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Stati Uniti d'Europa e regionalismo
di Quarantotto
1. Mi limiterò a fornire alcuni punti di riferimento per orientarsi sulle tensioni cui sono sottoposti gli Stati nazionali e sulle finalità strategiche, cioè perseguite attraverso tappe graduali "tattiche", programmatiche ed efficienti, cui mira la creazione di queste tensioni.
Anche solo partendo dalle fonti qui utilizzate chiunque può effettuare una ricerca e trovare una quantità sterminata di conferme su ulteriori fonti documentali, che rinviano a vicenda nel comporre un quadro altamente coerente e univoco.
2. Cominciamo da un passaggio già riportato e tratto da una fonte USA (per quanto "critica"):
C'è un altro aspetto, meno ovvio, del proliferare di istanze separatiste in Europa, di cui ha parlato Karel Vereycken, ex portavoce elettorale di Jacques Cheminade, in un'intervista per Sputnik il 6 ottobre. Per gli irriducibili euristi nella tradizione di Leopold Kohr, un sodale di Winston Churchill, "i grandi stati nazionali europei devono essere frantumati in piccole entità di 5-8 milioni di abitanti, per far sì che la popolazione europea accetti un superstato sovrannazionale UE", ha spiegato Vereycken. "Questo vale sia per la Catalogna sia per molte altre regioni, tra cui le Fiandre, la Scozia e la Lombardia".
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Ricordare pensare agire: 100 anni di Rivoluzione
di Militant
Questo fine settimana si concluderanno le nostre celebrazioni del centenario della Rivoluzione d’Ottobre. Un ricordo inevitabile e necessario, che è proseguito lungo due linee guida: da una parte, organizzando iniziative specifiche sull’Ottobre – assemblee, art work, dibattiti, lavori editoriali, manifesti, scritte, striscioni; dall’altra, cercando di far vivere il senso della Rivoluzione dentro la nostra attività politica quotidiana. Un tentativo oggi maledettamente difficile vista la profonda inattualità che subisce l’idea stessa di rivoluzione, di cambiamento, di rottura. Sono d’altronde questi i tempi che ci sono stati dati in sorte, e se il presente ha assunto l’aspetto della distopia reazionaria è anche responsabilità nostra. In questo anno si sono accavallati multiformi ricordi della Rivoluzione. Ognuno, inevitabilmente, ha rievocato il suo modo di intendere l’evento centrale del XX secolo. La politica e il giornalismo liberale, forti dello scampato pericolo, ne hanno celebrato la distanza storica ormai (apparentemente) incolmabile, tirando il classico sospiro di sollievo, lasciandosi anzi andare alle concessioni tipiche di chi sa di non avere più niente da temere. La cultura e la politica ancora comunista si è al contrario adeguata all’anniversario inaggirabile. Purtroppo, nel nostro come negli altri casi, si è trattato di celebrare un evento storico disattivato. Il senso della Rivoluzione, ovviamente, vive nelle lotte di classe e non nelle mummificazioni celebrative. Eppure andava celebrata, fosse solo per ostinazione. In tal senso, oltre che invitare tutti a passarci a trovare questo fine settimana, pubblichiamo qui di seguito l’introduzione che il Comitato per le celebrazioni dell’Ottobre ha scritto per la ripubblicazione del piccolo capolavoro di Lukács, Lenin. Un testo, tra i tanti, fuoriuscito dai radar dell’interesse militante, e tuttavia proprio per questo utile a chiarire il significato storico-politico dell’azione di Lenin nella Rivoluzione. Buona lettura.
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John Maynard Keynes: per una politica macroeconomica che funzioni
di Biagio Bossone
Dal prestigioso blog di macroeconomia di Nouriel Roubini EconoMonitor traiamo un’autorevole analisi su uno dei concetti forse più trascurati della teoria macroeconomica keynesiana, la preferenza degli agenti economici per la liquidità. Questo concetto viene rivalutato qui come una chiave di lettura utile per spiegare la persistenza dell’attuale crisi economica globale, e le misure raccomandate da Keynes per una tale eventualità, se applicate, vengono indicate come la soluzione più rapida ed efficace per stimolare un’autentica ripresa. Sfortunatamente questo concetto, sommerso dalla predominanza di politiche mainstream di stampo liberista, e trascurato anche dai fan keynesiani dell’ultima ora, non si è ancora affermato come sarebbe auspicabile, né le politiche raccomandate sono state mai applicate. Per questo motivo riteniamo importante aprire anche qui un dibattito che possa accendere i riflettori sull’argomento.
* * * *
“Il fantasma di John Maynard Keynes…torna a perseguitarci”, così commentava Martin Wolf (2008) alla vigilia della crisi finanziaria globale, individuando nelle lezioni del padre della macroeconomia la strada migliore per comprendere la crisi e ristabilire la salute dell’economia mondiale.
La gravità della crisi ha effettivamente convinto molti economisti a rivalutare gli insegnamenti di Keynes, che per decenni erano scomparsi dalla teoria e pratica economica mainstream.
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Theresa May rinnova la vergogna della dichiarazione Balfour
di Patrizia Cecconi
Breve dossier sul contesto storico che diede vita alla “magna charta del sionismo”secondo la definizione di David Lloyd George
Che gli interessi cancellino la morale, coprendo con i termini giusti la sua cancellazione, è cosa risaputa. Qualunque Stato, democratico o totalitario, repubblicano o monarchico, reazionario o progressista ha sempre chiamato diplomazia le azioni a tutela dei propri interessi e “grande diplomatico” colui che per gli interessi dello Stato sapeva andare al di sopra della morale guadagnandoci addirittura onori e gloria. Un’occhiata alla biografia del grande M. de Talleyrand servirebbe ai tanti che fanno gli stupiti di fronte alle alleanze mutevoli che ci consegna la cronaca prima di trasformarsi in storia.
Ma la signora Theresa Brasier – meglio conosciuta col nome maritale di May, come ben si addice al suo essere leader del partito conservatore – è ben lontana dalla figura di Talleyrand e non va solo oltre la morale, ma anche contro quel minimo di pudore che si potrebbe definire semplicemente buongusto.
La signora Theresa May, attuale Primo ministro del Regno Unito, possiamo ben dire “senza pudore” sta infatti organizzando solenni festeggiamenti per un anniversario che segna una svolta tragica nel mondo mediorientale e, indirettamente, nel mondo tutto. Un anniversario che segna una macchia di vergogna sulla Corona inglese e che dovrebbe indurre l’attuale governo non a festeggiare, bensì a chiedere scusa al popolo palestinese per l’errore fatto cento anni fa.
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La fabbrica viva e disseminata
di Daniele Gambetta
Le relazioni uomo-macchina e capitale-lavoro, dalle anticipazioni di Antonio Caronia a oggi
Nel cercare di comprendere l’attuale fase (e crisi) economica e produttiva, emergono sempre più frequentemente temi all’apparenza sconnessi, o perlomeno appartenenti a differenti livelli di discorso, ma che si trovano a convergere in determinate circostanze. La digitalizzazione e quindi la robotizzazione dei processi, insieme alla datificazione delle vite, determinano spostamenti di capitali enormi, riportando al centro la questione della precarizzazione del lavoro culturale e cognitivo. Il dibattito sulle trasformazioni del lavoro ha incluso fin dagli anni Novanta il rapporto tra mente e macchina, rapporto che recentemente si è fatto sempre più simbiotico. Non sarà un caso se uno degli uomini più ricchi e influenti del pianeta abbia guadagnato la sua posizione grazie a una piattaforma che come prima cosa alla mattina ti chiede “a cosa stai pensando?”
Se la macchina è estensione del corpo, nei media proiettiamo la sfera intima ed emotiva, quindi la messa in rete dei dispositivi diventa terreno di riproduzione e modellizzazione delle reti sociali, delle relazioni. La data e sentiment analysis, la profilazione di utenti e l’interesse per il monitoraggio delle amicizie ci ricordano che l’estrazione che oggi avviene, e che determina i flussi, è un’estrazione di un lavoro diffuso nei tempi di vita, un plusvalore prodotto non solo dalla creazione immateriale individuale, ma dal valore aggiunto che è quello di corpi e menti messe in relazione, un plusvalore di rete.
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Bankitalia, la svolta necessaria
di Enrico Grazzini
L'indipendenza delle banche centrali è sempre più oggetto di dibattito e di contrasti accesi in tutto il mondo, sia in ambito accademico che nella sfera politica1 . Fino a qualche anno fa, l'ideologia dell'indipendenza assoluta della Banca Centrale dalla sfera politica, dai governi e dal parlamento, era un tabù indiscutibile, nel senso che non se ne poteva neppure discutere senza commettere il reato di lesa maestà ed essere accusati di chissà quali intenti eversivi. Ma da quando è scoppiata la crisi globale, da quando le banche centrali sono intervenute massicciamente nell'economia per salvare le banche commerciali private, comprando decine di miliardi di titoli tossici e organizzando il salvataggio delle banche fallite; da quando le banche centrali hanno avviato iniziative di espansione monetaria per comprare i debiti di stato – come è stato fatto ovunque, in USA, in Giappone e da ultimo anche nell'eurozona -; da quando le banche centrali sono intervenute sui mercati finanziari per comprare titoli pubblici e privati, gonfiando i valori dei mercati e favorendo così oggettivamente gli investitori finanziari che detengono questi valori, allora la loro indipendenza e neutralità e le loro politiche sono state messe in discussione, a destra come a sinistra2.
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Sull’agio di stare al mondo proprio ora
di Michele Spanò
Una riflessione critica sul nuovo libro di Raffaele Alberto Ventura, ambigua indagine tra il generazionale e il sociale del declassamento post-crisi. Uscito in rete nel 2015 e ora ripubblicato da Minimum Fax
Tous les garçons et les filles de mon âge
Savent bien ce que c’est qu’être heureux
Françoise Hardy
Questa
è la luce: le cose che ora posso
vedere.
Gabriel del Sarto
Teoria della classe disagiata, di Raffaele Alberto Ventura, consegna, sotto forma di impasse, una lezione di metodo: per descrivere le forme di vita contemporanee il concetto di “classe” e quello di “generazione” devono essere rigorosamente separati. L’assunto secondo il quale “le nostre ambizioni non sono a misura dei nostri portafogli” ne è la più adamantina delle verifiche. Le ambizioni e i portafogli di chi? Se quella “disagiata” fosse una “classe”, non ci sarebbe ragione di scrivere duecentocinquanta lambiccate pagine senza riuscire a capire se questo apparente disastro in cui ci è toccato di vivere sia l’esito fatale della “crisi” oppure la meritata punizione per aver voluto troppo.
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Apriamo connessioni operaie globali
Verso prossime esperienze e ribellioni per un ancora possibile riscatto dell’umanità
di Karlo Raveli
Cosa unisce l'Europa del 1848, il Biennio rosso 1916-17 con l’epica e poi tragica rivoluzione sovietica, in seguito la tedesca 1918-19 e successivamente la straordinaria cinese (1946-49), con consecutive rivolte di liberazione nazionale degli anni '50 e '60, sfociate a loro volta negli anni sessanta e settanta in straordinari movimenti sociali mondiali, soprattutto giovanili? Possono essere interpretate come tappe significative di maturazione dei potenziali di riscatto dell’umanità.
Si tratta cioè di momenti storici appassionanti che si contrappongono all’allarmante sfondo di un quadro sempre più sconcertante e devastatore, quanto mondialmente concatenato: quello del modello di sviluppo umano ormai dominante da vari secoli e chiamato capitalismo. Per far fronte al quale appare sempre più indifferibile il recupero e la valorizzazione di alcune solide e indispensabili chiavi di conoscenza e coscienza per le ormai indifferibili ribellioni. Chiavi teoriche e politiche, per cominciare, ma anche o forse soprattutto culturali. Oltre all’impellente ricerca di altre nuove o inedite. Il più possibile valide, accessibili ed efficaci per rafforzare decisive ondate di emancipazione e liberazione. Che rinasceranno inevitabilmente, e che è ormai indispensabile trasformare in risolutive, di fronte alla crescita ormai quasi esponenziale di degradazioni di ogni tipo causate dal capitalismo.
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Cina, un fatto fuori teoria
di Pierluigi Fagan
Le teorie hanno due nemici impenitenti, le contraddizioni tra teorie e piccoli fatti e i grandi fatti fuori teoria. Il primo nemico lavora di guerriglia accumulando anomalie fino a che c’è una rivoluzione paradigmatica che impone il cambiamento delle teoria. Quella nuova si troverà di nuovo con la stesso problema e con lo stesso esito finale ma per un certo tempo sarà vigente perché più “adatta”. Il secondo nemico invece convive con la teoria dominante semplicemente spartendosi le aree di dominio. In sostanza le teorie hanno una vigenza locale, presuppongono un universale da una particolare, almeno fino a che eventi di contesto non rendono impossibile ignorare questo altro mondo in cui quella teoria incontra grandi fatti del tutto alieni ai suoi paradigmi. Questo secondo caso è quello del nuovo incontro tra mondo occidentale e mondo cinese. La Cina è un grande fatto fuori teoria per i paradigmi occidentali e quindi anche il reciproco, tant’è che i cinesi, quando usano concetti provenienti dal linguaggio-pensiero occidentale, ci tengono a specificare la dicitura “con caratteristiche cinesi”. Quali sono queste “caratteristiche cinesi”?
Dal 221 a.C., la Cina è un sistema unico, ovvero che ha una sua omogeneità interna maggiore di quanto non abbia col suo esterno. La cultura cinese ha alcuni paradigmi inviolabili, uno di questi è la sua longeva sostanziale unità interna che guarda al periodo di poco più di duecento anni precedente il -221, detto degli “Stati combattenti”, come ad un paradigma assolutamente negativo.
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Marx sulla Russia
di Pier Paolo Poggio
Marx è considerato il principale studioso e teorico del proletariato di fabbrica, cosa indubbiamente vera ma molto più complessa di quanto si pensi ordinariamente. Lo studio delle comunità contadine occupa un posto rilevante nei suoi lavori, per certi aspetti è un tema che attraversa tutta la sua opera, venendo a trovare nelle riflessioni sulla Russia un esito sorprendente e sconcertante. Il procedimento che adotta è storico e teorico, la spinta a concettualizzare attraverso quadri sintetici che abbracciano intere epoche è costantemente sorvegliata da verifiche puntuali, perché – come dirà ai suoi interlocutori russi – eventi di sorprendente analogia ma che si verificano in contesti diversi producono esiti del tutto differenti. L’intera ricerca è ispirata dalla ricostruzione della genealogia del capitale, del suo sviluppo e presa sulla società. In tale percorso si registra una dislocazione, un cambiamento non privo di contraddizioni e ripensamenti, nella posizione di Marx sul capitalismo e la rivoluzione.
In una prima fase, esemplificata dal Manifesto, Marx e Engels si esprimono per il più rapido sviluppo del capitalismo inteso come passaggio necessario e precondizione della rivoluzione proletaria (un certo marxismo condivide anche oggi analogo atteggiamento).
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Appunti, in occasione del centenario, sull’attualità dell’Ottobre (1917-2017)
di Gianmarco Pisa
È sempre opportuno trarre dal passato indicazioni per il presente e orientamenti per l’avvenire, e ricavare, dai grandi momenti della storia dell’umanità, conoscenza e insegnamenti. L’insegnamento che deriva dai grandi processi storici e sociali, al tempo stesso, ne segnala il rilievo, la portata più che ordinaria in termini di connotazioni e di implicazioni; e ne tradisce l’attualità, il fatto che caratteri e movenze fondamentali di quegli eventi storici siano in grado di parlare all’oggi, di consentirci di leggere il tempo presente, di consegnarci una traccia per la trasformazione.
Non c’è dubbio che oggi, tra i Paesi più intensamente impegnati in un processo di trasformazione sociale e, persino, di orientamento socialista (un socialismo “rigenerato”, peraltro, protagonistico e pluralistico, che si sperimenta attraverso le sfide poste dalla diversificazione economica e dal controllo sociale della produzione), ma anche più drammaticamente minacciati dall’imperialismo (tanto del soft power, di Barack Obama, che lo aveva dichiarato una “minaccia” per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti, quanto dell’hard power, di Donald Trump, che lo ha frontalmente esposto alla minaccia di un’aggressione diretta, perfino militare) vi sia il Venezuela Bolivariano.
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L’ingegneria del consenso a colpi di socialbots
di Andra Meneganzin
Siete sicuri che al vostro ultimo tweet abbia risposto un essere umano e non un robot? I robot delle piattaforme social sono oggetto di impiego sistematico nelle agende politiche e economiche globali. I ricercatori informatici ne rilevano oramai una presenza capillare, lanciando l’invito ad accrescere la consapevolezza intorno alle loro caratteristiche, per orientarsi responsabilmente tra i contenuti della rete
E’ il web il perno dell’ecosistema mediatico nell’era digitale. E’ il luogo di produzione, diffusione e consumo di un massivo volume di informazione, nonché di costruzione e orientamento dell’opinione pubblica. Ma se questo da tempo non rappresenta più una novità, la comprensione delle dinamiche che determinano i ritmi e l’impatto dei contenuti della rete, e l’identificazione dei suoi protagonisti, sono aspetti che impegnano sempre più studi quantitativi su larga scala.
Il report annuale di Imperva Incapsula relativo all’anno 20161 ha rilevato che solo il 48,2% del traffico web mondiale2
è stato generato da persone. Il rimanente 51,8% sarebbe stato alimentato da bots. I “bots” informatici (abbreviazione di
software robots), nel senso più generale, sono programmi che interpretano liste di comandi (scripts), generalmente semplici e molto ripetitivi, in modo estensivo e a ritmi del tutto automatizzati.
Di bots si è abituati a sentir parlare in occasione di attacchi hacker o DDoS (distributed denial-of-service attack, come quello che il 21 ottobre 2016 ha messo al tappeto le maggiori piattaforme internet a larghi bacini di utenza in Nord America e in Europa, attraverso la botnet Mirai) – i cosiddetti bots “cattivi”, stabili al 28,9% nell’ultima ricerca Imperva.
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Rivoluzione in Catalogna?
di Stefano G. Azzarà
Rivoluzioni orwelliane immaginarie in Catalogna, istigazione populista alla confusione e fiancheggiamento dei processi di smantellamento delle democrazie nazionali in favore di entità economico-politiche a geografia variabile
Mi spiace parecchio per lo sbarellamento romanticheggiante di tanti compagni, alcuni dei quali considero anche amici.
Non è per il motivo da loro indicato che ad esempio io, come molti altri, considero la posizione di Cremaschi e della Rete proprio come un orwelliano "omaggio alla Catalogna" e dunque: non è questione di "purismo" ed "economicismo" (che semmai è difetto tutto loro, che contano il numero di banche contrarie all'indipendenza).
Sappiamo più o meno tutti assai bene che le rivoluzioni non si presentano mai in forma pura e che in situazione rivoluzionaria le classi subalterne devono aggregare il consenso delle altre classi e a volte persino cavalcare le rivoluzioni altrui. Il problema è però tutto diverso: quale rivoluzione? Siamo oggi in una fase rivoluzionaria? O siamo piuttosto in una fase restaurativa, nel quale al movimento socialista spetta una ritirata strategica?
Queste caratteristiche della fase si sono invertite in Catalogna, oppure in Catalogna assumono un volto tutto particolare?
E' proprio così: In Catalogna non c'è nessuna rivoluzione e non c'è nessuna guerra di indipendenza in corso ma una assai più prosaica secessione, dovuta alle contraddizioni interne alle classi dirigenti spagnole in seguito ai gravi problemi legati al processo di convergenza europea.
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Lo Stato come datore di lavoro
di Guglielmo Forges Davanzati
Di fronte al fallimento conclamato delle misure di austerità e precarizzazione del lavoro nel fronteggiare la crisi economica, occorre una decisiva inversione di rotta. A partire da un radicale ripensamento del ruolo che lo Stato può esercitare nella creazione di posti di lavoro.
Il combinato di misure di consolidamento fiscale e precarizzazione del lavoro, secondo la Commissione europea e i Governi italiani che si sono succeduti negli ultimi anni, dovrebbe garantire la ripresa della crescita economica attraverso l’aumento delle esportazioni. Il consolidamento fiscale viene perseguito con l’obiettivo dichiarato di ridurre il rapporto debito pubblico/Pil, mentre la precarizzazione del lavoro viene attuata con l’obiettivo dichiarato di accrescere l’occupazione. Le due misure – ci si aspetta – dovrebbero inoltre migliorare il saldo delle partite correnti, mediante maggiore competitività delle esportazioni italiane.
Si ipotizza, cioè, che la moderazione salariale, derivante da minore spesa pubblica e maggiore precarietà del lavoro, riducendo i costi di produzione, ponga le imprese italiane nella condizione di essere più competitive (ovvero di poter vendere a prezzi più bassi) nei mercati internazionali. Anche le misure di defiscalizzazione rientrano in questa logica, dal momento che ci si attende che minori tasse sui profitti implichino minori costi per le imprese e, dunque, maggiore competitività nei mercati internazionali.
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Il governo delle blatte neoliberali
di Sandro Arcais
Non lo possono fare apertamente. Così lo fanno di nascosto. Come dei ladri. Oppure come delle blatte, che si muovono solo al buio, e quando accendi la luce si rifugiano in qualche angolo nascosto alla vista.
Lontano dai riflettori e dal clamore profuso attorno alla proposta dello ius soli o alla nuova legge contro la propaganda fascista, le blatte neoliberali – di sinistra di centro e di destra, ma soprattutto di sinistra – che infestano i due rami del parlamento italiano lavorano al sodo: cambiare l’art. 38 della Costituzione.
L’art. 38 detta le norme che inquadrano il diritto del cittadino in difficoltà all’assistenza da parte dello Stato. È un articolo breve e lapidario:
Ogni cittadino inabile al lavoro e sprovvisto dei mezzi necessari per vivere ha diritto al mantenimento e all’assistenza sociale.
I lavoratori hanno diritto che siano preveduti ed assicurati mezzi adeguati alle loro esigenze di vita in caso di infortunio, malattia, invalidità e vecchiaia, disoccupazione involontaria.
Gli inabili ed i minorati hanno diritto all’educazione e all’avviamento professionale.
Ai compiti previsti in questo articolo provvedono organi ed istituti predisposti o integrati dallo Stato.
L’assistenza privata è libera.
Le blatte neoliberali vogliono cambiare questo articolo, perché è un ostacolo al loro progetto di ulteriore attacco alle pensioni.
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Lavoro autonomo e capitalismo delle piattaforme
di Sergio Bologna
Introduzione al convegno tenutosi il 26-27 maggio all’Università Ca’ Foscari, Venezia
L’occasione che ha ispirato questo convegno è il ventesimo anniversario della pubblicazione del libro “ll lavoro autonomo di seconda generazione. Scenari del postfordismo in Italia.” Era un volume collettaneo curato da Andrea Fumagalli e da me, pubblicato da Feltrinelli nel 1997.
Non fu un successo editoriale – non ho mai saputo a dire il vero quante copie furono vendute – ma ebbe il merito quel libro di aprire un dibattito pubblico, per la prima volta in Italia, sulla figura del lavoratore indipendente (self employed) ed in particolare sui professionisti non regolamentati, cioè non appartenenti agli Ordini tradizionali come i medici, gli avvocati, gli architetti, gli ingegneri, ecc.. Le tesi di fondo di quel libro erano quattro:
1 l’universo del lavoro indipendente sta subendo in Italia una profonda trasformazione con il declino delle figure tradizionali del coltivatore diretto e del commerciante e l’ascesa dei cosiddetti “lavoratori della conoscenza” delle nuove professioni o dei servizi creati dai nuovi stili di vita.
2 il lavoratore autonomo non è un’impresa, è una persona che si guadagna da vivere con un’attività per la quale ci vuole spirito imprenditoriale, ma l’impresa, concettualmente, è un’altra cosa, è una forma di organizzazione con diversi ruoli al suo interno, assolti da diverse persone, è una forma di cooperazione sociale.
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Questioni teoriche II
Stato, nazione, sovranità
di Mimmo Porcaro
Qui la prima parte
1.
Abbiamo finora visto che lo stato, non solo nei momenti di crisi ma anche in quelli di relativa quiete, è essenziale all’esistenza del capitalismo e che quindi il concetto di stato fa parte del concetto stesso di capitale. Abbiamo inoltre visto che la guerra non è per nulla l’effetto della sovrapposizione della logica bellicista degli stati a quella “pacifica” del commercio, ma è la prosecuzione con mezzi statuali di una logica feroce di dominio che nasce dall’economia capitalista. Dobbiamo ora chiederci quale sia l’interno funzionamento dello stato capitalistico: che cosa è, insomma, lo stato? Se si pensa lo stato come un insieme di istituzioni pubbliche che, governato da uno o più enti formalmente preposti al compito di direzione, ha piena sovranità su un territorio e su tutte le classi che lo abitano ed esercita tale sovranità attraverso leggi rese efficaci, in ultima istanza, dalla forza militare, se lo si pensa cioè come una realizzazione della modellistica politologica, hanno buon gioco coloro che dichiarano morto o inefficace lo stato perché la globalizzazione ha dissolto la sovranità, il caos ha moltiplicato i centri di potere invisibili o informali, i capitali sfuggono ad ogni controllo e la complessità ha reso inefficace la legge universalistica rispetto ai patti della governance e alla microfisica del potere.
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La dittatura in un click
di Il Pedante
Confesso di essermi documentato poco sui referendum autonomisti del Lombardo-Veneto. Perché, lo confesso, non mi interessavano. Confesso anzi che fino a ieri li reputavo irrilevanti, nel bene e nel male, salvo chiedermi come avrebbe reagito l'elettorato cispadano e quanto l'iniziativa avrebbe danneggiato - e quanto giustificatamente - la credibilità delle aspirazioni nazionali dei suoi promotori. Fino a ieri, appunto. Poi ho ascoltato il commento di Roberto Maroni alla giornata elettorale e mi si è accesa una lampadina, anzi una sirena antiaerea:
... è un sistema perfetto. Quindi è il futuro. Abbiamo sperimentato il futuro per l'Italia, per il sistema di voto che potrà essere utilizzato in qualunque elezione e io chiederò, ho già annunciato e preannunciato al ministro Minniti, che già le prossime elezioni in regione Lombardia possano utilizzare questa procedura. Abbiamo garantito oggi che funziona in tanti seggi diversi e in tante modalità operative diverse e abbiamo dimostrato che è sicuro.
E ancora:
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Ogni cosa che sai circa il neoliberalismo è sbagliata
di Bill Mitchell e Thomas Fazi
Diciamolo: la sovranità nazionale è diventata irrilevante nell’economia internazionale sempre più complessa e interdipendente. L’approfondirsi della globalizzazione economica ha reso i singoli Stati sempre più impotenti nei confronti delle forze del mercato. L’internazionalizzazione della finanza e la crescente importanza delle grandi aziende multinazionali hanno eroso la capacità dei singoli Stati di perseguire autonomamente le politiche sociali ed economiche, in particolare quelle progressiste, e di offrire prosperità ai propri popoli. Pertanto, la nostra unica speranza di conseguire qualsiasi cambiamento significativo è che i paesi “riuniscano” la loro sovranità e la trasferiscano in istituzioni sovranazionali (come l’Unione Europea) che siano sufficientemente grandi e potenti da far sentire la loro voce, riguadagnando così a livello sovranazionale quella sovranità che è stata persa a livello nazionale. In altre parole, per preservare la loro “reale” sovranità, gli stati devono limitare la loro sovranità formale.
Se questi argomenti suonano familiari (e persuasivi), è perché li abbiamo ascoltati per decenni. I progressisti spesso sottolineano come il neoliberismo abbia comportato (e comporti) un “ritiro”, un “approfondire” o uno “spogliarsi” da parte dello stato, cosa che a sua volta ha alimentato la nozione che oggi lo stato è “sopraffatto” dal mercato. Questo è comprensibile, considerando che la filosofia politica ed economica di ideologi d’avanguardia come Margaret Thatcher e Ronald Reagan hanno sottolineato il ridotto intervento dello Stato, i mercati liberi e l’imprenditorialismo.
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La crisi e la Transizione
di Sergio Bellucci
I. Il giudizio sulla crisi
Il giudizio sulla natura dell’attuale “crisi” del capitalismo contemporaneo, è il tema di partenza per la definizione di una strategia politica in grado di affrontare il passaggio storico che stiamo vivendo
Sulla differenza di giudizio della fase, infatti, derivano le conseguenti scelte politiche che caratterizzeranno le opzioni politiche in questo secolo. Il punto di partenza, quindi, non può che essere l’analisi di questa crisi e il giudizio che se ne dà.
A mio avviso, per comprende la vera natura della crisi è necessario analizzare le trasformazioni che il capitalismo ha generato nella forma di produzione, nei cicli economici, nel forma del lavoro – e al sua stessa idea -, nei prodotti. In altre parole, se non si affronta il tema qualitativo della cosiddetta “Digital Disruption” – e si rimane all’interno dello schema quantitativo dei vari schemi basati sul modello keneysiano, del puro intervento sulla moneta o sulla domanda – si rimane puramente all’interno delle possibilità di intervento offerte dalle logiche redistributive. Si rinuncia, cioè, all’autonomia politica derivante da una autonoma visione del mondo, si rimane imprigionati nella logica di “aggiustamento interno al sistema”.
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Agli estremi confini del centenario della Rivoluzione d'Ottobre
L'eredità del 1917 che possiamo rivendicare
di Loren Goldner*
Generalmente l’anno 1917 è associato strettamente alla Rivoluzione Russa, ma a me sembra più giusto collocarlo nel vasto sommovimento mondiale delle lotte della classe operaia che, tra il 1917 e il 1921 (e in Cina fino al 1927), pose termine alla prima guerra mondiale inter-imperialista (1914-1918).
Quell’ampia lotta incluse la rivoluzione tedesca (1918-1921), le occupazioni delle fabbriche nel Nord Italia (1919-1920), l’ondata nazionale di scioperi del 1919 in Gran Bretagna, la rivoluzione in Ungheria (1919) e gli scioperi di massa in Francia nel 1919-1920, in Spagna tra il 1919 e il 1923, e negli Stati Uniti (1919).
Quelle lotte continuarono e amplificarono il fermento radicale d’anteguerra associato agli IWW negli Stati Uniti, all’ondata di scioperi sindacali in Inghilterra, in Irlanda e in Scozia tra il 1908 e il 1914, alla «Settimana Rossa» in Italia nel 1914 e soprattutto alla Rivoluzione russa del 1905-1907, che pose i consigli operai e soprattutto i soviet all’ordine del giorno, scoperta pratica della classe operaia in lotta, non prodotta da alcun teorico.
All’epoca un testimone sgradevole, il re d’Inghilterra Giorgio VI si espresse in questa maniera «Ringraziamo Dio per la guerra! Essa ci ha salvato dalla rivoluzione».
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Sette considerazioni sulla crisi catalana
di Pablo Iglesias
In esclusiva presentiamo ai lettori un documento in sette tesi di Pablo Iglesias, segretario generale di Podemos. Un documento molto importante perché segnala il carattere plurinazionale dello stato spagnolo e denuncia il vero disegno del regime monarchico: sconfiggere il nazionalismo catalano per edificare uno Stato centralista e autoritario sul modello del franchismo. Presenta infine la posizione di Podemos sulla vicenda catalana: indire un referendum concordato in cui i cittadini catalani possano decidere il loro futuro, non quindi avendo sulla scheda solo le due opzioni (unionista e indipendentista), ma pure quella di rifondare la Spagna come Stato democratico, plurinazionale federale. Posizione che noi condividiamo pienamente.
* * * *
Lettera aperta agli iscritti/e di Podemos
Da 135 al 155 o la controrivoluzione dall’alto del blocco monarchico
La Spagna vive una crisi di regime contraddistinta da almeno tre aspetti: sociale ( la continua pauperizzazione delle classi popolari, così come il peggioramento del livello di vita e delle aspettative dei settori della classe media); istituzionale (la corruzione e il patrimonialismo del Partido Popular non è l’eccezione ma bensì la regola); e l’aspetto territoriale; quest’ultimo lo tratterò in queste considerazioni.
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Dopo mondializzazione e globalizzazione, le sfide dell’Europa e degli Stati
di Matteo Vegetti*
Un recente articolo pubblicato da Pierluigi Fagan su Megachip (Lo spazio del politico nel mondo multipolare. Nuovi Stati, secessioni, sovranità [anche qui]) solleva un insieme di questioni rilevanti, addirittura centrali per comprendere il nostro tempo, e pertanto non sorprende che abbia suscitato le altrettanto interessanti riflessioni di Fabio Marcelli [anche qui], Paolo Bartolini e Lelio Demichelis [anche qui].
Quelle che Fagan identifica come le quattro forze produttive di una trasformazione geopolitica planetaria si potrebbero a mio avviso anche intendere come altrettante sfide, nel senso che Collingwood ha attribuito all'espressione nella sua Question Answer-Logic. Una sfida (Challenge) di questo genere sorge infatti nel momento stesso in cui l'azione congiunta di forze sociali di varia natura determina un mutamento storico di tale portata da esigere una risposta politica innovativa in grado di contenerne gli effetti.
La prima minaccia che grava sull'assetto geopolitico attuale è di natura demografica. Su questo Fagan ha certamente ragione. Il vertiginoso aumento della pressione demografica nei cosiddetti paesi in via di sviluppo (mi riferisco in particolare a quelli africani, dove per altro lo sviluppo economico è progressivamente fiaccato dalle guerre civili e forse anche dal mutamento climatico), condurrà certamente ai problemi che l'autore ha posto in luce (e ad altri ancora, come l'inurbamento di enormi masse di diseredati che andranno ad accrescere gli attuali slum o che, per altro verso, proprio perché sradicate e ingovernabili, accentueranno le dinamiche migratorie interne ed esterne al continente).
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Storia della creatività
1. In pochi capivano, quaranta anni fa, che nel giro di un decennio la centralità della fabbrica nella società sarebbe scomparsa; in ancor meno credevano che l’universo simbolico dell’Italia operaia si sarebbe sgretolato nel giro di una manciata d’anni. Eppure, gli schemi con i quali oggi consideriamo economia e mondo del lavoro sono frutto dei mutamenti intervenuti, in Italia, a partire dalla metà degli anni Settanta: aumento esponenziale degli addetti del terziario a discapito dell’industria, esplosione del mercato della merce immateriale, post-fordismo e delocalizzazioni della produzione. Alla trasformazione economica segue il ridisegnarsi del rapporto fra l’individuo e la sfera sociale e politica; sul piano culturale, miti e modelli di interpretazione si avvicendano, in una successione sempre più rapida. L’impressione è che, davvero, tutto sia cambiato.
2. I cambiamenti che hanno interessato l’universo economico e produttivo negli ultimi quarant’anni non potevano che avere delle ricadute complesse sul mondo del lavoro. La certezza per cui «il mondo del lavoro è completamente cambiato», o semplicemente «il mondo è cambiato», esprime una verità legata ai fenomeni articolati e globali cui abbiamo accennato sopra. La robotizzazione della produzione e – parzialmente – della logistica, unita allo spostamento dell’asse economico sul terziario e delocalizzazioni, determina una richiesta di forza lavoro diversamente specializzata. La differenza con la fase economica precedente riguarda, almeno per alcuni campi, la flessibilità della specializzazione: non è data una volta per sempre, deve piuttosto adattarsi alle esigenze del lavoro e saper attraversare i confini del proprio specialismo, rimanere aggiornata, programmare autonomamente il proprio «restare al passo».
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La “grande paura” della borghesia e la Rivoluzione d’Ottobre
di Sergio Cararo
Dal novembre del 1917, la realizzazione della Rivoluzione d’Ottobre in Russia trasferì la prospettiva del comunismo dalla teoria alla realtà. Nelle file della borghesia europea e internazionale, si diffuse quella che è stata definita “La Grande paura”. La stessa che era dilagata tra le monarchie europee dopo la Rivoluzione Francese, quando cadde la testa del re e i castelli dei nobili vennero assaltati e saccheggiati. La determinazione con cui i bolscevichi portarono a fondo la rottura rivoluzionaria, seminò una ondata di isteria, paura e ferocia controrivoluzionaria durata più di settanta anni.
La feroce reazione delle potenze imperialiste contro la Rivoluzione d’Ottobre e poi contro l’URSS, si può schematizzare in tre fasi storiche che hanno visto la messa in campo di strumenti diversi con il comune obiettivo di distruggere la prima sperimentazione del socialismo possibile nella storia. Questo obiettivo è stato raggiunto solo nel 1991 con la dissoluzione dell’URSS stessa.
La prima fase della “Grande Paura”
La rottura rivoluzionaria dell’ottobre avviene nel pieno della maggiore crisi e guerra interimperialista che il mondo avesse mai visto.
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Carlo Di Mascio: Logica dialettica e teoria della conoscenza. Note per una teoresi hegelo-leninista
Carlo Formenti: Il futuro dell'ordine mondiale secondo Amitav Acharya
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Servaas Storm: La teiera di Russell: resoconti dalla fase finale della bolla dell’IA
Nico Maccentelli: Cosa ci dice l’incontro Putin Trump
Ciro Schember: Dopo Gramsci, Nicola Zitara e la variabile legittima della storia
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Giuseppe Muraca: Goffredo Fofi

Qui una recensione di Marco Gatto
Mario Sommella: Cyberfascismo

Qui una presentazione del libro
Fulvio Grimaldi: Uno sguardo dal fronte

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Angelo Calemme: La variabile legittima della storia

Qui una recensione di Ciro Schember
Daniela Danna: Che cosa è successo nel 2020?

Qui una presentazione del libro e il link per ordinarlo
Paolo Botta: Cos'è lo Stato

Qui la prefazione di Thomas Fazi
E.Bertinato - F. Mazzoli: Aquiloni nella tempesta
Autori Vari: Sul compagno Stalin

Qui è possibile scaricare l'intero volume in formato PDF
A cura di Aldo Zanchetta: Speranza
Tutti i colori del rosso
Michele Castaldo: Occhi di ghiaccio

Qui la premessa e l'indice del volume
A cura di Daniela Danna: Il nuovo volto del patriarcato

Qui il volume in formato PDF
Luca Busca: La scienza negata

Alessandro Barile: Una disciplinata guerra di posizione
Salvatore Bravo: La contraddizione come problema e la filosofia in Mao Tse-tung

Daniela Danna: Covidismo
Alessandra Ciattini: Sul filo rosso del tempo
Davide Miccione: Quando abbiamo smesso di pensare

Franco Romanò, Paolo Di Marco: La dissoluzione dell'economia politica

Qui una anteprima del libro
Giorgio Monestarolo:Ucraina, Europa, mondo
Moreno Biagioni: Se vuoi la pace prepara la pace
Andrea Cozzo: La logica della guerra nella Grecia antica

Qui una recensione di Giovanni Di Benedetto

















































