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Sul crepuscolo di una subalternità
di Ferruccio Gambino e Devi Sacchetto
In vista della presentazione a Bologna (qui l’evento Facebook) di La fabbrica rovesciata. Comunità e classi nei circuiti dell’elettrodomestico di Graziano Merotto (Roma, DeriveApprodi, 2015), pubblichiamo il poscritto al volume di Ferruccio Gambino e Devi Sacchetto
Ci sono poscritti che si scrivono per dovere e altri che si scrivono per convenienza. Questo lo scriviamo per interesse: certamente non per lucrare qualche prebenda a beneficio dell’autore; e neppure per chiedere venia delle eventuali manchevolezze dell’opera, consapevoli come siamo delle coscienziose ricerche di Graziano Merotto in un reame industriale chiuso, che soltanto nel corso di un tempo da lui ben speso gli è stato possibile rischiarare. Il nostro è un interesse inteso a incoraggiare il dibattito sui rapporti industriali del presente e del futuro, al di fuori dei pregiudizi interessati alle armonie prestabilite.
Si tratta di un dibattito che si situa all’intersezione di alcune branche delle scienze sociali. Altre discipline appaiono parche di contributi per la ricostruzione di controversi processi sociali contemporanei. Sull’argomento studiato da Graziano Merotto le eccezioni sono rare. Lettrici e lettori potrebbero dubitare degli ostacoli che l’autore ha dovuto superare per portare a termine questo volume. In effetti, gli ostacoli non traspaiono nel testo, che anzi mostra un sereno distacco sine ira ac studio rispetto alle singole figure che impersonano il capitalista e il proprietario fondiario, rappresentanti di rapporti sociali di cui in realtà sono le creature.
Il libro è il frutto di una ricerca priva di sostegni pubblici e privati, svolta nei meandri di ambienti industriali di cui poco si conosceva, e portata a termine con notevole motivazione. In realtà, l’autore ha sviluppato una conricerca esemplare con i protagonisti delle molteplici iniziative operaie che hanno trasformato in soggetto politico la forza-lavoro del comparto dell’elettrodomestico nell’area studiata.
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Derivati, nel 2016 il Tesoro perderà altri 5 miliardi
di Luca Piana
Il ministro Padoan risponde a un'interrogazione dei 5 Stelle. E si scopre che le perdite dello Stato sui prodotti ad alto rischio crescono sempre più. Vanificando gli effetti positivi sui conti del "quantitative easing" della Bce
Come se non ci fosse Mario Draghi. Come se la Banca centrale europea (Bce) non avesse mai lanciato il “quantitative easing”, la massiccia manovra di sostegno all’economia dei Paesi dell’Eurozona. Come se i tassi d’interesse sul debito pubblico non fossero da tempo crollati in prossimità dello zero. È questo l’effetto paradossale che il Tesoro è costretto ad affrontare negli ultimi mesi a causa dei cosiddetti derivati sottoscritti negli anni passati con le banche internazionali, i cui contratti sono tenuti sotto stretto riserbo. In poche parole: mentre il debito pubblico costa allo Stato sempre meno in termini d’interessi, grazie agli interventi effettuati dalla Bce di Draghi, i derivati si stanno mangiando per intero o quasi i risparmi che ne dovrebbero venire, costringendo il Tesoro a un esborso crescente.
L’amara verità emerge dalla risposta che il ministero dell’Economia ha fornito il 22 dicembre a un’interrogazione presentata dal Movimento 5 Stelle. Nel documento gli uffici di Pier Carlo Padoan hanno messo per la prima volta nero su bianco alcune cifre destinate a far discutere. Hanno reso noto che nel 2015 i derivati sono costati al Tesoro un flusso negativo in termini di interessi di 3,6 miliardi. E hanno aggiunto che nel 2016 la spesa è prevista salire a 4,1 miliardi.
Quello appena iniziato, dunque, rischia di essere un anno durissimo su questo fronte della spesa pubblica. In una precedente interrogazione, Padoan aveva infatti rivelato che, su uno dei vari derivati, esistono clausole che entro il prossimo marzo daranno alla banca che l’ha sottoscritto la possibilità di chiuderlo, facendosi liquidare dal Tesoro una cifra stimabile oggi in 849 milioni.
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2016. La Nato che verrà…
Antonio Mazzeo
Aggressiva, dissuasiva e preventiva; onnicomprensiva, globale e multilaterale; cyber-nucleare, superarmata e iperdronizzata; antirussa, anticinese, antimigrante e anche un po’ islamofoba. Strateghi di morte e mister Stranamore vogliono così la NATO del XXI secolo: alleanza politico-economica-militare di chiara matrice neoliberista che sia allo stesso tempo flessibile e inossidabile, pronta ad intervenire rapidamente e simultaneamente ad Est come a Sud, ovunque e comunque.
La prova generale della NATO che verrà… si è svolta dal 3 ottobre al 6 novembre 2015 tra lʼItalia, la Spagna, il Portogallo e il Mediterraneo centrale. Denominata Trident Juncture 2015, è stata la più grande esercitazione NATO dalla fine della Guerra fredda ad oggi, con la partecipazione di oltre 36.000 militari, 400 tra cacciabombardieri, aerei-spia con e senza pilota, elicotteri, grandi velivoli cargo e per il rifornimento in volo e una settantina di unità navali di superficie e sottomarini. Presenti le forze armate di 30 paesi, sette dei quali extra-NATO o in procinto di fare ingresso formalmente nell’Alleanza (Australia, Austria, Bosnia Herzegovina, Finlandia, Macedonia, Svezia e Ucraina). In qualità di “osservatori”, inoltre, gli addetti militari di Afghanistan, Algeria, Azerbaijan, Bielorussia, Brasile, Colombia, Corea del Sud, El Salvador, Emirati Arabi Uniti, Giappone, Kyrgyzistan, Libia, Marocco, Mauritania, Messico, Montenegro, Russia, Serbia, Svizzera e Tunisia.
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Il mio Iraq. E quello degli altri
16/1/2016, 25 anni dall'inizio dell'olocausto
di Fulvio Grimaldi
“Quando racconto la verità, non è tanto per convincere coloro che non la conoscono, quanto per difendere quelli che la sanno”. (William Blake)
“E finchè facevano guerre, il loro potere veniva preservato, ma quando ottennero l’impero, caddero. Perché dell’arte della pace non sapevano niente e non si erano mai dedicati a nulla che fosse meglio della guerra”. (Aristotele. Gli Usa, dalla nascita, hanno fatto in media una guerra all’anno).
Una partita con tre campi da gioco
In tutte le guerre, rivoluzioni, aggressioni che ho vissuto e ho provato a raccontare, si configuravano sempre tre schieramenti. Il primo stava sul campo “Realtà” ed era costituito dal popolo sotto attacco e dai suoi amici in giro per il mondo; il secondo stava sul lato opposto, in un campo chiamato “Menzogna” ed erano le armate e le parole di soldati, politici, banchieri, industriali colonizzatori. In mezzo, con una gamba di qua e una di là, in un campetto di nome “Né-Né”, ciondolavano gli Astenuti. Ho sempre pensato che, per primi, dovevano essere tolti di mezzo questi qua. Confondevano sia la vista, sia i suoni dello scontro, che quelli della “Realtà” si sforzavano di percepire. Spargevano, anche all’occhio di chi guardava dalla finestra, una nebbiolina che offuscava i contorni. Per me combattere quelli del campo “Menzogna” significa far piazza puilita degli “Astenuti”. Dopo, si sarebbero potuti affrontare i nemici, meglio identificati grazie alla scomparsa dei mistificatori. Con gli Astenuti, va detto, gli irreali non se la sono mai presa.
Sono parecchi i luoghi dove ho visto questi soggetti manifestarsi, sempre nella formazione appena descritta: Palestina 1967, Irlanda 1969-1990, Jugoslavia 1999-2001, Iraq 1977-2003, Venezuela, Argentina, Bolivia, Ecuador 2002-2006, Cuba 1995-2005, Libano 1997-2006, Libia 2011, Siria dal 2012.
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E’ possibile usare il capitale contro il capitale stesso?
Per un dibattito su finanza alternativa e moneta del comune
di Carlo Vercellone*
Il potere della moneta e quello della finanza sono all’origine del capitalismo e in un certo senso ne esprimono l’essenza. Prima della rivoluzione industriale, i meccanismi d’accumulazione fondati sul potere della moneta e della finanza sono stati gli strumenti chiave alla base della cosiddetta accumulazione primitiva e del capitalismo mercantilista che si sviluppa tra il XVI e il XVIII secolo. Poi, con lo sviluppo del capitalismo industriale e della sussunzione reale, in particolare all’epoca fordista, il potere del capitale è parso cambiare di forma. Esso è sembrato poggiare principalmente sullo sviluppo delle forze produttive e sul controllo monopolistico della conoscenza detenuta dalla tecnocrazia manageriale delle grandi imprese.
In seguito alla crisi sociale del modello fordista e allo sviluppo di un’intellettualità diffusa, i rapporti di sapere e potere tra capitale e lavoro a livello dell’organizzazione sociale della produzione si sono rovesciati. Nel capitalismo cognitivo, la violenza della moneta e della finanza si presentano così nuovamente come la forma suprema del potere del capitale.
È su di esse (e non su un’egemonia fondata sul controllo della conoscenza e della tecnologia) che poggia la capacità del capitale di sottomettere la società del general intellect e di operare la cattura del valore creato dal lavoro a partire da una posizione di esteriorità rispetto all’organizzazione sociale della produzione. Al tempo stesso, perlomeno nei paesi a capitalismo avanzato, la logica della valorizzazione del capitale si fonda sempre meno sulla crescita delle forze produttive, ma piuttosto sulla creazione di una scarsità artificiale di risorse.
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La cassetta degli arnesi di Marx
Ascanio Bernardeschi intervista Roberto Fineschi
Roberto Fineschi, giovane filosofo senese, allievo del compianto Alessandro Mazzone, è uno dei pochissimi italiani che ha seguito da vicino i lavori della nuova edizione critica delle opere di Marx e di Engels. È autore di diversi saggi [1] che, partendo dall'illustrazione di questa novità editoriale, forniscono alcune indicazioni utili per sviluppare la ricerca sulle orme del lascito marxiano. Ha tradotto in italiano e curato la pubblicazione del primo libro del Capitale [2] che tiene di conto di tali novità
La nuova edizione critica delle opere di Marx ed Engels, la Marx-Engels-Gesamtausgabe (MEGA2) ci riserva molte sorprese. Non cambiano solo le interpretazioni dei testi, ma i testi stessi. Che uso farne per rilanciare una prospettiva comunista su basi teoriche solide?
***
Roberto, puoi dirci in cosa consistono i lavori della MEGA2 e perché sono importanti?
Si tratta della nuova edizione critica delle opere di Marx ed Engels iniziata nel 1975. Prevede la pubblicazione di oltre un centinaio di volumi, tant'è vero che è stata definita scherzosamente “megalomane”. Si articola in 4 sezioni. La prima contiene tutte opere pubblicate e i manoscritti, escluso Il Capitale; la seconda comprende Il Capitale e i relativi lavori preparatori a partire dai manoscritti del 1857-58, i cosiddetti Grundrisse; la terza sezione è dedicata al carteggio e la quarta alle note di lettura e gli estratti dei due autori.
È importante perché Marx in vita non ha pubblicato molto e quindi la stragrande maggioranza delle sue opere che conosciamo sono pubblicazioni postume di manoscritti editati e curati da varie persone in maniera più o meno filologicamente corretta. Quindi la nuova edizione offre per la prima volta i veri testi di Marx. Si tratta di opere non marginali, ma capitali, sulla base delle quali si sono sviluppate le varie interpretazioni. Per esempio, i cosiddetti Manoscritti economici-filosofici del '44, nella forma in cui li conosciamo, non sono un'opera unitaria.
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Riforme costituzionali/La posta in gioco*
di Gustavo Zagrebelsky
Democrazia e lavoro sono le radici della nostra Costituzione del 1948. Una cosa è cambiare, un’altra è il come cambiare. Il superamento del bicameralismo perfetto è largamente condiviso, ma siamo di fronte a un testo incomprensibile e al ritorno a condizioni pre-costituzionali
Coloro che, la riforma costituzionale, la vedono gravida di conseguenze negative non si aggrappano alla Costituzione perché è “la più bella del mondo”. Sono gli zelatori della riforma che usano quell’espressione per farli sembrare degli stupidi conservatori e distogliere l’attenzione dalla posta in gioco. La posta in gioco è la concezione della vita politica e sociale che la Costituzione prefigura e promette, sintetizzandola nelle parole “democrazia” e “lavoro” che campeggiano nel primo comma dell’art. 1. Qui c’è la ragione del contrasto, che non riguarda né l’estetica (su cui ci sarebbe peraltro molto da dire, leggendo i testi farraginosi, incomprensibili e perfino sintatticamente traballanti che sono stati approvati) né soltanto l’ingegneria costituzionale (al cui proposito c’è da dire che nessuna questione costituzionale è mai solo tecnica, ma sempre politica).
Molte volte sono state chiarite le radici storiche e ideali di quella concezione, perfettamente conforme alle tendenze generali del costituzionalismo democratico, sociale e antifascista del II dopoguerra, tendenze riassunte nella Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, approvata dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite nel dicembre del 1948, di cui la nostra Costituzione contiene numerose anticipazioni, perfino sul piano testuale.
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Il sessantotto
Armando Ermini
Proseguiamo la riflessione sul ’68 che abbiamo iniziato alcuni giorni fa in seguito alla pubblicazione di una breve ma significativa testimonianza del compianto filosofo marxista Stefano Garroni, con questo interessante contributo di Armando Ermini che riportiamo di seguito. Si tratta di un argomento molto controverso in grado di suscitare ancora, a distanza di tanti anni, un vivace e accesissimo dibattito. Saremo ovviamente felici di ospitare i contributi di tutti coloro che volessero esprimere la loro opinione sul tema.
“Ripensare quel periodo della nostra storia non solo è legittimo ma anche doveroso. Oggi, lontano dal fuoco della lotta di quegli anni, lo possiamo fare con più razionalità e realismo, solo che si abbia la volontà e la lucidità necessarie. Proprio quello che la grande maggioranza di chi a quel movimento partecipò si rifiuta di fare fino in fondo. Non si tratta di nostalgia per i giovanili anni ruggenti, né di fare i cantori dell’immobilismo ideologico. Il cambiamento, nello sforzo di capire la realtà che ci circonda, anche per trasformarla, è non solo normale ma anche inevitabile. Non si tratta nemmeno di rinnegare alcunchè, di fare abiure del passato o simili penose pratiche. Si tratta “solo” di tentare di capire se, dove e perché sbagliavamo; non nel desiderare astrattamente un mondo diverso, ma nel come realizzarlo concretamente. Non sto pensando, ovviamente, a quei figli dell’alta/media borghesia in “libera uscita”, passati in breve tempo con la nonchalance degli snob, dai gruppi dirigenti duri e puri di Potere Operaio o Lotta Continua al board di una Società per azioni. E nemmeno a coloro i quali, bloccati in ferree e malintese armature ideologiche, sono sconfinati nella follia terroristica scambiandola per lotta di classe. Sto invece pensando alla massa di studenti di estrazione piccolo borghese diventati il nucleo forte dell’intellighenzia, nei giornali, nelle TV, nelle case editrici , nella scuola e nell’università, insomma in tutti quei luoghi dove si forma il consenso. Essi si ostinano a credere di aver fatto qualcosa di grande e di rivoluzionario, magari non concluso causa il destino cinico e baro, ma comunque nel flusso di una trasformazione sociale positiva e rivolta ad una più ampia libertà.
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I compiti immediati della sinistra di classe in Italia e in Europa
Fabio Nobile e Domenico Moro
La fine del modello bipolare e bipartitico in Europa
I risultati delle elezioni di fine 2015 in Francia e in Spagna confermano la crisi del sistema bipolare e bipartitico dell’Europa occidentale. Tuttavia, crisi non vuol dire fine del sistema. Al contrario la crisi del bipolarismo fondato sull’alternanza di due partiti o coalizioni principali, l’una di centro-destra e l’altra di centro-sinistra, ha determinato un irrigidimento del modello politico in senso maggioritario. Ne troviamo un esempio in Italia nella proposta di riforme elettorali (l’Italicum) e costituzionali che rafforzano la governabilità intesa come predominio dell’esecutivo sul resto delle istituzioni e soprattutto sulla società. Grazie a leggi elettorali maggioritarie, partiti sempre meno rappresentativi riescono a garantirsi il primato, squalificando la rappresentatività delle istituzioni politiche agli occhi di milioni di elettori e accentuandone l’astensionismo.
Alla crisi del bipolarismo e del bipartitismo corrisponde - nella prevalenza dei casi - l’affermazione di terze e quarte forze, al di fuori dello schema di alternanza centro-sinistra/centro-destra. Questi partiti, malgrado si caratterizzino per orientamenti politici a volte molto differenti, sono accomunati, nella maggior parte dei casi, dalla individuazione di cause e soluzioni alla crisi socio-politica al di fuori della crisi del modo di produzione capitalistico e del conflitto lavoro salariato-capitale.
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A tutto profitto
Paolo Ercolani
Friedrich Hayek: un ritratto a tutto tondo del pensatore austriaco di quel liberismo reazionario che è tornato di moda con il dominio del potere tecno-finanziario. Le sue controverse teorie sembrano essere un vademecum per i governanti di oggi
Le cronache giornalistiche del tempo riferiscono che, durante una concitata riunione del suo governo, Margaret Thatcher di fronte ai suoi ministri che litigavano fragorosamente, sbatté un grosso tomo sul tavolo esclamando: «Basta signori, è inutile dividersi. La nostra bibbia è contenuta in questo libro. Esso ci indicherà la strada!».
Quel librone degli anni Sessanta del secolo scorso (The Constitution of Liberty) era lo stesso in cui Friedrich Hayek si lanciava in un’accorata e nostalgica esaltazione della Svizzera in cui le donne non avevano il diritto di voto (e in generale i diritti politici) e, nella ricostruzione dello stesso autore, erano per giunta contente di questo fatto.
Le possibilità allora sono due: o la signora Thatcher, donna e primo ministro inglese, non aveva letto quella che lei stessa considerava la bibbia del suo governo, oppure non si riteneva appartenente a un genere specifico e, quindi, accettava di conferire a quel volume un così grande valore, malgrado la discriminazione anacronistica nei confronti della popolazione femminile, contenuta fra le sue pagine.
In ogni caso, i conti non tornavano. O meglio, non tornavano per quel tempo, quando il liberalismo riteneva di aver costruito da solo le democrazie occidentali (sconfiggendo il comunismo), e Hayek veniva da molte parti presentato come «il più grande liberale del Novecento».
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La guerra valutaria nel nuovo ordine mondiale
di Filippo Violi e Pasquale Cicalese
“Non si deve essere confusi dai discorsi di istituzioni straniere: se loro dicono che lo yuan calerà non significa certo che debba accadere. Ci può essere chi cerca di realizzare profitti diffondendo una visione bearish sulla valuta per indurre le società domestiche e il pubblico verso il panico. Ma la Cina ha la determinazione e la capacità di difendere lo yuan dalla speculazione” Guan Tao, Capo Dipartimento Pagamenti Internazionali SAFE (State Administration of Foreign Exchange), citato da Stefano Carrer, E la Banca Centrale compra renminbi, Il Sole 24 Ore 12.01.2016.
“Alcune forze speculative stanno cercando di guadagnare giocando con il renmimbi ma tali attività di trading non hanno nulla a che fare con l’economia reale della Cina e hanno provocato fluttuazioni anomale”. Dichiarazione Ufficiale PBOC(People’s Bank of China) 7.01.2016, fonte www.advfn.com.
***
Lunedì 4 gennaio ore 06.00 in Italia. Le agenzie di stampa occidentali battono la prima notizia di giornata: grosso scossone in Cina nella prima seduta borsistica dell’anno. L’indice Composite di Shanghai (SEEC) crolla del 7%, lo yuan non fa più gola (come si dirà più tardi), e l’economia, rispetto alle previsioni di fine anno, rallenta, creando un forte terremoto finanziario. La divisa cinese perde d’improvviso il suo fascino, da moneta di traino dell’economia occidentale (scambi commerciali e investimenti produttivi in asset strategici), nuova di look per l’entrata nel paniere delle valute di riserva del FMI, diventa d’un tratto vulnerabile, debole, floscia, priva di slancio.
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Modus vivendi
di Marina Montanelli e Francesco Raparelli
Materialismo e ontologia dell'attualità in L'idea di mondo. Intelletto pubblico e uso della vita di Paolo Virno
0. L'idea di mondo. Intelletto pubblico e uso della vita (ed. Quodlibet) di Paolo Virno è un volume composito, si raccolgono testi vecchi e nuovi. Più nel dettaglio: tre saggi brevi, due filosofici e un “classico” della teoria politica contemporanea. Il primo saggio, Mondanità (1993), ha i tratti del laboratorio, fanno la loro comparsa nozioni chiave della ricerca materialista che l'autore non ha mai abbandonato. Il secondo, Virtuosismo e rivoluzione (1993), è un piccolo grande capolavoro, che ha consegnato a militanti politici giovani e meno giovani «le parole per dirlo», la bussola per navigare «dentro e contro» la scena del postfordismo o di ciò che, più recentemente, abbiamo definito capitalismo neoliberale. Concetti come moltitudine, esodo, intemperanza, diritto di resistenza “tornano alla luce” per ripensare radicalmente l'azione politica, quando la produzione fa del linguaggio, degli affetti, in generale della vita della mente, le sue risorse decisive. L'uso della vita (2014), presentato per la prima volta nel seminario della Libera Università Metropolitana proprio alla nozione di 'uso' dedicato, è un saggio di forza e bellezza rare. Si sancisce un nuovo inizio, si delinea una ricerca a venire.
Vista la ricchezza dei temi, ci risulta difficile, se non impossibile, la ricostruzione dettagliata dei tre saggi. E forse non è ciò che serve. Proveremo a soffermarci, quasi interrogando l'autore, su alcuni elementi comuni e, più in generale, sul gesto filosofico che Paolo Virno non smette di proporre. La mossa teorico-politica, condensata in Virtuosismo e rivoluzione, sarà semplicemente indicata, avendo quest'ultima già informato, per diversi anni, la ricerca e la prassi dei movimenti sociali radicali.
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Basaglia tra le righe: per un’analisi del lavoro cognitivo
di Maurizio Busacca
Pubblichiamo un estratto da “Lavoro totale. Il precariato cognitivo nell’età dell’auto imprenditorialità e della Social Innovation” di Maurizio Busacca (CheFare / Doppiozero)
Lavoro – Improduttività e i loro doppi
L’analisi che viene proposta in questo lavoro si fonda principalmente sulla produzione culturale, politica e tecnica di Franco Basaglia e Franca Ongaro perché la loro risposta operativa al governo della follia li rende soggetti e oggetti ideali dell’analisi che mi propongo di svolgere sui processi di soggettivizzazione dei knowledge workers nell’ambito della dialettica Lavoro totale – Improduttività malata.
La vocazione personale e il desiderio di esprimere il proprio talento spingono i lavoratori a costruire processi di identizzazione complessi, che rimescolano tra loro passioni, diritti e aspettative fino a rendere frastagliati i confini delle tradizionali sfere di definizione sociale. È proprio in seno alla volontà di autorealizzazione che si apre lo spazio soggettivo, e ambivalente, del lavoro cognitivo: da un lato spazio di auto-realizzazione, dall’altro spazio di umiliazione del lavoro (Chicchi, 2014). Il lavoro cognitivo mette così all’opera soggettività per la produzione di soggettività (Masiero, 2014) attraverso pratiche discorsive e non discorsive che generano comportamenti psichici di nuovo tipo (Dardot-Lavall, 2009) e analizzabili mediante la serie di “attrezzi” che Basaglia e Ongaro hanno utilizzato per tentare di comprendere la psicologia del colonizzato e la carriera sociale del malato.
Fin dalle sue origini il lavoro di Basaglia e Ongaro è fortemente influenzato dal lavoro sulla carriera sociale del malato e l’etichettamento di malattia di Goffman (1961).
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Cronache di un mondo indebitato
Vincenzo Comito
I. Il debito complessivo a livello mondiale ha raggiunto, a fine 2014, il livello di 200 trilioni di dollari
L’esistenza di un rilevante livello e di una ulteriore e apparentemente inarrestabile crescita dell’indebitamento mondiale è un fenomeno molto evidente; ora, il suo collegamento, per diverse vie, alle difficoltà e al rallentamento dello sviluppo dell’economia, nei paesi sviluppati come in quelli emergenti, pone dei rilevanti problemi di analisi e suggerisce anche delle possibili linee di azione. Nelle tre puntate di questo articolo cercheremo di individuare la situazione e le prospettive di soluzione di una questione cruciale.
Alcuni dati di base
Già in uno scritto apparso in questo stesso sito qualche tempo fa (Comito, 2015) ricordavamo alcuni dati che danno un’idea del fenomeno; ad essi ne aggiungiamo ora degli altri, più analitici.
Nel testo citato ricordavamo, in particolare, un rapporto Mckinsey (Mckinsey, 2015) del febbraio di quest’anno, che forniva delle informazioni di base sulla situazione.
Il debito complessivo a livello mondiale aveva raggiunto alla fine del 2014 il livello di 200 trilioni di dollari, essendo aumentato di ben 57 trilioni soltanto nel periodo tra il 2007 e il 2014. La sua incidenza sul pil mondiale raggiungeva ormai alla stessa data il 286%, contro il 270% del 2007. Si ha la sensazione, peraltro ancora non ancora suffragata da dati aggiornati, che la tendenza all’aumento sia proseguita nel 2015.
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La Siria, lo Stato Islamico e la “guerra all’Europa”/terza parte
di Militant
Qui e qui la prima e la seconda parte
V. La Cooperazione internazionale e le ONG, braccio "non armato" del capitale in Siria
Uno sguardo sull’attività di cooperazione dei paesi del golfo e il caso della Qatar Charity in Siria: dall’introduzione del concetto di guerra umanitaria e di “bombing for democracy”, gli interventi di assistenza umanitaria sono sempre più legati a doppio filo a contesti di guerra, al di là di eventi quali catastrofi naturali. Anche la cooperazione internazionale, governativa o meno (attraverso il tramite delle cosiddetto associazionismo da società civile), costituisce molto spesso l’apripista per gli interventi belligeranti, laddove accordi, diplomazia e buone maniere non raggiungono il loro scopo: o c’è da dire che forse la guerra costituisce spesso il cavallo di troia attraverso cui è possibile instaurare nuovi tipi di relazioni politiche ed economiche.
Negli ultimi anni tra i donatori che non appartengono al Development Assistance Committee (DAC) dell’Ocse più recentemente saliti alla ribalta si distinguono i paesi del golfo: tra questi i donatori maggiori sono riconducibili ai paesi dell’Arabia Saudita, del Kuwait e degli Emirati Arabi Uniti. In particolare, gli EAU nel 2014 si sono classificati per il secondo anno di fila come il più grande donatore di ODA (aiuto ufficiale allo sviluppo) al mondo in relazione al PIL: circa 1,17% del prodotto interno lordo secondo le stime DAC.
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Geopolitica e comprensione del mondo
di Pierluigi Fagan
Uscito di recente, “Il mondo nel 2016 in 200 mappe” per i tipi della Leg edizioni di Gorizia, a cura di Frank Tétart, offre una buona panoramica su i costituenti geopolitici del mondo attuale ed a venire. Il volume è una guida che mira allo sguardo panoramico, sintetico e non particolarmente approfondito, sebbene abbastanza ampio e completo. Forse si sorvola con un po’ troppa leggerezza sull’intera questione medio-orientale ma poiché Wikipedia.fra c’informa che il compilatore insegna, tra l’altro, negli Emirati Arabi Uniti, si capisce l’auto-censura. Cinque le sezioni: attori geopolitici, guerre – conflitti e tensioni, problemi ambientali, globalizzazione, aspetti sovrastrutturali. E’ una buona introduzione alla complessità delle rete di variabili che tessono l’ordito geopolitico del pianeta, niente di che, ma un buon entry-level per approcciare la questione.
L’attenzione per la geopolitica, anche in Italia, sta moderatamente crescendo. Buone le vendite per Internazionale (che è una rivista di fatti internazionali e non di geopolitica), cresce anche Limes che varia le sua offerte di accesso on line per far lavorare meglio l’archivio. Accanto, pubblicazioni più specifiche di buon livello come Eurasia e Geopolitica rivista dell’IsAG mentre rimane fisso l’appuntamento con l’Atlante Treccani in collaborazione con l’ISPI, la cui edizione 2015 (pubblicazione nata nel 2012) si presenta poderosa ed utile.
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La Germania alle prese con il nazismo
di Alessandro Somma
La Legge fondamentale tedesca dispone il divieto dei partiti «che per i loro fini o per il comportamento dei loro sostenitori mirano a pregiudicare o sovvertire l’ordine liberale e democratico» (art. 21). Questa disposizione realizza ciò che nel corso degli anni Trenta venne definita in termini di «democrazia militante», ovvero impegnata a difendersi attraverso il contrasto delle forze che mirano a reprimere le libertà politiche, in particolare quelle di ispirazione fascista[1].
A ben vedere, però, la repressione delle libertà politiche è solo una manifestazione del fenomeno fascista, che si è altresì connotato per un particolare modo di intendere il rapporto tra capitalismo e democrazia. Questo aspetto viene però trascurato nel dibattito politico tedesco, recentemente polarizzato dall’intensificarsi di episodi da cui ricavare una reviviscenza della violenza nazista o neonazista. In tal modo si impedisce la comprensione delle dinamiche, riconducibili anch’esse a un particolare rapporto tra capitalismo e democrazia, che presiedono allo sviluppo del processo di integrazione europea.
I partiti neonazisti agiscono indisturbati
Secondo quanto prevede la Legge fondamentale tedesca, il divieto dei partiti antidemocratici viene disposto da un giudice molto particolare, la Corte costituzionale, su istanza di un ramo del Parlamento, o dell’esecutivo federale o di uno regionale.
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Il reale delle/nelle immagini
Universi plurali della fiction e costruzione del senso della realtà
di Gioacchino Toni
In una serie di film di fine anni ’90 si problematizza il senso della realtà, la distinzione tra ciò che è, o si considera, reale, dunque vero, e ciò che è finzionale, dunque illusorio. In particolare, nel saggio di Valentina Re ed Alessandro Cinquegrani viene fatto riferimento ad opere come: The Matrix (Lana ed Andy Wachowski, 1999); Apri gli occhi (Abre los ojos, Alejandro Amenábar, 1997); The Game (David Andrew Leo Fincher, 1997); eXistenZ (David Cronenberg, 1999); Pleasantville (Gary Ross, 1998); The Truman Show (Peter Weir, 1998); Dark City (Alex Proyas, 1998); Il tredicesimo piano (The Thirteenth Floor, Josef Rusnak, 1999). Tale produzione cinematografica, affiancata da una nutrita produzione teorica, secondo gli autori del volume, si è sviluppata da un lato lungo un modello dickiano volto al riproporre narrazioni che raccontano “la realtà” come problema, e dall’altro lato verso una riflessione di matrice postmoderna relativa alla “scomparsa della realtà” e sui simulacri. A partire dai punti di contatto tra scenario postmoderno e mondi instabili ed ingannevoli di Philip Kindred Dick, il saggio intende «riprendere e rilanciare un’ipotesi di “saldatura” originariamente elaborata da Brian McHale attraverso la definizione di una “dominante ontologica” in grado di distinguere il funzionamento delle finzioni postmoderne – in opposizione a quelle moderne, che sarebbero caratterizzate da una dominante di tipo epistemologico» (p. 8). L’intenzione palesata dagli autori è quella di provare ad applicare l’elaborazione di McHale all’attualità, eliminando però la subordinazione della problematica ontologica al dibattito sul postmoderno.
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«Putin ha ragione, la Nato non ha più senso»
F. Cancellato intervista Sergio Romano
L’ex ambasciatore, oggi editorialista: «L’industria delle armi americana controlla la politica estera dell’Occidente. Schäuble dice bene, serve un esercito europeo, ma non accadrà»
Botti d’inizio anno. A dare fuoco alle polveri per primo è stato il presidente russo Vladimir Putin, che poche ore dopo la mezzanotte del primo gennaio ha dichiarato, aggiornando la lista delle principali minacce alla Russia, che «la Nato è il nemico». Poche giorni prima era stato il turno del ministro delle finanze tedesco Wolfgang Schäuble, che in un’intervista alla Bild am Sontag aveva detto che «Il nostro scopo finale dovrebbe essere un esercito dell’Unione Europea», poiché «le risorse che spendiamo per i nostri ventotto eserciti nazionali potrebbero essere usate molto meglio, se le spendessimo assieme».
Così, nel giro di meno di una settimana, la Nato, l'alleanza militare occidentale nata in funzione antisovietica nel 1949, è stata messa nel mirino. Direttamente, da uno dei suoi più strenui oppositori. Indirettamente, ma nemmeno troppo, da un ministro di uno dei più importanti stati membri. La domanda, in fondo, è una sola, ma si può declinare in modi diversi: a che cosa serve oggi la Nato? Che senso ha? Contro chi combatte?
«Putin ha ragione, sulla Nato. E anche Schäuble». A dirlo non è uno qualunque, ma Sergio Romano, oggi apprezzato editorialista e scrittore, ma, negli anni ottanta, rappresentante italiano alla Nato e ambasciatore italiano in Unione Sovietica.
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Nascerà la sinistra nel 2016?
Paolo Ciofi
Il 2015 è morto e l’annunciata nascita della sinistra non c’è stata. L’anno buono sarà il 2016? È difficile dirlo, anche perché al momento non è chiaro neanche chi dovrebbero essere i promotori del nuovo soggetto politico, mentre il dibattito sulle finalità e sui contenuti del progetto resta ben al di sotto delle necessità, e divaga su aspetti tattici secondari. Non emergono i nodi strategici di una crisi di portata storica che coinvolge milioni di donne e di uomini, i quali chiedono risposte intellegibili e concrete di fronte all’incertezza della vita e al degrado dell’ambiente. Il rischio che si corre in questa condizione è che nasca un’altra formazione politica minoritaria, di fatto ininfluente sul corso reale delle cose
Ma il senso e la funzione storico-politica della sinistra si definiscono se si è in grado di indicare una via d’uscita dalla crisi, e di organizzare su questa via un movimento di lotta politica, sociale, culturale. Di cui le elezioni sono un aspetto fondamentale, ma solo un aspetto. E il governo non è il fine da raggiungere comunque e con ogni mezzo, bensì un mezzo per realizzare determinati fini di avanzamento sociale e civile. Dunque, preliminare per costruire un’alternativa alla crisi, è definire il carattere e la portata della crisi. Se su questo punto non si fa chiarezza è difficile compiere qualche passo avanti, incidendo sui rapporti di forza (e di proprietà) che caratterizzano il nostro tempo.
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Colonialismo e cooperazione delle élites locali
A volt€ ritornano (i nuovi sepoy)
di Quarantotto
Antefatto
Tralasciando per il momento la "questione ambientale" (per il cui ulteriore approfondimento rinvio a questo commento di "Correttore di Bozzi"), per l'argomento in questione muoverei da quanto ricordatoci da Arturo nella sua lunga citazione di Losurdo (La sinistra assente di Losurdo (Roma, Carocci, 2014, pp. 261 e ss.):
"Ma diamo uno sguardo alla storia del colonialismo nel suo complesso.
Il Terzo Mondo e la «grande divergenza» a danno di esso sono in larga parte il risultato della deindustrializzazione e della decrescita imposte dall’aggressione colonialista e dall’apertura subitanea e violenta del mercato nazionale alle merci più a buon mercato provenienti dalla metropoli imperialista; un’apertura subitanea e violenta anche perché finalizzata al mantenimento e al rafforzamento del dominio coloniale: ancora nel 1810 la Cina vantava un prodotto interno lordo che costituiva il 32,4% del prodotto interno lordo mondiale mentre « l ’ aspettativa di vita cinese (e quindi la nutrizione) era circa a livelli inglesi (e perciò sopra la media continentale) persino a fine Settecento». Non molto diversa è la storia dell’ India che, sempre nel 1810, contribuiva per il 15.7% al p i l mondiale (Davis, 1001, p. 299). Proprio in seguito all’aggressione coloniale i due grandi paesi asiatici sono stati investiti da un ciclo di progressiva decrescita e sono caduti in una miseria disperata e fatale per milioni e milioni di persone; ed è per porre rimedio a tale situazione che si è imposta una politica di sviluppo autonomo."
Il tema, e ormai lo dovremmo sapere, è stato ampiamente trattato da Chang ne "The Bad Samaritans", anche con riferimento ai dati del secondo dopoguerra, come trovate illustrato qui e qui (notare che, così come ai nostri giorni, col colonialismo del liberoscambio e del gold standard, nessuno cresceva in modo rilevante e, ovviamente, le industrie altamente inquinanti proliferavano eccome, mentre, più che mai, "le risorse erano scarse", tanto che ne derivarono ben due guerre mondiali).
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Tensioni Iran-Arabia Saudita: nemmeno qui è religione
by Simone Benazzo
Il 2 gennaio l’Arabia Saudita ha giustiziato 47 detenuti accusati di “terrorismo”. Nonostante le vittime fossero perlopiù sunnite, l’uccisione del religioso sciita Shaykh Nimr Baqr al-Nimr, leader delle proteste contro il governo di Riyadh nel 2011, ha scatenato violente reazioni in Iran, stato di riferimento della comunità sciita globale. A Teheran è stata assaltata l’ambasciata saudita (qui il video) e dalla capitale iraniana sono giunte dure condanne dell’azione intrapresa dal governo saudita: la massima autorità religiosa, l’ayatollah Khameini ha parlato di una “vendetta divina” che si abbatterà sui politici sauditi per aver sparso sangue innocente e il vice-ministro degli esteri iraniano ha colto l’occasione per accusare espressamente l’Arabia Saudita di promuovere il terrorismo in Medio Oriente, dando alla vicenda i contorni di una crisi diplomatica.
La reazione saudita è stata immediata: il ministro degli esteri Adel al-Jubeir ha annunciato che le relazioni diplomatiche con Teheran sono interrotte, i diplomatici iraniani hanno 48 ore per lasciare il paese. A poche ore dall’annuncio ufficiale anche Sudan e Bahrein si sono accodate alla decisione saudita. Questa “crisi dei missili di Cuba” mediorentale ha rinfocolato la tensione tra i due stati, finora, più stabili del Medio Oriente. Il parallelismo con lo scenario pre 1989 trae ulteriore legittimazione dalla contrapposizione indiretta tra i due paesi nella guerra in Yemen, dove già dall’inizio del conflitto in marzo si è parlato proprio di “guerra fredda”.
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Dallo stato di diritto allo stato di sicurezza
di Giorgio Agamben
Secondo il filosofo italiano Giorgio Agamben, lo stato di emergenza non è uno scudo a difesa della democrazia. Al contrario, ha sempre annunciato le dittature
Non è possibile capire l’obiettivo reale della proroga dello stato di emergenza in Francia [prorogato fino alla fine di febbraio] se non la si colloca nel contesto di una radicale trasformazione del modello statale che ci è più familiare.
Bisogna prima di tutto smentire quel che dicono donne e uomini politici irresponsabili, secondo i quali lo stato di emergenza sarebbe uno strumento a difesa della democrazia.
Gli storici sanno bene che è vero il contrario. Lo stato di emergenza è infatti il dispositivo attraverso il quale i regimi totalitari si affermarono in Europa. Negli anni che precedettero la salita al potere di Hitler, ad esempio, i governi socialdemocratici di Weimar avevano fatto un tale ricorso allo stato di emergenza (o stato di eccezione, come dicono i tedeschi) che è lecito dire che la Germania aveva smesso di essere una democrazia parlamentare già prima del 1933.
Il primo atto politico di Hitler, dopo la sua nomina, fu proclamare lo stato di emergenza, che da allora in poi non fu mai più revocato.
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Le recessioni sono comuni, le depressioni rare
di Federico Giusti
Prendendo in prestito le parole dell’economista P. Krugman, spieghiamo come il blocco sociale che stava alla base del neokeynesismo è destinato a un drastico ridimensionamento e, con esso, verranno meno anche numerosi ammortizzatori sociali. Non si tratta di una profezia ma di leggere la realtà per quella che è, a partire dai decreti attuativi del Jobs Act
Con il pareggio di bilancio in Costituzione, il bilancio pubblico e il controllo dell'economia è stato trasferito dai parlamenti nazionali a organismi sovranazionali; da qui nasce la continua riduzione della spesa sociale, il ridimensionamento del welfare, l'aumento dei costi di servizi sanitari accessibili, peraltro ad un numero sempre piu' ristretto di potenziali utenti.
L'euro è stato lo strumento con cui l'Europa, a guida tedesca, ha costruito politiche neoliberiste di austerità, da una parte, e, dall'altra, di espansione dei capitali, evitando che i paesi piu' deboli usassero la leva della svalutazione della moneta nazionale per riconquistare competitività.
Di qui, non solo la supremazia tedesca ma anche la destinazione dei risparmi nazionali a solo vantaggio delle imprese, dunque non verso politiche di sostegno al reddito e alla domanda, nè di supporto al debito statale.
La sovraccumulazione di capitale non prende la strada del sostegno alle politiche del lavoro, anzi, l'ampliamento di alcuni ammortizzatori sociali è finanziato con la contrazione degli stessi in termini di durata, il che si ripercuote negativamente sulla forza lavoro delle imprese poco competitive e sancisce l’espulsione dal mercato del lavoro di una manodopera vicina alla pensione con ampio ricorso ai part time.
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Sempre in coda al flusso reale, inconoscibile
di Gianfranco La Grassa
Questo saggio fa lucidamente il punto, e in termini drastici rispetto ad alcune delle principali tradizioni di pensiero otto-novecentesche, su un tema, quello della realtà, che si è presentato spesso in numerosi post di Poliscritture riguardanti ora questioni di poesia ora di politica; come pure, in modi spesso personalissimi, nei commenti. La tesi di fondo mi pare riassunta in questo passaggio: «è meglio pensare ad una realtà assoluta, autonoma, indipendente da noi e a noi esterna, che tende continuamente a mettere sottosopra ogni nostra transitoria fissità». O in questo: «E’ invece assai più sensato supporre che siamo sempre alla coda del mutamento (casuale e non finalistico) di quel flusso che rappresenta la realtà». Da questa posizione, alla quale La Grassa è giunto dopo un lungo percorso teorico-politico, discendono una serie di affermazioni che rifiutano ormai apertamente idee tuttora correnti di umanità, progresso, cooperazione, solidarietà, pace, utopia ( e magari ancora di comunismo), anche quelle appartenenti alle versioni più critiche (di matrice religiosa o marxiana). In primo piano viene riproposto il «conflitto» sociale e politico. Incessante e non finalizzato. E non più tra le «classi» ma tra individui e gruppi «conservatori e innovatori». (Meglio: soprattutto tra «élites conservatrici o innovatrici»). Conflitto, comunque, sempre condizionato dal «flusso squilibrante della realtà, inconoscibile per sua “essenza”». Il suggerimento è di leggere più volte il saggio e di discuterne col massimo di intelligenza critica e, perché no, di passione politica. [E. A.]
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