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Crisi finanziaria e governo dell'economia

Alberto Bagnai

«L'obscurité n'est pas un défaut quand on parle à des bons jeunes gens avides de savoir, et surtout de paraître savoir.»
Stendhal, Promenades dans Rome, 17 mars 1828.
 

1.              Introduzione

Accolgo con vivo piacere l’invito a contribuire a questo numero dedicato al governo del sistema monetario europeo e internazionale. Se posso permettermi un po’ di leggerezza, mi solleva il fatto che qualcuno sia ancora interessato a raccogliere le opinioni di un economista, in un periodo nel quale la scienza economica è particolarmente discreditata per non aver saputo prevedere lo scoppio della crisi, e per non averne saputo scongiurare le conseguenze. Non credo che questi rilievi siano del tutto corretti: esempi illustri di analisi “profetiche” non mancano. Ammetto però che da qualche tempo gli scambi più proficui su questo tema mi capita di averli con studiosi esterni alla mia professione: storici,  geografi, giuristi. Questo dipende in parte dal mio percorso, che mi rende insofferente verso l’omodossia economica (non chiamerei “ortodossia” il cosiddetto pensiero mainstream, che è certamente unanime - omos - ma, visti i risultati, probabilmente non del tutto corretto - orthos). I benefici di questi scambi interdisciplinari dipendono però soprattutto dal fatto che essi costringono a riorganizzare le proprie categorie, a cercare nuove strade di trasmissione del proprio sapere “tecnico”, a reagire a stimoli imprevisti. Un esercizio utilissimo, da compiere con umiltà e con quel senso di responsabilità che deriva dal costituirsi rappresentante della categoria verso un mondo “esterno”. Il che obbliga a porsi due domande ben precise: in che modo posso aiutare la riflessione dei colleghi che hanno seguito altri percorsi (e farmi aiutare nella mia)? E in che modo posso fornire loro una rappresentazione critica ma non distorta dei risultati e delle aporie della mia disciplina?
Rinuncio fin da ora al secondo obiettivo: vivrò senza sensi di colpa la mia faziosità, sapendo di rivolgermi a un pubblico che ha gli strumenti critici per difendersi qualora le mie tesi non lo convincano, e soprattutto qualora lo convincano. Per lo stesso motivo rinuncerò al parlare oscuro (utile, come ci ricorda Stendhal, quando si parla a giovanotti ansiosi di sfoggiare il proprio sapere): parlando a un pubblico maturo sceglierò la strada della semplicità, sperando di non compromettere il rigore dei miei argomenti. Rivolgendomi a dei giuristi la linea di attacco più naturale mi sembra quella di riflettere sulle relazioni fra la crisi e le regole, scritte o non scritte, che governano il sistema finanziario internazionale.

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Lezioni da riscrivere per la teoria economica

di Armanda Cetrulo

La crisi non ha prodotto un cambiamento della didattica nelle università. Noi studenti sentiamo ripetere le stesse lezioni come se nulla fosse accaduto. È l’ora di cambiare registro. O cambiare i maestri?

Il 2 novembre, alcuni studenti di Harvard hanno deciso di non seguire la lezione del corso di Introduzione all’Economia del professor Mankiw, ex consigliere economico di Bush, oggi consulente di Mitt Romney. La protesta, che alcuni hanno etichettato come ideologica, pone in realtà una serie di interrogativi essenziali su cui studenti e docenti dovrebbero interrogarsi. Nella lettera aperta rivolta al professor Mankiw, gli studenti “criticano fortemente il metodo di studio del corso, basato su un punto di vista sull’economia che favorisce il perpetuarsi delle disuguaglianze economiche nella nostra società” e lamentano la totale assenza di confronto tra le diverse teorie economiche. Essi identificano due problematiche tra loro connesse: da una parte l’influenza e la responsabilità che un certo approccio all’economia ha rivestito nella costruzione delle nostre società, nella scelta delle politiche economiche adottate dalle grandi istituzioni internazionali (composte spesso da ex studenti della prestigiosa università) e nel dibattito attuale sulle misure necessarie per uscire dalla crisi; dall’altra, una questione più scientifica e didattica, che interroga il modo in cui l’economia viene insegnata nelle università ai giovani studenti.

Già con lo scoppio della crisi americana si era sviluppato un movimento che aveva l’obiettivo di individuare i testi economici “tossici”, poiché basati su false convinzioni e su una visione limitata dell’economia. Oggi sono diversi i siti che riprendono questi temi, come il Kickitover.org o il sito Econ4 (1) e molti economisti hanno letto, nella crisi economica, anche una deriva della teoria che ha dominato gli ultimi 30 anni. (2) Se è vero allora che le ipotesi e i presupposti logici su cui la teoria economica dominante si basa sono oggi messi in discussione dalla realtà dei fatti, non possiamo certo dire che stia avvenendo altrettanto all’interno delle università, in particolare nelle facoltà di economia.

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Pierangelo Garegnani, l’economista controcorrente

Fabio Petri

Sabato 15 ottobre 2011 all’età di 81 anni è venuto a mancare Pierangelo Garegnani, il maggiore economista teorico italiano degli ultimi cinquant’anni, figura di assoluto rilievo internazionale che ha contribuito come nessun altro a chiarire, portare avanti ed estendere il progetto avviato da Piero Sraffa di riabilitazione dell’impostazione teorica classica (o, come Garegnani anche la chiamava, impostazione del ‘sovrappiù’). Si tratta dell’impostazione in sede di teoria del valore e della distribuzione del reddito che nella sua struttura fondamentale accomuna i Fisiocratici, Adam Smith, Ricardo e Marx, e che venne abbandonata nell’ultimo quarto del 19° secolo in favore dell’impostazione ‘marginale’ (detta anche ‘della domanda e offerta’, o neoclassica come impropriamente oggi spesso la si definisce), anche per via della maggiore capacità di questa seconda impostazione di offrire argomenti a difesa del capitalismo a fronte della crescente protesta operaia.


In effetti, come messo in luce da molti studi di storia del pensiero economico, fin da poco dopo la morte di Ricardo (1823) era iniziata la ricerca di teorie dell’origine dei profitti che ne fornissero una giustificazione capace di opporsi alla tesi, derivabile dalle analisi degli stessi Adam Smith e Ricardo, che i profitti scaturiscono dalla maggior forza contrattuale dei capitalisti rispetto ai lavoratori salariati (la quale permette di imporre ai lavoratori di lavorare più di quanto basterebbe a produrre i loro salari), ed hanno dunque una origine analoga a quella del reddito dei signori feudali, derivante dal monopolio della terra che permetteva di imporre ai servi della gleba le corvées: da cui l’accusa di sfruttamento del lavoro come vera origine dei profitti. La pericolosità dell’impostazione classica per la struttura di classe dell’epoca emerge bene in un brano del 1831 di Scrope, il quale, riferendosi a Ricardo e ai suoi seguaci, scriveva: “Sicuramente la pubblicazione di opinioni … che, se anche fossero vere, poiché sconvolgono i principi fondamentali della simpatia e dell’interesse comune che costituiscono il cemento della società, non potrebbero essere che profondamente dannose, costituisce un crimine […].

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La finanza è il segnale dell’“autunno”

di Giorgio Gattei*

1. Lo scambio capitalistico D–M–D’ (con D’>D) può presentarsi in tre modi: come capitale commerciale con cui si comperano merci a buon mercato per rivenderle più care giusto uno scambio a valori non equivalenti (quello che uno guadagna, l’altro lo perde): D<M<D’; come capitale industriale con cui si comperano mezzi di produzione e forza-lavoro per produrre merci poi vendute ad un valore superiore del valore anticipato per l’aggiunta del plusvalore ottenuto mediante lo sfruttamento del lavoro salariato: D=M...Produzione...M’=D’; infine come capitale finanziario, con cui si prestano denari per riceverli alla scadenza, senza nemmeno bisogno di transitare per le merci, maggiorati dell’interesse, così che lo scambio è di nuovo a valori non equivalenti: D<D’. Come si vede è soltanto il capitale industriale a rispettare la regola dell’equivalenza degli scambi, il che vuol dire che entrambe le parti implicate ci guadagnano perchè nuova ricchezza è creata, mentre nel capitale commerciale e finanziario ci scambi appena la ricchezza esistente.

 
Ora il grande storico economico Fernando Braudel ha notato che quando una nazione capitalistica egemone arriva a farsi dominare dalla dimensione finanziaria, essa ha raggiunto la propria maturità e si prepara ad entrare nella stagione dell’autunno. Ciò è successo al capitalismo olandese all’inizio del Settecento, al capitalismo britannico tra Otto e Novecento e adesso a quello americano.
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Empiria ed economia

Giancarlo Lutero

O Que é Macroeconomia3Qualche anno fa Giorgio Ruffolo scrisse un agile libricino intitolato Cuori e denari. C’è un passo di quell’opera davvero pregnante per un discorso inerente lo statuto dell’economia politica e delle sue vestali, le discipline quantitative come l’econometria e la statistica applicata: “Chi l’ha detto che l’economia è senza cuore? Lo ha detto – con parole sue – Thomas Carlyle, forse in un momento di malumore. La battezzò dismal science, scienza triste, scienza tetra. Nessuno avrebbe rivolto un’accusa del genere alla matematica. O alla fisica. O alla paleontologia. Il fatto è che la matematica si occupa di simboli astratti. La fisica di oggetti inanimati. La paleontologia di scheletri remoti. L’economia si occupa di uomini. É vero che alcuni economisti si sono sforzati di trapiantarla, l’economia, nella grande serra delle scienze esatte, dalla giungla intricata delle scienze sociali. Ma non si può dire che abbiano avuto successo. Per loro, lo statuto definitivo dell’economista resta affidato a una vita futura: se saranno stati dei buoni economisti, saranno accolti nel paradiso dei fisici; se cattivi, nell’inferno dei sociologi. Nel loro tempo, dovranno adattarsi al purgatorio. La ragione essenziale di quel fallimento sta nel fatto che la “mela” di cui gli economisti si occupano non è una mela newtoniana, che obbedisce nella sua caduta a leggi imprescrittibili. É una strana mela, una mela che pensa. E che, cadendo, può cambiare opinione e percorso. Per questo le predizioni degli economisti sono così fallibili.” Si deve a Keynes l’immagine della mela pensante, che riesce a cogliere tutte le contraddizioni irrisolte in cui si agita ancor oggi la scienza economica (i suoi paradigmi teorici dominanti così come i suoi codici empirici). Essa è divenuta sempre più formalizzata e tecnica, ma nonostante questo sforzo sembra essere sempre più invisa all’opinione pubblica, soprattutto in tempi di crisi economica. Forse c’è una diffusa percezione, a torto o a ragione, del ruolo ideologico di sostegno ai poteri dominanti in cui la teoria economica e l’econometria sono state precipitate da molti dei suoi “agenti” interessati.

È nota la battuta dell’econometrico Edward Leamer il quale affermava che “le stime econometriche sono come le salsicce: è meglio non assistere alla loro preparazione”. Uno dei più grandi e brillanti econometrici viventi, David Hendry, si chiede in un suo famoso lavoro se l’econometria sia alchimia o scienza: il suo interesse per le questioni metodologiche è culminato nel poderoso volume scritto con la storica Mary S. Morgan The foundations of econometric analysis in cui si ripercorrono le tappe di quell’ambizioso progetto di fondazione empirica dell’economia che è stato la creazione dell’Econometric Society.

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Il dibattito economico su globalizzazione e distribuzione

Alessandra Cataldi

Diverse voci autorevoli[1] hanno documentato la progressiva caduta nella quota di reddito destinata a remunerare il lavoro (labor share) che si registra a partire dagli anni Ottanta nei Paesi industrializzati e in modo accentuato nell’Europa continentale. Tra le spiegazioni generalmente avanzate in letteratura per comprendere tale fenomeno si fa spesso riferimento alla globalizzazione dei mercati, la quale avrebbe avuto ripercussioni negative sulle retribuzioni e/o sui tassi occupazionali, soprattutto dei lavoratori poco qualificati. In particolare, il legame tra andamento del labour share e globalizzazione nasce dall’osservazione che la progressiva caduta nella quota di reddito destinata al lavoro è coincisa con l’ integrazione delle economie dei Paesi industrializzati con i Paesi di nuova industrializzazione (NIC).


L’approccio standard nell’analizzare gli effetti del commercio internazionale si propone di studiare in che modo l’apertura agli scambi internazionali incida sulle quote distributive e sulle remunerazioni di lavoro e capitale con riferimento a modelli teorici secondo cui ciascun Paese si specializza in quelle produzioni in cui ha un vantaggio comparativo[2]. Ad esempio, i Paesi industrializzati si specializzerebbero nella produzione di beni ad alta intensità capitalistica per cui la remunerazione e l’utilizzo del lavoro tenderebbe a ridursi.

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La crescita economica è la via d’uscita dai problemi di debito pubblico del nostro paese?

di Stefano Bartolini*

L’idea che la soluzione ai nostri problemi di debito pubblico sia la crescita economica è semplicistica e irrealistica. La nostra organizzazione economica, sociale e culturale è interamente focalizzata sulla crescita economica e il suo risultato è di creare malessere. Il malessere genera spesa pubblica, soprattutto spesa sanitaria e per l’ordine pubblico. Di conseguenza una riorganizzazione della società che tenga conto della dimensione relazionale della vita e non soltanto di quella economica è destinata a contenere la spesa pubblica. Inoltre la causa della “rivolta fiscale” degli ultimi decenni è nella perdita di coesione sociale, è il prodotto di società popolate da individui soli e impauriti, che hanno perso il senso di essere membri di una società. Lo stato sociale funziona se e fino a quando un paese non è solo un insieme di individui tenuti assieme dalla forza dei soli interessi. Una riorganizzazione della società dovrebbe invece essere in grado di invertire la tendenza alla perdita di coesione sociale e quindi all’aumento della riluttanza fiscale

L’idea che la soluzione ai nostri problemi di debito pubblico sia la crescita economica è semplicistica e irrealistica. Nel mio libro Manifesto per la Felicità, pubblicato da Donzelli nel 2010, espongo la seguente tesi: la nostra organizzazione economica e sociale crea malessere. Il cuore del problema è che lo sviluppo economico si è accompagnato a un progressivo impoverimento delle nostre relazioni affettive e sociali. Viviamo di corsa in mezzo a individui frettolosi. E a mancare è prima di tutto il tempo delle relazioni con gli altri, sacrificate sull’altare del benessere materiale, che conosce due soli imperativi: lavoro e consumo. Siamo più ricchi di beni e sempre più poveri di relazioni e di tempo. Ecco perché siamo sempre più infelici. Ecco dunque perché il nostro sistema economico e molti aspetti della nostra esperienza sia individuale che collettiva – la famiglia, il lavoro, i media, la vita urbana, la scuola, la sanità e persino la nostra democrazia – hanno bisogno di un profondo cambiamento culturale e organizzativo, che delineo più o meno dettagliatamente nel mio libro.

Quello che rileva è che il malessere genera spese sia private che pubbliche. Mi soffermo su queste ultime che sono rilevanti per la questione delle finanze pubbliche. Una gran mole di contributi in epidemiologia dimostra che la felicità influisce direttamente sulla salute e la longevità, che il pessimismo, la percezione di non controllare la propria vita, lo stress, i sentimenti di ostilità e di aggressione verso gli altri sono fattori di rischio molto rilevanti. Si è scoperto ad esempio che il rischio di malattie cardiovascolari – la prima causa di morte nei paesi ricchi – è doppio tra le persone affette da depressione o malattie mentali e una volta e mezzo per le persone generalmente infelici. Gli effetti del benessere sulla salute sono stimati come più ampi di quelli derivanti dal fumo o dall’esercizio fisico. Senza contare la spesa sanitaria direttamente connessa al malessere, come quella per la cura dei disagi mentali.

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La crescita malata che crea infelicità

di Piergiuseppe Mulas

Le esternalità hanno rivestito, e tuttora rivestono, un ruolo cruciale all'interno della valutazione del paradigma neoclassico del mercato. Infatti, dalla loro presenza e rilevanza dipende criticamente la validità dell'assunto secondo il quale il mercato conduce ad un'allocazione efficiente delle risorse, così come dimostrato da Vilfredo Pareto. Ricordiamo infatti che l'economista italiano aveva provato come, partendo da dotazioni di risorse date, un sistema perfettamente concorrenziale conduca ad una situazione di ottimo allocativo, vale a dire ad una situazione nella quale non può essere migliorata la condizione di un individuo senza peggiorare quella di un altro. Le condizioni che permettono che una configurazione di mercato perfettamente concorrenziale sussista sono però molto stringenti e difficilmente riscontrabili nella realtà. In particolare l'esistenza di un tale sistema richiede che si verifichino determinate circostanze: l'assenza di monopoli e beni pubblici, nessuna asimmetria informativa tra i contraenti e nessuna esternalità positiva o negativa.

Diamo ora una definizione più precisa di quale fenomeno gli economisti intendano designare quando parlano di esternalità:

«un effetto che esiste nel consumo o nella produzione ogniqualvolta l'utilità del consumatore o la funzione di produzione di un'impresa dipendono dal consumo di un altro individuo o dagli input e output di un'altra impresa».

In altre parole l'esternalità è presente quando l'utilità delle persone o delle imprese viene ad essere influenzata da fattori che non sono sotto il loro diretto controllo, ma che dipendono dall'attività di terzi.

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econ diclasse

La classe non è acqua*

Riccardo Bellofiore & Giovanna Vertova 

Compriamo (o 'scarichiamo' on-line) il manifesto tutti i giorni, alcuni di noi ormai da 40 anni. Lo leggiamo però sempre di meno, senza sapere bene il perché. C'è di peggio, però. Ogni tanto lo leggiamo. Come oggi, 8 luglio, attirati da due firme che stimiamo: Guido Viale e Loris Campetti.

Il primo dice, molto spesso, cose giuste. Tuttavia nel suo articolo dell'8 luglio deraglia, quando infila, quasi fosse una ovvietà, una frase secondo cui l'intervento dello stato sarebbe impedito dal fatto che "mancano i soldi e si ha paura di rompere il tabù dei bilanci, che sono fatti di debiti e quindi in mano alle società di rating." Il secondo parla della necessità di superare una "vecchia certezza", quella secondo cui sarebbe "imprescindibile" il legame reddito-lavoro.

Sarebbe interessante sapere che teoria economica ha in mente Viale, e su cosa Campetti basi la sua affermazione. Vero é che una tesi come la sua è stata attribuita tempo fa dalla stampa a Maurizio Landini. E' anche stato riportato con sussiego che Landini non avrebbe letto Marx. Certo, viene da pensare, leggersi il Capitale non è un obbligo. Pure in qualche caso aiuterebbe, come qui: basti il riferimento al salario di sussistenza per la classe dei lavoratori, dunque per il proletariato nella sua interezza, del tutto indipendentemente dalla produttività.

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Una politica economica per la decrescita

di Marino Badiale, Massimo Bontempelli

La principale questione che si pone a chi voglia dare spessore concreto al pensiero della decrescita è quella della transizione dalla attuale società della crescita ad una società, appunto, della decrescita. Per prima cosa occorre precisare che ragionando su società della crescita e società della decrescita, si stabilisce una comparazione (che certo è necessaria) tra termini eterogenei. Società della decrescita significa società svincolata dall'obbligo della crescita del prodotto interno lordo, cioè della produzione rivolta al mercato, che è tipico del capitalismo.

Ma poiché tutte le società precapitalistiche sono state immuni da questo obbligo alla crescita (il che non significa, ovviamente, che non siano cresciute, in un senso o nell'altro, per periodi più o meno lunghi, come, ad esempio, nei secoli XI, XII e XIII dell'Occidente feudale), l'espressione “società della decrescita” non indica una configurazione definita di rapporti sociali di produzione, cioè (usando il linguaggio marxiano molto appropriato in questo contesto) non indica una formazione sociale specifica.
 
I fautori della decrescita non possono, allora, avere un modello determinato di società, nel senso di cui si è detto, al quale fare riferimento. La tipica domanda che viene posta a chiunque si opponga all'attuale capitalismo assoluto (dal punto di vista della decrescita, o da altri punti di vista) è sempre: ma voi cosa proponete?

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Le radici sociali della crisi economica

V. Parlato intervista Giorgio Lunghini

Negli ultimi decenni c'è stato un cospicuo spostamento, nella distribuzione del reddito dai salari ai profitti e alle rendite, che ha prodotto insufficienza di domanda effettiva e disoccupazione crescente

Rispetto all'intervista a Ciocca, apparsa sul manifesto di domenica 22 maggio aggiungeresti qualcosa? A quali aspetti daresti più importanza?

Sono d'accordo su tutto quanto ha scritto Pierluigi Ciocca, ma circa le cause della crisi attuale del capitalismo occidentale, versione italiana compresa, io insisto soprattutto sulla stretta e inscindibile interconnessione, in un sistema capitalistico, tra gli elementi reali e gli elementi monetari. Un sistema economico capitalistico potrebbe riprodursi senza crisi; ma se e soltanto se la distribuzione del prodotto sociale tra lavoratori, capitalisti e rentier fosse tale da non generare crisi di realizzazione, di «sovrapproduzione» rispetto alla capacità d'acquisto; e se e soltanto se moneta, banca e finanza fossero al servizio del processo di produzione e riproduzione del sistema, e non dessero invece luogo a sovraspeculazione e a crisi di tesaurizzazione.

Negli ultimi anni (decenni) si è invece avuto un cospicuo spostamento, nella distribuzione del reddito, dai salari ai profitti e alle rendite, e dunque si è determinata una insufficienza di domanda effettiva e una disoccupazione crescente. D'altra parte la finanza è diventata un gioco fine a se stesso. In condizioni normali la finanza è un gioco a somma zero: c'è chi guadagna e chi perde; ma quando essa assume le forme patologiche di una ingegneria finanziaria alla Frankestein, ci perdono tutti: anche e soprattutto quelli che non hanno partecipato al gioco.

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sentierierranti

Le asimmetrie informative di Stiglitz

di EffeEmme

Uno dei paradossi di quest'ultima crisi economica è legata ad un fenomeno che un decennio fa non ci saremmo potuti immaginare: il ritorno dello "stato"-come struttura di controllo- nei proclami dei neo-liberisti.

Come ha ben mostrato D. Harvey,  nel volume "Breve storia del neoliberismo", tale termine è entrato in voga per significare le politiche di deregolamentazione e di privatizzazione di alcuni governi di destra dei primi anni Ottanta: Thatcher e Reagan, su tutti.

Tali azioni  erano volte a diminuire le restrizioni e il controllo da parte dell'autorità centrale  per favorire il libero auto-strutturarsi del Mercato. Si riteneva, così facendo, di poter stimolare l'aumento della ricchezza.

Oggi sappiamo che questa è una "stronzata", nel senso concettualizzato da Harry G  Frankfurt di "inquinatrice" del dibattito pubblico. Una notizia infondata e pericolosa che non permette di discernere ciò che può essere argomentato da ciò che deve essere soltanto creduto.

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La teoria economica dominante e le teorie alternative*

di Giorgio Lunghini

Indirizzo questa lezione breve ai non economisti di questa classe: e soprattutto ai letterati, che da tempo hanno smesso di leggere scritti di economia.
Stendhal raccomandava alla amatissima sorella Pauline, per la sua felicità, di leggere Smith e Say (al quale faceva inviare le proprie opere) e riteneva che la conoscenza approfondita di Malthus, Say e Ricardo fosse titolo per diventare un ministro delle finanze eccellente. L’allora Henri Beyle aveva letto gli economisti nel 1810, con l’amico Crozet, e addirittura aveva progettato un Boock dal titolo Influence de la Richesse sur la population et le bonheur

De Quincey, il mangiatore d’oppio che in tal modo ne guarisce, scopre Ricardo: «Ecco l’uomo! Un’opera così profonda era veramente nata in Inghilterra, nel XIX secolo? Ricardo aveva d’un tratto trovato la legge, creato la base, aveva gettato un raggio di luce in tutto il tenebroso caos di materiali nel quale si erano perduti i suoi predecessori».

Intorno al 1830 Flaubert comincia a raccogliere le voci sulla bêtise; il Dizionario delle idee comuni prende forma, come parte di Bouvard e Pécuchet, nei primi anni settanta dell’Ottocento. Il 1830 e il 1870 sono gli anni cruciali nella storia del pensiero economico, segnano il periodo in cui l’economia politica progressivamente si riduce a economica. Flaubert, puntuale, nel Dizionario registra: «ÉCONOMIE POLITIQUE. Science sans entrailles». Da allora in poi saranno pochi gli scrittori che si occupano di teoria economica. Ricordo soltanto Ruskin con la sua Economia politica dell’arte, Pound con il suo ABC dell’economia. Tra gli italiani ricordo Dossi: «L’economia politica, questa matematica della Morale, che concilia i calcoli e l’interesse colle aspirazioni più sublimi del sentimento». E ricordo Gadda, con la sua favola brevissima: «Adamo Smith e Davide Ricardo erano economisti».

Si capisce perché i letterati oggi non ci leggano più: l’economia è diventata una scienza davvero triste. E la rivolgo, questa lezione, anche ai colleghi dell’altra classe: che credo scoprirebbero, in questa mia breve storia della “scienza economica”, un curiosum epistemologico.

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Le lezioni di Giovanni Arrighi

di Giorgio Cesarale

È in uscita in libreria "Capitalismo e (dis)ordine mondiale", una raccolta degli scritti di Giovanni Arrighi curata da Giorgio Cesarale e Mario Pianta (Manifestolibri). Per gentile concessione dell'editore ne anticipiamo l'introduzione.

Nel dibattito sulla attuale crisi economica globale è diventato ormai quasi senso comune la critica all’incapacità della scienza economica dominante di indicare e interpretare adeguatamente le cause di questa crisi, e in particolare di uno dei suoi fenomeni più abbaglianti, e cioè il processo di finanziarizzazione. Che legami ha questo processo con ciò che, peraltro impropriamente, si chiama “economia reale”? Che nesso vi è fra questo processo e la vorticosa espansione economica di intere regioni del pianeta (il Sud-est asiatico delle quattro “tigri”, della Cina, del Vietnam ecc.)? Quale ruolo giocano in esso gli Stati, da quelli in ascesa a quelli in più evidente difficoltà? Sono domande cruciali, che obbligano a fornire una risposta alta e convincente. D’altro canto, per rispondere a queste domande è necessario collocare l’attuale crisi e la turbolenza globale che l'accompagna entro un orizzonte storico e geografico più largo. Uno “sguardo corto” sulla crisi è precisamente ciò che può impedire di comprenderla in tutta la sua complessità. E tuttavia è proprio da questo “sguardo corto” che la maggior parte degli osservatori e degli studiosi appare caratterizzata. Le eccezioni sono rare: tra queste c’è Giovanni Arrighi (1937-2009), una delle figure più rilevanti, insieme ad Andre Gunder Frank, Immanuel Wallerstein e Terence Hopkins, dell’approccio “sistemico” allo studio della storia e della struttura del capitalismo globale, dei movimenti sociali anticapitalistici, delle disuguaglianze mondiali di reddito e dei processi di modernizzazione.

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I "beni comuni" tra realtà e utopia

Luigi Cavallaro*

beni comuniBisogna essere grati a Toni Negri e Michael Hardt per aver dedicato quest’ultima corposa loro fatica al tema del «comune»[1]. Negli ultimi tempi, infatti, abbiamo assistito al costituirsi di un cospicuo fronte di resistenza intellettuale e popolare intorno alla difesa di taluni «beni comuni», come l’acqua o l’ambiente, che ha tentato di opporre un argine alla furia privatizzatrice che imperversa nelle società industrializzate da oltre tre decenni. È un fronte assai composito per culture politiche d’appartenenza, che però si riconosce nella convinzione che i «beni comuni» rappresenterebbero un tertium genus capace di eludere la contrapposizione ritenuta ormai superata tra «pubblico» e «privato». È dunque benvenuto ogni tentativo di dare a queste rivendicazioni un’adeguata sistemazione teorica: testarne la plausibilità è infatti l’unico modo per verificare le ragioni (o eventualmente i torti) di quanti sostengono che l’opposizione tra pubblico e privato è ciò che oggi impedirebbe lo sviluppo di una gestione realmente cooperativa e condivisa dell’acqua, del sapere, della salute, dell’energia e del patrimonio culturale.