Schiavi. E mercanti di schiavi
di Paola Caridi
È il petrolio, bellezza, e non ci puoi far niente. È davvero così? Oppure il petrolio è solo la parte per il tutto, la metonìmia per la rappresentazione del nuovo tipo di potere che si espande a livello globale? In sintesi, è proprio il petrolio venezuelano l’obiettivo dell’operazione da gangster di Trump, oppure è l’idea di un mondo che potremmo definire suddiviso tra schiavi e proprietari di schiavi?
Il petrolio è importante, eccome se lo è. Basti guardare a due tra gli ultimi paesi bombardati dall’attuale amministrazione statunitense, la Nigeria e il Venezuela, appunto. La Nigeria è il più grande produttore di petrolio in Africa, e il paese che più ha subìto la presenza delle società petrolifere, da quelle statunitensi alle europee, Eni compresa. È sempre importante ricordare il prezzo altissimo che la Nigeria ha pagato in termini umani, sociali, ambientali, simboleggiato dall’uccisione di Ken Saro Wiwa e degli altri otto attivisti, e dalle sofferenze del popolo Ogoni nel delta del Niger. E il Venezuela? È il paese al mondo con la maggiore quantità di riserve petrolifere. Guida una classifica, quella delle riserve a livello globale nel 2024, che, a oggi, sembra un trattato di relazioni internazionali. Non di geopolitica, per favore. Di relazioni internazionali, e in particolare di politica estera statunitense. Ecco la classifica. Venezuela al primo posto, seguito da Arabia Saudita, Iran, Iraq, Emirati Arabi, Kuwait, Russia, Libia. Al nono posto, appunto, gli Stati Uniti, che con i paesi che la precedono hanno, a seconda dei regimi e delle intese, rapporti tesi, tesissimi, buoni. Rapporti comunque di forza, in cui gli strumenti possono anche essere i ricatti e l’occupazione militare.
E allora, perché andare oltre il petrolio, se già l’oro nero fornisce una chiave di lettura semplice ed efficace? Perché bisogna andare al cuore delle questioni. Il petrolio è l’espressione di un capitalismo arrivato alla sua massima espansione, e dunque alla soglia di frattura. Gira virale sui social una frase attribuita a Josh Zepess (ho provato a cercare il testo originale, senza successo): “il capitalismo ha bisogno dell’imperialismo all’estero, del fascismo a casa, e della democrazia di fronte alle telecamere”. Non ci sarebbe neanche bisogno di spiegarla, perché contiene molto, di quello che sta succedendo, in questo tempo che non inizia il 7 ottobre 2023 (Gaza), e neanche il 24 febbraio 2022 (Ucraina), ma che trova in queste due date quelle faglie che ci fanno riconoscere punti importanti, e forse punti di non ritorno in questo inizio di storia del terzo millennio.
Mi convince di più, però, una descrizione che ha a che fare con una durata ancora più lunga di quella dell’era del capitalismo. L’era dello schiavismo, antico e contemporaneo, con tutte le variazioni della storia. Non è casuale, peraltro, che proprio gli Stati Uniti (con Trump, ma non solo) siano al centro di quella che si sta profilando come una vera e propria “guerra civile globale”. La schiavitù, il suo impatto nella storia dell’Africa, la necessità di una riparazione simbolica (non finanziaria) della più imponente opera di violazione dei diritti a livello globale della storia umana, è la passione e l’ossessione di Wole Soyinka, premio Nobel per la letteratura e, parimenti, un campione della dissidenza, un modello di dignità e coraggio. In un discorso tenuto all’Assemblea generale dell’Onu nella giornata internazionale dedicata nel marzo scorso – appunto – alla schiavitù, Soyinka, il Professore e lo scrittore, il drammaturgo e il dissidente che è stato anche ‘ospite’ delle patrie galere nigeriane, è andato al cuore della questione odierna con poche, potenti pennellate. “Slavery means, to be owned”. “Essere schiavi significa essere posseduti”. Essere proprietà di qualcuno.
Prosegue Soyinka: “Significa – indipendentemente dall’età, dal sesso, dalla fede o dallo status sociale – essere soggetti alla volontà altrui. Significa vedersi negata, come condizione stessa dell’esistenza quotidiana, quella dote umana fondamentale che è la volontà.
Questa condizione è rappresentata in più di un’occasione nel film Django Unchained, dove il cattivo della storia, infuriato per un tentativo di superarlo in astuzia in uno scambio di esseri umani, stringe violentemente il viso di quella merce femminile e ringhia:
“Questa è una mia proprietà. Posso fare di lei quello che voglio”. […]
Quel particolare momento cinematografico è emerso come un’eco, ironicamente, di una dichiarazione di una mente radicale, un leader comunitario e prelato molto stimato. Stava sfogando la sua indignazione per quella che considerava una posizione ipocrita dell’Occidente riguardo all’omicidio giudiziario dei Nove Ogoni, impiccati dopo un processo farsa. Le sue parole, non esatte ma abbastanza accurate, erano:
“Chi sono questi europei per dire a un governante africano chi impiccare e chi no?””
Per fare un esempio attualissimo: è l’arbitrio che decide chi ricevere con tutti gli onori e chi catturare. Lo ha fatto Trump, tra gli ultimi giorni del 2025 e i primi del 2026. Ha ricevuto con tutti gli onori Netanyahu, destinatario di un mandato di cattura da parte della Corte Penale internazionale per crimini di guerra e crimini contro l’umanità, e l’Italia ha concesso il nostro spazio aereo al velivolo che portava il premier israeliano in Florida. Lo stesso Trump ha dato l’ordine di sequestrare un capo di stato straniero nella residenza ufficiale, seguendo passo passo le operazioni, e lo ha fatto portare negli Stati Uniti. E la nostra presidente del consiglio ha sostenuto Trump, definendo quell’attacco senza regole come “un’azione difensiva legittima”.
Ecco, inserire il bombardamento illegittimo, e ancor di più, illegale compiuto dagli Stati Uniti contro un paese sovrano, il Venezuela, nella storia della schiavitù, quella che più ha segnato il mondo, e che il mondo (non occidentale) considera come il crimine più efferato, consente di comprendere meglio ciò che sta accadendo ovunque negli anni più recenti. Schiavitù che comprende tutte le rotte del ‘mercato’ degli esseri umani. Non solo quella Atlantica, ma quella mediterranea e quella dalla penisola arabica verso oriente.
Ed è ancora una volta l’attacco al Venezuela a renderlo trasparente: attuare un sequestro di persona (“Posso fare di lei ciò che voglio”), travestirlo da giustizia, piegare poi la giustizia ai voleri dell’esecutivo trumpiano (ricorda qualcosa che sta accadendo in casa nostra?) inserisce gli atti all’interno di una concezione precisa delle relazioni umane, e nonumane. Siamo schiavi, siamo subalterni, siamo commodity, siamo merce. Oppure siamo commercianti di schiavi, proprietari di schiavi, potenti. Ovunque. In Italia. In Nigeria e in Venezuela. In Iran. In Yemen. Ovunque. A Gaza soprattutto, perché – e lo si era intuito – Gaza era ed è laboratorio. Ciò che si consente a Gaza, si consente a Caracas e anche a Roma. Imperialismo all’estero, fascismo in casa. E con le parole, svuotate, della democrazia ci si può giocare un discorsetto a favore delle telecamere. Solo telecamere, però, non certo di fronte a giornalisti che fanno domande.
Perché saltare a piè pari il capitalismo e rivolgere lo sguardo ancora più indietro? Perché gli anni a cavallo tra XX e XXI secolo ci avevano abituato, con tutte le contraddizioni palesi, a una possibilità. La possibilità che le regole, pur limitate, costituite come corpus all’indomani della seconda guerra mondiale, si potessero applicare a tutte e tutti. Agli stati e agli individui, non solo in termini di diritti individuali e civili, ma persino in termini di diritti sociali. Un amico caro, che ha passato la vita professionale nell’Onu, me ne ha dato un giorno una lettura dall’interno. Negli anni Novanta l’Onu, la sua burocrazia e la sua struttura, si è trovata sola, senza la longa manus degli stati che contavano, e che contano ancora. Era caduto il muro di Berlino, grazie alla pressione popolare dei tedeschi dell’est, e i paesi si stavano ancora leccando le ferite per comprendere come rimettere in piedi un ‘ordine’. Non più quello ormai stantio della Guerra Fredda. È come quando un telegiornale non ha un direttore: nella fase di transizione, la macchina del tg va per conto proprio, applica le regole del giornalismo tout court. E così, l’Onu ha prodotto cose che non aveva mai prodotto in decenni: convenzioni sui diritti, rapporti, una parvenza di ordine costruito su regole di convivenza e difesa dei diritti. Con tutte le eccezioni tremende del caso, dal Ruanda al Kosovo. In nuce, però, si era capito cosa si sarebbe potuto fare. Poi i singoli paesi hanno ricominciato la danza solita: rapporti di forza e di potere, compromessi molto poco onorevoli, negoziati al ribasso.
Ora che l’Onu è stata svuotata di significato, in particolare da Israele sulla Palestina, con il silenzio/assenso dell’occidente, non c’è neanche la parvenza, neanche la possibilità delle regole che proteggano tutte e tutti. Così, perché non tornare alla legge del commerciante di schiavi? Nessuna regola, solo la forza di chi impone di essere proprietario. Capitalismo in nuce. Ma ben oltre il capitalismo.
È solo l’inizio. E sarà difficilissimo uscirne salvi e sani. A meno che i senzapotere non si accorgano che qualcosa lo hanno già fatto. I potenziali schiavi avevano deciso di agire e portare Zohran Mamdani a guidare la città di New York, la spina nel fianco di Trump. Trump, dopo alcuni giorni in compagnia di Netanyahu, ha guarda caso deciso di attaccare il Venezuela, sequestrare Maduro e portarlo in manette nella Grande Mela, dove una magistratura che ha la separazione delle carriere, dunque con un procuratore legato all’esecutivo, processerà un capo di stato straniero.
È solo l’inizio. E non sappiamo ancora come andrà a finire. Per fortuna.









































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