Il “nemico americano”. Le tragedie in Ucraina e Palestina
di Alberto Bradanini
Quando si riflette sui dolori e le ingiustizie del nostro tempo è pratica diffusa occultare il nome di chi le ha causate, un occultamento che non è dovuto a disattenzione o scarsa memoria, ma a corruzione morale e/o materiale.
Il nemico principale
Rischiando di risultare apodittici, si proverà quindi a riflettere su tale aspetto, tentando di identificare il nemico principale, quale impresa preliminare a qualsiasi percorso verso un mondo migliore, tenendo a mente che tale incarnazione di forze ostili assume caratteristiche diverse a seconda dei contesti nei quali opera, pur facendo capo a una medesima aggregazione di poteri e interessi. Vediamo: sul piano economico il nemico da battere è il neoliberismo globalista-bellicista, su quello dei valori la mercificazione della società, sul piano politico una democrazia non-democratica, su quello filosofico il nichilismo narcisista e nei rapporti tra classi sociali una plutocrazia spietata e senza freni. Il punto di vista di chi scrive è che il motore di questo cumulo di tragedie, catalizzatore di ultima istanza di tale nefasta policromia, si colloca nell’oligarchia malata degli Stati Uniti d’America (in verità, nel suo nucleo occulto, lo stato permanente e quello profondo, che sopravvivono al cambiare dell’inquilino della Casa Bianca e non rispondono ad alcuna istanza democratica), uno degli imperi più funesti che la storia recente abbia registrato, una nazione che violenta il diritto e l’etica umana per estrarre risorse e ricchezze altrui attraverso minacce e ricatti, facendo ricorso alla violenza contro chiunque opponga resistenza, incurante dei valori di pace ed eguaglianza, mettendo a rischio persino la sopravvivenza del genere umano.
Deve rilevarsi che con Stati Uniti non s’intende qui il popolo americano, quei 335 milioni di abitanti anch’essi in larga parte sfruttati e sottomessi, ma solo una ristretta cerchia di superricchi e potenti individui che, come una piovra, proietta ovunque la sua ombra vorace.



Il contributo offerto dai compagni e dalle compagne della Rete dei Comunisti con il Forum – e la successiva pubblicazione degli Atti – per un “Elogio del comunismo del Novecento”, nelle sue quattro sessioni-approfondimenti tematici (prima della Seconda guerra mondiale: l’assalto al cielo; dopo la Seconda guerra mondiale: le nuove rivoluzioni, le conquiste operaie e i movimenti di liberazione dei Paesi in via di sviluppo; la regressione del movimento comunista e la controffensiva capitalista; la riemersione delle contraddizioni accumulate dalla supremazia del capitalismo), rappresenta, nel suo complesso, una iniziativa preziosa per l’approfondimento e il dialogo tra comunisti (e oltre l’ambito specifico del movimento di classe) nonché un terreno di lavoro condiviso con le soggettività del movimento che intendono sviluppare una riflessione, non apologetica e non liquidatoria, non eclettica e non dogmatica, per attualizzare l’analisi critica, marxista, e ricomporre terreni unitari.
A pochi mesi dall’esordio della seconda Amministrazione, i caratteri del trumpismo (la sua forza e i suoi limiti) emergono senza le sorprese che caratterizzarono la prima esperienza di governo tra il 2017 e il 2020. All’epoca, la mera esibizione di una “teoria del pazzo” (mutuata, peraltro, da Richard Nixon) poteva contare sull’effetto novità che, nelle intenzioni del Presidente, avrebbe spinto gli interlocutori a fare concessioni che altrimenti non avrebbero mai fatto
Due furono secondo me gli elementi teorico-politici relativi al lavoro che caratterizzarono gli anni ’70 e seguenti in Italia: il rifiuto del lavoro e il riconoscimento della cura domestica gratuita delle donne come lavoro.
Mentre scrivo Israele ha ripreso il brutale genocidio che, da mesi e nella più totale indifferenza dell’Unione Europea, sta perpetrando ai danni del popolo palestinese. Questo massacro infinito viene ignorato mentre fa scandalo che gli USA abbiano aperto una trattativa per la pace in Ucraina senza coinvolgere l’Unione Europea (e della guerra). Addirittura, il 15 marzo è stata convocata da Michele Serra e dal quotidiano della famiglia Agnelli, “La Repubblica”, una manifestazione a favore dell’Unione Europea.


Felice il continente riscattato da eroi che non muoiono mai, e a volte si reincarnano: Lumumba, Nyerere, Kenyatta, Samora Machel, Agostino Neto, Nkrumah, Senghor, Mandela, Sankara, con i loro popoli in lotta e, su tutti, anche per longevità rivoluzionaria, Muammar Gheddafi. Quali assassinati dal revanscismo colonialista, quali incarcerati quasi a vita, quali rovesciati da golpe diretti da fuori, quali sopravvissuti a incessanti assedi e sabotaggi.
Un libro pensato innanzitutto per gli studenti e gli insegnanti si espone al rischio di appiattirsi su un taglio manualistico prettamente informativo – opzione d’altronde assolutamente legittima, dato il contesto – che abbina alla proliferazione dei dati di varia natura la loro semplificazione concettuale e l’oscuramento della tela di fondo su cui essi si dispongono.
Lo stato dell’economia
Nei discorsi, soprattutto quelli scientifici, sarebbe sempre opportuno mettere in evidenza le premesse che si danno per vere, dichiarate o nascoste che siano. Altrimenti si rischia di sviluppare ragionamenti incontrollabili o semplicemente fasulli. 
Sin dalla nascita di Machina, transuenze si è interrogato con vari articoli sulla fine del neoliberalismo o, per meglio dire, sulla rottura dell'egemonia neoliberale.
L'impennata tecnologica registrata grazie alla progressiva diffusione dell’Intelligenza Artificiale impone, a ogni società felicemente globalizzata, di rimanere al passo coi tempi e accelerare l’inevitabile implementazione di quest’ultimo traguardo informatico in ogni campo della vita sociale e produttiva. Il progresso non ammette ritardi! Questa è la narrazione che ci viene propinata ormai ogni giorno.
Quella propugnata da Lenin non era l’unica concezione di sindacato, all’interno del variegato e vivace mondo bolscevico di allora. Vale la pena rammentarlo, se non altro perché già all’epoca notiamo non tanto una diversità di progetto rivoluzionario, su cui peraltro si spesero in passato fiumi di inchiostro (e di rispettivi, a ben vedere poco “rivoluzionari”, mali di fegato e polemiche assortite), quanto di MUTAZIONE DEL RUOLO STESSO DEL SINDACATO IN FUNZIONE DEL PROGETTO RIVOLUZIONARIO CONSIDERATO.
All’inizio di aprile, poche settimane dopo aver ripreso l’assalto a Gaza, le forze israeliane hanno annunciato di aver preso il controllo della città più a sud, Rafah, per creare l’«Asse di Morag», un nuovo corridoio militare che divide ulteriormente la Striscia. Nel corso della guerra, secondo l’Ufficio governativo dei media di Gaza, l’esercito ha distrutto più di 50mila unità abitative a Rafah – il 90% dei quartieri residenziali.
Marx e Nietzsche uniti nella lotta contro Hegel? Dai, non esageriamo. Piuttosto i primi due possono marciare divisi per colpire uniti il terzo, almeno secondo quanto scrive Henri Lefebvre in Hegel Marx Nietzsche o il regno delle ombre. Questo libro, pubblicato nel 1975 e per la prima volta tradotto in Italia dopo cinquant’anni, nasce dall’idea del suo autore di un “doppio sfondamento: attraverso la politica e la critica della politica per superarla in quanto tale, attraverso la poesia, l’eros, il simbolo e l’immaginario”. Uno sfondamento nei confronti dello stato di cose presenti condensato nella filosofia dello Stato di Hegel. Siamo negli anni Settanta del secolo scorso e la riscoperta di Nietzsche da parte del pensiero radicale di sinistra fa parte, potremmo dire, di un certo spirito del tempo. Basti ricordare autori come Deleuze, Guattari o Foucault. L’approccio di Lefebvre ha però una sua originalità: rileva punti di contatto e profondi discordanze tra Marx e Nietzsche senza tentare alcun tipo di sintesi. Si limita a invocare un pensiero che sappia farsi multidimensionale.

Un ulteriore approfondimento sul tema dell’evoluzione del capitalismo tecnologico, delle contraddizioni determinate dalla sovrapproduzione e sulla prospettiva della liberazione dell’umanità dalla necessità del lavoro.
Si dice che la storia non si fa con i «se», neanche quando a parlare è un editorialista come Ernesto Galli della Loggia dalle pagine del Corriere della sera, noto quotidiano dell’establishment italiano? Anzi a maggior ragione dovremmo dire, ma c’è sempre l’”eccezione” che formula la regola, essa sarebbe data dalla potenza di chi promuove quel famoso « se ». Perché il noto personaggio, grande propagandista delle ragioni occidentali, che per oltre un anno di fronte al genocidio a Gaza lo ha sempre difeso e giustificato definendolo come il necessario bombardamento che rase al suolo Dresda nel 1945 in quanto «male assoluto». Insomma Gaza come Dresda. E pazienza se anche il comunismo si intruppò rispetto a quella “ragione” della democrazia liberale.
Le riflessioni sul concetto di lavoro di Andrea Zhok, docente di Filosofia morale all’Università Statale di Milano, meritano di essere prese in considerazione. Se nei decenni passati la concezione di lavoro come impegno, contributo alla vita collettiva aveva ancora un qualche spazio, oggi è stata cancellata dall’idea che esso deve essere divertimento, puro mezzo per soddisfare le nostre esigenze personali, sia primarie che secondarie. Questo cambiamento è stato generato da una serie di trasformazioni strutturali e non solo dall’imporsi di un punto di vista differente.
Ho letto prima la Prefazione (

Una rottura di fase e una secca discontinuità: da tempo le abbiamo registrate. La seconda Presidenza Trump aggiunge aspetti di non secondaria importanza (e tutt’altro che scontati) a un processo avviato da tempo – quantomeno dalle guerre statunitensi in Afghanistan e in Iraq, dalla crisi finanziaria del 2007/8 e poi dalla pandemia e dalla guerra in Ucraina. Il capitalismo, una volta di più nella sua storia secolare, sta cambiando pelle. Un diffuso autoritarismo agevola la riorganizzazione degli spazi politici (di cui profughi e migranti sono i primi a pagare il prezzo); l’articolazione tra gli spazi politici e gli spazi dell’accumulazione capitalistica è in discussione su scala mondiale, con il ritorno al centro della scena degli imperialismi e della guerra; processi di concentrazione del capitale e del potere trasformano il paesaggio sociale e politico in molte parti del mondo; la proliferazione di quelli che abbiamo chiamato “regimi di guerra” implica una riconversione della spesa e degli investimenti verso l’industria degli armamenti, mentre il “dual use” contribuisce a porre la logica di guerra al centro dello sviluppo di settori come le tecnologie digitali e l’intelligenza artificiale. Sono solo pochi cenni, sufficienti tuttavia a rendere conto della profondità della rottura in cui siamo immersi.
Lontani sono i tempi in cui le manifestazioni in piazza nei Paesi arabi producevano in Occidente titoloni sui giornali, cortei per le strade, comunicati al vetriolo delle nostre cancellerie e minacce militari contro i dittatori.
Quattro tesi







































