Forum di San Pietroburgo. I dilemmi di Putin con l'area liberale interna
di Leonardo Sinigaglia
Il quadro militare
Sul fronte di Zaporizhya le forze armate del regime di Kiev continuano a subire perdite ingenti senza riuscire ad ottenere risultati significativi. Un paio di piccoli villaggi ridotti in macerie sono tutto quello che in quasi due settimane il più grande esercito d’Europa è riuscito a strappare alla difesa russa, senza con questo riuscire nemmeno arrivare alla prima linea di difesa, dovendosi accontentare di assalti suicidi contro le postazioni più avanzate.
Ma se nella realtà la fantomatica “controffensiva” stenta a prendere piede, sui media occidentali continuano ad essere cantate le pretese “vittorie” delle milizie ucraine, anche se, è bene notarlo, con ben più fatica e imbarazzo che in passato. Proprio venerdì il Guardian ha citato le parole del viceministro della difesa del regime, Hanna Malyar, che è arrivata a dichiarare come i combattimenti si stiano spostando “in direzione di Mariupol”, anche se questa è diverse decine di chilometri lontano dalle zone di combattimento!
Sempre venerdì a Kiev si è recata la delegazione africana, intenzionata a favorire l’avvio di un percorso negoziale che possa salvare la vita di centinaia di migliaia di persone. Zelensky ha sfruttato l’occasione per ribadire la sua contrarietà a qualsiasi trattativa, e ha cercato di ottenere l’ennesima “vittoria” propagandistica: è stata diffusa l’informazione di un preteso “bombardamento russo”, dipinto come affronto di Mosca ai paesi africani. Ma gli stessi delegati di questi hanno chiamato il bluff: non si sono sentite né sirene né esplosioni, le informazioni diffuse dai media del regime sono false e strumentali.
Il quadro economico
Se il fronte militare e quello informativo continuano ad essere attivi, non bisogna sottovalutare però quello economico, che, almeno attualmente, coinvolge la Federazione Russa ad una magnitudo forse anche maggiore rispetto a quella della guerra guerreggiata. E questi giorni sono stati carichi d’importanza anche sotto quest’aspetto. Al Forum Economico Internazionale di San Pietroburgo il presidente Putin ha ribadito come l’economia russa non solo abbia resistito pienamente alla più feroce campagna sanzionatoria della Storia, ma stia recuperando celermente il terreno perduto e, soprattutto, stia approfittando della fuga dei capitali occidentali per aumentare l’autonomia produttiva e gli spazi d’azione della borghesia russa.
“L’intrinsecamente brutto ordine internazionale neocoloniale è giunto al termine. Al contrario, sta sorgendo un ordine mondiale multipolare” ha correttamente notato Putin, forte nella sua dichiarazione tanto dall’avanzare dei processi di dedollarizzazione, quanto dall’efficacia dell’azione diplomatica “extra-occidentale” in Asia, Africa e Sud America. Ma questo processo di costruzione di un mondo “multipolare”, contro ogni semplicistica idealizzazione mostra ovviamente delle contraddizioni, che esplodono anche all’interno della stessa Russia. Perché se è chiaro che l’aggressione occidentale abbia spinto la Federazione su un binario divergente rispetto a quello del Miliardo d’Oro, non bisogna dimenticare come siano esistite e continuino ad esistere potenti forze politiche e sociali all’interno del paese che si sono trovate costrette ad una competizione non voluta, e che compongono un “partito della pace” interessato unicamente a concludere le ostilità al più presto per riprendere gli affari. Dalla guerra questi settori della grande borghesia russa sperano unicamente di vedere ridefiniti i rapporti di forza con i concorrenti occidentali. La loro è una mera illusione: è anche per annientare la proiezione europea del capitalismo russo che gli USA hanno iniziato l’espansione atlantica verso Est, e la guerra sotterranea contro la Germania serve da indicatore di quanto siano saldi nei loro propositi e sordi a qualsiasi ipotesi di mediazione.
Il sistema creato da Putin ha invertito per molti aspetti la rotta presa da Eltsin, ma non si propone certo come negazione integrale di questo. L’oligarchia nata dalla fase delle terribili privatizzazioni di Gorbaciov e Eltsin non è stata, nella maggioranza dei casi, eliminata, ma sottomessa. Questa è stata espulsa dai processi amministrativi e politici, e neutralizzata con la concessione di una rendita che in qualche maniera la fidelizza nei confronti del potere centrale.
Nonostante a livello formale si sia sempre perseguita un’evoluzione verso l’economia di mercato, all’atto pratico lo Stato federale e i vari elementi costitutivi di questo hanno aumentato la propria presenza in economia, con forme di proprietà mista dove il ruolo dello Stato è importante quando non determinante, e che si si fonda soprattutto sull’egemonia della Banca Centrale statale sul sistema creditizio. Questo sistema è stato passivamente accettato da gran parte dell’alta borghesia russa, che ha accantonato qualsiasi funzione dirigenziale e amministrativa nell’ambito dei processi di produzione per dedicarsi esclusivamente ad un’esistenza parassitaria da rentier, dovendo in cambio garantire unicamente la propria tranquilla indifferenza alla dimensione politica e un formale patriottismo.
Ciononostante, un’ala liberale militante e aggressiva è sempre esistita, e ha condizionato in maniera non indifferente la condotta politica della Federazione. Il sistema di potere di Putin si è da sempre fondato su un delicato equilibrio tra fazioni potenzialmente antagonistiche: la grande borghesia privata e le imprese di Stato, i servizi di di sicurezza e militari (i cosiddetti “siloviki”) e l’amministrazione civile liberale (i “civiliki”, rappresentati da Medvedev), e attorno a tutto ciò le grandi masse popolari russe, tendenzialmente favorevoli all’eredità sovietica, fiduciose nei confronti di Putin ma capaci di animare un’opposizione agguerrita, per quanto minoritaria, rappresentata dal Partito Comunista della Federazione Russa e da altri partiti minori, che rischiarono negli Anni ‘90 di “soffiare” a Eltsin la presidenza del paese.
Ciò ha portato ad una Russia altalenante, che non ha mai rinunciato ad una dimensione eurasiatica ma che, allo stesso tempo, ha coltivato tra fine ‘90 e 2014 un certo “corteggiamento” con l’Occidente. Gli anni del G8 sono però finiti, abbattuti dalla crisi del sistema capitalista del 2008 che ha reso più che mai urgente l’avvio di una campagna d’espansione imperialistica degli Stati Uniti, che, nel loro ruolo di egemone, hanno condotto una violenta espansione verso Est culminata nel golpe in Ucraina del 2014. Fallito l’inserimento nel mondo occidentale, i rapporti di forza in seno alla compagine politica russa piegarono inesorabilmente verso la fazione più “asiatica” e orientata al mercato interno.
Il Forum di San Pietroburgo
Questa complessità è ben riscontrabile al Forum di San Pietroburgo.
La vittoria contro l’impeto sanzionatorio occupa uno spazio significativo del discorso di Putin, ma la fase di stabilizzazione non sembra cedere concretamente il passaggio a quella di un nuovo sviluppo. In questo senso le proiezioni macroeconomiche, al di là del contenimento dell’inflazione, risultano assai vaghe, se non assenti. Giustamente sono stati ricordati importanti progetti internazionali come il corridoio Nord-Sud, ma questo “Forum Economico Internazionale” ha dato una magra impressione in fatto di nuovi progetti economici di portata internazionale. Dato importante rimane però l’attenzione riversata verso le campagne d’eradicazione della povertà e l’incremento dei redditi reali, sintomo di una “svolta a sinistra” che preme in certe frange di Russia Unita e che, in date condizioni, potrebbe caratterizzare gli anni a venire del partito.
Gli interventi successivi a quello del presidente hanno dato invece prova di come la componente liberale, per quanto in difficoltà, sia ancora molto forte.
Anton Siluanov, ministro dell’economia, ha espresso il bisogno di ridurre l’impegno dello Stato a favore delle aziende pubbliche efficienti, anche come misura di contenimento all’inflazione. Perfettamente concorde il consigliere della presidenza Maxim Oreshkin ed Elvira Nabiullina, presidente della Banca Centrale, che vede come un “rischio” il ritorno all’economia pianificata, da evitare assolutamente a favore della potestà del settore privato nell’allocazione delle risorse. La Nabiullina ha sostenuto poi come sia necessario un nuovo ciclo di privatizzazioni, posizione fatta propria anche dal ministro per lo sviluppo economico Maxim Reshetnikov[1].
Si tratta ovviamente di parole, peraltro non nuove, e che stridono con il corso reale degli eventi che vede nella realtà una crescente centralità dello Stato nell’economia, per quanto anche in forme mascherate e indirette.
I dilemmi di Putin
Putin vive una contraddizione profonda e di difficile gestione: da un lato svolte “ufficiali” in campo economico getterebbero l’alta borghesia russa tra le braccia di un Occidente assolutamente interessato a indebolire il campo avverso; dall’altro il crescente scontro con il blocco atlantista necessita, e necessiterà sempre più, di una mobilitazione integrale delle risorse politiche, economiche, culturali e sociali della Russia. Ciò è incompatibile con la proiezione storica e geopolitica del liberalismo russo, che, come notato correttamente da Aleksandr Dugin nel marzo scorso, da ventitré anni cerca di convincere in ogni modo come sia indispensabile per la Russia l’integrazione nel sistema ideologico e di potere occidentale[2]. Putin ha quindi l’esigenza di “coccolare” l’alta borghesia russa, di lottare, per esempio, contro i sequestri delle sue proprietà in Occidente, di rassicurare sulla continuazione di rendite e parassitismo, ma dall’altra parte ha anche la necessità impellente di dare nuovo slancio al settore manifatturiero russo, di avviare un completo progetto di sviluppo tecnologico e di ampliamento e ammodernamento delle forze armate.
Gli interlocutori obbligati per tali prospettive sono sicuramente una parte, quella più patriottica e dinamica della borghesia russa, ma anche le forze armate, esclusi i già condannati “generali da parata”, ma soprattutto le forze progressiste e popolari. Mentre capitalisti e affaristi cercano in ogni modo di “tirare il freno a mano”, di ostacolare lo sforzo bellico a favore dell’impossibile prospettiva del compromesso con l’Occidente, la stragrande maggioranza del popolo russo chiede che venga incrementata la capacità di resistenza nazionale all’aggressione atlantica. In ciò primeggiano le forze del KPRF e Russia Giusta, entrambe entrate anche in certi rapporti con Prigozhin, espressione di quella frangia militarista totalmente ostile ad ogni politica di concessioni e distensione.
Putin sempre di più sarà chiamato a sostenere il campo patriottico, nazionale e popolare e a neutralizzare, in maniera accorta, la fazione liberale, pena il collasso dell’intero sistema russo e una seria possibilità di disgregazione del paese, come progettato dall’elite occidentale.









































Comments
La federazione russa non e' un posto piccolo, non e' un posto ininfluente non e' un posto povero di beni primari e ...non e' un posto densamente popolato.
Quindi una preda appetibile che si difende con notevoli capacita' di produzione bellica (autarchica, visto che ha in casa tutto quello che le serve a differenza di Borrell che lamenta materie prime carenti in europa).
Perche' questa premessa di luoghi comuni ? perche' dalle (poche) idee che mi sono fatto molto del movimento interno alla Russia dipende dalla distensione o dall'attacco esterno ai loro confini.
Basta vedere come oggi davanti alla ridicola minaccia dei wagneriti tutti ( dagli ortodossi ai comunisti a kadirov ecc) abbiano fatto fronte comune, si suppone che siano referenti di larga parte della popolazione russa. Vista la storia russa e il lascito in istruzione/preparazione/strumenti che hanno ereditato dall'urss credo che i russi siano abbastanza scafati da capire che, se costretti, possono (loro si, noi no) vivere in autarchia.
Se non costretti possono commerciare da est a ovest senza problemi. Si chiude l'europa? si commercia con la Cina e con tutta l'asia. Power of siberia 1 e 2 sono esempi concreti che si trascinano dietro una serie di commerci tanti e tali da far felice lo stato (la parte di economia che controlla) e tutti gli oligarchi che perdono il bottino in dollari, ma presto lo avranno in rubli, yuan o altra moneta.
Certo sarebbe meglio se dell'economia russa (delle sue potenzialita') godessero tutti i russi e in modo equo, ma di qualsiasi economia si tratti se la Russia resta unita le possibilita' di vivere dignitosamente prevalgono.
I russi di questo sono consapevoli? a me sembra di si, tolti alcuni eccentrici o venduti (ci sono sempre) direi che lo sanno da sempre.
In merito a una invasione che si sarebbe potuta evitare con trattati di neutralita' ucraina, che dire?
gli ucraini anziche' mediare (e avrebbero potuto ottenere moltissimo dichiarandosi neutrali anziche' aspiranti suicidi Nato) hanno deciso di diventare gli esecutori di progetti Nato.
Purtroppo le guerre richiedono, uomini, armi finanze.
In questi giorni Borrell ha detto ufficialmente che l'europa vorrebbe produrre munizioni e armi ... ma mancano le materie prime ...
Nel giardino occidentale di Borrell ci accorgiamo che a furia di sanzioni (non solo alla russia) qualcosa sta andando storto a livello di materie prime e commerci ... ma va?
Da questi limiti dei finanziatori dell'ex comico discendono degli sviluppi prossimi venturi ... ma non voglio tediare, anche perche' tra ieri e oggi ho perso la sfera di cristallo.
Saluti