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Chi sono e cosa vogliono gli "amici del popolo"?
di Sebastiano Isaia
Sempre i demagoghi seminano su un terreno già arato.
M. Horkheimer, T. W. Adorno.
Il povero biascica le parole per saziarsi di esse.
Egli attende dal loro spirito oggettivo il valido
nutrimento che la società gli rifiuta; e fa la voce
grossa, arrotondando la bocca che non ha nulla
da mordere.
T. W. Adorno.
«Gli italiani hanno bisogno come il pane
dell’uomo che “si affaccia dal balcone”»
(I. Montanelli). O dal Blog.
Dietro all’uno vale uno di solito si nasconde il Super Uno.
1. Populismo: è la categoria politica oggi più citata – e il più delle volte abusivamente – nel dibattito politico degli ultimi dieci anni.
In realtà, già con l’avvento del berlusconismo, agli inizi degli anni Novanta del secolo scorso, si iniziò a scomodare quella definizione; allora però più che di “popolo” si straparlava di “società civile”, una mitica entità antropologicamente orientata al bene da contrapporre alla corrotta e incivile casta politica.
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Il mito della crescita attraverso il libero scambio
di Patrick Kaczmarczyk
Il sito di analisi politica ed economica Makroskop, curato da Heiner Flassbeck e Paul Steinhardt, passa al vaglio in questo documentato articolo il mito neoliberista secondo cui il libero mercato sarebbe sinonimo di crescita e benessere per tutti, mentre il protezionismo foriero di povertà e disastri. Giungendo alla conclusione che un’analisi senza pregiudizi della storia economica degli ultimi due secoli permette di affermare l’opposto: il libero mercato non porta affatto vantaggi a tutti e un certo protezionismo può giovare allo sviluppo economico di un paese, come risulta in particolare se si esamina il periodo precedente alla Prima guerra mondiale, proprio quello solitamente usato come prova a sostegno delle tesi neoliberiste
Il protezionismo conduce alla guerra e alla stagnazione, il libero scambio inevitabilmente alla crescita. Questa storiella è un paradosso neoliberista da prima del 1913. Vale la pena dare un’occhiata più attenta alla storia.
Da quando Donald Trump è diventato presidente, ha cominciato a circolare la paura del protezionismo. Eminenti economisti attraverso i mass media ci mettono in guardia all’unisono contro le sventure che il protezionismo avrebbe già apportato all’umanità.
A questo proposito sempre più spesso si traccia un confronto con il periodo precedente alla prima guerra mondiale, che in letteratura notoriamente segna la fine della prima era della globalizzazione. Gabriel Felbermayr, dirigente dell’IFO – Institut für Wirtschaftsforschung (Istituto per la ricerca economica) di Monaco – sezione commercio estero, vede la fine della globalizzazione in arrivo già prima delle elezioni americane in novembre e fa risalire al crescente protezionismo la catastrofe della prima guerra mondiale (1914 – 1918) (vedi qui). Il messaggio è chiaro: appena limitiamo in qualche modo il libero scambio, questo ci porta al disastro economico.
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Potenzialità e limiti del reddito di base
Risposte al questionario di Etica & Politica
Giovanna Vertova
Dipartimento di Scienze Aziendali, Economiche e Metodi Quantitativi
Università di Bergamo
giovanna.vertova@unibg.i
Quesito 1.
In Italia, nonostante l’assenza di misure universali di sostegno al reddito abbia per molti anni tenuto fuori il paese dal dibattito europeo, ultimamente si sono moltiplicate iniziative regionali (per esempio il reddito di dignita pugliese o il reddito di autonomia piemontese) o amministrative, proposte di legge (quella del Movimento 5 Stelle e quella di SEL, per esempio), iniziative popolari. Anche il ministro Poletti ha recentemente annunciato l’introduzione di un “reddito di inclusione” a livello nazionale. In molti casi la discussione ha riguardato dispositivi molto distanti, nell’impianto e nella filosofia, dal reddito di base incondizionato, presentando caratteri di familismo ed eccessiva condizionalità.. In Svizzera, invece, si è recentemente svolto un referendum per l’introduzione di un reddito di base incondizionato su scala nazionale. A cosa è dovuto, a suo parere, il ritardo italiano - ammesso e non concesso che di “ritardo” effettivamente si tratti? Come e possibile tradurre politicamente un dibattito teorico che dura ormai da decenni?
Trovo abbastanza bizzarro che la prima domanda di un dibattito sul reddito di base (RdB) non riguardi la validità della proposta, quanto il ritardo nella discussione teorica e nella pratica politica italiana.
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Può questa Europa essere pro-Labour?
di Pasquale Tridico
Partiamo dalla Costituzione Italiana
La costituzione Italiana è una costituzione molto progressista, pro-labour, una delle più progressiste in Europa, orientata al lavoro, alla protezione dell’impiego, all’iniziativa pubblica, alla costruzione di un welfare state, alla rimozione degli ostacoli economici e sociali per la realizzazione di una una democrazia sociale oltre che verso un notevole progresso civile.
I trattati di Roma del 1957 non intaccarono questa costruzione sociale e democratica, ed anche se perfino questo punto è controverso, c’è un grande consenso tra gli studiosi verso questa posizione.
Ciò che invece sembra in contrasto con quanto la nostra Costituzione asserisce sono le regole dettate dal Trattato di Maastricht e dai successivi trattati, sottoscritti durante la crisi, che restringono ancor di più i margini dello Stato per realizzare quanto la nostra costituzione afferma. Non è mia intenzione in questa sede dimostrare da un punto di vista giuridico incostituzionalità formale del trattato di Maastricht rispetto alla nostra costituzione. Ciò che invece metto in discussione è la sostanza delle due costruzioni istituzionali, e la contraddizione tra gli obiettivi dell’una e dell’altra: le aspirazioni sociali, democratiche e progressiste della nostra costituzione sono fortemente limitate dal trattato di Maastricht.
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Titanic Italia
di Renato Caputo
La difesa di un modo di produzione sempre più irrazionale porta necessariamente alla riduzione dei diritti umani, alla guerra tra poveri, fomentata da un pensiero unico dominante sempre più distopico
Dopo anni di retorica sulla necessità di difendere ed esportare, sino a riabilitare la guerra di aggressione, i diritti umani in tutto il mondo, finiamo con il dover constatare di esserne rimasti carenti. Non solo per la palese violazione dei diritti umani a causa della loro imposizione con la violenza della guerra, spesso condotta con i metodi terroristici dei bombardamenti sulla popolazione civile; non solo per le devastanti conseguenze delle guerre, che hanno favorito l’affermazione di forze che li violano in modo ancora più aperto, ma per aver trascurato l’esigenza prioritaria di farli rispettare al nostro interno.
A denunciarlo non è qualche incorreggibile disfattista comunista, ma la recentissima relazione della Commissione dei diritti umani dell’Onu emessa sull’Italia, a verifica del rispetto del “Patto dei diritti civili e politici” ratificato dal nostro paese. Non si tratta, purtroppo, di una pur grave trascuratezza, considerato che il rapporto è giunto con ben sei anni di ritardo a causa della reticenza del nostro Stato a consegnare all’organismo internazionale le informazioni indispensabile per redigerlo.
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Il rovescio della libertà
Tramonto del neoliberalismo e disagio della civiltà
Massimo De Carolis
Nella storiografia economica si è diffuso da tempo il vezzo di designare i tre decenni successivi alla seconda guerra mondiale con l’espressione les trente glorieuses: una formula coniata in origine per il miracolo francese del secondo Dopoguerra, che col tempo è stata progressivamente estesa all’intero mondo occidentale. Per chi sia abituato a privilegiare, nella storia, la dimensione strettamente politica, l’attribuzione disinvolta di un titolo così onorifico può forse destare qualche perplessità, pensando alle tensioni generate in quegli anni dalla guerra fredda, dalla minaccia nucleare o dall’asprezza dei conflitti ideologici e sociali. Se ci si concentra però sui soli parametri economici, è difficile negare che l’economia di mercato abbia messo a segno, in quei decenni, un risultato a dir poco straordinario. La crescita è stata consistente e ininterrotta, il tenore di vita della stragrande maggioranza della popolazione occidentale è considerevolmente migliorato e le disuguaglianze sociali si sono ridotte in modo significativo.
Al confronto, la fase storica successiva offre, a uno sguardo retrospettivo, uno spettacolo decisamente meno incoraggiante. Quelli che si succedono, a partire dagli anni Ottanta, sono anni senza gloria, afflitti da crisi continue, da effimeri entusiasmi e grandi delusioni, destinati a sfociare in una crisi di lunga durata e nella drastica esplosione delle disuguaglianze.
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Soft Machine 2.0
L’operaio sociale e l’uso capitalistico delle macchine
di Franco Carlucci
1.
Viviamo in un mondo di macchine, interfacciati ad esse da quando apriamo gli occhi la mattina a quando li richiudiamo la sera. Tanto da non capire più bene se sia la macchina un prolungamento dell’agire umano o, viceversa, siano gli esseri umani appendici funzionali al libero dispiegamento della potenza macchinica. Il mondo delle macchine sembra diventato l’habitat naturale per l’homo tecnicus come la savana per il leone. La nostra nuova natura è quella di interagire con la macchina normalmente, al di fuori dell’eccezionalità e dello stupore che assaliva gli uomini alle prese con i primi marchingegni, poche generazioni fa.
È l’innovazione tecnologica che ci ha portato a questo, il tumultuoso progresso scientifico e la sua puntuale applicazione tecnica. Da quando James Watt perfezionò la macchina a vapore, agli albori della rivoluzione industriale, i capitalisti hanno sempre dato centralità all’investimento nell’innovazione tecnologica che permettesse di produrre di più, meglio, in maniera più veloce e diversificata. Quindi lo sviluppo capitalista è accompagnato dalla produzione di macchine sempre più sofisticate. Questo sviluppo tecnico si è sempre presentato come oggettivo e sinonimo di “bene comune” e la macchina è stata qualificata come neutrale, come frutto di un’evoluzione naturale della storia dell’umanità, come se la proprietà privata capitalistica di quella stessa macchina fosse elemento secondario e incidentale.
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Nadia Urbinati su populismo e totalitarismo
di Alessandro Visalli
Un articolo su L’Espresso in cui Nadia Urbinati risponde a due precedenti articoli di McCormick e di Del Savio e Mameli, che riprendono le posizioni di Laclau riflettendo sul Machiavelli dei “Discorsi sulla prima decade di Tito Livio”
Per la politologa italiana “populismo” è un concetto impreciso, che nella pratica politica è usato per descrivere cose diverse, come dice sia forme di mobilitazione e partecipazione spontanee (ad esempio il movimento dei forconi di qualche anno fa, o in modo più significativo Occupy Wall Street o gli Indignados) sia partiti organizzati nel gioco politico parlamentare (es. il Fronte Nazionale di Le Pen).
Fin qui direi che si sottolinea l’ovvio.
Ma subito dopo propone gli steccati ideali nei quali far passare il discrimine:
- se essere “solidaristico e inclusivo”, come dicono alcuni, o “discriminatorio e insofferente verso i diritti individuali e le minoranze”, come altri. Il primo criterio è dunque inquadrabile in termini di teoria politica nel dibattito tra posizioni liberali e comunitarie o repubblicane.
- Il secondo è su un’altra rubrica, se “mette a rischio le democrazie costituite”o se il populismo, al contrario, “inaugura nuove possibilità per la democrazia”. Dunque qui sarebbe in gioco la meccanica della formazione della volontà tra istituti “costituiti” e “nuove possibilità”.
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Polanyi, Hayek e le aporie del reddito di cittadinanza
di Riccardo Evangelista
1. Introduzione
Mentre in Italia la discussione è ancora in divenire, dal gennaio 2017 la Finlandia ha iniziato la sperimentazione del reddito di cittadinanza, fissato per l’occasione a 560 euro mensili. Da un primo sguardo emergono modalità di attuazione piuttosto singolari, se non stravaganti: sono stati infatti sorteggiati 2000 cittadini tra i 25 e i 63 anni, che riceveranno l’assegno indipendentemente dal salario ma in alternativa al sussidio di disoccupazione. Lo scopo, a detta del governo presieduto dal centrista Juha Sipilä, è di valutare le conseguenze dell’erogazione monetaria, percepita dai riceventi come sicura, sulla propensione ad accettare un lavoro. I risultati saranno resi noti solo nel 2019, momento in cui verrà deciso se continuare, modificare o interrompere l’esperimento.
Nel frattempo che il caso finlandese dispieghi i suoi effetti, emerge l’opportunità di alcune considerazioni il più possibile generali, troppo spesso trascurate in favore di analisi empiriche talvolta col fiato corto. Nonostante le modalità specifiche di attuazione siano ovviamente rilevanti per un giudizio non parziale, così come le questioni finanziarie sulla sostenibilità delle erogazioni, lo scopo del presente contributo è diverso: verrà proposta una breve riflessione teorica che provi ad indagare i presupposti fondamentali del reddito di cittadinanza nell’ambito delle scelte complessive di politica economica. Per farlo si proverà a interrogare due autori che la questione del reddito di cittadinanza se la sono già posta, arrivando a giudizi molto diversi ma comunque estremamente interessanti.
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Stakanovismo e controriforme nel capitalismo neoliberista
di Paolo Massucci*
Il potere di condizionamento dei messaggi ideologici nella presente fase del capitalismo
In una edificante serata del popolare festival di San Remo di quest’anno abbiamo avuto il piacere di assistere alla presentazione di una “nuova” figura nel panorama ideologico neoliberista: quella dello Stachanov nostrano. Si tratta di un impiegato pubblico modello, il quale, in quarant’anni di lavoro, non ha fatto neppure un giorno di malattia ed inoltre ha accumulato ben 239 giorni di ferie non godute. Ci si potrebbe chiedere -se fosse cosa seria- se la ricerca medica stia studiando il caso, per scoprire i segreti della “salute miracolosa”. Invece, riguardo ai 239 giorni di ferie non godute -se fosse vero-, saremmo curiosi di sentire anche il parere della moglie, se mai ne avesse.
E’ notizia di questi stessi giorni che Boeri, presidente dell’INPS, il quale si è distinto per il tentativo -ad oggi fallito- di sacrificare la pensione di reversibilità per i superstiti, intenderebbe intensificare i controlli medico-fiscali per i dipendenti pubblici assenti per malattia. E, con l’occasione, richiederebbe di aumentare, da quattro a sette, le ore giornaliere di reperibilità per le visite di controllo del medico fiscale per i dipendenti in malattia del settore privato, uniformando così la durata della reperibilità dei dipendenti privati a quella dei dipendenti pubblici. Per questi ultimi infatti detta durata era già stata portata da quattro a sette ore dal ministro Brunetta del governo Berlusconi.
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La questione nazionale e il compito del proletariato italiano
Michele G. Basso
In una recente intervista alla Gabbia, Toni Negri ha definito le nazioni “cose barbare, cose tribali”. Potremmo notare, ispirandoci a un famosa battuta di Marx al tempo della Prima Internazionale, che Negri non sta parlando in esperanto, ma in una delle lingue delle barbare nazioni, l’italiano, e che, inoltre, tramite altre barbare lingue nazionali (inglese, francese, tedesco…) è riuscito a raggiungere una cultura di tutto rispetto. Dice che gli Stati Uniti si credevano imperiali e hanno perso il controllo della globalizzazione. Si tratta di posizioni abbastanza diverse da quelle sostenute in “Impero”, il libro scritto con Michael Hardt. Là affermavano: “La storia delle guerre imperialiste, interimperialiste e antimperialiste è finita. La storia si è conclusa con il trionfo della pace. In realtà, siamo entrati nell’era dei conflitti interni e minori. Ogni guerra imperiale è una guerra civile: un’operazione di polizia – da Los Angeles a Granada (forse s’intendeva Grenada), da Mogadiscio a “Sarajevo”…(1)
Il libro fu ultimato poco prima della guerra in Kossovo, ma la concezione dell’Impero fu subito smentita dalla storia, perché le guerre in Jugoslavia, in Afghanistan e in Iraq non erano certo operazioni di polizia. Chi ha visto le foto di bambini deformi di Falluja, a causa dell’uranio impoverito, inevitabilmente pensa ad Hiroshima. Più in là, Hardt e Negri scrivevano: “Nello spazio liscio dell’Impero non c’è un luogo del potere – il potere è, a un tempo, ovunque e in nessun luogo. L’Impero è un’utopia, un non-luogo”.
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Immaginazione strategica e partito
di Josep Maria Antentas
Pubblichiamo questa lunga e stimolante riflessione sulla forma partito di Josep Maria Antentas, professore di sociologia alla Università autonoma di Barcelona (UAB) e membro del Consiglio consultivo della rivista "Viento Sur", dell'area politica Anticapitalistas interna a Podemos. L'articolo è uscito sull'ultimo numero della rivista, che potete consultare qui
1. Partito-movimento. Dopo decenni di crisi delle forze politiche della sinistra e di rifugio nei movimenti sociali, l’attuale rinascita della battaglia politico-elettorale e di nuovi strumenti politici si dà sotto il segno della necessità di ripensare e di rinnovare la nozione stessa di partito. Frutto di un lungo arretramento della sinistra politica dalla fine degli anni Settanta in poi, la (diseguale) crisi dei partiti è stata di contenuto (programma), di forma (organizzazione) e di pratica. In sintesi una crisi di progetto, di senso e di strategia. L’eterno risorgere della “questione del partito” nasconde precisamente una discussione più ampia sulla strategia politica, la natura della lotta e la relazione tra il politico e il sociale.
La nozione di partito-movimento riassume bene la vocazione di intraprendere un rinnovamento movimentista del partito, con una certa analogia con il concetto del sindacalismo movimentista (social movement unionism) sviluppato nel mondo anglosassone rispetto ai sindacati. Utilizzato in ambito accademico da Kitschelt (2006) per riferirsi ai partiti antiautoritari e verdi emersi negli anni Ottanta in vari Paesi europei, il termine può essere formulato in un senso più ampio.
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Il nemico interno
di Alexik

“Ritenuta la straordinaria necessità ed urgenza di introdurre strumenti volti a rafforzare la sicurezza delle città e la vivibilità dei territori e di promuovere interventi volti al mantenimento del decoro urbano” …
È particolarmente istruttivo soffermarsi sul testo del Decreto Minniti in materia di ‘Sicurezza delle città’ mentre scorrono in sottofondo le immagini degli espianti degli uliveti di Melendugno, per l’avvio dei cantieri del “Trans Adriatic Pipeline”.
E’ illuminante come alcune centinaia di dipendenti del Ministero dell’Interno si siano fatti interpreti, con la semplicità e l’immediatezza propria della comunicazione non verbale dei manganelli, del contenuto profondo dei concetti enunciati dal Decreto, quali “sicurezza”, “vivibilità dei territori”, “decoro”, “benessere delle comunità territoriali”, e della loro articolazione pratica nell’ambito delle politiche di governo.
Le cariche sui sindaci, inoltre, raffigurano plasticamente cosa si intenda per ‘collaborazione interistituzionale per la promozione della sicurezza’, qualora i primi cittadini non vogliano ridurre il proprio ruolo a meri persecutori di mendicanti e poveracci in genere, ma pretendano (temerari!) di rappresentare i bisogni e i desideri della gente che li ha eletti.
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Europa, 60 mal portati
di Carlo Clericetti
C'è chi con l'età diventa più saggio e tollerante, e chi invece sempre più acido, rigido e pretenzioso, rischiando di divenire inviso anche a chi gli voleva bene. Se l'Europa fosse una persona ricadrebbe in questo secondo caso. L'immagine di popoli che si legavano sempre più tra loro in nome della pace e di una maggiore prosperità e aiutavano chi era più indietro a migliorare la sua condizione man mano è diventata quella in cui alla solidarietà si è sostituita la competizione, alla pari dignità l'egemonia di qualcuno su tutti gli altri, all'aiuto a chi è in difficoltà l'imposizione di penitenze, secondo torti e ragioni stabiliti dalla logica del più forte.
Le radici di una costruzione disastrosa
Non ci si può stupire che questo sia accaduto. Questa trasformazione risponde esattamente all'evoluzione ideologico-culturale che negli ultimi quarant'anni ha investito quasi tutto il mondo. Prima degli anni '80 anche i liberali (per lo meno, la maggior parte di loro) avevano una visione per cui una più equa distribuzione della ricchezza era opportuna per il buon funzionamento della società e lo Stato non era visto solo come una macchina inefficiente e dissipatrice di risorse che il settore privato avrebbe impiegato meglio. Non dimentichiamo che William Beveridge, il barone britannico considerato il fondatore del moderno welfare, era appunto un liberale, come lo era John Maynard Keynes.
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Introduzione a Per la Critica dell'Economia Politica
di Stefano Garroni
Nel primo §. (Individui autonomi. Idee del XVIII secolo), l’argomento di Marx è facilmente riassumibile. L’economia politica ha come oggetto la produzione materiale, la quale è svolta da individui, che lavorano in certe condizioni sociali; è naturale, dunque, (nel senso di “è ovvio”, “va da sé”) che il discorso dell’economia politica prenda le mosse dagli individui, che operano in condizioni socialmente determinate. E’ pur vero che nel Settecento si è andato imponendo un altro modo di procedere, ovvero, si è ritenuto di poter iniziare il discorso dell’economia politica a partire dall’individuo isolato, dal Robinson Crusoe (il personaggio dell’omonimo romanzo settecentesco di Daniel De Foe). ma si tratta di un’illusione dell’epoca (la robinsonata), la quale consegue, per un verso, dal tentativo di legittimare l’individualismo, proprio dell’economia borghese; per un altro, dalla cecità di chi non comprende come anche l’individuo isolato sia possibile, solo, perché esiste una certa maniera di organizzare la società, che appunto esprime se stessa attraverso individui isolati.
Questo è, di primo acchito, il discorso che Marx fa. E’ vero, tuttavia, che guardando le cose più a fondo -per così dire con uno sguardo più sospettoso e scaltrito -, la faccenda si rivela più complessa.
Il fatto stesso che Marx ponga il tema del ‘punto di partenza’ (Ausgangspunkt) significa, implicitamente, richiamare Hegel, il quale aveva iniziato, ad es., la sua Scienza della logica (Wisenschaft der Logik) proprio affrontando la questione dell’Ausgangspunkt. Ed Hegel è richiamato anche nel proseguo.
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André Gorz, “Metamorfosi del lavoro”
di Alessandro Visalli
Il libro del filosofo Andrè Gorz, che ci ha lasciato nel 2007 essendo nato nello stesso anno in cui Mauss dava alle stampe il suo “Saggio sul dono” e Gyorgy Lukacs il suo saggio sulla “reificazione”, che abbiamo riletto attraverso Honneth, è del 1988. Siamo nell’anno precedente al crollo dell’impero sovietico ed alla svolta che in tutto l’occidente e nel mondo ne consegue; l’internazionalizzazione del capitale non ha ancora avuto l’accelerazione che prenderà per tutti gli anni novanta e duemila, fino al necessario esito del 2007, ma il testo in qualche modo la prevede.
Gorz, anzi, ne vede una delle cause di fondo, la profonda trasformazione delle ragioni del lavoro nel modo di produzione del capitalismo avanzato, e propone una soluzione organica: una nuova direzione utopica alla quale tendere.
Bruno Trentin, nel suo “La città del lavoro”, scritto tra il 1994 ed il 1997, quando da due anni è uscita l’edizione italiana del saggio (1992), descrive a pag 34 la proposta di Gorz nel contesto del suo richiamo alla “democrazia dei consigli” (di fabbrica), ovvero di quel mutamento dell’asse rivendicativo del sindacato, che cerca di andare oltre la tradizione “meramente distributiva e compensativa degli effetti più devastanti dell’uso unilaterale e autoritario di un’organizzazione del lavoro di per se stessa oppressiva e alienante”.
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Il reddito di base oltre l'algoritmo digitale
di Benedetto Vecchi
Un’automobile senza autista. Droni che consegnano pacchi acquistati in Rete. Software che scrivono articoli per giornali o che compilano rapporti in base a una mole di dati elaborati in tempo reale. Sono solo alcuni esempi di una nuova ondata di automazione di alcuni lavori o attività prerogativa fino a una manciata di anni fa degli umani. Per raggiungere l’obiettivo di una nuova generazione di macchine che svolga attività cognitive le imprese e i governi, in particolare quelli di Stati Uniti, Cina, Regno Unito e Germania, investono centinaia di milioni di euro all’anno. Google, ad esempio, ha destinato alla produzione di automobili senza autista qualcosa come trenta milioni di euro nel 2014 solo per il software, arrivando a mettere su strada un prototipo che consente di percorrere alcune delle high way più trafficate della California senza nessun incidente. Il futuro del pianeta vede quindi il lavoro come una “risorsa scarsa” prerogativa di un numero limitato di persone molto qualificate, mentre la maggioranza della popolazione sopravvive con lavoretti, salari al di sotto della soglia di povertà e economia di sussistenza.
Un pianeta dove la distopia dello scrittore di fantascienza Herbert George Wells, narrata ne La macchina del tempo, continua a disturbare il sonno di chi vede nella “società digitale” una nuova Gerusalemme.
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Una spiritualità laica per salvarci dalle insidie del Minotauro
di Silvano Tagliagambe
Un invito alla lettura del nuovo libro di Paolo Bartolini "Desiderio illuminato e spiritualità laica. La radice cristiana per una fede non dogmatica"
Abitare il "tra": questo è il principio epistemologico ed etico che mi accomuna al denso e interessante libro di Paolo Bartolini. La radice cristiana per una fede non dogmatica, la cui ricerca è alla base del Desiderio illuminato dell'autore di esplorare i possibili percorsi di confronto con la Spiritualità laica. Desiderio che fa i conti, innanzi tutto, con l'imprescindibile esigenza di ripensare il nostro universo culturale per renderlo disponibile ad accogliere ciò che di vitale e positivo può provenirci da fuori.
Ed è qui che emerge tutto l'enorme potenziale di conoscenze e azione insito nel concetto di spazio intermedio, di cui troviamo un'espressione diretta nel Vangelo quando Gesù dice «Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro» (Mt. 18,20), passo nel quale quel "in mezzo a loro" può essere tradotto anche con "tra loro", appunto.
Ma è soprattutto nel pensiero-linguaggio cinese, come osserva il filosofo Francois Jullien, il quale consacra da anni la sua vita al confronto con questa cultura, che si ha una valorizzazione di questo tipo di spazio:
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Un percorso nell'essere in comune
Marxisti antimoderni
di Marco Iannucci*
Presentiamo la prima parte di un saggio di Marco Iannucci, amico di Jacques Camatte e traduttore italiano di alcuni suoi scritti. Il testo integrale è stato da noi pubblicato ed è disponibile nella serie «I libri del Covile» a: www.ilcovile.it e anche su Sinistrainrete qui. In calce un carteggio tra autore e redazione
Svolgo alcune considerazioni a mo’ di premessa
E' fonte ogni volta di stupore per me constatare quanto poco si parli di «capitale». I canali attraverso i quali viene formata l’opinione pubblica, a cominciare da quelli che operano nei paesi dell’occidente industrializzato, non forniscono praticamente mai degli strumenti per interpretare il mondo contemporaneo alla luce della posizione dominante occupata dal capitale. Eppure non è difficile constatare che i fenomeni che determinano in modo decisivo la forma di vita dell’umanità attuale, in quanto forma di vita sociale, sono fenomeni del capitale.
Accade così che negli stessi mezzi di informazione di massa venga data ogni giorno la massima evidenza ad argomenti come: crisi finanziaria e uscita dalla crisi, recessione o espansione, prodotto interno lordo che cala o, finalmente, cresce («la crescita!»), domanda interna ed estera che ristagna o aumenta, aziende che chiudono o aprono o si fondono, andamenti degli indici delle varie Borse, prezzo del petrolio greggio e quotazione dell’oro, cambio Euro-Dollaro, aste dei titoli di stato, spread tra gli interessi sulle emissioni di uno stato rispetto a un altro, deficit di bilancio, debito pubblico e rischio di default di questo o quello stato, tasse e politiche fiscali, decisioni del Fondo Monetario Internazionale, della Banca Mondiale, della Federal Reserve, della Banca Centrale Europea, dei ministri delle finanze e cosi via ... ma del capitale no, di quello non si parla.
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Michèa, “Il vicolo cieco dell’economia”
di Alessandro Visalli
Questo libro di Michèa reca come sottotitolo “sull’impossibilità di sorpassare a sinistra il capitalismo”, e rappresenta un tentativo di sviluppare una critica che vada alle radici del capitalismo stesso. Michéa, in circa 100 pagine, produce una serrata ricostruzione sulla stessa linea de “I misteri della sinistra”, volta a mettere in luce la profonda integrazione della sinistra con il liberalismo, che a volte dice di combattere, e di questo con il razionalismo occidentale e l’illuminismo.
Nulla di particolarmente nuovo, dunque.
L’orgogliosa tesi, così come nel libro letto precedentemente, ma di ben 11 anni successivo, è che il socialismo ben inteso si differenzia dal movimento politico liberale “di sinistra”, in modo diretto ed esplicito. Come dirà nel 2013, il movimento socialista non è, e non è mai stato “di sinistra”. L’alleanza contro il tradizionalismo reazionario, cementata nel 1800, è oggi da superare, per il filosofo francese, perché la modernità contemporanea ha ormai da tempo passato il segno dopo il quale lo sradicare ed il mobilitare diventa distruttivo. Il ruolo progressista del capitalismo (contro la reazione) è, insomma, venuto meno.
Il capitalismo esprime infatti una pulsione all’acritica esaltazione dell’efficienza e della competitività individuale, ad esso connaturata, ovvero del progresso come mobilitazione costante dei potenziali (ma, più, profondamente della iscrizione come potenziale nello sviluppo quantitativo di ogni dimensione di vita, concepita come “risorsa”), che è profondamente problematico per l’ispirazione del socialismo (che come dice la parola stessa, parte all’opposto dal fatto della vita sociale).
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Antropocene, capitalismo fossile, capitalismo verde, eco-socialismo. Dov’è l’uscita?
di Michael Löwy
Recensione di Ian Angus, Facing the Anthropocene. Fossil Capitalism and the Crisis of the Earth System, New York, Monthly Review Press, 2016 e Richard Smith, Green Capitalism. The God that Failed, World Economics Association Book Series, vol. 5, 2016.
Negli Stati Uniti, le pubblicazioni di ecologia critica si rivolgono a un pubblico in crescita, come testimonia il successo dell’ultimo libro di Naomi Klein (This Changes Everything). All’interno di questo campo si sviluppa anche, e sempre di più, una riflessione ecosocialista di ispirazione marxista alla quale si iscrivono i due autori qui recensiti.
Uno dei promotori attivi di questa corrente di pensiero è la Monthly Review, insieme alla sua casa editrice. È quest’ultima a pubblicare il libro importante, e assai attuale, sull’Antropocene di Ian Angus, ecosocialista canadese e editore della rivista on line Climate and Capitalism. Si tratta di un libro salutato con entusiasmo tanto da scienziati come Jan Zalasiewicz o Will Steffen – tra i principali promotori dei lavori sull’Antropocene – quanto da ricercatori marxisti come Mike Davis e Bellamy Foster (1), o da ecologisti di sinistra come Derek Wall dei Verdi inglesi.
A partire dai lavori del chimico Paul Crutzen – premio Nobel per le scoperte sul buco dell’ozono -, del geofisico Will Steffen ed altri, la conclusione che siamo entrati in una nuova era geologica distinta dall’Olocene comincia a essere largamente ammessa. Il termine “Antropocene” è il più utilizzato per designare questa nuova epoca, che si caratterizza per i profondi cambiamenti nel sistema-terra risultanti dall’attività umana.
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Sul presunto donmilanismo
Ovvero perché Mastrocola dovrebbe studiare di più la storia della scuola italiana
di Vanessa Roghi
Vale la pena di prenderlo sul serio l’articolo uscito oggi sul Domenicale del «Sole 24 Ore», quello di Paola Mastrocola sul “donmilanismo”.
Vale la pena anche se la prima reazione sarebbe quella di liquidarlo con un post su facebook, ecco la solita storia, un altro articolo a favore dell’appello dei 600, la grammatica è di destra o di sinistra?, l’italiano non lo parla più nessuno, si stava meglio quando si stava peggio e via dicendo. Ma non si può. Perché in questo ennesimo articolo pubblicato dal Domenicale su quello che Mastrocola definisce “donmilanismo” si gioca in un certo senso il futuro della scuola pubblica, poiché è attraverso la costruzione di un discorso pubblico condiviso sulla scuola che si elaborano le ideologie, si pensano le leggi, si immaginano e si scrivono le riforme. Anche a partire dalla storia specifica della pubblica istruzione in questo paese e dal senso che oggi attribuiamo ad essa. L’invenzione di una tradizione democratica e di sinistra “contro la grammatica” di cui don Milani sarebbe stato l’ispiratore, Tullio De Mauro l’interprete e le maestre delle scuole elementari (intrise di un altro male gravissimo, il “rodarismo”) il braccio armato, è un’operazione culturale molto precisa che ha la sua genealogia e come tale va letta. Qui riassumerò alcuni passaggi.
Andiamo per ordine.
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L’Europa compie sessant’anni: facciamole la festa
di Alessandro Somma
Mentre si celebrano i sessant’anni del Trattato di Roma che avviò l’avventura europea occorre chiedersi se l’Europa, divenuta un Superstato di polizia economica, sia riformabile dall’interno, come sostiene ad esempio Varoufakis. Oppure se – in assenza di conflitto sociale e di un ceto politico disponibile alla disobbedienza istituzionale – sia necessario tornare alla dimensione nazionale per poter ripensare poi l’Unione come costruzione resistente al progetto neoliberale
Ancora scioccati per l’esito del referendum sulla Brexit, lo scorso settembre i Capi di Stato e di governo dell’Unione europea si sono riuniti a Bratislava per discutere di come recuperare la fiducia dei cittadini scossi da “paure riguardo a migrazione, terrorismo e insicurezza economica e sociale”[1]. Le paure del primo tipo hanno ricevuto un’attenzione particolare, sfociata nell’impegno solenne a evitare “i flussi incontrollati dello scorso anno” e a “ridurre ulteriormente il numero dei migranti irregolari”. Si è subito istituita una guardia costiera europea per contrastare con la forza l’arrivo dei migranti, e deciso di collaborare con i governi più o meno autoritari dei Paesi di provenienza o di transito per impedire le partenze. Il tutto ripreso in occasione di altri vertici, convocati per rafforzare la volontà di rispettare gli accordi con il despota di Ankara e di intensificare i rapporti con Al-Sarraj, Presidente del traballante governo libico di unità nazionale[2].
Anche la volontà di rilanciare la costruzione europea come baluardo per la sicurezza interna ed esterna dei cittadini è stata declinata in modo concreto: si intensificheranno i controlli antiterrorismo e si amplierà la cooperazione in materia di difesa.
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Guerra alla guerra: Brecht e Fortini
di Donatello Santarone
I saw the charred Iraqi lean
towards me from bomb-blasted screen,
his windscreen wiper like a pen
ready to write down thoughts for men,
his wind screen wiper like a quill
he’s reaching for to make his will.1
Sono le prime tre strofe di 92 del poemetto di 184 versi in tetrapodie giambiche2 a rima baciata A Cold Coming – Un freddo venire, del poeta britannico Tony Harrison. Nato nel 1937 a Leeds, città industriale dello Yorkshire, da una famiglia della working class (il padre era fornaio), studia i classici greci e latini presso l’Università di Leeds e si immerge nella grande tradizione letteraria inglese (da Blake a Shelley, da Keats a Yeats). Dopo aver molto viaggiato (insegna per un periodo in Nigeria e in Cecoslovacchia, visita Cuba, Mozambico, Leningrado, passa diversi periodi di lavoro negli Stati Uniti), oggi vive a Newcastle. Con Ted Hughes e Seamus Heaney, Harrison è uno dei massimi poeti britannici del secondo dopoguerra (una selezione di sue poesie edite nel 1984 dalla Penguin vendette più di mezzo milione di copie, un record per un libro di poesie).
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Lo spettro del governo tecnico
di Renato Caputo
Di fronte al fallimento del populismo renziano i poteri forti spingono per un governo tecnico, necessario per consentire al paese di essere fra gli stati guida in un’Europa a due velocità
I poteri forti europei, dinanzi alle intemperanze populiste di Renzi – che lo hanno portato a cavalcare demagogicamente la contrarietà, ormai generalizzata nei ceti popolari, alle misure liberiste imposte dalla Ue – sembrano ormai decisi a puntare su un nuovo cavallo. Gentiloni, anche per le sue origini aristocratiche, ha abbandonato le riserve renziane a seguire senza ritrosie le politiche di austerity imposte dalla troika. Anche perché, coperto a sinistra dai fuoriusciti del Pd, che gli hanno giurato fedeltà, e a destra da Berlusconi, gli unici rischi reali li corre a causa della volontà di Renzi di andare al più presto alle urne, prima che i poteri forti e gli elettori dei ceti medio-bassi lo abbandonino.
Tale ipotesi è però considerata troppo rischiosa dai poteri forti italiani ed europei per il rischio di un ulteriore avanzamento di forze ancora più populiste come quelle grilline e, dunque, preferiscono puntare, con Schäuble in prima fila, sull’affidabilità del governo Gentiloni, che sembra incarnare quel governo sostanzialmente tecnico, invocato da “The Economist” nel momento in cui si comprese che il plebiscito chiesto da Renzi il 4 dicembre non avrebbe avuto successo. Tanto più che a una soluzione “tecnica” dell’attuale crisi politica ha detto di puntare lo stesso “grande” vecchio che trama per ritessere le fila di un nuovo centrosinistra, dal momento che D’Alema ha auspicato una compagine governativa che abbia il governo Ciampi come punto di riferimento.
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