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lariscossa

Sull'ascensione in alte montagne

di Pietro Terzan

sull ascensione in alte montagneIn un articolo incompiuto e pubblicato postumo su Pravda il 16 aprile 1924, Lenin spiega la situazione concreta della prima rivoluzione proletaria della storia paragonando la rivoluzione comunista a «un’ascensione di una montagna altissima, dirupata e ancora inesplorata». Nel primo paragrafo di Note di un pubblicista, che merita di essere letto integralmente, Lenin scrive:

«Immaginiamo un uomo che effettui l’ascensione di una montagna altissima, dirupata e ancora inesplorata. Supponiamo che dopo aver trionfato di difficoltà e di pericoli inauditi, egli sia riuscito a salire molto più in alto dei suoi predecessori, senza tuttavia aver raggiunto la sommità. Egli si trova in una situazione in cui non è soltanto difficile e pericoloso, ma addirittura impossibile avanzare oltre nella direzione e nel cammino che egli ha scelto. Egli è costretto a tornare indietro, a ridiscendere, a cercare altri cammini, sia pure più lunghi, i quali gli permettano di salire fino alla cima. La discesa, da questa altezza mai ancora raggiunta su cui si trova il nostro viaggiatore immaginario, offre delle difficoltà e dei pericoli ancora maggiori, forse, dell’ascensione: è più facile inciampare; si vede male dove si mettono i piedi; manca quello stato d’animo particolare di entusiasmo che dava impulso al cammino verso l’alto, dritto allo scopo, ecc. Bisogna legarsi con una corda, perdere delle ore intere per tagliare la roccia con la piccozza allo scopo di creare dei punti di appoggio per legarvi saldamente la corda; egli è costretto a muoversi con la lentezza di una tartaruga, e per giunta a muoversi indietro, verso il basso, allontanandosi dalla cima; e non vede ancora se questa discesa terribilmente pericolosa e faticosa terminerà, se si troverà un’altra via alquanto sicura, che permetta nuovamente di muovere avanti con maggior coraggio, con maggior rapidità e seguendo una linea più retta, verso l’alto, verso la cima.

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doppiozero

Robert Kaplan: pensare tragicamente

di Lelio Demichelis

9788829718863 92 1000 0 75.jpegSenza ordine non vi è società e l’ordine è l’essenza della civiltà. E senza tradizione non vi è ordine né gerarchia. E la gerarchia è la base per l’ordine sociale e politico. Altrimenti si cade nell’anarchia. Ma è davvero così o questi sono solamente luoghi comuni di cui ci nutre il conformismo e la propaganda del potere?

Non dovremmo dire invece che senza un disordine positivo e performativo – non il caos per il caos, ma un pensiero critico che dis-ordina appunto l’ordine ingiusto – non vi è vera civiltà e civilizzazione? Ma poi: quale ordine? Quello meravigliosamente imperfetto della democrazia? Quello apparentemente perfetto dei totalitarismi, delle teocrazie o dell’Intelligenza Artificiale? Quello costruito dalle discipline e dalla biopolitica secondo Michel Foucault o dallo human engineering oggi digitale? Quello fondato socraticamente su ragione, pensiero critico e dialogo?

Su tutto – e ormai dentro tutti noi – c’è in realtà il potere e l’ordine moderno e postmoderno o ipermoderno della rivoluzione industriale e del tecno-capitale, ben rappresentato da Charlie Chaplin nell’incipit di Tempi moderni (film del 1936), con le masse di lavoratori che escono dalla metropolitana, tutti andando ordinatamente al lavoro, muovendosi come un gregge assoggettato all’ordine im-posto da un orologio, cioè dalla forma e norma matematica e calcolante del pastore-capitale; e dove l’unica differenza tra allora e oggi è che oggi abbiamo lo smartphone, ma sempre il nostro lavoro e la nostra vita sono organizzati, comandati e sorvegliati dal tecno-capitale mediante un dispositivo tecnologico e insieme normativo e conformante che ci detta tempi e modi del nostro dover vivere, un dispositivo fatto credere smart quando è invece alienante come forse mai nella storia umana.

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blackblog

La teoria critica come teoria radicale della crisi: Kurz, Krisis e Exit!

Sulla teoria del valore, la crisi e il fallimento del capitalismo

di Mikkel Bolt Rasmussen e Dominique Routhier

drtjd.jpgQuesto saggio introduce il lavoro di Robert Kurz e quella sorta di critica del valore un po' emarginata a cui esso viene associato: la Wertkritik. A partire da un resoconto storiografico critico svolto dalla "Nuova lettura di Marx", Robert Kurz sostiene che le differenze teoriche e politiche tra la Wertkritik e le altre correnti critiche del valore, non possono essere guardate con sufficienza o liquidate come se fossero delle mere lotte territoriali, ma vanno intese come l'espressione di quello che è un fondamentale disaccordo sulla natura del capitalismo e sul ruolo della "critica", il cui tratto distintivo è, naturalmente, l'insistenza su una vera e propria teoria della crisi Qui viene esposta la particolare versione di Robert Kurz della Wertkritik, ma, nel farlo, si argomenta contro il suo abbandono della nozione di lotta di classe, proponendo di integrare l'analisi di Kurz con l'analisi svolta da Théorie Communiste sull'attuale periodo del capitale, pretendendo che essa sia più "storicamente fondata".

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La sostituzione del movimento Nuit Debout con il movimento dei Gilets Jaunes, in Francia, così come il recente movimento del Rif nel nord del Marocco sembrano confermare la tesi di Alain Badiou secondo cui attualmente staremmo vivendo in «un'epoca di rivolte». La crisi finanziaria scoppiata nel 2007 costituisce in maniera immediata quello sfondo del nuovo ciclo di proteste che si è spostato, in modo disomogeneo, dall'Europa meridionale al Nord Africa, poi di nuovo all'Europa meridionale e poi agli Stati Uniti e al Canada, per riemergere in Nord Africa, Medio Oriente, Sud America, e così via.

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lanatra di vaucan

Ecologisti o iperconnessi?

di Anselm Jappe

IMG 20230820 1925421.jpgPubblichiamo questo stimolante contributo di Anselm Jappe, una riflessione su Internet, sulla iper-invasiva tecnologia cellulare e sul loro utilizzo da parte dei movimenti e comunque di coloro che vorrebbero opporsi al sistema. La digitalizzazione del mondo apre nuovi orizzonti e nuove possibilità, come recita anche il mantra neoliberale, oppure al contrario rappresenta solo l’ennesima stretta alle nostre catene, la tracciabilità permanente e il controllo ossessivo sulle nostre azioni e finanche sui nostri pensieri – senza considerare gli innumerevoli danni per l’ambiente? Questioni che non sono di lana caprina, e che meriterebbero un dibattito più approfondito rispetto a quello esistente. La provocazione di Jappe ci aiuta a fare qualche passo in questa direzione.

Ps: originariamente questo articolo è stato scritto in francese (titolo originale: Ecologistes ou hyperconnectés?). Inizialmente proposto al sito Reporterre, che lo ha rifiutato con pretesti formali, uscirà a breve sulla rivista La Decroissance. La versione italiana, che qui presentiamo, è stata leggermente ritoccata d’accordo con l’autore.

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Ecologisti o iperconnessi?

Nei raduni ecologisti piccoli e grandi del mondo intero si può spesso assistere a questo strano rituale: quando si tratta di parlare di questioni organizzative, dove si possono anche trattare temi che richiedono discrezione, si è invitati a lasciare il proprio cellulare su un tavolo, a qualche metro di distanza dalla riunione. Dopodiché, i militanti si avvicinano gli uni agli altri il più possibile per scambiarsi informazioni quasi sottovoce. Si sa che gli smartphone possono funzionare in due direzioni e, all’insaputa dei loro proprietari, trasmettere informazioni verso orecchie indiscrete.

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machina

La pausa della storia

di Vittorio Ray

Recensione de «La fine della fine della storia. Lo strano ritorno della politica nel XXI secolo»

0e99dc 41ada9e42e3a486d8a8504f9178cd23cmv2Come anticipato, a Settembre Machina intraprenderà un lavoro sugli anni Novanta, a lungo considerati l’epoca della fine della storia e delle ideologie. Forse, però, sarebbe più corretto interpretarli come gli anni dell’affermazione dell’ideologia del progresso liberal-democratico nella variante neoliberale. Possiamo dire che quell’epoca è terminata e che più che alla fine della storia abbiamo assistito ad una sua pausa? Vittorio Ray ragiona attorno a questo tema recensendo La fine della fine della storia. Lo strano ritorno della politica nel XXI secolo (Tlon,2022) di Alex Hochuli, George Hoare e Philip Cunliffe.

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Nel 2021, in piena pandemia, esce La fine della fine della storia. lo strano ritorno della politica nel XXI secolo (tradotto in Italia da Tlon nel 2022), un testo che nel linguaggio internettiano contemporaneo potremmo chiamare «basato di sinistra» o alt-left: da una prospettiva più o meno dichiaratamente militante i tre autori, uno brasiliano (Alex Hochuli) e due inglesi (George Hoare e Philip Cunliffe), cercano di inquadrare la crisi trentennale della sinistra fino all’ultima delusione della sinistra populista (2020 circa), non prima di aver lungamente indugiato sulla disfatta della sinistra liberale nelle campali battaglie di Trump e Brexit. Parla di fenomeni abbastanza recenti, di cui tuttavia si è discusso già molto, magari in modo frammentato, soprattutto su internet. Il libro ha il merito di raccogliere e organizzare quelle riflessioni in un sistema coerente, il cui raggio d’analisi è nientemeno che un’intera epoca – la nostra. Ma che cosa è un’epoca? Un'epoca è un periodo di tempo relativamente lungo, caratterizzato da tratti distintivi e rilevanti nello sviluppo della storia, della cultura, della scienza, dell'arte o di altri aspetti della società umana. Un’epoca è di solito più lunga di una singola generazione e può durare da decenni a secoli, se non addirittura più a lungo.

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effimera

Per Mario Tronti: il pensiero rimane

di AA. VV.

TrontiuyhggfNon è facile reggere la sequenza di perdite che il presente ci impone. Tanto più se ad andarsene è un gigante come Mario Tronti. Comunque la si veda, Mario Tronti è stato un maestro per noi tutti. Ricordarlo è terribilmente complesso e così abbiamo pensato di mettere insieme una pagina di Effimera che si articola su più piani.

Per primo: due estratti di Operai e Capitale, un testo basilare, la Genesi dell’Operaismo italiano, un’opera pubblicata nel 1966 da cui tutto ha avuto origine. Chiunque voglia capire fino in fondo il rapporto tra capitale e lavoro, chiunque voglia vedere la potenza del lavoro – nonostante tutto – deve passare da qui. Tanti sono i brani che potrebbero essere ripresi. Il primo che abbiamo scelto riguarda il concetto centrale di “autonomia” dell’operaio massa. È ciò che abbiamo imparato da Tronti: il lavoro è autonomo rispetto al capitale, nel senso che può farne a meno. Mentre il capitale non può fare a meno del lavoro. Come già notato dallo stesso Marx, il rapporto lavoro-capitale si presenta come rapporto tra due soggetti, di cui il primo (il lavoro) è quello più forte.

Per questo il capitale ha bisogno di sussumere il lavoro, per renderlo a lui dipendente: è il passaggio che il capitalismo disegna tramite il processo di salarizzazione e ricattabilità che ha trasformato il lavoro in “desarmata manu”: “il proprietario (della forza-lavoro, ndr.) non è solo libero di venderla, ma si trova anche e soprattutto nell’obbligo di farlo” (K. Marx, Il Capitale, Cap. XVII, Editori Riuniti Roma 1972). Oppure: “Il capitalista compera agli stessi operai, a quanto sembra, il loro lavoro con del denaro. Per denaro essi gli vendono il loro lavoro.

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cumpanis

Non allontanare dalla “classe” il dibattito politico-teorico

Anche a proposito dei compiti del Centro Studi “Domenico Losurdo”

di Raffaele Gorpìa*

IMMAGINE PER HOME ARTICOLO GORPIALa prassi (praxis) per Marx è ogni forma di attività umana, teorica o pratica; è un’attività produttiva concreta che modifica l’oggetto del suo stesso produrre. Nella prassi si decide inoltre la verità: per Marx – come sostiene nella seconda tesi – infatti il dibattito tra realismo e relativismo non è una questione solo teoretica, ma soprattutto pratica. Verità, realtà e potere infatti secondo lui sono decidibili solo nella prassi, poiché ogni teoria deve essere corroborata dalle pratiche.

Ho già affrontato, se pur sommariamente, il tema dell’inchiesta come pezzo fondamentale della costruzione di una analisi unitaria che un centro studi voglia proporsi di realizzare, tuttavia non si può prescindere, nella costruzione anche solo di gruppi di studio e di ricerca, da quadri operai e da quadri di vari pezzi del panorama produttivo (logistica ad esempio) derivanti presumibilmente anche dal mondo sindacale, come elemento di metodo per la costruzione di nuclei operativi sia sul terreno della teoria che su quello della prassi, così da scongiurare il rischio dell’appiattimento solo sull’una o solo sull’altra con l’inevitabile scollamento tra i due poli. Ciò perché il rischio di creare un dibattito anche avanzato ma sostanzialmente ancora slegato dalla classe di riferimento è sempre alto, ovvero la circostanza andrebbe a creare nella migliore delle ipotesi una posizione politico-teorica avanzata su alcuni ambiti ma arretrata ad esempio sul terreno dell’analisi di fase del modo di produzione con specifico riferimento all’Italia e con specifico riferimento alla mancata produzione di un sapere scaturente dalla classe subalterna e quindi da un suo livello di coscienza determinato. Tradotto, se resta la nostra una produzione di sapere legata al nostro essere sociale collocato in una determinata posizione sociale senza la partecipazione attiva di almeno qualche pezzo di classe subalterna, allora si ritornerà sempre al punto di partenza.

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operaviva

Dopo il Novecento. Verso le istituzioni del comune

Peppe Allegri intervista Toni Negri

AngelsWithDirtyFacesA chent’annos!

È impossibile in poche righe riuscire a sintetizzare l’importanza di un lavoro teorico-politco che ha attraversato tutta la seconda metà del XX secolo e i primi due decenni del nuovo millennio, facendo di Antonio Negri – oltre che un protagonista della storia italiana contemporanea ‒, uno dei pensatori più influenti nel mondo e uno dei nomi della filosofia italiana che rimarranno nel tempo. Negri è un dispositivo, una macchina del pensiero che ha attraversato le rivolte della classe operaia italiana e internazionale, senza mai arrendersi e senza acquietarsi nelle comodità delle cattedre accademiche pur avendole occupate fin dalla più giovane età. Un «cattivo» maestro, senz’altro – come solo possono essere i maestri (Socrate docet) – che ha insistito sempre su una idea del sapere come arma e pratica collettiva di liberazione, lontanissimo da qualsiasi idea di conoscenza come esercizio del potere e forma di oppressione, o come sterile esercizio accademico (c’è grande differenza?), e che proprio per questo ha conosciuto la galera e l’esilio (titolo del secondo volume della trilogia «Storia di un comunista» che racconta la sua biografia intellettuale e politica). Maestro che dalla teoria del diritto e dello Stato alla filosofia politica, dalla storia del pensiero politico all’ontologia, dall’estetica all’arte contemporanea, dalla letteratura al giornalismo culturale (Negri è anche, forse pochi lo sanno, uno straordinario critico letterario, basterebbe qui ricordare i suoi interventi su Bachtin, Dostoevskij, Barthes e Balestrini, per non citarne che alcuni), dalle fabbriche alla società globale, ha sovvertito le logiche del potere insegnando a tutti noi a leggere Machiavelli, Spinoza, Marx (ma anche Cartesio e Leopardi, passando per la nascita e la fine della modernità e le sue alternative) e a pensare e lottare collettivamente per un mondo concretamente più ricco e più libero.

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ospite ingrato

Tre lezioni sulla storia

recensione di Luca Lenzini

Sergio Fontegher Bologna, Tre lezioni sulla storia (Milano, Casa della cultura, 9, 6, 13 febbraio 2022), presentazione di V. Morfino, Milano-Udine, Mimesis, 2023

Tre lezioni sulla storia Sergio Fontegher Bologna“the shop floor”: the area in a factory where the goods are made by the workers
The Oxford Learner’s Dictionary

Sembrerà bizzarro e forse fuor di luogo parlare di un libro così ricco di spunti e di contenuti come Tre lezioni sulla storia di Sergio Fontegher Bologna partendo dalla sua forma, cioè dal modo dell’esposizione e dell’organizzazione della materia trattata; ma è un aspetto, questo, che balza agli occhi del lettore e non può essere messo tra parentesi o maneggiato come secondario, in primo luogo e precisamente in relazione ai contenuti stessi, si potrebbe dire alla loro natura. L’orizzonte temporale del libro va dai primi anni ’60 all’oggi, quello culturale e interpretativo ha le sue radici nella costellazione additata in esordio in Tre croci. Un ergastolo, un suicidio, una fucilazione (pp. 24-25), cioè nella triade Gramsci (Quaderni dal carcere), Benjamin (Über den Begriff der Geschichte), Marc Bloch (Apologie pour l’histoire ou Métier d’Historien); ed è proprio dalla sua maniera di mobilitare e rinnovare questa nobilissima lignée di “resistenti” che originalità e taglio del testo traggono una singolare legittimazione e, insieme, una forza altrettanto tangibile, una spinta o choc conoscitivo quali derivano da una alterità nativa, irriducibile alle forme “istituzionali”. Tanto avvince la lettura, così, che si è tentati di impiegare, per il libro, un termine come page-turner, di solito applicato alla narrativa: c’è in queste Lezioni non solo un discorso fluido e diretto, ma un solido ancoraggio narrativo, legato al vissuto ovvero al percorso biografico ed intellettuale di chi parla, un percorso in cui le due componenti (biografia e cultura) fanno tutt’uno, inscindibilmente; di qui, anche, la totale assenza di aura accademica e di cerimoniali.

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blackblog

Il tabù dell'astrazione e la sinistra: il contributo della teoria della dissociazione del valore

di Perro

Con questo testo - che costituisce la trascrizione dell'intervento tenuto a Parigi il 12-14 2023 maggio nell'ambito del convegno Crise & Critique - si cerca qui di presentare la teoria della dissociazione del valore, così come è stata proposta dalla teorica tedesca Roswitha Scholz

Scholz«Inoltre, in questo momento sto anche studiando Comte, visto che gli inglesi e i francesi stanno facendo un gran parlare di quest'uomo. Ciò che li attrae è il suo lato enciclopedico, la sua sintesi. Ma è patetico rispetto a Hegel [...]. E questa robaccia positivista è stata pubblicata nel 1832!»
(Karl Marx, lettera a Friedrich Engels del 7 luglio 1866).

Osservazioni introduttive

A seguito della visita a Parigi di Roswitha Scholz - la principale teorica tedesca della teoria della dissociazione-valore – avvenuta nel fine settimana del 12-14 maggio 2023 [*1], ci proponiamo di dare un resoconto sintetico del suo pensiero, trascrivendolo in maniera succinta, e collocandolo nel panorama intellettuale-militante francese e, più in generale, in quello dell'Europa francofona. Questo approccio inedito, ci sembra particolarmente fertile per quel che riguarda sia la teoria che la pratica della totalità concreta. Superando le aporie, Roswitha Scholz e la corrente di teoria della dissociazione del valore - che lei rappresenta - riporta sulla Terra le "teorie" in voga, relegandole, nel migliore dei casi, a quello che è il loro stadio pietosamente analitico, e per nulla filosofico, di "sociologismi"; e, nel peggiore, denunciandole assolutamente, segnalandone pertanto la loro immediata pericolosità. L'obiettivo di questo breve testo è aprire dei varchi nella doxa teorica - così come essa viene definita o inconsapevolmente messa in pratica - che finisce sempre solo per raschiare la ruggine, senza mai arrivare a indicare quali siano le catene da tagliare; oppure limitandosi a fare risplendere le fondamenta, senza però mai vederle. Saremmo quindi grati ai lettori di questo testo se volessero prendere in considerazione la misura completa della proposta, e non indignarsi e/o invocare pietà per la teoria.

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conflitti e strategie 2

Guerra e scienza politica

di G. P.

43f08805db943b3147e9589c26d29ea5 860x280L’informazione pubblica sulla guerra continua a essere ridicola, in Italia più che altrove. Lo schema antinomico, teso a polarizzare estremisticamente le posizioni, eliminando qualsiasi gradazione intermedia, non è politico ma teologico. Il guaio è che sono i sedicenti esperti e professori ad avvallare questa deriva religiosa. Se prima c’era un aggredito e un aggressore, ora ci sono solo i buoni contro i cattivi, i santi contro i diavoli, la lotta del bene contro il male. In questa battaglia della stupidità la scienza politica va a farsi fottere eppure il suo sguardo non umorale è l’unico a consentirci una minima comprensione dei fenomeni. Dobbiamo tornare alla semplificazione degli argomenti che non è la banalizzazione di cui è infarcito il dibattito dicotomico mediatico ed editoriale.

Se restiamo ai duri fatti sappiamo che gli Ucraini, sostenuti dagli occidentali, stavano per invadere il Donbass ormai indipendente dal 2014. Non ci importa in questo caso di sapere altro, anche rispetto al conflitto che va avanti da dieci anni. I russi dovevano scegliere tra farsi aggredire o prevenire l’invasione. Hanno fatto quello che dovevano perché è sempre meglio anticipare le mosse dell’avversario, in politica come in guerra.

Scrive Botero che:

“Nobilissimo modo di tener l’inimico lontano da casa nostra e di assicurarci dagli assalti suoi si è il prevenirlo, portandogli la guerra in casa, perché chi vede in pericolo le cose sue, lascia facilmente quiete l’altrui. E questo modo tennero i Romani in tutte le loro imprese d’importanza, eccetto che nella guerra contra i Galli e nella seconda guerra punica, le quali però non poterono mai finire, sino a tanto che non trasportarono l’armi oltre il mare et oltre le Alpi. Et Annibale, consigliando Antioco circa il maneggio della guerra contra Romani, disse sempre, che non si farebbe cosa che stesse bene, se non s’assaltavano i Romani in Italia.

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sollevazione2

Costanzo Preve: a dieci anni dalla scomparsa

di Federico Roberti*

Costanzo PreveChi nega la natura umana, e lo fa da “sinistra” convinto che si tratti di un concetto conservatore e reazionario (confondendo così l’uso ideologico del concetto, con la sua pertinenza filosofica e ontologica), non capisce purtroppo che proprio il carattere generico della natura umana stessa è il principale fattore di impedimento alla stabilizzazione di una dittatura manipolatrice, non importa se ispirata al materialismo dialettico di Stalin o al fondamentalismo sionista-protestante di Bush. Se l’uomo non fosse un ente naturale generico, in cui la creatività e la reazione all’oppressione sono elementi non solo storici ma radicati nella più intima struttura antropologica, non scommetterei neppure dieci euro sulle possibilità dei movimenti di resistenza.

Costanzo Preve [1]

In Italia la classe dirigente è sottomessa ai poteri forti. E prospera servendoli, fingendo di governare e amministrare la cosa pubblica autonomamente. Forte del fatto che il popolo non ha neppure il coraggio di ammettere chi è che comanda davvero. Va vista come una nobiltà, che è fedele al re, eseguendone gli ordini; è solo divisa in due fazioni che si scontrano per la supremazia a corte:“destra” e “sinistra”, questa includendo anche buona parte della magistratura.

Si scontrano due concezioni dell’essere subalterni e venduti a danno dei cittadini. I “baroni”, la destra, vogliono fare i feudatari, in modo che come vassalli possano avere una certa autonomia sui loro feudi, e taglieggiare il popolo anche per loro vantaggio, oltre che per conto del re. I “mandarini”, la sinistra e i magistrati, vogliono eseguire i voleri predatori dei poteri forti come “saggi” funzionari e ottenere con questo di campare riveriti e forti, senza sporcarsi troppo le mani con ruberie personali.

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maelstrom

L’ideologia nelle bolle

Giulio Pignatti intervista Damiano Palano

BubblesCosa ne è delle ideologie all’epoca del populismo, della disintermediazione e del dissolvimento dei partiti di massa? Un recente convegno, Cosa resta dell’ideologia? Concetti, teorie, metodi di ricerca, organizzato dagli Standing group “Teoria Politica” e “Politica e Storia” della Società Italiana di Scienza Politica e tenutosi alla sede di Brescia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore il 4 e 5 maggio 2023, ha discusso, tramite l’apporto di metodi e discipline differenti, la permanenza e l’evoluzione delle ideologie politiche nei contesti contemporanei. Dopo l’intervista a Manuel Anselmi dedicata alle ideologie politiche e al loro rapporto col populismo, qui di seguito l’intervista a Damiano Palano, co-organizzatore del convegno, professore ordinario di Filosofia politica e direttore del Dipartimento di Scienze politiche dell’Università Cattolica del Sacro Cuore. Le sue linee di ricerca più recenti vertono sulle trasformazioni delle democrazie contemporanee e sull’ascesa dei populismi. Tra le ultime pubblicazioni: Animale politico. Introduzione allo studio dei fenomeni politici (Scholé 2023), Democracy and disintermediation. A dangerous relationship (EduCatt 2022, curato con Antonio Campati), Bubble Democracy. La fine del pubblico e la nuova polarizzazione (Scholé 2020) e La democrazia senza partiti (Vita e Pensiero 2015).

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Il contesto politico in cui si muovono le nostre società occidentali è quello che, in un fortunato libro del 2020, lei ha definito “bubble democracy”. Che cosa si intende con questa categoria?

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paginauno

ChatGPT e model collapse. AI che si addestrano su dati generati da AI

di Redazione

Modelli AI che si addestrano su dati raccolti in rete generati da precedenti modelli AI: uno studio mostra come il conseguente ‘collasso del modello’ porterà a distorsioni della realtà

micah williams d4s3uw ajsa unsplash“Fino a oggi, la maggior parte del testo online è stato scritto da esseri umani. Ma questo testo è stato usato per addestrare GPT-3 e GPT-4, che sono apparsi come assistenti di scrittura nei nostri strumenti di editing. Quindi sempre più testo sarà scritto da grandi modelli linguistici (LLM). Dove porta tutto questo? Cosa succederà a GPT-{n} quando gli LLM contribuiranno alla maggior parte del linguaggio trovato online?” Se lo domanda Ross Anderson, professore di security engineering all’Università di Cambridge e all’Università di Edimburgo, sul suo blog (1), e continua: “E non si tratta solo di testo. Se si addestra un modello musicale su Mozart, ci si può aspettare un risultato che assomiglia un po’ a Mozart ma senza la sua brillantezza – chiamiamolo ‘Salieri’. E se Salieri addestra la generazione successiva, e così via, come suonerà la quinta o la sesta generazione?”

Anderson è uno degli autori del paper The Curse of Recursion: Training on Generated Data Makes Models Forget pubblicato il 27 maggio scorso nell’archivio open access ArXiv (2). E sottolinea nel suo blog: “Nel nostro ultimo lavoro, dimostriamo che l’utilizzo nell’addestramento di contenuti generati da un modello precedente provoca difetti irreversibili. Le code della distribuzione originale dei contenuti scompaiono. Nel giro di poche generazioni, il testo diventa spazzatura, poiché le distribuzioni gaussiane convergono e possono persino diventare funzioni delta. Chiamiamo questo effetto model collapse (collasso del modello). Così come abbiamo disseminato gli oceani di rifiuti di plastica e riempito l’atmosfera di anidride carbonica, stiamo per riempire Internet di blah. […] Dopo aver pubblicato questo articolo, abbiamo notato che Ted Chiang aveva già commentato l’effetto a febbraio, osservando che ChatGPT è come una jpeg sfocata di tutto il testo presente su Internet, e che le copie delle copie peggiorano. Nel nostro articolo analizziamo la matematica, spieghiamo l’effetto in dettaglio e dimostriamo che è universale”.

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machina

Ritorno al futuro (anteriore)

di Vincenzo Di Mino

In questo contributo Vincenzo Di Mino discute due libri: Finalmente è giovedì! 8 ragioni per scegliere la settimana corta di Pedro Gomes (Laterza, 2022) e Le grandi dimissioni. Il nuovo rifiuto del lavoro e il tempo di riprenderci la vita di Francesca Coin (Einaudi, 2023)

0e99dc ebdb232782c14cadaabe9b31a8beef09mv2Lo spirito del tempo, spesso e volentieri, si cristallizza negli elementi della cultura pop. Negli ultimi mesi i canali mediatici sono stati affollati di contenuti da parte di un «creator» che, presentando in maniera cinica e sarcastica le quotidiane disavventure sul posto di lavoro, ha rimesso sul piatto un tema di stretta attualità. Attraverso la comicità, infatti, queste immagini descrivono le attuali condizioni della forza-lavoro e della prestazione lavorativa e propongono come alternativa la fuga dal lavoro. E, nella società globale dello spettacolo continuo, egli è riuscito a veicolare un messaggio tanto sconvolgente (per l’opinione pubblica) quanto semplice: rifiutare il lavoro, inteso come vera e propria «schiavitù». Prima di essere un messaggio politico, questi sketch invitano a riprendersi la vita, a uscire fuori dalla routine e dallo stress delle tempistiche intensive e continuative del lavoro. Cum grano salis si può dire che essi sono il manifesto di una generazione che, lontana dalle ideologie e ancora più lontana da un sentire politico, vuole rimettere al centro del discorso i propri bisogni e non le esigenze della società. Può diventare dunque utile, interessante e necessario riportare questo tipo di discorsi entro il perimetro della critica politica, e rapportarla alle dimensioni materiali della composizione di classe. Da venti e passa anni, infatti, il piagnisteo delle corifee di sinistra sulla precarietà, sulle fughe di cervelli e sullo smantellamento del welfare state hanno completamente perso di vista il terreno soggettivo della composizione, omettendo sia la loro partecipazione attiva- via governo o via opposizione- all’implementazione di questi processi legislativi, e neutralizzando le potenzialità del conflitto.