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essere comunisti

Rive gauche due anni dopo

 

Il 30 settembre del 2005 si tenne a Roma un convegno (Rive Gauche), promosso da «il manifesto» in collaborazione con gli economisti Sergio Cesaratto e Riccardo Realfonzo, il cui obiettivo era quello di riunire a discutere economisti, politici e – in generale – donne e uomini «di sinistra» attorno al tema: “La critica della politica economica e le linee programmatiche delle coalizioni progressiste” (gli atti furono pubblicati nel marzo 2006 per la Manifestolibri a cura degli stessi Cesaratto e Realfonzo). Eravamo alla vigilia delle elezioni politiche del 2006 e viva era l’esigenza di ragionare sui programmi di politica economica che avrebbe dovuto realizzare una coalizione, auspicabilmente vincente, di alternativa alle destre. Sulla scia di quell’esperienza va anche considerata la successiva promozione di un Appello degli economisti (cui abbiamo aderito anche noi di Essere comunisti) rivolto al governo in carica e teso a modificare la linea rigorista di rientro dal debito pubblico ed un’ applicazione stretta dei dettami di Maastricht.


A due anni di distanza – e in vista di una seconda tornata di Rive Gauche dedicata a «L’economia della precarietà» che si terrà a Roma martedì 9 ottobre (promotore «il manifesto», con la collaborazione di Paolo Leon e Riccardo Realfonzo) – abbiamo inteso chiedere ad alcuni dei partecipanti (Riccardo Bellofiore, Emiliano Brancaccio, Giorgio Gattei, Giorgio Lunghini, Riccardo Realfonzo) le loro attuali valutazioni sia sulla strada da allora percorsa che sulla generale prospettiva economica.

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sbilanciamoci

 Sbilanciamoci!: contro-finanziaria con meno spese militari


 

spese militariUna 'controfinanziaria' da 16.296 miliardi di euro che prevede l'armonizzazione delle rendite e minori uscite grazie alla riduzione dei costi della politica, alla chiusura dei Centri di permanenza temporanea, al riordino delle convenzioni sanitarie, alla soppressione del finanziamento di 30 milioni di euro per la preparazione del vertice del G8 del 2009 alla Maddalena, a riduzioni di stanziamenti previsti per alcune grandi opere come il Mose (170 milioni) e la Tav (185 milioni), all'eliminazione di 732 milioni euro per i contributi alle scuole private, e soprattutto, il taglio di 4 miliardi alla spesa militare e - in cambio - maggiori finanziamenti alla spesa sociale e contro la povertà. Sono i dati salienti della "Finanziaria per noi" presentata ieri alla sala stampa del Senato dal Sbilanciamoci!, la campagna di 47 organizzazioni della società civile che da alcuni anni promuove una controfinanziaria per un’economia di giustizia e di un nuovo modello di sviluppo fondato sui diritti, l’ambiente, la pace.

La Campagna, ribadendo quanto già affermato nei giorni scorsi a commento della Finanziaria del governo per il 2008, riconosce che la finanziaria governativa "fa registrare alcune novità importanti" ed è "una manovra migliore di quella dell’anno scorso", ma viste le condizioni radicalmente diverse di quest’anno – dopo un anno di risanamento, di crescita dell’economia e di maggiori entrate fiscali - "è deludente soprattutto per le scelte non effettuate". In aperta critica al titolo di un intervento del Ministro dell'Economia e delle Finanze, Tommaso Padoa-Schioppa, su Il Sole 24 Ore (“Una finanziaria che guarda al futuro”) Sbilanciamoci! afferma invece che "è una finanziaria incapace di futuro".

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manifesto

Proposte economiche, vuoto della politica

di Riccardo Realfonzo

economistiTra le «note antipatiche» di Rossana Rossanda apparse venerdì scorso su il manifesto c'è un interrogativo alquanto sorprendente. Rossanda chiede: «Che cosa suggeriscono gli economisti e i sociologi sulla possibilità di mettere un limite secco - al precariato - senza far ricadere questa forza di lavoro nel nero?». Ebbene, la risposta è presto detta: gli economisti e i sociologi in grado di tener conto dei dati e della realtà replicherebbero che non esiste alcun criterio scientificamente plausibile per stabilire un nesso tra la riduzione della precarietà e l'aumento del sommerso. Insomma, sullo specifico punto di Rossanda non c'è proprio nulla da suggerire.

Dopotutto, in tempi così oscuri e penosi i convegni come «Rive gauche» servono in primo luogo a questo: a liberare le menti del nostro popolo, e anche dei nostri migliori intellettuali, dai luoghi comuni della vulgata dominante. Se lo si guarda in quest'ottica, difficilmente ci si sarebbe potuto attendere di più dal convegno di martedì 9 ottobre, che abbiamo organizzato assieme ai compagni de il manifesto. Uno ad uno, molti dogmi che imperversano anche a sinistra sono inesorabilmente franati. Abbiamo mostrato che la precarietà non favorisce ma può addirittura ostacolare l'occupazione. Abbiamo rilevato che la precarietà abbatte i salari e viene quindi usata, come le svalutazioni competitive del passato, per riequilibrare i conti esteri. Abbiamo precisato che è dai conti esteri che può scaturire una crisi dei conti pubblici e che di conseguenza la questione del «risanamento» in sé del bilancio statale è tanto diffusa dalle nostre parti quanto totalmente priva di significato economico.

Abbiamo verificato, dati alla mano, che le privatizzazioni sono state il più delle volte un fallimento, non solo sul piano sociale ma anche su quello della stretta performance economica. Ancora una volta studiosi di prim'ordine, alcuni di essi peraltro giovani e lucidissimi, ci hanno permesso di prendere nuovamente contatto con le cose tangibili del mondo.

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manifesto

 Criticare il «Protocollo» si può: nel merito

Felice Roberto Pizzuti

sindacatiIl «Protocollo» del 23 luglio sta creando serie fratture all'interno della sinistra. Prima il voto contrario della Fiom e alcune aspre reazioni successive che pregiudicano la possibilità di un dibattito costruttivo sul merito; adesso la sorprendente lettera di richiamo al coordinatore nazionale dell'area Lavoro e Società della Cgil contribuiscono ad un deterioramento di clima che trascende la consultazione sul Protocollo tra gli iscritti al sindacato. La sensazione è che i contenuti e le interpretazioni del Protocollo, più che la base dell'acceso confronto in atto (che in termini diversi sarebbe comunque motivato e doveroso), siano invece strumentalizzati da chi vede con preoccupazione la costruzione della cosiddetta «cosa rossa».

Se la miopia politica non fosse un male diffuso, tutti nell'Unione - anche le sue componenti più spostate verso il centro - dovrebbero rendersi conto che per raggiungere una quota maggioritaria dei consensi elettorali è necessaria anche un'efficace rappresentanza del mondo del lavoro e delle posizioni più progressiste le quali, invece, allo stato attuale, spesso fanno fatica a riconoscersi sia nel Pd sia in ciascuna delle forze frammentate esistenti alla sua sinistra.

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liberazione

A Giavazzi e a Ichino dico: i vostri dati non convincono

di Emiliano Brancaccio

Il dibattito su flessibilità e occupazione tra liberisti e sinistra

neoliberismoIn questi giorni i lettori di Liberazione hanno avuto più di un motivo per rallegrarsi. Il giornale è stato infatti teatro di un confronto inedito sui reali effetti delle politiche di precarizzazione del lavoro. Pietro Ichino e Francesco Giavazzi hanno cavallerescamente accettato la sfida da noi lanciata il 1° settembre scorso, e sono quindi intervenuti su queste colonne in difesa della cosiddetta "flessibilità". Ma la vera notizia è che, con l'avanzare del dibattito, è emerso lampante il dato di fondo: i "liberisti del lavoro" non dispongono di evidenze attendibili in grado di supportare le loro tesi. In quel che segue, rispondendo a Giavazzi, forniremo gli ultimi elementi a sostegno di questa sorprendente conclusione.

Dopo l'intervento di Pietro Ichino pubblicato martedì scorso, giovedì è poi toccato a Francesco Giavazzi calcare le scene del giornale comunista. L'economista della Bocconi si è innanzitutto premurato di sostenere che in realtà non vi sarebbe alcun dissenso tra lui e Ichino in merito agli effetti della precarietà sulla disoccupazione. Giavazzi ritiene cioè che il giuslavorista condivida la sua idea secondo cui una minore protezione dei lavoratori garantirebbe una riduzione del tasso di disoccupazione. Personalmente non frequento le sinapsi di Ichino e quindi non me la sento di giudicare questa ardita esegesi. Mi limito solo a constatare che nel suo intervento Ichino ha insistito sul fatto che, a differenza di Giavazzi, egli non è si è mai sognato di scrivere che la precarietà riduce la disoccupazione, e addirittura ha esplicitamente "sfidato" chiunque a dimostrare il contrario.

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la repubblica logo

Precariato globale

di Luciano Gallino

lavoro precarioCi risiamo con la Legge 30 di riforma del mercato del lavoro: abrogarla, modificarla oppure lasciarla com´è? Il dibattito che si è riaperto intorno a queste alternative potrebbe forse dare migliori frutti, sotto il profilo della comprensibilità per i tanti che vi sono interessati, non meno che dei suoi possibili esiti politici e legislativi, se in esso fossero tenuti maggiormente presenti gli elementi generali del quadro in cui la legge si colloca.

Un primo elemento è il numero di coloro che hanno un´occupazione precaria, vuoi perché il contratto è di breve durata, oppure perché non sanno se e quando ne avranno un altro. Secondo una stima da considerare prudente, esso si colloca tra i 4 milioni e mezzo e i 5 milioni e mezzo di persone. A questo totale si arriva sommando gli occupati dipendenti con un lavoro a termine (2,1 milioni nel primo trimestre 2007, dati Istat), gli occupati permanenti a tempo parziale (1,8 milioni), i co.co.co. rimasti nel pubblico impiego ma trasformati dal citato decreto in lavoratori a progetto nel settore privato (tra mezzo milione e un milione); più una molteplicità di figure minori, dai contratti di apprendistato e inserimento al poco usato lavoro intermittente (forse 200.000 persone in tutto). Lasciando da parte altre figure come gli stagisti o gli associati in partecipazione, in ordine ai quali è arduo stabilire chi abbia per contratto un´occupazione stabile oppure instabile.

Cinque milioni di persone con un lavoro precario rappresentano più del 20 per cento degli occupati. Ma questi sono soltanto i precari per legge – certo non soltanto a causa della Legge 30, bensì di un´evoluzione della nostra legislazione sul lavoro iniziata, come minimo, sin dal protocollo del luglio 1993.

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liberazione

Lettera di "Liberazione" a Romano Prodi

 di Emiliano Brancaccio

manifestaz1Lasciare l'egemonia della politica economica al nascituro Partito democratico significherà recitare il de profundis dei consensi attorno al governo e alla sua attuale maggioranza. Ecco perché per la Sinistra è necessaria la spinta di queste mobilitazioni

Stando così le cose, sorge allora spontaneo un sospetto: non è che forse la sua lettera andasse considerata come una sorta di avvisaglia per il futuro? Non è che Lei con essa abbia voluto sondare quanto sia disponibile la sinistra a genuflettersi, e a tollerare il giro di vite prossimo venturo sui salari e sul disavanzo pubblico? Basta sollevare un po' lo sguardo verso l'orizzonte, per capire che le stime sull'import-export non fanno che avvalorare una simile congettura.

Se così fosse, caro Prodi, allora faremmo bene ad augurarci non una, ma cento e mille mobilitazioni della sinistra. E soprattutto, dobbiamo sperare che dalla spinta di queste mobilitazioni la sinistra comprenda che lasciare l'egemonia della politica economica al nascituro suo Partito democratico significherà recitare il de profundis dei consensi attorno al governo e alla sua attuale maggioranza.

 Perché diciamolo con franchezza: la politica di deflazione che Lei e il suo partito si ostinano a portare avanti, sarà pure formalmente compatibile con le 280 pagine del famigerato Programma, ma resta marcia fin dalle premesse.

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manifesto

Una riforma a rovescio

di Felice Roberto Pizzuti

L'impostazione finanziaria della trattativa sullo scalone ha partorito una controriforma che diluisce nel tempo la trappola di Maroni ma per certi versi l'aggrava. Al contrario di quanto si afferma, a essere penalizzati saranno anche i giovani

pensioniNell'accordo sulle pensioni raggiunto tra il governo e le parti sociali si è accentuata la spinta «rigorista» che sovrastima e in parte fraintende la dimensione finanziaria del problema, mentre sottovaluta i più complessivi aspetti economici che collegano la previdenza al sistema produttivo e sociale. Questo accordo ha poi una valenza politico-sociale sicuramente condizionata dalle ultimissime mosse dell'ala moderata dello schieramento politico; una valenza discutibile che dovrà essere verificata, non senza rischi di pericolose divergenze, sia rispetto agli equilibri nella maggioranza sia nella verifica con i lavoratori.

In confronto alle proposte che circolavano nei giorni scorsi, il progetto concordato è abbastanza più restrittivo. Il sistema delle quote, particolarmente caro ad alcuni sindacati, che avrebbe dovuto garantire più elasticità di scelta ed evitare altri «scalini» successivi al primo (con il quale dal gennaio 2008 l'età minima di pensionamento d'anzianità è alzata da 57 a 58 anni), in realtà è molto vincolante. Dopo soli diciotto mesi, cioè dal luglio 2009, l'età minima di pensionamento salirà a 59 anni (più 36 di contribuzione per arrivare a quota 95); dopo altri diciotto mesi, l'età minima salirà a 60 anni (con la quota che sale a 96) e dopo altri due anni, cioè dal gennaio 2013, salirà a 61 (con la quota a 97). In realtà, lo scalone viene diluito in tre scalini, nel periodo gennaio 2008-gennaio 2011, e poi si va anche oltre, riducendo fortemente i margini di scelta dei lavoratori.

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Il Pd punta alla crisi commerciale. La Sinistra ha una "exit strategy"?

di Emiliano Brancaccio

In un'estate affollata di interrogativi a ruota libera sui massimi sistemi del mondo, proverò a formulare una domanda più modesta ma forse necessariamente prioritaria: dato l'avvento del Partito democratico a guida veltroniana e la voglia alquanto diffusa in esso di guardare alla propria destra, non è forse tempo per le forze della sinistra di considerare l'opportunità di una "exit strategy" da Palazzo Chigi? Naturalmente gli esiti della "rottura" del '98 li ricordiamo tutti. Credo tuttavia ci sia ora un buon motivo per affrontare pacatamente ma a viso aperto la questione: il motivo è che il dna politico-economico dei cosiddetti democratici appare ormai definitivamente strutturato su una linea di indirizzo votata alla deflazione, alla più violenta ristrutturazione e soprattutto al malcelato auspicio di una crisi commerciale e finanziaria quale fattore di "disciplina dei lavoratori".

L'accusa è pesante e cercherò in quel che segue di sostenerla con opportune evidenze. E' già chiaro però che se essa dovesse rivelarsi fondata, non potremmo che arrivare alla seguente conclusione: la sinistra può "estinguersi" non solo chiamandosi fuori ma anche ostinandosi a restar dentro un'alleanza che semplicemente la dissangua.