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Grande Recessione e teoria macroeconomica: una crisi inutile?
di Giancarlo Bertocco e Andrea Kalajzic
La crisi finanziaria del 2007-08 e la successiva Grande Recessione hanno indotto molti economisti a riconoscere che il modello teorico elaborato a partire dagli anni Settanta del secolo scorso aveva un limite fondamentale che consisteva nel trascurare il sistema finanziario e il fenomeno delle crisi. In altri termini, il modello sosteneva che non si sarebbero potute verificare crisi analoghe alla Grande Depressione degli anni Trenta e alla Stagflazione degli anni Settanta del secolo scorso.
Questa è la regione per la quale gli economisti non sono stati in grado di prevedere l’arrivo della crisi poiché, come ha sottolineato Turner: “Non puoi vedere arrivare una crisi se hai teorie e modelli che ipotizzano che le crisi non sono possibili” (A. Turner, Between Debt and the Devil, Princeton University Press, 2016). Le crisi che si verificarono nel secolo scorso spinsero gli economisti a sostituire la teoria dominante con una teoria alternativa. La Grande Depressione determinò l’abbandono della teoria neoclassica e l’affermazione della teoria keynesiana. La Stagflazione, invece, spinse gli economisti a sostituire la teoria keynesiana con una nuova versione della teoria neoclassica che sottolineava l’assoluta efficienza delle forze del mercato. A differenza di quanto successo nel secolo scorso, la crisi contemporanea non sta spingendo gli economisti a sostituire il modello dominante, noto tra gli addetti ai lavori come il New Keynesian Dynamic Stochastic General (DSGE) Model, con una teoria alternativa.
Secondo alcune recenti indagini, circa il 75% degli economisti sostiene che il fatto che il modello dominante trascurasse il sistema finanziario non costituisce una ragione sufficiente per sostituirlo con un modello alternativo.
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Prabhat Patnaik, “Capitale monopolistico, allora ed ora”
di Alessandro Visalli
Sulla Monthly Review del luglio 2016, l’economista indiano Prabhat Patnaik pubblica una interessante recensione[1] del classicissimo saggio di Paul Baran e Paul Sweezy, “Il capitale monopolistico”[2], del 1966. Un libro, come ricorda, che ebbe una enorme influenza sulla sua generazione (anche se lui stava studiando economia a Nuova Delhi) che cercava di comprendere il funzionamento del “sistema” da contestare. L’aspetto strettamente economico, sul quale si concentra l’autore, era che il testo, come i precedenti dei due autori[3], superava a sottovalutazione nella tradizione marxista del problema posto dalla domanda aggregata, e quindi della circolazione. In un certo senso incorporava, come aveva fatto già Kaleki[4], le intuizioni di Keynes al riguardo in una struttura marxista di analisi. Il superamento della Legge di Say, che implica necessariamente l’emergere della domanda come un problema (anziché come una variabile dipendente dell’offerta), era stato posto dallo stesso Marx, ma successivamente disinnescato dalla sua convinzione che le crisi debbano scaturire dall’interno del “laboratorio interno” del capitalismo, ovvero dai rapporti di produzione. A porre la questione della sovrapproduzione generale e permanente, e quindi dell’importanza e centralità della sfera della “riproduzione”, ovvero della “circolazione”, erano stati già la Luxemburg[5] e Bucharin[6], ma relegati ai margini della corrente principale del marxismo che Losurdo chiamerà “occidentale”[7]. Inoltre, c’era una carenza di analisi sull’equilibrio ed i passaggi tra questi in condizioni di carenza di domanda aggregata (cosa che porterebbe verso una concettualizzazione del “moltiplicatore” alla Keynes o alla Kaleki).
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L’imperialismo americano tra realtà e "narrazione"
di Sebastiano Isaia
L’ultima monografia di Limes dedicata agli Stati Uniti (America contro tutti) è a mio avviso molto interessante soprattutto perché cerca di fare piazza pulita dei tanti luoghi comuni che negli ultimi anni si sono addensati intorno alla cosiddetta America di Trump, in particolare, e più in generale intorno al presente e al prossimo futuro degli Stati Uniti, considerati da molti analisti geopolitici e da molti politici di tutto il mondo come una Potenza mondiale ormai condannata a un declino sistemico pressoché inarrestabile e inevitabile. Come si dice in questi casi, le cose sono più complesse di come appaiono alla luce delle “narrazioni” messe in campo non solo dai nemici degli Stati Uniti, ma dagli stessi politici americani, sempre pronti a cavalcare “lo spirito del tempo” soprattutto in chiave elettoralistica. E in quel Paese “lo spirito del tempo” ormai dal 2008 parla il linguaggio “isolazionista”.
La “narrazione” spesso, anzi quasi sempre, è più forte della realtà, e sicuramente la prima è agli occhi della mitica “opinione pubblica” molto più suggestiva della seconda; ed esattamente sulla scorta di questo “disdicevole” dato di fatto che i politici, soprattutto quelli basati in Occidente, fin troppo frequentemente prendono decisioni del tutto sbagliate, soprattutto sul terreno della politica estera: è un po’ questa la “filosofia” che ispira America contro tutti – Limes, 12/2019.
Scrive Dario Fabbri: «Per capire il momento della superpotenza occorre trascurare la retorica nazionalista di Trump. Gli Stati Uniti sono passati dalla fase imperialista a quella compiutamente imperiale. Sfidando il resto del mondo. E i rischi, domestici ed esterni, che tale aggressività comporta».
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Il giorno della memoria dei vincitori, 365 giorni dell'oblio dei vinti
Mi faccio il “Giorno della Rimembranza”
di Fulvio Grimaldi
Un “Giorno della Rimembranza” per i vinti?
Il 27 gennaio ultimo scorso, data dell’arrivo dell’Armata Rossa ai cancelli di Auschwitz, si è celebrato, come ogni anno, con grandissima partecipazione di congiunti, sopravvissuti, media e autorità, il “Giorno della Memoria”. Il 10 febbraio, poi, ci si è accapigliati sul “Giorno del Ricordo”, quello delle Foibe, nelle quali un sacco di strabici, dal Quirinale in giù, vogliono vedere sepolte solo vittime di Tito fiumane o triestine. Infine, Il 14 febbraio i fidanzati, gli sposi ancora in buona, gli amanti ancora entusiasti, si sono fatti gli auguri e i pensierini di San Valentino. Per il “Giorno della Rimembranza” che qui, seduta stante, proclamo e inauguro, siccome sono solo e resteremo pochini, voglio rifarmi a San Valentino, interpretata come giornata di chi si vuole bene.
A sfida delle zanne dei morsicatori del pensiero non unico, anzi, controverso, dichiaro che, insieme all’Italia, della quale mi auguro la difesa dell’identità millenaria e il ricupero della sovranità popolare e nazionale, voglio molto bene alla Germania, per la quale formulo gli stessi auguri. E’ in massima parte a questo paese, vindice, insieme ad altre nazioni, della grande civiltà europea (tagliando via guerre e colonialismi), terra di pensatori senza uguali, esploratori dell’animo umano, terra di grandi foreste integre e di grandi fiumi andati a fare le vene d’Europa, che dedico il “Giorno della Rimembranza”. Se non altro perché è il giorno dei vinti e, di conseguenza, non se lo fila nessuno. E’ a dispetto di questo cielo di soli artificiali, che vanno sostituendo quello naturale e la sua giusta luce, che certe storie, certi crimini, certe sofferenze, vanno ricuperate, riscritte, scolpite nella Storia accanto a quelle accettate e consacrate. Non sempre a ragione. Con almeno uguale dignità. E i negazionisti, quelli che negano il diritto a studiare, rivedere e riscrivere la Storia, peste li colga.
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I cuori nerissimi di Walter Veltroni
di Christian Raimo
Per ricordare un giovane ucciso negli anni Settanta l'ex segretario del Pd equipara fascisti e antifascisti e riscrive una storia simile a quella che piace alle estreme destre
Ieri sul Corriere della sera Walter Veltroni, ex segretario della Fgci, ex militante del Pci, ex sindaco di Roma, ex segretario del Pd, ex ministro della cultura, ha scritto un lungo articolo su Sergio Ramelli, un giovanissimo militante neofascista massacrato barbaramente nel 1975 in un agguato, e morto dopo più di un mese di agonia.
La storia di Ramelli è nota a chiunque conosca un po’ delle vicende politiche degli ultimi quarant’anni italiani. Ramelli dal suo funerale è diventato, anche suo malgrado, un’icona del neofascismo: la sua storia è quella di un camerata martire, al quale ogni anno a Milano migliaia di militanti di CasaPound, Forza Nuova, Fratelli D’Italia, Lealtà e Azione, eccetera, vanno a rendere omaggio, con il saluto romano e il «Presente!» urlato tre volte.
Perché Ramelli sia diventato l’icona delle destre non è difficile da spiegare anche se occorre onestà intellettuale e amore per la complessità, ossia un approccio storico, per non sminuire il riconoscimento e lo sdegno per la brutalità dell’agguato senza astrarre e destoricizzare l’accaduto. Veltroni fa il contrario: apre il suo pezzo con un preambolo intellettualmente disonesto e tossico.
«Di storie come quella che sto per raccontare ce ne sono state molte, troppe, quando eravamo ragazzi. Vale la pena usare la memoria, non solo per un giorno, oggi che vediamo l’odio riemergere sui muri delle case di deportate morte da tempo e impazzare incontrollato su schermi tecnologici e moderni».
In un solo paragrafo, mettendo insieme in un unico minestrone indigesto il riemergere terribile dell’antisemitismo e del negazionismo, le storie diversissime di violenza degli anni Settanta e un giudizio paternalista contro le tecnologie moderne, squalifica da subito il suo approccio.
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Intervista al prof. Patnaik: capitalismo e sottosviluppo
di Alessandro Visalli
Ancora su “Bollettino Culturale” Francesco Barbommel intervista il prof Prabhat Patnaik (vedi anche qui, ndr), un noto economista marxista indiano che ha insegnato al Centro degli studi economici e della pianificazione della Università Jawaharial Nehru di Nuova Delhi dal 1970 al 2010, per ben quaranta anni. Ha anche fatto un’esperienza di amministrazione nel Consiglio di Pianificazione del Kerala e si è laureato e dottorato anche in filosofia ad Oxford. Nel 1969 fu attivo anche all’Università di Cambridge (Clare College) prima di rientrare in india nel 1970. Convinto critico delle politiche neoliberali, dopo la crisi del 2008 ha fatto parte di una commissione dell’Onu per raccomandare misure di riforma del sistema finanziario (con Joseph Stiglitz, Francois Houtart e Pedro Paez). Tra i suoi libri, “A theory of imperialism”[1] e “Lenin and imperialism” [2] o “The value of money”[3], o diversi interventi su decine di riviste[4], o sul suo blog[5].
L’avvio dell’intervista si concentra sulla pianificazione nell’epoca di Nehru. Questi, con l’aiuto di Bettelheim, prese come riferimento il modello sovietico sforzandosi di costruire un forte settore pubblico da elevare come baluardo contro l’influenza delle multinazionali (come ovvio, in uscita dalla dominazione coloniale inglese) e di rendere il paese quanto più possibile autosufficiente. La spinta fu particolarmente diretta all’istruzione tecnica ed alla creazione di industrie di base. Ma fallì nella completa redistribuzione delle terre, e quindi nel rapporto con il grande capitale agrario che rimase dominante, insieme a quello medio “kulako”. Ciò ha finito per limitare il mercato interno e quindi per non creare condizioni per l’autosufficienza industriale.
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I veleni dei nuovi poteri e del capitalismo della sorveglianza nell’epoca del digitale
di Maria Concetta Sala
Nell’ultimo decennio scrittrici, scrittori, analisti del digitale hanno messo in guardia sui veleni diffusi dal nostro disinvolto e compiacente uso degli strumenti che tutte/i – adulti, adolescenti, bambine/i – abbiamo in mano e nelle nostre case, ma una possente distrazione continua a non permetterci di osservarne la portata distruttiva riguardo alla libertà individuale e di cogliere le ricadute sociali di un sistema rapace e vorace che depreda la nostra esperienza umana. Basterebbe pensare alla serie distopica britannica Black Mirror che mostra gli effetti collaterali della nostra assuefazione alle nuove tecnologie; oppure alla scrittrice argentina Samanta Schweblin e al suo romanzo Kentuki (pupazzetti “innocui” di peluche dotati di webcam in grado di innescare simulacri di relazione); o ancora al volume La Grande G. Come Google domina il mondo dello studioso dei media Siva Vaidhyanathan, all’edizione francese La société de l’exposition del libro del teorico critico Bernard Harcourt, a The Culture of surveillance del sociologo David Lyon…
Che cosa è accaduto? che cosa ci sta accadendo? Perché noi “utenti” comuni – quasi metà dei sette miliardi di umani che abitano la Terra – non siamo ancora in grado di valutare gli esiti nefasti determinati dalla pirateria informatica dei colossi della Rete (Google, Facebook, Microsoft, Amazon, Twitter…) e dalla logica dell’accumulazione sottostante ai cosiddetti Big Data – l’enorme quantità di dati forniti da noi e immagazzinati, gestiti e analizzati dall’intelligenza artificiale, che non è un’entità astratta, per essere infine monetizzati e venduti? perché non siamo in grado di cogliere la commistione letale tra nuove forme di capitalismo estrattivo e svolta repressiva in atto mascherata in termini di certezza e di sicurezza? come saperne di più e venir fuori dalla nostra ignoranza? quali strategie adottare per non essere ciecamente e impunemente espropriate/i?
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“Coronavirus, l’ultimo contagiato si chiama Made in Italy”
di Nicola Borzi
Riprendo un articolo dal sito di Valori.it.

Come un minuscolo microrganismo possa fare ammalare non solo degli esseri umani, ma anche l’intero sistema socioeconomicopolitico su cui si regge oggi il mondo.
Un sistema che, ricapitolando, funziona così:
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- Monocolture. Un luogo del pianeta si dedica solo a fare telefonini, un altro produce carne, un altro i SUV, un altro vende le proprie attrattive turistiche. Oppure, una sola ditta si accaparra le emozioni e le comunicazioni dell’intera specie umana, un’altra tutto ciò che gli esseri comprano e vendono.
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- Lo scambio tra le concentrazioni – il flusso globale – percorre incessantemente il mondo, su un fiume di energia fossile trasformato in inquinanti, in parallelo a un fiume di denaro speculativo.
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- Tutto sembra più economico. Quando non addirittura gratis. Il salmone dell’Alaska lo possiamo trovare nel supermercato sotto casa, a prezzi che sembrano bassissimi.
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Contrordine: austerità e tagli delle tasse non funzionano! Ce lo dice l’Europa
di Civil Servant
Fino alla Grande Recessione, il pensiero unico sulle politiche fiscali prescriveva tagli di tasse e spese per rilanciare la crescita, ovvero un ridimensionamento del ruolo dello stato nell’economia. La corrispondente ricetta per sostenere l’occupazione e gli investimenti era l’abbattimento delle tasse sulle imprese, che avrebbero impiegato le risorse liberate dal fisco per espandere la loro attività. Gli USA, con il loro tradizionale pragmatismo, furono tra i primi a violare questi tabù per contrastare la recessione, spendendo in deficit quasi 800 miliardi di dollari (pari al 5,5% del Pil) solo nel 2009. Nel frattempo la Commissione Europea resisteva ad ogni tentazione e continuava a concedere solo qualche decimale di “flessibilità” sui bilanci pubblici e ad imporre programmi di consolidamento fiscale lacrime e sangue nei paesi più indebitati. Grazie a questa lungimirante politica economica, la recessione è durata solo un paio di anni negli USA, mentre non è stata ancora completamente superata in parecchi paesi della UE, tra cui l’Italia.
Nei primi giorni del 2013 anche il Fondo Monetario Internazionale recitava un imbarazzante mea culpa sulle politiche di austerity applicate sulla pelle dei greci, attribuendo tutti gli errori ad una sottovalutazione dei moltiplicatori fiscali nel corso di una recessione. Fu come dare la colpa della morte per inedia di alcuni pazienti in cura per sovrappeso (purtroppo non solo metaforica) ad una bilancia rotta, ma fu comunque un passo in avanti rispetto ai dogmi difesi degli anni precedenti con tanto di scomuniche e roghi per gli eretici. Ora, quasi a babbo morto, anche la Commissione Europea sembra cospargersi il capo di cenere, riconoscendo che, in caso di recessione, è meglio aumentare la spesa pubblica, finanziandola con nuove tasse, piuttosto che tagliare servizi e investimenti. Tutto il contrario del mantra recitato da quasi tutte le forze politiche italiane, anche da quelle che si dichiarano progressiste.
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La cultura tra economia e politica
G.Bottos, L.Mesini e F.Rustichelli intervistano Carlo Galli
Carlo Galli insegna Storia delle dottrine politiche all’Università di Bologna ed è Presidente della Fondazione Gramsci Emilia-Romagna. Con questa intervista affrontiamo la questione del legame tra cultura, politica ed economia approfondendone alcuni aspetti: il rapporto tra cultura e mercato, le ricadute del neoliberismo sui modi di intendere la cultura, il ruolo degli intellettuali e la necessità di una cultura critica, i modi in cui si produce oggi l’analisi politica e le responsabilità delle classi dirigenti italiane nel declinare il triangolo cultura-politica-economia
Con questa intervista vorremmo approfondire la questione dei nessi tra cultura, politica ed economia. Iniziamo col constatare come il nesso tra cultura e politica appaia oggi in crisi, mentre da più parti si pone l’accento sul legame tra cultura e mondo economico. Un rapporto che si declina sia in termini di ‘utilità’ della cultura – e quindi di giustificazione dell’investimento in cultura – sia di una concezione della cultura intesa come attività economica in senso stretto. Essa deve rivendicare una propria autonomia? Al tempo stesso sembra necessario che essa entri in relazione con queste sfere. Quali sono le forme specifiche in cui questo può avvenire?
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Contro la riduzione del numero dei parlamentari, in nome del pluralismo e del conflitto
di Alessandra Algostino*
Perché ridurre il numero dei parlamentari è contro la democrazia
1. Referendum plebiscitario e “democrazia oligarchica”
Il 29 marzo 2020[1] gli elettori saranno chiamati a pronunciarsi sul testo di legge costituzionale, recante “Modifiche agli articoli 56, 57 e 59 della Costituzione in materia di riduzione del numero dei parlamentari”, approvato, in seconda votazione, nella seduta dell’11 luglio 2019, dal Senato della Repubblica, con la maggioranza assoluta dei suoi componenti, e dalla Camera dei deputati, nella seduta dell’8 ottobre 2019, con la maggioranza dei due terzi dei suoi membri[2]. Settantuno senatori (più di un quinto, dunque, dei membri di una Camera) hanno infatti sottoscritto, ai sensi dell’art. 138 Cost., la richiesta di referendum, che il 23 gennaio 2020 l’Ufficio centrale per il referendum presso la Corte di cassazione ha dichiarato conforme alla norma costituzionale, accertando la legittimità del quesito.
Di seguito si ragionerà dei motivi, in punto di diritto costituzionale, che fondano la scelta per il no al referendum, ma non ci si nasconde come la contrarietà alla riduzione del numero dei parlamentari esprima una posizione assolutamente minoritaria, dovendo fronteggiare sia una campagna di marketing tanto povera, inconsistente e mistificatoria, quanto in grado di esercitare una facile e potente seduzione (la riduzione dei costi della politica; la contrazione dei numeri della casta)[3], sia gli argomenti che si situano nella prospettiva della governabilità sia le ragioni di chi non ritiene la riduzione del numero dei parlamentari esiziale, quando non la valuti positivamente, muovendo da una posizione che insiste sulla necessità che il Parlamento riacquisti un ruolo significativo[4].
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Intervista all’economista professor Prabhat Patnaik
di Bollettino Culturale
Prabhat Patnaik, nato a Jatani il 19 settembre del 1945, è uno dei principali economisti marxisti dell’India. Tramite una borsa di studio ha la possibilità di studiare al Daly College di Indore ed in seguito si laurea in economia al St. Stephen’s College di Nuova Delhi. Ad Oxford consegue il proprio dottorato per poi tornare in patria nel 1974 per insegnare, fino al pensionamento avvenuto nel 2010, presso il Centre for Economic Studies and Planning (CESP) della Jawaharlal Nehru University di Nuova Delhi. Specializzato in macroeconomia ed economia politica, è uno dei più attenti osservatori e critici della politica economica del governo indiano. Feroce critico delle politiche economiche neoliberiste e del nazionalismo hindu, ha pubblicato numerosi articoli e libri in diverse lingue.
Tra i più importanti vorrei ricordare: A Theory of Imperialism, scritto con sua moglie Utsa Patnaik, altra importante economista marxista indiana, The Value of Money, Re-Envisioning Socialism, e Demonetisation Decoded – A Critique of India’s Currency Experiment.
* * * *
1. Professor Patnaik, lei è un marxista in un paese che scivola sempre di più a destra. Il fondamentalismo indù di Modi ha molto in comune con lo sciovinismo di Abe in Giappone, Trump, Orbán e Salvini. Come si materializza questo fondamentalismo indù in economia e che rapporto ha con la gestione dell’ordine neoliberista?
L’attuale partito al governo del paese è stato istituito dalla RSS [Rashtriya Swayamsevak Sangh, Organizzazione Nazionale Patriottica] come suo braccio politico. La RSS è un’organizzazione fascista istituita nel 1925 che aveva inviato un emissario a Mussolini e aveva grande ammirazione per il fascismo tedesco e italiano.
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Interviste boliviane
di Alessandro Peregalli
1. “Noi donne indigene il golpe lo abbiamo sentito nel corpo”
Dialogo con Adriana Guzmán e Diana Vargas, femministe aymara attive in uno spazio politico chiamato Femminismo Comunitario Antipatriarcale, che in questi anni ha partecipato, seppur con una visione critica dei governi di Morales, al cosiddetto proceso de cambio. L’autore le ha incontrate a El Alto, nella zona metropolitana di La Paz
In Bolivia nell’ottobre e novembre scorsi si è consumato un colpo di Stato?
Il golpe è stato progettato fin dal 2016, quando ci fu il referendum sulla possibilità di rielezione per Evo Morales. Dopo la vittoria referendaria del No, e contro il ridicolo tentativo di Evo di presentarsi lo stesso, l’opposizione organizzò la campagna Bolivia dijo No, “la Bolivia ha detto no”. Da allora l’opposizione è andata dicendo che ci sarebbero stati brogli elettorali.
Quel referendum in realtà Evo lo perse per via di uno scandalo su un suo presunto figlio non riconosciuto. Come femministe, anche se capivamo che lo scandalo era strumentalizzato dall’opposizione e dagli Stati Uniti, abbiamo comunque considerato che Evo dovesse farsi da parte. Oltretutto, eravamo di principio contro la ri-candidatura, perché non crediamo nei processi caudillisti. Però il MAS decise di candidare Evo lo stesso.
Ed è così che, dal giorno dopo il voto, sono iniziate le manifestazioni: ed erano manifestazioni razziste, con aggressioni alle donne indigene, sfregio della whipala (la bandiera dei popoli originari, Ndr). E’ stato il venire alla luce di un razzismo che per 13 anni era rimasto sotterraneo. E’ stato allora che abbiamo sentito il colpo di Stato; prima ancora che cadesse Evo, noi donne indigene il golpe già lo sentivamo nei nostri corpi: ci incontravamo nelle strade, ci guardavamo, e avevamo paura, paura della persecuzione.
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L'orientamento della sinistra davanti al problema del lavoro
di Sergio Farris
Relazione presentata al convegno organizzato dal Coordinamento della Sinistra di ValleTrompia il 15/02/2020
Prologo
Che il lavoro in Italia non possa essere considerato in situazione ottimale e che i lavoratori dipendenti non attraversino un periodo florido, quasi tutti sono disposti ad ammetterlo. I più avveduti riconoscono anche la tendenza in corso all'aggravamento della disuguaglianza e all'approfondimento della povertà assoluta e relativa.
Tutti i maggiori partiti si dichiarano favorevoli ad affrontare il tema del lavoro. Solitamente essi pongono l'incremento e la tutela dell'occupazione al primo posto nelle rispettive agende politiche. Specialmente quando le pagine dei giornali rendono conto delle ricorrenti crisi aziendali.
Vi sono tuttavia rimarchevoli differenze riguardo alle analisi e ai metodi con i quali l'argomento può essere focalizzato. Altrettanto vale per i mezzi politici da attivare al fine di raggiungere un elevato livello di occupazione e posti di lavoro di qualità.
Attualmente il tasso di disoccupazione ufficiale è di circa il 10%. Gli occupati assommano a circa 23 milioni. Il tasso di disoccupazione giovanile si avvicina al 30%. Va meglio a Brescia e in altre zone del Nord, territori in cui la disoccupazione è storicamente inferiore rispetto alla media nazionale. Comunque, quando si tratta del tasso di disoccupazione, va anche tenuto conto di fenomeni quali il part-time involontario, il diffusissimo precariato, il lavoro autonomo sotto forma di false partite Iva, eccetera. (Ufficialmente, gli autonomi regolari sarebbero 5 milioni 363 mila). E soprattutto, anche quando ci si riferisce agli occupati, andrebbe tenuto conto delle retribuzioni e della qualità delle prestazioni lavorative. (Si ha spesso a che fare con lavoro povero, soprattutto nel composito settore dei servizi).
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Ci saranno improvvise esplosioni, epidemie
di Luigi Grazioli
“J. G. Ballard è uno dei pochi scrittori di fiction del ventesimo secolo dall’immaginazione così singolare da aver ricevuto un suffisso in inglese: in -esque o -ian, come nel caso di “Kafkesque” e “Dickensian””, scrive Simon Reynolds nel saggio che accompagna la traduzione inedita della video intervista All that mattered was a sensation che il grande scrittore inglese ha concesso a Sandro Moiso nel 1992, ora pubblicata in un’edizione bilingue corredata da un apparato iconografico e da una bella introduzione dello stesso Moiso, a cura di Francesco D’Abbraccio e Andrea Facchetti, per le edizioni Krisis. “Per alcuni lettori Ballard ha saputo imporre il suo modo di vedere tra i nostri occhi e il mondo”, tanto che è impossibile non pensare alla sua opera di fronte a eventi catastrofici, esplosioni di violenza, sesso traumatico, celebrità assassinate, comunità isolate che implodono, periferie degradate, grandi strutture stradali che sembrano ecosistemi autonomi ecc., che ritroviamo un po’ ovunque nella realtà degli ultimi decenni, dove le più cupe distopie del grande scrittore inglese, che apparivano solo estremizzazioni di aspetti appena accennati della società a lui (tra il 1960 e il 2000), sembrano essersi puntualmente realizzate, talvolta andando persino oltre la sua immaginazione.
Reynolds, riprendendo e commentando alcuni spunti dell’intervista, districa e ricollega in una fitta maglia questi caratteri tra di loro e, in modo illuminante, ad aspetti della società e della cultura inglese fino ai nostri giorni, dalla politica alle nuove consuetudini, dall’urbanistica alla musica, con una scrittura tanto chiara quanto acuta.
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Vincolo esterno, classi dirigenti e cultura politica
di Lorenzo Mesini
Nell’anno 1900, mentre era impegnato a tracciare un bilancio dello Stato unitario italiano dopo i suoi primi decenni di vita, Antonio Labriola si poneva la seguente domanda: «Quante garanzie di Stato moderno offre ora l’Italia in quanto a mantenere un posto di utile ed efficace concorrente nella gara internazionale? […] La vecchia nazione italiana componendosi a Stato moderno di quanto si è trovata adattabile e di quanto si è trovata difettiva di fronte alle condizioni della politica mondiale in genere?»[1]. Nel momento in cui scriveva, Labriola guardava all’esperienza politica, ormai conclusa, di Francesco Crispi e al suo tentativo, fondato su presupposti inadeguati, di collocare l’Italia nel concerto delle grandi potenze europee[2]. Il ‘prosaico quesito’ posto da Labriola sulla soglia del Novecento non ha perso la sua pregnanza per chiunque si interessi alle sorti dell’Italia di oggi. Quale posizione e ruolo può ricoprire il Paese sulla scena politica europea e mondiale? Come declinare la sua azione entro i rapporti di forza e le dinamiche che caratterizzano la scena globale?
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Macché crisi di governo, è solo normalizzazione…
di Dante Barontini
La crisi infinita della politichetta italiana sta collassando. Non esiste più alcuna differenza apprezzabile tra i vari “schieramenti politici”. L’unica novità sta nell’annullamento di quanto resta della “alternativa” malamente rappresentata per un decennio dai Cinque Stelle.Pura normalizzazione, insomma, condotta per via di logoramento quotidiano.
I due attori principali, per il momento, sono gli stessi che da un quinquennio dominano la scena mediatica: “i due Matteo”. Come in un serial ormai stanco e ripetitivo…
Che un governo possa cadere per via di una cosa poco chiara ai più, come la “prescrizione”, è indicativo del fatto che i veri giochi si stanno facendo su tutt’altro. E che ad aprire la crisi sia il gruppo di interesse – nessuno riuscirebbe a prendere sul serio “Itala viva” come “partito” – che meno di tutti ha la possibilità di trarre vantaggio da eventuali elezioni anticipate, la dice lunga sul ruolo di “killer su commissione” affidato a Renzi & co.
La prescrizione
Togliamo di mezzo questo tema, fonte solo di confusione. In qualsiasi paese di “democrazia liberale” – che è cominciata ad esistere affermando l’habeas corpus, ossia il diritto ad essere processati restando uomini liberi fino alla condanna (con tante e non sempre ovvie eccezioni) – il sistema giuridico deve tenere insieme due esigenze opposte: perseguire chi commette un reato, violando le leggi, e farlo in un processo che abbia “tempi ragionevoli”. Un’ottima panoramica è offerta, una volta tanto, dal Corriere della Sera.
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Dalla Grecia alla Spagna: non alzare la testa, non alzare i salari
di coniarerivolta
Puntuale come le sciagure, cieca e premonitrice come Tiresia, è arrivata l’ammonizione della Banca Centrale Spagnola al neo insediato governo progressista di Spagna. Il nuovo esecutivo una settimana fa, circa, ha varato l’aumento del salario minimo e si appresta, nelle intenzioni, a modificare almeno in parte le contro-misure del lavoro varate dai precedenti governi dopo la drammatica crisi che ha coinvolto la Spagna e l’Europa intera. Noi stessi abbiamo appena fatto in tempo a sottolineare l’ostilità istituzionale nel quale l’esecutivo rosso-viola si sarebbe trovato ad agire, che la prima intimidazione è giunta.
Preservare innanzitutto la competitività delle merci nazionali, dice il governatore del Banco de España, che tradotto significa tenere i salari bassi. Se già l’approvazione dell’aumento del salario minimo avrebbe già rischiato di far scattare la molla dell’inflazione, è la messa in discussione delle riforme liberiste del mercato del lavoro che preoccupa il Governatore Pablo Hernández de Cos. Egli ha così voluto mettere in guardia l’esecutivo dal tornare a una contrattazione centralizzata e di settore, abbandonando la contrattazione aziendale introdotta dal precedente governo di centro destra. C’era da aspettarselo, ma crediamo sia giusto spiegare la logica di questo intervento, perché esso rivela quale sia il modello di crescita che ispira tutte le politiche europee e, in generale, quale sia il modello di “cooperazione” tra gli Stati e di relazioni sociali al loro interno. E questa logica ha almeno due facce che meritano di essere indagate: quella che guarda alla strategia di crescita e quella che guarda all’idea di distribuzione del reddito. Proviamo a muoverci in un circuito in cui, partendo dai rilievi della Banca Centrale Spagnola, passeremo per la crescita dell’economia, la distribuzione del reddito e torneremo alle parole del Gobernador.
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Antimperialismo e internazionalismo
Riflessione teorica e iniziativa militante nel libro “Liberare i popoli”
di Luca Cangemi
Il lettore giunto alle ultime pagine del volume dispone senza dubbio di elementi sufficienti per apprezzare, negli scritti di Fosco Giannini dedicati alle questioni internazionali, il valore di una riflessione teorica e dell’iniziativa militante che vi è indissolubilmente connessa.
Con eguale nettezza emerge la forte personalità dell’autore e la sua passione politica. Personalità e passione che lo portarono, anni fa, a levarsi in Parlamento, sfidando l’isolamento anche nelle file della sinistra, per denunciare un mistificante servizio della televisione di Stato sulla Rivoluzione d’Ottobre. E il grande spartiacque dell’assalto bolscevico al cielo ritorna con forza, come stella polare, teorica e politica in ogni scritto di Giannini. E giustamente.
La centralità della dimensione internazionale, il carattere in qualche modo sovradeterminante di essa nell’azione politica quotidiana, sono caratteristiche specifiche del movimento comunista nato dalla rottura rivoluzionaria in Russia. Giusto cent’anni fa (e l’anniversario avrebbe meritato da parte degli storici ben altro impegno di quello finora espresso) nasceva, con il Komintern, il primo esempio di movimento politico, compiutamente e intenzionalmente, globale. In un periodo in cui l’orizzonte di larga parte dell’umanità era ancora limitato angustamente, l’Internazionale Comunista forgia migliaia di uomini e di donne che hanno come campo d’intervento il mondo.
Ce lo raccontano, meglio di complesse analisi storiche, le biografie di questi militanti e queste militanti.
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Chi sono i veri antisemiti?
Nicola Carella intervista Ronnie Barkan*
Le accuse infamanti di antisemitismo a chi critica Israele, il razzismo della destra, le contraddizioni della sinistra, il Piano Trump per la Palestina. Ce ne parla un dissidente israeliano
Ronnie Barkan è un dissidente israeliano e un attivista della campagna per i diritti del popolo palestinese Bds e dei movimenti contro le politiche di colonialismo, occupazione militare e apartheid del governo israeliano. Attualmente vive a Berlino dove, insieme ad altri due attivisti, sta sostenendo un processo per aver definito pubblicamente le politiche di Israele «crimini contro l’umanità».
* * * *
Ronnie, per inquadrare innanzitutto il tuo attivismo, quali sono a grandi linee gli obiettivi politici che ti spingono ad agire in un contesto come quello tedesco in generale e berlinese in particolare?
Credo che il nostro ruolo di attivisti debba essere volto superare le ingiustizie sistemiche e affermare i diritti o i valori per i quali crediamo valga la pena lottare. In secondo luogo, come individuo, sono anche nato in un contesto specifico, in cui i miei diritti e i miei privilegi mi vengono consegnati e garantiti a spese degli «altri». Tutto ciò che riguarda la creazione del progetto sionista in Palestina ruota attorno a questa semplice nozione: i privilegi per un gruppo etnico sono a spese di tutti gli altri, specialmente se gli altri sono gli indigeni di quella terra. Chiunque pensi che lo Stato di Israele sia stato istituito per qualsiasi altro scopo è quantomeno poco informato sulla questione. Esattamente per come qualsiasi persona bianca consapevole dell’apartheid in Sudafrica o durante la schiavitù in Nord America, il mio parlare e agire per l’abolizione del sionismo è qualcosa di naturale, è il risultato diretto e più ovvio dell’essere nato in quel sistema di oppressione.
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Hobbes e la Teologia Politica
di Sergio Crescenzi
Nelle Lezioni sulla Storia della Filosofia, John Rawls, per introdurre la sua interpretazione di Hobbes, dice:
«Lascerò da parte alcune cose, e spiegherò perché. La prima cosa che ignorerò sono gli assunti teologici di Hobbes. Hobbes spesso si esprime come un credente cristiano, e non metto in dubbio né nego che in un certo senso lo fosse, sebbene quando si legge il suo lavoro si capisce perché ci sia stato chi lo ha negato. O ad ogni modo ci si è chiesti come potesse affermare ciò che affermava e allo stesso tempo essere credente, in un qualche senso ortodosso dell’espressione. Perciò intendo lasciare da parte questi assunti teologici ortodossi e assumerò che nel libro ci sia un sistema politico e morale secolare. Questo sistema politico e morale secolare è completamente intelligibile per quel che concerne la sua struttura teorica e il contenuto dei suoi principi anche quando tali assunti teologici vengono messi da parte. In altre parole, non abbiamo bisogno di tenere conto di questi assunti teologici per capire come sia fatto il sistema secolare. Anzi, è proprio perché, o almeno in parte perché possiamo lasciare da parte questi assunti che la sua dottrina rappresentò un affronto all’ortodossia del tempo. Nel pensiero ortodosso, la religione dovrebbe giocare un ruolo essenziale nella comprensione del sistema di idee politico e morale. Se non è così, allora questo già di per sé è un problema. La religione, il pensiero ortodosso, non giocava alcun ruolo essenziale nella visione di Hobbes. Perciò credo che tutte le nozioni usate da Hobbes, come ad esempio la nozione di diritto naturale, di legge naturale, di stato di natura, e così via, possono essere definite e spiegate indipendentemente da qualsiasi retroterra teologico.
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«Herr Vogt»: una battaglia di Marx poco nota (e quasi sempre fraintesa)
di Eros Barone
Lo stesso Vogt afferma che il suo proposito... era quello di chiarire «lo sviluppo del suo personale atteggiamento nei confronti di questa cricca» (Marx e compagnia). Abbastanza curiosamente, egli descrive solamente conflitti che non ha mai vissuto e vive solo conflitti che non ha mai descritto. È quindi necessario porre a confronto le sue panzane con un pezzo di storia reale.
Karl Marx, Herr Vogt. 1
Oltre al suo talento di oratore, Kossuth possiede anche quello altrettanto grande di saper starsene in silenzio appena l’uditorio dà chiari segni di insofferenza... Al pari del sole, conosce perfettamente l’arte di eclissarsi. In una sua recente lettera a Garibaldi ha dimostrato di saper essere coerente con se stesso almeno una volta nella vita: in essa ammonisce Garibaldi a non attaccare Roma, per non offendere l’imperatore dei francesi, «l’unico sostegno per le nazionalità oppresse».
Karl Marx, Herr Vogt. 2
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Il signor Vogt: chi era costui?
Nella primavera del 1859 vide la luce, nel mondo di lingua tedesca, uno scritto intitolato Studi sulla situazione attuale dell’Europa, nel quale si sosteneva il punto di vista del partito bonapartista in politica estera. Questo scritto recava la firma di Carl Vogt, rappresentante della sinistra nell’Assemblea nazionale di Francoforte durante il cruciale periodo 1848-1849, esule in Svizzera dopo gli anni rivoluzionari e professore di scienze naturali a Ginevra. 3 Nello stesso anno apparve a Londra un volantino anonimo che denunciava le mene di Vogt per creare consenso intorno alla figura di Napoleone III e alla sua politica europea che proprio in quel periodo compiva un salto di qualità con l’appoggio francese all’unificazione italiana.
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La pandemia del tardo capitalismo
di Luca De Crescenzo
Secondo i dati più recenti dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms), a livello globale quasi un decesso su cinque è dovuto a una malattia infettiva. Che diventa un decesso su due se si considera solo la metà del mondo più povera. Si tratta di malattie per lo più curabili – polmoniti, bronchiti, dissenterie. E spesso orribili. Quelle che non uccidono debilitano, invalidano e possono trascinarsi in lunghe paralizzanti agonie (cercate su google «elefantiasi» per capire di cosa stiamo parlando). Molte fanno parte delle cosiddette «malattie tropicali dimenticate». «Tropicali», anche se si concentrano dall’equatore in giù dove vive la maggior parte dei poveri del mondo. «Dimenticate», perché notoriamente dei poveri è facile disinteressarsi. Forse sarebbe più appropriato chiamarle «malattie banali poco lucrative». Al momento colpiscono più di un miliardo di persone, con danni che dalla salute arrivano all’economia, tornando nuovamente alla salute, in una classica trappola del sottosviluppo.
Di fronte a questi dati il clamore mediatico per il Coronavirus – con le poche centinaia di vittime a fronte dello straordinario dispendio di risorse ed energie che sta mobilitando – sembra ipocrita quanto ridicole appaiono le scene di panico che ne derivano. Ma non c’è alcuna contraddizione. Il panico porta all’estremo il timore di finire in quelle stesse condizioni di morte e malattia lontane ma presenti, da cui proviamo a proteggerci con muri che si rivelano inutili di fronte a un morbo invisibile. E che in realtà spesso sono già a casa nostra. Un anno fa ha fatto scandalo la notizia di un’epidemia di tifo a Los Angeles, una malattia «medievale» nel pieno della California, lo Stato più ricco del Paese più ricco del mondo, in cui però si registra un record di senzatetto.
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Il declino della politica e l'inizio di un'altra storia
di Domenico Accorinti
Ritengo che, se partissimo dalla citazione di Giuseppe Mila della Costituzione statunitense: “Ogni qualvolta una qualsiasi forma di governo tende a negare questi fini, il popolo ha diritto di mutarla o abolirla e di istituire un nuovo governo fondato su tali principi e di organizzarne i poteri nella forma che sembri al popolo meglio atta a procurare la sua Sicurezza e la sua Felicità”; e dall’affermazione di Giuseppe Ladetto secondo cui: “L’intera sinistra da anni è in crisi in Europa, anzi in tutto il mondo. Sarebbe il caso di partire da questa constatazione per cercare di risalirne alle cause”, tralasciando ogni altra considerazione di natura strettamente contingente legata a semplici valutazioni opportunità politica, sarebbe possibile evitare di lasciarsi trascinare da queste ultime su di un terreno impervio che non ci consentirebbe un esame razionalmente approfondito della questione.
Sia la citazione di Mila sia l’affermazione di Ladetto contengono una parte di verità che però, per consentirci di andare oltre le miserie della politica quotidiana e cercare di centrare in profondità il problema che sta alla base del declino qualitativo delle classi politiche occidentali, non solo italiane, e conseguentemente dei Paesi da queste governati, ci impongono di scavare senza pregiudizi nelle visioni filosofiche che, ormai da 250 anni, in occidente ci portano, magari anche solo implicitamente, il che non è certo un’attenuante, anzi, ad affermare senz’ombra di dubbio la persistenza della bontà della corrente visione della natura hominum, concetto che ha portato all’attuale senso di ineluttabilità dell’uomo “a una dimensione”, quella economica.
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Sul nuovo libro di Thomas Piketty
di Franco Lissa
Questo “libro-mattone” è importantissimo, perché pone al centro dell’attenzione, e in modi non propagandistici ma scientificamente documentati, la questione-spia delle crescenti ineguaglianze che la mondializzazione sta solidificando. Come ricorda Franco Lissa in questa sua puntuale presentazione: ” L’1% più ricco della popolazione si è appropriato del 27% della crescita mentre il 50% dei più poveri ha avuto una crescita del 12%. Le classi medie e popolari dei paesi ricchi hanno subìto una perdita importante del loro benessere economico, il che, come vedremo, ha provocato dei cambiamenti significativi anche a livello di rappresentanza politica”. Sulla proposta del “socialismo partecipativo” avanzata da Piketty a me restano – non avendo sgombrato la lezione di Marx dalla mia mente – molti dubbi. Ma discutiamone. [E. A.]
Il primo atteggiamento che il lettore deve assumere di fronte alle 1200 pagine dell’ultimo libro di Thomas Piketty (Capital et Idéologie, ed. Seuil, 2019, di cui si attende la traduzione in italiano) è la fiducia nell’autore. Esso fa seguito alle 950 pagine del libro precedente (Le capital au XXI° siècle, ed. Seuil, 2013), e nonostante l’imponente dimensione, è un libro di lettura gradevole anche per un non economista di formazione, ma che sia interessato alle scienze umane, economia ovviamente, con una competenza statistica anche non specialistica, storia economica, pensiero politico, scienze sociali. Thomas Piketty è directeur d’étude alla École des hautes études en science sociales e professore all’ École d’économie di Parigi, ma collabora anche con la London School of Economics ed il Massachusetts Institute of Technology.
E’ un seguito del libro precedente, dicevo, che ha decretato il successo planetario del suo autore anche al di fuori dell’ambito universitario, un libro che è stato tradotto in 40 lingue e venduto in più di 2,5 milioni di copie. Ma in qualche misura ne è anche un superamento. Si basa, come il precedente, sulla base statistica del progetto World Inequality Database (http://WID.world), cui collaborano più di 100 ricercatori di più di 80 paesi in tutto i continenti, ma da esso si diparte in varie direzioni.
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