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osservatorioglobalizzazione

Per una filosofia della geopolitica

di Pasquale Noschese

catene del valore globaliChe il prestigio della geopolitica sia in rapida ascesa, è possibile constatarlo con disarmante facilità: basterebbe guardare le ultime centinaia di ore di trasmissioni televisive. Rimonta che è innanzitutto lessicale, un aspetto non proprio secondario, in quanto non possiamo pensiero oltre i confini del nostro vocabolario (citofonare ad Heidegger per un’autorevole conferma). Si tratta, peraltro, di un rarissimo caso di una “moda” terminologica che non riguardi un anglismo. Un’effervescenza culturale strettamente congiunturale o la premessa di un cambiamento reale nella nostra cultura? Per abbozzare una prima risposta di un dibattito curiosamente silenzioso, è di certo utile guardare alle necessità strutturali che si faranno incontro alla nostra collettività, e che probabilmente già costituiscono le cause remote del revival della geopolitica.

La Storia non ha fatto in tempo a finire che subito è nata la frenesia di inaugurarne il ritorno. Il 2001, il 2003, il 2008, il 2011, il 2014, il 2020 e adesso il 2022. Principali indiziati: il terrorismo, la Cina, Putin, occasionalmente il Covid. Questi annunci, per quanto ispirati dalla buona fede di svegliare l’Italia o l’Europa dal sonno dogmatico della postmodernità, sono imprecisi nel voler trovare un evento, pure simbolico, che in virtù della sua forza intrinseca riesca a folgorarci col ricordo della storia. Nessun evento (nessun “oggetto” in generale) è così gentile da regalare un’interpretazione univoca di sé: è un pregiudizio realista quello di far fede su una fantomatica evidenza epistemologica dei fatti, tanto più se si parla di avvenimenti storici. Il dramma è che abbiamo perso la capacità di conferire senso storico (e quindi strategico) agli eventi, abbiamo perso il sentimento della Storia.

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umanitanova

L’economia di guerra nello stato d’emergenza

di Visconte Grisi

torino 2 840x4801. Capitalismo, pandemia, controllo sociale

In un libro uscito subito dopo il primo lockdown pandemico del 2020, dal titolo Lo spillover del profitto, denunciavamo “il linguaggio da tempo di guerra diventato subito virale nei mass media di regime (…) insieme al ritorno di una retorica patriottarda fuori tempo”, prendendo poi in considerazione alcuni fenomeni che potevano far ritornare alla mente situazioni tipiche di una economia di guerra. Citavamo, ad esempio, “la riconversione industriale in alcune fabbriche per la produzione di merci non più reperibili sul mercato nazionale, come le mascherine o i respiratori (…) la limitazione, certo notevole anche se limitata nel tempo, dei consumi interni, fatta eccezione per il settore alimentare e farmaceutico (…) l’aumento del risparmio privato, che diviene perciò obiettivo privilegiato sia dei fondi di investimento che delle emissioni dei titoli di stato”.[1] A tutto ciò si sarebbe aggiunto, poco tempo dopo, la speculazione sui prezzi dei generi di prima necessità, il coprifuoco di fatto, abbellito con il termine esotico di lockdown e l’introduzione di un lasciapassare per accedere a quasi tutte le attività, compresa quella lavorativa, anche qui camuffato con un termine falsamente ecologico, cioè il green pass.

L’origine della pandemia è da ricercarsi nel modello di sviluppo capitalistico, che comporta deforestazioni, grandi monoculture, allevamenti intensivi e distruzione dell’ambiente naturale e che ha così provocato lo “spillover”, cioè il salto di specie del virus. Il capitalismo quindi non può rimuovere le cause di questa pandemia o di altre che seguiranno. L’arrivo di questa pandemia era, inoltre, largamente prevedibile in anticipo solo osservando la catena di epidemie che si sono succedute dall’inizio del secolo, dalla SARS1 del 2003 alle influenze suina, aviaria, Mers ecc.

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blitzquotid

Ucraina, le colpe di Zelensky, le ragioni di Putin

Pino Nicotri intervista Enrico Vigna

russia ansa 1 2 2 646x350Intervista anti Nato: un Paese sempre più povero, con troppi nazisti, una tragedia che dura da 8 anni, parla Enrico Vigna. Sulla Ucraina e i suoi tragici lunghi conflitti Enrico Vigna ha scritto tre libri. Giornalista e saggista, nella vita di tutti i giorni lavora in una cooperativa di distribuzione e consegne libri.

Ma la sua passione sono la testimonianza e documentazione dei fatti e misfatti delle guerre dei nostri tempi non solo in Europa.

Guerre sulle quali ha scritto molti libri e dossier. Sulla ex Jugoslavia, Palestina, Tibet, Libia, Siria, Priednestrovie, Abkhazia, Krajina, Ucraina, Scozia, NovoRossya, Chavez, Mandela, Siria, Saharawi, NagornoKarabakh.

Che lo hanno portato ad essere l’attivissimo Coordinatore dei Progetti di Solidarietà Concreta di SOS Yugoslavia-SOS Kosovo Metohija, di SOS Donbass–Ucraina Resistente, di SOS Siria, di SOS Afghanistan e di SOS Palestina.

Nel 2012 per l’attività umanitaria in Serbia/Kosovo ha ricevuto il Premio Novosti di Belgrado assieme al regista Emir Kusturica e al sacerdote Padre Irinei.

I suoi libri sull’Ucraina si intitolano

– Ucraina, tra golpe e neonazismo;

– Ucraina, Donbass – I crimini di guerra della Giunta di Kiev;

– Noi sotto le bombe in Donbass, scritto assieme a N. Popova e V. Shilova.

L’intervista che segue è la sintesi di un testo lungo quasi il doppio. La ritengo molto interessante perché, nel quadro delle informazioni e opinioni disponibili, essa riporta un importante complemento sulla realtà ucraina. Visto da Mosca, si potrebbe dire, ma un importante complemento di verità.

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sinistra

Dietro la guerra tra Ucraina e Russia. Il Giano bifronte dell’ordine internazionale liberale in crisi 

di Gaspare Nevola

liberale 1È guerra tra Russia e Ucraina. Il conflitto, da oltre due mesi, ha spodestato la pandemia, e i suoi enigmatici annessi e connessi, dal trono mediatico. Lo scontro armato che tanto fa discutere e indigna si inscrive in una lunga vicenda di crisi e di tensioni nell’area di confine tra i due Paesi, e coinvolge aree contese tra i due Stati confinanti. Lungo questo confine si è ispessita, però, anche una nuova “cortina di ferro”: una linea di demarcazione ipersensibile tra Europa occidentale e americanofila, da una parte, ed Europa russofila o post pansovietica, dall’altra; e non solo. Siamo di fronte a un contenzioso che risale al “dopo 1989-1992”, ai tempi del disfacimento della Federazione Sovietica: tra rivendicazioni territoriali e sovranità nazionali, tra micro-etnonazionalismi, secessionismi e irredentismi, tra interessi geopolitici e geoeconomici. Si tratta di conteziosi non solo mal accomodati tra gli Stati-nazioni confinanti (Russia e Ucraina), ma che sono anche fonte di contrasto tra le pretese di stampo imperiale di Stati Uniti e di Russia (e della Cina, per ora sulla riva del fiume). Porre la questione in termini di “buoni” contro “cattivi” ha una sua efficacia nella cultura politica e nella narrazione dominanti, un’efficacia che si fa forte della distinzione tra l’aggressore e l’aggredito. Tuttavia, questa lettura in termini morali finisce per semplificare e schematizzare troppo un conflitto innescato da una molteplicità di fattori, e da una visione contrapposta degli “interessi vitali” delle varie parti in gioco. In questo conflitto nessuno ha le “mani pulite” o la patente di innocenza, le responsabilità variano a seconda del variare del punto di riferimento storico e politico, del casus belli o dello snodo critico dal quale si considera la vicenda.

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perunsocialismodelXXI

Geopolitics is back: no endgame!

di Piotr

russia natoFinalmente cadono le maschere dei “valori” e riprende il proscenio la cruda realtà degli “interessi”, motore autosufficiente della geopolitica e di tutte le sue guerre (e chi muore per gli ideali R. I. P.).

Il quadro ora è chiaro e anche un cieco lo può vedere.

Il 26 aprile scorso gli USA hanno chiamato a rapporto nella base militare di Ramstein (che è in Germania ma è territorio statunitense) 40 Paesi alleati in tutto il mondo per ordinargli di aiutare l'Ucraina in quella che prevedono sarà una “lunga guerra” (ci saranno consultazioni mensili). Il segretario alla Difesa, Austin, ha detto papale papale che se i Russi vincono nel Donbass «l'ordine internazionale finisce». E ha avvertito che «la posta in gioco va oltre l'Ucraina e persino oltre l'Europa» (“the stakes extend beyond Ukraine – and even beyond Europe”).

Traduzione in Italiano corrente: «Se l'Ucraina non vince militarmente, non riusciremo a indebolire la Russia, e men che meno a balcanizzarla, e quindi poi non riusciremo a sconfiggere la Cina». E l'Europa risponde da Bruxelles: «Vogliamo che l'Ucraina vinca questa guerra» (Ursula von der Leyen al Parlamento Europeo). Perché altrimenti salta la tabella di marcia statunitense.

Una tabella di marcia che preoccupa una “bibbia” statunitense di politica estera, Foreign Affairs, che esprime le sue preoccupazioni addirittura per bocca di Pechino: «[Il governo cinese] vede ora Washington come voler deliberatamente inasprire la guerra per perpetuarla, e così indebolire sia la Russia che la Cina» (“[The Chinese government] now sees Washington as deliberately escalating the war in order to perpetuate it, thereby weakening both Russia and China»”)[1].

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tempofertile

Michael Brenner, “American dissent on Ukraine is dying in darkness”, ovvero “tempi da canaglia”

di Alessandro Visalli

FakeNel blog “Scheerpost”, un sito collettivo da tenere d’occhio, è riportata un’intervista[1] di Robert Scheer[2] all’anziano professor Michael J. Brenner[3], illustre professore emerito di Affari internazionali presso la Università di Pittsbourgh, e prima della John Hopkins e Direttore del Programma Studi Globali e Relazioni Internazionali dell’Università del Texas, poi insegnante a Stanford, al Mit, ad Harvard.

L’ottantenne professore avvia la conversazione raccontando un’esperienza personale: come usa a molti da anni diffondeva analisi politiche sulla situazione mondiale ad una selezionata mailing list di corrispondenti. Avendo condiviso analisi sulla crisi ucraina non corrispondenti alla linea ufficiale ha ricevuto un tale violento tenore di risposte da essere costretto a concluderne che la società americana “non è in grado di condurre un onesto, logico, ragionevolmente informato discorso sulla questione”. In altre parole, non esiste su questi temi una reale sfera pubblica, sostituita da fantasia, falsificazioni, fabbricazioni di informazioni, faziosità e aggressione. Il crollo dell’infrastruttura della democrazia liberale arriva al punto che uscire dalla linea, anche parlando con corrispondenti storici legati da vincoli di rispetto e amicizia, comporta immediati attacchi personali.

Questo lo vediamo benissimo anche in Italia, sono “tempi da canaglia”, come ebbe a dire Lillian Helman[4] durante il McCartismo.

Bisogna notare che quel che Brenner ha fatto, nel suo post incriminato, non è niente altro di quel che ogni buon accademico dovrebbe fare normalmente: porre domande. Ovvero, come dice il conduttore, “quel che ha fatto tutta la vita”.

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tempofertile

Danilo Zolo, “Cosmopolis. La prospettiva del governo mondiale”

di Alessandro Visalli

zolo cosmopolisDanilo Zolo è stato il giurista che negli anni Novanta del Novecento seppe contrastare nel modo più ampio e fermo l’universalismo astratto della loro posizione applicata alle relazioni internazionali. Ciò malgrado lo studioso di origini cattoliche, ma poi avvicinatosi a posizioni della sinistra marxista, sia sempre stato personalmente amico di Norberto Bobbio, Luigi Ferrajoli e Antonio Cassese, ovvero degli alfieri della posizione contraria. Critico feroce delle guerre preventive americane nella fase unipolare e per questo avvicinato alla posizione realista, l’opera di Zolo, scomparso a 82 anni nel 2018 è oggi particolarmente utile per affrontare le sfide terminali dell’egemonia occidentale che stiamo vivendo.

Cosmopolis[1] è un libro del 1995, anno nel quale la produzione di Zolo si stava orientando verso la critica della democrazia espansiva americana (del “principato democratico”[2]) e dopo che nel 1991 era definitivamente crollata l’Urss e si preparavano le molte guerre di assestamento del potere statunitense (Panama, 1989; Prima guerra del golfo, 1990-1991; Guerra slovena, 1991; Guerra in Croazia, 1991-95; Guerra in Bosnia, 1992-95). Negli anni successivi, peraltro, seguiranno la Guerra del Kosovo e il bombardamento della Serbia (1998-99), e dopo l’11 settembre le invasioni preventive dell’Afghanistan (2001-2021) e la Seconda guerra del golfo (2003-11), quindi gli interventi di Obama a seguito delle “primavere arabe” (Siria, Libia), ed altri vari bombardamenti (Yemen, Somalia, Pakistan).

Difficile stimare quanti morti possano aver fatto queste guerre, durante le quali non di rado sono stati effettuati bombardamenti indiscriminati di città e popolazioni civili.

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carmilla

Il nuovo disordine mondiale / 12: Vittorie perdute*

di Sandro Moiso

vittorie perdute 1“Siamo in guerra. Ma per quale vittoria? E se non lo sappiamo, come potremo stabilire se avremo vinto o perso, quando mai finirà?” (Lucio Caracciolo)

“Questo è il futuro, sorellina…” (La canzone del tempo – Ian R. MacLeod)

Ci siamo. Dopo più di sessanta giorni dal suo inizio, la guerra nei fatti è dichiarata.

Non quella della Russia con l’Ucraina, ma quella che fino ad ora si è manifestata, nemmeno troppo, sottotraccia: Biden contro Putin, Nato contro Russia e contro gli alleati recalcitranti, Occidente “democratico” contro resto del mondo “autoritario”.

Ma guai a parlare di imperialismo, se non è quello russo-putiniano; guai a parlare di pace se non è quella dettata dai cannoni e dall’invio di armi; guai ragionare; guai uscire dal coro; guai smontare la propaganda bellica di entrambi le parti in conflitto.

Guai, guai, guai…

Basti invece cantare come i sette nani disneyani: Andiam, andiam, andiam a guerreggiar… (i nanetti di allora cantavano lavorar, ma che importa ormai ai nano-burocrati rappresentanti del capitale internazionale?). Oppure “Bella Ciao”, contro qualsiasi commemorazione della Resistenza che non si limiti ad esaltare l’unità nazionale e interclassista con i fascisti di un tempo e con quelli di oggi.

Così, nei libri di Storia futuri (stampati, online oppure semplicemente scolpiti nella pietra), come data di inizio vero del Terzo conflitto mondiale potrebbe essere ricordata non quella del 24 febbraio 2022 per l’invasione russa dell’Ucraina, ma quella del 26 aprile dello stesso anno.

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corriere

«Il grande errore degli Stati Uniti è credere che la Nato sconfiggerà la Russia»

Federico Fubini intervista Jeffrey Sachs

330.0.1710218355 0018 kRdE U33401002705718FaD 656x492Corriere Web SezioniL’economista della Columbia University: «Gli Stati Uniti sono più riluttanti della Russia nella ricerca di una pace negoziata. Negli anni Novanta l’America sbagliò a negare gli aiuti a Mosca, la responsabilità fu di Bush padre e di Clinton»

Jeffrey Sachs, direttore dello Earth Institute della Columbia University, nominato nel 2021 da papa Francesco all’Accademia Pontificia, risponde con questa intervista all’articolo del 23 aprile in cui il Corriere si chiede se gli errori dell’Occidente nei rapporto con la Russia post-sovietica, che negli anni ‘90 ha vissuto una drammatica crisi economica, hanno contribuito ad aprire la strada al nazionalismo revanscista di Vladimir Putin. Sachs fu consigliere economico del Cremlino fra il 1990 e il 1993.

* * * *

Imporre sanzioni sempre più dure sulla Russia è la linea giusta?

«Accanto alle sanzioni abbiamo bisogno di una via diplomatica. Negoziare la pace è possibile, sulla base dell’indipendenza dell’Ucraina e escludendo che aderisca alla Nato. Il grande errore degli americani è credere che la Nato sconfiggerà la Russia: tipica arroganza e miopia americana. È difficile capire cosa significhi "sconfiggere la Russia", dato che Vladimir Putin controlla migliaia di testate nucleari. I politici americani hanno un desiderio di morte? Conosco bene il mio paese. I leader sono pronti a combattere fino all’ultimo ucraino. Sarebbe molto meglio fare la pace che distruggere l’Ucraina in nome della "sconfitta" di Putin».

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sinistra

Russia: il diritto alla difesa

di Mário Maestri*

S 400 India Russia Stati Uniti USA Biden Modi Putin Le sorti del mondo del lavoro e della civilizzazione nei prossimi decenni potrebbero dipendere fortemente dall'evoluzione e soluzione del confronto militare tra la Russia e l'imperialismo statunitense ed europeo sul territorio ucraino. Buona parte della sinistra che si rivendica marxista rivoluzionaria si divide attorno a questa questione cruciale, assumendo posizioni chiaramente pro-imperialiste e pro-nato, che in questo articolo nomineremo con l’acronimo italiano di Otan (Organizzazione del Trattato dell'Atlantico del Nord.)

Non parliamo delle organizzazioni che da decenni sono schierate a favore delle operazioni militari imperialiste, come la Liga Internazionale dei Lavoratori - Quarta Internazionale (LIT-QI), che negli anni 1979-89, festeggiarono la sconfitta dell'Afghanistan e applaudirono i mujahidins della contro-rivoluzione; che negli anni 1989-1991 si compiaceva dell'esplosione dell'URSS, dell'unificazione tedesca e della restaurazione del capitalismo nelle nazioni del “socialismo reale”; che sostennero la distruzione della Jugoslavia e l'aggressione alla Serbia, nel 1999; le aggressioni all'Iraq, all'Afganistan, a Cuba, alla Siria, alla Libia e così via; difesero diversi colpi di stato: quelle del 2013 in Egitto, del 2014 in Ucraina, del 2016 in Brasile, sempre proponendo di sostenere rivoluzioni popolari mai viste ne sentite, sia prima sia dopo quegli avvenimenti.

 

Per la vittoria della OTAN

Oggi, così come altre organizzazioni che si definiscono marxiste-rivoluzionarie, la LIT-QI rivendica il rompimento delle relazioni diplomatiche; maggiori e più dure ritorsioni alla Russia; l'invio di armi pesanti e lo stabilimento di una “Zona d'interdizione al volo” sull'Ucraina.

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analisidifesa

Verso la guerra ad oltranza in Ucraina

di Gianandrea Gaiani

278630712 292220786431833 5303708072810021121 n 1Il ministro della Difesa russo, Sergei Shoigu (apparso nei giorni scorsi in pubblico dopo le voci di presunti problemi di salute dovuti addirittura ad avvelenamento) ha confermato gli obiettivi militari dell’operazione speciale già annunciati da Vladimir Putin all’inizio delle ostilità due mesi or sono.

Shoigu ha sottolineato “il coraggio e l’eroismo” dimostrato dai militari dopo l’annuncio con cui, il 19 aprile, lo stato maggiore ucraino aveva reso noto l’inizio dell’offensiva russa nel Donbass lungo un fronte di 480 chilometri in quella che ha definito “una nuova fase della guerra”.

Mosca del resto aveva annunciato il completamento della concentrazione di forze in vista dell’offensiva nell’est dell’Ucraina mentre il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov in un’intervista ha confermato che l’operazione russa mira “alla completa liberazione delle repubbliche di Donetsk e Luhansk, come annunciato inizialmente”.

Il 22 aprile il generale Rustam Minnekayev, vice comandante delle forze del distretto militare della Russia Centrale, citato dalle agenzie di stampa russe ha detto espressamente che “dall’inizio della seconda fase dell’operazione speciale, uno degli obiettivi è stabilire il pieno controllo del Donbass e dell’Ucraina meridionale. Ciò garantirà un corridoio terrestre verso la Crimea, oltre a pesare sulle infrastrutture vitali dell’economia Ucraina, i porti del Mar Nero attraverso i quali vengono effettuate le consegne di prodotti agricoli e metallurgici.

Il controllo dell’Ucraina meridionale è anche un corridoio per la Transnistria, dove ci sono anche casi di oppressione della popolazione di lingua russa”, ha concluso il generale Minnekayev lasciando così intendere che le offensive proseguiranno anche nel settore di Odessa.

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tempofertile

Chi ha ucciso il cervo? Della guerra tra moneta e merci

di Alessandro Visalli

51bAhMV OWL. SX342 SY445 QL70 ML2 Il vicepresidente del Consiglio di sicurezza della Federazione Russa, il filoccidentale ma fedelissimo di Putin ex Presidente ed ex Primo ministro fino al 2020 Dmitrij Anatol'evič Medvedev[1], ha dichiarato sulla stampa russa che le sanzioni (congelamento delle riserve, misure sui capitali privati all’estero, esclusione dallo Swift) violano la sacralità della proprietà privata e lo stato di diritto, apparentemente cari all’occidente, e dunque manifestano una ‘guerra senza regole’ che ‘distruggerà tutto l’ordine economico mondiale’. Ne abbiamo già parlato[2].

Ma queste misure colpiscono principalmente la credibilità stessa di chi le promuove, stracciando leggi e regolamenti, con ciò mostrando la natura del potere, e determinano l’arrivo di un nuovo “Ordine finanziario mondiale” nel quale chi non è credibile non avrà più voce in capitolo. Chi farebbe patti con un baro? La risposta russa a questa mossa è stata di capovolgere il principio di base denaro-per-merci. L’idea è di connettere merci di base, petrolio, gas naturale, materie prime minerarie e oro, al rublo.

La guerra valutaria lanciata contro la Russia, fondata sull’inibizione della liquidità in modo che resti impedita sia la funzione di riserva di valore, sia quella di mezzo di scambio della moneta internazionale detenuta dal sistema economico russo, viene tradotta da questa mossa (alla quale lavora la Banca centrale Russa e la diplomazia economica altamente attiva verso i paesi ‘non allineati’, che crescono ogni giorno) in guerra di merci e monete. Ovvero in un confronto a tutto campo tra ‘merci’ cruciali e monete sovrane ad esse ancorate.

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lantidiplomatico

La metamorfosi dell’Impero e le sue vittime

di Andrea Zhok

720x410c50mihbb1. Il riflusso dell’imperialismo globalista USA

Nella frenesia angosciosa degli ultimi due anni, prima con la pandemia e ora con la guerra russo-ucraina, molti processi stanno accelerando e prendendo forme inedite.

Per comprendere gli eventi recenti bisogna partire da una constatazione, ovvero dall’esaurimento della spinta globalizzante dell’economia capitalistica mondiale. Come noto, il sistema capitalistico si conserva in equilibrio soltanto se e nella misura in cui può garantire ai detentori di capitale (investitori) una crescita futura del proprio capitale. Uno stato stazionario perdurante equivale senza resti ad un collasso per il sistema capitalistico, a partire dal fallimento degli istituti finanziari, che possono esistere soltanto sulla base di questo assunto di crescita.

La globalizzazione è stata la forma principale della crescita capitalistica (e delle promesse di crescita) a partire dagli anni ’70 del XX secolo. Dopo la caduta dell’URSS l’espansione globalizzante ha iniziato ad accelerare.

La globalizzazione tuttavia non è semplicemente un moto acefalo del capitale, per quanto essa esprima tendenze strutturali del capitalismo in quanto tale. Nell’ultimo mezzo secolo la globalizzazione è stata la forma presa dall’espansionismo “imperiale” americano.

La narrazione liberista per cui l’ampliamento e l’intensificazione degli scambi creerebbero automaticamente benessere per tutti i transattori è soltanto una fiaba per gonzi, che nasconde un punto cruciale: in ogni scambio è sempre decisivo il rapporto tra i poteri contrattuali dei contraenti.

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vocidallestero

La guerra per procura degli Stati Uniti in Ucraina

di John Belamy Foster

Olga Chernysheva Russia Kind People 2004. 810x477Una relazione importante tenuta da John Belamy Foster, professore di sociologia all'Università dell'Oregon e direttore della storica rivista americana Monthly Review, fa chiarezza su un aspetto finora poco esplorato della guerra per procura che si sta svolgendo in Ucraina, quello relativo al rischio nucleare. Questo aspetto della guerra in corso si inquadra nella 'strategia della controforza' e del 'First Strike' pericolosamente esplorata dagli Usa fin dagli anni '60 e poi abbandonata, anche grazie a movimenti pacifisti di massa. Ripescata dopo il crollo dell'Urss e la fine della guerra fredda nell'ambito della strategia del grande impero americano, oggi si sta giocando una partita del cui possibile finale - il grande inverno nucleare e l'omnicidio - bisognerebbe essere tutti consapevoli. Come dice Foster, 'c'è molto da capire, in poco tempo.' (preziosa segnalazione di Vladimiro Giacché)

* * * *

Quello che segue è il testo di una presentazione di John Bellamy Foster all'Advisory Board del Tricontinental Institute for Social Research del 31 marzo 2022

Grazie per avermi invitato a fare questa presentazione. Parlando della guerra in Ucraina, la cosa essenziale da riconoscere in primo luogo è che questa è una guerra per procura. A questo proposito, nientemeno che Leon Panetta, che è stato direttore della CIA e poi segretario alla difesa sotto l'amministrazione Obama, ha recentemente riconosciuto che la guerra in Ucraina è una "guerra per procura" degli Stati Uniti, sebbene la cosa venga raramente ammessa. Per essere espliciti, gli Stati Uniti (appoggiati dall'intera NATO) sono impegnati da lungo tempo in una guerra per procura contro la Russia, con l'Ucraina come campo di battaglia.

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lantidiplomatico

La Nato e Aiace Telamonio

L'esigenza dell'unità dei comunisti e delle forze antimperialiste nella lotta contro la guerra

di Fosco Giannini*

Riceviamo e con grande piacere rilanciamo l'ultimo bellissimo editoriale di Fosco Giannini, direttore di Cumpanis: Segnaliamo anche questa importante iniziativa

balc simbolo nato La guerra incombe. Ben la di là dell'Ucraina, la sua ombra cupa si allarga su ogni Paese e su ogni popolo. Con la follia di un Aiace Telamonio al quale la dea Atena ha ottenebrato la mente per poi spingerlo alle più violente fantasie distruttive e indurlo a credere che i capi di bestiame siano gli odiatissimi comandanti degli Atridi da massacrare senza pietà, così – con la stessa hybris della tragedia greca – gli Usa e la Nato hanno abbandonato ogni residua prudenza umana e politica, ogni ponderazione militare teorizzata da von Clausewitz, persino ogni paura dell'ignoto e considerazione del proprio stesso destino, spingendo le loro Basi, le loro testate nucleari, le loro truppe nel cuore profondo dell'Europa dell'Est, là dove non si doveva andare, dove nessun Ettore sagace si sarebbe spinto.

Giungendo, la Nato-Aiace Telamonio, sino al Circolo Polare Artico, nelle Basi militari norvegesi al confine russo di Evenes e Rasmund, tra le città di Narvik e Harstad; ad Ämari, nella lontana e sconosciuta contea di Harjumaa, nei pressi del lago Klooga, in Estonia; nella terra di Šiauliai, in Lituania, ove prende misteriosamente corpo la missione di guerra americana “Baltic Air Policing”; ad Arazil, in Lettonia, dove la Nato trascina dietro sé le Penne Nere, gli alpini italiani del “Task Group Baltic”, minacciosamente operativi col Fronte degli Alleati nell'ambito dell'“Enhanced Forward Presence”. Per poi, attraverso un raptus incontrollabile, installarsi in territorio polacco, lungo lo stesso confine dell'enclave russa di Kaliningrad. Spingendosi sino a Krtsanisi, in Georgia, a 20 chilometri dalla capitale, Tiblisi, collocando lì una nuova Base militare, inaugurata direttamente dal segretario generale della Nato Jens Stoltenberg, a braccetto dell'allora presidente georgiano Margvelashvili, nel settembre del 2015.