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La Sinistra Negata 08

La Sinistra Negata e gli Anni ’90

A cura di Nico Maccentelli

Redazionale del nr. 18, Dicembre 1998 Anno X di Progetto Memoria, Rivista di storia dell’antagonismo sociale. Le puntate precedenti le trovate nei link a piè di pagina.

(Questa prima parte del redazionale dedicata agli Anni ‘90 è divisa in due puntate e questa è la seconda puntata)

217267 1.pngParte prima/2: quale sinistra rivoluzionaria?

6. L’IPOTESI… POLACCA

Gli anni ’80 ci presentarono un quadro solo apparentemente contraddittorio. Da un lato, anni di reaganismo diretto o indiretto hanno reso estremamente netto il profilo delle classi sociali, divaricando enormemente le distanze tra chi partecipa al banchetto allestito dal potere e chi ne è invece escluso. D’altro lato, uno sguardo all’intemo delle classi subalterne rivela una realtà magmatica, priva di fulcri e di momenti di condensazione, prodotto diretto della ristrutturazione produttiva degli anni Ottanta. Nessuna ricomposizione soggettiva è possibile a partire da un solo frammento di classe, dal momento che nessuno di essi, considerato isolatamente, aveva in quegli anni una collocazione strategica tale da consentirgli di fungere da catalizzatore di tutti gli antagonismi. In altri termini, né i macchinisti, né gli insegnanti, né gli studenti, né gli operai, né i disoccupati, né i portuali, e via elencando, potevano agire da detonatore dell’antagonismo sociale, poiché nessuna di queste (o di altre) categorie occupava autonomamente un posto chiave nell’assetto socioeconomico.

A ciò si deve l’estrema frammentazione delle domande e dei bisogni, che incanalò il diffuso malessere sociale – pur quanto mai tangibile – entro rivendicazioni anche significative ma parziali, e sul piano ideologico incoraggiò uno spostamento d’attenzione dal sistema nel suo complesso alle sue singole disfunzioni (mafia, eroina, disastro ambientale, razzismo, ecc.). La tensione “rivoluzionaria” venne dunque meno, perché allontanata dalle cause e dispersa tra gli effetti; mentre lo stesso movimento antagonista, socialmente frammentato al proprio interno quanto la realtà in cui era calato, stentava a farsi portatore di un’alternativa globale, tendendo piuttosto ad assumere una visione delle cose assai simile al No future cantato dai Sex Pistols.

A suo tempo il taylorismo, frantumando le mansioni lavorative, si era incaricato di spezzare un rivendicazionismo collegato alla qualità e all’utilità del lavoro svolto; successivamente, l’automazione e l’informatizzazione si fecero carico di neutralizzare un antagonismo fondato sul senso di appartenenza a un corpo sociale omogeneo e con eguali bisogni: in anni ancor più vicini, la trasformazione della “sovrastruttura” ideologico-culturale in struttura direttamente produttiva, destinata a far introiettare le regole del capitale su aree ben più vaste del luogo di lavoro e a far smarrire l’idea stessa di un’alternativa al sistema (pur lasciando un certo spazio all’opposizione a questa o quella distorsione), aveva cercato di spegnere le tensioni antagoniste ancora viventi sul territorio.

L’avanzata unificazione dei mercati sotto il segno del capitalismo, l’accresciuta capacità di spostare flussi di forza-lavoro da un quadrante all’altro del globo, l’omogeneizzazione ideologica operata dal neoliberismo, l’asservimento del Sud del mondo tramite la catena del debito avevano già rotto gli argini che ancora imbrigliavano l’estensione a livello planetario del dominio del capitale, lasciando sussistere unicamente isolate sacche di resistenza. Perché il quadro iniziasse a mutare era indispensabile che la ribellione raggiungesse il cuore della metropoli occidentale, strappando coscienze e incrinando leve di comando.

Abbiamo ripetutamente parlato nelle varie puntate della Sinistra Negata dell’esistenza, oggettiva anche se non ancora soggettiva, di un proletariato transnazionale mobile e polivalente, prodotto diretto dell’unificazione dei capitali nazionali. Negli anni ’80 dicevamo che la soggettività di questa nuova configurazione sociale poteva vedere la luce, solo se le spinte antagonistiche fossero rimaste concentrate, e non disperse su tematiche certo importanti, ma sostanzialmente marginali rispetto al cuore del problema. In quel periodo mettevamo in evidenza come l’assenza di fulcri, di nuclei avanzati, di poli trainanti avrebbe potuto essere rovesciata di segno, da negativa a positiva, solo usando il carattere magmatico della composizione di classe per diffondere magmaticamente nella società non una, ma mille rivendicazioni, tutte ugualmente sentite e tutte ugualmente gridate. Con l’andar del tempo però, abbiamo assistito a una ulteriore segmentazione del movimento che, preso in un meccanismo perverso di affannoso inseguimento di questa o quell’altra rivendicazione o lotta episodica – spesso anche inutile -, è andata progressivamente perdendo la propria capacità di analisi generale, smarrendo così quella chiave di lettura complessiva necessaria al fine di mirare i propri interventi intorno a obiettivi centrali oltre che realmente percorribili.

Se possiamo certamente ribadire che l’ipotesi cilena” non funzionò nemmeno in Cile, che il Palazzo d’Inverno si è sciolto nella società, che le “zone liberate” conterebbero meno di nulla, ci troviamo però di fronte al dilemma della validità dell’ipotesi che definimmo allora “polacca”, dall’esempio del sindacato Solidarnosc (che non ci è mai stato simpatico), secondo la quale l’unica ipotesi credibile è quella di un movimento che si spande come una colla seguendo i confini dilatati della composizione di classe, e come una colla unisce fra loro i frammenti di discorso, gli antagonismi dispersi e abbozzati, le richieste parziali, le reazioni isolate. Un movimento in grado di raccogliere tutte le proteste, tutti i malumori, tutte le dissidenze, fino a sottrarre interamente al potere il controllo sul sociale.

È chiaro che un simile schema è legato a variabili che nella società italiana, e occidentale in genere, non erano presenti negli anni ’80 e che oggi lo sono ancor meno. Non sembra tuttavia assurdo asserire che, nella misura in cui un sistema gioca tutte le sue carte sul consenso, attivo o passivo, del sociale, l’arma della indisciplina ha la stessa efficacia della disciplina delle armi. Analogamente, l’elevazione della sovrastruttura a struttura produttiva fa sì che ogni cuneo conficcato nel meccanismo della trasmissione ideologica, del condizionamento, dell’obnubilamento di massa abbia gli effetti devastanti di un sabotaggio. Se lo schema di questa ipotesi risulta tutt’ora il più percorribile tra quelli esposti in questa sede, c’è da dire però che il movimento della sinistra antagonista brancola da molto tempo in una fase di tale regresso qualitativo e quantitativo da rendere qualsiasi tipo di analisi in progress poco più che un puro esercizio teorico.

L’illusione da parte di alcune componenti del movimento, di poter contribuire alla creazione di un’opzione partitica che potesse essere l’espressione di valori e contenuti del movimento antagonista dei decenni precedenti, si è infranta contro il muro del verticalismo autoritario di un partito, Rifondazione Comunista, che non si è mai posto il problema di una reale ridefinizione della forma-partito, ma che semmai ha continuato a riproporre con grande pervicacia i vecchi schemi “piccisti” di gestione personalistica e burocratica per una esperienza politica che è poi risultata distante anni-luce da quella democratica e orizzontale auspicata da più parti.

Alcune componenti del movimento antagonista che scelsero di confluire in R.C. nei primi anni di sviluppo del partito, e ci riferiamo in particolare a quelle che avevano partecipato all’esperienza di Democrazia Proletaria, si trovarono in molti casi attanagliate dalle maglie burocratiche di un partito che non ha mai avuto la minima intenzione di assumere caratteristiche movimentiste. In molti altri casi invece molti dei quadri ex-D.P. furono talmente ammaliati dal fascino neanche tanto discreto del “grande partito comunista”, che furono i primi a condividerne e a riprodurne gli aspetti più tipicamente burocratico-autoritari, soprattutto nei confronti delle dissidenze interne al partito, spesso integrate dai loro stessi ex-compagni di lotta. Mentre quindi alcuni ex-esponenti della sinistra rivoluzionaria cercavano di accaparrarsi alcune poltrone accanto a coloro che anni prima li additavano come “estremisti provocatori” (e magari gli mandavano contro i servizi d’ordine dei sindacati), dall’altra parte ciò che rimaneva dei gruppi della sinistra di classe entrava in un processo di progressiva asfissia della propria proposta politica, dovuto in buona parte alla mancanza di ricambio generazionale causata dall’intensificarsi della battaglia culturale scatenata dai vari governi che si sono succeduti durante il decennio che sta volgendo al termine. Il risultato di questo processo, costellato da scissioni, dipartite e corse al compromesso con le istituzioni, è sotto gli occhi di tutti. Da una parte il filone tradizionale dell’Autonomia Operaia non riesce a trovare una via d’uscita a quella crisi politica e progettuale che la attanaglia ormai da alcuni anni a questa parte e che, se non fosse per la tenacia con cui alcune situazioni che si richiamano a quella matrice movimentista continuano a produrre iniziative politiche e varie pubblicazioni, avrebbe già portato l’area politica in questione verso un processo di inaridimento forse irreversibile.

Dall’altra parte troviamo invece l’area che racchiude i gruppi politici e le individualità, in stragrande maggioranza provenienti proprio dalla tradizione dell’Autonomia, che hanno optato più che per la mediazione con le istituzioni – per la mera condivisione di precetti, valori, linee e comportamenti politici che sono propri più di una sinistra riformista che di una sinistra antagonista. Ci riferiamo a quelle componenti politiche facenti capo soprattutto ai cosiddetti “centri sociali del nord-est” che, nella loro corsa frenetica all’occupazione di quegli spazi di agibilità politica giovanile lasciati liberi dall’inettitudine o forse dell’inesistenza dei gruppi giovanili dei partiti della sinistra istituzionale, hanno completamente abbandonato ogni loro anche minimo rimasuglio di identità politica in senso di opposizione radicale all’esistente, trasformandosi in un breve lasso di tempo in un gruppo di pressione, spesso di tipo inter-istituzionale, il cui ruolo è delineato da un atteggiamento politico da “mezzadro” del nuovo sistema politico ulivista. La trasversalità politica, o forse è meglio dire partitica, di questi proventi del localismo, del federalismo, nonché di questo nuovo – assai ambiguo – “patto di cittadinanza”, non può stupire un attento osservatore. Nella strategia attuata dalla sinistra istituzionale di assorbimento di qualsiasi esperienza di opposizione radicale o di tensione ribellista, è di fondamentale importanza la presenza di “teste di ponte”, in questo caso nell’universo antagonista, con cui scardinare definitivamente la possibilità stessa di riproposizione di un movimento politico antisistemico sulle orme delle esperienze “storiche” degli anni ’60 e ’70.

L’impianto concettuale di questa area gravita intorno a una rilettura del conflitto di classe che potremmo definire caricaturale, nonché intorno a una interpretazione dei nuovi modelli produttivi che, se da una parte risulta improbabile, dall’altra invece è indubbiamente furbesca, considerando che abbiamo a che fare, oltre che con una area politica, anche con qualcosa che sta diventando rapidamente una sorta di impero economico, sia per quanto concerne la dimensione che opera nella sfera dei servizi, sia per quanto riguarda ciò che per comodità potremmo definire la “Disneyland delle subculture riassorbite” (musicali e non). Di certo questa capacità imprenditoriale non è una virtù comune a tutti i centri sociali che possono essere annoverati a questa area, risulta comunque stupefacente constatare la velocità con cui in alcuni di questi centri sia assolutamente scomparsa qualsiasi tipo di iniziativa politica che non sia la solita serata antiproibizionista. Non c’è allora da meravigliarsi se in questo ambiente si muovono comodamente noti esponenti del revisionismo storico, oppure anche diffusori e riproduttori di alcuni materiali negazionisti che, fino a poco tempo fa, trovavano ospitalità e attenzione esclusivamente negli ambienti filo-nazisti del continente.

Il panorama descritto qui sopra ha fatto sì che negli ultimi anni si verificasse un mutamento in ciò che, peccando sicuramente di wishful thinking, continuiamo a chiamare movimento antagonista. E’ ormai più che manifesto il profondo gap di trasmissione di memoria e di continuità politica che ha accompagnato il movimento lungo questo decennio. Il vuoto che si è creato tra le ultime generazioni di militanti delle aree antagoniste non ha permesso lo svolgimento naturale di quel “filo rosso” di continuità tra i movimenti che ha sempre sviluppato una funzione fondamentale di unione orizzontale tra l’origine del movimento operaio, e il movimento del ’77, passando per la resistenza e gli anni ’60, fino ad arrivare agli ultimi contraddittori movimenti studenteschi alla fine degli anni ’80. Lo smarrimento dei referenti politici e ideologici, ma anche la dispersione di quel patrimonio di esperienze, conoscenze, pratiche accumulate nelle precedenti stagioni di lotte politiche e sociali, ha generato una profonda lacerazione in ciò che è rimasto della sinistra antagonista italiana. Una parte che comincia ad essere consistente di gruppi, collettivi, centri sociali, etc., stanno vivendo un processo di depoliticizzazione che spesso assume caratteristiche pseudo-anarcoidi veramente disarmanti nella loro vacuità.

Un esempio tra – purtroppo – molti è questo stralcio di volantino che è stato raccolto durante una manifestazione nell’aprile di quest’anno:

«Nessuno ha la soluzione in tasca, si va avanti sbattendo la testa per tentativi non sempre in un’unica direzione, ci interessa agire e su questo agire misuriamo la validità di quanto asseriamo. E sulla nostra capacità di trovare una continuità e un dinamismo nell’azione capace di espandersi a macchia d’olio che dobbiamo confidare, più che tendere al possesso del quadro più corretto e preciso del contesto sociale, dato che in quest’ultimo caso non agiremo mai, in quanto l’analisi, qualsiasi analisi, è sempre insufficiente. Quindi non occorrono imbonitori, ma azioni; ognuno per sé l’anarchia per tutti!».

Ora, il fatto che il volantino in questione è stato distribuito a una manifestazione antifascista, implica che chi lo ha scritto aveva una certa sensibilità nei confronti delle tematiche di cui si faceva carico l’iniziativa, ciononostante l’equazione sposata dal documento “analisi inazione” risulta quanto meno demenziale per chi si propone di costruire un’opposizione sociale al sistema capitalistico. Ma forse questo obiettivo non interessa neanche tanto agli autori del volantino.

Indubbiamente quello appena riportato è solamente un esempio, forse non è il caso di generalizzare, ma l’apparire di gruppi di giovani che sembrano evitare quasi certosinamente un’analisi minimamente articolata e quindi di malleare la propria azione politica intorno a una realtà sociale o territoriale, a seconda degli obiettivi, è a nostro avviso il primo sintomo di una deriva preoccupante verso un’abulia politica tutt’altro che auspicabile.

 

7. IL CONTROPOTERE GLOBALE.

Nessun paese occidentale è oggi alle soglie di una rivoluzione. Lasciamo perdere Irlanda del Nord, Paesi Baschi, ecc., che costituiscono casi peculiari e non esportabili. Nessun paese occidentale lo sarà nei prossimi anni. Chi sostenga il contrario, o illude se stesso, o prende in giro gli altri. Ciò significa forse che chi si autopropone come “rivoluzionario”, in questo tipo di società, è un ingenuo?

Niente affatto. La dimensione ideale e pratica del rivoluzionario non è limitata né a una nazione, né a una società, né a un continente. Il suo “spazio vitale” segue i contorni della classe e dell’antagonismo di classe, che oggi, come il capitale e le sue espressioni politiche, non conoscono frontiere. Ciò significa che, se le condizioni oggettive non gli consentono di operare una completa trasformazione rivoluzionaria nella propria situazione politica e geografica, può e deve operare al fine di agevolare il processo rivoluzionario globale, nella certezza che la crescita di quest’ultimo finirà per ripercuotersi sulla propria situazione apparentemente così inossidabile.

Facciamo un esempio concreto, anche al fine di fugare ogni sospetto di “terzomondismo” di vecchio stampo (quello, cioè, che appoggiava le rivoluzioni ovunque salvo che in casa propria). Il movimento statunitense degli anni Sessanta contro la guerra nel Vietnam – movimento di sicuro non rivoluzionario, ma nel quale elementi rivoluzionari ebbero un decisivo ruolo di guida – incise enormemente sull’impegno statunitense nella guerra, come i vietnamiti stessi riconobbero. D’altro canto, le vittorie dei vietnamiti incoraggiarono le lotte di una serie di altri movimenti di liberazione, in Asia, in Africa, in Medio Oriente, in America Latina. La “ricaduta” di queste ultime sull’Occidente agevolò la nascita di una nuova sinistra e l’apertura del ciclo di lotte del ’68, su cui gli esempi del Vietnam, delle lotte di liberazione del Terzo Mondo, del movimento antibellicista americano, oltre che della rivoluzione culturale cinese, ebbero una influenza decisiva. Quel ciclo di lotte iniziò a spegnersi un decennio più tardi, dopo aver inflitto al capitale la più grave crisi di comando del dopoguerra.

Abbiamo esposto i fatti quasi fossero l’uno successivo all’altro. In realtà si produssero simultaneamente (o quasi). Ecco dunque un caso in cui ognuno “fece la propria parte”: sia i rivoluzionari statunitensi (che non abbatterono il capitalismo USA, però contribuirono a paralizzare la politica estera del loro governo) che i rivoluzionari vietnamiti, sia i rivoluzionari europei che quelli di altre parti del mondo.

Ma va anche rilevato che il movimento antibellicista statunitense (di proposito non lo chiamiamo “pacifista”: era tutt’altro che alieno dall’impiego della violenza) non era che uno dei tanti aspetti del “movimento” in senso lato che agitava la società, e che comprendeva studenti in lotta contro l’assetto classista dell’università, minoranze razziali organizzate (neri, chicanos, indiani, ecc.), gruppi femministi, nuclei operai (specie nell’industria dell’auto), gruppi di controcultura, e così via. Per tentare di arginare queste tensioni, l’amministrazione Johnson fu costretta a varare programmi di assistenza sociale e di soccorso alla povertà i cui effetti si sono sentiti fino alle soglie dell’amministrazione Reagan. Il Movement, dunque, non dettava al governo solo la politica estera: dettava anche la politica interna.

Ecco quindi il caso di un movimento che, pur non contando nuclei sociali trainanti al proprio interno, riesce nondimeno a svolgere, usando la propria configurazione di magma, un’azione effettivamente “rivoluzionaria” sia a livello nazionale che (forse soprattutto) internazionale. Certo, quel movimento non riuscì a instaurare il comunismo negli Stati Uniti: ma sarebbe stato chiedere un po’ troppo. È più che sufficiente che riuscisse a ostacolare per un certo tempo i meccanismi di comando del capitale, tanto da facilitare l’accensione di altri focolai di lotta.

Altri due particolari vanno rilevati. Intanto che non si trattava di un movimento maggioritario. Si trattava di minoranze decise. E poi non era diffuso ovunque, e nemmeno su aree rilevanti del territorio nazionale. Una situazione esemplare ne accendeva un’altra, che a sua volta ne accendeva una terza e così via, a catena.

A questo punto ci fermiamo. La rivoluzione in Occidente, per usare un’espressione pomposa, sembra oggi poter passare solo attraverso una via analoga a quella descritta. La via del contropotere non disseminato, ma globale, che forza uno Stato staccato dalla società all’obbedienza ai dettami di quest’ultima, fino alla maturazione di un’alternativa al sistema dentro e fuori delle frontiere. E finché una via alla rivoluzione resterà aperta, esisterà una sinistra rivoluzionaria transnazionale intenzionata a imboccarla.


(Ne La Sinistra Negata 09 seguirà la parte seconda: quale Comunismo?)
Le puntate precedenti le trovate: 01 qui, 02 qui, 03 qui, 04 qui, 05 qui, 06 qui, e 07 qui
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