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L’Impero senza abiti nuovi: Putin a San Pietroburgo e il mondo che non si inchina
di Mario Petri* e Maxim Ospovat
C’è un momento preciso in cui la storia cambia passo. Non sempre è annunciato dai cannoni. A volte arriva nel silenzio climatizzato di una sala congressi affacciata sulla Neva, dove tremila delegati di cento paesi ascoltano un uomo che parla con la calma tagliente di chi sa di aver già vinto l’argomento principale, anche se non ha ancora vinto la guerra. Quel momento è stato il 5 giugno 2026, San Pietroburgo, Forum Economico Internazionale. Eravamo lì. E questo è ciò che abbiamo visto.
C’è un paradosso che la fiaba di Andersen aveva già descritto due secoli fa: il momento più pericoloso per un impero non è quando i sudditi si ribellano, ma quando smettono semplicemente di fingere di vedere gli abiti che non ci sono — e quel momento, a San Pietroburgo il 5 giugno 2026, era già arrivato.
“Il vecchio mondo sta finendo. Il nuovo non è ancora nato. E in questo interregno emergono i mostri.” — Antonio Gramsci
L’Occidente collettivo — quella costruzione ideologica che tiene insieme Washington, Bruxelles e una serie di capitali satelliti — ha un problema esistenziale che nessun servizio di comunicazione strategica riesce più a mascherare: si comporta come un impero ma ha smesso di essere convincente. Impone sanzioni che colpiscono se stesso quanto il nemico designato. Finanzia guerre che non riesce a vincere. Predica l’ordine internazionale basato sulle regole mentre le viola sistematicamente quando gli conviene. E intanto il mondo, ostinatamente, continua a girare senza chiedere il permesso a Bruxelles.
Allo SPIEF 2026, questa contraddizione era palpabile come l’aria di giugno sulla Neva. Non perché qualcuno l’abbia urlata dai microfoni. Ma perché la sola presenza in sala — ministri africani, banchieri asiatici, imprenditori del Golfo, il vicepresidente cinese Han Zheng, la presidente della Tanzania, il presidente uzbeko — era di per sé una risposta. Non ci si isola da soli con venti mila persone in sala.
Immaginate di costruire un martello per piantare chiodi nelle case degli altri, e di scoprire un giorno che quel martello è diventato abbastanza pesante da rompervi i piedi: è pressappoco ciò che sta accadendo all’architettura finanziaria e statistica che l’Occidente ha eretto nel dopoguerra per misurare — e governare — l’economia globale.
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A che punto sono?
di Giacomo Rotoli
Uscito in Francia nel 2022 Où en sont-elles? è una delle ultime fatiche di Emmanuel Todd antropologo francese di fama internazionale. Precede La sconfitta dell’Occidente libro successivo che ha avuto grande eco in Italia, mentre il primo non è stato tradotto e se ne è parlato molto poco salvo una breve intervista su magazine D di Repubblica del 2022 con un commento di Ida Dominijanni [1] e oltre a qualche altro breve commento alla stessa intervista si trova ben poco in rete.
Il titolo si potrebbe tradurre con A che punto sono? Un titolo un po’ criptico ma non nuovo per il nostro autore che ha scritto anche Où en sommes nou? (A che punto siamo?) nel 2017. Il sottotitolo chiarisce: Uno schizzo della storia delle donne (Une esquisse sur l’histoire des femmes), ma non è affatto uno sketch o uno schizzo, è un libro quasi monumentale, complesso, ricco di ipotesi, dati, grafici (purtroppo non sempre ottimi nell’edizione che ho recuperato io, ma nemmeno nel link alla casa editrice la qualità non è eccezionale). Quasi come una premessa al libro successivo l’autore conclude con delle considerazioni sulla traiettoria del mondo attuale ovvero alla separazione tra un oriente fabbrica del mondo e un occidente sempre più teso ai servizi con un’analisi delle ragioni, che lui da buon antropologo individua nelle strutture familiari, e conseguenze di questa dicotomia. Questo è il messaggio centrale a mio avviso anche se Todd si occupa di moltissime cose di cui io qui non scriverò per ragioni di spazio e coerenza (ad esempio c’è un capitolo intero dedicato agli aborigeni australiani, uno alla Svezia come società prototipo di un femminismo avanzato, uno sulle differenze tra cattolicesimo e protestantesimo che poi si riverberano in ben tre capitoli sulle minoranze omosessuali e transessuali; su quest’ultimo argomento, quello che Todd a volte definisce “cattolicesimo zombie”, forse scriverò un altro articolo).
Una premessa per capire Todd va fatta: egli opera una divisione netta interna all’occidente (qualcuno un po’ maligno potrebbe pensare che sia perché è francese) tra quello che secondo lui è il “vero” occidente, ossia Francia, Scandinavia e mondo anglosassone e il resto ovvero Germania, Europa orientale e meridionale.
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“Sequencing" e disperazione strategica
di Salvatore Minolfi
Non sappiamo ancora (e dubito che lo sapremo a breve) se sia o meno fondata la notizia messa in circolazione da Larry Johnson e Pepe Escobar, secondo i quali il presidente iraniano, Mahmud Pezeshkian, avrebbe incaricato il primo ministro pakistano, Shehbaz Sharif (mediatore nella crisi), di mettere in guardia gli Stati Uniti circa l’intenzione iraniana di reagire a un’eventuale ripresa della guerra di aggressione israelo-americana, con l’esplosione dimostrativa di un ordigno nucleare in un’area desertica del paese.
Certo, sarebbe una svolta e segnerebbe, con ogni probabilità, l’inizio di un processo di proliferazione orizzontale.
Ma che sia vero o meno, un’epoca della storia del moderno Medio Oriente si è comunque già chiusa, con la messa in onda, in mondovisione, dello spettacolo dei sopraggiunti limiti del potere americano e della sostanziale impotenza del “Central Command”, la creatura istituita nel 1983 e alla cui ombra si è svolto l’ultimo quarantennio della storia della regione (una vicenda che ho sinteticamente ricostruito un paio di anni fa (https://fuoricollana.it/il-martello-di-maslow/) .
Con sei anni di anticipo rispetto alla fine della guerra fredda (1989), quel nuovo comando strategico doveva offrire, su scala locale, un’anticipazione di cosa sarebbe stato un mondo unipolare. Considerati i quarant’anni di inferno che ne sono derivati, possiamo ben dire che la sua missione è stata portata a termine con una certa completezza.
Tuttavia, a determinare la sconfitta politica della mastodontica struttura strategica non sono stati i militari, né tanto meno il “Guappo di cartone” (https://fuoricollana.it/the-donald-o-guappo-e-cartone/) che, grazie al suo patologico narcisismo, è diventato il presidente più manipolabile dell’intera storia americana.
La recente sconfitta in Medio Oriente è il prodotto di un processo involutivo molto più complesso. Essa chiama in causa in primo luogo l’avventatezza strategica che sta imperversando nel sovraffollato mondo dei “defense intellectuals”, figure tipicamente americane che – partendo dall’accademia e dall’universo quasi infinito dei Think Tanks – hanno prosperato per otto decenni, consigliando i leaders governativi e militari in materia di sicurezza nazionale, fornendo loro analisi e teorie che condizionavano il momento decisionale, in modalità per lo più indifferenti al processo di legittimazione democratica delle scelte.
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L’inganno del Mercosur: la regia dei fondi USA dietro il trattato
di Francesco Cappello
Da BlackRock a Vanguard, ecco come i giganti della finanza globale vorrebbero controllare contemporaneamente chimica, agrobusiness e Big Pharma, stringendo l’Europa in una morsa commerciale e sanitaria. Pesticidi vietati esportati in Sudamerica e carne a basso costo sulle nostre tavole. Il business a tre stadi dei fondi d’investimento che Bruxelles tenta di imporre aggirando i giudici europei
Se proviamo a sollevare il velo di propaganda che avvolge il Trattato Mercosur, ci accorgiamo che non siamo di fronte a un accordo di cooperazione, ma a un gigantesco meccanismo di sottomissione economica. Si tratta di un patto di stampo neo-coloniale fondato sullo scambio ineguale. Da una parte l’Europa, disperatamente a caccia di mercati per piazzare le sue automobili e i suoi prodotti chimici; dall’altra i colossi del Sudamerica, pronti a invadere i nostri mercati con prodotti agricoli e produzioni animali di bassa qualità a basso costo. Dietro questa facciata commerciale si nasconde un’architettura finanziaria spietata, che mette a rischio la nostra salute, l’ambiente e la sopravvivenza stessa delle nostre aziende e campagne.
I direttori d’orchestra: il filo rosso dei grandi fondi d’investimento
La prima grande insidia, la più profonda e invisibile ai non addetti ai lavori, riguarda i veri registi di questa operazione. Non sono semplicemente gli Stati a volere questo trattato, e nemmeno le singole multinazionali. Il vero trait d’union è rappresentato dai grandi fondi di investimento internazionali, colossi finanziari globali come BlackRock, Vanguard e State Street. Questi giganti della finanza non siedono da una sola parte del tavolo: controllano contemporaneamente le quote azionarie sia delle multinazionali europee che di quelle sudamericane.
Si tratta di un circuito chiuso perfetto. Gli stessi fondi che possiedono pacchetti azionari decisivi in aziende chimiche, farmaceutiche e automobilistiche europee sono anche i principali azionisti dei colossi dell’agrobusiness oltreoceano. Per questi registi globali, il trattato Mercosur è il capolavoro definitivo: permette di massimizzare i profitti da entrambi i lati del pianeta, abbattendo le barriere doganali e costringendo i cittadini a pagare il prezzo sociale e ambientale di questa enorme operazione di speculazione.
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La vera costituzione è la mistificazione
di comidad
Non c’è nulla di strano nel fatto che un papa colga l’occasione dell’avvento dell’intelligenza artificiale per riproporre la consueta retorica sulla centralità dell’uomo. Non c’è da stupirsi se i preti usano ogni opportunità per dire messa e pronunciare omelie; il problema semmai riguarda quelli che si arruolano come chierichetti. Meno spiegabile è infatti che tanti “laici” si mettano in cordata con l’enciclica papale per offrire un contributo, anche in chiave critica, per un nuovo umanesimo. Non si tratta soltanto di mantenere un realistico scetticismo sull’effettivo potenziale critico della Chiesa cattolica nei confronti dell’establishment di cui è parte integrante; il problema sarebbe soprattutto di capire se sia serio voler ancora affidare all’umanesimo le prospettive di sopravvivenza e di benessere dell’umanità. Il punto è che per sostituire le classi dirigenti e le opinioni pubbliche, non c’era bisogno dell’arrivo dell’intelligenza artificiale; bastava un distributore automatico o una fotocopiatrice, che probabilmente avrebbero fatto persino di meglio. Nessuna vicenda sfugge al copione preconfezionato, tanto che lo stesso pubblico in sala conosce già le battute e interagisce con la commedia che si recita sul palcoscenico.
A proposito di pessimismo antropologico, un personaggio come Adriano Sofri è un esempio da manuale. La circostanza di essere stato vittima di un abuso giudiziario, non ha affatto nobilitato Sofri; al contrario, egli ha trovato la sua personale via di salvezza nel diventare dispensatore di paralogismi per conto dell’establishment che lo aveva incastrato. Nel caso della grazia concessa da Mattarella a Nicole Minetti, l’espediente retorico più banale era quello di ricorrere all’episodio dell’adultera del vangelo di Giovanni; e infatti Sofri lo ha usato.
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Perché la Cina e il Grande Sud ci stanno salvando da una crisi mondiale
di Pino Arlacchi
Avvistato dalle fonti più autorevoli, il fantasma di un greggio a 150 dollari al barile si aggira nei corridoi delle borse occidentali. Se i modelli predittivi delle maggiori compagnie petrolifere e delle banche di investimento dovessero materializzarsi, lo shock energetico indotto dal blocco prolungato dello Stretto di Hormuz – in cui transita ogni giorno circa un quinto del fabbisogno mondiale di petrolio – rischierebbe di infliggere il colpo di grazia a un’economia atlantica già strutturalmente fragile.
Nella logica del secolo passato, un simile scenario assumerebbe un solo significato: una recessione globale profonda, immediata e inevitabile. Ma la logica del XXI secolo è cambiata. Se la fiammata energetica non si tradurrà nel collasso economico del pianeta, non sarà per merito delle manovre della Federal Reserve o di tardivi accordi diplomatici in Medioriente. Sarà perché, per la prima volta nella storia contemporanea, esiste un subsistema economico alternativo e parallelo a quello occidentale, dominato dall’economia reale e dallo Stato regista dello sviluppo (il cosiddetto Developmental State). Questo insieme è guidato dall'asse tra la Cina e il Grande Sud, ed è capace di agire da possente ammortizzatore universale.
Non è facile comprendere questa svolta epocale, e se sono in grado di delinearne caratteri e dinamiche lo devo al fatto di non essere accecato dall’illusione eurocentrica e atlantista che affligge l’intera narrativa sulla crisi attuale che prevale in Occidente.
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Da Al-Dhafra a Sigonella: la rotta dei Triton
di Antonio Mazzeo
Il ruolo della stazione aeronavale siciliana di Sigonella si è rivelato cruciale sin dalle fasi calde che hanno preceduto l'attacco statunitense e israeliano. Da quel momento, i droni MQ-4C Triton della Marina USA hanno solcato quotidianamente i cieli dell'isola per dirigersi verso lo scacchiere mediorientale. Sviluppati dall'industria statunitense Northrop Grumman specificamente per la US Navy, questi velivoli senza pilota operano in pianta stabile dal territorio catanese, trasformando la base di Sigonella in una vera e propria piattaforma di lancio per missioni di intelligence nel Mediterraneo. Quanti abitanti dell’isola sono a conoscenza della pericolosità di questa base? Quanti siciliani hanno consapevolezza del fatto che la Sicilia è un bersaglio militare?
* * * *
Inaspettatamente, domenica 10 maggio un grande drone MQ-4C “Triton” in dotazione alla Marina militare degli Stati Uniti d’America è atterrato a Sigonella proveniente dalla base aerea di Al Dhafra, Emirati Arabi Uniti, da dove operava da mesi a supporto dei bombardamenti USA e israeliani contro l’Iran.
Il velivolo senza pilota è giunto in Sicilia dopo aver attraversato il Mar Rosso e il Mediterraneo.
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La ragnatela militare e di intelligence allestita da Israele attorno all’Iran
di Giacomo Gabellini
Lo scorso dicembre Israele è diventato il primo Paese a riconoscere formalmente il Somaliland, una regione autonoma separatasi dalla Somalia decenni fa. Il Somaliland, nella Somalia nordoccidentale, è da tempo in conflitto con il governo di Mogadiscio, avendo dichiarato l’indipendenza nel 1991 mentre la Somalia sprofondava nella guerra civile e nel caos. Da allora, il Somaliland ha governato la maggior parte del territorio che rivendica senza ricevere il riconoscimento internazionale.
Il primo ministro Netanyahu ha dichiarato che Israele moltiplicherà gli sforzi per istituire una cooperazione immediata con il Somaliland in settori quali agricoltura, sanità, tecnologia ed economia. Si è inoltre si è congratulato con il presidente del Somaliland, Abdirahman Mohamed Abdullahi, elogiandone la leadership e invitandolo a visitare Israele.
Il premier israeliano ha affermato che la dichiarazione «rientra nello spirito degli Accordi di Abramo, firmati su iniziativa del presidente Trump» nel 2020 per normalizzare le relazioni diplomatiche di Israele con gli Emirati Arabi Uniti e il Bahrein, a cui si sono aggiunti successivamente altri Paesi.
Netanyahu, il ministro degli Esteri Saar e il presidente Abdullahi hanno firmato una dichiarazione congiunta di reciproco riconoscimento. Abdullahi ha dichiarato in una nota che il Somaliland avrebbe aderito agli Accordi di Abramo, definendoli un passo avanti verso la pace regionale e globale, e annunciato che il Somaliland si impegna a costruire partenariati, a rafforzare la prosperità reciproca e a promuovere la stabilità in Medio Oriente e Africa.
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Follie anglosassoni, saggezze russe
di Alberto Giovanni Biuso
Alcune forme di follia pervasive, clamorose eppure in gran parte disconosciute, attraversano la politica, la cultura, l’esistenza dell’occidente anglosassone e da qui si riverberano anche sull’Europa. La follia del transumanesimo che nelle menti e nei progetti ingegneristici di miliardari tecno-apocalittici come Peter Thiel prende la forma del superamento di ciò che costoro chiamano mortalismo, vale a dire la finitudine umana come di ogni altro ente. In un suo recente pellegrinaggio europeo (Parigi, Roma) dedicato all’avvento dell’Anticristo, Thiel ha definito l’inevitabilità del morire come una ideologia da respingere, condannare e superare, anche e specialmente attraverso lo sviluppo delle tecnologie digitali e delle cosiddette intelligenze artificiali. Anche in questo modo la tecnoteologia politica di Thiel si conferma un esempio, un caso, un’espressione del dominio di «Mammona, il Signore di questo mondo (oggi concretamente la tecno-finanza politico-digitale operata dall’Intelligenza Artificiale)» (Eugenio Mazzarella, Critica della ragione digitale, Castelvecchi, Roma 2026, pp. 94-95).
La follia del servilismo totale, inaudito e privo di ogni pur minima dignità che i decisori politici dell’Unione Europea mostrano nei confronti del padrone statunitense che li insulta, li umilia, li disprezza ma al quale continuano a leccare la mano. È del tutto palese che è nelle intenzioni e nell’interesse degli USA mantenere l’Europa nel suo stato di impotenza e dipendenza, nella divisione tra la sua parte occidentale e quella orientale e slava. È palese ma sembra anche invisibile.
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Suicidio o illusione infranta? Le disavventure dell’Europa e l’avvenire dell’internazionalismo*
di Valerio Romitelli
Che l’Europa si sia votata al suicidio è tema ricorrente in più saggi[1]. Ovvia condizione preliminare di ogni suicidio è però che a farlo sia qualcuno di effettivamente vivente. Mentre è proprio questo che qui mi preme contestare. Più che euroscettico potrei infatti venire classificato come eurocinico. Tra i cinici più noti non vi era infatti quel tal Diogene che andava in giro a cercare “l’uomo” rifiutando chiunque si presentasse come tale? Ebbene, se la comparazione è ammessa, a me viene da dubitare di chiunque si presenti come europeista! Mia convinzione è infatti che l’Europa politica, quella fatta da 27 Stati, l’Ue insomma, altro non sia che un’illusione. Un’illusione che come ogni illusione duratura ha effetti del tutto reali, ma non conformi alle intenzioni che la legittimano.
Il punto è, detto brutalmente, che la prima ad essere antieuropeista a me pare sia la stessa Europa, quale si è venuta edificando dal secondo dopoguerra: un’Europa dunque contraria, opposta, antagonista a ciò che è l’Europa in senso geografico. Certo va da sé che geopolitica e geografia non sempre coincidano, ma il caso in cui l’una sia incompatibile con l’altra rappresenta un vero paradosso. Ed è proprio questo il paradosso dell’Europa quale la abitiamo dai primi anni successivi alla fine della seconda guerra mondiale. Il guaio è che ci siamo talmente abituati a questo paradosso che oramai non ce ne rendiamo più neanche conto. L’illusione dentro cui così viviamo consiste nel ritenere Europa solo meno di 2/3 del “vecchio continente”, mentre il suo restante territorio corrispondente a più di 1/3 lo trattiamo come uno spazio non solo estraneo, ma addirittura ostile. Per molti abitanti della prima porzione d’Europa ovviamente non è così, ma nessuna protesta pare riuscire a convincere la maggioranza dei governi di questa porzione a desistere dalla loro sempre più forsennata russofobia. Sì perché oramai lo si sarà capito che ciò di cui sto parlando altro non è se non il fatto che quasi mezza Europa è Russia e che allo stesso tempo l’altra metà abbondante è obbligata a considerare questo fatto un inconveniente contro cui lottare. Fino anche a morte, fino anche armi in pugno!
Chi giustifica questo atteggiamento tanto illusorio quanto cieco ne fa risalire l’occasione scatenante al febbraio 2022 e all’invasione Russia dell’Ucraina.
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L’apocalisse del nostro tempo. Un corpo a corpo con la macchina
di Alfredo Gatto
Ho pensato a Vasily Rozanov leggendo l’ultimo libro di Simone Regazzoni, Platone nella Silicon Valley. Anima, corpo, Intelligenza Artificiale (Ponte alle Grazie, 2026). E non mi riferisco ovviamente al Rozanov antisemita, ma all’autore de L’apocalisse del nostro tempo. In questo testo, tradotto e pubblicato da Adelphi alla fine degli anni ’70, la percezione della crisi passa dalla progressiva rarefazione della carne: «L’Apocalisse tuona: Più carne […] Il mondo è smagrito, è infermo». Rozanov scrive queste righe nel 1918, ma i destinatari del suo messaggio non vanno cercati nella società russa travolta dalla tempesta rivoluzionaria. Forse i veri destinatari della sua richiesta di carne e materia siamo noi.
Ripartiamo allora da qui – dall’apocalisse del nostro tempo, dalla smaterializzazione del gesto pensante, da un’epoca storica in cui l’attrito del reale sembra allentarsi per fare spazio alla produzione, levigata e instancabile, di contenuti senza corpo. È a partire da questa prospettiva che vanno compresi la posta in gioco e lo sforzo messo in campo da Regazzoni. Non si tratta di lanciare l’ennesima condanna morale nei confronti della prepotenza del mondo costruito a immagine e somiglianza dell’AI – «È un bene? È un male? Semplicemente è ciò che accade: un processo irreversibile in corso» (p. 90) –, né di lamentarsi, da buoni umanisti, della perdita di autenticità che investe l’uomo contemporaneo. È un atteggiamento à la Byung-chul Han, giusto per capirci, privo di forza propulsiva: è una forma di decadentismo passatista che trasforma il ricordo dei bei tempi andati in un wishful thinking sterile e improduttivo. Tutto ciò non basta, e per una ragione molto semplice: siamo usciti dall’era della riproducibilità tecnica per entrare in quella che Regazzoni chiama l’era della generatività tecnica, un’epoca in cui «il pensiero, e più in generale la creatività, entra in uno spazio di indistinzione tra l’uomo e la macchina» (p. 28). È di questo che occorre parlare, perché è a partire da questa torsione che si sta ridefinendo la nostra specificità di esseri viventi.
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La macchina finanziaria che azzera le sovranità e trasforma la terra fisica in rendita finanziaria liquida e blindata
di Francesco Cappello
Il processo di privatizzazione, espropriazione e recinzione
Proviamo a smontare la narrazione della “scelta ecologica” o dello “sviluppo geopolitico” e osservare la struttura puramente matematica e contabile che muove i capitali speculativi occidentali dalla Palestina, all’Albania, all’Ucraina, alla Sardegna e altrove…
È in atto un algoritmo estrattivo e transazionale che non è un’astrazione teorica, ma un protocollo operativo standardizzato che si applica indifferentemente a una campagna coltivata espropriata in Sicilia, a un’area protetta nei Balcani esattamente come in Sardegna [*] o a una striscia di terra ridotta in macerie in Medioriente o a Cuba nell’immediato futuro… (vedi Albania. Una radicale transizione verso la privatizzazione della diplomazia e la corporatizzazione dei beni pubblici globali)
Questa macchina finanziaria agisce secondo precise fasi, coordinate per azzerare la sovranità statale e trasformare la terra fisica in rendita finanziaria liquida e blindata.
Il primo pilastro dell’algoritmo in atto è l’assoluta indifferenza del capitale rispetto all’oggetto dell’investimento. A monte della filiera non ci sono ecologisti, urbanisti o diplomatici, ma fondi di private equity, hedge fund e veicoli finanziari offshore (vedi nota [1]) esattamente come la Affinity Partners di J.Kushner e tutta la Trump family o i grandi conglomerati che gestiscono i portafogli delle multinazionali dell’energia. Questi attori non investono in “energia verde”, in “turismo di lusso” o in “piani di pace”, ma in differenziali di rendimento protetti da rischio sistemico.
Investire in differenziali di rendimento protetti da rischio sistemico significa andare a caccia di profitti altissimi e fuori mercato, avendo però la certezza matematica che, anche se l’economia mondiale dovesse colare a picco, quel guadagno è blindato da leggi speciali, incentivi pubblici e beni reali.
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Lo spettro della filosofia
di Salvatore Bravo
La filosofia come il comunismo è uno spettro che si aggira in Europa e nell’occidente. Il nostro è tempo di “spettri”, in cui il capitalismo lavora, affinché i nemici del capitale siano invisibili. Gli spettri sono temuti, verso di essi vi è repulsa e attrazione. La filosofia è uno degli spettri che inquieta il capitale, in quanto è critica sociale, definizione della verità, dialogo di senso e prassi trasformativa interiore e strutturale. La filosofia è panica presenza anche se invisibile, in quanto nel tempo dell’insensato e dunque del capitalismo pienamente realizzato mostra gli effetti sociali del nichilismo proprietario e narcisistico e del vuoto metafisico. Il sistema mediatico e culturale ufficiale è il servo fedele dei padroni e lavora per garantire al capitale l’eternità con la rimozione dall’orizzonte politico e culturale della natura umana veritativa e solidale da attualizzare nella storia e nelle storie. Il capitalismo ha condannato la filosofia a condizione di spettro, essa c’è, e la si esorcizza con l’iperspecialismo nelle Università, nelle Accademie e nei Licei. Dove la filosofia tace la storia degrada a semplice cronaca, in quanto la filosofia è lettura olistica e valutativa dei fatti per definire e indicare i fini oggettivi. Tutto è posto in opera pur di neutralizzare la verità e la metafisica e di sostituirla con la chiacchiera colta innocua per il sistema capitalistico, il quale trova spazio nelle istituzioni e nei salotti buoni. Si addomestica la natura umana e la si deforma con la chiacchiera e con l’edonismo decerebrato:
“La filosofia. Un tempo potevamo incontrarla, la filosofia, in qualche corso universitario o in qualche aula di liceo, in qualche libro circolante tra la gioventù istruita o in qualche pubblica discussione. Oggi non più. La cultura socialmente riconosciuta è o iperspecialismo arido o chiacchiera infondata. Ciò che nelle università si chiama filosofia è, nel migliore dei casi, ermeneutica di testi o citazione erudita di pensieri, senza più domanda e responsabilità del vero, senza più comprensione significante dell’orizzonte storico. Nei licei in disfacimento le prime discipline di cui è collassato l’insegnamento sono state la storia e la filosofia. Il fatto è che una società plasmata dalla dinamica autoreferenziale dell’economia del plusvalore tende a spegnere ogni forma di autocomprensione e di strutturazione di significati, perché soltanto un’esistenza priva di riflessione e significato può sottomettersi alle modalità di vita imposte dall’economia, altrimenti invivibili1”.
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Si scrive Colombia, si legge Israele (e Honduras)
di Marco Consolo
Si scrive Colombia, si legge Israele. Sui risultati elettorali colombiani si allunga l’ombra di Israele sul continente latino-americano e delle manovre per destabilizzare i governi progressisti.
Sullo sfondo appare lo scandalo internazionale del cosiddetto Hondurasgate [i] con le rivelazioni di 29 audio divulgati da una rete di giornalisti honduregni e da Diario Red, che coinvolgono i poteri forti del Paese centro-americano, Netanyahu e le lobby sioniste negli Stati Uniti e, naturalmente, la stessa Washington.
Ancora una volta, la realtà supera di gran lunga l’immaginazione. La trama è intricata e vale la pena dipanarne il filo.
In concreto, ambienti israeliani, con l’immancabile appoggio statunitense, preparano il terreno per il secondo mandato dell’ex presidente honduregno Juan Orlando Hernández, già condannato a 45 anni di carcere negli Stati Uniti per il traffico di 450 tonnellate di cocaina, non proprio bazzecole. Ma dopo qualche mese di carcere, il fiduciario israeliano Hernández viene graziato a sorpresa da Donald Trump, due giorni prima delle elezioni truccate dai brogli in Honduras, che riportano al governo la destra di Nasry Asfura, dello stesso Partido Nacional di Hernández [ii]. Le sue dichiarazioni sono una perla: «Oggi sono qui, con la mano di Dio che mi sostiene, con la speranza e la convinzione che ce la faremo. E oggi devo dirlo con grande chiarezza: sono stato vittima di una cospirazione della sinistra radicale, non solo dell’Honduras, ma anche di altri paesi, nonché di funzionari del governo Biden».
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Sionismo e Nazismo, brevi note
di Paolo Di Marco
Chi avesse per caso letto il libro di Tom Segev ‘Le septiéme million’* avrebbe notato che la nascita dello stato di Israele ha un percorso assai diverso dalla vulgata comune.
Gli ebrei tedeschi che i due comitati ebrei-uno in Germania e uno nella Palestina occupata- riscattano trattando con Eichmann sono assai riluttanti all’esilio; insistono che loro sono totalmente d’accordo con Hitler e tutte le sue politiche -l’unica cosa che non capiscono è perchè devono essere proprio loro la vittima sacrificale. La maggior parte rifiuta il trasferimento. E l’ esilio forzato della minoranza che parte è rancoroso anche nei confronti del socialismo primitivo dei kibbutzim del sionismo originario. Che dal canto loro ripagheranno gli yekkes chiamandoli saponi.
D’altronde, sempre per uscire dalla vulgata corrente, il nazismo allora non era affatto visto come quel mostro che oggi ci viene descritto, anzi, e godeva molte simpatie nelle aristocrazie sia blasonate come l’allora re d’Inghilterra Edoardo VIII (poi costretto alle dimissioni da Churchill) che aveva trattato con Ribbentrop la divisione del mondo dopo la guerra sia borghesi come i fratelli Dulles e Prescott Bush che gestivano negli USA i capitali di gerarchi e industriali tedeschi.
Le giustificazioni ideologico-morali della guerra sono mera propaganda favolistica costruita ex post.
E anche all’interno della Grande Germania la questione centrale è la gestione del potere, basata sulla stratificazione sociale: sotto la borghesia la piccola borghesia, sotto di questa la classe operaia divisa a strati: sopra gli operai tedeschi, sotto i cechi, sotto ancora polacchi….con un meccanismo di retribuzioni e condizioni tali che il nemico non era mai in alto, i padroni, ma quello più in basso che sgomitava per avere qualcosa di più -togliendolo a quello sopra
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Mearsheimer ad Atene: il realismo come ritorno della storia
di Giuseppe Gagliano
Quando la teoria torna a essere strumento del potere
John Mearsheimer riparte da una verità spesso dimenticata: nessuna politica estera nasce nel vuoto. Anche i governi che si dicono pragmatici, anche i leader che disprezzano gli intellettuali, anche le cancellerie che rivendicano il primato dei fatti, agiscono sempre dentro una visione del mondo. La chiamino dottrina, istinto, interesse nazionale o buon senso, resta una teoria. E una teoria sbagliata produce quasi sempre una politica sbagliata.
È qui che Mearsheimer colloca il fallimento strategico dell’Occidente dopo la guerra fredda. Gli Stati Uniti hanno creduto che l’espansione del mercato, l’allargamento delle istituzioni liberali e la diffusione della democrazia avrebbero addomesticato la competizione tra le grandi potenze. Hanno pensato che la Cina, arricchendosi, sarebbe diventata un attore responsabile; che la Russia avrebbe accettato l’avanzata della NATO; che l’Europa potesse vivere di prosperità senza occuparsi fino in fondo della propria sicurezza; che il Medio Oriente potesse essere riplasmato con guerre, pressioni e cambi di regime. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: la storia non è finita, è tornata.
Il realismo contro la religione liberale
Il realismo di Mearsheimer è duro perché parte da una constatazione elementare: il sistema internazionale non ha un governo superiore agli Stati.
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Perché non sosteniamo le proposte di legge sulla Geoingegneria
di Costantino Ragusa
Non avevamo dubbi che il tema della Geoingegneria, da questione di nicchia legata in gran parte a valutazioni emotive e fantasiose, tranne ovviamente rari casi in cui invece il lavoro di ricerca e denuncia ha mantenuto spessore, si prestasse prima o poi a essere strumentalizzato a fini elettorali, di consenso, megalomania, visibilità, ecc… C’è grande agitazione per le recenti proposte di legge sulla geoingegneria soprattutto nel mondo virtuale, dove l’adesione passa da un atto meccanico della durata di qualche millisecondo. Ovviamente parliamo del mondo del dissenso che conosce la questione soprattutto nella sua emanazione comunicativa più becera “Scie chimiche”; altri contesti invece, dagli ecologisti, radicali, gretini ecc… niente è pervenuto, probabilmente sono occupati a criticare il governo per le recenti proposte di mini reattori nucleari per far fronte alla crisi energetica, ma solo ovviamente perché la proposta non arriva dai propri schieramenti politici amici che a loro volta sarebbero pronti a sostenerla come soluzione pulita alla crisi climatica.
Non entreremo in dettagli tecnici e rivendichiamo il non farlo per non contribuire ad abituare i cervelli a quella neolingua impregnata di “verità tecniche” che comprende anche le forme giuridiche o inglesi che sterilizzano il linguaggio restituendolo in quella formula adatta ai tempi presenti, ai tempi delle macchine e alla coesistenza con le nocività.
La prima proposta di legge denominata “Cieli blu” evidentemente tradotta da testi americani con il traduttore automatico mostra subito il suo scopo ed è proprio il contesto dove nasce che completa il quadretto con lo sfondo del tricolore che va oltre al folclore, ma che rappresenta una tradizione ben consolidata.
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Dal populismo semplicista ai contorni del populismo penale
Alba Vastano intervista Massimo Siclari
“Diciamo che la crescente pervasività dell’informazione rende deboli tali rimedi e dunque conta molto il grado d’impermeabilità dei giudici. Ho conosciuto magistrati che sospendono la lettura dei giornali e l’ascolto o la visione di notiziari quando sono investiti di questioni di un certo clamore mediatico, non penso che siano casi isolati, per fortuna” (Massimo Siclari)
Il tema dell’intervista nasce dal convegno del 21 maggio nell’aula Tesi del Dipartimento di Scienze politiche dell’Università Roma Tre. Il tema trattato dai relatori si è articolato sul populismo penale e sul ruolo degli attori che influenzano l’opinione pubblica in materia di giustizia penale.
Molte le lectio magistralis sul tema, dalla lectio di Didier Fassin (College de France) sulla passione di punire a quella di Patrizio Gonnella, presidente dell’associazione Antigone sull’uso del diritto penale da parte dei movimenti sociali, alla lectio di Denis Sala (Association française pour l’histoire de la justice) sul tema della volontà di punire. Si conclude il Convegno con una tavola rotonda coordinata da Stefano Anastasia, garante delle persone detenute della Regione Lazio e professore dell’università Unitelma Sapienza.
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Disarmare l’Intelligenza Artificiale
di Giulio De Petra
L’enciclica di Leone XIV prende il meglio del pensiero critico sulla rivoluzione digitale e lo usa contro la narrazione dominante degli ineluttabili benefici del progresso tecnologico fondato sulla IA
Un punto di vista di parte sulle tecnologie
Per chi negli ultimi anni ha cercato di elaborare un pensiero politico all’altezza della rivoluzione digitale l’enciclica di Leone XIV è allo stesso tempo un punto di arrivo e un punto di partenza.
Un punto di arrivo perché mette a sistema la parte migliore del pensiero critico sul digitale e la ripropone con linguaggio semplice e rigoroso.
Un punto di partenza perché, finalmente, sottrae la questione digitale ai suoi confini di settore e ne fa la principale delle ‘cose nuove’, quella che determina la forma del mondo attuale.
Entriamo nel merito.
Già nella introduzione viene dichiarato il punto di vista ‘di parte’ con cui guardare al potere delle ‘nuove tecnologie’: “la questione non si esaurisce nella regolamentazione […] occorre domandarci con realismo chi oggi detenga questo potere […] un dominio impressionante sull’insieme del genere umano e sul mondo intero”. E questo potere non è degli Stati, “i principali motori dello sviluppo sono attori privati, spesso transnazionali, dotati di capacità di intervento superiori a quelle di molti governi”. Il potere tecnologico assume quindi oggi “un volto inedito, prevalentemente ‘privato’, e per questo ancora più difficile da discernere, governare e orientare al bene comune”.
Dunque la ‘regolamentazione’ non basta se non si affronta la questione di chi detiene il potere sulla trasformazione digitale. Che differenza rispetto alla rituale, quanto inefficace, richiesta di regole dei politici ‘progressisti’. Al consolatorio affidarsi alla ‘normativa europea’, ultima trincea politica da difendere dagli assalti di chi vuole liberarsi da ogni vincolo in nome di una ‘competizione’ che riproduca anche in Europa un analogo potere privato sulla tecnologia.
Occorre fare altro e non accettare che “mentre alcuni si contendono futuro delle nuove tecnologie e altri sono impegnati nella riflessione su di esse, la maggior parte delle persone rimane in attesa, osserva da lontano e spera semplicemente che tutto vada per il meglio”.
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La "Nuova Europa" dopo la guerra alla Russia
di Alessandro Bartoloni
E chi lo dice che siamo destinati al declino? Basta con i pessimisti da salotto. Le ricette per uscire dalla crisi esistono già, e le ha messe nero su bianco uno dei più importanti filosofi tedeschi contemporanei e direttore dell'European Democracy Lab, Hauke Ritz.
Oggi parleremo del suo libro Vom Niedergang des Westens zur Neuerfindung Europas — Dal tramonto dell'Occidente alla rinascita dell'Europa — edito in Italia da Fazi Editore.
Come si dice in questi casi, il titolo è già tutto un programma. Perché una delle tesi forti di Ritz è proprio questa: l'Europa, per tornare a essere se stessa e lasciarsi alle spalle quarant'anni di declino, deve liberarsi dell'Occidente.
Lo so, può sembrare un paradosso. E invece non lo è.
Il termine "Occidente", nel nostro uso comune — come sottolinea anche Luciano Canfora nell'introduzione al libro — è recentissimo. Ed è un sinonimo di quell'insieme di paesi sui quali gli Stati Uniti hanno basi militari o esercitano un'influenza diretta. Ce ne siamo accorti tutti: a volte vengono inclusi nel calderone della "civiltà occidentale" il Giappone, la Nuova Zelanda, l'Australia o Taiwan, ma non il Brasile, il Paraguay o il Nicaragua. Non c'è nessuna ragione culturale per farlo. Così come non ce n'è alcuna per considerare l'Ucraina, la Lettonia o la Polonia paesi occidentali, ma non la Russia.
Quando i nostri giornalisti e politici parlano di "difesa dell'Occidente", teniamo presente che stanno semplicemente legittimando quel particolare sistema economico-militare dai confini mobili che fa capo a Washington, nato dalla Seconda guerra mondiale — e che non ha nulla a che fare, storicamente e culturalmente, con quello che era stata l'Europa nei suoi lunghi e gloriosi secoli di storia.
Cap. 1: L'Europa è una civiltà?
Diciamoci la verità: mentre il genocidio perpetrato ai danni degli ebrei è diventato parte integrante della nostra memoria collettiva, i crimini dei nazisti nei confronti delle popolazioni slave — e in particolare dei russi — non sono stati affatto interiorizzati.
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Il volto della finta transizione: speculazione, inganno politico e l’ombra dell’atomo
di Redazione di Logu*
Riceviamo e pubblichiamo volentieri questo articolo che analizza alcuni aspetti centrali in ambito energetico: l’ipocrisia del sistema e l’assenza di pianificazione, l’assalto delle società energetiche a discapito dei beni comuni, la sottrazione al dibattito scientifico a beneficio della polarizzazione ideologica, la carenza dal punto di vista progettuale e l’ampio spazio lasciato alla speculazione e, infine, l’uso massiccio dei tamburi della propaganda. Il nucleare oggi viene posto come alternativa sostenibile in un discorso totalmente ipocrita sulla priorità da dare alle rinnovabili. Un controsenso tecnico, pratico e di completa mistificazione della realtà. Teniamo alta l’attenzione!
* * * *
Le recenti dichiarazioni del Governatore della Banca d’Italia Fabio Panetta, rilanciate dal canale istituzionale ANSA 2030, offrono la sintesi perfetta della narrazione dominante che da mesi bombarda l’opinione pubblica. Attraverso i media di massa viene diffuso un monito perentorio e apparentemente indiscutibile: l’Europa e l’Italia devono accelerare a tappe forzate sulla transizione ecologica per difendere i mercati, garantendo lo sviluppo economico attraverso una massiccia infrastrutturazione energetica, a cui oggi si aggiunge la proposta di «un’attenta valutazione» sul ritorno al nucleare. Dietro questa facciata di pragmatismo economico e responsabilità climatica si nasconde, in realtà, la solita richiesta di un sacrificio totale, irreversibile e non ripagato, scaricato interamente sulle comunità locali delle aree interne e delle isole. Una retorica tossica che tende sistematicamente a colpevolizzare i territori, dipinti come l’ostacolo “retrogrado” o l’impaccio burocratico che frena il progresso del Paese.
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Le parole del Papa, gli atti della guerra
di Alfonso Gianni
“Il grido ‘mai più la guerra!’ dei miei predecessori, così consonante al ripudio della guerra sancito nella Costituzione Italiana, ci sprona a un’alleanza spirituale con il senso di giustizia che abita il cuore dei giovani, con la loro vocazione a non chiudersi tra ideologie e confini nazionali. Ad esempio nell’ultimo anno la crescita della spesa militare nel mondo, e in particolare in Europa, è stata enorme: non si chiami ‘difesa’ un riarmo che aumenta tensioni e insicurezza, depaupera gli investimenti in educazione e salute, smentisce fiducia nella diplomazia, arricchisce élite cui nulla importa del bene comune. Occorre inoltre vigilare sullo sviluppo e l’applicazione delle intelligenze artificiali in ambito militare e civile, affinché non de-responsabilizzino le scelte umane e non peggiorino la tragicità dei conflitti. Quanto sta avvenendo in Ucraina, a Gaza e nei territori palestinesi, in Libano, in Iran descrive la disumana evoluzione del rapporto fra guerra e nuove tecnologie in una spirale di annientamento. Lo studio, la ricerca, gli investimenti vadano nella direzione opposta: siano un radicale ‘sì’ alla vita! Sì alla vita innocente, sì alla vita giovane, sì alla vita dei popoli che invocano pace e giustizia!’.1
Leone XIV
Le guerre continuano a segnare il tempo che stiamo vivendo. Con sempre maggiore intensità e diffusione. Viviamo in un sistema di guerra, con il grave rischio di abituarcisi. Forse è per questo che le parole di papa Prevost, come quelle riportate in esergo, non hanno solo un tono messianico, come sarebbe logico aspettarsi da un’alta autorità religiosa, ma anche una dimensione politica concreta che travalica, appunto, confini e ideologie, impegnandosi a fondo in un corpo a corpo con questa drammatica modernità. Il messaggio acquista così chiarezza, semplicità, immediatezza a cui non si può sfuggire. Con diverse caratteristiche e modalità, muovendo da una differente dottrina filosofica e teologica (l’agostinismo), che valorizzano ancora di più la sostanziale convergenza, Leone XIV si muove con sempre maggiore decisione e incisività sulla strada tracciata dal suo predecessore, papa Bergoglio. Un percorso che papa Francesco volle rendere noto e tracciare fin dalle sue prime parole affacciandosi a una piazza gremita di fedeli festanti. Quel suo “sono venuti a prendermi quasi alla fine del mondo” indicava un tragitto che avrebbe percorso in direzione contraria.
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Come i risparmi dei lavoratori italiani diventano il nuovo bottino della finanza
di Alessandro Volpi
Con la nuova portabilità del contributo datoriale, il governo apre ai grandi gestori finanziari un mercato miliardario. In gioco non ci sono solo pensioni, ma il futuro del welfare contrattuale
L’azione del governo Meloni e della sua maggioranza è decisamente certosina nella demolizione dello Stato sociale a vantaggio di grandi banche e dei grandi gestori del risparmio.
La recente riforma introdotta con la Legge di Bilancio 2026 (Legge 199/2025) ha effettivamente segnato un punto di svolta nel sistema della previdenza complementare italiana. Il fulcro della questione è la piena portabilità, fino a ora non consentita, del contributo datoriale: una misura che permette al lavoratore di trasferire non solo il proprio capitale e il TFR, ma anche la quota a carico dell’azienda, da un fondo negoziale (chiuso) a un fondo aperto o a un PIP (Piano Individuale Pensionistico), gestiti da banche e assicurazioni.
Il Governo ha giustificato questa misura con un argomento principale. Prima della riforma, se un lavoratore decideva di passare a un fondo privato, perdeva il diritto al contributo che il datore di lavoro è obbligato a versare solo nel fondo di categoria (negoziale). Il Governo sostiene che “liberare” questo contributo stimoli la concorrenza tra i gestori, spingendoli a offrire rendimenti migliori per non perdere iscritti: un’affermazione davvero incredibile, data la pressoché totale situazione di monopolio esistente fra i grandi gestori, a partire da BlackRock, che, con questa misura, arriveranno molto più facilmente ai risparmi italiani.
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L’impotenza del diritto di fronte a una nuova tragedia
di ALGAMICA*
Una nuova tragedia di immigrati ad Amendolara in Calabria. Si dirà: storia di ordinario razzismo. Questo senz’altro, ma c’è un particolare che ai più sfugge, ovvero il fatto che a dare fuoco e bruciare vivi in un’auto 4 immigrati siano stati due caporali pachistani, anch’essi immigrati. Semplice il motivo: i quattro arsi vivi chiedevano quanto loro spettante.
Criminali i pachistani nel ruolo di caporali? Certamente. Ma per conto di chi operavano quei caporali? Per conto di aziende agricole della zona, per la raccolta di frutta del periodo. A che scopo lavoravano per quelle imprese i poveri braccianti uccisi? Per il profitto, ovviamente. Dove finivano quelle cassette di frutta? Acquistate dalle multinazionali della distribuzione e vendute nei grandi centri urbani. Dunque abbiamo una filiera il cui motore che muove tutto è il profitto che provoca una reazione a catena producendo criminalità e lutti, ma non compare mai come soggetto agente, cioè fattore determinante.
Scrive il cronista « Tra Metaponto, Sibari, Corigliano, Schiavonea e Rossano è un fiorire di imprese agricole che lavorano stagionalmente su svariati prodotti. Secondo i dati del sindacato solo il 30% dei braccianti è contrattualizzato e in regola. E anche quando risultano formalmente essere assunti, diverse ditte lo fanno solo per alcune giornate. Il resto è in nero. Ed è qui che entra in scena il caporale, il quale fa da tramite tra aziende e bracciante ». Dunque il caporale è il prodotto delle imprese agricole ma compare non come prodotto ma come agente da condannare.
È questa la questione.
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Le nuove aziende israeliane per manipolare ChatGpt e Claude
di C. L. Dias*
Brad Parscale (nella foto) è stato il capo della campagna elettorale di Donald Trump nel 2020. Oggi gestisce diverse aziende di comunicazione digitale ed è direttore strategico di Salem Media Group, un grande conglomerato mediatico conservatore americano che ospita commentatori di punta della destra, figure paragonabili, per capirci, ai soliti opinionisti che negano il genocidio palestinese o minimizzano i bombardamenti in Libano nei salotti televisivi italiani.
Il governo israeliano ha assoldato Parscale per condurre una vasta operazione di influenza tra i conservatori americani, in particolare tra i giovani evangelici, una fascia demografica sempre più critica verso Israele.
Il dato che preoccupa Tel Aviv è inequivocabile: il 57% dei repubblicani tra i 18 e i 49 anni ha oggi un’opinione sfavorevole di Israele, secondo un sondaggio Pew del marzo 2026.
Per invertire questa tendenza, come ho già scritto su questa pagina, il governo Netanyahu ha più che quadruplicato il proprio budget per la “diplomazia pubblica”: da 150 milioni di dollari nel 2025 a 730 milioni nel 2026.
L’inchiesta pubblicata da The Intercept dal titolo “Ex-Trump Campaign Chief Funneled Millions of Israeli Government Money to His Longtime Allies’ Companies” ha svelato nuove aziende, finora sconosciute, che lavorano per condurre questa operazione.
Una di loro è la SparkFire Technologies, azienda di chatbot basati sull’intelligenza artificiale, che ha ricevuto la fetta più consistente dei fondi israeliani canalizzati da Parscale.
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