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Fatica sprecata. Produttività e salari in Europa

Maurizio Donato

per campareLa produttività del lavoro dipende dalle innovazioni tecnologiche, dall’organizzazione della produzione, dalla dimensione e dai settori in cui le imprese operano; il livello dei salari, normalmente oscillante attorno alla sussistenza, dipende dalla forza contrattuale dei lavoratori. Gli stessi dati contenuti nel testo presentato dal presidente della BCE all’ultimo vertice europeo di Bruxelles, se inquadrati in una prospettiva logica e temporale differente, confermano che per circa tre decenni i salari reali in Europa e in tutti i paesi industrializzati sono cresciuti meno della produttività. Se si considera la dimensione relativa del salario, le evidenze empiriche disponibili illustrano una riduzione costante e generalizzata della quota del reddito nazionale spettante ai lavoratori.

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La crisi finanziaria e i suoi sviluppi*

Gli insegnamenti di Hyman Minsky

relazione di Riccardo Bellofiore

Cercherò di essere fedele, qualche volta esplicitamente qualche volta implicitamente, alla frase scritta a video e quindi cercherò di essere un po’ ribelle nei confronti di chi mi ha preceduto, d’altronde appunto, come è stato detto, ho studiato giurisprudenza, mi sono laureato con Claudio Napoleoni, ho lavorato con Augusto Graziani, ho conosciuto Hyman Minsky: in qualche misura mi sento “allievo” ma ho sempre avuto un atteggiamento critico, quindi sono assolutamente certo che qualsiasi cosa io dica anche a loro favore sarebbe vista con un attimo di scetticismo.

Vorrei iniziare da una citazione, inconsueta forse in questo contesto, di un libro che quando ero giovane andava molto di moda: Lo Zen e l’arte della manutenzione della motocicletta. A un certo punto, ci si riferisce lì al pensiero occidentale ma io ne farei un discorso più generale, si dice che siamo abituati a ragionare in termini dualistici, sì e no, in realtà esiste una terza possibilità logica; questa terza possibilità logica in giapponese si esprime con mu, che vuol dire né sì né no, chiede di riformulare la domanda perché la verità della risposta sfugge al sì e al no. Io credo che questo sia un insegnamento su due questioni che abbiamo davanti. Una è la crisi finanziaria, crisi finanziaria, crisi reale: credo che sia entrambe e non sono molto convinto dal tirarla solo da una parte o solo dall’altra. Qui credo di essere d’accordo con Ciocca ma forse con qualche disaccordo sul suo accento a tirarla più dal lato reale.

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Brevi note sulla MMT*

Dalla crisi della moneta unica alla critica del liberoscambismo europeo

di Emiliano Brancaccio

“Mezzogiornificazione” europea: Paul Krugman (1991) l’aveva preannunciata in tempi non sospetti ed altri, poi, l’hanno riesaminata e ne hanno studiato gli sviluppi. Con questa espressione possiamo intendere, sinteticamente, quei processi  di desertificazione produttiva, annientamento o assorbimento estero dei capitali nazionali, ed emigrazione di massa dei lavoratori, che soprattutto a seguito della crisi economica stanno determinando profondi mutamenti nella struttura produttiva dei paesi periferici dell’Unione monetaria europea. La “mezzogiornificazione” indica, in sostanza, che il dualismo economico che ha duramente segnato la storia dei rapporti tra Nord e Sud Italia non costituisce più un caso particolare limitato al nostro paese, ma andrebbe ormai riletto come caso anticipatore ed emblematico di un dualismo molto più ampio, che si riproduce oggi su scala continentale tra i paesi del Nord e del Sud dell’Europa, e che rischia di compromettere gravemente i loro futuri rapporti economici e politici.

Non suscita quindi particolare meraviglia che i cittadini meridionali, oggi, risultino particolarmente sensibili ai mutamenti in corso negli assetti dell’eurozona. Subendo gli effetti del dualismo economico già da tempo, essi sembrano intuire più rapidamente di altri quali siano i rischi che l’Europa oggi sta correndo. Non credo sia del tutto casuale, dunque, che iniziative come questa, che mirano a diffondere maggior consapevolezza dei processi economici in atto, maturino proprio lì da voi, a Reggio Calabria, città estrema situata esattamente al centro del Mediterraneo, nei pressi di Scilla e al cospetto di Cariddi. 

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Teorie economiche e governi tecnocratici

di Francesco Saraceno

Le prossime elezioni italiane hanno innescato un interessante dibattito sulle scelte future, e sul ruolo dei governi tecnocratici. Pochi giorni fa la giornalista italiana Barbara Spinelli ha pubblicato sul quotidiano La Repubblica una magistrale analisi delle difficoltà incontrate da una sfera politica che sembra incapace, o che non ha la volontà, di riprendersi dai tecnocrati il compito di governare, e con questo intendo il diritto / dovere di scegliere tra politiche che comportano diverse conseguenze economiche e sociali.

Per un economista, l’analisi di Spinelli è una fonte di ulteriori riflessioni sul ruolo della scelta nella teoria economica e politica, con conseguenze importanti non solo per l’Italia ma anche per il percorso che la costruzione europea intraprenderà nei prossimi anni.

La seconda metà del ventesimo secolo è segnata dalla opposizione di (almeno) due diverse concezioni di politica economica, la cosiddetta tradizione “neoclassica”, e la teoria keynesiana. La scuola neoclassica, che ha dominato il panorama intellettuale per gran parte del secolo scorso, ha le sue radici nel tentativo fatto nel XIX secolo di costruire una teoria economica più vicina alla fisica e alle scienze naturali che alle scienze sociali. Nelle parole di Henry Moore,

“Nell’ultimo quarto del secolo scorso, gli economisti hanno nutrito grandi speranze nella capacità dell’economia di tradursi in “scienza esatta”. Secondo la visione dei teorici più importanti, lo sviluppo della dottrina dell’utilità e del valore aveva gettato le basi di una economia scientifica con concetti esatti, e sarebbe stato presto possibile erigere sopra il nuovo fondamento una solida struttura di parti interrelate che, nella loro determinatezza e forza di persuasione, avrebbero esercitato la suggestione della severa bellezza delle scienze matematico-fisiche … “

(Henry L. Moore, cicli economici, 1914: p.84-85)

E ‘difficile riassumere in poche righe più di un secolo di sviluppi teorici, quindi spero che mi si perdoni un certo grado di semplificazione e approssimazione.

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Gli economisti e le “formule magiche”

di Roberto Petrini

La crisi economica ha riaperto la questione del rapporto tra matematica ed economia. La teoria mainstream ha fondato l'“equilibrio del sistema” su complesse costruzioni matematiche. Ma è incappata in clamorosi scivoloni: l’economia, infatti, non è una scienza esatta, ma una scienza storico-sociale.

Nel giugno del 2000 un gruppo di studenti di economia pubblicò sul web una petizione. I capi d’accusa che il documento formulava contro il modello di insegnamento dell’economia erano due: a)l’assenza di realismo; b. l’uso incontrollato e fine a se stesso della matematica. Il risultato - scrivevano gli studenti - era che l’economia stava correndo il rischio di diventare una scienza «autistica»: di qui l’esigenza impellente di bloccare questa nefasta tendenza. Da quell’appello nacque un vero e proprio movimento dal nome suggestivo ed evocativo: «Autisme-Economie».

Ma non sono solo gli studenti a denunciare il disagio dell’eccesso di matematizzazione dell’economia: già nel settembre del 1988, in una lettera a “Repubblica”, i maggiori economisti italiani lanciarono un severo ammonimento: “Economisti di varia tendenza e provenienza”, scrissero Paolo Sylos Labini, Giorgio Fuà, Giacomo Becattini, Onorato Castellino, Sergio Ricossa, Siro Lombardini e Orlando D’Alauro, “sentono il dovere di prendere pubblicamente posizione contro un pericolo che insidia gli studi di economia politica” ossia “che l’uso di strumenti raffinati di analisi venga scambiato, a prescindere dai contenuti, per una prova di maturità e competenza professionale o, peggio ancora, per il segno di riconoscimento del moderno studioso di economia politica”.[1]

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La produttività, il tempo e la confusione di Squinzi

di Sergio Bruno

L’incultura dominante insiste sul fatto che dalla crisi si esce lavorando di più. Ma in questo modo si ignora che cosa sia la produttività, che cosa la possa migliorare, gli orizzonti temporali degli investimenti. e il ruolo delle politiche

La produttività

Il presidente di Confindustria Squinzi chiede: “bisogna lavorare di più, più ore, diminuendo festività e ferie. Qualunque tipo di provvedimento sulla competitività passa per il fatto che bisogna lavorare di più, più ore”.

Vediamo gli aspetti economici: la produttività viene misurata come valore di un prodotto rapportato a un fattore della produzione. Questo in principio. In pratica il prodotto viene rapportato al solo lavoro, perché ... è facile contare gli occupati e/o le ore lavorate. Di produttività totale dei fattori si parla solo in pubblicazioni specializzate e di produttività del capitale quasi mai, perché le relative stime sono dubbie e dipendono da ipotesi eroiche. Macchinari e impianti sono così diversi tra loro (eterogenei) che come si fa ad aggregarli? I lavoratori invece .... si può fingere che siano omogenei perché i differenziali di remunerazione sarebbero proporzionali ai loro differenziali di produttività. “Sarebbero”, perché la fiducia in un mercato capace di operare un tale miracolo è tanto cieca da ignorare miriadi di evidenze di segno contrario (si pensi solo a quanto è cresciuto negli ultimi trent’anni lo stipendio relativo dei manager rispetto a quello degli operai).

Squinzi pensa che bisogna lavorare più ore. Il prodotto fisico potrebbe crescere in proporzione esatta, ovvero più o meno proporzionalmente. Nel primo caso la produttività oraria resterebbe eguale, nel secondo aumenterebbe, nel terzo diminuirebbe. Ma in valore? Le si pagano o no le ore lavorate in più (è quel che chiede Angeletti)?

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La guerra come intervento dello Stato in economia

Una nota

Antiper

goulart medeiros 26Com'è noto anche i sostenitori del cosiddetto neo-liberismo ritengono che debba essere lo Stato ad occuparsi delle questioni che riguardano la “difesa” [2] o – per meglio dire - la guerra. E da un pezzo, a dire il vero, non si parla più granché di guerra; si parla piuttosto di “interventi umanitari”, di “polizia internazionale”, di “lotta al terrorismo”, di “sicurezza”... Le “dichiarazioni di guerra” non si fanno più e “viene naturale” pensare (ovvero, ci hanno abituato a pensare) che la guerra non abbia a che fare con l'economia, ma con la Democrazia, i Diritti Umani, la Libertà... E' normale, dunque, che la guerra non venga percepita per quello che è ovvero per un tipico esempio di intervento statale in economia.

Parafrasando Von Clausewitz [3], si potrebbe addirittura affermare che la guerra è la continuazione dell'economia con altri mezzi, se non fosse che la guerra è stata spesso l'inizio, dell'economia. Come non pensare, ad esempio, alla guerra scatenata dai colonialisti inglesi contro i nativi americani per accaparrarsene le terre e a questo accaparramento come l'“accumulazione originaria di capitale” sulla cui base è stato successivamente edificato lo sviluppo capitalistico degli USA?


***

Fin dall'antichità, come ci ricordano anche Marx ed Engels, la guerra è fondamento del modo di produzione. Era vero per i barbari

“Nel popolo barbaro conquistatore la guerra stessa costituisce ancora, come già abbiamo accennato, una forma normale di relazioni, che viene sfruttata con tanto maggiore impegno quanto più l’aumento della popolazione, perdurando il rozzo modo di produzione tradizionale che per essa è l’unico possibile, crea il bisogno di nuovi mezzi di produzione” [4]

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Pauperismo e crisi

Alberto De Nicola

Ogni crisi economica, qualora assuma dimensioni e profondità sistemiche, si presenta sempre come una crisi che interessa la razionalità di governo. Si è detto e ripetuto più volte che i governi stanno, quasi per paradosso, applicando ricette neoliberiste per far fronte alla stessa crisi del neoliberismo. Dietro questa apparente tautologia, questa accanita e forsennata insistenza, tuttavia, si nasconde un’incrinatura, una rottura, che riguarda direttamente il progetto neoliberale, i suoi modi di presentarsi come discorso egemonico e la sua forza di penetrare nel tessuto sociale, per ordinarlo. Per afferrare questo punto conviene fare un passo indietro e chiedersi quale fosse, se è mai esistita, un’utopia propria del neoliberalismo.


Utopia neoliberale

Karl Polanyi, a cui il titolo di questo testo si richiama scherzosamente, ha sostenuto che l’utopia del primo liberalismo economico si era presentata nell’idea dell’autoregolazione del mercato. La generalizzazione di questo principio organizzativo all’intera vita sociale, ha comportato effetti distruttivi tali da innescare una crisi di governo senza precedenti.

C’è da chiedersi quale sia stata, invece, l’utopia incarnata dentro il discorso neoliberale a partire dalla metà degli anni Settanta. Come ci ha mostrato Foucault, lo spostamento di asse dal principio regolatore dello scambio a quello della concorrenza, ha mutato radicalmente la grammatica della governamentalità liberale.

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Mainstream e teorie economiche critiche

Intervista ad Emiliano Brancaccio sul suo “Anti-Blanchard”

Olivier Blanchard, capo economista del Fondo Monetario Internazionale, è uno dei più autorevoli esponenti del cosiddetto “mainstream”, la corrente principale della teoria economica contemporanea. Blanchard è anche autore del manuale Macroeconomia, uno dei libri di testo più diffusi nelle università di tutto il mondo. L’edizione italiana, edita da Il Mulino, è stata realizzata in collaborazione con Alessia Amighini e Francesco Giavazzi.1

Il manuale di Blanchard rappresenta la versione più avanzata della cosiddetta “sintesi neoclassica”. La “sintesi” trae origine dal famigerato modello IS-LM con il quale John Hicks, nel 1937, diede avvio a un celebre quanto discusso tentativo di assorbimento del tipico problema keynesiano della carenza di domanda di merci all’interno di un impianto concettuale tradizionale di tipo neoclassico. Un “keynesismo bastardo”, come venne rudemente definito da Joan Robinson, che però è andato evolvendosi nel tempo e che oggi rappresenta il mainstream, l’approccio dominante alla macroeconomia.

Il modello didattico di Blanchard è detto di domanda e offerta aggregata. Esso ruota intorno al concetto di “equilibrio naturale” di una economia di mercato. La convergenza del sistema economico verso l’equilibrio “naturale” si determina nell’incrocio tra le curve di domanda e di offerta aggregata, rispettivamente decrescente e crescente rispetto al livello dei prezzi.

Stando a questo modello, le variazioni dei salari e dei prezzi generano una serie di effetti su tutti i mercati che spingono l’economia a convergere spontaneamente verso il cosiddetto livello di “disoccupazione naturale”.

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Ripensare la scienza economica

di Stefano Lucarelli

Il recente libro di Giorgio Lunghini Conflitto Crisi Incertezza si rivolge al lettore che nulla sa di teorie economiche, categoria che comprende molti economisti e uomini politici. Un ripensamento delle teorie di Ricardo, Marx, Keynes e Sraffa può ancora offrire gli strumenti culturali per l’elaborazione di un progetto di nuova società? Una domanda scomoda e ineludibile nel pieno di una nuova crisi della teoria economica.

Nel pieno del processo di restaurazione antikeynesiana e antisocialista condotta nel corso degli anni ottanta, Giacomo Becattini su Il Ponte1 invitava alcuni grandi maestri italiani della scienza economica a porsi una domanda che allora appariva vitale per la «sinistra»: quale economia politica per il socialismo? In quegli anni, l’alta teoria economica era per lo più impegnata a dimostrare la subottimalità di ogni intervento di politica economica volto a limitare l’operato dei mercati, e le grandi riviste internazionali cominciavano a divenire inaccessibili a tutti coloro che si dimostravano ancora interessati alla critica della teoria economica. In Italia, anche grazie all’indubitabile attenzione che per tutti gli anni settanta la critica dell’economia politica aveva suscitato nel dibattito interno al sindacato, al movimento operaio, e anche ad altre esperienze politiche non riducibili alle prime due2, erano ancora molti gli economisti che condividevano l’interesse e l’urgenza per quella domanda: quale economia politica per il socialismo? A ventisette anni di distanza, tutto ciò appare, almeno in prima battuta, anacronistico. Eppure, il fatto che la domanda su richiamata susciti ancora oggi degli stati d’animo sospesi tra l’imbarazzo, l’isteria e la frustrazione, non rappresenta una ragione sufficiente per potersene sbarazzare. Tutt’altro: farlo significa arrendersi all’idea che «there is no such thing as society. There are individual men and women, and there are families. And no government can do anything except through people, and people must look to themselves first»3.

Credo che l’ultimo libro di Giorgio Lunghini4 – libro che ho avuto il piacere di leggere e commentare man mano che veniva scritto – possa innanzitutto servire a riformulare le domande di ricerca necessarie a pensare e ripensare il sistema economico in cui viviamo, dunque il capitalismo contemporaneo.

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I metafisici sacerdoti di una scienza del potere

Andrea Fumagalli

Contro l'economia politica: «L'austerity è di destra» La critica al pensiero economico dominante di Emiliano Brancaccio e Marco Passarella coglie il segno, ma rischia di non vedere le nuove forme di sfruttamento

In una conferenza nel 1989, il premio Nobel Ilya Prigogine, tra i più noti fisici e chimici contemporanei, affermava che solo due discipline accademiche pretendevano, contro ogni evidenza epistemologica, di mantenere un approccio «metafisico»: la psicologia e l'economia politica. Riguardo la prima, non sono in grado di pronunciarmi. Riguardo la seconda, non si può che dar ragione a Prigogine. Sarà perché disciplina relativamente giovane, sarà perché i suoi maggior esponenti sono affetti da sindrome di inferiorità, ma solo l'Economia Politica ritiene, nella sua componente mainstream, di essere depositaria della «verità» in materia di regolazione economica e sociale dei mercati.

Ed è contro questa presunzione (che, non a caso, è assai funzionale al mantenimento delle forme attuali di governance) che il pensiero economico critico deve continuamente battersi nei rari spazi che l'accademia, in Italia meno che altrove, concede. Ne è testimonianza il pamphlet scritto da Emiliano Brancaccio e Marco Passarella dal titolo L'austerity è di destra (Il saggiatore, Milano, pp. 152, euro 13), pensato anche come possibile risposta ad un altro pamphlet di Giavazzi e Alesina: Il liberismo è di sinistra, pubblicato sempre da Il Saggiatore nel 2007.


La retorica della scarsità


L'affermazione del titolo dovrebbe essere ovvia, di questi tempi. L'austerity implica infatti l'adozione di politiche recessive.

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politicaecon

I limiti della Modern Monetary Theory e la sovranità monetaria*

di Sergio Cesaratto

Copy of Vitturi StilitaL’assenza di una vera banca centrale Europea che garantisca la liquidità dei debiti sovrani Europei ha aggravato la crisi (anche se non ne è stata la causa), portando a una salita vertiginosa degli spreads sovrani. Come conseguenza del comportamento carente della BCE, secondo De Grauwe (2011: 8-10), il debito pubblico della periferia è passato da un basso ad un elevato livello di rischio, trasformando, a suo dire, una crisi di liquidità in una crisi di solvibilità. Questo non è del tutto corretto, poiché sin dall’inizio i problemi della periferia Europea sono apparsi come problemi di solvibilità, non solo di liquidità, e in effetti sono emersi quando la liquidità era abbondante e gli spreads sovrani ancora bassi. Secondo Wray e i suoi compagni MMT questa abbondanza ha solo ritardato il redde rationem della carente costituzione monetaria dell’Eurozona (EZ), visto che essi attribuiscono una rilevanza quasi esclusiva, nella spiegazione della crisi finanziaria Europea, alla rinuncia ad una banca centrale nazionale sovrana.

In breve, Wray sostiene che, fintanto che un paese mantiene una moneta sovrana, cioè mantiene il privilegio di effettuare i pagamenti mediante l’emissione della propria moneta e non promette di riscattare il debito a un qualsiasi tasso di cambio fisso, o peggio, in valuta estera, allora non può andare in default, e la nazionalità dei titolari del debito è irrilevante:

“La variabile importante per loro [Reinhart e Rogoff 2009] è chi detiene il debito sovrano – se creditori interni o esteri – e il potere relativo di questi elettorati si suppone che sia un fattore importante nella decisione del governo di dichiarare default (…). Ciò sarebbe anche legato al fatto che il paese sia un importatore o un esportatore netto. Noi crediamo che sia più utile classificare il debito pubblico in base alla valuta in cui è denominato, e in base al regime di cambio adottato. … noi crediamo che il “debito sovrano” emesso da un paese che abbia adottato un tasso di cambio fluttuante, in valuta non convertibile (nessuna promessa di convertire in oro o in una valuta estera a cui sia ancorato il cambio), non corra il rischio di insolvenza. E questa la chiamiamo moneta sovrana, emessa da un governo sovrano.

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L’attività di produzione

Evoluzione delle forme di organizzazione dell’impresa capitalistica

di Andrea Fumagalli*

1. Introduzione

Nella teoria economica dominante, il concetto d’impresa è sinonimo di libera iniziativa privata, è l’esprit del capitalismo. Il termine stesso deriva da “intrapresa”, ovvero l’iniziativa del fare, legato all’attività individuale.

Nella Teoria dell’Equilibrio Economico Generale (Walras, 1974), l’attività d’impresa non a caso coincide con l’attività individuale. Il processo economico viene descritto come un’unica attività di scambio tra agenti economici (individui) che si scambiano le merci che possiedono, o perché proprie dotazioni iniziali, o perché accumulate nel passato al fine di ottenerne un guadagno (utile). Non esistono classi (aggregati) sociali né organizzazioni. Il sistema economico è così definito da un numero finito di agenti economici, il cui comportamento è caratterizzato da razionalità strumentale, “path-independency”, preferenze diverse e struttura informativa più o meno completa e perfetta. Ogni agente economico è in grado di individuare una funzione obiettivo, che si diversifica sulla base non solo delle preferenze ma anche delle dotazioni di partenza, retaggio del tempo passato. Preferenze e dotazioni, tuttavia, non costituiscono un vincolo alle potenzialità individuali. La storia passata non conta più di tanto e tutto il problema economico è racchiuso nel presente oppure, meglio, nell’attualizzazione delle attese future. Nella diversità, dunque, gli individui hanno pari opportunità e potenzialità, seguono cioè la stessa legge di comportamento senza alcuna discriminazione: sono individui liberi e potenzialmente uguali.

Il libero scambio, in tale contesto, diventa la condizione principale per la piena libertà individuale.

Ne consegue che, se il sistema economico è composto solo da individui e se il valore delle merci è determinato sulla base del principio della scarsità, non esistono organizzazioni sovra-individuali, ovvero non dovrebbero esistere le imprese ma solo singoli produttori.

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Cosa sapete della produttività?

di Alberto Bagnai

Scusate, mi rendo conto che vi sto trascurando, ma è il mio ultimo mese prima di rientrare in Italia e devo ancora chiudere cinque dei sette lavori che volevo fare. Però non sta bene interrompere il discorso iniziato, per quanto inutile esso sia. Inutile certo non per la qualità degli interlocutori, ma per la qualità dei tempi che stiamo vivendo. Comunque, visto che ieri ho tritato i miei globi oculari sul commercio bilaterale di India e Vietnam, oggi starò in vostra compagnia.


Volevo ripartire da un’osservazione di contessaelvira: “grazie alle lezioni di Goofy ora è estremamente chiaro il modo in cui la competitività del mercato tedesco, che è forse il più importante per noi, sia stata esiziale per l'Italia.” Elvira è gentile e posso solo sperare che abbia ragione. Spero cioè di essere riuscito a far capire quanto centrale sia la dinamica dell’inflazione nella spiegazione di quello che ci sta succedendo. Dell’inflazione non si parlava da un decennio, convinti come si era che il problema fosse risolto, visto che finalmente l’inflazione era bassa, e quindi la convergenza “nominale” si fosse realizzata. Sì, molti erano convinti che moneta unica significasse di per sé inflazione unica. Una convinzione totalmente idiota, fondata su una teoria economica ampiamente screditata, la teoria quantitativa della moneta, secondo la quale è la moneta a “causare” l’inflazione. Quindi se la moneta è una, l’inflazione deve essere una. E allora perché in Italia, dove la moneta è una da 150 anni ancora non c’è ancora stata piena convergenza dei prezzi?

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Una spiegazione dell'inflazione e della disoccupazione: una sfida alla teoria economica liberale

di Anwar Shaikh

Introduzione

Per la maggior parte del dopoguerra, i problemi connessi con l'inflazione e la disoccupazione sono stati all'ordine del giorno sia nel campo economico che politico. La politica economica neoliberale sorge come una risposta della classe capitalista alla crisi economica mondiale degli ultimi venticinque anni, ed è per questo motivo che risultano abbastanza facili da spiegare gli attacchi che tale politica ha portato avanti nei confronti dei lavoratori e delle loro istituzioni, provocando l’aumento di fallimenti e bancarotte, la spaventosa tendenza alla concentrazione ed alle centralizzazioni, la ricerca ostinata di nuove aree di mercato e di nuove risorse destinate al potere selvaggio dei capitali che dominano la sfera mondiale (Shaikh 1987).

Ma la teoria economica neoliberale è venuta alla ribalta poichè quella keynesiana si è rivelata incapace di dare una spiegazione adeguata alla "stagflazione" prodotta dalle crisi economiche e ciò appare particolarmente ironico dato che la stessa teoria economica keynesiana divenne predominante per l'incapacità da parte della teoria economica tradizionale, che sta alla base dell'economia neoliberale, di dare una spiegazione della gigantesca e persistente disoccupazione caratteristica della Grande Depressione.

La moderna macroeconomia eterodossa è stata coinvolta in tale conflitto poiché a partire dagli anni 70 buona parte di essa è stata inglobata all'interno del keynesismo, tanto che nell’economia radicale e postkeynesiana prendono il via alcune varianti della teoria keynesiana-kalechiana della domanda effettiva; un quadro di equilibrio generalmente statico in cui la fissazione dei prezzi attraverso il "mark-up"* li rende indipendenti dalla domanda, spostando così ogni aggiustamento sul versante della produzione e dell'occupazione - per lo meno fino ai limiti del "pieno impiego".