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resistenze1

La Russia di Putin nella politica internazionale

di Spartaco Puttini

cremlinoNell’ultimo periodo i mezzi di comunicazione hanno posto l’opinione pubblica di fronte al tormentone del presunto “ritorno alla guerra fredda” tra l’Occidente e la Russia.
 
Non si intende qui alludere al ritorno dei toni russofobi sui media nostrani, come avvenne durante il periodo della competizione tra i due blocchi, (elemento comunque sempre più presente sui giornali di qualsivoglia orientamento politico e che meriterebbe una trattazione a parte) quanto della presa d’atto di uno stato di deterioramento nelle relazioni tra Washington e Mosca che produce evidenti ripercussioni sull’Europa.
Il fattore scatenante tale presa di coscienza è consistito nelle reazioni russe all’annuncio americano del dislocamento di un sistema antimissile USA in Europa orientale, ma in realtà le tensioni tra le due Potenze covavano da tempo e si sono andate accumulando sulle più varie questioni.
 
La visione idilliaca della “fine della storia” e la concezione no-global della presunta “cupola” delle Grandi Potenze, che dalle stanze del G8 domina il mondo con un’assonanza perfetta da far impallidire persino la Santa Alleanza del Congresso di Vienna del 1815, devono lasciare malamente
il posto alla realtà di un antagonismo che sarà assai difficile da risolvere nel decennio a venire.


 
Probabilmente tra qualche tempo, quando avremo definitivamente smaltito la sbornia successiva alla caduta del Muro di Berlino, sarà necessario interrogarsi sul significato profondo delle fasi attraversate dalle relazioni internazionali dal 1991 ai giorni nostri per tornare con maggiore lucidità, e con più elementi, su cliché interpretativi troppo spesso accettati con noncuranza.
 
Senza entrare nel merito dei significati che può avere il termine “globalizzazione” con la fase che sottende vorrei avanzare un’ipotesi interpretativa, come prospettiva di ricerca per la comprensione del presente: a ben guardare, da un certo punto di vista, la guerra fredda non è mai finita.
 
Meglio sarebbe dire che è finito lo scontro di sistema “socialismo-capitalismo” tra due blocchi che era proprio dell’epoca bipolare (e questo segna un’indubbia discontinuità) mentre non è cessata la sostanziale divergenza strategica tra Washington e Mosca alimentata dalla ostilità, per certi versi tradizionale, delle potenze anglosassoni nei confronti della Russia (ed in questo risiede la sostanziale continuità con la fase della guerra fredda).
 
La continuità è del resto sottolineata dalla strategia (fortemente anti-russa) che gli Stati Uniti stanno perseguendo per imporre al resto del mondo un ordine unipolare, vale a dire per garantirsi l’egemonia mondiale e chiudere la partita con i loro principali antagonisti. A voler sintetizzare, con tutte le possibili forzature del caso, questa strategia di dominio sta tutta in una sigla: P.N.A.C. (Project for a New American Century), il progetto per un nuovo secolo americano.

 

- La sfida americana
 
Già all’epoca della prima guerra del Golfo, quando l’Unione Sovietica non si era ancora dissolta, l’allora presidente americano Bush chiarì l’intenzione degli Usa ad ergersi a potenza egemone formulando il tetro slogan del Nuovo Ordine Mondiale.
 
Successivamente sarebbe stato l’ex consigliere per la sicurezza nazionale di Jimmy Carter, Zbigniew Brzezinski, a fornire con la sua opera (La Grande Scacchiera) una guida strategica per affermare il dominio planetario “a pieno spettro” degli USA nel XXI° secolo.
 
Secondo Brzezinski il terreno principale della partita per la supremazia mondiale sarà l’Eurasia (la grande scacchiera appunto), vale a dire il continente che nei secoli precedenti ha generato dalle sue viscere i più grandi imperi della Terra. Ancora oggi è il continente eurasiatico ad ospitare le Potenze che possono essere antagoniste all’egemonia Usa sul pianeta ed a racchiudere le più grandi ricchezze del mondo, tanto dal punto di vista delle risorse quanto dal punto di vista delle economie più sviluppate. “La capacità degli Stati Uniti di esercitare un’effettiva supremazia mondiale dipenderà pertanto dal modo in cui sapranno affrontare i complessi equilibri di forza nell’Eurasia, scongiurando soprattutto l’emergere di una potenza [o di una coalizione di potenze] predominante e antagonista in questa regione”
[1].
 
A tal fine Brzezinski aveva identificato sia i possibili avversari che i territori cruciali da controllare onde poter influenzare e tenere a bada i competitors strategici dell’America. Non si può fare a meno di sottolineare il ruolo importante dedicato alla Russia in questo studio così come il fatto che gli spazi della scacchiera che è interesse degli Usa controllare sono l’Ucraina, l’Azerbaigian e l’Asia centrale allo scopo evidente di contenere-assediare la Russia isolandola dagli altri potenziali giocatori della partita (come l’Europa e la Cina) e di tagliarla fuori dalla regione cardine dell’Asia centrale, di cui venivano già sottolineate ampiamente le enormi ricchezze energetiche. Altra notazione importante riguardava la definizione della porzione di territorio che abbraccia Medio oriente ed Asia centrale (la mezza luna dei paesi islamici) come area critica da controllare. Alla luce dei fatti degli ultimi anni si può notare come la Casa Bianca, al di là delle ragioni vere, presunte o di facciata dei suoi interventi in giro per il mondo, stia perseguendo freddamente una lucida strategia di dominio globale.
 
E’ da notare che persino negli anni ’90, in un momento di acuta crisi per la Russia, alcuni dei circoli più aggressivi e determinati degli Stati Uniti vedessero in questo paese eurasiatico un ostacolo alla loro supremazia. Da allora gli avvenimenti si sono sviluppati in modo assai preoccupante per Washington soprattutto perché con la presidenza Putin l’Orso russo è uscito dal letargo ed ha dimostrato una volta di più di avere una grande capacità di ripresa nonostante le devastazioni prodotte dalla restaurazione capitalistica e dal saccheggio operato dalle oligarchie liberali.
 
La divergenza strategica che intercorre tra Washington e Mosca è attualmente insita nella situazione concreta e quindi di difficile soluzione, a meno che una delle due parti non rinunci a svolgere una politica coerente coi propri interessi o con le proprie mire. E’ ovvio che nel momento in cui gli Usa tentano una penetrazione in profondità nella massa continentale eurasiatica si pongono in relazione antagonistica con la Russia che di questo continente rappresenta il paese perno, sia per la sua posizione a cavallo tra la porzione europea e quella asiatica del continente, sia per le risorse (umane e materiali) che può dispiegare per arginare la conquista americana e favorire la cooperazione-integrazione tra le varie nazioni del nostro continente. Alla fine dell’Ottocento fu l’Inghilterra vittoriana ad elaborare una politica anti-russa che aveva i suoi epicentri nella questione d’Oriente (per chiudere agli zar l’accesso agli Stretti turchi) e nel Grande Gioco (per disputarsi l’Asia centrale con le carovaniere della via della seta e l’accesso al subcontinente indiano), all’inizio del nuovo secolo sono gli Stati Uniti a puntare su una ben più ambiziosa politica egemonica.
 
L’arrivo al potere dei neocons a Washington ha apportato alcune correzioni ai piani di Brzezinski ma non ha modificato nelle sue linee portanti la strategia per vincere la partita sulla grande scacchiera. In una fase in cui i circoli di potere americani hanno una percezione netta del declino del loro impero e dell’ascesa di alcuni dei loro antagonisti la politica Usa è divenuta ancor più aggressiva. In modo particolare due sembrano gli elementi chiave sui quali punta l’Amministrazione Bush-Cheney:
 
1) garantirsi il monopolio pressoché assoluto delle fonti energetiche più importanti
 
2) ricercare una superiorità totale nel campo delle armi strategiche e utilizzare la forza militare come carta risolutiva cui ricorrere per la conquista degli obiettivi fissati per la partita eurasiatica.
 
Cercheremo pertanto di valutare la rivalità Usa-Russia soprattutto su questi due aspetti anche se lo scontro si sostanzia di manovre ben più complesse e articolate.
 
Dal primo punto di vista, quello dell’aspetto energetico, occorre fare una notazione preliminare: presumibilmente gli Stati Uniti cercano il controllo diretto delle principali fonti di energia non tanto e non solo per rifocillare la loro assetata, ancorché declinante, economia. Fino a qualche anno fa era il NAFTA a fornire agli Usa buona parte del petrolio di cui abbisognavano. La questione energetica non deve pertanto essere letta da un punto di vista “economicistico” quanto da un punto di vista più complessivamente “strategico”: data la situazione Washington cerca di accaparrarsi le principali riserve di oro nero in un mondo in cui la sete di energia cresce vertiginosamente soprattutto allo scopo di riservarsi un grosso potere ricattatorio nei confronti delle altre potenze e di poter definire in base al suo proprio ed assoluto interesse chi possa crescere economicamente e chi non potrà farlo, quali popolazioni potranno svilupparsi e quali invece andranno fortemente e brutalmente ridimensionate. Si tratterebbe dunque di un progetto fortemente eversivo della sovranità delle nazioni e, una volta di più, in chiara collisione con lo spirito delle Nazioni Unite.
 
Tutte le guerre che gli Usa, con una motivazione o con l’altra, hanno scatenato dal 2001 ad oggi (ma probabilmente nella lista può essere inserita anche l’aggressione alla Jugoslavia del 1999) trovano il loro significato in questa strategia di dominio a pieno spettro, sia che si tratti di occupare territori ricchi di idrocarburi (come l’Iraq), sia che si tratti di occupare zone cruciali per il passaggio di oleodotti (come l’Afghanistan) allo scopo di tagliare fuori da queste rotte vitali i concorrenti dell’America (in primis nello specifico proprio la Russia ma anche l’Iran), sia che si tratti di conquistare aree di tangenza e collegamento tra i potenziali antagonisti (come avvenne con la Jugoslavia ed in generale con la conquista “politica” dell’Europa orientale per tenere i russi fuori dall’Europa, per garantire agli Usa di restare dentro l’Europa e, ben inteso, per tenere l’Europa stessa sotto l’America).
 
Come ha notato il giornalista americano William Engdahl ci troveremmo di fronte ad un chiaro tentativo di “conquista del diretto controllo energetico globale”
[2]. Cheney, nota Engdahl, “è forse la persona ideale per cucire assieme la politica bellica statunitense e quella energetica in una coerente strategia di dominio”[3] essendo ampiamente a contatto con gli ambienti delle “Quattro Sorelle” del petrolio e con i vertici del complesso militare-industriale americano ed essendo grande conoscitore di entrambi questi mondi; la Halliburton, ex compagnia di Cheney, è al tempo stesso la più grande compagnia di servizi di esplorazione geofisica e una delle più grandi costruttrici di basi militari del mondo.
 
Le enormi ricchezze energetiche della Russia rappresentano di per sé un grosso ostacolo per il concretizzarsi delle speranze americane. A meno che la Russia non venga fatta a pezzettini (a partire dalla problematica Cecenia) e neutralizzata dall’interno grazie alle opportune quinte colonne legate alla finanza internazionale (anglo-americana) e votate al credo del capitalismo compradoro più rapace.
 
Dal punto di vista militare l’ambizione americana non è certo inferiore. L’Amministrazione Bush ha rigettato importanti trattati sul disarmo dell’era bipolare (tra cui quello sul sistema Anti-missili balistici ABM) con il chiaro proposito di costruire uno scudo stellare al fine di immunizzare l’America da qualsiasi possibile ritorsione atomica. Secondo la “strategia per la sicurezza nazionale” Usa lo scudo stellare non deve essere concepito come uno strumento difensivo sé stante ma come elemento prezioso nel quadro di un contesto offensivo, come nota candidamente la rivista Foreign Affairs[4]. Lo scenario apocalittico sarebbe quello di uno scontro tra giganti in cui Washington vorrebbe essere in condizioni di lanciare un primo strike contro Russia e Cina per ridurre al minimo la loro possibile rappresaglia e neutralizzarla grazie allo scudo. Come sempre la posta è squisitamente politica: l’arma atomica è efficace finché si minaccia di utilizzarla ma la reciproca dissuasione garantita dagli arsenali “deterrenti” delle altre Potenze impedisce di ottenere tutto quanto si desidera semplicemente agitando la “clava”, a questo punto disporre della possibilità di neutralizzare un attacco nucleare può ristabilire una arbitraria e pericolosissima supremazia. Che gli Usa cerchino di raggiungere la supremazia militare globale è del resto dimostrato dalle loro vertiginose spese militari nonché dalla quantità di aggressioni che hanno lanciato negli ultimi anni. Nell’esercizio 2007 gli stanziamenti per la difesa si sono attestati ben al di sopra di 600 miliardi USD (l’”aggressivo” orso russo è fermo a 47!), le basi Usa fuori dal loro emisfero sono più di 700 mentre la loro imponente forza aeronavale meriterebbe una trattazione a parte.
 
Guerre di conquista, promozione di “golpe mediatici colorati” in quello che i russi chiamano “estero vicino” allo scopo di allargare sempre più la NATO verso i confini della Russia, progetti di costruzione di oleodotti per scavalcare Mosca, rigetto dei trattati sui quali era stata avviata la distensione tra i due blocchi, conclamato obiettivo di instaurare un ordine unipolare nel mondo, infine, installazione di un sistema anti-missile in Europa: queste azioni degli Stati Uniti sono apparse al Cremlino tappe che seguono una logica processuale ben definita e ostile. Come se non bastasse alle richieste russe di chiarimenti in merito alle finalità dell’ABM in Polonia,Washington ha risposto agitando lo spauracchio di missili iraniani ad oggi inesistenti. Parlando “con lingua biforcuta” Bush non poteva essere più chiaro sulle sue reali intenzioni di colpire la Russia data l’assoluta inconsistenza delle scuse dietro cui si è nascosto. Anche se l’obiettivo di distruggere la Russia non può essere certo ammesso sfacciatamente la Casa Bianca ha forse commesso uno dei suoi errori più gravi trattando un capo di Stato sicuramente ben informato alla stregua delle smarrite e credulone opinioni pubbliche occidentali.

 

- La svolta di Putin e la questione energetica
 
Con l’arrivo al potere di Putin la Russia ha progressivamente reagito alle sfide imposte dalla situazione concreta. La prima mossa che Putin ha dovuto compiere è consistita nella restaurazione dell’autorità dello stato russo tanto nei confronti degli oligarchi che delle regioni della Federazione che avevano ottenuto dalla precedente gestione ampie e difficilmente circoscrivibili autonomie. Autonomie pericolose nel momento in cui si sostanziavano come nicchie di interesse di clientele difficilmente affidabili e come elementi di fragilità per la coesione di una Russia che molti oltreatlantico avrebbero voluto vedere a pezzi e già alle prese con il dramma ceceno (forse alimentato anche dall’esterno)
[5]. Esemplare dell’insidiosità delle quinte colonne che Putin ha dovuto affrontare è il caso Khodorkovskij. A quanto pare poco prima del suo arresto Khodorkovskij ebbe incontri di alto livello con il vicepresidente americano Cheney per cedere una fetta consistente della Yukos alla ExxonMobil ed alla Chevron-Texaco con le conseguenze che è facile immaginare. Ma il progetto del potente oligarca non si fermava a questo, il pericolo per la Russia era ingigantito dal fatto che la Yukos aveva formulato un’offerta per l’acquisto di un altro gigante russo degli idrocarburi, la Sibneft, di un certo Boris Berezovskij (oggi in esilio dorato a Londra). Il “matrimonio” con le majors avrebbe garantito al losco miliardario russo lo scudo necessario dietro cui costruire la sua crescente influenza politica volta a smantellare la legge sugli idrocarburi che lascia alla compagnia statale Gazprom il monopolio nella gestione della fondamentale rete di oleodotti russi estesa per oltre 150 mila km all’interno dell’immenso territorio della Federazione, un gioiello che fa gola quanto gli idrocarburi stessi. Era un progetto per svuotare la Russia della sua sovranità energetica e per metterla al tappeto: “Cheney lo sapeva, Bush lo sapeva, Khodorkovskij lo sapeva. Ma soprattutto lo sapeva Putin, e si mosse in maniera decisa per bloccarlo”[6]. L’arresto per frode fiscale del pericoloso oligarca, avvenuta nel 2003, ha lasciato la Russia padrona di sé stessa e le ha garantito di poter giocare la grossa carta delle sue ricchezze energetiche per tessere la rete di relazioni e cooperazioni necessarie a costruire un fronte di resistenza all’attacco anglo-americano al potere mondiale.
 
Il tassello indubbiamente più importante della dinamica politica estera di Mosca è costituito dall’intesa sempre più stretta con Pechino. Negli ultimi anni Cina e Russia hanno incrementato sempre più la loro cooperazione, ad ogni livello ed in ogni campo. Non si tratta solamente di scambi commerciali in vertiginosa crescita, l’intesa tra i due giganti pare avere un afflato ben più ambizioso e cosciente dei pericoli che si annidano nell’attuale vita internazionale. I due paesi sono del resto complementari da molti punti vista: Pechino ha bisogno delle materie prime che Mosca può fornire come delle tecnologie avanzate in campo militare che le sono interdette dalle altre Potenze. La Cina dispone di preziosi capitali che possono puntellare la politica moscovita
[7], come avvenne in occasione del già citato affaire Khodorhovskij (quando i capitali cinesi vennero in aiuto di Putin e dell’azienda Yukos). La cosa più importante è che i due giganti condividono una visione dell’ordine mondiale basata sul riconoscimento della sovranità nazionale e dell’equilibrio multipolare in chiaro contrasto con la visione unipolare ed “universalista” di Washington. I due paesi hanno inoltre tenuto imponenti e significative manovre militari congiunte per la prima volta nella loro storia. Mosca e Pechino sembrano convergere su tutte le principali questioni “calde” della scena internazionale (dalla Corea al nucleare iraniano, dalla sfida spaziale all’intesa con l’India, dalla cooperazione scientifica agli accordi per costruire insieme uno spazio comune di stabilità e cooperazione in Asia Centrale).
 
Il riaccendersi della rivalità tra le Potenze per guadagnarsi le risorse dell’Asia centrale post-sovietica costituisce uno dei terreni principali su cui si può misurare l’intesa russo-cinese. Il tentativo americano di legare a sé molti di quei paesi tramite l’influenza economica, con i progetti di costruzione di oleodotti su rotte che tagliassero fuori la Russia, l’Iran e la Cina, o tramite l’influenza politica (con il sostegno dato ai vari leaders del dopo-Urss) ha avuto inizio ben prima dell’11 settembre. Mosca e Pechino hanno risposto coinvolgendo alcuni dei paesi della regione nell’Organizzazione per la Cooperazione di Shangaj (OCS) al fine di coordinare con questi le politiche inerenti sviluppo, sicurezza, crescita economica.
 
 Dopo l’11 settembre ed a seguito dell’attacco di Bush all’Afghanistan l’America aveva avuto modo di dare una sterzata alla partita disseminando l’Asia centrale di basi militari, sicuro puntello della sua presenza in quella scacchiera.
 
L’OCS ha tuttavia continuato il suo percorso di crescente collaborazione tra gli stati membri (Russia, Cina, Kazakistan, Tagikistan, Kirghisia ed Uzbekistan) ed ha anzi allargato la sua area ad una serie di importantissimi attori regionali che sono entrati nel patto come osservatori (Iran, India, Pakistan e Mongolia). Questo organismo di cooperazione spazia oggi in tutti i settori strategici e pare allargarsi a macchia d’olio sulla parte orientale della grande scacchiera. L’aspetto più significativo della vicenda emerge analizzando la questione tramite il prisma della conflittuale relazione russo-americana. Tutti i paesi dell’Asia centrale si sono riavvicinati politicamente alla Russia di Putin prendendo in alcuni casi clamorosamente le distanze dagli Stati Uniti; il caso dell’Uzbekistan è da questo punto di vista particolarmente significativo. Questo paese era forse quello che più si era avvicinato a Washington in precedenza, eppure nel pieno del tentativo Usa di penetrare in profondità nella regione ha scaricato Bush cacciando i consiglieri americani, ha chiuso la base Usa sul proprio territorio ed ha riavviato la cooperazione militare con Mosca. La stessa partita degli oleodotti ha preso tutt’altra piega: ai tracciati nord-sud preconizzati dalla Casa Bianca sono subentrati progetti di costruzione di fitte reti di trasporto energetico lungo l’asse ovest-est. Sono addirittura ad un livello avanzato colloqui per la costruzione di un oleodotto che dall’Iran dovrebbe rifornire l’India passando per il Pakistan! Quanto alle basi militari USA, come già accennato, hanno dovuto in gran parte chiudere i loro battenti. E’ soprattutto per questi aspetti complessivi che l’avventura afghana si sta rivelando ingrata per Bush e Cheney; in principio essa avrebbe dovuto fornire la testa di ponte tramite cui infiltrarsi nel cuore dell’Eurasia per assediare la Russia mentre oggi è lo stesso contingente americano a ritrovarsi isolato in un paese che non può più rispondere alle attese segretamente riposte dai neocons. L’unico tassello che restava alla politica americana in Asia centrale era rappresentato dal Turkmenistan, ma anche questo puntello è stato profondamente scosso dalle conseguenze politiche derivate dalla morte del capo dello stato turkmeno Njazov. La morte di questo padre-padrone del paese deve aver riaperto, nel nuovo clima prodottosi nella regione, un dibattito nell’élite turkmena. I risultati di tale svolta non sono ancora chiari ma è significativo che ore il Turkmenistan abbia firmato un importante contratto per la fornitura di gas alla Cina e sia giunto ad importanti accordi con la Russia; come ha notato Minoretti “l’accordo firmato ad Astana da Russia, Kazakistan e Turkmenistan di fatto concede a Gazprom il quasi monopolio sull’esportazione di gas e greggio dall’Asia centrale. Ciò compromette il progetto che prevedeva il prolungamento del BTC [oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyan sponsorizzato dagli Usa] (per bypassare la Russia) e aumenta la dipendenza energetica dei mercati occidentali dalla volontà di Mosca. […] La nuova pipeline dovrebbe trasportare circa 10 miliardi di metri cubi di gas all’anno verso la Russia a partire dal 2009-10. La sua capacità dovrebbe essere potenziata a 20 miliardi di metri cubi all’anno dal 2012 e 30 miliardi dal 2017. Si prevede inoltre l’impegno del Turkmenistan a rifornire la Russia con il proprio gas fino al 2028”
[8]. La conseguenza è evidente: “Per gli USA la serie di accordi è un grave insuccesso. le compagnie statunitensi hanno investito parecchio nello sfruttamento dei giacimenti ma non possono in alcun modo partecipare al processo di esportazione, a vantaggio esclusivo della Russia. Inoltre, rischiano che gli idrocarburi che hanno aiutato ad estrarre vadano a soddisfare la domanda cinese”[9].
 
Dal punto di vista della sfida energetica va inoltre ricordato che la Russia possiede le più grandi riserve di gas naturale del pianeta e che gli attuali, elevati, prezzi dei combustibili consentono a Mosca di iniziare la prospezione e lo sfruttamento del sottosuolo anche in regioni remote, dove un tempo era considerato antieconomico iniziare tali attività. La partita degli oleodotti non è tuttavia conclusa, si è piuttosto spostata verso il settore del Mar Nero dove l’America ha messo a segno l’indubitabile successo della costruzione della pipe-line Baku-Tiblisi-Ceyan (BTC). L’Azerbaidjan e la Georgia sembrano allo stato attuale delle cose due dei più fedeli satelliti di Washington nella regione, come dimostrano anche le recenti tensioni tra Tiblisi e Mosca.
 
Putin ha tuttavia apprestato delle contromisure, tanto sul fronte Caucaso-Mar Nero quanto lungo la frontiera con gli stati baltici e l’Ucraina (dove passano vitali collegamenti energetici tra la Russia e l’Europa e dove recentemente si sono verificate preoccupanti frizioni).
 
Il Cremlino ha varato una serie di progetti, molti dei quali già in essere, per scavalcare i paesi dai quali transitano gli oleodotti ed i metanodotti diretti verso i partner europei. Alcuni dei paesi che si trovano sulle direttrici di transito hanno sviluppato negli ultimi anni una serie di politiche che li hanno avvicinati agli Usa e li hanno allontanati dalla Russia; spesso hanno adottato una politica chiaramente ostile nei confronti di Mosca. Il caso più eclatante è stato forse quello dell’Estonia, dove il regime al potere ha smantellato il “monumento al soldato liberatore” dell’Armata Rossa ed ha intrapreso una politica di preoccupante e strumentale rivisitazione “storica” per riabilitare il fascismo e vessare la minoranza russa e l’opposizione democratica (fatte oggetto di una pesante repressione restata impunita). Dietro la protezione che viene all’Estonia dall’adesione alla Nato (sponsorizzata da Washington) Tallin ha potuto chiedere l’appoggio dell’Unione europea di fronte alle grida di sdegno che si sono sollevate nell’opinione pubblica russa come negli ambienti politici più disparati. Il progetto russo di costruire un gasdotto nordeuropeo per trasportare il prezioso bene dalla Russia alla Germania passando sotto il Baltico ed evitando cautamente di transitare dall’Estonia ha ricevuto così un’ulteriore spinta ed è divenuto per Putin una priorità
[10].
 
Analogamente a sud la Russia ha varato, in accordo con la Bulgaria e la Grecia, la costruzione di una pipe-line di circa 300 km tra Burgas ed Alexandropolis al fine di collegare li Mar Nero all’Egeo ed evitare accuratamente gli stretti turchi; questo progetto permetterebbe, da un certo punto di vista, di tagliare a nord la strada al BTC
[11]. Questi progetti hanno l’ambizione di creare una rete di relazioni e partnership tra la Russia ed alcuni paesi al fine di saldare amicizie cooperative che permettano (tanto a Mosca quanto ai suoi clienti) di resistere e vanificare l’assalto Usa alle risorse mondiali. Washington lo ha compreso benissimo e probabilmente ha utilizzato tutta l’influenza politica e mediatica di cui disponeva all’interno dell’Unione europea per mettere nelle secche e rendere infruttuoso il vertice euro-russo di Lathi dell’ottobre 2006. Da allora alcuni paesi hanno ricorso alla loro libertà d’azione per stringere accordi bilaterali con la russa Gazprom che non si fermano alla fornitura di energia ma spaziano in vere e proprie partnership (come è avvenuto con l’italiana Eni e con la francese Total[12]). Questa spirale, come ha dimostrato la così detta “crisi del gas” tra Kiev e Mosca, porta in evidenza la difficile posizione in cui si trova l’Europa, stretta tra i suoi legittimi interessi (che l’avvicinerebbero alla Russia) e la sua situazione oggettiva, retaggio della Guerra fredda imposta dal mondo anglo-americano e mai finita, che la frena con i vincoli asimmetrici dell’unidirezionale solidarietà atlantica, con la pioggia di veti dei nuovi paesi membri (come la Polonia) e con la sostanziale incontrollabilità di una burocrazia comunitaria che nella stragrande maggioranza dei casi vede una netta ed interscambiabile osmosi tra le carriere nella Nato e quelle nella UE.
 
Ma la sfida più grande che Mosca ha lanciato riguarda il progetto di costituire un’organizzazione di paesi produttori di gas che gestisca il prezzo della materia prima e ne garantisca una costante fornitura su scala mondiale. L’intesa tra Russia ed Algeria, simboleggiata nel mercato gasifero con gli accordi Gazprom-Sonatrach, ha aperto la strada all’idea di una Opec del gas. Oltre ad aiutare l’Algeria nella costruzione di vari gasdotti e nello sfruttamento dell’importante bacino di Hassi R’Mel, Mosca e Algeri hanno tutto l’interesse ad armonizzare le loro politiche di esportazione verso l’Europa. Vari abboccamenti hanno poi allargato il fronte dei probabili partecipanti. Al progetto è molto interessato anche il tradizionale partner strategico di Mosca, l’Iran. Nel corso di un incontro a Teheran tenutosi alla fine di gennaio tra il segretario del Consiglio di sicurezza russo Ivanov e la Guida Suprema della rivoluzione islamica [iraniana] Alì Khamenei il progetto pare sia stato ampiamente discusso. Ai tre paesi si sommerebbe anche il Qatar. Come ha notato Igor Tomberg, del Centro di Studi energetici dell’Accademia delle Scienze russe, questi quattro paesi producono da soli circa un terzo di tutto il gas mondiale e le loro riserve stimate costituiscono più del 60% delle riserve mondiali! Altri paesi potrebbero tuttavia essere della partita (come la Libia, gli stati dell’Asia centrale appena tornati all’ovile russo e persino alcuni paesi dell’Africa sub-sahariana di recente oggetto delle visite del ministro russo dell’industria e dell’energia Viktor Khristenko). In Occidente qualcuno ha già sollevato lo storico dubbio che si annida da decenni circa la politica energetica del Cremlino: quanto essa è dettata da volontà cooperative e quanto è utilizzata come mezzo coercitivo? E’ una questione che sorge ciclicamente allorché tra Washington e Mosca il clima si fa teso. Gli Stati Uniti hanno infatti qualificato la costituzione di un tale cartello come “ostile ai loro interessi”. La vicepresidente del Comitato per gli affari internazionali della Camera dei rappresentanti del Congresso statunitense, Ileana Ros-Lehtinen, ha inoltre chiesto a Bush di esercitare pressioni sui paesi interessati alla proposta russa e di minacciare nei loro confronti la sospensione di qualsiasi tipo di assistenza
[13]. Per il momento il progetto segue la sua strada; il ministro qatariota dell’Energia e dell’Industria, Abdallah Al-Attiyah, si è espresso favorevolmente per ciò che concerne lo sviluppo di “numerose possibilità di collaborazione”. Inoltre un gruppo di paesi esportatori di gas riunitisi proprio a Doha nella primavera scorsa ha messo in campo un gruppo di coordinamento ad alto livello che è stato incaricato di armonizzare il mercato dei prezzi del gas. La guida del comitato è stata affidata significativamente alla Russia[14].

 

- La questione militare: una nuova corsa agli armamenti?
 
L’altro aspetto fondamentale dell’attuale confronto con gli Usa riguarda i sistemi d’arma.
 
Nell’agosto u.s. la notizia che Putin ha autorizzato il decollo dei bombardieri strategici ha suscitato l’interesse e l’allarme dei media. In realtà già da tempo la brace covava sotto la cenere delle relazioni tra Russia e Stati Uniti, proprio quando gli stessi media diffondevano foto di abbracci e saluti affettuosi tra i leader di quelle che restano le due più potenti nazioni della terra.
 
La Russia ha iniziato a rivedere la propria politica nel campo della difesa, progressivamente e con sempre maggior determinazione, da quando Washington ha annunciato il decesso del Trattato Anti-Missili balistici e dello Start-2. Da allora la situazione è andata deteriorandosi. Come si accennava in precedenza ci si prepara al momento in cui le risorse del pianeta non basteranno più a soddisfare la sete e le aspettative di tutti; quando la politica più rapace non avrà ancora ottenuto ciò che disperatamente cerca di ottenere con le guerre a catena che ha scatenato negli ultimi anni, allora il gioco diventerà presumibilmente molto duro ed il ricatto atomico della Potenza che cerca il “dominio a pieno spettro” potrebbe essere una tentazione concreta, concreta e pericolosissima.
 
Già il luglio scorso Vladimir Putin ha affermato che il rafforzamento delle Forze armate russe è una priorità assoluta di fronte alle minacce crescenti (tra le quali ha indicato sia il terrorismo che il dispiegamento dell’ABM americano in Europa!)
[15].
 
Dal punto di vista strategico la Russia ha puntato inizialmente sulla costruzione di un nucleo di dissuasione nucleare estremamente moderno per recuperare il ritardo accumulato nel decennio scorso. Benché il divario con gli Usa sia notevole è opportuno ridimensionare la credenza che la Russia di oggi sia ridotta come 10-15 anni fa. Attualmente l’economia russa è in crescita (se guardiamo il PIL, +6-7%, è in netta crescita), le casse della Federazione godono di buona salute (anche se ciò è dovuto primariamente all’elevato prezzo del petrolio) e la Banca Centrale Russa è una delle cinque principali detentrici di dollari con una riserva stimata tra i 250 ed i 300 milardi USD. Questi dati vanno letti in prospettiva: la Russia cresce mentre gli Usa decrescono, le sue finanze sono sane ed è prevedibile che lo resteranno ancora per un certo periodo (visto che il prezzo del petrolio non è presumibilmente destinato a scendere nel prossimo futuro) mentre la Federal Reserve non può dire lo stesso. Ciò significa che Mosca non si trova più in ristrettezze che le impediscono di pensare alla difesa. La sua politica estera ispirata al multipolarismo tiene inoltre presente una realtà che si delinea ogni giorno che passa, come ha ricordato lo stesso Putin alla Conferenza di Monaco il PIL di Cina ed India (per parità di potere d’acquisto) è già maggiore di quello USA mentre il PIL complessivo del Triangolo strategico Russia-Cina-India allargato al Brasile sopravanza la UE: e questo divario, ad oggi, aumenta senza che vi siano segni convincenti di controtendenza. Sono dati che invitano al dialogo, il vertice di potere Usa li interpreta da un’altra angolazione e la sua risposta è quella che delineavamo in precedenza: una risposta costosa.
 
Inoltre non deve essere sottovalutato il potenziale della Russia dal punto di vista umano, tecnico e scientifico. La preparazione tecnica degli ingegneri e dei fisici russi, specie in alcuni settori-chiave, così come degli scienziati più in generale è molto alta. Le industrie russe sono del pari in grado di progettare e realizzare prodotti di altissima tecnologia ed in alcuni campi, come nell’aerospaziale hanno parecchia esperienza. A quanto pare le recenti realizzazioni in ambito militare hanno offerto diverse indizi in questo senso e si tratta di indizi che dovrebbero suggerire prudenza nella valutazione delle possibilità dell’Orso russo nel XXI° secolo.
 
Il Cremlino si è posto l’obiettivo di modernizzare il proprio tridente atomico: la Forza Strategica Missilistica, le Forze Strategiche Navali e l’Aviazione Strategica.
 
Il primo elemento progettato, testato e realizzato è stato il missile intercontinentale (ICBM) Topol-M, la cui produzione e distribuzione è già cominciata. Il Topol-M è una versione aggiornata di un precedente ICBM (e questo la dice lunga sulla capacità di modernizzare le proprie forze armate da parte dei russi) e dovrebbe costituire la spina dorsale del deterrente nucleare russo. L’efficienza del missile è stata testata in numerosi lanci, tutti hanno avuto successo. Il missile ha fino a 11.000 km di gittata ed è a testata singola ma può essere equipaggiato con testate multiple (proibite dal trattato Start-2). Ciò che più conta è che nella seconda ipotesi il missile può ospitare da tre a sei testate, tutte manovrabili; i russi sostengono che possa superare qualsiasi scudo anti-missile. Già dal 2000 un decreto presidenziale stabiliva l’ambizioso obiettivo di dotare la Federazione russa di una flotta di sottomarini d’attacco nucleare sufficiente per garantire la minaccia di un efficace secondo colpo.
 
Il primo dei dodici sottomarini previsti, lo Yuri Dolgorukin, è stato completato in pompa magna ma è stato accompagnato dalle polemiche perché al momento del varo non si disponeva ancora del nuovo missile con cui equipaggiarlo. Fino al giugno 2007 in effetti i test del missile Bulava erano falliti; poi il 28 giugno, nel fuoco della crisi generata dalla decisione americana di dislocare lo scudo anti-missile in Polonia, la marina russa ha annunciato che un altro tentativo effettuato era riuscito e che il Bulava lanciato dal mare di Barents aveva raggiunto il poligono di Kura in Kamchatka
[16].
 
Mano a mano che si palesava con sempre maggiore evidenza la politica statunitense verso l’Est Europa e verso la Russia, (definita benignamente “Big-bang”) Mosca ha cominciato a tenere la guardia sempre più alta. Come reazione al dispiegamento dell’ABM Usa in Europa dell’Est Mosca ha annunciato simbolicamente la moratoria sul Trattato per le armi convenzionali in Europa (CFE), il che lascerà i russi liberi di non comunicare più alla Nato gli spostamenti delle proprie divisioni all’interno del territorio del proprio paese. Come ha sottolineato il presidente russo nel corso di un’intervista rilasciata al quotidiano francese “Le Figaro” sino ad allora Mosca aveva effettuato un disarmo “unilaterale”
[17]. La stessa giustificazione addotta dagli Usa circa le motivazioni che li avevano spinti a compier il passo di installare i loro missili in Europa è sembrata al Cremino probabilmente più una provocazione che altro. “Ci viene detto che questo [il dispiegamento] è necessario per proteggersi da missili iraniani. Ma gli iraniani non dispongono di missili da 5 mila ad 8 mila chilometri di portata. Non c’è dunque alcuna giustificazione al dispiegamento di questo sistema [ABM][18]”. Putin ha inoltre sottolineato nell’intervista che “se una parte del potenziale nucleare degli Stati Uniti si troverà in Europa noi dovremo trovare una risposta”[19]. Il leader del Cremino ha per il momento sostenuto che la Russia non si lascerà intrappolare in una nuova corsa agli armamenti e che ha fatto tesoro dell’esperienza dell’URSS; per questo promette una “risposta asimmetrica”, molto meno cara ma egualmente efficace.
 
Per il momento però Mosca sta facendo notevoli sforzi, anche nel campo delle armi convenzionali, mentre il vice-premier Ivanov ha annunciato la costruzione in serie dei dispositivi che necessitano alla difesa del paese nella nuova fase. Sono scelte molto complesse il cui meccanismo e la cui logica di fondo non sono facili da padroneggiare. Nel frattempo il comandante dell’aviazione russa, Alexandr Zelin, aveva annunciato che dal 1° luglio un sistema di missili terra-aria S-400 sarebbe stato dispiegato per proteggere lo spazio aereo di Mosca
[20]. Il capo di Stato maggiore, Yuri Balujevski, prevede di dotare con gli S-400 circa una ventina di divisioni russe da qui al 2015[21].
 
La Russia ha investito notevolmente anche nella realizzazione di un caccia di nuova generazione. Al Salone aeronautico di Bourget ha presentato il MIG-35 che la stampa russa ha definito il clou del meeting. Sembrerebbe un mezzo molto manovrabile grazie al vettore orientabile che gli consentirebbe repentini cambiamenti di direzione; i russi confidano su questo aspetto per ottenere vantaggi in un ipotetico scontro ravvicinato
[22]. Inoltre occorre sottolineare come la Russia produca ottimi mezzi come il carro T-90S ed il blindato BMP-3 che sono stati molto apprezzati a vari mercati d’armi e sono stati acquistati da vari paesi (persino alcune monarchie del Golfo tradizionalmente vicine a Washington li hanno preferiti ad analoghi mezzi americani). In effetti negli ultimi due anni la Russia ha risalito la china nell’export di sistemi d’arma tornando ad essere il secondo paese per esportazione di tecnologia militare (dietro ovviamente agli Usa)[23]. Non si tratta solo di affari, spesso questi armamenti sono diretti a nazioni che si trovano sulla lista nera del Pentagono: la vicenda assume così una chiara valenza politica. La Cina e l’India sono le principali acquirenti. Pechino ha comprato circa 280 aerei da combattimento di vario tipo, 12 sottomarini e svariati sistemi anti-aerei. Negli anni precedenti la Cina non aveva investito molto nell’esercito e negli elicotteri d’assalto ma dall’invasione americana dell’Iraq ha cominciato ad interessarsi seriamente alle tecnologie con cui equipaggiare l’esercito di terra, “una volta erano certi che non si sarebbero mai trovati costretti a combattere sul loro territorio, oggi non ne sono più tanto sicuri” racconta candidamente Ruslan Pukhov, dell’Istituto di analisi strategiche e tecnologiche[24]. Lo spettro della collaborazione con l’India spazia dalla marina, all’aviazione, all’aerospaziale.
 
 Nella lista dei clienti più in vista figurano inoltre l’Algeria, che ha acquistato per un valore di circa 8 miliardi di dollari (dai carri T-90S ai caccia Su-30 per arrivare ai missili terra-aria ed al sistema DCA Tor-M1, che i russi ritengono tra i migliori sistemi a corto raggio per neutralizzare attacchi dal cielo), la Libia (che ritorna alla corte di Mosca con una richiesta superiore ai 2 miliardi di dollari), la Siria (la cui modernizzazione preoccupa fortemente Israele anche se è per lo più indirizzata verso armi difensive) per non parlare dell’Iran e del Venezuela. La visita che Chavez ha svolto recentemente a Mosca è stata in effetti fruttuosa, sia per gli acquisti militari che per definire sponde politiche; il leader bolivariano ha detto che ai popoli del mondo serve una Russia più forte ed autorevole. Chavez ha confermato l’intenzione di dotare il suo paese della difesa antiaerea Tor-M1 i cui missili hanno un raggio d’azione di 12 km e possono colpire obiettivi fino a 6 mila metri d’altezza compresi missili anti-radar e da crociera. Come ha sottolineato il consigliere militare del presidente latinoamericano queste armi saranno utilizzate per assicurare la difesa dei siti particolarmente sensibili del paese e non possono essere impiegate a scopo offensivo: “a differenza degli Stati Uniti noi non abbiamo l’abitudine di regolare le controversie ricorrendo alla forza”
[25]. All’Iran è stato venduto lo stesso sistema, per le stesse ragioni. Washington ha già protestato decretando un embargo per la ditta russa che esporta armamenti. L’opinione pubblica e gli esperti del settore russi sono sempre più irritati di queste intromissioni americane, tanto che in occasione della visita di Chavez a Mosca l’analista Andrei Vassilev ha scritto per l’agenzia di stampa russa un articolo dal titolo eloquente: “Russia, Venezuela, Stati Uniti: il terzo è di troppo”. Le preoccupazioni americane sono, da un certo punto di vista, “fondate” dato che questi sistemi moderni arrivano a paesi contro i quali la Casa Bianca potrebbe preparare presumibilmente delle azioni di forza, con tutti i contrattempi che potrebbero derivare dalla situazione.
 
Del resto è ormai noto che nella guerra in Libano dell’estate scorsa Hezbollah ha potuto infliggere alle forze corazzate israeliane notevoli perdite proprio grazie a moderni razzi anti-carro di fabbricazione russa.
 
Nel corso dell’estate gli americani hanno offerto rassicurazioni circa i bombardieri strategici che la Russia ha rimesso in volo definendoli “ferraglia”. E’ certo che si tratta di modelli messi in cantiere alcuni decenni addietro ma la valutazione non deve per questo essere scontata. Tali aerei potrebbero essere modernizzati tramite equipaggiamento con sistemi di collegamento a GLONASS (la risposta russa al GPS Usa) e su questi mezzi sono emersi recentemente “indiscrezioni” che relativizzano molto le recenti osservazioni americane; nell’aprile 2006 alcuni Tu-95MS ed alcuni Tu-160 avrebbero attraversato in volo lo spazio aereo Usa nella regione artica diretti verso il Canada per un’esercitazione. “Secondo il gen. Igor Khorov, [comandante dell’Aviazione strategica russa], i bombardieri strategici a largo raggio russi non sono stati scoperti dall’US Air Force. Neppure con l’ausilio del radar quest’ultima è riuscita ad identificare i velivoli. Durante l’esercitazione i bombardieri, non visti, hanno eseguito con successo quattro lanci missilistici. Tale esercitazione è stata permessa da un apparato di “furtività” utilizzato nei bombardieri russi. L’apparato in questione si basa su un generatore al plasma che produce una “nube” ionizzata, la quale fa scomparire, temporaneamente, il velivolo dai radar”
[26]. Questa tecnologia avrebbe inoltre costi infinitamente minori rispetto a quella utilizzata dagli Usa per gli “stealth” ed avrebbe proprietà tali da vanificare i radar di tiro e le comunicazioni radio. La notizia, ovviamente, è di difficile valutazione.
 
Come è ampiamente noto Putin ha tentato di disinnescare la crisi sull’ABM americano in Europa formulando la proposta di utilizzare congiuntamente il radar russo situato a Gabala, in Azerbaidjan. Se gli Usa nutrissero seriamente preoccupazioni circa un’ipotetica minaccia missilistica iraniana accetterebbero; questo almeno secondo il parere del Cremlino. La Casa Bianca, per quanto interessata all’offerta, non ha voluto per il momento metterla in alternativa al dispiegamento dei missili in Polonia e del radar in Repubblica Ceca. E’ vero che il radar di Gabala non permetterebbe di collegare direttamente l’avvistamento di ipotetici missili con l’innesco automatico degli intercettori, è però anche vero che l’Iran non dispone di missili a così lunga gittata, che probabilmente se ne disponesse li orienterebbe più efficacemente in altre direzioni e che gli Usa dovrebbero possedere tecnologie (dai rilevamenti satellitari in poi) talmente efficaci da neutralizzare tali improbabili scenari. Forse il difetto della proposta del presidente russo risiede nel fatto che da Gabala sono ben visibili le manovre iraniane ma non quelle russe. Il vero senso del dispiegamento dell’ABM in Europa appare allora in tutta la sua drammaticità. La risposta russa è stata testare un nuovo missile balistico intercontinentale a testata multipla, l’RS-24
[27], per rafforzare la capacità dissuasiva dell’arsenale atomico russo e sperimentare, a poche ore di distanza, i nuovi missili da teatro Iskander-K[28]. Questi ultimi, con i loro 500 km di gittata, dovrebbero essere schierati nel Caucaso del nord e a Kaliningrad con l’obiettivo di tenere nel mirino la Georgia e la Polonia rispettivamente (due paesi che con l’aiuto degli Usa avevano di recente avviato un sostenuto riarmo). In questo frangente il Dipatimento di Stato Usa non ha mostrato lo stesso snobismo di cui ha dato prova nel commentare il volo dei bombardieri.
 
Lo scenario più probabile prevede di utilizzare gli Iskander per mettere fuori uso le capacità dello scudo dislocato in Polonia o qualsiasi minaccia proveniente dalla difficile frontiera caucasica.
 
Come si può intuire la situazione internazionale è in una fase di netto surriscaldamento ed il tentativo di Washington di ottenere un “dominio a pieno spettro” crea circostanze molto favorevoli ad una corsa agli armamenti, forse in modo meno evidente che nel passato recente ma non per questo meno preoccupante. Le Potenze antagoniste come Russia e Cina dovranno gestire questa fase con molta razionalità e prudenza per non intossicare le loro economie. La classe dirigente cinese sta mostrando per il momento la sua esperienza, per quel che riguarda la Russia occorrerà attendere l’esito delle prossime elezioni presidenziali.
 
La piccola e chiassosa Unione Europea dovrà allora guardarsi allo specchio e spiegarsi il significato della sua nascita e della sua esistenza; soprattutto le nazioni che ne fanno parte dovranno interrogarsi seriamente circa i loro interessi nazionali e valutare le proprie prospettive, in un mondo che cambia. Per il momento, nell’antagonismo tra Washington e Mosca, l’Europa rischia di trovarsi ridotta da potenziale protagonista a reale ostaggio. 
 



 Note 
 
[1] Z. Brzezinski: La Grande scacchiera; Longanesi, Milano 1998, p. 8.
 
[2] F. W. Engdahl: L’emergente gigante russo; in Eurasia, N.1, 2007, p. 86.
 
[3] Ibidem
 
[4] Foreign Affairs, marzo-aprile 2006; cit. in: F. W. Engdahl, op. cit., p. 101-102
 
[5] Le recenti evoluzioni dell’affaire Litvinenko, tramite i frammenti delle testimonianze rese da Lugovoj, fanno intravedere un losco sodalizio tra settori delle oligarchie russe vicine al mondo anglo-americano, vere e proprie quinte colonne dell’imperialismo, terrorismo islamista ceceno e sponsor occidentali. Di questo parere sembrerebbero essere anche politici di orientamenti opposti: dal comunista Kulikov al centrista Kliusevic. Quest ultimo, a proposito della difficile situazione in Inguscezia, si è lasciato recentemente sfuggire una frase sibillina: “i nostri amici stranieri non cesseranno mai di trovare i mezzi per aiutare persone pronte a tutto pur di creare focolai di tensione”. Si veda: RIA NOVOSTI, 10 settembre 2007, ore 14:43.
 
[6] F. W. Engdahl, op. cit.; p. 92
 
[7] Occorre ricordare che, soprattutto grazie al crescente prezzo delle materie prime, la stessa Russia negli ultimi anni ha visto crescere in modo sensibile le sue riserve valutarie.
 
[8] M. Minoretti, Russia: il viaggio di Putin in Asia Centrale è una vittoria diplomatica; in Equilibri.net, 30 maggio 2007.
 
[9] Ibidem.
 
[10] I paesi baltici, tramite Varsavia, hanno impedito che al finanziamento di un progetto così importante per l’Europa e per uno dei suoi principali paesi, la Germania, partecipi con appositi finanziamenti la Banca Europea.
 
[11] La Russia ha anche in corso progetti più ambiziosi e compositi nei confronti dell’area mediterranea-sudeuropea che a volte contemplano anche una sorta di partnership con la Turchia, come dovrebbe avvenire con il progetto Blue Stream attraverso il Mar nero appunto.
 
[12] Si veda: “Christophe de Margerie: l’accord avec Gazprom a valeur d’exemplarité”; in: “Le Figaro”, 16 luglio 2007 
 
[13] RIA Novisti, 4 aprile 2007 ore 11:13
 
[14] RIA Novisti, 10 aprile 2007, ore 10:47
 
[15] RIA Novisti, 25 luglio 2007, ore 19:08
 
[16] RIA NOVOSTI, 28 giugno 2007, ore 20:32
 
[17] F. Nodé-Langlois, P. Rousselin: Poutine: “La Russie devra choisir des cibles en Europe” in “Le Figaro”, 4 giugno 2007
 
[18] Ibidem
 
[19] Ibidem
 
[20] RIA NOVOSTI, 21 maggio 2007, ore 16:52
 
[21] RIA NOVOSTI, 7 agosto 2007, ore 18:22
[22] Alcuni esperti fanno notare che più delle capacità acrobatiche conti la possibilità di colpire il bersaglio a grande distanza. Per una disamina dell’aereo si veda: V. Safonov: Un Mig qui a conquis Paris, in www.fr.rian.ru
25 giugno 2007
 
[23] Nel 2006 la vendita d’armi russa era stimata attorno agli 8 miliardi di dollari, mentre all’inizio di febbraio si prevedeva già una vendita pari a 6,5 miliardi di dollari.
 
[24] Intervista a Ruslan Pukhov in Armements: les ventes russes accumulent les records in RIA NOVOSTI, 23 maggio 2007, ore 10:29
 
[25] RIA NOVOSTI, 2 giugno 2007, ore 13:51
 
[26] A. Lattanzio: L’arsenale strategico della Federazione russa; in: Eurasia, N.1, 2007, p. 145
 
[27] L’RS-24 dovrebbe soppiantare altri missili intercontinentali a testata multipla come gli RS-18 e RS-20 divenuti obsoleti. Come ha affermato Yuri Solomonov, dell’Istituto di tecnologie termiche di Mosca, il nuovo missile riprende alcune soluzioni tecniche e scientifiche del Topol-M, ciò riduce molto i costi del lavoro. RIA NOVOSTI, 20 maggio 2007.

[28] RIA NOVOSTI, 29 maggio 2007, ore 12:54; ore 21:35

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