L’amore ai tempi del petrolio. “Case morte” di Miguel Otero Silva
di Lorenzo Mari
L’invasione statunitense del Venezuela di questi giorni, con la destituzione manu militari del governo in carica, ha riproposto con grande forza molte questioni, relative innanzitutto alla fragilità del diritto internazionale, all’ingerenza militare di alcuni Paesi su vaste aree del mondo – ridotte così alla funzione di “scacchiere geopolitico” – e, non da ultimo, la possibile esistenza di una “questione venezuelana”. Forza che tuttavia, nel caso venezuelano, non corrisponde affatto a chiarezza: è almeno dall’inizio degli anni Novanta del secolo scorso, ovvero con l’ascesa del chavismo, che la situazione politica del Paese latinoamericano torna ciclicamente al centro dell’attenzione mediatica europea e statunitense senza per questo dar luogo, nella maggior parte dei casi, ai necessari approfondimenti. Prima del colpo di mano trumpiano, il copione si è ripetuto tale e quale nell’ultimo scorcio del 2025, con l’assedio delle navi militari statunitensi al largo delle coste del Paese, raddoppiato, a livello simbolico, dalla più o meno contemporanea attribuzione del Nobel per la Pace a María Corina Machado, leader dell’opposizione di destra al governo post-chavista di Nicolás Maduro.
Con ciò, non si intende di certo sintetizzare un’analisi assai complessa, né sminuire l’insieme di contraddizioni, anche gravi, rappresentato da un governo come quello di Maduro, che, ad esempio, ha inteso rilanciare l’esperimento politico partecipativo delle comunas e ha parimenti mantenuto agli arresti un numero imprecisato di persone – spesso, senza che fossero noti i capi di imputazione – tra i quali, da più di dodici mesi, il cooperante italiano Alberto Trentini (con aumentata apprensione, in questi giorni, a causa della destabilizzazione politica e militare in corso). Allo stesso tempo, altre accuse di Maduro sulla stampa liberale internazionale – come ad esempio l’accusa trumpiana all’intero Venezuela di essere una sorta di “narco-Stato”[1] – risultano allo stato attuale meno credibili, ma hanno nondimeno contribuito alla costruzione dello stereotipo di una nazione intera intrappolata in un ciclo apparentemente infinito di autoritarismo politico e di dipendenza economica, a ogni livello, dalle proprie risorse petrolifere[2].
Un simile nesso, per quanto riferito a tutt’altro contesto storico e socioeconomico, è invece dispiegato in tutta la sua complessità nella letteratura venezuelana, e innanzitutto in un romanzo come Casas muertas (1955) dello scrittore venezuelano Miguel Otero Silva (1908-1985), recentemente e meritoriamente tradotto come Case morte da Geraldina Colotti come titolo d’esordio della collana Infuocata di Argolibri[3]. Anzi, il romanzo di Miguel Otero Silva – il secondo di una produzione tutto sommato organica, come registra anche Amanda Salvioni nella sua preziosa introduzione, ma il primo a costituire opera di grande interesse letterario, dopo il primo tentativo, di chiara derivazione autobiografica, intitolato Fiebre (1939) – è, a tutti gli effetti, un esempio di petrofiction: la categoria, coniata da Amitav Ghosh nel 1992 per i romanzi del ciclo Cities of Salt (1984-1989) di Abdelraman Munif[4], è stata successivamente allargata, all’inizio degli anni Dieci di questo secolo, fino a identificare ogni espressione letteraria della cosiddetta “petro-modernità”[5]. Con questo, non si tratta soltanto di sottoporre al vaglio critico tutti quei testi che tematizzino in qualche modo l’importanza del petrolio, ma di rintracciare un vero e proprio “inconscio energetico” – la definizione è di Patricia Yaeger[6] – che dia conto di quel potenziale nascosto e sotterraneo rappresentato dai giacimenti petroliferi – potenziale che non è soltanto di natura geologica, oppure economica strictu sensu, ma anche di elaborazione di un intero immaginario collettivo. Come scriveva già Amitav Ghosh nel 1992, «the history of oil is a matter of embarrassment verging on the unspeakable, the pornographic» («la storia del petrolio è una fonte di imbarazzo che rasenta l’indicibile, il pornografico»)[7].
In questo contesto teorico, qui rapidamente abbozzato, Case morte non si presta tanto a letture ecocritiche, che pure hanno abbondato in relazione alla petrofiction[8], ma si configura innanzitutto come una tematizzazione della presenza del petrolio nella storia e nella società venezuelana, come già anticipato, in loco, negli anni Settanta da uno studio come quello di Germán Carrera Damas, La novela del petróleo (1971)[9]. In effetti, il contesto storico, politico ed economico risulta di importanza fondamentale, nella lettura di Case morte, ambientato nella cittadina di Ortiz, nello stato del Guárico, all’epoca della dittatura di Juan Vicente Gómez (1908-1935) e collocato, quindi, al centro delle tensioni sociali e politiche, da un lato, dell’anti-gomecismo e, dall’altro, dalla spinta “modernizzatrice” (ed estrattiva di ricchezza, in realtà) del regime. Contesto, quest’ultimo, che continuerà ad essere esplorato da Miguel Otero Silva nel romanzo immediatamente successivo, Oficina n. 1 (1961), continuazione diretta delle vicende di Casas muertas, con la medesima protagonista, Carmen Rosa, a significare un perdurante interesse dell’autore per la storia venezuelana del primo Novecento, parallelamente analizzata dall’autore anche nella sua attività giornalistica.
Non si tratta, tuttavia, di una tematizzazione pura e semplice, laddove l’immaginario petrolifero si riversa, in chiave allegorica, nella decadenza di un vecchio mondo che non vuole morire (ma che è via via decimato dalle epidemie delle malattie connesse al paludismo, tipica della regione venezuelana degli Llanos dov’è ambientato il romanzo) e di un nuovo mondo che stenta a nascere (e se lo farà, lo farà altrove, dove appunto, come si legge nelle pagine conclusive, sono stati scoperti i nuovi giacimenti petroliferi).
Malattia e decadenza, in ogni caso, non interessano soltanto i personaggi, ma anche e soprattutto le Case morte del titolo: «plurima mortis imago», come commenta nel romanzo – citando l’Eneide di Virgilio (libro II, v. 369), a proposito dell’incendio di Troia – uno degli studenti arrestati per attività sediziose contro il regime gomecista, in transito a Ortiz nel viaggio verso le prigioni di Palenque. Un suo compagno aveva appena sottolineato l’analogia tra la decadenza e il crollo delle case di Ortiz e quella dell’intero Paese, secondo un’allegoria nazionale che Amanda Salvioni rintraccia nell’infelice relazione amorosa tra Carmen Rosa e Sebastián – sulla scia di uno studio delle allegorie nazionali, contestatissimo nell’ambito degli studi postcoloniali, e tuttavia ancora oggi di qualche utilità, come quello di Fredric Jameson[10] – ma che si può estendere senza dubbio anche alle “case morte” di Ortiz. Questo non soltanto come chiara sineddoche della rovina della nazione, ma anche per la varietà di tali rovine, che riflette la varietà di tipi umani – dal prete al massone afrancesado (come si sarebbe detto, qualche decennio prima, nella penisola iberica), dal colonnello come caudillo locale alla maestra di scuola, etc. – della società di Ortiz.
Inoltre, «una casa senza porte e senza tetto rattrista di più di un cadavere», commenta un altro studente, cogliendo di certo il pathos che è proprio di certe architetture in decomposizione, ma anticipando anche il cupo finale del romanzo (i cui eventi sono, in realtà, accennati anche nelle prime pagine, secondo una struttura inequivocabilmente circolare). La relazione tra Sebastián e Carmen Rosa ha un esito tragico, che però si discosta dal romanticismo ispanoamericano propriamente detto, come ha rilevato anche Francesca Lazzarato nella sua acuta recensione per il manifesto:
se la ragazza, signora di un magnifico giardino amorosamente accudito (l’unico angolo bello e rigoglioso di Ortiz, una sorta di paradiso vegetale) è un esempio di femminilità forte e piena di vita, che non si arrende e si proietta verso il futuro, quale che sia, il ribelle e indignato Sebastián, che pareva indistruttibile come l’albero del tamarindo e che soccombe all’ematuria, è in un certo senso il simbolo della sconfitta di una generazione, mentre l’amore non realizzato dei due ragazzi si inscrive nell’arco delle storiche crudeltà che hanno segnato il cammino del Venezuela.[11]
Ci si mantiene ancora nell’alveo dell’allegoria nazionale jamesoniana, ma con un’enfasi aggiuntiva sulla polarizzazione dei personaggi, identificabili come portatori dei più tradizionali principi del maschile e del femminile. Polarizzazione che, tuttavia, cambia in utima istanza di segno: Carmen Rosa è infatti la donna che sopravvivrà allo sfacelo di Ortiz (migrando, con alcuni altri personaggi, verso i giacimenti petroliferi appena scoperti), mentre l’idealista Sebastián morirà, appunto, di ematuria, senza poter contribuire fattivamente alla rivolta. Emblematica dell’attitudine di Sebastián è anche la scena – tra le più intense e formalmente riuscite del testo – del combattimento tra il proprio gallo e quello del colonnello Cubillos: per quanto risulti vincitore il gallo di Sebastián, non si può cogliere lo sguardo ironico e disincantato dell’autore verso una lotta politica – o anche, in ultima analisi, una lotta di classe – dai toni così chiaramente machisti. Ironia che diventa esplicita quando Sebastián dichiara: «Non sono un illuso, né un poeta di paese, ma un lavoratore della pianura che si guadagna da vivere con le sue mani, che ha allevato vitelli, che ha domato cavalli. E sono certo che si può fare qualcosa», salvo poi non riuscire a partecipare concretamente alla sedizione di Emilio Arévalo Cedeño (1882-1965), autore di almeno sette tentativi di insurrezione, tutti falliti, contro Juan Vicente Gómez.
Come ha sottolineato Angelo Ferracuti nella sua recensione del libro per La Lettura del Corriere della Sera[12], Sebastián rimane intrappolato in una Ortiz che ricorda la Orano della più o meno coeva Peste di Camus, dove cioè le epidemie di malaria, ematuria e altre malattie tipiche del paludismo complicano la fisionomia e le possibilità dell’uomo in rivolta. Svincolandosi dai lacci e laccetti prima romantici e poi regionalisti, con un approccio modernista che però non arriva ai risultati esistenzialisti di Camus, Miguel Otero Silva non si arrende, in ogni caso, all’evidenza della sconfitta, rappresentata dalla morte di Sebastián, continuando invece a guardare, anche nei romanzi successivi, alla storia del Venezuela con lo sguardo dialettico dello studente marxista appartenente alla Generazione del 28 (ossia a quel movimento, soprattutto studentesco, che costituì una vera spina nel fianco del regime di Juan Vicente Gómez).
A questo proposito, Geraldina Colotti traccia un rapido ma utilissimo profilo dell’autore nella nota finale, ricordandone la militanza nel partito comunista venezuelano e la lotta culturale e politica anche contro i regimi successivi, come quello di Marco Pérez Jimenez (1952-1958), o anche nei confronti delle “grandi alleanze” democratiche e anticomuniste nate, nel 1958, dal patto di Punto Fijo. Miguel Otero Silva avrebbe continuato ancora per lungo tempo la sua attività giornalistica per El Nacional, quotidiano di sinistra da lui co-fondato e diretto per molto tempo, per poi morire nel 1985, pochi anni prima dell’ascesa del chavismo. A questo proposito, Colotti scrive un paragrafo cristallino:
È lecito supporre che, da marxista, avrebbe seguito il cammino dei tanti militanti del Partito comunista venezuelano, che hanno appoggiato fin da subito il chavismo, pur mantenendo la propria autonomia. Quel che, di certo, risulta difficile pensare, è che avrebbe assunto una postura di aperto contrasto come quella del figlio, Miguel Henrique Otero, che ha ereditato la proprietà di «El Nacional», e ne ha fatto il principale giornale di opposizione ai governi bolivariani – prima a quelli di Chávez poi a quelli di Nicolás Maduro –, finendo per andarsene, insieme ai più furiosi fuoriusciti di estrema destra, in Spagna, da dove continua a dirigere il giornale online.
Paragrafo che ha il merito di ricondurre queste rapide riflessioni al loro punto di partenza, ma attraverso le pagine di quello che Lazzarato ha giustamente definito un “romanzo-romanzo”[13], e per questo motivo davvero capace di strutturare e approfondire la nostra conoscenza di luoghi e storie culturali e politiche che un certo tipo di esposizione mediatica rischia continuamente di appiattire.









































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