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“Marx e la follia del capitale”
Un confronto fra Harvey e Critica del valore
di Giordano Sivini
In Marx e la follia del capitale Harvey si imbatte nella Critica del valore ma evita il confronto
Harvey si auto colloca nell’alveo marxista “radicato nella relazione di classe tra capitale e lavoro”.1 Entro questa tradizione opera una distinzione tra il capitalismo, inteso come sistema intriso del valore che ci imprigiona, e il suo motore che produce valore riconfigurando attraverso grandi crisi i rapporti sociali capitalistici, i quali retroagiscono riproducendo il rapporto tra capitale e lavoro costitutivo del capitale. Secondo Harvey “la posizione di Marx (…) è che il capitale probabilmente può continuare a funzionare indefinitamente, ma in modo tale da provocare un degrado progressivo della terra e un impoverimento di massa, aumentando drasticamente la disuguaglianza fra le classi sociali, e, insieme, producendo la disumanizzazione della maggior parte dell’umanità, che verrà tenuta sottomessa da una negazione sempre più repressiva e tirannica del potenziale di sviluppo umano individuale”.2
Harvey è considerato “probabilmente il più eminente studioso marxista vivente”,3 un “classico della scrittura marxista”.4 Nel suo lavoro teorico e nella sua prolifica attività divulgativa non aveva mai fatto menzione della Critica del valore. Lo fa in Marx e la follia del capitale, l’ultimo libro in cui riprende e ripete in modo discorsivo le sue convinzioni teoriche, e introduce anche un nuovo concetto – l’anti-valore – con l’obiettivo di spiegare il nesso tra finanziarizzazione e valorizzazione in maniera compatibile con la sua teoria della sopravvivenza del capitalismo alle sue crisi.
La citazione della Critica del valore evidenzia le difficoltà in cui Harvey si trova nello sviluppare questo obiettivo, e, più in generale, nel continuare a sostenere la tesi della riproducibilità senza fine del capitalismo, i cui fondamenti teorici risalgono agli anni ’70 del ‘900. Con l’introduzione del concetto di anti-valore gli sembra di poter dimostrare che il capitalismo si sta riproducendo sulla base di un intreccio inedito tra capitale produttivo di interesse e capitale produttivo di valore. Senonché dall’interno della Critica del valore, proprio intorno al rapporto tra capitale produttivo di interesse e capitale produttivo di valore, Ernst Lohoff fa emergere l’ineluttabilità della fine del capitalismo, sulla base di elementi che Harvey non ha preso in considerazione.
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Il mito della creatività
Una volta che ci si è accorti dell’esistenza del mito della creatività si inizia a rintracciarlo un po’ dappertutto; si inizia pian piano a vederlo nelle sue personificazioni – i creativi – e nella sua presenza nel mondo del lavoro – il lavoro creativo o i modi creativi di compiere un lavoro; si sentono risuonarne la parole in molti discorsi a vari livelli (nei telegiornali, nei blog, su facebook, negli annunci di lavoro, nelle chiacchere da bar…); lo si nota come un’aura che colora molte figure significative del nostro immaginario. La tinta euforica che sempre si accompagna al mito della creatività viene utilizzata per rappresentare una serie di oggetti, valori e luoghi anche molto diversi tra di loro; i colori ricordano quelli delle fotografie di Oliviero Toscani. Anche quando non vengono usate direttamente la parola e i suoi derivati ci si accorge, man mano che si affina lo sguardo, che una serie di altri lemmi, concetti e valori che con essa costruiscono una ragnatela simbolica (innovazione, originalità, bellezza diffusa, genio, successo…) sono disseminati nel mondo che abbiamo davanti, nei nostri discorsi quotidiani. La creatività appare nella forma del mito: non semplicemente una mistificazione, ma narrazioni, immagini, costellazioni di elementi che producono identità culturali e collettive, all’interno delle quali le persone possono riconoscersi e riconoscere i loro simili, ricondurre le loro esperienze particolari a un modello generale.
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Ciò che è non appare, ciò che appare non è
Gianfranco La Grassa
L’unica cosa che appare pressoché sicura è che Renzi, (vedi qui e qui) appena rientrato dagli Usa e dopo il duetto con Obama, ha l’appoggio di quest’ultimo per entrambe le posizioni prese. Tuttavia, sappiamo che in merito ai due problemi, gli Stati Uniti sono decisamente contrari all’austerità e alla rigida posizione della UE (e soprattutto della Germania) in merito – così come si era già riscontrato all’epoca della grave crisi greca – e manifestano una dura contrapposizione alla Russia sia per l’Ucraina che per la Siria; per cui, sono favorevoli alle (anzi sono promotori delle) sanzioni economiche verso Mosca, considerata l’aggressore, esattamente come espresso dalla Merkel (“Chiediamo la fine degli attacchi. Non solo abbiamo detto che potremmo imporre sanzioni alla Siria, ma anche sanzioni contro tutti gli alleati della Siria. Questo si applica alla Russia”).
Se fossimo affetti da quel rozzo economicismo attribuito, sbagliando di grosso, a Marx, potremmo dire che Renzi è spinto all’attenuazione del suo atteggiamento anti-russo dalla situazione difficile in cui verrebbero a trovarsi alcuni settori produttivi italiani che esportano in Russia. Troppo semplice a mio avviso. Non c’è un solo attore sulla scena politica mondiale che dica effettivamente quel che pensa e il cui gioco persegua gli scopi apparentemente voluti. Questo è abbastanza normale in politica e in ogni tempo; tuttavia, in periodi come questi, data la sempre accentuata subordinazione alla potenza predominante, le manovre dei paesi europei hanno un superiore tasso di ambiguità e autentico inganno.
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Un No-global a tutto tondo
di Antonio Castronovi
Il 20 gennaio di un anno fa ci ha lasciati Bruno Amoroso, economista e saggista italiano, allievo di Federico Caffè (qui gli articoli inviati a Comune). Per ricordarlo pubblichiamo questo articolo (titolo originale Mondializzazione e comunità, lavoro e bene comune in Bruno Amoroso), uscito in Ciao Bruno (Castelvecchi) di Antonio Castronovi
Quelli che sono in alto hanno dichiarato guerra ai popoli. Come resistere, come ricostruire comunità solidali passando “dalla cooperazione per competere” alla “competizione per cooperare” per dirla con Bruno Amoroso? La priorità, al tempo della globalizzazione, dovrebbe essere liberare territori e comunità. “La globalizzazione non è un fenomeno oggettivo della modernizzazione, è una forma contingente assunta dal capitalismo – scrive Amoroso -, uno stadio particolare ed eventualmente, il suo ultimo stadio. È il capitalismo nella sua forma più maligna, poiché si diffonde come una forma tumorale; come una metastasi si concentra su poche aree strategiche, … sul resto enormi effetti distruttivi. Con buona pace delle moltitudini di Toni Negri e dei new-global della globalizzazione buona…”. Mondializzazione, comunità, bene comune: un viaggio nel pensiero di Bruno Amoroso
* * * *
“Ci sono uomini che lottano un giorno e sono bravi, altri che lottano un anno e sono più bravi, ci sono quelli che lottano più anni e sono ancora più bravi, però ci sono quelli che lottano tutta la vita: essi sono gli indispensabili” (Bertolt Brecht, In morte di Lenin).
Da alcuni anni, anzi decenni, è in corso nel mondo una guerra che è stata definita come “terzo conflitto mondiale”. I protagonisti ne sono le élite globali del capitalismo triadico che la combattono – con gli strumenti della guerra democratica, della politica, del terrorismo, della guerra economica e delle guerre di religione – contro i popoli, gli stati sovrani, le comunità locali che non intendono sottomettersi ai diktat della omologazione del mondo ai dettami dell’impero globale.
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Europa, l'euro è irriformabile
Intanto i profitti vanno sempre dalla stessa parte
Domenico Moro
Sono rimasti in pochi a non riconoscere che le misure europee di austerity si sono rivelate quantomeno dannose ed è diventato difficile trovare qualche sostenitore del dogma secondo cui l’austerity produce crescita. Ora, il vero nodo della discussione è diventato un altro: l’Unione economica e monetaria europea (Uem) è riformabile o no? In altri termini, è possibile determinare dall’interno della Uem un cambio di passo, che permetta di risolvere quei problemi che hanno portato al collasso la Grecia e che hanno drasticamente ridotto la base produttiva industriale e impoverito la gran parte della popolazione, aumentando la disoccupazione e i divari sociali nella maggioranza dei Paesi dell’eurozona? Vogliamo provare a rispondere a questa domanda senza farci condizionare da preconcetti, ma basandoci sui nudi fatti. In particolare, vogliamo cercare di rispondere a partire dall’esperienza concreta e dalle speranze, che sono state suscitate, a sinistra, dalla vittoria di Syriza in Grecia e, in ambienti politicamente e socialmente più ampi, dal varo del Quantitative easing da parte della Bce diretta da Mario Draghi.
Un governo sotto ricatto
Partiamo dalla Grecia. Il governo greco è stato eletto con il mandato di eliminare la pesante austerity che ha determinato un vero e proprio massacro sociale. Per attuare tale mandato, il governo Tsipras ha intrapreso una strada ragionevole e per niente estremista, quella della rinegoziazione dei vincoli di bilancio con i governi europei, a partire dal più importante, quello tedesco.
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La rifondazione fallita
Giovanni Mazzetti
Il problema non è se dirsi comunisti, ma come eventualmente provare ad esserlo. È necessario interrogarsi sul fallimento del tentativo di rifondarlo per capire dove si è sbagliato. E non correre dietro a qualsiasi forma di disagio e di opposizione
Nel 2007 scrissi con Luigi Cavallaro un articolo a quattro mani pubblicato sulla rivista Essere comunisti. Il titolo era "Perché essere comunisti" e rappresentava una risposta critica a Piero Di Siena che poco prima aveva posto, anche se in modo meno aperto, un interrogativo analogo a quello che la Rossanda ha lanciato recentemente sul giornale. Pochi mesi prima ero intervenuto al convegno organizzato anche dal manifesto, i cui atti sono poi stati raccolti dalla Manifestolibri in Rive Gauche. La mia riflessione si intitolava "Affinché la vittoria della sinistra non diventi una iattura". Era il periodo immediatamente antecedente le elezioni nelle quali l'alleanza di centrosinistra, l'Unione, era destinata a vincere, con i miseri risultati che oggi sappiamo e col disastro finale di cui ancora soffriamo le conseguenze.
Perché accennare a tutto ciò, pur lasciando da parte una valanga di altri allarmi lanciati a suo tempo? Perché non ci sto all'ennesima ripetizione, di quello che lentamente si sta trasformando in un gioco perverso. Personalmente sono comunista. Ma credo che il ripeterlo e il ripetermelo serva ormai a ben poco. Mi devo piuttosto interrogare sul come sia eventualmente possibile agire oggi in maniera coerente con questo bisogno. Perché nel frangente che stiamo attraversando il comunismo non solo non riesce più ad essere un movimento ma, come dimostra l'interrogativo della Rossanda, stenta addirittura a sopravvivere come bisogno.
Non è detto, infatti, che per il semplice affacciarsi sulla scena sociale un bisogno riesca ad avere un'esistenza reale. Come scriveva Marx sin dal 1843, «una cosa può essere resa necessaria dalla situazione», e alcuni soggetti possono affermare questa necessità, ma l'insieme delle condizioni esteriori possono precluderle «di entrare a far effettivamente parte della vita». In genere, quando ci si riferisce a queste condizioni esteriori le si immagina, opportunisticamente, solo come "forze indipendenti dai soggetti agenti"; nel nostro caso "la forza del capitale globale".
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Sulle élite contemporanee
di Marino Badiale
I. La revoca del mandato celeste
Nelle analisi della situazione sociale e politica attuale nei paesi avanzati, è ormai un dato acquisito l’esistenza di una particolare frattura sociale e culturale. Abbiamo da una parte un ceto, relativamente ristretto, di persone adattate alla nuova natura transnazionale del capitalismo contemporaneo: persone dotate di conoscenze e capacità (in primo luogo la conoscenza della lingua inglese, ma ovviamente non solo questo) che le rendono in grado di approfittare di occasioni di lavoro sparse in tutto il globo, prive di remore a spostarsi per approfittarne, impiegate in lavori a forte componente intellettuale e specialistica, capaci di tessere relazioni proficue con le persone più diverse, ma in sostanza appartenenti allo stesso milieu. Si tratta del ristretto ceto di coloro che si sono pienamente inseriti nei meccanismi del capitalismo globalizzato e sono in grado di approfittare delle possibilità che la sua dinamica crea. All’interno di questo ceto spiccano ovviamente i detentori del potere, quelli che si ritrovano a Davos e in simili occasioni; ma il ceto di cui stiamo parlando, pur ristretto, non è composto esclusivamente da uomini e donne di potere, ma da persone che condividono lo stile di vita e la visione del mondo degli attuali ceti dominanti. Per chiarezza terminologica, parleremo di “élite dominanti” intendendo la ristretta cerchia di chi detiene un potere effettivo (per ripeterci: quelli che si incontrano a Davos), mentre useremo l’espressione “ceti medi elitari” o “ceti medi globalizzati” intendendo quella strato sociale che abbiamo descritto nelle prime righe, minoritario ma più ampio rispetto ai “signori di Davos”. Parleremo infine di “élite contemporanee” intendendo l’insieme di questi due gruppi.
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Seconda questione di geopolitica: il “cuore della terra” al fronte sud
di Uber Serra
Nella prima puntata di questa inchiesta sullo stato attuale della narrazione geopolitica autentica (quella di H. Mackinder, per intenderci) s’è detto che per essa c’è un luogo privilegiato del pianeta il cui governo consentirebbe il dominio del mondo: è questo il “cuore della terra” (o Heartland) che coincide con la Russia nella estensione delle steppe dal Dniepr alla Kamciakta. Però la Russia è stretta dal Mar Glaciale Artico a nord e dalla fascia dei deserti asiatici a sud, sicché per esercitare il pieno controllo sul pianeta dovrebbe spingere la propria supremazia su una di quelle “terre di confine” (poi dette Rimlands dal geopolitico americano Nicholas Spykman) che la circondano ad ovest (Europa e Balcani), a sud (Medio Oriente e Persia) e a est (Cina e Corea) e che si affacciano, per l’appunto, sui mari caldi. Proprio per evitare tanta jattura Mackinder aveva affidato, al suo tempo, alle due isole dirimpettaie al continente euroasiatico, la Gran Bretagna e il Giappone, il compito strategico di “salvare” il mondo dalle mire planetarie di Mosca, un compito però che dopo la seconda guerra mondiale, avendo tradito il Giappone il suo “dovere” geopolitico ed essendosi esaurita la Gran Bretagna a sua difesa, è stato assunto su tutti i fronti dai più robusti e onnipresenti Stati Uniti d’America. Ed è questo il “destino” americano che perdura tuttora sebbene l’URSS sia scomparsa, e questo perché la Russia è cattiva non perché zarista, sovietica o quant’altro, ma perché geopoliticamente resta comunque il “cuore della terra”.
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“Dobbiamo riappropriarci della sovranità monetaria perduta”
C. Rossitto intervista Tonino Perna
Un’intervista a Tonino Perna di Concetto Rossitto su La Civetta press in occasione del terzo convegno di Siracusa Resiliente. L’economista: “Ci sono state ben sette crisi finanziarie dal 1987 ad oggi. La prossima, che potrebbe scoppiare quest’anno, sarà più catastrofica del 2007”
Prof. Perna, si sta cercando di ovviare all’attuale crisi attraverso l’immissione di cospicue dosi di moneta nei sistemi economici. Lo sta facendo da tempo l’America di Obama e ora lo fa anche la BCE di Draghi. Lo sta facendo Abe in Giappone (che però punta anche su un aumento della spesa pubblica, al contrario di quanto impone la troika). Lei crede che siano interventi risolutivi? Semplici palliativi? O scelte pericolose?
Sono interventi di pura somministrazione di oppiacei che prolungano l’agonia di un modello socio-economico fallimentare. Sono flussi di denaro che finiscono solo in minima parte nell’economia reale, mentre servono a capitalizzare le banche e far crescere i titoli di Borsa fino a che non scoppia la prossima bolla finanziaria. Ricordo che ci sono state ben sette crisi finanziarie dal 1987 ad oggi. La prossima, che potrebbe scoppiare entro il prossimo autunno, sarà ancora più catastrofica del 2007.
Una maggiore quantità di denaro fresco può rappresentare una boccata di ossigeno per le banche, che forse hanno in pancia prodotti tossici e rischiano parecchio. Ma quella nuova massa monetaria si trasferirà all’economia reale o rischia di finire (del tutto o in massima parte) nel buco nero della finanza speculativa? Non sarebbe preferibile scoraggiare la turbofinanza per far rifluire risorse monetarie già esistenti verso l’economia reale?
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Annotazioni sullo sciopero astratto*
di Toni Negri
Che cos’era lo sciopero? Era un’astensione dal lavoro da parte operaia, una rottura partigiana e selvaggia (di classe operaia) del rapporto di sfruttamento, che si qualificava come un attacco diretto alla valorizzazione capitalista. Ma, dal punto di vista operaio, lo sciopero non era solo questo; era anche qualcosa di molto materiale, un’azione che doveva “far male al padrone” e che, allo stesso tempo, metteva in gioco la vita del lavoratore. C’era qualcosa di carnale, di immediatamente biopolitico nello sciopero, una violenza che trasformava l’azione economica in rappresentazione politica, l’atto di astensione in una pratica di diserzione dal capitale. Ora si sa che il rapporto di capitale è sempre diverso, sia perché il soggetto lavoratore in ciascuna fase dello sviluppo capitalistico è diversamente qualificato, sia perché il comando sul lavoro è contestualmente diverso. Lo sciopero dunque è sempre diverso anch’esso: lo sciopero dell’operaio industriale e quello del bracciante agricolo erano esperienze, avventure diverse, anche se ognuna metteva in gioco la stessa materialità – la continuità del sabotaggio e dell’astensione prolungata dal lavoro presso gli operai industriali; la violenza carnale, puntuale e durissima della lotta contadina. Per i braccianti agricoli, la lotta non poteva durare più di tanto: raccontano che le vacche muggivano disperate che nessuno ne traesse il latte e che i raccolti, non realizzati, marcissero – bisognava dunque intensificare lo scontro nel tempo breve. Per gli operai industriali, tempi e figure della lotta erano ben altri, e non esigevano di essere contratti, se non “in ultima istanza” per il limite imposto all’astensione dal lavoro dalla misura del salario necessario, di sopravvivenza.
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#Tsipras, il gran botto nel Laboratorio Greco
di Pino Cabras
Se consideriamo la Grecia come un laboratorio, così come in molti fanno da anni, in occasione della vittoria di Tsipras abbiamo assistito all'incendio di molti alambicchi. Chi conduce l'esperimento, specie se si tratta di un test pericoloso, corre anche il rischio di collaudare qualcosa che non risponde ai suoi modelli di partenza: mette nel conto di sacrificare risorse, forzare i limiti, spingere al massimo le resistenze, scoprire cosa brucia subito e cosa provoca ritorni di fiamma imprevisti.
Se gli va bene, scopre una nuova formula che potrà ogni volta padroneggiare. Se gli va male, può provare e riprovare ancora sulle cavie, e solo dopo potrà estendere le esperienze sicure su un sistema più vasto. Oppure può circondare di misure di sicurezza quel piccolo e scoppiettante laboratorio isolato.
La Grecia è stata già altre volte un'officina per gli sperimentatori delle élite occidentali. Se ci pensiamo, negli stessi anni in cui in Italia gli ambienti atlantisti influenzavano la vita politica con la strategia della tensione e vari tentativi di colpo di Stato, ad Atene i militari andavano davvero al potere con un golpe, instaurando la Dittatura dei Colonnelli (1967-1974). Nella culla della civiltà europea si poté così sperimentare per qualche anno la soppressione delle normali libertà civili, lo scioglimento dei partiti politici, l'istituzione di tribunali militari speciali, il ricorso alla tortura e al confino per migliaia di oppositori.
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Altro che Bretton Woods
Comunque vada, il «G20» sarà un fallimento
Walden Bello*
Se mai una conferenza internazionale è stata destinata al fallimento, questo è il caso del prossimo meeting G20 di Londra, presentato come «una nuova Bretton Woods» da cui dovrebbe scaturire una risposta coordinata e globale alla depressione in atto, e creare un nuovo ordine di governance economica globale, proprio come la prima Conferenza di Bretton Woods diede vita all'ordine multilaterale mondiale del secondo dopoguerra.
In primo luogo, la sede appropriata per una impresa così ambiziosa è l'Onu, e non un raggruppamento informale dei paesi più ricchi del mondo con una rappresentanza simbolica del Sud del mondo con scarsa legittimità. Il G20 è un club esclusivo, mentre gli architetti dell'ordine di Bretton Woods cercarono di essere il più possibile inclusivi, intitolando il meeting «Conferenza monetaria e finanziaria delle Nazioni unite» e chiamando a raccolta i rappresentanti di 44 paesi sia pure nel bel mezzo della guerra mondiale, nel luglio 1944.
In secondo luogo, questo meeting si è attribuito il compito di realizzare in un giorno solo quello che gli architetti di Bretton Woods fecero in 21 giorni. Possiamo già scorgere i contorni del comunicato finale: un'intesa ampia su poche questioni, nascondendo le differenze sui dettagli chiave.
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Odio mosso da amore
di China Miéville
Come rapportarsi al sentimento dell'odio generato dalle crudeltà che ci circondano? Bisogna negarlo o provare a governarlo? Una riflessione, Marx alla mano, dello scrittore di fantascienza radicale China Miéville
Non c’è ragione di soccombere al conforto complesso della disperazione, un rifugio nel lugubre che ci consegna alla sconfitta. Ma sottolineare i ripetuti fallimenti della sinistra è un rimedio inevitabile, data la sua storia di esaltazioni e cazzate, ed evidenziare quanto siano spaventosi e terribili questi giorni, anche se vi possiamo anche scorgere una speranza. Adottare l’approccio liberale e vedere come deviazioni Boris Johnson, Jair Bolsonaro, Narendra Modi, Rodrigo Duterte, Donald Trump, Silvio Berlusconi e i loro epigoni, il violento e intricato «cospirazionismo», l’ascesa dell’alt right, la crescente volubilità del razzismo e del fascismo, significa estrapolarli dal sistema di cui sono espressione. Trump se n’è andato, ma il trumpismo è ancora forte.
Nonostante tutto ciò, vista la recente sconfitta e lo smacco dei movimenti di sinistra nel Regno Unito e negli Stati uniti, causa di profonda depressione e demoralizzazione, questa è stata anche una fase di insurrezioni senza precedenti nelle città americane (e altrove). La storia e il presente sono oggetto di contesa.
Il capitalismo non può esistere senza una punizione implacabile nei confronti di coloro che trasgrediscono i suoi divieti spesso meschini e spietati, e di coloro la cui punizione è funzionale alla sua sopravvivenza, indipendentemente dalla «trasgressione» immaginaria. Dispiega sempre più la repressione burocratica, ma anche un sadismo appositamente congegnato, sfacciato, sopra le righe. Ci sono innumerevoli orribili esempi di riabilitazione e celebrazione della crudeltà, nella sfera carceraria, nella politica e nella cultura. Spettacoli come questo non sono nuovi, ma non sempre sono stati così «sfacciati», come dice Philip Mirowski, «fatti sembrare non eccezionali» – non sono solo una distrazione ma fanno parte di «tecniche di disciplinamento ottimizzate proprio per rafforzare il neoliberismo».
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L’Italia, L’Europa e la crisi da coronavirus
di Antonella Stirati
Nelle ultime settimane in Italia e in Europa si è affacciata con prepotenza la questione economica legata alla pandemia in corso, e si sono moltiplicate le prese di posizione relative a come questa dovrebbe essere affrontata.[1]
Pur in una situazione in continua evoluzione, provo qui a mettere in ordine i problemi e gli strumenti disponibili, sia in via di principio che in concreto, con l’auspicio che questo possa aiutare a chiarire i termini delle questioni in discussione.
1. Il contesto
E’ sempre più evidente che la pandemia e le misure di contenimento del contagio adottate in tutto il mondo provocheranno una profonda recessione in conseguenza del blocco di una parte importante dell’attività produttiva e la scomparsa dei redditi generati da quelle attività. Molte previsioni sono concordi nell’affermare che si avranno riduzioni del PIL maggiori di quelle causate dalla crisi finanziaria globale del 2008, e che esse non saranno transitorie.
In tutti i paesi la combinazione della caduta significativa del PIL e degli aumenti di spesa pubblica e riduzione delle tasse per fronteggiare l’emergenza faranno lievitare il rapporto tra deficit e PIL e tra debito pubblico e PIL.
Si deve notare tuttavia un elemento di estrema importanza fino ad oggi spesso sottovalutato o addirittura ignorato – in modo totalmente anti-scientifico – nel dibattito politico su questi temi: il denominatore (il PIL) non è indipendente dalla politica di bilancio pubblico, cioè dalle variazioni della spesa pubblica o delle tasse. In altri termini, più spesa pubblica implica minore caduta del PIL.
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Elezioni UE. Sovranisti e sovranità, populisti e popolo
E chi ciurla nel manico
di Fulvio Grimaldi
Cos’è l’UE e che farne
In vista delle elezioni europee, manifestazione di democrazia allestita dagli illusionisti Silvan e Forest, si moltiplicano i messaggi che mi chiedono per chi voto e anche per chi votare. Di questo, dopo.
Divertente il Fatto Quotidiano, quando sbertuccia gli ordini di servizio del Grande Fratello mimetizzati da stampa italiana (e occidentale tutta), meno divertente quando compra le sue penne, che dovrebbero illustrarci il mondo là fuori, negli store del Pentagono o dell’intelligence anglosassone. Divertentissimo quando ci squaderna in paginoni su paginoni le facce e i curricula dei candidati: una galleria degli orrori tra pregiudicati, condannati, inquisiti, cambia casacca, riciclati, mummificati: la faccia dell’establishment. E poi i sinistri ci fustigano perché ancora insistiamo sul concetto populista di una guerra tra popolo ed élite.
Certo il panorama dei concorrenti è affascinante. Barnum e il suo circo fanno la figura di un saggio di Terza elementare. C’è tutto un mondo di più o meno grassi o smilzi sopravvissuti al proprio disfacimento. La notte dei morti viventi gli fa un baffo. E quando non sono i guappi, malandrini, mariuoli, preti, camorristi (in senso largo) e busti di gesso dei partitoni gonfi, punzecchiati dagli scugnizzi, prima col referendum renziano del 2016, poi con il voto politico del 2018, sono i detriti di quelli che gli correvano appresso fingendo di volergli mettere il sale sulla coda, mentre si nutrivano delle briciole che ai primi cadevano dal desco. A dare un minimo di serietà alla competizione, ecco ai nastri di partenza una fauna variopinta di correttori di bozze, alcuni che contano di rianimarsi grazie al volenteroso bocca a bocca di qualche elettore inconsapevole, altri che si accontentano di vedersi presi sul serio dai cancellieri che li stampano sulle schede elettorali.
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"Rottamare Maastricht"
di Fabio Petri
Fabio Petri, Recensione (intervento alla presentazione) del libro “Rottamare Maastricht”, di A. Barba, M. D’Angelillo, S. Lehndorff, L. Paggi, A. Somma (Deriveapprodi), Roma, 27 ottobre 2016
Lo scopo del libro, dall’Introduzione di Paggi, è aiutare ‘la costruzione di un movimento anti-Maastricht diverso da quello populista’, sottrarre al populismo ‘il monopolio della critica della situazione esistente’; combattere Maastricht come cultura, concezione del mondo, proposta di civiltà; a tal fine aiutare a ‘trasformare la protesta sociale in conflitto distributivo e in alternativa politica’, aiutare ‘la costruzione di un movimento ancora inesistente’, per la qual cosa ‘occorre mettere sul tappeto il problema di una filosofia di governo alternativa e di un programma che indichi, in primo luogo sotto il profilo concettuale, alcuni punti di scorrimento verso un’Europa politica della crescita’.
Il libro non si spinge a proporre esplicitamente questa filosofia di governo alternativa o programma (l’Introduzione si limita a indicare il bisogno di più democrazia più salario più produttività, ma senza entrare nel come raggiungere questi obiettivi); piuttosto fornisce analisi preliminari per dimostrare la necessità di aprire il dibattito; tre messaggi in particolare emergono dai cinque contributi.
Primo messaggio, che emerge dai contributi di Paggi e Somma: la storia di come si arriva a Maastricht è storia di abbandono, e tradimento, dell’idea originaria di una unione politica europea collaborativa, unificante; Maastricht ha di fatto creato con la moneta unica un ostacolo a tale obiettivo, perché aumenta le differenze e i conflitti tra i paesi membri dell’euro, ponendoli in concorrenza l’uno con l’altro.
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L'energia nucleare, solo una parte di un modello da convertire
Guido Viale
Il passaggio dall’era dei combustibili fossili a quella delle energie rinnovabili, o anche solo la sua promozione, impongono un cambio di paradigma. L’economia degli idrocarburi è un sistema centralizzato. E’ fatto di campi petroliferi e pozzi minerari distanti migliaia di chilometri dai suoi utilizzatori finali, di oleodotti e gasdotti, di grandi petroliere, di convogli giganteschi e di navi carboniere e metaniere, di raffinerie e centrali di generazione elettrica di grande taglia, di grandi Kombinat industriali, di elettrodotti ad alta tensione, di società di prospezione, di gestione e di distribuzione, pubbliche e private, di dimensioni mondiali e di capitali proporzionati: un sistema che produce sempre più centralizzazione, dispotismo e guerre; il trasporto e i suoi impatti costituiscono una quota crescente dei costi ambientali ed economici della filiera.
La logica di un’economia delle fonti rinnovabili richiede invece un sistema distribuito, che migliora la sua efficienza quanto più è decentrato. Ogni comunità dovrà produrre, attraverso mix di fonti che variano da un contesto all’altro, la maggior parte dell’energia che consuma e le reti di vettoriamento dell’energia elettrica saranno asservite esclusivamente al riequilibrio tra le diverse utenze.
E’ vero che nella realtà, la logica con cui viene perseguito lo sviluppo delle fonti rinnovabili continua a ricalcare in gran parte l’impianto dell’economia delle fonti fossili: i casi estremi sono costituiti dalle grandi dighe idroelettriche che devastano intere regioni, o da progetti come Desertech, destinato, se mai funzionerà, a perpetuare la dipendenza dall’estero degli approvvigionamenti energetici.
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Lo stato del bene comune
di Ugo Mattei
A venti anni dal crollo del modello economico sovietico il pianeta è scosso dalla crisi del neoliberismo. Due fallimenti che impongono l'urgenza di un riqualificato intervento pubblico per favorire il miglioramento della qualità della vita nel presente, senza attendere messianicamente il «sole dell'avvenire»
Da diversi mesi ormai siamo ufficialmente nel mezzo della «crisi». Tali e tanti sono stati i dibattiti, gli articoli ed i libri ad essa dedicati in tutto il mondo, ciascuno contenente diverse diagnosi e prognosi, che il senso di saturazione e di inutile si impadronisce di noi. È nata un'«industria culturale» della crisi, un vero «spettacolo» al quale è ormai volgare qualsiasi tipo di partecipazione.
Vanno comunque riconosciuti alcuni risultati positivi quantomeno culturali di ciò che va succedendo. Dopo 15 anni di travolgente mainstream intellettuale in cui era impossibile avanzare qualunque dissenso alla retorica della «fine della storia», finalmente si possono mettere sul tavolo e discutere con il rispetto dovuto ipotesi alternative, solidaristiche, alter-mondialiste, o semplicemente di ri-pubblicizzazione dell' economia.
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Capitalismo finanziario, diritti umani e conflitto sociale
di Alessandro Somma
Alain Touraine, il decano dei sociologi francesi a cui si deve l’espressione “società postindustriale”, ha dedicato i suoi ultimi libri alla disgregazione della società industriale e ai conflitti che caratterizzano quanto viene definita “epoca postsociale”: l’epoca non più governata dalla dimensione socio economica dei problemi, bensì da quella etico individuale. Ne “La fine delle società” ha analizzato il capitalismo finanziario e il suo ruolo nella crisi delle principali istituzioni politiche e sociali: dallo Stato alla famiglia, passando per i sindacati e i diversi sistemi di protezione e controllo sociale (La fin des sociétés, 2013). Con “Noi soggetti umani” ha sottolineato la necessità di riscoprire i diritti umani per contrastare il capitalismo finanziario attraverso un rigurgito etico individuale (Nous, sujets humains, 2015). Infine, ne “Il nuovo secolo politico” ha riflettuto sul modo di affrontare i grandi temi che monopolizzano il dibattito pubblico: dalla questione nazionale a quella religiosa, passando per la lotta al terrorismo e la sfida ambientale (Le nouveau siècle politique, 2016).
Il secondo volume, un libro a cui l’autore afferma di sentirsi “più vicino che a tutti gli altri”, è da poco uscito in traduzione italiana (Noi, soggetti umani, trad. M.M. Matteri, Il Saggiatore, 2017, pp. 308). Offre l’occasione per una sintesi del pensiero di Touraine sul modo di reagire ai guasti prodotti dalla globalizzazione, e per valutarlo alla luce delle dinamiche che caratterizzano la costruzione europea.
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Europa. Competizione globale e lavoratori poveri
di Lucia Pradella*
"Generazione Erasmus o Working Poor Generation? Ce lo chiedevamo a fine giugno qui, in seguito al risultato della Brexit e del dato del voto giovanile (ben diverso da quanto emergeva dai mega titoloni di certa stampa). Ce lo chiediamo di nuovo oggi dopo la vittoria di Trump, continuando a cercare di capire la nostra pancia per conoscere le risposte di cui abbiamo realmente bisogno." [Noi Restiamo]
La disoccupazione ha raggiunto livelli senza precedenti in Europa occidentale. I salari sono in discesa e si intensificano gli attacchi all’organizzazione dei lavoratori. Nel 2013 quasi un quarto della popolazione europea, circa 92 milioni di persone, era a rischio povertà o di esclusione sociale. Si tratta di quasi 8,5 milioni di persone in più rispetto al periodo precedente la crisi.
La povertà, la deprivazione materiale e il super-sfruttamento tradizionalmente associati al Sud del mondo stanno ritornando anche nei paesi ricchi d’Europa.
La crisi sta minando il “modello sociale europeo”, e con esso l’assunto che l’impiego protegge dalla povertà. Il numero di lavoratori poveri – lavoratori occupati in famiglie con un reddito annuo al di sotto della soglia di povertà – è oggi in aumento, e l’austerità peggiorerà di molto la situazione in futuro.
Alcuni critici sostengono che l’austerità è assurda e contro-producente, ma i leader europei non sono d’accordo. Durante l’ultima tornata di negoziati con la Grecia l’estate scorsa, Angela Merkel ha dichiarato: “Il punto non sono alcuni miliardi di euro – la questione di fondo è come l’Europa può restare competitiva nel mondo.” C’è del vero in tutto questo. Quello che la Merkel non dice è che i lavoratori in Europa, nel Sud dell’Europa in particolare, competono sempre di più con i lavoratori del Sud del mondo.
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Le larghe intese provocano il crollo dell'economia italiana
di Pasquale Cicalese
La menano con lo 0,2% (e con ulteriori rischi al ribasso..), come se questo fosse il problema. Leggono le intro del Bollettino Economico e nessuno che si degni di leggerlo interamente. Il giorno dopo editoriali di un’ovvietà disarmante e tutti a parlare di “riforme” per uscire dalla “crisi”. Ma non è una crisi, è un vero crollo capitalistico, quello certificato dai tecnici di Palazzo Koch. Dopo tante pagine in cui si articolano le misure messe in campo da governi e banche centrali di tutto il mondo, ecco arrivare il paragrafo riguardante l’economia italiana. Potrà crescere solo se ritornano gli investimenti. Sta qui il problema, non ritornano da decenni, figurarsi oggi. Ma perché puntare sugli investimenti e non magari su altre voci? La risposta è insita in un rigo della pagina 36 del Bollettino economico: il tasso di accumulazione nel biennio 2012-2013 è crollato del 13%. Non si è arrestato, il tasso, semplicemente è crollato a livelli mai visti dalla storia dell’unità d’Italia. Ma non è finita qui: gli investimenti potrebbero ulteriormente decelerare a causa della persistente sovracapacità produttiva.
Insomma si è perso il 25% della produzione industriale, ma potrebbe non bastare, un nuovo ciclo di investimenti si avrebbe, a questo punto, con la perdita di almeno il 40% della capacità produttiva e a quel punto addio prodotto potenziale, ci vorrebbe un’arma atomica economica per ripartire. Di chi è la colpa di questo disastro? Il Bollettino informa che l’arco temporale è il 2012-2013, ma nemmeno in questo semestre le cose sono migliorate. Chi c’è stato al governo? Sono gli anni delle larghe intese, di Monti, Letta e Renzi con i mass media che bombardavano gli italiani sulla necessità delle riforme. Chi li ferma più questi autori del disastro più epocale che l’Italia abbia mai avuto?
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La piega interna della democrazia
Il caso Assange*
di Antonio Martone
Introduzione
È del tutto ovvio ribadire che, in democrazia, uno dei diritti principali dei cittadini sia la libertà di espressione. Tale diritto, peraltro, è sancito dalle costituzioni e dunque sembrerebbe inutile discuterne. È altrettanto ovvio che, nella libertà di espressione, rientri a pieno titolo il diritto di pubblicare notizie di interesse comune. Quando accade che, come nel caso delle inchieste e dei processi che si sono accaniti contro il giornalista australiano Julian Assange, tutto ciò è patentemente violato, non c’è dubbio che vada denunciato senza indugio.
La contraddizione espressa dai sistemi politici euro-americani quanto al caso Assange, tuttavia, non si può liquidare facilmente come una violazione, pur clamorosa, delle regole libertarie di cui questi stessi sistemi si fanno sostenitori. In realtà, occorre analizzare a fondo le disavventure capitate ad Assange e ai giornalisti di WikiLeaks, di cui peraltro non abbiamo ancora visto l’epilogo, analizzandole dal punto di vista filosofico-politico. In altre parole, credo sia estremamente importante, ed anche urgente, interrogare questa triste vicenda, chiedendoci anzitutto come mai sia potuto accadere un “caso Assange” nel cuore delle liberal-democrazie contemporanee. Insomma, quali sono i motivi per i quali sistemi di potere che si autodefiniscono “democratici”, e che garantiscono la libertà di espressione a partire già dalle carte costituzionali, si ostinano nel perseguitare un giornalista che ha pubblicato notizie capaci di far luce – con documenti inoppugnabili, verificati e mai smentiti - non sull’attività di privati ma sull’azione di uno Stato o quelle di persone che incarnano le Istituzioni.
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Pilotare il clima planetario: un disegno autoritario
di Franco Piperno
Con questo testo Franco Piperno contesta, con argomentazioni che rimandano a fondamenta scientifiche, le tesi a sostegno dell’allarmismo per un incombente e irreparabile catastrofismo climatico causato principalmente dalle attività umane.
* * * *
Per rendersi conto del cambiamento climatico occorre preliminarmente capire cosa significa «clima».
Il clima è un sistema complesso che ha come componenti l’atmosfera, gli oceani, le terre emerse e le regioni coperte dal ghiaccio e dalla neve, regioni chiamate nel loro insieme criosfera.
Ogni componente è caratterizzato da «variabili di stato», e.g. la temperatura atmosferica, la salinità dei mari, l’umidità della terra, lo spessore del mantello di neve e così via.
Il cambiamento climatico interviene quando una perturbazione – detta «forcing» nel gergo tecnico –genera un flusso che altera le variabili di stato.
Più precisamente si definisce mutamento climatico ogni alterazione, che si sviluppi lungo una durata almeno decennale, dei flussi o delle variabili fisiche, chimiche, biologiche caratteristiche del sistema. La scala temporale delle decadi è usata per distinguere i cambiamenti climatici dalle vicende metereologiche che si svolgono a corto termine.
Va da sé che il clima muta continuamente da miliardi di anni; sicché il termine «cambiamento climatico» è in una certa misura ridondante.
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Survival economy
di Giovanna Cracco
Il processo di globalizzazione non si arresta. Una tappa dietro l’altra, le politiche degli Stati proseguono nella creazione di un unico libero mercato mondiale, senza barriere protezionistiche per merci, servizi e capitali.
A Occidente dodici Paesi, tra cui gli Stati Uniti, hanno firmato il TPP, il Trattato di libero scambio dell’area del Pacifico (1), e sono in corso i negoziati tra Usa e Europa per il TTIP (2).
A Oriente la Cina preme per esse-re riconosciuta dall’Unione europea come ‘economia di mercato’, un cambiamento di status che cancellerebbe i dazi doganali oggi applicati ai suoi prodotti. Difficilmente accadrà ora, ma è solo questione di tempo. A fine 2016 avrebbe dovuto infatti concludersi il processo avviato nel 2001, quando il Paese asiatico entrò nel Wto accettando un periodo di osservazione di quindici anni. Oggi gli Stati Uniti fanno pressione per respingere la richiesta, e l’Europa va nella medesima direzione. Ufficialmente la politica cine-se è ancora troppo presente nella struttura produttiva per essere considerata un’economia di mercato, in realtà, visto l’evolversi della crisi nei Paesi a capitalismo avanzato, aprire adesso le porte alle merci cinesi a basso prezzo significherebbe annientare l’industria manifatturiera ancora rimasta nel Vecchio Continente. Il 12 maggio scorso dunque il Parlamento europeo ha votato a grande maggioranza (546 sì, 28 no e 77 astenuti) una risoluzione contraria, e anche la Commissione si sta allineando.
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A quali condizioni può sopravvivere l'Euro?
Un’ipotesi da non esorcizzare
di Vladimiro Giacchè
Per cominciare, una precisazione. Interpreto il titolo che è stato assegnato a questa relazione intendendo per “sopravvivenza dell’euro” una sopravvivenza cui si accompagni il ritorno della nostra economia su un percorso di crescita. Dico questo perché si sono dati casi in cui un’unione monetaria ha continuato a sussistere a dispetto della crescente divergenza delle condizioni economiche tra i territori che ne facevano parte (un buon esempio al riguardo è rappresentato dal nostro Mezzogiorno, che nei primi 90 anni dopo l’Unità d’Italia ha visto crescere – e in misura significativa – la distanza del reddito pro capite dei suoi abitanti rispetto a quelli del Centro e Nord della penisola). Detto questo, è ovvio che i fattori che possono mettere a rischio la sopravvivenza di un’area monetaria hanno sempre in qualche modo a che fare con lo stato di salute dei paesi aderenti. I due fattori principali: la divergenza tra le economie che ne fanno parte (che fa sì che i tassi d’interesse unici che identificano la moneta unica risultino sempre più inappropriati per gran parte dei paesi membri, se non per tutti); l’insostenibilità del vincolo rappresentato dall’appartenenza a un’area monetaria per una o più delle economie aderenti ad essa.
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Predicando nel deserto laburista
Da Detroit a Mirafiori: agonia della classe lavoratrice, finalmente!
di Karlo Raveli
Rimettiamo la classe operaia (non la classe lavoratrice!!!) generale al centro delle lotte affinché crolli tutta la politica della “sinistra” del capitale, affetta dal cancro giudeo-cristiano del laburismo, strutturata sulla difesa di un settore (metropolitano) di classe ormai intrappolato nel regime parlamentario, con tutte le ideologie e patologie mercantili e individualiste di un capitalismo sempre più sofisticato e decadente. Una sinistra indispensabile per la sopravvivenza del regime parlamentare del Capitale (ciò che gli idioti chiamano democrazia occidentale).
Il linguaggio è il sistema operativo principale di un modo di sviluppo. Come disse qualcuno anni fa: la lingua è lo strumento che più ci connette nella specie umana, ma è anche ciò che più ci imprigiona. Che chiude intelligenze individuali e collettive nelle carceri semantiche dominanti, nei valori trasmessi con le espressioni linguistiche generate nel modello di sviluppo.L'osserva bene Paolo Cacciari parlando di democrazia, nel N.24 di Carta: “Va riscritto un alfabeto. Dobbiamo tornare ad intenderci sul significato da dare alle parole”. In primo luogo coloro che pretendendo richiamarsi alla critica marxista, fin'ora la più radicale di cui disponiamo per conoscere una civiltà vecchia di 2500 anni, con tutte le sue sequele dall'invenzione della tecnologia denaro in poi.
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Perché Abbiamo la Testa Piena di Elefanti, Padri Severi ed altri Fantasmi
Un esercizio di logica dell’argomentazione
di Girolamo De Michele
Trascrizione della lezione aperta tenuta a Ferrara, Piazzetta Municipale, 11 novembre 2008, ore 17.00
1. George Lakoff in nuce, ovvero: perché non è possibile non pensare all’elefante fucsia (e neanche a Maurizio Gasparri).
Prima di cominciare, vorrei chiederVi di sottoporvi a un breve esperimento mentale. Qui davanti a me c’è una sedia vuota: vi chiedo di non pensare, per 15 secondi, che a questa sedia siano seduti un elefante fucsia e Maurizio Gasparri. Potete pensare a qualsiasi altra cosa, ma non all’elefante e a Gasparri.
[seguono 15 secondi di silenzio]
Fatto? Bene: vedo dalle vostre facce che non ci siete riusciti. Non per mancanza di volontà: non era possibile che ci riusciste.
La prima parte di questa lezione è la spiegazione del perché. Per brevità farò affermazioni apodittiche, di cui mi scuso: in prossime occasioni [o utilizzando la bibliografia in appendice, n.d.a.] potremmo forse approfondire questi argomenti.
Quando parliamo, i nostri linguaggi riflettono la nostra visione del mondo. Questa visione si concretizza in insiemi concettuali, o frame, che veicolano una metafora: usare un linguaggio che riflette la propria visione del mondo è ciò che George Lakoff chiama framing. Queste metafore si radicano nel profondo della nostra mente, ed hanno la caratteristica di rimanervi anche quando i contenuti che veicolano sono andati via. Lakoff sostiene che il radicamento è addirittura sinaptico: possiamo dubitarne, ma non è poi necessario arrivare a questo livello neuro-linguistico per accettare il fatto che le metafore restano anche quando i contenuti sono andati via. Come l’immagine dei due animali che vi ho messo davanti agli occhi, e che non andava via anche quando voi cercavate di non pensarci.
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La storia dell’umanità ci insegna a immaginare l’alternativa
Jade Lindgaard intervista David Wengrow
Pubblichiamo un’intervista di Jade Lindgaard, redattore di Médiapart, a David Wengrow, sul libro di David Graeber & David Wengrow, The Dawn of Everything: A New History of Humanity, Penguin Books Ltd, 2021. L’intervista, che si è svolta a Parigi il 21 novembre 2021, è stata pubblicata su Mediapart il 27 novembre scorso. Ne proponiamo la lettura in italiano perché presenta il nuovo libro del rimpianto David Graeber, che ci ha lasciati improvvisamente nel 2020[1]. Si tratta di un testo affascinante che merita molta attenzione e plauso. V’è però una lacuna: la ricostruzione storica millenaria che i due autori propongono sembra ignorare un aspetto cruciale e cioè che il dominio di alcuni uomini sulla maggioranza degli altri esseri umani ha origine con l’impadronirsi da parte di tali uomini delle capacità di costruirsi e usare armi in grado di uccidere animali e umani. È questo “potere militare” che permette loro di assoggettare le donne e gli uomini non aggressivi e non abili all’uso delle armi e quindi di relegarli alla condizione di dominati[2]. In altre parole, il potere militare – cioè il potere di dare la morte – può essere considerato all’origine dell’accumulazione del potere economico e politico. Traduzione di Turi Palidda.
Per migliaia di anni gli umani hanno sperimentato infinite variazioni di forme di potere. Potere a volte precario, a volte matriarcale, a volte autoritario e brutale, ma a volte anche egualitario e relativamente libero, anche su larga scala, scrivono David Graeber e David Wengrow in un libro che sembra una bomba. Si tratta di una compendio molto ricco, di portata politica esplosiva. In The Dawn of Everything: A New History of Humanity, David Graeber e David Wengrow, rispettivamente antropologo e archeologo, tracciano la genealogia dell’organizzazione dominante delle società contemporanee: lo stato-nazione, con forti disuguaglianze e una distribuzione gerarchica del potere, una buona dose di violenza e crudeltà, un’economia definita dalla proprietà privata. Tornando alla domanda posta da Jean-Jacques Rousseau nel 1755 su “l’origine e la base delle disuguaglianze tra gli uomini”, scoprono fino a che punto la filosofia dell’Illuminismo fosse segnata dai pensieri indigeni del Nord America.
Lo shock di questa rivelazione storica li mette sulla traccia che lavoreranno insieme per quasi dieci anni: non esisteva un periodo benedetto in cui i cacciatori-raccoglitori vivevano in piccole comunità libere ed egualitarie. Ma per quanto possiamo tornare indietro nella storia degli esseri umani, hanno sperimentato varie forme di organizzazioni di potere: potere a volte stagionale, a volte matriarcale, a volte autoritario e brutale, ma a volte anche egualitario e relativamente libero, anche su grandi scale urbane.
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Tanto tuonò che piovve
Leonardo Mazzei
«Se ne vadano tutti!» e un bel «vaffa!» all'Europa. Una formula semplice e probabilmente vincente.
Dunque il cerino si è consumato del tutto. Con le dimissioni dei berluscones il classico giochetto del teatrino bipolare italiano, durato addirittura due mesi interi, è giunto al termine. Chi si è scottato le dita? Secondo i più, il solo Silvio Berlusconi. Non siamo d'accordo: se le sono scottate tutti, tutte le forze della maggioranza che hanno fin qui sostenuto il governicchio presieduto da Letta. Ma c'è uno sconfitto che è più sconfitto degli altri. Ed è il sant'uomo che siede al Quirinale.
Egli, con una pervicacia senza limiti, ma certamente sostenuta in sede europea, ha preteso di veder volare gli asini, pensando di poter trasformare il più raccogliticcio dei governi in un esecutivo capace di reggere, di affrontare la crisi, di approvare le (contro)riforme costituzionali.
Il bluff, dietro il quale si manifestava tutta questa presunzione quirinalesca, lo si è visto nell'afoso pomeriggio del 1° agosto. Quel giorno la Cassazione, anziché cassare la condanna al secondo azionista del governo in carica, ha cassato le speranze del presidente della repubblica, che certamente non aveva mancato di esercitare le sue pressioni sui giudici di Piazza Cavour.
Come annotammo a caldo, la vera notizia di quel giorno, più che la stessa sentenza, fu la sconfitta del bis-presidente. E' da quel momento che il conto alla rovescia è iniziato.
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Beppe Grillo ed Eurolandia
La posizione del M5S sull’Euro e l’Unione Europea
di Francesco Salistrari
Tutti i più grandi giornali internazionali vedono nell’affermazione del Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo alle elezioni politiche italiane, una chiara espressione del popolo italiano contro le politiche di “austerity” imposte dalla Germania. Che poi tali politiche siano pienamente avallate da decenni da tutta la classe politica italiana ed in qualche modo, da un punto di vista sostanziale, siano perfettamente confacenti alle scelte obbligate a cui il paese si trova di fronte permanendo nel sistema monetario unico, questo conta poco. Perché sì, è vero che questa classe politica è la principale responsabile dello sfacelo in cui ci troviamo, ma il punto nodale è che tale sfacelo non è determinato, così come ciancia Beppe Grillo da anni, semplicemente da corruzione, rimborsi elettorali, privilegi di casta e vitalizi. Certo, si tratta di cose assolutamente inaccettabili e a cui andrebbe trovato un rimedio in tempi rapidi. Ma il problema del debito pubblico italiano è tale, e questo Grillo non lo spiega né lo ha mai detto, principalmente perché il paese si trova nell’Euro ed essendo costretto a vincoli di bilancio (3% deficit-Pil con il Trattato di Maastricht, pareggio di bilancio dal 2013 con il Fiscal Compact), l’unica strada percorribile, nella condizione data è in poche parole “l’agenda Monti” (svalutazione salariale, armonizzazione del mercato del lavoro agli standard tedeschi, limitazione dei diritti e delle tutele, innalzamento età pensionabile, tagli a scuola e sanità, (s)vendita del patrimonio pubblico ecc, ecc.).
Infatti anche secondo quanto afferma in un’intervista allo Spiegel, Peter Bofinger, economista e consulente del Governo Tedesco:
“Rispetto ad altri paesi (gli interessi, ndr) sono troppo alti.[Nonostante] il deficit di bilancio sia il secondo piu’ basso dopo quello della Germania. Il deficit britannico è 4 volte quello italiano, tuttavia gli interessi sul debito pubblico sono solo al 2%, mentre l’Italia deve pagare il 6%”.
Allora perché l’austerity e le politiche restrittive?
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