Il lavoro centrifugato
Maurizio Ricciardi
«La fabbrica rovesciata» di Graziano Merotto, Una monumentale ricerca militante nel settore degli elettrodomestici made in Italy. Un avvincente affresco sulle trasformazioni industriali dal punto di vista operaio
Nell’ultimo secolo il lavoro salariato ha percorso un moto circolare che sembra averlo riportato alla sua condizione iniziale di assoluta mancanza di potere sociale. Il volume di Graziano Merotto, La fabbrica rovesciata. Comunità e classi nei circuiti dell’elettrodomestico (DeriveApprodi, euro 50) descrive questo lungo movimento, ricostruendo la vicenda politica di una vasta porzione di classe operaia impiegata a produrre elettrodomestici nel cuore del Nordest, ovvero dalla provincia di Treviso fino a Pordenone. Come scrivono Ferruccio Gambino e Devi Sacchetto in un’intensa postfazione, però, non siamo di fronte né a un esercizio di sociologia del lavoro né alla storia sociale di un distretto produttivo. Questa è la storia dell’altra Marghera, ovvero di un polo di insubordinazione operaia, forse meno conosciuto ma che da molti decenni non si adegua alla continue ristrutturazioni aziendali e alla deferenza che esse pretendono.
L’era dei metalmezzadri
Il processo di autentica conricerca emerge nella scrittura di Merotto e dalle molte voci operaie che restituiscono il senso politico della vicenda collettiva.



La Legge fondamentale tedesca dispone il divieto dei partiti «che per i loro fini o per il comportamento dei loro sostenitori mirano a pregiudicare o sovvertire l’ordine liberale e democratico» (art. 21). Questa disposizione realizza ciò che nel corso degli anni Trenta venne definita in termini di «democrazia militante», ovvero impegnata a difendersi attraverso il contrasto delle forze che mirano a reprimere le libertà politiche, in particolare quelle di ispirazione fascista
In una serie di film di fine anni ’90 si problematizza il senso della realtà, la distinzione tra ciò che è, o si considera, reale, dunque vero, e ciò che è finzionale, dunque illusorio. In particolare, nel saggio di Valentina Re ed Alessandro Cinquegrani viene fatto riferimento ad opere come: The Matrix (Lana ed Andy Wachowski, 1999); Apri gli occhi (Abre los ojos, Alejandro Amenábar, 1997); The Game (David Andrew Leo Fincher, 1997); eXistenZ (David Cronenberg, 1999); Pleasantville (Gary Ross, 1998); The Truman Show (Peter Weir, 1998); Dark City (Alex Proyas, 1998); Il tredicesimo piano (The Thirteenth Floor, Josef Rusnak, 1999). Tale produzione cinematografica, affiancata da una nutrita produzione teorica, secondo gli autori del volume, si è sviluppata da un lato lungo un modello dickiano volto al riproporre narrazioni che raccontano “la realtà” come problema, e dall’altro lato verso una riflessione di matrice postmoderna relativa alla “scomparsa della realtà” e sui simulacri. A partire dai punti di contatto tra scenario postmoderno e mondi instabili ed ingannevoli di Philip Kindred Dick, il saggio intende «riprendere e rilanciare un’ipotesi di “saldatura” originariamente elaborata da Brian McHale attraverso la definizione di una “dominante ontologica” in grado di distinguere il funzionamento delle finzioni postmoderne – in opposizione a quelle moderne, che sarebbero caratterizzate da una dominante di tipo epistemologico» (p. 8). L’intenzione palesata dagli autori è quella di provare ad applicare l’elaborazione di McHale all’attualità, eliminando però la subordinazione della problematica ontologica al dibattito sul postmoderno.

Botti d’inizio anno. A dare fuoco alle polveri per primo è stato il presidente russo Vladimir Putin, che poche ore dopo la mezzanotte del primo gennaio ha dichiarato, aggiornando la lista delle principali minacce alla Russia, che «la Nato è il nemico». Poche giorni prima era stato il turno del ministro delle finanze tedesco Wolfgang Schäuble, che in un’intervista alla Bild am Sontag aveva detto che «Il nostro scopo finale dovrebbe essere un esercito dell’Unione Europea», poiché «le risorse che spendiamo per i nostri ventotto eserciti nazionali potrebbero essere usate molto meglio, se le spendessimo assieme».
Il 2015 è morto e l’annunciata nascita della sinistra non c’è stata. L’anno buono sarà il 2016? È difficile dirlo, anche perché al momento non è chiaro neanche chi dovrebbero essere i promotori del nuovo soggetto politico, mentre il dibattito sulle finalità e sui contenuti del progetto resta ben al di sotto delle necessità, e divaga su aspetti tattici secondari. Non emergono i nodi strategici di una crisi di portata storica che coinvolge milioni di donne e di uomini, i quali chiedono risposte intellegibili e concrete di fronte all’incertezza della vita e al degrado dell’ambiente. Il rischio che si corre in questa condizione è che nasca un’altra formazione politica minoritaria, di fatto ininfluente sul corso reale delle cose
Tralasciando per il momento la "questione ambientale" (per il cui ulteriore approfondimento rinvio a 
Il 2 gennaio l’Arabia Saudita ha giustiziato 
Non è possibile capire l’obiettivo reale della proroga dello stato di emergenza in Francia [prorogato fino alla fine di febbraio] se non la si colloca nel contesto di una radicale trasformazione del modello statale che ci è più familiare.
Con il pareggio di bilancio in Costituzione, il bilancio pubblico e il controllo dell'economia è stato trasferito dai parlamenti nazionali a organismi sovranazionali; da qui nasce la continua riduzione della spesa sociale, il ridimensionamento del welfare, l'aumento dei costi di servizi sanitari accessibili, peraltro ad un numero sempre piu' ristretto di potenziali utenti.



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1. Matteo Renzi insiste a definire la sua politica economica “espansiva”, al contrario di quelle dei precedenti governi “tecnici” Monti e Letta, ma in che senso e soprattutto perché? Per capirlo serve una griglia interpretativa quale può essere data dai saldi settoriali della economia nazionale
Dalla lotta di classe al declassamento
Nella prefazione alla terza edizione de Il Capitale di Marx, nel novembre 1883, Friedrich Engels scriveva che «Non poteva venirmi in mente di introdurre nel Capitale il gergo corrente in cui sogliono esprimersi gli economisti tedeschi, quello strano pasticcio linguistico in cui, per esempio, colui il quale si fa dare del lavoro da altri contro pagamento in contanti si chiama il “datore” di lavoro e “prenditore” di lavoro si chiama colui al quale viene preso il proprio lavoro contro pagamento di un salario. Anche in francese “travail” si usa nella vita di tutti giorni con il significato di “occupazione”. Ma a ragione i francesi riterrebbero pazzo l'economista che volesse chiamare il capitalista “donneur de travail” e il lavoratore “receveur de travail”».
La crisi ha offerto il destro al capitale Usa per indebolire il concorrente europeo, utilizzando abilmente l’arma della speculazione per colpire gli anelli deboli dell’Ue e la vicenda ucraina per danneggiare i rapporti Ue-Russia isolando il concorrente russo, e per spostare risorse nello scontro principale contro la Cina.
Questo articolo parte dalla convinzione che la nostra organizzazione economica e sociale, ormai estesa all'intero pianeta, sia entrata in una fase di decadenza di civiltà, analoga a quella del tardo impero romano. Un indizio di questo declino è rappresentato dal convergere e dall'intrecciarsi di tre tipologie di crisi: la crisi economica dalla quale non sembra che si riesca ad uscire (tanto che alcuni autori mainstream parlano apertamente di “stagnazione secolare”), la crisi geopolitica dovuta al lento declino USA, la crisi ecologica della quale il cambiamento climatico è per il momento l'evidenza più forte. Non sono ovviamente in grado di fare previsioni sulla durata di questa fase di declino, né sulle forme culturali, sociali ed economiche che l'umanità si darà per superarla. È però facile pronosticare che essa comporterà sofferenze per grandi masse umane, e la perdita di valori civili e contenuti culturali. Temo che non sia possibile invertire questi sviluppi tendenziali. È però possibile un'azione politica e culturale che abbrevi il decorso della transizione e ne riduca le sofferenze e i danni. Una tale azione sarà opera di forze politiche e sociali che riescano, fra le altre cose, ad elaborare un discorso culturale che colga gli aspetti fondamentali dell'attuale situazione storica. In Italia un tale programma di “difesa civile” dovrà avere al proprio centro la Costituzione del 1948, quintessenza di quanto di meglio la storia recente del nostro paese abbia prodotto.
L’anno 2015 si è chiuso tra le roboanti dichiarazioni del premier Renzi sul buono stato di salute dell’economia italiana. Non si perde occasione ed evento mondano (l’apertura di un nuovo tratto autostradale, la ristrutturazione di alcune domus a Pompei, la collocazione del titolo Ferrari in borsa a Milano, la conferenza stampa di fine d’anno…) per affermare che la ripresa economica è partita, che la disoccupazione è in calo e l’occupazione in crescita. Ma le cose stanno veramente così? L’economa italiana soffre di parecchie malattie strutturali: la precarietà, l’assenza di managerialità nelle imprese, la scarsa propensione all’innovazione, la dipendenza dai poteri tecnologici e finanziari esteri, l’arretratezza del capitalismo familiare nostrano e del sistema di welfare. Eppure, nessuno di questi nodi viene affrontato. Non sarà con la retorica propagandista di governo che si riuscirà a venirne a capo.
E’ uscito, nel dicembre 2015, un libro di Ottone Ovidi per le Edizioni Bordeaux, dal titolo “Il rifiuto del lavoro/ Teoria e pratiche nell’ autonomia operaia”
1. Introduzione: l’altro Marx
Mentre la città affonda in una nuvola di smog, soffice e dolce come lo zucchero a velo sul pandoro tenuto al calduccio sul termosifone (come insegnavano le zie d’un tempo), i sempre più inadeguati autobus della Capitale inalberano, simpaticamente unanimi, l’ultima versione della campagna – in corso ormai da quasi due anni, ma di questi tempi in ovvia escalation – di quello che il prossimo giugno, con ogni probabilità, sarà il mio prossimo sindaco: Alfio Marchini. Come nelle precedenti, allo slogan generale IO AMO ROMA. | E TU? (dove la o di Roma è sostituita da un cuore rossastro che al suo interno – in proporzioni però tali da renderlo invisibile a chi guardi il manifesto anche con una certa attenzione, ma senza avvicinarsi troppo – riproduce il reticolato irregolare della viabilità urbana) e all’indirizzo mail del comitato elettorale (che sostituisce la firma di chi con questo messaggio ci si rivolge), viene premessa una frase di volta in volta diversa, tale da seguire più o meno da vicino le vicende dell’attualità, le urgenze del quotidiano che ben conosce chi l’autobus, ahilui, lo prende (o prova a prenderlo) tutti i giorni. La frase «d’attualità» è evidenziata in sfondo giallino, alludendo a device in dotazione ai più comuni programmi informatici di scrittura.
Gennaio è il mese di Giano, il dio romano che guardava sia avanti che indietro, la doppia porta che collegava il passato e il futuro. Se consideriamo le elezioni del 20 dicembre una soglia gianica e guardiamo indietro, è difficile esagerare i mutamenti subiti dalla Spagna da due anni a questa parte, da quando a Madrid venne alla luce l’iniziativa che oggi chiamiamo Podemos. La strada intensa, imprevedibile e talvolta tortuosa che ha portato a questi 69 deputati ha già consegnato al nostro Paese almeno tre cambiamenti decisivi.
La cosiddetta “età d’oro” del capitalismo - il termine non mi piace tanto, in verità – i trenta anni tra il 1945 e il 1975, spesso viene qualificata come un’epoca di compromesso tra le classi. Ma quando mai! Era un’epoca di dominio forte da parte del capitale, un comando sul lavoro, dentro cui, con il conflitto e con l’antagonismo, si sono, nel corso della seconda metà degli anni Sessanta soprattutto e primi anni Settanta, strappate una serie di conquiste. Il fatto che tanto i governi conservatori quanto quelli più di centro-sinistra abbiano perseguito politiche di bassa disoccupazione lo si deve alla storia tragica dell’Europa nel Novecento; e poi alla competizione di un sistema, che non ha mai avuto la mia simpatia, che era il sistema sovietico, e che però imponeva all’Occidente di stare al passo. In quel trentennio, prima ancora che i keynesiani in senso stretti divenissero consiglieri espliciti dei governi (avverrà soprattutto con Kennedy e Johnson), esiste una piena occupazione e una contrattazione collettiva, un lavoro decente secondo la definizione dell’ILO, e salari progressivamente crescenti in termini reali.
Per spiegare l’incredibile successo ottenuto da Star Wars nei suoi quasi quarant’anni di vita alcuni non hanno esitato a chiamare in causa la nozione di “mito”, senza tuttavia preoccuparsi di specificare le ragioni di tale definizione o valutarne seriamente l’attendibilità. Come si sa nel linguaggio moderno in effetti il termine “mito” viene applicato, forse in modo troppo superficiale, a tutti quegli oggetti culturali che hanno in qualche modo colonizzato l’immaginario collettivo finendo per imporsi all’attenzione anche di chi non si considera un fan. Nel caso di Star Wars tuttavia l’appellativo di “mito” rischia di recuperare il suo significato originale, ossia quello di racconto (nel senso più largo del termine) che presenta un certo tipo di requisiti o elementi, che lo distinguono nettamente da altre tipologie di testo narrativo. Ovviamente esistono un’infinità di definizioni di “mito” e persino i Greci, che ne sono gli inventori, non erano d’accordo quando si trattava di dire cosa fosse un mythos. Per semplificarci il compito faremo nostra la definizione, semplice ma al tempo stesso estremamente affidabile, proposta diversi anni fa dal filologo svizzero Walter Burkert, secondo cui i miti altro non sarebbero che racconti tradizionali forniti di una loro «significatività». Il mito, dunque, è un racconto che viene da lontano, che ha attraversato il tempo, ha resistito al tempo, e che in virtù di questa sua forza continua a godere di una certa autorità nel presente, continua cioè ad essere «significativo» sul piano culturale. Vediamo allora se il nostro testo possiede questi due requisiti.

Introduzione
Abstract




































