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seminaredomande

2026 – Un anno di guerra?

di Francesco Cappello

Guerra e declino economico statunitense. La debacle della Moneta a debito e gli squilibri delle bilance commerciali conducono inevitabilmente alla guerra. Gli USA intendono frenare l’avanzamento della cooperazione commerciale cinese in Sudamerica e in generale l’avanzata dei BRICS in Sudamerica e in Medioriente. Gli USA mirano a utilizzare la forza militare e il protezionismo dei dazi per garantire la sopravvivenza del dollaro, costringendo il mondo a finanziare il debito americano con la ricchezza reale estratta dalle nuove colonie

Attacco aereo al Venezuela 1.jpgLe prime vittime dell’attacco al Venezuela

In passato il contrasto al narcotraffico in mare era stato gestito dalla Guardia Costiera come un’operazione di polizia (fermo, ispezione e arresto). Oggi, invece, l’amministrazione statunitense ha iniziato a utilizzare la forza letale diretta, bombardando e affondando imbarcazioni sospette in acque internazionali. L’Alto Commissario ONU per i Diritti Umani ha definito questi attacchi come “esecuzioni extragiudiziali” senza processo. Bombardare una nave sulla base di un semplice sospetto nega alle persone a bordo il diritto di essere processate. Sinora almeno 36 imbarcazioni sono state bombardate e affondate. Sono 115 i morti accertati.

 

Guerra e declino economico statunitense

Nella condizione di de-industrializzazione e de-dollarizzazione in cui si trovano gli Stati Uniti la gestione dei loro diversi tipi di debito risulta assai difficile. Gli Stati Uniti devono trovare compratori dei loro titoli di Stato. Soprattutto devono convincere i finanziatori del debito americano di essere ancora affidabili, ossia di avere le ricchezze necessarie a restituire i capitali prestati agli Stati Uniti con i relativi interessi. Poiché il vero sottostante del dollaro statunitense è sempre stato il suo sistema militare con 800 basi sparse per il mondo, ecco che gli Stati Uniti ricorrono come da tradizione alla rapina delle risorse altrui Manu militari (Venezuela ora e in prospettiva Nigeria e Iran così come Canada e Groenlandia per il controllo delle risorse dell’artico).

Solo così possono continuare a offrire ai compratori del debito americano le garanzie che essi richiedono per potersi ancora fidare e continuare a investire rifinanziando i debiti statunitensi. A fronte, infatti, di un debito federale di 38 trilioni di dollari, il tesoro degli Stati Uniti dovrà guadagnarsi la fiducia di investitori nel debito pubblico statunitense per una cifra stimata in 12 trilioni di dollari per il 2026, di cui 2 trilioni di deficit (necessari per coprire il divario tra le entrate sotto forma di tasse e le uscite sotto forma di spesa pubblica) [1].

Gli interessi passivi sul debito pubblico statunitense ammontano ormai intorno a 1,2 trilioni di dollari. Una cifra paragonabile alla spesa militare statunitense

Se in passato gli Stati Uniti affrontavano con il quantitive easing, ossia con la stampa di denaro della FED, la Banca centrale statunitense, qualsiasi crisi, oggi, nella condizione di de-dolarizzazione in corso, l’immissione di nuova liquidità in dollari potrebbe provocare un’eccessiva svalutazione del dollaro e rendere i titoli statunitensi non più appetibili, anche perché l’inflazione in corso, conseguenza, in una certa misura, della guerra dei dazi di Trump al resto del mondo, costringe la Banca centrale statunitense a tenere alti i tassi (tassi alti, se da una parte rendono più appetibili i titoli statunitensi dall’altra fanno lievitare il costo degli interessi). Oltre al debito pubblico federale, c’è il debito privato di famiglie e imprese statunitensi che ammonta circa 20 trilioni di dollari diventato anch’esso insostenibile. Anche la posizione finanziaria netta (la differenza tra le attività finanziarie detenute dai residenti negli Stati Uniti all’estero e le attività finanziarie detenute da non residenti negli Stati Uniti) è in passivo di 26 trilioni di dollari [2]. In pratica si tratta della differenza della ricchezza detenuta dagli Stati Uniti all’estero rispetto a quella che i paesi esteri detengono negli Stati Uniti… Come se non bastasse è cruciale per gli Stati Uniti nell’attuale contingenza che l’attuale enorme bolla finanziaria (non solo quella dell’ intelligenza artificiale) non esploda trascinando nella crisi anche i consumi interni garantiti dagli alti rendimenti di obbligazioni, azioni e altro grazie alla gestione del risparmio privato da parte dei grandi fondi di investimento (The big three). L’unica soluzione a cui gli Stati Uniti sanno ricorrere in questo stato di cose è la guerra di rapina nei confronti degli altri paesi.

 

Gli USA intendono frenare l’avanzamento della cooperazione commerciale cinese in Sudamerica e in generale l’avanzata dei BRICS in Sudamerica e in Medioriente

L’attacco statunitense al Venezuela potrebbe essere una manovra preparatoria per l’offensiva contro l’Iran. Poiché nel caso di attacco all’Iran, quest’ultimo ha minacciato di chiudere lo stretto di hormuz, gli Stati Uniti intendono assicurarsi il controllo del petrolio venezuelano come fonte alternativa nel caso in cui il conflitto portasse alla chiusura del golfo persico. La chiusura dello stretto di Hormuz danneggerebbe la Cina e in generale i paesi asiatici (l’85% del transito è diretto in quei paesi) e i paesi dell’UE che dipenderebbero così ancora di più dagli Stati Uniti. Circa il 20-25% del petrolio mondiale e il 20% del Gas Naturale Liquefatto (GNL) passano attraverso questo stretto braccio di mare.

La strategia geopolitica di Donald Trump per l’America Latina si sta delineando come un ambizioso progetto di “neo-monroismo” economico [3], volto a trasformare il continente sudamericano in un fortino inespugnabile contro l’espansionismo di Pechino. In questo scacchiere, ogni mossa degli Stati Uniti punta a invertire la propria posizione finanziaria netta, non più solo attraverso il commercio interno, ma tramite l’acquisizione aggressiva di asset strategici e il controllo delle rotte logistiche globali.

Il fulcro di questa manovra risiede nella messa in sicurezza del Canale di Panama, considerato un’arteria vitale per la sicurezza nazionale americana. Washington esercita oggi una pressione senza precedenti affinché la gestione tecnologica e amministrativa del canale resti saldamente sotto la sfera d’influenza occidentale, sventando i tentativi cinesi di diventarne il supervisore. Questa stessa logica di contenimento spiega la ferma opposizione all’hub portuale di Chancay in Perù. Quello che Pechino presenta come un terminal commerciale d’avanguardia, per la Casa Bianca è una pericolosa testa di ponte militare che minaccia l’egemonia marittima statunitense nel Pacifico.

Per controbilanciare l’influenza dei BRICS, Trump ha individuato nell’Argentina di Javier Milei il partner ideale per un esperimento di rottura sistemica. Il sostegno incondizionato al leader argentino non è dettato da una semplice affinità elettiva, ma dal desiderio di assicurarsi il controllo del “triangolo del litio”, estromettendo i giganti minerari cinesi dalle riserve indispensabili per l’industria del futuro. Attraverso il salvataggio finanziario di Buenos Aires (40 miliardi di dollari), gli Stati Uniti mirano a creare un modello di sviluppo basato sul dollaro che possa fungere da polo d’attrazione per altri vicini in bilico, come l’Uruguay e il Cile. Verso questi Paesi, storicamente più stabili, la diplomazia americana agisce proponendo accordi di libero scambio che contengono clausole di esclusività volte a blindare i mercati locali contro qualsiasi intesa con economie non di mercato, isolando di fatto la Cina.

Al contrario, nei confronti di chi tenta di guidare un polo autonomo, la strategia si fa aggressiva e frontale. L’ostilità verso il Brasile di Lula è l’esempio più lampante di questa dottrina: essendo il principale motore dei BRICS nella regione, il Brasile viene percepito come un ostacolo alla coesione del blocco americano. Le pressioni di Washington si manifestano attraverso l’uso della leva commerciale e il sostegno alle opposizioni interne, nel tentativo di indebolire la moneta brasiliana e forzare un riallineamento agli interessi del Nord. Anche in Colombia, il metodo Trump cerca di riportare Bogotà nel solco della stretta cooperazione militare e logistica, utilizzando la gestione dei flussi migratori come una potente moneta di scambio diplomatica.

L’obiettivo finale di questa ragnatela di pressioni e alleanze è l’implementazione su vasta scala del nearshoring. Portando le catene di approvvigionamento dal Sud-est asiatico all’America Latina, gli Stati Uniti puntano a ridurre drasticamente il proprio deficit commerciale, sostituendo le importazioni cinesi con beni prodotti in un “cortile di casa” controllato. In questo modo, l’incremento delle attività estere americane nel continente e la riduzione delle passività verso Pechino lavorano insieme per risanare la posizione finanziaria netta degli Stati Uniti, utilizzando l’America Latina non solo come mercato, ma come pilastro fondamentale della rinascita industriale e finanziaria di Washington.

La strategia di Trump nel 2026 usa il dollaro come un selettore geopolitico tra “amici” e “nemici”. Le nazioni allineate, come l’Argentina di Milei, godono di stabilità e linee di credito dirette dagli USA, che sostengono il valore delle loro monete per favorire l’acquisizione di risorse chiave come il litio. Al contrario, il Brasile di Lula, perno dei BRICS, subisce una pressione svalutativa sul Real causata dai dazi americani, una manovra mirata a indebolire la sua economia e i suoi legami con Pechino.

L’effetto finale è una regione divisa: da un lato valute stabili protette da investimenti americani (nearshoring), dall’altro monete sotto attacco che pagano il prezzo politico della loro autonomia. Il cambio valutario è diventato, a tutti gli effetti, il nuovo termometro della fedeltà a Washington.

Gli Stati Uniti, logorati da un debito ormai insostenibile, tentano di scongiurare il declino trasformando la politica estera in una sistematica operazione di predazione globale. La strategia di Trump non è altro che l’evoluzione muscolare di questa necessità: utilizzare la forza militare e il protezionismo dei dazi per garantire la sopravvivenza del dollaro, costringendo il mondo a finanziare il debito americano con la ricchezza reale estratta dalle nuove “colonie”.

In Medio Oriente, il legame inscindibile con Israele funge da braccio armato per destabilizzare la regione e terrorizzare le petromonarchie, ormai riluttanti a investire negli USA e attratte dai BRICS. La minaccia costante all’Iran risponde alla medesima logica: acquisire il monopolio dell’energia per mantenere il controllo totale sui flussi globali.

Parallelamente, il conflitto in Ucraina diventa lo strumento per piegare definitivamente l’economia europea. Recidendo i legami con la Russia e deindustrializzando l’UE attraverso costi energetici imposti, Washington elimina un concorrente e drena capitali verso Wall Street, accaparrandosi al contempo le risorse agricole e minerarie ucraine. In definitiva, ogni teatro di guerra serve a trasformare la crisi finanziaria statunitense in una tassa globale imposta con la forza delle armi.

Emblematico in questo scenario, il caso di Juan Orlando Hernández (noto come JOH). Ex Presidente dell’Honduras dal 2014 al 2022, è stato per anni l’uomo chiave di Washington nel Centro America, per poi essere condannato negli Stati Uniti a 45 anni di carcere nel 2024 per aver trasformato il suo Paese in un narco-stato e aver facilitato il traffico di 400 tonnellate di cocaina.

Tuttavia, con un atto che conferma la natura puramente politica della gestione delle risorse e degli alleati, Donald Trump ha concesso la grazia totale a Hernández nel dicembre 2025, portando alla sua immediata scarcerazione. Trump ha giustificato il provvedimento definendo il processo una farsa e una persecuzione orchestrata dai democratici, ma nei fatti la riabilitazione di Hernández è servita a puntellare il ritorno al potere della destra honduregna nelle elezioni di fine 2025.

Il ruolo di Hernández è stato dunque quello di una pedina strategica: prima sostenuto come baluardo contro l’immigrazione e la sinistra, poi sacrificato dalla magistratura americana e infine risorto in virtù della grazia presidenziale che ignora le prove di narcotraffico pur di mantenere l’Honduras nell’orbita del dollaro e lontano dall’influenza dei BRICS.

In fondo gli Stati Uniti realizzano in Venezuela (ci avevano già provato con Chavez, 2002) ciò che gli Stati Uniti hanno fatto in Ucraina (Maidan 2014) ossia un regime change… per propri fini e interessi. Hanno sempre agito così. Ora lo fanno più apertamente. In particolare a danno della Libia di Gheddafi nel 2011 (Operazione Unified Protector della NATO) e assai prima a danno dell’Iran di Mossadeq (operazione Ajax, 1953). Si trattò in entrambi i casi di operazioni di punizione per aver nazionalizzato il petrolio libico e iraniano.

Nel caso dell’Iraq del 2003, sebbene non si sia trattato di un colpo di Stato interno ma di un’invasione diretta il parallelo è inevitabile. Saddam Hussein aveva nazionalizzato l’industria petrolifera irachena già negli anni 70. L’invasione, che fu guidata dagli Stati Uniti, portò alla caduta di Saddam. Dopo la guerra, l’industria petrolifera irachena è stata ampiamente riaperta alle grandi multinazionali occidentali attraverso contratti di servizio. Gheddafi e Saddam avevano l’ulteriore colpa di pretendere di commercializzare il proprio petrolio in euro piuttosto che in dollari

Nel caso del Guatemala (1954) – Operazione PBSuccess – sebbene la risorsa principale non fosse il petrolio ma la terra (e la multinazionale coinvolta la United Fruit Company), la logica fu identica. Il presidente Jacobo Árbenz fu rimosso perché le sue riforme minacciavano gli interessi economici statunitensi. Fu questo intervento a stabilire il modello di intervento della CIA in America Latina.

Ovviamente non si tratta solo di questi casi: Lindsey A. O’Rourke, una professoressa di scienze politiche al Boston College documenta nel suo libro pluripremiato ‘Covert Regime Change: America’s Secret Cold War’ (pubblicato dalla Cornell University Press) con una ricerca storica monumentale, esattamente 64 tentativi di cambio di regime coperti (covert) e 6 operativi palesi (overt), portati avanti dagli Stati Uniti durante il periodo della Guerra Fredda (1947–1989). L’autrice spiega che nella stragrande maggioranza dei casi gli USA hanno rimpiazzato governi democratici con dittature militari o regimi autoritari se questi ultimi erano percepiti come più allineati agli interessi strategici o economici americani (come appunto il controllo del petrolio). In passato però c’era un po’ più di pudore e gli Stati Uniti preferivano operazioni segrete (CIA) rispetto a interventi militari aperti, principalmente per evitare l’opposizione dell’opinione pubblica interna e il rischio di un’escalation militare diretta con l’Unione Sovietica.

In definitiva, il principio che Trump ribadisce è che finché sei un servitore degli Stati Uniti sarai protetto (Si pensi al terrorista Al Jolani in Siria come al citato Hernández in Honduras…). Viceversa, se non servi i nostri interessi, allora ti verremo a prendere e ti condanneremo…


Note
[1] Poiché il governo non ha le liquidità per rimborsare i titoli in scadenza, deve emettere nuovi titoli (Bond, Notes e Bills) per “rollare” (rifinanziare) quelli vecchi. Questa operazione dipende fortemente dai tassi di interesse del 2026; rifinanziare debito emesso anni fa a tassi bassi con i tassi attuali sta portando la spesa per interessi verso un Servizio al debito di 1,2 trilioni
[2] La Posizione Finanziaria Netta sull’Estero (NIIP – Net International Investment Position) degli Stati Uniti è attualmente la più negativa al mondo. Al termine del terzo trimestre del 2025 (ultimi dati ufficiali disponibili), la posizione era pari a circa -26,14 trilioni di dollari. La NIIP misura la differenza tra le attività finanziarie detenute dai residenti negli Stati Uniti all’estero e le attività finanziarie detenute da non residenti negli Stati Uniti. Attività (Asset): ~39,56 trilioni di dollari (investimenti americani all’estero, riserve, ecc.) 40 . Passività (Liabilities): ~65,71 trilioni di dollari (debito pubblico detenuto da stranieri, azioni di aziende USA in mani estere, investimenti diretti esteri). 66 — 66-40=26. Saldo Netto: -26,14 trilioni di dollari.
[3]La dottrina Monroe prevedeva una non interferenza degli Stati Uniti nei confronti del resto del mondo, esattamente l’opposto di quanto avviene oggi. In più bisognava impedire l’influenza degli Stati europei nei confronti degli Stati Uniti. Oggi al posto degli stati europei nel Sudamerica c’è la Cina a cui bisogna impedire la cooperazione economica con i paesi sudamericani.
Contemporaneamente c’è l’attacco contro il presidente del Messico e contro il presidente della Colombia, Petro. C’è in ballo la Groenlandia, Cuba e il canale di Panama (e la Nigeria e l’Iran e il Canada)
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