6. Critica della dissociazione-valore, razza, classe, genere, globalizzazione e decadenza del patriarcato capitalista
6.1. Presupposti di base
Di seguito verrà evidenziata la dinamica della dissociazione-valore in quanto dinamica fondamentale in opposizione ai teoremi metafisici della colonizzazione. Anche Kurz parte da un'alterazione qualitativa delle relazioni di genere, facendo riferimento alla teoria e alla critica della dissociazione-valore (sulla base di: Scholz, 2001/2000). Anche se la teoria della dissociazione-valore nel suo insieme, per lui rimane marginale, com'è già stato detto, soprattutto nel suo ultimo libro "Denaro senza valore", in ultima analisi tutta la sua opera dev'essere semplicemente situata all'interno di un approccio critico alla dissociazione-valore. Ma Kurz non presuppone in alcun modo - e questa era già sempre la sua tesi centrale nel contesto della critica del valore - una classe di capitalisti (personificata), che sia personalmente responsabile dello sfruttamento della classe lavoratrice (e, nel caso di Federici, anche della formazione delle relazioni gerarchiche di genere), ma semmai un contesto feticista globale. Kurz scrive, sulla transizione verso il capitalismo:
«Nell'ambito di questa trasformazione anche le relazioni fra i sessi sono stati profondamente scossi... Si è trattato di un momento essenziale della costituzione capitalista, fin dai primordi della trasformazione del denaro. In questo processo, tutti gli elementi di riproduzione sociale non passibili, o difficilmente passibili di essere rappresentati nell'ambito della logica del denaro che determinava anche lo Stato (dall'atto di preparare il cibo alla cura dei figli e fino a "l'amore") sono stati ritirati dalle relazioni vincolanti, o di obbligo, esistenti fino ad allora, ma sono stati allo stesso tempo dissociati dalla nuova socialità della merce, e sono stati delegati alle donne... Al fatto per cui il denaro moderno (il capitale) e lo Stato condividono un'origine comune in seno alla società ufficiale, si sovrappone un'altra coincidenza delle origini ancora più importante, fra l'universalità astratta (denaro e Stato), da una parte, e la dissociazione sessuale dei momenti di riproduzione che in tale universalità non ha posto, dall'altra: « Quello che viene dissociato non è un mero "sottosistema" di questa forma (come, ad esempio, il commercio con l'estero, il sistema giuridico o la politica), ma è essenziale e costitutivo della relazione sociale globale... È stato in questo modo che sono nate le moderne relazioni fra i sessi e la famiglia borghese, che hanno a che vedere con le strutture precedenti che portano lo stesso nome tanto poco quanto lo ha il denaro trasmutato con le sue antiche forme di esistenza. Anche qui, com'è evidente, non si stabilisce coscientemente una meta, nel senso di una relazione nuova ed esauriente e della sua logica trascendentale; gli attori, semmai, agiscono sulla base di motivazioni di portata limitata (per esempio, la dissoluzione delle antiche rappresentazioni personali patriarcali), le quali, anche sotto quest'aspetto, si sviluppano "alle loro spalle" in direzione di un'altra costellazione di relazione fra i sessi» (Kurz, 2012).
Qui, Kurz si riferisce anche alla caccia alle streghe in quanto evento cruciale:
«Il processo delle attribuzioni simboliche e riproduttive al sesso femminile è avvenuto in maniera altrettanto sanguinaria e repressiva dello sradicamento di parti considerevoli della popolazione e della trasformazione del denaro. Prova di questo è la barbara caccia alle streghe che ebbe luogo dal 15° secolo fino all'inizio del 17°. Il patriarcato dell'Antichità e del Medioevo feudale si trasformò così in quello moderno, mediato dalla logica del denaro. Il dominio maschile non si era diluito, ma aveva assunto un'altra costituzione, quasi "oggettiva", determinata dalla "economia" in formazione. Il carattere strutturalmente "maschile" del processo di "svincolo", associato alla mobilitazione originale intorno alle armi da fuoco, venne iscritto nella base del capitale nascente - ma ciò avvenne, propriamente, come momento dissociato delle forme di base e non esplicitamente contemplato nella riflessione ufficiale. Dopo la macchina auto-referente della moltiplicazione del denaro venivano stabiliti e venivano sessualmente dissociati tutti i momenti della riproduzione che essa era incapace di coprire, la "economia" così creata aveva prodotto, grazie alla sua dinamica propria, "leggi proprie"» (ivi. vedi anche Scholz, 1992).
In questo contesto, nel fordismo si abbassarono i costi di produzione della forza lavoro relativamente al plusvalore, che era aumentato anche dal punto di vista del capitale: il che significò che i salari reali ed il potere di acquisto aumentarono continuamente, risultando in un'ottimizzazione delle possibilità di consumo dei salariati. La formazione del modello di famiglia uomo-capofamiglia/donna-domestica andò così di pari passo con il passaggio dalla produzione di valore assoluto alla produzione di plusvalore relativo, provocato dallo sviluppo delle forze produttive.
Nel post-fordismo, con la rivoluzione microelettronica, si sviluppano le istituzioni della famiglia e del lavoro retribuito, sulla scia dei processi di globalizzazione, che risultano essi stessi dal processo di dissociazione-valore; le relazioni tradizionali di genere si disfano senza che spariscano le gerarchie di genere. Nel patriarcato capitalista, le relazioni fra i sessi addirittura si imbarbariscono. L'uomo in quanto capofamiglia che guadagna e la moglie come donna di casa diventano obsoleti; le relazioni di genere ora sono apparentemente individualizzate, le donne sono "doppiamente socializzate" (Regina Becher-Schmidt), cioè, sono allo stesso tempo responsabili sia per la famiglia che per la professione, anche se ora vengono liquidati i lavori di riproduzione sempre più professionalizzati, affidati a loro volta alle donne. Gli uomini "sono trasformati in casalinghe" (von Welhof), nella misura in cui si muovono in relazioni precarie di occupazione. Tendenzialmente, si manifestano anche nel "Primo Mondo" relazioni che conosciamo nelle favelas dei paesi del "Terzo Mondo". Le donne educano i figli con l'aiuto delle familiari donne e delle vicine, gli uomini vanno e vengono, e sono spesso mantenuti dalle donne; così continua il patriarcato capitalista, anche nella sua erosione. Ora, le donne devono riprodurre una società che di fatto non può essere riprodotta, nella decadenza del patriarcato capitalista, dal momento che gli uomini, con la tendenza a "diventare casalinghe", spesso si deresponsabilizzano. In questo la situazione delle donne nel Terzo Mondo o in Europa dell'Est si presenta senza dubbio più drammatica che in Germania.
Lo sviluppo delle forze produttive e della tecnologia, tuttavia, non è mediato solo materialmente dalle attività di riproduzione "private" eseguite dalle donne, ma è anche legato alla dissociazione del femminile nella psicologia sociale e nei simboli culturali, come mostrano diversi studi (cfr. per esempio, Scheich, 1993). Qui è decisivo il fatto che la dissociazione del femminile relativamente al valore (plusvalore) non è un "esterno" al capitalismo, ma la relazione di dissociazione-valore (plusvalore) è semmai una relazione basilare dialettica, che fin dall'inizio ha costituito il tutto feticista ed il "movimento in sé", proprio perché la dissociazione del femminile è simultaneamente esterna alla relazione di valore (di plusvalore). Perciò, nel caso delle attività femminili di riproduzione, non si tratta semplicemente della riproduzione della particolare merce della forza lavoro (nel caso in cui questa può poi essere di nuovo sottomessa al "valore"), ma al contrario questa dimensione ha una sua logica propria, che risulta esattamente dalla relazione dialettico-dinamica con il valore, e di fatto nel senso della riproduzione sociale totale nel patriarcato capitalista. In questo, la dissociazione è sia presupposto del valore (del PLUSvalore) che l'inverso. È questa logica stessa, che non da ultimo risulta dalla separazione fra lavori produttivi ed attività dissociate improduttive, ciò di cui bisogna sempre tener conto. È questa dinamica di dissociazione-valore che in ultima analisi rende possibile la contraddizione in processo e genera la caduta del capitalismo, ragion per cui questo contesto di dissociazione-valore dev'essere riformulato come contesto basilare (cfr. anche Scholz, 2013). Questa dissociazione attraversa tutti i piani ed i domini, non può semplicemente essere ridotta alla divisione fra sfera privata e sfera pubblica; ad esempio, le donne nella vita professionale continuano a guadagnare meno degli uomini, anche con qualifiche equiparabili. La dissociazione-valore (plusvalore) è un contesto basilare oggettivo che costituisce il tutto sociale mondiale come tale e non ha come oggetto solo le relazioni di genere in senso stretto, come un "aspetto" della totalità sociale della socializzazione del "valore". Come tale, anche la critica della dissociazione-valore deve dare spazio alle differenti disparità sociali (vedi più avanti).
Ma Federici, con la sua concezione di colonizzazione, non riesce a vedere tutto ciò perché è rivestita di operaismo e di lotta di classe, e a partire da questo utilizza rispetto alle donne, contadine, "povere" indigene, ecc., il suo punto di vista sempre già soggettivista. Generalmente questo si applica anche alla sua ingenua definizione di concezione della natura. Non c'è bisogno di aggiungere che nella concezione di colonizzazione di Dörre, per ancora più ragioni non si riesce a trovare tale approccio in termini di teoria della dissociazione-valore.
6.2. Colonizzazione, (ri)colonizzazione. globalizzazione?
Se si prende come punto di partenza la contraddizione in processo, il contesto di dissociazione-valore, includendo il "meccanismo di compensazione relativa" nel fordismo (per cui la contraddizione fondamentale sembrava essere stata rimossa nel fordismo, per poi mostrarsi molto più chiaramente nell'era della globalizzazione), allora non si può parlare del processo di globalizzazione come di una ricolonizzazione rinnovata nel contesto di una colonizzazione permanente in quanto principio capitalista fondamentale; al contrario, si deve parlare di un processo orientato, che ora o presto arriverà alla sua fine.
Federici vede le cose in maniera del tutto differente: invece di constatare - avendo come sfondo la dissociazione-valore come contesto fondamentale del patriarcato capitalista - il divenire obsoleto del lavoro astratto e constatare la svalorizzazione del valore, nel contesto di una contraddizione in processo che si avvicina alla sua fine con la finanziarizzazione e l'informatizzazione e con la rivoluzione microelettronica, Federici assume un aumento del lavoro, oggi, che oltretutto continuerebbe per sempre.
Invece, bisogna classificare le tendenze effettivamente osservabili della "colonizzazione" nel contesto del climax del capitalismo, del "Collasso della modernizzazione" (Kurz) e del diventare superflui a livello di massa, anziché rilanciare l'essenza e la legge fondamentale (a-storica) del capitalismo. A questo proposito, già nel 1991, Kurz scriveva:
«Le idee circa una "colonizzazione" capitalista dell'Est sono chiaramente orientate intorno al vecchio paradigma della sinistra che parla di "sfruttamento neo-colonialista" del Sud; in entrambi i casi si evoca come motivo fondamentale l'assorbimento di "manodopera a basso costo" da parte del "vampiro" capitale. Ma queste idee hanno la loro base reale nella storia dell'imposizione pre-fordista del capitale, da lungo tempo passata. Manodopera a basso costo come mezzo principale di accumulazione, lavoro forzato e schiavista in produzioni poco dispendiose, nello sfruttamento di materie prime (miniere, piantagioni) o in giganteschi progetti di infrastrutture, come costruzione di ferrovie e di dighe, facevano parte (in particolare nell'Unione Sovietica) delle forze motrici storiche del capitale, cioè, della sua "accumulazione primitiva". Chi riferisce tali forze e tali ragioni senza tanti complimenti all'attuale sistema globale sta vivendo ideologicamente del passato e non riesce a vedere i potenziali che nel frattempo sono sorti grazie alla scientifizzazione ed il livello di produttività da essa risultante» (Kurz, 1991).
L'accumulazione primitiva nei paesi del Terzo Mondo, paragonabile a quella registrata circa 400 anni prima in alcuni paesi europei, è avvenuta in gran misura solo dopo la seconda guerra mondiale, ad un livello già elevato di socializzazione mondiale (in cui quel che rimaneva della sussistenza tradizionale era stato mantenuto, anche la fase brutale della colonizzazione). Perciò, rispetto alla "modernizzazione ritardata" degli Stati del Terzo Mondo, si tratta per così dire di cannoni, in quanto questi Stati non possono più realizzare un'accumulazione primitiva nel contesto di un "nuovo modello di accumulazione" su scala globale (cfr. ivi). L'industrializzazione "si è fermata a metà strada, cioè, dopo aver sradicato le masse, ha smesso di integrarle nella moderna macchina di sfruttamento dell'economia d'impresa" e si è limitata a determinate regioni (ivi). Tali tendenze continuano essenzialmente nel processo di globalizzazione degli ultimi decenni.
Allo stesso modo in cui Federici concepisce erroneamente gli attuali processi di globalizzazione come "ricolonizzazione", ci sono anche posizioni che semplicemente negano i processi di globalizzazione in quanto processo mondiale. Kurz si oppone anche a tali posizioni: non ultimo in quanto
«nel corso della globalizzazione... si sono stabilite in maniera completamente nuova "zone economiche speciali" e soprattutto Zone di Lavorazione dell'Esportazione nelle quali si muove il capitale transnazionale. Già la designazione di "Zona" indica il carattere extraterritoriale di crisi di tutta l'organizzazione. L'extraterritorialità consiste sicuramente in condizioni fiscali speciali, di licenziamento, di diritto del lavoro, ecc. in cui si esprime la crescente rinuncia da parte dello Stato nazionale alla sua capacità di regolazione. Tali zone si espandono a gran velocità, mentre simultaneamente si rompe la coerenza dell'economia nazionale e, inversamente, aumentano velocemente anche le zone di paralisi e di abbandono» (Kurz, 2005).
C'è da notare che Kurz designa queste zone economiche speciali attraverso il termine di "extraterritorialità" e non per mezzo del concetto di "colonizzazione". In quanto esse hanno più a vedere con lo "stato di emergenza" di quanto abbiano a che fare con il portare dentro il sistema le regioni esterne al capitalismo, nel senso di un auto-rinnovamento permanente (vedi più avanti).
Kurz parte fondamentalmente dal fatto che
«la globalizzazione raggiunge sempre più paesi - ma proprio in quanto processo di crisi interna, con divisioni economico-sociali. La dimensione di penetrazione transnazionale può essere più o meno forte; la maggior parte delle volte esiste solo in dose omeopatica, mentre il più dello spazio rimane abbandonato alla disintegrazione. Tutta la periferia globale nel suo insieme viene quindi, da un lato, coinvolta, e, dall'altro lato, questo avviene in forma irregolare» (ivi).
Bisogna notare qui, ancora:
«All'interno della compressione del processo di globalizzazione di determinate regioni su scala planetaria, continentale e nazionale avvengono continui dislocamenti e raggruppamenti» (ivi).
Questo si applica anche ai paesi in via di sviluppo e ai BRICS. Così, perfino la redazione della rivista Prokla constata in una relazione del 2014:
«Anche le prospettive di sviluppo dei BRICS non sono affatto chiare: se Stati come l'India ed il Brasile ancora fino a poco tempo fa venivano considerati dei successi, più recentemente ci sono dei segnali secondo i quali questi paesi stanno per entrare in crisi. La Russia, fino a pochi anni fa una potenza leader, viene oggi considerata un paese in via di sviluppo, la cui politica si vede obbligata a creare una nuova sfera di influenza» (Redazione della Prokòa, 2014).
Si può constatare che ovunque i paesi in via di sviluppo si trovano in una crisi profonda.
Al contrario, Federici vede i ciechi processi della globalizzazione - ceterum censeo - come una volontà di colonizzare da parte del "capitale", nel contesto di una "accumulazione primitiva" globale e permanente, con un risucchio di forza lavoro che può continuare senza fine.
Avendo come sfondo una prospettiva di critica della dissociazione-valore, gli attuali processi di globalizzazione
« non avvengono, tuttavia, nel senso di un movimento ascendente del capitalismo globale, ma semmai nel senso di un movimento discendente. Perciò, nella formazione strutturale di "auto-somiglianza" globale predomina la tendenza negativa e, di conseguenza, rimane la vecchia distanza fra centro e periferia; ma all'interno di una storia comune di crisi e di disintegrazione... L'auto-somiglianza del sistema mondiale permane superficiale, in quanto si presenta al centro ed alla periferia in densità completamente diverse... Per questo motivo si espandono... i processi di disintegrazione sociale nei paesi periferici ancora più rapidamente di quanto avvenga nei paesi centrali del capitalismo » (Kurz, 2005).
I fenomeni di disintegrazione dei paesi della periferia, tuttavia, sono anche un serio avvertimento e lo sono proprio per i paesi del cosiddetto Primo Mondo, come da tempo si può vedere (Kurz, 1991). La logica della contraddizione in processo, del credito, della finanziarizzazione e dell'economia del deficit si mostra oggi - quando il "limite interno" del capitalismo è in piena vista, ossia, empiricamente - nelle relazioni che non sono affatto tornate uguali neppure empiricamente; la storia coloniale si svolge anche nel presente e lo determina, cosa in cui bisogna concordare con Federici; ma è per questo che le recenti mutazioni qualitative, su scala mondiale, hanno smesso da tempo di poter essere spiegata per mezzo di una TEORIA della colonizzazione, che in fondo parte dalle precedenti relazioni nelle vecchie colonie.
Quindi, in Federici, è visibile un etnocentrismo capovolto: per lei, i margini del capitalismo, nella fattispecie le colonie, le popolazioni indigene, o anche le donne della "cultura dominante ((Birgit Rommelspacher, vedi più avanti) vengono trasformati ancora una volta in "centro strategico", ma sempre dentro un modificato marxismo del movimento operaio, che si sente evidentemente nella necessità di cavalcare, per potersi ancora legittimare, fra le altre cose, il presupposto di base della colonizzazione. Su questo lo stesso Kurz constata ancora per quel che attiene ai paesi emergenti come la Cina:
« Qui non c'è alcun territorio industrializzato, ma si svolgono attività economiche deterritorializzate, specifiche, la cui coerenza non è fornita né dalla Cina né da altri paesi in quanto economie nazionali, ma semmai esclusivamente per mezzo di funzioni particolari dell'economia d'impresa » [*8] (Kurz, 2005).
Questo implica, dice ancora Kurz, che:
« Nelle condizioni della terza rivoluzione industriale, che ha reso questa immediatezza del mercato mondiale una realtà, le forze produttive ed i mezzi di produzione della maggior parte del mondo diventano superflui per mancanza di redditività, in termini di economia imprenditoriale, ma senza che nella forma capitalista (che da tempo ha costituito anche la sua forma interiore di soggetto) siano superflue anche le persone, dacché questa forma di soggetto soffre anche il peso della moderna relazione fra i sessi, ossia, è sessualmente modificata. Laddove non vengono resi puramente e semplicemente superflui, i mezzi di produzione (non da ultimo i terreni agricoli fertili) soffrono di un re-orientamento forzato verso il mercato mondiale universale, il che significa, ad esempio, nell'ambito dell'agro-business globale, una produzione - poco esigente in termini della manodopera di prodotti ad alta tecnologia - di beni di lusso tipo fiori recisi o alimenti selezionati per i centri occidentali, mentre la popolazione locale viene espulsa dalle sue terre e privata delle sue risorse vitali, che non (o non più) possono essere rappresentate economicamente sotto la forma del valore, senza che, nel nuovo livello delle forze produttive, possano essere integrate nella produzione rivolta al mercato mondiale, nemmeno in forma meramente repressiva come "braccia". È un fatto che i flussi di merce e di denaro, sotto la cui forma si presenta la produzione agraria marginalizzata o si presentano le specifiche situazioni di sfruttamento salariale a basso costo, sono di una trascurabile dimensione ridotta in confronto alla totalità del prodotto globale e, soprattutto, in confronto al volume del capitale finanziario vuoto di contenuto; ma è proprio in questa dimensione relativamente microscopica della creazione di ricchezza "valida" a livello mondiale che scompare la vita di enormi masse di popolazioni di "superflui". La ricchezza (in sé stessa solamente astratta e distruttiva) dei paesi centrali dell'Occidente non dipende dalla massa di fiori recisi a basso costo, provenienti dalla Colombia o dall'Africa centrale, che vengono mandati nelle metropoli per via aerea; ma è a causa di questa mezza dozzina di fiori recisi che popolazioni intere vengono sacrificate socialmente, proprio perché l'esistenza nell'ambito del mercato mondiale è stabilita in maniera ferrea come unica forma di esistenza possibile » (Kurz, 2003).
L'estrazione del coltan e di altre materie prime, così come lo sfruttamento del lavoro per produrre telefoni cellulari, oggi sono qualcosa di differente rispetto ai tempi della colonizzazione. I "fiori recisi" per Kurz sono solo una metafora della ricchezza superficiale dell'Occidente. In gran percentuale, l'economia attuale gira intorno alla transazioni sul mercato finanziario e alle catene transnazionali di creazione del valore, cioè, investimenti in razionalizzazione che sfruttano la riduzione dei costi. È proprio una ricchezza mercantile superficiale quella che per lo più esige tale sfruttamento approfondito e che ha bisogno di dislocazioni di investimento, condizionato dalla razionalizzazione, verso altre parti del mondo, nelle quali poi viene esercitato un massiccio sfruttamento della forza lavoro, dal momento che nel suo insieme si abbassa la massa di valore e si abbassa il lavoro astratto nella sua "sostanza materiale astratta". Tali relazioni di sfruttamento, tuttavia, al presente devono essere considerate sulla scala di un Tutto sociale (mondiale) costituito, essendo esse stesse mediate soprattutto dal credito, e non da ultimo finanziate nel contesto di un circuito di deficit. Anche gli alimenti di base oggi sono brevettati e sono resi oggetto di speculazione. IN QUESTO contesto le materie prime continuano ad essere sfruttate come prima, con le relative conseguenze ecologiche, per esempio, anche in forme nuove come il fracking [fratturazione idraulica], ed avvengono "colonizzazioni". Per questo oggi si può anche parlare di "protezione delle riserve strategiche di materie prime", dal momento che la protezione delle materie prime fossili, su cui si basa tutto il modo di vita capitalista, nel momento in cui esse diventano sempre più scarse, assume un ruolo più importante di quello che aveva precedentemente (ivi).
Naturalmente, qui, la riprivatizzazione delle strutture pubbliche non può passare per una nuova colonizzazione in senso stretto - come avviene per Dörre ed anche per Federici. Si tratta di una ristrutturazione all'interno della socializzazione patriarcale capitalista che, dopo la fase fordista del "meccanismo di compensazione relativa", annuncia ora la fine del capitalismo. Gli attuali movimenti dei rifugiati a questo proposito parlano un linguaggio chiaro. E così il lavoratore in subappalto/ il lavoratore migrante/ il rifugiato, lo sfruttato di fatto in una maniera nuova ed il precario non è possibilmente una nuova versione del lavoratore/proletario, ma è l'espressione del suo diventare obsoleto; una via di sfruttamento di nuovo tipo, che per ora la contraddizione in processo assume nella sua forma di sviluppo, in una determinata fase della decadenza del capitalismo. È vero che a partire dagli anni 1990 c'è stata una nuova fase di espansione della produzione di plusvalore assoluto su scala globale, tuttavia questo è già una conseguenza dell'evidenziarsi del limite interno della produzione di plusvalore nel contesto capitalista globale, come si mostra anche nei paesi del centro per mezzo di tagli salariali, aumento del tempo di lavoro, ecc. (cfr. Kurz, 2012). Ma presto o tardi, tuttavia, tali tendenze diverranno delle leve verso nuovi passaggi della razionalizzazione, come si vede, ad esempio, nella discussione intorno al fenomeno "Industria 4.0", anche se entrambe le tendenze devono svilupparsi parallelamente per qualche tempo. Gli esseri umani verranno semplicemente abbandonati. Pertanto è necessario formulare le disparità sociali, anche nella loro dimensione globale, al di là delle categorie del vecchio movimento operaio (vedi, per esempio, Scholz 2005, e più avanti). In questo il marxismo occidentale ed il marxismo del blocco dell'Est non sono così lontani come viene suggerito [*9]. In sintesi, si può dire che le macchie vuote nel Terzo Mondo mostrano che gli esseri umani concreti sono da tempo tanto superflui quanto attualmente vengono considerati i precari qui in Germania, dove, nella loro imprenditoria di sé stessi, presagiscono da tempo che non verranno risparmiati da questo destino, che invece minaccia la paralisi assoluta (vedi la Grecia ecc.), cosa che però pretendono di ignorare - dal momento che la Grecia e gli Stati ad ovest dei Balcani, scossi dalla crisi, sono essi stessi obbligati ad accogliere i rifugiati, come Stati terzi che vengono presunti come sicuri, quando invece sono regioni dalle quali le persone scappano, per sfuggire alla prospettiva della superfluità.
6.3. Amministrazione della crisi nazionale ed internazionale, ovvero il diventare obsoleto del lavoro astratto, la rovina della periferia e la guerra civile mondiale
Per concludere, si può constatare ancora una volta che:
« È ... un'illusione ottica vedere in questo una reindustrializzazione a partire da nuovi percorsi orientati all'esportazione, che potrebbero condurre al di là della vecchia divisione di funzioni in cui i paesi periferici sono stati degradati a fornitori di materie prime. Al contrario, la vecchia degradazione viene soltanto completata o sostituita per mezzo di una nuova degradazione, vale a dire per mezzo dell'utilizzo di opzioni a basso costo, disconnesse, per l'economia imprenditoriale transnazionale, mentre il corpo dell'economia nazionale crolla » (Kurz, 2005).
Come si è visto, il capitalismo determinato dal mercato finanziario, essenzialmente mediato dal credito e caratterizzato da un circuito di deficit, ormai non può più "arrangiare" un nuovo modello di accumulazione, dopo la fine del paradigma della produzione. Esso crea costantemente "bolle finanziarie" che presto o tardi devono scoppiare. Anche una potenza fino ad ora considerata iper-sovrana, come la Cina, sta cominciando a passare per tutto questo (cfr. Konicz 2015).
Di seguito verrà affrontata in particolare, quanto meno alla luce del contesto, la relazione fra amministrazione della crisi nazionale ed internazionale, il divenire obsoleto del lavoro astratto, il crollo della periferia e la guerra civile mondiale, di cui finora non abbiamo quasi parlato e che in Dörre e Federici emergono come dimensioni della "colonizzazione", dal momento che entrambi retrocedono davanti ad una CRISI, di fatto FONDAMENTALE, del patriarcato capitalista, che non può essere evitata da qualsiasi classe dominante o subalterna (rivoluzionaria). ... In questo contesto, anche Kurz contraddice tutte le teorie che continuano a considerare lo Stato nazionale come base regolatrice primaria, dal momento che esse vedono in questo contesto delle possibilità di ordine mondiale, sia nella dimensione meso come in quella macro della globalizzazione, un'illusione che per alcuni consiste ancora oggi nel vedere una decadenza più o meno probabile del capitalismo, che anche così dev'essere dominata nel modo quanto più immanente possibile. Invece, Kurz vede l'amministrazione della crisi nazionale ed internazionale come momento caratteristico dell'attuale socializzazione mondiale. Le guerre di ordinamento mondiale degli ultimi decenni non sono solo servite per la sicurezza delle riserve di materie prime (non da ultimo il petrolio) e dei meccanismi di trasferimento capitalisti, al fine di garantire una creazione (ridotta) di valore per la riproduzione capitalista. Scrive Kurz, già nel 2005:
«Nella periferia i processi di collasso hanno già in parte portato alla dissoluzione dello stesso apparato di violenza nazionale in strutture di signori della guerra e in sub-culture terroriste. L'imperialismo globale ideale (nel senso dell'Occidente e degli Stati Uniti creatori di ordine) non ha qui alcuna prospettiva di ricostruzione delle possibilità di accumulazione; si limita a tentare di ricostituire gli apparati nazionali di violenza e di amministrazione delle persone (come in Iraq, in Afghanistan e nella ex-Jugoslavia) e dove ormai non funziona più niente passa la politica dei protettorati, i campi di detenzione e, per finire, l'annichilimento delle persone su grande scala... In un certo modo sembra qui ripetersi la storia della costituzione della moderna società borghese. In principio era lo stato di necessità, la sottomissione del materiale umano alla valorizzazione del capitale, come lo ha descritto Marx nel capitolo sull'accumulazione primitiva e come lo ha descritto Foucault, fenomenologicamente, per quel che riguarda la storia del disciplinamento per le esigenze del lavoro astratto. Il nucleo violento di tutto il diritto borghese, ivi inclusi i diritti umani, viene svelato. Tuttavia, c'è una differenza decisiva. Il capitalismo iniziale, ad un livello di produttività relativamente basso, aveva ancora davanti la storia dell'accumulazione e dell'imposizione del capitale; il capitalismo di crisi della terza rivoluzione industriale, in un livello enormemente elevato e ormai non integrabile nelle sue forme, ce l'ha alla sue spalle. Perciò è fondamentalmente sbagliato descrivere l'attuale amministrazione della crisi planetaria come nazionale, come una rinnovata 'colonizzazione capitalista', come fa gran parte della sinistra (per poter così rispondere in qualche modo, ripetendo i suoi paradigmi obsoleti). 'Colonizzazione' implicherebbe che qui si trattasse di mobilitare risorse e soprattutto forza lavoro per il rinnovamento del movimento di accumulazione. La situazione è esattamente il contrario; per l'amministrazione di crisi si tratta di smobilitare risorse e forza lavoro, poiché il capitale mondiale, al livello raggiunto di standard di produttività e redditività, ormai non è più capace di un riassorbimento allargato delle capacità produttive nella forma di 'lavoro astratto'. Il nuovo colonialismo di crisi esterno dell'Occidente cerca solo di mantenere nell'ordine le masse di esseri umani inutilizzabili nelle regioni in collasso. Il nuovo colonialismo di crisi interno degli apparati nazionali di amministrazione delle persone, dall'altro lato, cerca solo di placare, repressivamente, la smobilitazione della 'propria' forza lavoro e di darle una forma continuamente gestibile. Quello di cui è alla ricerca è l'amministrazione della povertà fino all'esaurimento, e non il rinnovamento regolatore di 'progetti' sociali globali. Il capitalismo transnazionale ormai semplicemente non si trova in tale posizione» (Kurz 2005).
Di conseguenza, sono anche, fra l'altro, "condannati al fallimento i progetti di bassi salari e di lavoro comunitario obbligatorio indotti dallo Stato, in quanto non possono costituire alcuna base di accumulazione autonoma ma, al contrario, rappresentano solamente una fase di transizione verso nuovi strati di paria" (Kurz, 2003) [*10]. La Pax Americana, quindi, non è più una costruzione imperialista qualsiasi, nel senso di assecondare un'egemonia nazionale, ma caratterizza l'agglomerato del capitale già multinazionale, al di là di un centro di dominio nazionale. Imperialismi securitari funzionano da molto tempo, ma sono rivolti ai lavoratori "stranieri" messicani negli Stati Uniti, per esempio, mostrandosi attualmente in particolare nei movimenti di rifugiati che la fortezza Europa cerca disperatamente di contenere, e che viene applicato quanto meno rispetto ai/alle migranti "superflui/e" scarsamente qualificati/e. Non sarebbe sorprendente che la "colonizzazione" venisse rivoltata a destra: siamo "noi" che veniamo invasi e colonizzati da loro, non siamo "noi" che li stiamo spremendo.
Ancora una volta Federici vede le cose esattamente al contrario, anche se parla frequentemente di chiusure e di perdita di sempre più posti di lavoro: "Dobbiamo, tuttavia, rifiutare la conclusione secondo la quale l'indifferenza che la classe capitalista internazionale mostra di fronte alla perdita di vite umane provocata dalla globalizzazione provi che il capitale ormai non ha più bisogno di lavoro vivente, ragion per cui ci troveremmo sempre più circondati di popolazione 'superflua'. Di fatto, la distruzione della vita umana su grande scala è fin dalla formazione del capitalismo una delle sue componenti strutturali. È la contropartita necessaria all'accumulazione di forza lavoro, cosa che costituisce sempre inevitabilmente un processo violento. Le 'crisi di riproduzione' periodiche, cui stiamo assistendo nel corso degli ultimi decenni in Africa, rientrano in questa dialettica di accumulazione e distruzione della forza lavoro" (Federici, 2012). Federici colloca in questo contesto relazioni di lavoro precarie, schiavitù infantile, traffico di organi, ecc.. Ora, di fatto, il feticcio del capitale, per ottenere valore (plusvalore), da un lato, dipende dalla forza lavoro umana, dall'altro lato, in questo fine in sé irrazionale, astrae rispetto all'ottenimento di plusvalore da ogni essere umano. Federici tuttavia forza tale dialettica, ancora colorata nel senso del vecchio marxismo delle classi, in maniera astorica, al fine di cercare di non vedere oggi il divenire obsoleto del lavoro astratto ed il crollo del capitalismo.
Salta qui agli occhi che l'anomia ed i processi di inselvaggimento in quanto tali quasi non meritano attenzione da parte di Federici (a tal proposito vedere le osservazioni di Gerd Bedszent sulla Nigeria in questo stesso numero di EXIT!). La miseria del mondo attuale è per Federici il risultato del capitale, nel senso della classe capitalista. Gerd Bedszent, al contrario, scrive, ad esempio:
« Le regioni "liberate" dalla dittatura si trasformano... rapidamente, nella loro maggioranza, in scenario di milizie etniche, guerrieri religiosi e bande armate di criminali comuni. Un esempio particolarmente evidente è l'Iraq, dove la guerra di ordinamento mondiale del 2003 ha portato di fatto alla rapida caduta del dittatore Saddam Hussein, ma il paese, in seguito alla crescente distruzione dell'economia e delle infrastrutture pubbliche, è caduto in un'interminabile guerra civile fra milizie religiose che combattono una contro l'altra... Dopo il collasso delle economie nazionali degli Stati periferici, spesso rimangono delle localizzazioni ancora più isolate della creazione del valore, per lo più estrazioni di materie prime o imprese agricole organizzate in maniera industriale. Queste localizzazioni sono sempre più slegate dall'economia reale delle relative regioni e funzionano ormai solo come fornitrici di economia per le metropoli capitaliste » (Bedszent 2014).
In questo contesto, Bedszent constata che:
« In seguito al crollo dello Stato si verificano assai spesso lotte sanguinose fra i resti dell'esercito statale, i movimenti ribelli, le milizie etniche e i guerrieri religiosi, per il controllo delle ultime fonti della creazione duratura del valore. Il partito che si afferma nel conflitto, in ciascuna regione, può saccheggiare il denaro delle imprese produttive sotto forma di licenze di vendita, di imposte o di estorsione pura e semplice, per potersi finanziare. Se poi le lotte vanno fuori controllo, in modo che il flusso di materie prime dalle regioni finisce per essere seriamente minacciato, si richiedono allora nuove guerre di ordinamento mondiale da parte dell'Occidente. » (ivi).
Tuttavia: « L'assenza della statalità... non può essere ricostruita attraverso la pura forza militare.» (ivi). Inoltre, qui cresce anche la violenza maschile. Oggi, in questi tempi, con una situazione di guerra civile mondiale realmente peggiorata, rispetto alla quale non si può non vedere che essa arde in ogni angolo della Terra, in questi tempi di continua crescita della superfluità, in cui l'opzione dei salari bassi sarà soltanto una fase di transizione in quanto stanno diventando obsoleti il lavoro astratto ed il lavoro domestico, in questi tempi di finanziamento a credito, ecc., tutte queste stime di collasso vengono più che confermate.
In questo si rivela l'impotenza dell'Occidente, o degli Stati Uniti, che ormai da tempo non sono in grado di presentarsi come mega-autorità/sovranità. Lo scenario di una guerra civile mondiale oggi ha assunto contorni ancora più chiari: si pensi solo alla zona araba, al Mali, alla Nigeria, ecc., in realtà non c'è bisogno di alcun elenco, basta vedere le notizie quotidiane. C'è da presumere che nel caso del conflitto Russia/Ucraina si voglia simulare ancora una volta il conflitto Unione Sovietica/Russia contro Occidente, dal momento che questo conflitto ha un carattere del tutto diverso, a causa della nuova situazione di collasso mondiale; tanto la Russia, quanto anche la Cina, gli Stati Uniti e la Zona Euro sono minacciati da propri scenari di rovina, anche se finora abbiamo sempre continuato "qualche volta a salire, altre volte a scendere" (cfr. Kurz, 2013). Perciò il conflitto Russia/Ucraina non è in alcun modo una mera tempesta in un bicchier d'acqua, ma non suggerisce semplicemente un antico scenario di conflitto, nel quale sarebbe probabile lo svilupparsi di una grande "contraddizione principale" nella prospettiva geo-politica, in cui l'economia mondiale viene mediata con sé stessa, cioè, passa sopra alle "economie nazionali" individuali. Anche l'asse Russia-Cina-India, ad esempio, che ancora una volta pretende di affermarsi in termini geopolitici, è influenzato da questo. Così, non dobbiamo lasciarci impressionare dall'intervento "di Putin" nel conflitto in Siria.
In questo contesto, il tema del momento, assai discusso, della "Industria 4.0", circa una robotizzazione ancora sconosciuta e l'importanza della "intelligenza artificiale, oggi fa concorrenza alle recenti teorie della colonizzazione e all'affermazione circa l'allargamento strutturale mondiale dello sfruttamento della forza lavoro, anche con l'opzione dei bassi salari, e indipendentemente dal fatto che si tratti di lavori nell'industria o di lavori nei servizi (anche se possono rimanere aperte per più tempo questioni tecniche, come ad esempio quelle relative alle automobili senza autista). Anche concependo quest'innovazione ancora una volta come colonizzazione, nel senso di espropriazione fordista della sicurezza, come fa Dörre. Questo riguarda non solo il "Primo", ma anche il "Terzo Mondo”, così come riguarda i paesi emergenti, visto che l'avvicinamento al "Terzo Mondo" ormai è in fase avanzata anche in alcuni paesi del Sud Europa. Come già detto, il risparmio sul lavoro e l'espansione del lavoro potrebbero qui entrare in competizione ancora per qualche tempo, in un quadro che sta diventando sempre più insicuro, competizione che tuttavia finirà a danno del "lavoro", dal momento che i probabili crolli finanziari potrebbero accelerare ancora di più tale processo. La forma esatta del fondamentale sviluppo della crisi non può tuttavia essere anticipata; tanto meno si può indicare la data esatta in cui il capitalismo collasserà, come piacerebbe ad alcuni che intendono questo collasso come se fosse un infarto cardiaco improvviso (cfr. su questo Kurz 2012). Si tratta di un processo più lungo, che può essere percepito a partire dal decennio 1980, ma che ancora non è avvenuto, come oggi possiamo affermare retrospettivamente (vedi Kurz 1986).
Anche se arriva una "onda lunga", lunga o corta che sia, la fine del patriarcato capitalista dovrà essere confermata, e la cosa ovviamente non significa incondizionatamente che sarà una fine emancipatrice. Tuttavia, la questione delle forze produttive, e non solo, rimane sempre la questione della relazione di dissociazione-valore, in quanto CONTESTO BASILARE in sé contraddittorio che, nel senso di un approccio dialettico negativo, differisce dalla vecchia comprensione della contraddizione nel senso di Marx.
6.4. Sulla relazione fra critica della dissociazione-valore, "razza", "classe", genere, globalizzazione e teorie della colonizzazione.
Per Federici c'è una occupazione/colonizzazione dappertutto e sempre - e addirittura di ciascuna persona - in cui "il capitale" è sempre interessato allo sfruttamento della forza lavoro, vista la sua fame insaziabile. Ciò vale anche per l'era della globalizzazione, in quanto si pretende che sia vitalmente interessato all'espansione del "proletariato mondiale". Per lei i soggetti sono le donne, i contadini, gli indigeni, gli operai, i lavoratori precari dislocati, ecc.. Differenti regimi di disciplinamento generano un accumulo di differenze e di gerarchie, in modo tale che il capitalismo viene sofferto e vissuto a partire dalle specifiche localizzazioni. Differenti disparità sociali, si trasformano in questo modo nella categoria della colonizzazione in quanto accumulazione primitiva duratura, equiparata addittivamente nelle sue diverse qualità, attraverso un procedimento di logica dell'identità. Fondamentalmente, Federici parte dal principio per cui le donne, i contadini, le popolazioni indigene, e in fondo anche la natura, creano "valore".
Al contrario, la teoria della scissione-valore parte dal principio secondo cui il femminile è stato dissociato dal valore (plusvalore), dal lavoro astratto e dal soggetto maschile, ed è stato delegato alle donne (attività di cura, ma anche qualità come sensibilità, emotività, debolezza di carattere ed altro), il che ha portato con sé la divisione fra una sfera pubblica ed una sfera privata, con le loro corrispondenti connotazioni sessuali gerarchiche. Le moderne idee di genere si sono così diffuse in tutto il mondo. La dissociazione-valore non può restare prigioniera della divisione fra queste sfere, al contrario, essa attraversa tutti i piani e le sfere della società e mantiene anche un lato socio-culturale e socio-psicologico. Dev'essere compresa come processo, cioè, essa non è sempre la stessa. Nella postmodernità ha un volto differente da quello che aveva nella modernità. Ora, le donne sono "doppiamente socializzate", e finisce il ruolo degli uomini che guadagnano - degli uomini capofamiglia. Questa dissociazione del femminile ora è anche il presupposto di una contraddizione in processo, per mezzo della quale al culmine del capitalismo il lavoro astratto diventa obsoleto, a fronte di un'enorme crescita della ricchezza materiale. Il fantasma di una femminilità irrazionale non solo è stato decisivo nello sviluppo delle scienze naturali e delle forze produttive, ma è servito anche alla formazione della famiglia nucleare nel fordismo, con le sue attribuzioni di genere, che oggi, nella loro forma tradizionale, stanno scomparendo. Così, il valore e la dissociazione si condizionano l'un l'altro: uno è il presupposto dell'altro e viceversa, il valore non ha il primato.
Tuttavia, non si può per questo parlare di relazione gerarchica di genere come contraddizione principale - dal momento che la dissociazione del femminile dal valore, ha avuto come conseguenza, nella comprensione scientifica, che il mondo della vita, il contingente, il non comprensibile analiticamente e concettualmente che in gran misura continua ad essere associato al femminile, fosse trascurato, disprezzato e considerato inferiore, non solo in economia ed in politica, ma anche perfino nella scienza. Quel che ha dominato, è stato un pensiero classificatore che non prende in considerazione la qualità particolare, la "cosa" in sé non compresa nel concetto, e che quindi non riesce a tollerare le rotture, le ambivalenze e le differenze ad essa associate e, pertanto, assolutizza l'identità e nega la non-identità (cdr. Adorno, 1966). Se la critica della dissociazione-valore prende conoscenza di questo, ne consegue che deve necessariamente ammettere la spaccatura che consiste, da un lato, nell'affermarsi come contesto basilare, e dall'altro lato nel poterlo fare soltanto se essa stessa si ritrae e ammette quello che non viene assorbito nel suo concetto, al contrario di come avviene nel pensiero androcentrico universalista. Si verifica in tal modo la situazione paradossale per cui essa può continuare ad esistere se è pronta a smentire anche sé stessa. Ma questo non significa che essa si batta dalla parte delle differenze, delle ambivalenze, delle rotture, delle de-sincronizzazioni, ecc., nella loro libera fluttuazione, ma al contrario deve affermarle per così dire in sé stesse, facendo valere simultaneamente la sua propria qualità. Per questa ragione, razzismo, antisemitismo e antiziganismo non posso essere derivati dalla dissociazione-valore, in quanto contesto sociale basilare, così come la dissociazione non può essere derivata dal valore. Ciò significa che la dissociazione è in un certo qual modo il paradosso di un concetto non identico, e questo perfino anche nel suo fluire storico-dinamico.
Già nel 1995, Birgit Rommelspacher ha scritto, a proposito dell'equiparazione di donne, di "selvaggi", di colonialismo: "Di conseguenza le donne sono discriminate allo stesso modo delle minoranze etniche, poiché il razzismo coloniale ha sostanzialmente seguito la medesima logica del sessismo. Questa logica funziona come costruzione della "donna" e del "selvaggio", che assai spesso si sovrappongono" (Rommelspacher 1995). Da questo ne consegue: "Un simile rilevamento di punti comuni dovrebbe in realtà sollevare anche la questione delle differenze. Ma tale questione di regola non viene posta. Ciò vale soprattutto anche per i dibattiti influenzati dall'eco-femminismo, che sottolineano il legame fra lo sfruttamento dei popoli colonizzati e lo sfruttamento delle donne, in quanto "materia prima". L'appropriazione coloniale della terra e delle risorse naturali viene equiparata alla colonizzazione delle donne nei paesi industrializzati. Qui viene assunta non solo l'equiparazione delle immagini, ma anche quella dei principi dello sfruttamento e del dominio politico" (ivi).
È facile rendersi conto che questo vale anche per Federici, e significa, nel contesto qui criticato di colonizzazione, che la critica della dissociazione-valore deve riconoscere la sua logica e denunciare pubblicamente non solo le strutture sessiste, ma anche razzismo, antisemitismo e anti-ziganismo, così come disparità economiche, anche nel senso di caduta delle classi medie formatesi nella fase fordista (che oggi sono collocate al centro dell'attenzione, piene di autocommiserazione). Questo vale anche per la composizione specifica delle relazioni sociali in diverse regioni del mondo, fino agli scenari microdimensionali, ad esempio, delle identità ibride e di un accumulo di forme di discriminazione degli individui isolati, sullo sfondo di un esser diventato [Gewordensein] storico, nel contesto globale patriarcal-capitalista. Al contrario delle critiche del valore, oggi ampiamente note, la critica della dissociazione-valore assume, quindi, assai bene la rilevanza delle disparità e delle gerarchie economiche e sociali, così come la necessità della loro analisi. La critica di quella che è una mera prospettiva di redistribuzione da parte del marxismo tradizionale, non deve spingere a buttare via il bambino insieme all'acqua sporca, al contrario, bisogna tener conto delle dimensioni della disuguaglianza, al di là della sua comprensione nel senso del marxismo del movimento operaio. Pertanto anche qui non si dovrebbero evitare i piano meso e micro, né le prospettive più vicine all'empirismo. Queste non devono essere trattate semplicemente come inferiori rispetto alla dissociazione-valore come teoria macro (cfr. Scholz, 2009). Nella teoria della colonizzazione di Federici, al contrario, avviene una "totalizzazione" (Hedwig Dohm), come se lei, con l'affermazione di un'accumulazione primitiva permanente, sottomettesse tutto a concetti fenomenologici quali espropriazione, recinzione, occupazione delle terre, sullo sfondo di una determinazione di riproduzione sociale.
Per Federici qui si attua un riferimento ai soggetti discriminati a prescindere da qualsiasi mediazione, nel modus della pura immediatezza. Nella quale non ha luogo una determinazione strutturale della "razza", del genere e delle disparità economiche; le quali vengono trattate e analizzate soprattutto sul piano descrittivo. Ancor meno vengono criticate da Federici le mutazioni sul piano soggettivo, nella loro forma di identità compulsive flessibili, richieste senza appello dal turbocapitalismo, non solo perché per lei tutti i soggetti devono essere resistenti, ma anche perché lei ipostatizza ed apprezza in partenza la soggettività del movimento, anche se trasformata in fondamento e motore dello sviluppo capitalista. Come operaista, lei ignora semplicemente i momenti ed i potenziali barbari dei movimenti sociali "di resistenza".
La critica della dissociazione-valore non si limita semplicemente ad esaltare le differenze, né le lascia a fluttuare come nelle teorie postmoderne, fino al punto di dissolversi essa stessa in quanto grande categoria. Al contrario di un pensiero postmoderno della differenza, per essa non si tratta solo della qualità di una determinata cosa, al contrario, si tratta di insistere paradossalmente in una totalità, presupposta sia per gli individui che per i gruppi sociali, che piaccia o meno. La grande categoria dissociazione-valore, come contesto basilare, diventa tale solo attraverso il fatto che essa stessa deve affermarsi come assoluto, dando seguito a differenze, contraddizioni e disuguaglianze. Questo avviene anche in forza del suo oggetto speciale. Ora, quest'oggetto speciale non è in alcun modo arbitrario, ma si tratta di una relazione sociale fondamentale fino ad oggi poco tematizzata in quanto tale: dato che le donne sono state e sono considerate in partenza come "particolari, minori, diverse" (Gudrun-Axeli Knapp), anche nella maggior parte delle altre culture e regioni del mondo, e che proprio per questo la dissociazione del femminile come principio fondamentale è stata mascherata anche nella teoria e nella scienza, la teoria fondamentale della dissociazione-valore non può essere formalizzata come semplice auto-relativizzazione, né il genere può essere concepito solo come una differenza ed una gerarchia fra le tante differenze e gerarchie (cfr. Scholz, 2011).
Nella guerra civile mondiale, come risultato della dissociazione-valore in quanto contesto feticista di base in tutta la sua complessità, di conseguenza avviene anche che proprio le donne diventano rilevanti come amministratrici della crisi, sia nella periferia con i gruppi di auto-aiuto, sia nelle leve del potere - anche su scala globale - come relazioni sociologiche di disuguaglianza a basso costo indipendentemente da "razza", classe e genere, proprio quando il patriarcato capitalista non può essere più riparato e non può più ritrovare il modo patriarcale abituale. Ma le donne tornano anche alla situazione di maltrattate al massimo grado di "banalità", in quanto vengono costrette alla prostituzione, al lavoro di domestiche, ecc. (assai spesso migranti). L'aumento parziale del potere delle donne diventa perciò una vittoria di Pirro, che consiste solo nella linea di caduta del patriarcato capitalista in collasso, ma che ha molto poco a che vedere con l'emancipazione, nel senso di un superamento fondamentale di tali relazioni.
La teoria della dissociazione-valore, come detto in precedenza, deve riformulare la contraddizione in processo di questi eventi. Non è semplicemente il valore (il plusvalore) che produce la relativa dinamica, al contrario, la dissociazione è il suo stesso presupposto in un incrocio dialettico con esso, incrocio che rende possibile tale dinamica e che solo così genera il "soggetto automatico". Di conseguenza, è la dissociazione-valore, in quanto principio dinamico del patriarcato capitalista, che modifica anche sé stesso in questo processo contraddittorio, che determina tutto lo sviluppo storico ed il "movimento in sé stesso" attraverso tutte le tappe storiche fino all'attuale inselvaggimento del patriarcato.
Qui bisogna, ancora una volta, sottolineare e trattenere: è vero che in linea di principio non si può partire da un patriarcato universale, neppure nei tempi premoderni o in altre culture, in quanto anche nelle società non moderne c'erano molte eccezioni (cfr. Arbeitsgruppe Ethnologie Wien 1989) e si deve anche distinguere le diverse facce delle gerarchie patriarcali. Ma, da un altro lato, non si può ignorare che dai tempi premoderni e fino ad oggi la maggior parte delle società sono state/sono costituite patriarcalmente. Le concezioni decostruttiviste, che procedono sempre dalle interrelazioni di genere, non riescono a tener conto di questo fatto. Per esse, questo fatto violento viene semplicemente fatto magicamente sparire. Non si tratta qui di assumere un punto di vista assolutamente culturalmente relativistico e storicistico, né di promuovere l'ipostatizzazione della differenza, come solitamente avveniva negli approcci postmoderni degli ultimi decenni. È anche necessario assumere che le idee di genere ed i modi di vita occidentali sono entrati in maniera differente nell'amalgama con le strutture patriarcali tradizionali anche nella periferia. L'affermazione della dissociazione-valore in quanto contesto sociale basilare, che si colloca ad un alto livello di astrazione, non deve qui essere confusa con un punto di vista della classe media occidentale, che generalizza la posizione delle donne occidentali della classe media; al contrario, si tratta qui di una struttura oggettiva fondamentale che per ora non ha a che vedere con determinazioni identitarie, con punti di vista ed interessi particolari. In questo caso bisogna anche pensare che il modello di civiltà patriarcale occidentale aspira di fatto a sottomettere tutto fino al suo collasso, per cui deve essere assunto come una totalità sociale frammentaria a livello mondiale nel senso della dissociazione-valore. Federici non arriva a pensare un tale piano fondamentale in quanto pensa prioritariamente in maniera identitaria, sulla base del marxismo del movimento operaio operaista, e in questo senso considera le donne, i contadini, le popolazioni indigene, i lavoratori migranti post-proletari, come oppressi e come "colonizzati dal capitale". Senza universalizzare in maniera sbagliata la dissociazione-valore, bisogna ora intendere assai bene nel senso della critica della dissociazione-valore le dimensioni di "razza", classe, genere e colonizzazione nelle differenti regioni mondiali, così come le disuguaglianze, i processi di globalizzazione e il collasso del patriarcato capitalista nell'odierno scenario di guerra civile mondiale, nel contesto di una "contraddizione in processo" modificata.
Anche l'attributo "femminile" non può essere considerato come utopico, al contrario, è sempre immanente al contesto della socializzazione in sé frammentaria della dissociazione-valore, come "l'Altro" del valore. In questo contesto si dovrebbe criticare anche le cosiddette relazione eteronormative che, come ordine eterosessuale nelle società moderne, provengono dalla divisione delle aree di produzione e di riproduzione, ma simultaneamente non si deve dimenticare che le relazioni maggioritarie, anche nelle società tradizionali, non di rado implicavano una gerarchia di genere fra uomini e donne, una circostanza che viene frequentemente fatta scomparire nell'argomentazione postmoderna. La discussione della doppia sessualità non significa in nessun modo una garanzia della sparizione della gerarchia uomo/donna. Per quanto anche le differenti dimensioni debbano essere tenute in conto, la dissociazione-valore, in quanto contesto categoriale di base, non può essere semplicemente gonfiata e differenziata. Come meta-teoria globale, che conosce assai bene i propri limiti e non si può collocare ingenuamente come universalista, essa dev'essere affermata incondizionatamente come tale, ed è su questo sfondo che poi anche i mutamenti nella relazione di genere possono essere compresi. Detto in altre parole: la dissociazione-valore, come contesto di base, dev'essere vista in una certa misura come il vero fondamento sociale, che co-costituisce essenzialmente il capitale come soggetto automatico, ossia, il feticcio del capitale, il quale, in generale, può essere possibile solo insieme ad essa. In questa maniera si libera del punto di vista del marxismo del movimento operaio, che di conseguenza non può essere trasferito neanche su altri soggetti, come avviene in Federici, così come si libera di qualsiasi idea di una contraddizione principale. Questo viene frustrato dal suo stesso oggetto, la contraddizione di genere, dal momento che questa - ceterum censeo - è condannata dalla sua stessa logica a fare spazio a tutto ciò che non le si sottomette.
Dörre argomenta contro altre teorie della colonizzazione emerse nel contesto femminista:
«Con la gestione violenta delle relazioni di sfruttamento che viene usata nel lavoro di sussistenza, tuttavia, si afferma un meccanismo di formazione NON-specifica come validità generale e fondamentale, il quale NON corrisponde al principio di scambio di equivalenti capitalistici. Lo sfruttamento, nella sua versione essenziale di somma della produzione di plusvalore, viene considerato come frode basata sulla forza, come "furto". Al contrario, la teoria di Marx pretende di chiarire come sia possibile lo sfruttamento, a prescindere dal principio di uguaglianza contrattuale vigente nel mercato del lavoro» (Dörre 2015, 45, maiuscole nell'originale).
In riferimento alle ultime, Dörre parla di "forme di sfruttamento primarie". dove nel caso delle prime parla di "forme di sfruttamento secondarie".
«Quindi si può parlare di sfruttamento secondario sempre che vengano utilizzati meccanismi di disciplinamento legittimati in termini simbolico-culturali, oppure statali e politicamente, con l'obiettivo di conservare differenze interno-esterno, al fine di fare pressione sulla forza lavoro o a livello di vita dei gruppi sociali, ad esempio attraverso la svalorizzazione razzista o sessista, ben al di sotto del livello generale salariale e di riproduzione assicurato dallo Stato e dal Welfare sociale, oppure ancora, al fine di poter utilizzare attività interne ed esterne alla sfera professionale come risorse gratuite non pagate» (ivi, 46).
Qui abbiamo a che fare con la vecchia tesi della contraddizione principale e della contraddizione secondaria, che ci viene presentata da Dörre nella nuova forma di un design coloniale. ""Forma", per lui è soltanto la vecchia "forma" mediata dal plusvalore. Dörre non arriva alla determinazione della dissociazione-valore, come contesto basilare contraddittorio ed in processo, ossia, una relazione di dissociazione-valore che conosce l'informe (dissociazione) nella mediazione dialettica con il valore (plusvalore) come suo presupposto non riconosciuto, cosa che implica anche che quei piani, dimensioni e domini differenti all'interno della dissociazione-valore debbano essere considerati nella sua stessa logica. "Dissociazione" è così in un certo qual modo un concetto-anticoncetto e solo esso rende possibile un concetto della forma capitalista del valore (del plusvalore) in generale. Dörre è assai lontano da quest'idea, così come lo è anche Federici. In particolare, Dörre dovrebbe qui forse "lavorare" un po' di più alle sue idee (androcentriche) di forma. Le attività femminili di cura dovrebbero quindi rappresentare soprattutto "l'Altro", ma dove sta la determinazione per cui la dimensione sessuale è davvero il decisivo, ciò che costituisce la forma? Bisogna tenerlo in conto, anche se questa dimensione della dissociazione-valore - come si è visto - deve poi ugualmente ritirarsi considerando Altri con uguali diritti.
7. Teorie della colonizzazione e prospettivi di trasformazione
Come già accennato, per Dörre gli interventi statali, non da ultimo promossi anche dai movimenti sociali di protesta, sono cruciali al fine di effettuare un cambiamento sociale fondamentale; così si potrebbe forse materializzare un nuovo "New Deal Verde" ed un nuovo "ciclo Kondriatiev" ecologico. Per lui l'obiettivo è soprattutto una dimensione di post-crescita accoppiata ad una prospettiva di ridistribuzione. In maniera corrispondente, le istituzioni "lavoro professionale, costituzione economica, ... Stato del welfare e democrazia" devono essere modificate Dörre 2013, 135). In fondo qui si lamenta la fine del socialismo reale, che ha già avuto una prospettiva di proprietà collettiva che ora si pretende di reinstallare. «Il campo di interventi ecologici e di decisive innovazioni verdi viene scoperto in quanto accumulatore potenziale, che dovrebbe rendere possibile sia la crescita sul lungo periodo, così come anche la sua de-carbonizzazione e de-materializzazione» (ivi, 136). Questo dovrebbe ora accadere nel contesto di un "ordine mondiale multilaterale", una prospettiva che del resto rimane in gran parte fuori dall'analisi di Dörre (Dörre 2009, 83).
Dörre qui vede perfettamente che anche le "migliori concezioni di Green New Deal" in fondo non rappresentano alcuna soluzione per il dilemma della crescita. E constata: «La transizione verso le società post-crescita attualmente si presenta come utopica, poiché questo interessa il nucleo essenziale della socializzazione capitalista» (ivi, 136). "Nucleo essenziale" qui vuol dire orientamento al profitto e alla crescita compulsiva, fondamentalmente intesi nel contesto di una vecchia relazione di classe. Nonostante tutto lo scetticismo, in Dörre si può riconoscere che rimane presente in qualche modo una prospettiva socialdemocratica. Ma le speranze socialdemocratiche sono state svergognate fino al midollo dagli esempi di Obama e di Tsipras.
Attualmente, in questo vago contesto vede anche embrioni di una trasformazione sociale. Che riconosce "nelle attività di nutrire, educare, formare, curare e proteggere", attività oggi mal pagate e solo difficilmente suscettibili di razionalizzazione, che vengono svolte soprattutto da donne.
«Se ci sono... questi sono i settori che possono crescere - lentamente - nel capitalismo avanzato. Valorizzazione e miglior pagamento di una parte di queste attività, finanziamento attraverso imposte e politica redistributiva, nuove forme di proprietà, come prestazioni di servizi organizzati cooperativamente, democratizzazione del lavoro di prestazione di servizi per mezzo della cogestione dei produttori e dei clienti, riduzioni dell'orario di lavoro in termini di genere e di tempo per la democrazia, queste sono alcune importanti note per una significativa prospettiva di trasformazione centrata sul lavoro. Una simile trasformazione non si ottiene senza controllo pubblico dei settori sociali chiave (energia, finanze, ecc.). Dovrebbe trasformare le grandi imprese che hanno una posizione dominante sul mercato in quello che esse implicitamente già sono - istituzioni pubbliche, le cui attività sono legate ad una volontà collettiva democratica» (Ivi, 138).
Qui diventa chiaro in Dörre il vivo interesse a mantenere un capitalismo (addomesticato) e non solo; nel caso delle "migliori concezioni di Green New Deal", la questione non è solo se, con le loro esigenze ecologiche, non riesconoa fermare la spirale della crescita nel capitalismo, ma anche di come possa un Green New Deal, così come i lavori (femminili) di cura, essere appoggiato in tempi di finanziarizzazione, di circuiti di deficit e di lavoro astratto diventato obsoleto, i quali non ammettono meccanismi di compensazione come nel fordismo, quando oggi dappertutto emerge una contraddizione fra materia e forma, accompagnata da una diminuzione massiccia del plusvalore (cfr. Ortlieb 2009). Concretamente, questo significa che anche lo Stato dispone di meno imposte per finanziare le attività di riproduzione. E si pone la questione di sapere perché il capitale dovrebbe investire in tali settori non redditizi, quando un'applicazione sui mercati finanziari è sostanzialmente più proficua. Va qui notato anche che Dörre, da un lato, colloca il "genere" come esterno alla determinazione della forma, dall'altro lato, però, lo considera proprio per questo come trascendente (lavoro di curare). Si tratta qui semplicemente di un modo superficiale di vedere, nella realtà è per così dire una legge immanente al patriarcato che le donne e quello che viene loro associato siano viste come soluzione e come uscita dalla miseria capitalista, in accordo con un cantico religioso: "Stendi il tuo manto, Maria!" (cfr. Scholz, 2009). Al contrario, la dissociazione-valore dev'essere collocata in quanto relazione sociale basilare, nella sua contraddittorietà processuale, nella quale il femminile dovrà esser visto come la forma senza forma della forma del valore, come presupposto perché il valore (plusvalore) possa esistere in generale. Il quale tuttavia viene posto come "l'Uno".
Dörre include nel suo portafogli di trasformazione anche qualcosa come una "economia solidale". Qui le attività femminili di riproduzione sono solo una fra le molte forme di attività informali. «È necessaria la prova pratica delle alternative, l'ampliamento dei settori sottratti al settore privato orientato al profitto, ad esempio nella forma dell'economia solidale o di ricostruzione di un settore pubblico» (Dörre, 2009). Lungi da qualsiasi idea di critica del feticismo, ancora una volta si ipostatizza immediatamente un piano pratico nella forma di pseudo concetti.
Qui si incontra ancora una volta con Federici, che vede nei "beni comuni" e nella "economia solidale" un'uscita dal capitalismo. «Negli Stati Uniti osserviamo anche lo sviluppo di diverse "economie solidali", che consistono in banche del tempo, monete locali, siti di conoscenza (KNOWLEDGE COMMONS), scambio diretto e diverse altre forma di auto-sussistenza comunitaria e mutuo appoggio» (Federici 2013, 50 sg., maiuscole nell'originale). Qui diventa evidente che la grande resistente in fondo è completamente prigioniere di criteri, categorie e quantità immanenti, in cui si tratta di compensare qualcosa: banche del tempo, monete locali, proprietà giuridica e relativa democratizzazione ecc. «Mentre il vero problema della soppiantazione della forma della merce rimane nascosto» (Kurz, 2013).
Qui il presupposto sarebbe naturalmente quello di partire da una teoria della relazione di dissociazione-valore in processo, la quale, per affermare sé stessa, deve prendere le distanze da sé stessa e, in questo contesto, non solo includere dimensioni apparentemente qualitative come l'ecologia, ma anche disuguaglianze sociali come "razza", classe, genere, antisemitismo, antiziganismo, al di là del vecchio schema di classe.
A partire da questo ci sarebbe anche bisogno di mettere in discussione (vedi sopra) pseudo-concetti immediati tipo beni comuni, economia solidale e schemi di open source, che si presentano tutti come possibilità di soluzione nel contesto di una critica popolare del valore, al momento con tante vie d'uscita. Tuttavia, del resto, le discussioni sull'industria 4.0 nel contesto della scena dei beni comuni e dell'open source svolgono un loro ruolo (stampanti 3D, messa in rete di macchinari e produttori, Big Data, ecc.). Se la robotizzazione di "tutti e ciascuno" nel discorso egemonico viene assai spesso immaginata come possibilità per la sopravvivenza del capitalismo, i relativi sviluppi, dall'altro lato, vengono trattati molte volte - in una prospettiva strisciante e limitata - come possibilità di elaborare nuove utopie. Invece si dovrebbe già trattare di sondare, con una visione critica, queste nuove potenzialità tecnologiche, proprio avendo come sfondo la critica della dissociazione-valore, sotto il punto di vista dell'ecologia sociale - come ci si richiama sempre così tanto bene - al fine di un cambiamento sistemico complessivo radicale, punto di vista che non si perda in un'ideologia del piccolo, basata su una filosofia vitalista, alla quale, come si è visto, non da ultimo di sottomette anche la prospettiva della colonizzazione.
Tuttavia, si tratta di tutto tranne che di dissociazione del femminile, che costituisce il presupposto dialettico del lavoro astratto; invece, la prospettiva della dissociazione viene spesso inclusa solamente come appendice del valore, o ci si riferisce ad essa come questione secondaria. È chiaro che non viene percepito il carattere dialettico negativo della dissociazione-valore, né quello della sua comprensione della totalità, di essa che si è sempre intesa come frammentaria in sé insieme alla sua determinazione di razzismo, antisemitismo, antiziganismo e disparità economiche su scala mondiale del processo storico, ivi inclusa una critica della storia del colonialismo. La vecchia critica del valore androcentrica ed universalista dev'essere sopportata in maniera ovviamente disperata e continua ad affermarsi come tale. Come se la forma fondamentale della dissociazione-valore non fosse mai stata formulata, o esistita, così per esempio nella "Never Work Conference" - una conferenza di critica del valore tenutasi in Inghilterra - nella quale i critici universalisti ed androcentrici del valore si sono riuniti, avendo tematizzato tutt'al più molto di passaggio la dissociazione-valore come contesto basilare sociale, con un'ampia esclusione delle donne (alla Conferenza), ci si presta al fatto che la prospettiva del Terzo Mondo appaia certamente inclusa. Si festeggia il feticcio astratto del lavoro in tutta la sua reificazione: "Viva il feticcio!", si festeggia in quanto esso apparentemente si nega a sé stesso (Scholz 2014), tutto ciò, chiaramente, nella discussione accademica (maschile) internazionale, attraversando contesti e paesi.








































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