Il neoliberismo di guerra va oltre la democrazia borghese
di Nico Maccentelli
Da più parti si continua a ripetere che con Trump presidente USA si sono violate le regole e che ora vige la legge del più forte. C’è chi dice anche che però l’imperialismo USA ha da sempre fatto guerre, colpi di stato, usato proxy come false bandiere, e che se non altro Trump ha il “pregio” di sostenere apertamente ciò che fa.
Queste due considerazioni, avanzate da politologi e opinionisti dissenzienti, si fermano però ai postulati, senza andare oltre. Ma oltre cosa c’è? Dobbiamo capire che se la prima considerazione ci porta a delle ricadute politiche e sociali di conflitto che non si sono ancora esplorate, la seconda mi pare piuttosto superficiale nella sua enunciazione, che se un pregio può avere è solo per il semplice fatto che un’intenzione dichiarata non necessita di smascheramenti e che può essere visibile a tutti o, per lo meno, a chi la vuole vedere.
Ma ciò che va colto in quell’oltre che prima ho accennato è riassumibile in questo enunciato: chi ha superato la soglia del genocidio, facendolo o sostenendolo può poi proseguire l’abominio criminale anche in casa propria.
Dunque non stiamo parlando solo di assenza di regole e di legge del più forte, ma del superamento di una soglia che da Auschwitz in poi nell’Occidente delle cittadelle dei consumi e delle classi medie (oggi in crisi) e di un proletariato border line per sussistenza precaria, non era mai stato superato se non nei paesi in cui l’imperialismo faceva quello che voleva, raccontando a noi che portava la civiltà e la democrazia.



È stato pubblicato di recente un libro prezioso sui «quaderni piacentini» (le minuscole sono filologicamente d’obbligo); ne è autrice Daniela Cremona, è intitolato Biografia di una rivista. «Quaderni piacentini» e il Sessantotto ed è pregevole sotto molti aspetti. Vediamoli subito, per chiarire per quali motivi ne raccomando l’uso e la lettura. Innanzitutto l’impianto, che è quello di un’accuratissima lettura dall’interno della rivista, che ne ricostruisce la storia materiale, organizzativa, redazionale, oltre ovviamente a quella politica e culturale: una trattazione che non trascura né i tragitti, i contributi e le esperienze dei singoli collaboratori né il contesto in cui il periodico si situò (qui affrontato concentrandosi sulla prima serie, quella autogestita, dal 1962 al 1980). Credo che si possa affermare tranquillamente che nessun’altra rivista di quegli anni abbia avuto un’attenzione paragonabile allo studio paziente che l’autrice le ha dedicato. Merito indubbio di Daniela Cremona, prematuramente scomparsa nel 2012, che ne fece oggetto della sua tesi di laurea nel 1995, oltre che della rilevanza del periodico, che Rossana Rossanda ha persuasivamente definito «certo non l’unico, ma per molti versi il più significativo del ‘68 innovatore». Altri motivi d’interesse della trattazione sono a mio parere la grande cura documentaria, che non esclude puntuali prese di distanza critica su alcune posizioni emergenti, e la capacità d’individuare, lungo il percorso della rivista, gli articoli e le congiunture più rilevanti e dirimenti, riassumendoli e problematizzandoli. Proverò ad adottare la medesima disposizione, prendendo spunto, per quanto segue, da alcuni di questi “tornanti”.


Se nel 2025 le azioni compiute dall’amministrazione Trump hanno suscitato scalpore, l’alba del nuovo anno ha visto un crescendo rossiniano: attacco al Venezuela, tremebonda attesa di ulteriori bombardamenti all’Iran, e infine il proposito di prendersi la Groenlandia, con l’annuncio di nuovi dazi agli alleati che si oppongono all’acquisizione di essa. Tale minaccia pare rientrata, ma il clima resta molto teso.




La contraddizione principale dei nostri tempi è quella tra masse popolari che lottano per la pace e guerra imperialista. Non perché sia l’unica contraddizione, ma perché è la contraddizione che influenza tutte le altre. Ad esempio la contraddizione presente nella società iraniana tra clero al potere e una popolazione sempre piú laica esiste, ma non può essere pienamente compresa senza considerare il ruolo della borghesia compradora imperialista che usa i diritti civili come pretesto per fomentare una rivolta armata contro la Repubblica Islamica. Un’analisi che non includa i vantaggi materiali che il crollo della Repubblica Islamica porterebbe all’impero non ci permetterebbe di capire l’enorme copertura mediatica riservata nei nostri Paesi al conflitto conservatori-progressisti (presente in ogni paese, in ogni villaggio e spesso all’interno delle famiglie) e il sostegno occidentale alla fazione progressista che, guarda caso, è anche quella che spinge per la “normalizzazione” dei rapporti con l’Occidente, ossia una sottomissione alle potenze imperialiste.





L’Europa sta vivendo, ormai da decenni, una crisi che appare definitiva. Il crollo demografico, la stagnazione economica, la caduta della partecipazione politica: tutto sembra indicare l’esaurimento di un’epoca. Questi segnali si sono manifestati in modo drammatico a partire dallo scoppio della guerra in Ucraina e della crisi in Medioriente. L’insignificanza geopolitica, l’incapacità di farsi portavoce di un interesse specificamente europeo, la totale apatia dinanzi al collasso del modello produttivo e sociale: nessuno si aspettava una tale pochezza e inconsistenza delle istituzioni continentali.



Come emerge sia dalla National Security Strategy, che dalla più recente National Defence Strategy, la difesa della residua posizione dominante degli Stati Uniti, e ancor più il tentativo di invertire il declino, richiedono uno strumento militare capace di rispondere adeguatamente alle sfide di questo secondo quarto di secolo. Sfide che provengono non solo dalla crescita di attori globali in grado di competere con gli USA, o di attori regionali indisponibili al ruolo subalterno, ma anche dalle stesse ambizioni statunitensi, e dal modo in cui immaginano strategicamente di perseguirle.
Povera Europa! Minacciata e poi canzonata da “Bulldozer Donald Trump” e infine redarguita col ditino alzato dal presidente ucraino Volodymyr Zelensky che, dismessi ormai definitivamente gli abiti del comico, sfoggia quelli del severo professore.
Il libro “Dialettica dell’economia cinese” è scritto da cinesi (Cheng Enfu ed i suoi collaboratori) per i cinesi. Quindi non va letto per rispondere alla domanda classica “quanto di socialismo e quanto di capitalismo c’è nell’economia cinese”?




































