, fino a Los Angeles, attraversate da forme di rivolta che si diffondono anche attraverso il contagio comunicativo dei social network. A partire da qui, pone una questione politica centrale: le...
Il diritto di manifestazione è una di quelle enunciazioni fumose che nessuna carta costituzionale si fa mancare. L’inghippo sta nel limitare il diritto al manifestare “pacificamente”, come se chi organizza una manifestazione avesse lui la gestione e il controllo dell’ordine pubblico; anzi, se si allestisce un servizio d’ordine allo scopo di impedire l’infiltrazione di provocatori, già per questo ci si mette fuori della legalità. Il controllo e la gestione dell’ordine pubblico spetterebbero esclusivamente alla polizia, che però è a sua volta...
Era il 5 settembre 2025 e i primi nove mesi di possesso del Pentagono avevano confermato la sua sensazione che la struttura di vertice delle Forze armate statunitensi mancasse di mordente. Nonostante gli show di bullismo del suo predecessore Austin, anche al Pentagono tirava la stessa aria euforica del Dipartimento di Stato: birra e chitarra rock con quattro amici al pub di Kiev. Vinceremo e chi perde paga le consumazioni. Bisognava segnalare al mondo, ma soprattutto alle forze armate stesse, che la musica doveva cambiare. Anche Trump aveva...
La legge di bilancio ipotizzata dal governo Meloni assommerebbe a circa 23 miliardi, praticamente nulla, visto che ben oltre la metà serve solo a rifinanziare le misure, come il taglio del cuneo fiscale, introdotte una tantum. E' chiaro, alla luce di ciò, che serve una concreta alternativa. Provo a spiegarmi meglio. La stesura della Legge di Bilancio rappresenta annualmente il momento di massima sintesi politica ed economica per il Paese, eppure la sua costruzione si rivela sempre più un esercizio di bilanciamento estremo, imbrigliata com'è...
Qualcosa si muove nella direzione di porre fine alla guerra in Ucraina. Non è detto che arrivi al traguardo, ma si muove… Il fatto accertato più evidente è la denuncia quotidiana che Zelenskij fa dopo ogni bombardamento: “i nostri alleati non ci hanno avvertito e dato il tempo di lanciare l’allarme”, ossia far scendere nei rifugi la popolazione e soprattutto i vertici di Kiev. “Gli alleati” in questione sono però uno solo: gli Stati Uniti. Il sistema di assistenza e sorveglianza satellitare è Starlink, che è indispensabile sia per guidare gli...
Come ogni volta quando ci sono scontri e violenze contro cose o persone nel corso di manifestazioni pubbliche, mentre da destra si invoca il pugno di ferro come panacea universale, da più parti a sinistra viene evocata la presenza di infiltrati della polizia o di altri settori dello Stato come causa degli incidenti. Oggi, inoltre, va di moda, specie a destra ma non solo, una versione modernizzata della teoria degli infiltrati: i disordini sarebbero dovuti alla guerra ibrida condotta da entità statali ostili, come hanno affermato in Italia il...
Napoli è una città che tende alla sineddoche, alla mise en abyme, alla generalizzazione: lo dimostra il suo stesso nome, perché nel chiamarsi “città nuova” tende a considerarsi città par excellence, sottolineando quella sua irriducibilità che in tanti nel corso del tempo hanno provato a rivendicare. Prendiamo un esempio paradigmatico: diceva Luciano De Crescenzo in Così parlò Bellavista (1977) che l’uomo produttivo, ossia “il milanese”, preferisce la doccia perché consuma meno acqua, meno tempo e si lava meglio, campione di efficientismo. “Il...
Pubblichiamo la traduzione di un’analisi che ci è sembrata tra le migliori delle lotte degli studenti delle scuole francesi, anche se ormai la situazione si è andata via via sviluppando fino alla grandiosa manifestazione di sabato 17 ottobre, sulla quale abbiamo raccolto le prime impressioni di chi l’ha vissuta. Era stata indetta da tempo e aveva come ragione di fondo l’aggravarsi della condizione di vita a seguito dell’inflazione. Nel frattempo però scoppia, inattesa e soprattutto imprevedibile nelle modalità e nella composizione, la lotta...
Sopprimiamo la tentazione di dire “l’avevamo detto”. Quando una classe dirigente senza leve economiche del comando si trova ad affrontare un’insorgenza sociale di grandi dimensioni l’unica cosa che viene in mente è il ricorso alla polizia. Anzi, addirittura all’esercito… Succede anche dopo il lungo weekend tra Milano, Torino e Bologna, ma in questo momento è Milano l’epicentro politico della “nuova ondata sociale”, misconosciuta, sottovalutata, e ancora negata da chi si rifiuta persino di capire da dove sia venuta fuori. Hanno solo un...
Ieri il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov si è recato in Iran dove si è incontrato con il suo omologo Abbas Araghchi e il presidente Masoud Pezeshkian. In agenda impedire la ripresa di una guerra di larga scala da parte di Israele e Stati Uniti. Non è la prima volta che la Russia tenta chiudere la pericolosa/disastrosa querelle iraniana, ma stavolta è diverso perché Lavrov giunge a Teheran sull’onda della telefonata tra Putin e Trump di venerdì 9 ottobre, nella quale i due presidenti hanno parlato anche del conflitto iraniano e perché...
Ma cosa si aspettavano, che una massa di giovani relegati nelle periferie delle cittadelle del lusso, ridotti a eccedenze produttive o a manovalanza precaria, potessero accettare un presente di miseria con l’ascensore sociale non bloccato, ma sbarrato con violenza e un futuro fatto di nulla con la guerra, senza reagire? Chi ha fatto questi calcoli, che non sono calcoli ma diktat dettati dai vertici del potere imperialista finanziario e multinazionale, li ha proprio sbagliati: ma il pilota automatico si sa, non è come le city car di ultima...
19 ottobre. Che ansia, che tormento agita le fragili cristiane coscienze delle cancellerie euro-atlantiste, al pensiero di come il loro pupillo, personificazione del vallo euroliberale che si erge contro le “autocrazie asiatiche”, sia stato lasciato solo e indifeso dalle sconsiderate decisioni della Casa Bianca. L'impellente imperativo è quello di sostituire l'infido alleato yankee nel sostegno alla junta nazigolpista di Kiev e assumere, con ciò stesso, l'impegno a fare da muro alla “postura” - un termine che, nella nuova lingua liberale, fa...
Prevengo i commenti. Ma perché perdi tempo con Veneziani? Perché ne parli? Per un motivo semplice: l’egemonia. Vi ricordo che queste persone indottrinano anche chi governa; questi discorsi ve li ritroverete in Valditara e Meloni. Vi ricordo che queste persone, alla fine, approvano tagli e finanziarie. Il ruolo degli “intellettuali” è svuotare di senso le rivendicazioni materiali. Leggasi: arrampicarsi sugli specchi e dare la colpa a tutti/e tranne che a se stessi. «La rivendicazione economica è fuorviante», sentenzia Marcello Veneziani dalle...
“Ricostruire la base produttiva europea” è la frase che circola in ogni documento della Commissione europea. È un riflesso verbale che non impegna nessuno. Non dice quali industrie, con quali soldi, in quanto tempo, contro quali interessi. È una formula di copertura, non un programma. Il suo uso più recente è nel braccio di ferro con Pechino. Bruxelles ha scoperto, con dieci anni di ritardo, che il deficit commerciale con la Cina corre al ritmo di 1 miliardo al giorno. Minaccia salvaguardie sulle auto ibride, quote sull’acciaio, condizioni...
Parliamo delle vetrine, quel velo ideologico del commercio che ci fa salivare come cani di Pavlov al suono della campanella, quella nebbia di cristallo dove si vede e non si vede la reificazione che si incontra/scontra con l’ideologia borghese che critica il sistema finché qualcuno non lo tocca e lo mette sul serio in discussione. Insomma quel vetro che segna il limite tra chi ha e chi non ha, o meglio tra chi è e chi non è. La dinamica del velo che frena la pulsione, lo squarcio dietro al quale non si vuol vedere ciò che quel vetro nasconde:...
La sorpresa sta già nel fatto che ci si riesca a sorprendere. Anche ieri “Milano centro” è stata attraversata da gruppi di giovani che alla fine si sono scontrati con la polizia. La quale – dopo che evidentemente erano stati monitorati i social più utilizzati per la giornata di sabato – fin dalla mattina aveva cominciato a filtrare l’accesso al centro sulla base di due criteri piuttosto indicativi: chi indossava felpe con cappuccio e chi si porta dietro un colore di pelle un po’ diverso. Scene tra il comico e il tragico, con proteste...
“Il tempo”, scrive in L’evoluzione creatrice (1907) il più geniale filosofo della scienza del ventesimo secolo, Henri Bergson, “è invenzione”. In effetti, così prosegue il filosofo francese, “non appena ci si ritrova in presenza della durata vera, si vede che essa significa creazione”; una creazione che coincide con la “vita del reale”. Si tratta di una vita, è questo il punto forse più attuale del libro di Bergson, che evidentemente è molto più ampia di quella che ancora chiamiamo in senso assai più ristretto “vita”. Si tratta di una vita...
Che la libreria Feltrinelli, antico emblema della cultura antagonista italiana, venga devastata, durante una rivolta giovanile, possiede una sua ironia dialettica. Sono vent’anni che evito quelle librerie. Avete visto cosa espongono in vetrina? La conoscenza definitivamente sussunta nell’industria culturale, l’antagonismo convertito in valore di scambio. Adorno e Horkheimer hanno perso, e noi con loro. Del resto, è piuttosto facile mercificare Che Guevara sulle magliette e poi indignarsi quando una generazione, sottoposta a decenni di...
E’ difficile sottovalutare la portata dell’ingresso in campo degli studenti italiani avvenuto ieri in modo così clamoroso da costringere persino alcuni telegiornali Rai a metterlo come prima notizia. Mentana e La7, i presunti “progressisti” dell’”informazione indipendente”, sono invece riusciti nell’impresa di far peggio della Rai. In entrambi i casi le fumose “tensioni tra studenti e polizia” non sono riuscite stavolta a nascondere la portata della mobilitazione. E pure gli “incappucciati” che si muovono esattamente come i governi europei...
«Vedo nuvoloni all’orizzonte», avverte Giorgetti. Omettendo che le danze sue e di Meloni stanno contribuendo non poco a incupire i cieli. Dopo vari tentativi falliti, a fine 2026 il deficit pubblico dovrebbe finalmente andare sotto il fatidico 3% del Pil. Ma il ministro ammette che negli anni successivi il disavanzo oltrepasserà di nuovo la soglia. L’uscita dalla procedura di infrazione dunque si allontana. Scomodo lascito per il governo prossimo venturo. È uno dei pochi punti fermi della manovra di bilancio, per altri versi ancora avvolta...
Le immagini delle fiamme che avvolgono il municipio di Limoges in Francia, con il crollo del campanile, stanno facendo il giro del mondo. Il giudizio rispetto a episodi come questo non può che essere di condanna, così come non si possono che condannare gli atti di saccheggio che hanno accompagnato le proteste in molte zone della Francia. Tuttavia, se ci limitassimo a questo livello di considerazioni faremmo soltanto una classica operazione di conservatorismo piccolo-borghese, che ha le sue ragioni ma che è anche drammaticamente miope....
La Guerra fredda non è stata solo una questione di missili, spie e sbarramenti militari. Quello che la storiografia ufficiale spesso dimentica — o finge di non vedere — è che la battaglia più feroce e decisiva si è combattuta direttamente dentro le teste delle persone. Gli Stati Uniti non si sono accontentati di dominare il mondo con la forza delle armi e il peso del dollaro: hanno voluto plasmare le categorie stesse con cui le società occidentali interpretano la realtà, ridefinendo da cima a fondo ciò che è desiderabile, accettabile o anche...
Nel Landtag della Sassonia-Anhalt in Germania si è verificato un passaggio politico fondamentale che potrebbe segnare una svolta duratura per l’intero panorama politico tedesco e che, forse, potrebbe insegnare qualcosa anche nel resto d’Europa. Con l’approvazione di una mozione presentata dal BSW insieme all’AfD – rispettivamente il partito della sinistra patriottica fondato da Sahra Wagenknecht e il partito nazionalista di destra accusato di “fascismo” – il parlamento regionale ha formalmente impegnato il governo del Land a farsi promotore...
L'establishment UE-NATO sta conducendo una guerra ibrida contro l'Europa. La falsa élite che attualmente governa in molti Paesi europei e nell'Unione Europea a Bruxelles è determinata a scatenare una guerra contro la Russia. Sfortunatamente per loro i cittadini su cui governano non hanno alcun interesse al riguardo e i leader stanno quindi conducendo una massiccia campagna propagandistica per far cambiare loro idea. Stanno seguendo la linea tracciata da Hillary Clinton che dopo aver perso le elezioni presidenziali del 2016 contro Donald Trump...
CANDELA (FOGGIA) – Il sit-in è cominciato questa mattina alle cinque. Gli agricoltori e gli autotrasportatori che presidiano il casello autostradale per Napoli e Pescara con tir e trattori stanno accanto a due pattuglie dei Carabinieri e della Polizia stradale. Nessun ostacolo alle autovetture. Non vengono fatti passare solo i mezzi pesanti. Ma se qualche camionista insiste, lo lasciano andare. «Deve essere una protesta efficace – dicono i manifestanti -. Non dobbiamo permettere che il problema, che è economico e sociale, diventi un problema...
È un po’ di tempo che non riesco a occuparmi dei conflitti in corso in Europa e in Medio Oriente, in quanto ho voluto privilegiare lo spazio mediatico e il controllo della narrativa, il soft power, che ha oggi un ruolo essenziale nell’orientamento della politica interna e internazionale. Gli storici che dovranno un giorno soffermarsi sulla guerra suicida europea, sullo sterminio del popolo ucraino, come sul genocidio palestinese, sottolineeranno le responsabilità dei giornalisti e degli accademici che sono riusciti a normalizzare la guerra e...
Prima le sanzioni finanziarie contro Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati, e contro alcuni giudici della Corte penale internazionale. Poi, il 26 agosto, il dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti ha inserito nella sua lista nera anche Autistici/Inventati, il collettivo italiano che dal 2001 offre servizi digitali ad attivisti e associazioni. Una decisione che ha costretto Banca Etica a sospendere e poi chiudere il conto dell’associazione, per non incorrere a sua volta nelle sanzioni....
Negli ultimi anni, a livello comunicativo, mediatico e sui social, si assiste a quella che con una certa approssimazione potremmo definire una spirale inflattiva dell'analogia coi regimi autoritari del XX secolo. Sia ben chiaro che chi scrive, anche e non solo per tradizione familiare, non ha nessuna simpatia, o per meglio dire nutre una profonda avversione, per quei sistemi politici, all’origine di derive autoritarie e repressive e di atrocità di vario genere, ma qui quello che vorremmo cercare di porre in evidenza è una riflessione sul...
Tra le quattro principali nazioni dell’Europa continentale negli ultimi trenta anni l’Italia è stata sicuramente la più stagnante, a fronte di paesi come Germania, Francia e Spagna, che hanno invece presentato un quadro di maggiore dinamicità economica e salariale. La cronicità della stagnazione italiana spiega anche perché non stia subendo le stesse fibrillazioni sociali che oggi attraversano gli altri tre maggiori paesi europei. Ma non va neppure sottovalutata la capacità dell’oligarchia nostrana di surrogare il conflitto sociale reale con...
Alberto Deambrogio: Nel tuo articolo apparso su Machina, tu utilizzi l’analisi di Fernand Braudel per scardinare l’idea che il capitalismo coincida con la logica della concorrenza o con una semplice estensione dell’economia di mercato, definendolo invece come una strategia monopolistica e statale di puro potere e centralizzazione. Molta sinistra ha sicuramente considerato importanti le teorie ordo-capitaliste o la critica al neoliberismo inteso come “iper-concorrenza”, concentrando rivendicazioni sulla regolazione del mercato. Se accettiamo...
Questo sito è autofinanziato.
L'aumento dei costi ci costringe a chiedere un piccolo aiuto ai lettori. CHI NON HA O NON VUOLE USARE UNA CARTA DI CREDITO può comunque cliccare su "donate" e nella pagina successiva è presente (in alto) l'IBAN per un bonifico diretto________________________________
Details
Hits: 344
A proposito di vetrine rotte: la vera lista delle "vittime" che i media vi nascondono
di Agata Iacono
Nella narrativa della strategia della paura, che domina i media di regime, è evidente la volontà di perpetuare il conflitto orizzontale tra giovanissimi "violenti spaccavetrine", possibilmente di origine islamica, e "onesti piccoli negozianti" che ogni mattina con sacrificio e abnegazione alzano le saracinesche per sopravvivere.
Ma è davvero così?
Abbiamo cercato di individuare i centri commerciali della Milano da bere, in zona ZTL, che lamentano più danni al patrimonio. Abbiamo scoperto che si tratta di multinazionali, che non hanno sede fiscale in Italia, che sono super assicurate contro qualsiasi atto di vandalismo e che sono, spesso e volentieri, citati nei rapporti sulla complicità con l'entità sionista o che utilizzano manovalanza schiavizzata nei paesi più poveri del mondo e lavoratori della logistica senza alcuna tutela e diritti.
Ecco un piccolo esempio dei piccoli negozi di lusso oggetto di esproprio.
Via Torino e strade limitrofe
• Foot Locker: multinazionale con sede principale negli Stati Uniti (a New York) e migliaia di punti vendita in decine di paesi in Nord America, Europa, Asia e Oceania.
• Carrefour Market: multinazionale francese attiva nel settore della grande distribuzione organizzata, al centro della campagna Bds internazionale perché fornisce supporto concreto all’esercito sionista genocida.
Lo scorso weekend è stato caratterizzato da giornate di mobilitazione e conflittualità che, perlomeno in Italia, hanno assunto caratteri inediti. Gigi Roggero propone alcuni elementi di riflessione, anzitutto sottraendo quanto accaduto al provincialismo del dibattito italiano e ricollocandolo nel contesto delle metropoli globali, da Parigi a Londra, fino a Los Angeles, attraversate da forme di rivolta che si diffondono anche attraverso il contagio comunicativo dei social network. A partire da qui, pone una questione politica centrale: le forme di conflittualità caotica hanno sempre fatto parte della storia della lotta di classe, ma in passato, in modi differenti a seconda dei cicli storici, esisteva un soggetto capace di attrarre, scomporre, ricomporre e risignificare questi «sciami caotici». Oggi quel soggetto non c’è più. È ancora possibile costruirlo oppure è necessario ripensare radicalmente le forme dell'organizzazione politica?
* * * *
Nell’era definita postindustriale, postfordista o postmoderna, ci hanno spiegato i sociologi, i marchi cessano di essere semplici etichette che definiscono le gerarchie di prezzo delle merci.
Il diritto di manifestazione è una di quelle enunciazioni fumose che nessuna carta costituzionale si fa mancare. L’inghippo sta nel limitare il diritto al manifestare “pacificamente”, come se chi organizza una manifestazione avesse lui la gestione e il controllo dell’ordine pubblico; anzi, se si allestisce un servizio d’ordine allo scopo di impedire l’infiltrazione di provocatori, già per questo ci si mette fuori della legalità. Il controllo e la gestione dell’ordine pubblico spetterebbero esclusivamente alla polizia, che però è a sua volta uno strumento intrinsecamente contraddittorio con il proprio fine istituzionale. Tutte le polizie si creano la loro rete di confidenti e informatori e, per mera logica di produttività, ogni informatore tende a diventare automaticamente un agente provocatore, altrimenti rischia di non avere nulla su cui informare. Funziona così anche sui posti di lavoro, dove i dirigenti che vogliono fregare qualcuno non hanno nessun bisogno di organizzare complotti. Basterà infatti convocare qualche dipendente per chiedere informazioni sul loro collega. Chi si sente gratificato dalla funzione ispettiva non vorrà deludere le attese, perciò farà di tutto per stuzzicare il soggetto da controllare in modo da aver qualcosa da riferire al capo.
In concreto il “diritto” di manifestazione è un’arma in più per il potere, che così ha la possibilità di identificare gli oppositori quando si mostrano in piazza e di criminalizzare le opposizioni grazie ai tafferugli. L’ordine pubblico si rivela nei fatti come un pretesto, un alibi o un mito; la realtà è che il controllo stesso da parte delle cosiddette “forze dell’ordine” determina destabilizzazione.
A seguito degli scontri di piazza del passato fine settimana, culminati con la messa a soqquadro del “salotto buono” di Milano nella domenica pomeriggio del 18 ottobre da parte di folti gruppi di giovani e giovanissimi, si è scatenata la solita canea massmediatica contro i “violenti”, aggettivati nei modi più insultanti e criminalizzanti.
Il governo Meloni (garante Mattarella) ha subito partorito un nuovo decreto-sicurezza (l’ottavo in 4 anni!) per rassicurare i benestanti-benpensanti e raggranellare voti – un decreto sul quale abbiamo detto la nostra ieri (*).
La cosiddetta “opposizione”, o “campo largo” che dir si voglia, balbetta le solite frasi di circostanza: attacca le responsabilità del governo in carica, ma anche per loro i manifestanti pacifici, quelli buoni, si sono comunque lasciati “infiltrare” dai «violenti», i cattivi, senza accorgersi che in questo modo fanno “il gioco della destra”.
Un tratto comune unisce questi parassiti istituzionali di destra, di centro e di “sinistra”: la condanna senza esitazione della “violenza”.
Da Fratoianni a Vannacci, ognuno naturalmente alla sua maniera, tutti hanno risposto “presente” alla chiamata “legalitaria” della ducetta della Garbatella proprio nell’atto in cui questa varava il nuovo decreto da stato di Polizia.
Ci preme qui mettere i puntini sulle “i” sul tema della violenza evocato in questi giorni in forme spudorate.
Iniziamo coi destri o i destrosi al governo. Questa gentaglia, responsabile in prima persona delle guerre in giro per il mondo, del genocidio di Gaza e della macelleria sociale in corso qui in Italia, dà la nausea a vederla assumere posture da garante della “sicurezza” e della “civile convivenza”.
Camilla Costantini* intervista Stefania Ascari su Gaza, Governo e piazze italiane
Il 10 ottobre, giornata di mobilitazione globale per la Palestina indetta dalla Global Alliance for Palestine, l’Onorevole Stefania Ascari ha preso parte a un incontro organizzato a Modena intitolato “Voci dalla Palestina”. “È stato un onore partecipare all’incontro. I dottori che operano sul campo ci hanno parlato di un genocidio che non è finito, ma che sta continuando” mi ha raccontato Ascari. “Per colpa di un’informazione distorta e non corretta, che ha il fine di fermare le manifestazioni, è stato detto che il genocidio si era fermato. Ma chiaramente non è così: si è trattato di una bugia costruita dai media, dietro ai quali ci sono Israele e Stati Uniti. Lo hanno fatto perché le piazze fanno paura: associazioni, ONG, cittadini e cittadine si sono mobilitati, a prescindere dal colore politico, per chiedere ai potenti del mondo di fermare questo orrore che avveniva e continua ad avvenire a Gaza”.
* * * *
Pensi che l’attenzione sulla Palestina sia diminuita rispetto all’anno scorso? Se è diminuita, secondo te, da cosa è dipeso e come si può contribuire a rialimentarla?
“Sicuramente l’informazione distorta fornita dai media ha influito molto, ma le piazze non si sono fermate: il dissenso contro i crimini di guerra e contro l’umanità non può essere silenziato. I cittadini e le cittadine che si sono mobilitati non hanno la coscienza sporca di sangue come, invece, chi è al Governo. È evidente che vi sia stato un rallentamento delle piazze, ma a livello nazionale i comitati e i presidi restano attivi. Loro vanno sostenuti. Dobbiamo pretendere il rispetto della nostra Costituzione che, all’articolo 11, recita chiaramente: l’Italia ripudia la guerra. Questo Governo è complice: non ha mai smesso di dare supporto a Israele, nonostante il mandato di arresto della Corte Penale Internazionale nei confronti di Gallant e Netanyahu.
«Ha stato Putin?». Il Cremlino, i comunisti, i fascisti e gli infiltrati
di Lavinia Marchetti
La piazza contesa e la gara politica a trovare un colpevole per reprimere ancora
Ieri qualcuno suggeriva ai manifestanti di vestirsi da coloni israeliani per non avere problemi con le forze dell’ordine. Una boutade che coglie benissimo il paradosso del dissenso. Ciò che è permesso e ciò che è proibito. In un mondo globalizzato e connesso diventa complicata «La distinzione» (Bourdieu).
Ma veniamo ai fatti. Una fascia con la svastica, due bandiere della Repubblica Sociale Italiana custodite in automobile e un manganello telescopico infilato nei pantaloni. A Parma, il 17 ottobre, durante i controlli nei pressi di un presidio studentesco, la polizia ha identificato un uomo già noto per la sua appartenenza all’estrema destra. Nell’automobile custodiva anche una pistola a salve e un pugnale lungo ventidue centimetri. Una successiva perquisizione domiciliare ha portato al sequestro di un’altra pistola a salve, utilizzata in un filmato nel quale il nostro camerata sparava dal finestrino di una macchina in movimento. L’uomo è stato denunciato per propaganda e istigazione a delinquere per motivi di discriminazione razziale, etnica e religiosa e per porto di oggetti atti a offendere. Il corteo del pomeriggio, invece, si è svolto pacificamente.
Curioso, vero? Da giorni assistiamo alla più straordinaria mobilitazione della pubblica indignazione contro l’eversione giovanile, con una quantità di esperti pronti a individuare negli antagonisti, nei comunisti, nei giovani tout court i responsabili del sovvertimento dell’ordine pubblico. Poi, così, d’emblée, a ridosso delle mobilitazioni studentesche, compare un nostalgico del “fascio” quello vero, attrezzato per qualcosa di più di una discussione sulla pressione fiscale durante il ventennio. La circostanza riguarda Parma e quell’individuo, naturalmente. Quello che è accaduto a Milano richiede altri tipi di indagini. Tuttavia, già prima del 17 ottobre, qualcuno aveva avuto il buon senso di sollevare una piccola questione che nessuno dei nostri arditi difensori della patria editorialisti sembra aver notato. Chi stava cercando di entrare nelle manifestazioni?
Il 20 ottobre Paolo Dimalio, sul Fatto Quotidiano, ha pubblicato un’inchiesta sulle discussioni legate alle mobilitazioni del 17 ottobre nei gruppi Telegram. Ve ne consiglio la lettura.
IL “TRILIONE” Il bilancio del Pentagono per il 2026 si sta chiudendo con un’assegnazione ufficiale di 1.010 miliardi di dollari rispetto ai 903 previsti. Ma il problema sono il debito e le strutture industriali
Era il 5 settembre 2025 e i primi nove mesi di possesso del Pentagono avevano confermato la sua sensazione che la struttura di vertice delle Forze armate statunitensi mancasse di mordente. Nonostante gli show di bullismo del suo predecessore Austin, anche al Pentagono tirava la stessa aria euforica del Dipartimento di Stato: birra e chitarra rock con quattro amici al pub di Kiev. Vinceremo e chi perde paga le consumazioni. Bisognava segnalare al mondo, ma soprattutto alle forze armate stesse, che la musica doveva cambiare. Anche Trump aveva le “sue” ragioni per firmare il decreto: stavano girando pochi soldi attorno al supporto all’ucraina. Entrambi pregustavano e pretendevano i dividendi della guerra. Il decreto era di fatto un maquillage. Il nome ufficiale Dipartimento della Difesa non cambiava. Ci sarebbe voluta una legge del Congresso per ottenerlo. Si consentiva semplicemente, come denominazione secondaria, l’uso dei nomi “storici” e motivazionali dei defunti Department of War e Secretary of War. La parola “guerra” doveva fare il miracolo di svegliare i vertici militari, motivare il personale, agevolare le procedure di reclutamento e finanziamento delle forniture belliche e lanciare un messaggio di forza e determinazione al mondo. L’obiettivo dichiarato era segnalare la prontezza offensiva e la massima letalità strategica degli Stati Uniti nello scenario geopolitico globale.
La legge di bilancio ipotizzata dal governo Meloni assommerebbe a circa 23 miliardi, praticamente nulla, visto che ben oltre la metà serve solo a rifinanziare le misure, come il taglio del cuneo fiscale, introdotte una tantum.
E' chiaro, alla luce di ciò, che serve una concreta alternativa.
Provo a spiegarmi meglio.
La stesura della Legge di Bilancio rappresenta annualmente il momento di massima sintesi politica ed economica per il Paese, eppure la sua costruzione si rivela sempre più un esercizio di bilanciamento estremo, imbrigliata com'è all'interno di una morsa contabile quasi insuperabile.
Da un lato vi è il Quadro tendenziale, ovvero la proiezione della spesa e delle entrate a legislazione vigente, che assorbe la quasi totalità delle risorse disponibili solo per coprire i costi contratti in passato, l'indicizzazione, in realtà solo parziale, delle prestazioni e la spesa, ormai enorme, per interessi sul debito pubblico.
Dall'altro lato agiscono con forza i vincoli europei, ulteriormente irrigiditi dalle nuove regole del Patto di Stabilità e Crescita, voluto da Paolo Gentiloni e firmato da Giorgia Meloni, che impongono traiettorie severe di rientro dal deficit e dal debito, riducendo al minimo i margini di deficit aggiuntivo.
Ucraina ai titoli di coda, l’Unione Europea barcolla
di Dante Barontini
Qualcosa si muove nella direzione di porre fine alla guerra in Ucraina. Non è detto che arrivi al traguardo, ma si muove…
Il fatto accertato più evidente è la denuncia quotidiana che Zelenskij fa dopo ogni bombardamento: “i nostri alleati non ci hanno avvertito e dato il tempo di lanciare l’allarme”, ossia far scendere nei rifugi la popolazione e soprattutto i vertici di Kiev.
“Gli alleati” in questione sono però uno solo: gli Stati Uniti. Il sistema di assistenza e sorveglianza satellitare è Starlink, che è indispensabile sia per guidare gli attacchi in profondità dei droni ucraini, sia per segnalare quelli russi in arrivo.
Elon Musk ha mandato a quel paese Zelenskij ricordando che la gestione di quella parte della sua rete satellitare è stata ceduta per ovvi motivi al Pentagono (si chiama ora StarShield) e che comunque l’ex attore al comando è ora che si faccia da parte, lasciando il posto a qualcuno disposto a trattare.
Discorso simile fa ogni giorno anche Trump, dunque c’è poco da indovinare. Quando il mandante di un conflitto rivede i suoi progetti, per l’esecutore materiale non ci sono altre scelte che obbedire. Anche perché l’illusione che l’Europa – cioè: Gran Bretagna, Francia e Germania – potessero davvero sostituire Washington sul piano militare ed economico, si è rivelata per quel che era.
Che gli Stati Uniti in versione Obama-Biden siano stati “il mandante” della crisi ucraina fin da prima del Majdan (2014) è accertato da anni.
È inutile parlare di libertà ad uno schiavo che pensa di essere un uomo libero.
Gianni Rodari
1. Il presente come storia
Il problema a cui intendo dare risposta in questo articolo è quello concernente le ragioni della sconfitta del Sessantotto. Identificare tali ragioni mi sembra particolarmente utile per collocare nella giusta prospettiva il significato dell’attuale movimento di massa studentesco e giovanile. Proverò ad abbozzare una risposta, facendo leva su un aforisma del filosofo Enzo Paci, secondo cui la vera novità è un passo verso il passato e la vera comprensione del passato è un passo verso l’avvenire.
In primo luogo, occorre tenere presente che, dopo il grande ciclo di lotte operaie, popolari e studentesche degli anni ’60 e ’70 del secolo scorso, durissima fu la reazione delle classi dominanti: la trama reazionaria (il ‘filo nero’ che percorre tutta la storia dello Stato italiano) si concretò in stragi (a partire da quella di piazza Fontana, che ebbe luogo a Milano il 12 dicembre 1969), attentati, tentativi golpisti, repressione e intimidazioni senza fine. La sanguinosa “strategia della tensione e del terrore” fu l’arma con cui le classi dominanti cercarono di intimorire e disorientare il proletariato e le masse studentesche per fermarne il movimento di lotta. Il gruppo dirigente del PCI, intimorito dalla reazione borghese e dal colpo di Stato militare in Cile, che aveva dimostrato il fallimento delle teorizzazioni riformiste sulla “via pacifica al socialismo”, elaborò a questo punto, per impulso e sotto la direzione di Enrico Berlinguer, la strategia del “compromesso storico”, cioè del patto di governo con la DC. Da Berlinguer partì la proposta, rivolta alla DC, della politica di “solidarietà nazionale”, che nel triennio 1976-1979 si tradusse dapprima nella “non sfiducia” al governo Andreotti e poi nell’ingresso diretto del PCI nella maggioranza governativa. La politica berlingueriana di “unità nazionale” modificò profondamente i rapporti di forza tra le classi in Italia, indebolendo il proletariato e i movimenti antagonisti, rafforzando lo Stato borghese e la DC, e creando le premesse per la controffensiva reazionaria scatenata dal capitalismo contro il movimento operaio negli anni ’80.
La progressiva trasformazione del PCI in senso revisionista e socialdemocratico (sfociata, da ultimo, nella liquidazione, ad opera di Occhetto e di Napolitano, di quello che passava per “il più grande partito comunista dell’Occidente capitalistico”) è stata, quindi, un importante fattore soggettivo della involuzione e della sconfitta della “generazione del ’68”, che in tal modo restò priva di un punto di riferimento politico, culturale e strategico essenziale nella lotta rivoluzionaria diretta a trasformare in senso socialista gli assetti sociali esistenti.
Mao Tse-tung, che di rivoluzioni se ne intendeva, sosteneva che quando sotto il cielo regna una grande confusione, la situazione può diventare eccellente. Naturalmente, Mao sapeva bene che il caos sociale non produce automaticamente una rivoluzione. Perché le contraddizioni di una società possano trasformarsi in un processo rivoluzionario occorrono una direzione politica, una capacità organizzativa e, soprattutto, una prospettiva alternativa all’ordine esistente. Senza questi elementi, la rabbia può esplodere, manifestarsi attraverso proteste e violenze, ma difficilmente riesce a trasformarsi in un progetto di cambiamento dei rapporti sociali. Non intendo sviluppare un’analisi di sociologia storica sulle cause delle rivoluzioni, ma richiamare alcuni passaggi utili a comprendere il presente. Dalla rivolta dei baroni contro Giovanni Senza Terra alla Riforma protestante, dalle rivoluzioni inglesi del Seicento alla guerra d’indipendenza americana, dalla Rivoluzione francese a quella russa del 1917, fino alle rivoluzioni cinese, vietnamita e cubana, ci troviamo davanti a processi profondamente differenti per natura e composizione sociale, ma accomunati, nelle loro esperienze più significative, dalla presenza di soggetti politici capaci di interpretare le contraddizioni del proprio tempo e di tradurle in una prospettiva di trasformazione.
Marx aveva individuato nei rapporti materiali di produzione il fondamento delle contraddizioni sociali; Lenin aveva posto al centro della propria elaborazione il problema dell’organizzazione e della coscienza rivoluzionaria; Gramsci avrebbe successivamente approfondito una questione decisiva per comprendere le società capitalistiche avanzate: il potere delle classi dominanti non si fonda esclusivamente sulla coercizione e sul controllo dei mezzi di produzione, ma anche sulla capacità di costruire un’egemonia culturale, di far apparire i propri valori, i propri interessi e la propria concezione del mondo come naturali, universali e condivisi.
È proprio partendo da questa considerazione che vorrei interpretare quanto sta accadendo nelle società europee. Francia, Germania, Belgio, Spagna, Italia e altri paesi sono attraversati da proteste che coinvolgono agricoltori, autotrasportatori, lavoratori, studenti, settori impoveriti del ceto medio e giovani delle periferie. Si tratta di fenomeni differenti, che non possono essere ricondotti meccanicamente a un’unica causa.
Trump, l’Europa e il gas russo: pesa più il danno o la beffa?
di Gianandrea Gaiani
Il 17 ottobre, pochi giorni dopo l’accordo per le forniture di gasolio russo agli Stati Uniti, l’Amministrazione Trump avrebbe suggerito agli europei di tornare ad acquistare energia da Mosca.
Secondo quanto riferito dal New York Times, i negoziatori Jared Kushner e Steve Witkoff hanno lanciato la proposta a funzionari europei e ucraini, incluso il presidente Zelensky: per spingere la Russia a porre fine alla guerra, Kiev dovrebbe prendere in seria considerazione la riattivazione dei gasdotti che trasportavano gas naturale russo verso l’Europa, flusso interrotto alla fine del 2024 con decisione unilaterale di Kiev accolta con favore dall’Europa nonostante la grave crisi energetica che attraversa.
Secondo le fonti, i due inviati di Trump impegnati a trovare una soluzione negoziata al conflitto in Ucraina, vedono nella ripresa delle esportazioni di energia russa un elemento rilevante di un possibile accordo di pace: l’Europa tornerebbe ad avere flussi di gas a buon mercato in quantità garantite e l’Ucraina tornerebbe a incassare miliardi preziosi per la ricostruzione post-bellica per i diritti di transito.
La proposta statunitense si presta a diverse valutazioni. Innanzitutto rappresenta un rovesciamento totale delle posizioni sostenute dagli USA da almeno 12 anni poiché già nel 2014, subito dopo il cambio di regime a Kiev sostenuto da Washington, l’Amministrazione Obama esortò l’Unione Europea a rinunciare al gas via tubo fornito da Mosca per acquistare, a prezzi ben più alti e in quantità insufficienti e non garantite, il gas liquido (GNL) dagli Stati Uniti.
Le reiterate pressioni americane continuarono in tal senso con la prima presidenza di Donald Trump e con quella guidata da Joe Biden che, con dichiarazioni dello stesso presidente e del sottosegretario Victoria Nuland, minacciò di “eliminare” i gasdotti Nord Stream che attraversavano il Mar Baltico diretti in Germania in caso di invasione russa dell’Ucraina, che infatti esplosero il 26 settembre 2022.
Da Parigi a Milano: infiltrati o azioni spontanee?
di Domenico Moro
Come ogni volta quando ci sono scontri e violenze contro cose o persone nel corso di manifestazioni pubbliche, mentre da destra si invoca il pugno di ferro come panacea universale, da più parti a sinistra viene evocata la presenza di infiltrati della polizia o di altri settori dello Stato come causa degli incidenti. Oggi, inoltre, va di moda, specie a destra ma non solo, una versione modernizzata della teoria degli infiltrati: i disordini sarebbero dovuti alla guerra ibrida condotta da entità statali ostili, come hanno affermato in Italia il ministro Crosetto e in Albania il presidente Rama, che ha accusato esplicitamente i soliti noti, Iran e Russia.
In effetti, la pratica di impiegare agenti provocatori è vecchissima, ne parla in diversi racconti anche Joseph Conrad, in particolare nell'”Agente segreto” (pubblicato nel 1907 ma ambientato nella Londra anarchica del 1894). Molti, in questi giorni, hanno rispolverato il presidente Cossiga e le sue dichiarazioni sull’opportunità di favorire la diffusione della violenza per poter poi avere la legittimazione ad una stretta repressiva su tutti quelli che fanno lotte sociali e politiche. Altri hanno ricordato l’impiego documentato di poliziotti travestiti da “compagni” nelle manifestazioni degli anni ’70, come quando fu assassinata Giorgiana Masi. Dopo il Social Forum di Genova del 2001, dove fu ucciso Carlo Giuliani e molti partecipanti pacifici furono picchiati brutalmente dalla polizia alla Diaz, circolarono foto di incappucciati vestiti di nero, nascosti dietro ai furgoni della polizia.
La filosofia del rottame: Napoli vista da Sohn-Rethel
di Roberto Paura
Napoli è una città che tende alla sineddoche, alla mise en abyme, alla generalizzazione: lo dimostra il suo stesso nome, perché nel chiamarsi “città nuova” tende a considerarsi città par excellence, sottolineando quella sua irriducibilità che in tanti nel corso del tempo hanno provato a rivendicare. Prendiamo un esempio paradigmatico: diceva Luciano De Crescenzo in Così parlò Bellavista (1977) che l’uomo produttivo, ossia “il milanese”, preferisce la doccia perché consuma meno acqua, meno tempo e si lava meglio, campione di efficientismo. “Il napoletano invece, se si decide, preferisce il bagno: s’intallea come si dice a Napoli, cioè si attarda e tiene tutto il tempo che vuole per pensare” (De Crescenzo, 2019). Così, nel quotidiano, ogni piccolo episodio che può verificarsi nel corso della giornata, anziché restare chiuso in sé stesso, si trasforma in una favola di Esopo, con tanto di metafora finale sulla natura del napoletano; una tendenza di cui soffrono non solo gli autoctoni, ma anche – forse soprattutto – i forestieri, che magari gliel’hanno trasmessa. Dai tempi del Grand Tour, in effetti, il desiderio dei viaggiatori europei di vedere soddisfatte le proprie aspettative è sempre stato assecondato dai napoletani, che vi hanno intravisto la possibilità di guadagnarci semplicemente calcando un po’ la mano sull’inveterata attitudine alla teatralità, cosicché ancora oggi, nell’era dell’overtourism, la città diventa un teatro a cielo aperto a uso e consumo, soprattutto, dei suoi turisti.
Il movimento che non ci aspettavamo più. Appunti sulla mobilitazione degli studenti francesi
di Carlotta Benvegnù
Pubblichiamo la traduzione di un’analisi che ci è sembrata tra le migliori delle lotte degli studenti delle scuole francesi, anche se ormai la situazione si è andata via via sviluppando fino alla grandiosa manifestazione di sabato 17 ottobre, sulla quale abbiamo raccolto le prime impressioni di chi l’ha vissuta. Era stata indetta da tempo e aveva come ragione di fondo l’aggravarsi della condizione di vita a seguito dell’inflazione. Nel frattempo però scoppia, inattesa e soprattutto imprevedibile nelle modalità e nella composizione, la lotta nelle scuole e per la scuola, contro un sistema d’istruzione scandalosamente classista. La violenza con cui la polizia si scaglia contro ragazzi tredicenni fa scattare la reazione d’insegnanti e genitori, con un fronte che si allarga e un’eco internazionale che si estende da Bruxelles alla Spagna all’Italia. Terzo passaggio: entrano in scena gli studenti universitari. A differenza delle lotte degli scolari, che colgono forze dell’ordine e sistema politico impreparati, l’università offre metodi di reazione collaudati, almeno dal 2018, per impedire le occupazioni: la serrata. Appena i rettori vedono delle mobilitazioni di studenti dichiarano sospese le attività didattiche.
Sopprimiamo la tentazione di dire “l’avevamo detto”. Quando una classe dirigente senza leve economiche del comando si trova ad affrontare un’insorgenza sociale di grandi dimensioni l’unica cosa che viene in mente è il ricorso alla polizia. Anzi, addirittura all’esercito…
Succede anche dopo il lungo weekend tra Milano, Torino e Bologna, ma in questo momento è Milano l’epicentro politico della “nuova ondata sociale”, misconosciuta, sottovalutata, e ancora negata da chi si rifiuta persino di capire da dove sia venuta fuori.
Hanno solo un martello in mano, lo usano per tutto, tranne che per se stessi (per il momento…). Quindi il ministro della difesa Crosetto, in attesa della dotazione necessaria condurre la guerra contro la Russia (bum!), invia 500 soldati a Milano per “rafforzare l’ordine pubblico”.
Non con compiti di “sorvegliare obiettivi sensibili” – fin qui sono state toccate solo vetrine e scaffali di negozi “alla moda”, e mettere un paracadutista a guardia di Gucci o Vuitton sarebbe un messaggio sociale un po’ troppo esplicito – ma per dare man forte a polizia, carabinieri, finanza e “ghisa”.
Non serve un esperto per capire che “il nemico” di questa classe dirigente è soprattutto in casa, anzi sono proprio quei giovani che – nei piani onirici dei guerrafondai – dovrebbero ingrassare la massa della carne da cannone per la guerra.
Dai riot di Parigi al resto del mondo, è possibile una ricomposizione del cervello con il corpo collettivo?
L’autunno mediterraneo, da Madrid a Tirana, da Parigi ad Atene a Milano, è turbolento e gravido di minacce. Ma laddove sta il pericolo, qualche volta, si trova la salvezza. Qualche volta, non sempre.
Di fronte al futuro di guerra che stanno preparando, di fronte al saccheggio delle risorse sociali destinate ad alimentare il riarmo, l’Europa mediterranea reagisce. Una studentessa di Milano inalbera un cartello con su scritto: Soldi alle scuole non alla guerra.
In questo contesto dobbiamo capire il senso della rivolta della generazione zeta (ultima lettera dell’alfabeto).
Guardando le immagini dei riot di Milano, cui non ho potuto partecipare per via di patologie polmonari che mi impediscono di annusare i lacrimogeni, mi sono venute in mente varie scene del passato prossimo e lontano.
Cinquanta anni fa
Prima di tutto mi è venuto in mente il 7 dicembre 1976, quando migliaia di ragazzi degli allora nascenti centri sociali arrivarono dall’immenso hinterland milanese e saccheggiarono doverosamente il centro cittadino.
Fu l’inizio del movimento che culminò poi l’11 e 12 marzo con le rivolte di Bologna, Roma, Milano e un po’ dovunque.
Quel 7 dicembre del ‘76 ero a Milano per seguire gli eventi, e a metà pomeriggio dei poliziotti mi fermarono e mi portarono in questura dove passai molte ore in attesa del rilascio, in un grande salone affollato di altri fermati. Avevo con me il registratore Naga di Radio Alice e registrai un po’ le voci degli altri fermati. Nella tradizione di sinistra quei ragazzi dell’hinterland erano considerati dei lumpen proletari, ma per noi erano parte di un emergente movimento in cui la condizione studentesca e quella operaia si fondevano. C’era la vaga percezione di essere coinvolti in un processo che andava verso la liberazione della vita dalla schiavitù del lavoro salariato.
Ripartono i giochi di guerra mentre la NATO riceve il premio internazionale per la pace di Vestfalia
Il Premio internazionale della Pace di Vestfalia (Westfälischer Friedenspreis) viene assegnato a cadenza biennale a Münster, in Germania, a personalità o istituzioni che si distinguono per il loro impegno per la pace, la sicurezza e la cooperazione in Europa
E chi si è talmente distinto nell’impegno per la pace, la sicurezza e la cooperazione in Europa da meritare quest’anno quel prestigioso e rassicurante premio, se non la NATO? Evento talmente assurdo, talmente provocatorio, talmente farsesco, da lasciare senza parole.
E infatti non ne sprechiamo per commentare questo parossismo di eterogenesi dei fini - quei fini perseguiti da chi il premio l’ha concepito - se non per metterlo al confronto con quanto succede in questi giorni in Sardegna, regione per sua malasorte italiana.
A Münster in Vestfalia un umorismo politico, tanto surreale quanto inconsapevole, si è fatto satira di se stesso. Il 1. Ottobre, nello storico municipio della città, all’oltranzista della pace, segretario dell’Alleanza più guerrafondaia del mondo, Mark Rutte, viene conferito, corredato di 100.000 euro, il prestigioso riconoscimento che ricorda la pace nel nome di quella conclusa nel 1648, al termine della Guerra dei Trentanni.
Fu quella una guerra a cui venne posta fine dalla diplomazia, dalla mediazione tra interessi, da incontri e negoziati. Sarà in nome di quella diplomazia, di quelle mediazioni che si sarà voluta onorare un’alleanza talmente meritevole di riconoscimenti da aver condotto guerre, spesso chiamate missioni di “peace enforcement”, per complessivamente 13 aggressioni a Stati, senza autorizzazione dell’ente a ciò preposto, l’ONU. Vogliamo ricordarne almeno qualcuna?
Guerra illegale contro il Nicaragua (1981); guerra illegale contro la Jugoslavia e poi contro la Serbia (1990-1999), prima guerra del Golfo (1980) e seconda (1991), fino all’aggressione di Bush e Blair del 2003 (di nuovo senza mandato dell’Onu), giustificata con la lotta alle armi di distruzione di massa (atomiche, chimiche, batteriologiche), che si rivelerà una menzogna; guerra illegale di vent’anni all’Afghanistan accusato dell’attentato dell’11 settembre, guerra illegale contro la Libia e la Siria (2011); guerra illegale contro l’Ucraina (2014), a seguito dell’ampliamento a est della Nato, eccetera.
Oltre il Turco Meccanico. Il Crowdwork e l’insubordinazione al comando algoritmico
di Laura Montanari
Ci sono tanti modi per guadagnare qualche cosa in più, per arrotondare uno stipendio che non permette di arrivare a fine mese. Uno di questi modi era Amazon Mechanical Turk. Era, perché il 30 settembre, dopo più di 20 anni di esistenza, ha chiuso. Da qualche anno, infatti, vari compiti svolti dai Turkers possono essere automatizzati grazie all’IA. Eppure, la chiusura di Mechanical Turk non dovrebbe essere letta semplicemente come la vittoria dell’intelligenza artificiale sul lavoro umano.
L’immagine del Turco Meccanico è familiare a chiunque si occupi di intelligenza artificiale: una specie di automa costruito nel XVIII secolo, dentro cui si nascondeva una persona reale, ma che dall’esterno pareva muovere le pedine su una scacchiera senza alcuna interferenza umana. Quando Amazon lanciò Mechanical Turk nel 2005, recuperò proprio quell’immagine, facendo dell’invisibilità del lavoro vivo il suo modello di business. Mechanical Turk dunque inizia come una sorta di artificiosa intelligenza artificiale, spacciando per automazione il lavoro di centinaia di migliaia di persone – i cosiddetti Turkers – che negli anni hanno fatto ciò che i computer non sapevano ancora fare, completando milioni di Human Intelligence Tasks (HITs).
Più o meno come era successo con Remotask (ScaleAI) in Kenya, Mechanical Turk ha potuto chiudere quasi dal giorno alla notte, senza alcuna conseguenza o effettiva resistenza, una rete complessa che andava dagli USA all’India, fino in Europa. L’annuncio è arrivato alla fine di agosto, lasciando poco più di un mese per trovare un’altra fonte di reddito a tutti quei lavoratori e lavoratrici sparsi per il mondo, che nel periodo di maggiore espansione arrivavano a mezzo milione. L’email inviata da Amazon li ringraziava per aver contribuito a “plasmare il settore del crowdsourcing”. Ma sappiamo che il “progresso” non apre necessariamente frontiere luminose: per chi ci lavorava, rimangono l’affitto, il cibo, le bollette e la necessità di continuare a procurarsi un salario.
Il sistema creato da Mechanical Turk, grazie sia al lavoro telematico sia all’espansione della sua rete, garantiva la possibilità di coinvolgere in modo ininterrotto la forza lavoro, 24/7, perennemente in attività, tenuta sotto controllo dall’algoritmo e dal pagamento a cottimo.
Non è la prima volta che la Russia tenta chiudere la pericolosa/disastrosa querelle iraniana, ma stavolta è diverso perché Lavrov giunge a Teheran sull'onda della telefonata tra Putin e Trump
Ieri il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov si è recato in Iran dove si è incontrato con il suo omologo Abbas Araghchi e il presidente Masoud Pezeshkian. In agenda impedire la ripresa di una guerra di larga scala da parte di Israele e Stati Uniti.
Non è la prima volta che la Russia tenta chiudere la pericolosa/disastrosa querelle iraniana, ma stavolta è diverso perché Lavrov giunge a Teheran sull’onda della telefonata tra Putin e Trump di venerdì 9 ottobre, nella quale i due presidenti hanno parlato anche del conflitto iraniano e perché la telefonata, come hanno commentato successivamente i due, è stata più che produttiva.
Secondo l’analista Mehdi Khan Alizadeh, interpellato da al Mayadeen, Lavrov si è recato in Iran per confrontarsi su “un’iniziativa russa, sviluppata in collaborazione con la Cina, nella quale si propone una gestione congiunta con l’Iran del traffico marittimo attraverso lo Stretto di Hormuz”.
Un’iniziativa importante, come si evince anche dal fatto che è la prima volta che Lavrov si reca a Teheran da quando è iniziata questa guerra. E non sembra affatto un caso che, in parallelo a questa visita, in un altro angolo del mondo, precisamente a Dushanbe, in Tagikistan – dove si teneva un summit dell’Organizzazione per la cooperazione di Shanghai – si siano incontrati il premier cinese Li Qiang e il primo vicepresidente iraniano Mohammad-Reza Aref.
Potere molte volte delegato ad altre mani, sganciato e restituitoci dai tuoi aeroplani, io vengo a restituiriti un po’ del tuo terrore, del tuo disordine, del tuo rumore… (Faber, Il bombarolo, LP Storia di un impiegato)
Ma cosa si aspettavano, che una massa di giovani relegati nelle periferie delle cittadelle del lusso, ridotti a eccedenze produttive o a manovalanza precaria, potessero accettare un presente di miseria con l’ascensore sociale non bloccato, ma sbarrato con violenza e un futuro fatto di nulla con la guerra, senza reagire?
Chi ha fatto questi calcoli, che non sono calcoli ma diktat dettati dai vertici del potere imperialista finanziario e multinazionale, li ha proprio sbagliati: ma il pilota automatico si sa, non è come le city car di ultima generazione e ancora sperimentali che ti guidano da sole per il centro città. Questo porta a sbattere fuori e dentro; fuori contro 1600 testate nucleari operative epuntati sui entri nevralgici di NATO e UE e dentro con la rivolta sociale che è solo agli inizi. Qui, a parte l’operazione biolaboratori del covid e le chiusure di massa come prove generali di acqiescienza delle rane bollite, non c’è nulla di programmato e chi pensava a un’infinita pazienza da parte di chi sta in basso ha fatto i conti senza l’oste.
"Ci stiamo preparando alla follia". I due scenari dei signori della guerra UE con la Russia
di Fabrizio Poggi
19 ottobre. Che ansia, che tormento agita le fragili cristiane coscienze delle cancellerie euro-atlantiste, al pensiero di come il loro pupillo, personificazione del vallo euroliberale che si erge contro le “autocrazie asiatiche”, sia stato lasciato solo e indifeso dalle sconsiderate decisioni della Casa Bianca. L'impellente imperativo è quello di sostituire l'infido alleato yankee nel sostegno alla junta nazigolpista di Kiev e assumere, con ciò stesso, l'impegno a fare da muro alla “postura” - un termine che, nella nuova lingua liberale, fa il paio con l'innominabile “resilienza”: ma fa tanto europeismo – del Cremlino. Lo ha detto il presidente della repubblica Sergio Mattarella che, evidentemente memore del proprio passato di bombardiere NATO nei massacri della martoriata Jugoslavia, proclama oggi l'urgenza di far fronte comune europeista, «procedendo con determinazione e velocità alla interoperabilità dei nostri strumenti militari, sia perché condizione indispensabile per la difesa comune, sia per rafforzare la Nato sul versante europeo, per ripristinare l’equilibrio rispetto alla postura della Russia; equilibrio che, nella storia, è sempre stato la garanzia della pace, vanificando tentazioni di aggressività» (Askanews, 16 ottobre). Dove l'assioma è quello della «aggressività» di Moskva, mentre l'assunto evangelico, la parola divina, è quella della “difesa della casa comune europea”. Perché l'Europa, ancora per asserto, insieme alla NATO, non può che agire per “difendersi”: lo ha fatto bombardando la Jugoslavia, intervenendo in Medio Oriente, in Africa, contro la “aggressività” di quanti attentino alla sacralità dei “valori europeisti”.
La scuola cade a pezzi? il governo taglia gli organici? Per Marcello Veneziani siamo davanti a un problema spirituale. Una piccola lezione di nonsenso
Prevengo i commenti. Ma perché perdi tempo con Veneziani? Perché ne parli? Per un motivo semplice: l’egemonia. Vi ricordo che queste persone indottrinano anche chi governa; questi discorsi ve li ritroverete in Valditara e Meloni. Vi ricordo che queste persone, alla fine, approvano tagli e finanziarie. Il ruolo degli “intellettuali” è svuotare di senso le rivendicazioni materiali. Leggasi: arrampicarsi sugli specchi e dare la colpa a tutti/e tranne che a se stessi.
«La rivendicazione economica è fuorviante», sentenzia Marcello Veneziani dalle colonne del giornale. E aggiunge che «il malessere della scuola non deriva dai muri fatiscenti, dalle aule, dagli edifici che cadono a pezzi». Magnifico. Dovremmo suggerire questa interpretazione ai genitori e agli insegnanti dei ragazzi che frequentano gli edifici scolastici bisognosi di manutenzione urgente. Secondo l’ultimo rapporto Ecosistema Scuola di Legambiente, sono il 31,7% di quelli monitorati, percentuale che nelle Isole raggiunge il 54,2%. Il 57,2% degli edifici esaminati deve ancora essere sottoposto alla verifica di vulnerabilità sismica. Chissà quale illuminazione metafisica potrebbe sostituire un intervento strutturale, ovviamente in caso di terremoto potremmo affiggere delle preghiere da recitare.
Per chi lo conoscesse poco, Veneziani è uno dei più longevi intellettuali della destra conservatrice italiana, fondatore dell’Italia Settimanale e di Lo Stato, già editorialista del Giornale, oggi collaboratore della Verità e di Panorama.
Un confronto tra la violenza puntuale ed esplosiva di una manifestazione e quella logorante della continuativa e sistematica distruzione delle prospettive di futuro
Sabato 17 ottobre ho partecipato a una delle più grandi mobilitazioni della recente storia francese: le persone scese in piazza sono state 800 mila secondo gli organizzatori, circa 550 mila secondo le forze dell’ordine. Sono numeri impressionanti, considerando gli oltre 1.000 luoghi di ritrovo nazionali e il fatto che la manifestazione non sia stata promossa né sostenuta unitariamente dalle organizzazioni intersindacali e interprofessionali, ma sia nata dall’iniziativa dei movimenti studenteschi, che da circa un mese denunciano le condizioni fatiscenti dell’istruzione pubblica francese. In ogni caso, stando in piazza a Parigi, che raccoglieva da sola oltre 110 mila persone, l’impressione che si aveva era di essere sommersi da una folla immensa e, soprattutto, giovane come non mai.
Questa è sicuramente la caratteristica principale degli ultimi tempi: se a livello di organizzazione autonoma tale mobilitazione viene paragonata (e appoggiata) al movimento dei gilets jaunes, quello che più stupisce è la pervicacia con cui essa viene portata avanti da un movimento studentesco nato nei quartieri poveri della periferia parigina e ormai esteso a tutta la Francia. E questa povertà è da tenere a mente nelle analisi che si stanno facendo senza interruzione sullo svolgimento e, soprattutto, sugli esiti della mobilitazione. Con il calare della sera, infatti, un’ondata di violenza stupefacente ha preso possesso di moltissime città, arrivando a oltrepassare il paragone con i famigerati sabati del 2018: a Limoges è stato appiccato il fuoco al municipio della città, a Bordeaux gruppi di rivoltosi hanno preso d’assalto la residenza della prefetta, a Lione hanno incendiato un ufficio del turismo, a Parigi l’intero centro della città era sottoposto a saccheggi e le forze dell’ordine totalmente sopraffatte.
Per contrastare il dilagare delle prediche sulla violenza che già imperversano sui quotidiani e sui canali di comunicazione istituzionale, e quindi a prescindere dal giudizio morale sull’accaduto, ritengo fondamentale condividere le riflessioni che ho potuto fare tramite l’osservazione diretta di tutto quello che è successo.
Casi recenti hanno dimostrato come le banche e i cittadini europei non siano al riparo da sanzioni secondarie emanate da altri Stati. Centrale per l’autonomia non è la moneta, ma i conti, le carte e i circuiti su cui viaggia. Qui passa la differenza fra avere l'euro e poterlo usare
L’anno scorso ho scritto che l’euro digitale era una questione di sovranità: se la moneta, nella sua forma digitale, sarebbe rimasta infrastruttura pubblica o sarebbe stata affidata a circuiti privati. Quel pezzo chiedeva chi avrebbe controllato il denaro digitale. Questo pone una domanda più difficile, perché gli ultimi dodici mesi hanno risposto alla prima in un modo che non mi aspettavo. L’Europa può possedere la propria moneta, può costruire i propri circuiti di pagamento, e può comunque vedere una banca europea congelare un conto europeo di martedì perché la settimana prima è stata pubblicata una lista a Washington.
Enrico Grazzini è giornalista economico, autore di saggi di economia, già consulente strategico di impresa. Collabora e ha collaborato per molti anni a diverse testate, tra cui il Corriere della Sera, MicroMega, il Fatto Quotidiano, Social Europe, le newsletter del Financial Times sulle comunicazioni, il Mondo, Prima Comunicazione. Come consulente aziendale ha operato con primarie società internazionali e nazionali.
Ha pubblicato con Fazi Editore "Il fallimento della Moneta. Banche, Debito e Crisi. Perché bisogna emettere una Moneta Pubblica libera dal debito" (2023). Ha curato ed è co-autore dell'eBook edito da MicroMega: “Per una moneta fiscale gratuita. Come uscire dall'austerità senza spaccare l'euro" ” , 2015. Ha scritto "Manifesto per la Democrazia Economica", Castelvecchi Editore, 2014; “Il bene di tutti. L'economia della condivisione per uscire dalla crisi”, Editori Riuniti, 2011; e “L'economia della conoscenza oltre il capitalismo". Codice Edizione, 2008
Salvatore Minolfi: Le origini della guerra russo-ucraina