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Il fenomeno Vannacci: un PD rovesciato
di Antonio Martone
Il paradosso più profondo del nostro tempo risiede nella cecità con cui le classi dirigenti osservano l’emergere di figure come Roberto Vannacci. Liquidare queste parabole politiche sotto le logore categorie del folclore, della parentesi passeggera o del semplice, anacronistico ritorno del fascismo è un esercizio di pigrizia intellettuale che rasenta l’assoluta inconsapevolezza. Peggio ancora quando lo si offende senza argomentare e senza comprendere realmente ciò che dice, né sforzarsi di farlo. In fondo, tutto ciò significa non voler guardare nell’abisso del nostro presente. Queste traiettorie non sono incidenti storici ma i sintomi visibili, i prodotti di laboratorio, di una patologia (fascio)sistemica profonda: rappresentano la risposta inevitabile allo smarrimento dell’uomo contemporaneo di fronte a una duplice tenaglia che da decenni stringe l’Occidente.
Da un lato, la cultura postmoderna ha demolito le grandi narrazioni collettive, i corpi intermedi e i riferimenti valoriali comuni, lasciando l’individuo privo di bussole esistenziali; dall’altro, il neoliberismo più sfrenato ha colonizzato ogni anfratto della vita, riducendo la persona a un atomo isolato, a un consumatore perennemente in competizione all’interno di un mercato universale dove tutto, persino il corpo e le relazioni, viene ridotto a valore di scambio. Il risultato di questo processo è una vera e propria tribalizzazione della società.
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I “liberali” son più matti di Trump
di Francesco Piccioni
Si potrebbe infierire sul sistema mediatico occidentale e sui cosiddetti “politici” atlantisti che ora devono fare i conti con una sconfitta pesante dopo una guerra all’Iran condotta per motivi tutt’altro che nobili, ma rivestita con i soliti panni d’occasione (la “democrazia”, le “donne”, la “libertà”, ecc), elencando le cazzate che hanno detto e scritto in questi quattro mesi.
Lo fa col suo stile Marco Travaglio, sul giornale che dirige, ma non ci sembra che abbia colto il punto vero che accomuna trasversalmente i “critici liberali” e quelli di estrema destra. I primi oggi strillano, mentre i secondi minimizzano la portata della “botta” subita prima sul campo e poi nelle trattative.
Cosa c’è in comune?
Lo si capisce dal tono rabbioso con cui, oggi, tutti i media “liberali” – statunitensi, europei e anche italiani – attaccano Trump per aver firmato un accordo che in modo quasi imbarazzante sancisce la vittoria di Tehran. E’ la versione giornalistica, diciamo, del conato coloniale che agita i “volenterosi” che medita(va)no di mandare le loro navi da guerra a “sbloccare lo Stretto di Hormuz”.
Ogni singolo punto di quell’accordo viene agitato come una “concessione” agli ayatollah che mai e poi mai dei “liberali veri” – tipo Biden, supponiamo – avrebbero permesso, se fossero stati al posto del tycoon.
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Ucraina, l'ombra del fronte: mentre Kiev chiede aiuti per la svolta, i russi avanzano a Konstantinovka
di Eliseo Bertolasi
Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky intende chiedere ulteriori 20 miliardi di dollari in aiuti militari ai paesi occidentali. Secondo quanto riportato sulla testata “Politico” da un alto funzionario ucraino della difesa, questa richiesta punterebbe a sfruttare i presunti vantaggi sulla prima linea del fronte e a intensificare la pressione sulla Russia.
La richiesta di 20 miliardi di dollari verrà presentata il 18 giugno in occasione della prossima riunione del Gruppo di contatto per la difesa dell’Ucraina, noto anche come “Formato Ramstein”, dove gli alleati organizzano gli aiuti finanziari e militari a Kiev.
Parlando in forma anonima, il funzionario ucraino ha dichiarato: “Tutti possono vedere che la Russia sta bruciando, e noi vogliamo che bruci ancora di più, ma per questo abbiamo bisogno di finanziamenti”.
La questione è stata sollevata dal ministro della Difesa ucraino Mikhail Fedorov e da altri funzionari governativi durante una serie d’incontri coi rappresentanti di Norvegia, Svezia, Germania e Canada.
A ciascun alleato verrà chiesto un contributo compreso tra 2 e 6 miliardi di dollari per raggiungere l’obiettivo di 20 miliardi, si tratterà di aiuti o di prestiti.
Il bilancio della difesa dell’Ucraina per quest’anno è fissato a 4.400 miliardi di grivne (85 miliardi di euro), e i 20 miliardi di dollari si aggiungerebbero a tale cifra.
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Goffredo Fofi, quando l’eresia è una grammatica
di Marco Gatto
Goffredo Fofi ha intrattenuto con la rivista «Confronti» un fitto dialogo. Tra il marzo 2019 e il luglio 2025, mese della sua scomparsa, ha tenuto con regolarità tre rubriche, «Ieri e oggi», «Ribelli» e «A squola», nelle quali ha depositato articoli, ritratti, riflessioni d’occasione, ricordi. La forma narrativa breve, mai davvero bozzettistica e sentimentale, bensì ragionativa e orientata all’esplicitazione di una tesi, è particolarmente congeniale a Fofi e costituisce una delle sue cifre autoriali, come dimostrano i numerosi libri di intervento e di militanza (da Prima il pane a Da pochi a pochi, passando per Zone grigie e per il postumo Arcipelago Sud) e i diari come Pasqua di maggio o Quante storie.
BENE HA DUNQUE fatto «Confronti» a raccogliere questi scritti in Controcorrente. Memoria, scuola e resistenza (Edizioni Con Nuovi Tempi, pp. 354, euro 15), un volume che si apprezza anche per le illustrazioni di Doriano Strologo, capaci di accompagnare, in ideale contrappunto, una collezione di settanta pezzi, chiusa da una sentita nota su Fofi a firma di Michele Lipori e di tutta la redazione. Sono presenti in questi ritratti d’autore molte figure decisive per il percorso intellettuale di Fofi: dai «maestri» e modelli – Danilo Dolci, Aldo Capitini, Giuseppe Di Vittorio, Carlo Levi, Rocco Scotellaro – ai compagni di strada come Giovanni Mottura (assai intenso il ricordo della comune esperienza a Partinico al seguito di Dolci).
Ma emergono anche i nomi di figure dimenticate – Comparetto, sindacalista e agitatore sociale, campione di «fogli di via» – o di «miti d’oggi» (da Che Guevara a Bob Dylan) e di luoghi (Napoli e Firenze), ulteriori tasselli e spunti per una riflessione sui temi della resistenza, della nonviolenza, dell’impegno civile.
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Delirio finanziario e contraddizione immanente
di Fabio Vighi
La vera contraddizione? Un’economia post-produttiva che finanzia il proprio futuro con montagne di debito destinate all’intelligenza artificiale.
Il delirio
Prendiamo SpaceX. Nel 2025 ha realizzato un fatturato di appena 18,6 miliardi di dollari. La sua capitalizzazione di mercato? Oltre 2,6 trilioni. Centoquaranta volte tanto. Un rapporto prezzo/fatturato grottesco, che non ha alcun ancoraggio nella realtà produttiva, ma che viene celebrato come genio imprenditoriale. La stessa follia valutativa caratterizza le aziende dell’IA e della nuova “corsa allo spazio”: tutte indebitate, tutte sostenute da un credito che non ha alcuna corrispondenza con la ricchezza effettivamente prodotta. Più che innovazione, un gigantesco delirio collettivo, una folle scommessa su future colonizzazioni spaziali – come se popolare Marte fosse un’alternativa credibile al collasso terrestre! – che qualcuno, prima o poi, pagherà.
Stiamo assistendo a un’inversione storica senza precedenti: un’economia post-produttiva e speculativa che vuole finanziare la trasformazione tecnologica più capitalisticamente dispendiosa dall’epoca dell’elettrificazione. Questo non grazie al plusvalore o ai guadagni di produttività, ma tramite debito creato dal nulla; più debito di quanto sia mai stato emesso nell’intera storia dell’umanità.
Nei prossimi due anni, l’espansione dell’IA e dei data centre richiede 1,8 trilioni di dollari in spese in conto capitale (capex). Morgan Stanley ora prevede che la sola spesa degli hyperscaler (i giganti del cloud computing come Amazon, Microsoft e Google) raggiunga circa 2 trilioni di dollari nel 2026-2027. E il settore tecnologico rappresenta il 20% di tutte le emissioni di obbligazioni investment-grade – il doppio della sua quota storica. Il mercato obbligazionario tradizionale è saturo e le banche sono di nuovo al limite.
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Le piccole verità e la tirannia del Vero
di Francesco Coniglione
Vi sono parole che, quando vengono scritte con la maiuscola, cominciano a emanare una luce sospetta. Verità. Giustizia. Bene. Umanità. Sembrano innalzarsi sopra il fango delle opinioni, sottrarsi alla rissa del mondo, occupare un cielo terso dove tutto è finalmente limpido, ordinato, necessario. Ma proprio in quella maiuscola si annida spesso il primo pericolo: la pretesa che una parola umana, troppo umana, possa diventare il sigillo dell’assoluto.
Nel discorso comune, e talvolta anche nella pubblicistica colta, si ricorre con disinvoltura a queste categorie solenni. Si dice, per esempio, che «il cuore della giustizia è la verità»; e si potrebbe aggiungere, con tono ancora più edificante, che «la disponibilità a riconoscere il vero è la soglia della moralità». Frasi belle, perfette per essere scolpite sul frontone di un tribunale o incise nel marmo di una scuola civile. E tuttavia, come tutte le frasi troppo belle, chiedono di essere interrogate. Perché chi pronuncia la parola “verità” raramente la lascia nuda: quasi sempre la veste con i propri abiti, la educa nella propria lingua, la fa camminare secondo il ritmo della propria storia.
Il filosofo, poi, è particolarmente esposto a questa tentazione. Abituato a trafficare con l’universale, rischia più di altri di credersi non soltanto cercatore, ma interprete autorizzato del Vero; non soltanto amante della sapienza, ma suo notaio, suo araldo, suo funzionario plenipotenziario. Da qui nasce una delle forme più raffinate della superbia intellettuale: parlare in nome del Vero credendo di aver semplicemente deposto la propria voce, quando invece la si è soltanto amplificata e innalzata a misura delle cose.
Il problema, allora, non è soltanto distinguere il vero dal falso, come se la vita umana fosse un fascicolo processuale da riordinare, una disputa da chiudere ristabilendo finalmente “la verità dei fatti”. Certo, vi sono fatti da accertare, menzogne da smascherare, falsificazioni da correggere. Nessuna civiltà può sopravvivere se rinuncia alla differenza tra prova e invenzione, tra testimonianza e calunnia, tra memoria e propaganda. Ma il punto più sottile è un altro: gli esseri umani non abitano soltanto fatti; abitano mondi di senso.
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La lobby dei creditori prevale perchè non ha bisogno di pensare
di comidad
C’è una differenza notevole tra le attuali forme di divismo a destra e quelle di una decina di anni fa. Oggi la destra vende “identità”, cioè spaccia sfacciatamente fumo, come i pusher dentro le scuole. Risulta quindi evidente che la destra sta facendo puro intrattenimento e che si sta rivolgendo a un pubblico che non si attende esiti pratici, bensì soltanto una rivalsa in termini di orgoglio; insomma, un Macho Pride al posto del Gay Pride. Alle elezioni europee del 2024 Matteo Salvini ha venduto al suo elettorato un fantoccio identitario, e l’espediente gli ha fruttato al momento oltre mezzo milione di voti; poi il fantoccio gli si è rivoltato contro, ma questi sono cavoli suoi. Nel 2016 invece Salvini sembrava voler fare sul serio e, per capire che ci stava prendendo in giro, occorreva entrare nelle pieghe del suo discorso. Il Salvini di allora parlava infatti di un problema reale come l’euro, cioè di un veicolo di trasferimento di reddito dai poveri ai ricchi, e prometteva una uscita dell’Italia dalla moneta unica se la Lega fosse andata al governo.
L’inganno stava nel risvolto del discorso, cioè nel porre il problema in termini di sovranità, come se la moneta unica ci fosse stata imposta dal perfido straniero. Nel 2018 si è poi scoperto che l’alt a mettere in discussione l’appartenenza (e persino le semplici condizioni dell’appartenenza) dell’Italia alla moneta unica, non proveniva da Berlino, bensì direttamente dal Quirinale.
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Finanzcapitalismo all’italiana
di Alfonso Gianni
Allo stato delle cose nessuno può dire con certezza se al lungo risiko bancario sia subentrata per davvero una pax bancaria. Come vedremo ci sono ancora alcune varianti possibili e caselle da scoprire. Ma quello che è successo in questi ultimi giorni ha certamente delineato un processo di ristrutturazione e di centralizzazione del sistema bancario italiano. Il fatto che ciò avvenga mentre il mondo è avvolto in un sistema di guerra ove improbabili accordi di pace non sono altro che una parentesi tra un conflitto e un altro, o tra una fase dello scontro e un’altra del medesimo, dimostra che il capitalismo, e a maggior ragione il finanzcapitalismo, le crisi e l’instabilità geopolitica marcata da guerra non solo le crea, quindi le subisce, ma poi soprattutto le sfrutta per dare vita o registrare nuovi assetti di potere.
La vicenda italiana si sta incanalando verso un successo per il gruppo Intesa-San Paolo. In un’intervista a un importante quotidiano il ministro dell’economia e delle finanze Giancarlo Giorgetti ha riassunto – a denti stretti – pressappoco così l’epilogo del risiko: nel mercato vince chi paga di più. La stessa cosa veniva spesso ripetuta anni addietro, quando non era banale affermarlo, da Alfredo Reichlin ricorrendo alla locuzione in rima baciata “È l’articolo quinto: chi ha i soldi ha vinto” per simboleggiare il passaggio al finanzcapitalismo. Di fronte a questa antica potenza, quella del denaro, in qualunque forma essa si presenti, possono assai poco le golden power dei governi, che riescono sì a rallentare i processi, ma non ad arrestarli né far loro cambiare direzione.
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Necessità della politica tra destino e possibilità
Salvatore Bianco intervista Carlo Galli
Carlo Galli è tra i filosofi della politica più prestigiosi nel panorama internazionale. In un suo recente lavoro intitolato “Tecnica”, per le edizioni il Mulino, ha espresso la tesi che la tecnocrazia non esiste. A comandare sono sempre determinati poteri politici, economici e mediatici che si servono della tecnica a scopo di profitto e dominio. Ora, in occasione dell’uscita del suo ultimo saggio, dal titolo “Necessità della politica”, che verrà discusso con il professor Gennaro Imbriano il prossimo 25 giugno alle ore 18 presso la Feltrinelli di Bologna, gli abbiamo rivolto alcune domande cui ha risposto con la consueta disponibilità.
* * * *
Salvatore Bianco: Nel suo ultimo saggio appena pubblicato da Raffaello Cortina, che si intitola “Necessità della politica”, lei parla di una necessità della politica innanzitutto come produzione di potere inevitabile da parte degli esseri umani in comunità. Potrebbe illustrare questa prima necessità della politica?
Carlo Galli: Ho definito la politica come la umana convivenza vista sotto il profilo del potere. E ho definito kratos, cioè etimologicamente “potere come prevalenza”, il fatto che ogni forma di coesistenza produce e implica potere, e dal potere è resa possibile e mantenuta.
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Generale Vannacci, peggio la toppa o il buco?
A che serve e cosa copre il Generale
di Fulvio Grimaldi
Se mettiamo che il generale Vannacci sia la toppa e l’establishment destro-sinistro post-neo-tecnofascista sia il buco, allora è di evidenza solare che il peggio è il sistema rispetto a un Vannacci che non è che un’occasionale epifenomeno di presunta critica, ma di effettivo sostegno.
Ma visto che di peggio qui toccherà occuparsi abbondantemente, a fare una classifica dantesca, peggio di Vannacci ce n’è, eccome. Mi viene subito in mente la combriccola dei “ma quale genocidio!” assembrata l’altra sera dall’impunito Antonino Monteleone nella trasmissione “Filo rosso”. Dopo la quale, resistito per malsanamente vedere fino a che punto si possano spingere nel loro ben-gvirismo sandwichmen “liberal” come Cerno, o Erri De Luca, o Sattanino, o De Bortolis, osservati e commentati con sacrosanta commiserazione dall’unico cervello presente (Borgonuovo, un destro!), si sente il bisogno di fare una doccia. O se non c’è, di scambiarsi d’abito.
Il buco è questo e, rispetto a una toppa così sbrindellata, retrograda, culturalmente analfabeta, ma con le stellette, fa davvero più ribrezzo. Il buco è il sistema. La toppa è quella roba che si presenta come antisistema, che serve a dare l’idea che, dopotutto, qualcosa nella morta gora tossica si muova. Il sistema ha bisogno che ogni tanto arrivi qualcuno che si finga diverso e dia uno scossone. Che poi non è altro che un’operazione di riassestamento.
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Per uscire dalla gabbia del capitalismo finanziario
di Alessandro Volpi
a) Cambiare il paradigma
La crisi del capitalismo finanziario, attraversato da una gigantesca bolla che trova alimento quasi esclusivamente dal trasferimento del risparmio di buona parte del mondo “occidentale” in direzione delle Borse americane e in particolare verso un numero ristretto di titoli di società partecipate dai grandi gestori globali di tali risparmi, sta dunque rapidamente aggravandosi, esasperando ancor più la propria natura predatoria con lo smantellamento dei sistemi di Welfare, e delle stesse sovranità democratiche, per continuare a creare nuovi soggetti che hanno bisogno della finanza.
Al di là del superamento definitivo un simile modello mi sembra indispensabile, in conclusione, provare a definire alcuni passaggi propedeutici per muoversi in tale direzione, partendo dal piano europeo e indicando otto punti generali a cui far seguire le ipotesi di una trasformazione italiana.
1) È necessaria la reintroduzione di forme di limitazione di circolazione dei capitali che dovrebbero restituire una dimensione “territoriale” alla gestione dei capitali stessi e dei risparmi. L’unica dominante non può essere rappresentata dal massimo rendimento finanziario, a prescindere dalle effettive ricadute sui tessuti produttivi e sui livelli e sulla qualità del lavoro e della sua retribuzione. L’ideologia del superamento dei vincoli sociali, e più in generale il processo di affidamento alla finanza e alla sua infinita ingegneria, non può motivare un’idea di mercato dove la determinazione del valore è solo finanziaria. Per evitare ciò occorre appunto una normativa, statale ed europea, che impedisca quella corsa verso la finanza degli Stati Uniti, iniziata fin dall’era reaganiana. La costruzione di macroaree regionali di circolazione di capitali e risparmi e l’introduzione di vincoli specifici alla loro destinazione devono rappresentare l’oggetto di uno sforzo politico profondamente radicale e innovativo.
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L’Italia piccola piccola
di Michele Agagliate
Roberto Vannacci cresce. I sondaggi lo confermano, i transfughi della Lega e di Fratelli d’Italia pure. Come osserva l’avvocato Marco Mori nel suo intervento su Money.it, il generale sta letteralmente “facendo evaporare” la Lega e “creando problemi significativi” a Fratelli d’Italia, mettendo a nudo le contraddizioni di due partiti che hanno capovolto le proprie posizioni politiche originarie nel momento in cui hanno assaggiato il potere. L’analisi è corretta: Salvini è passato dall’euroscetticismo muscolare al voto favorevole al Patto di stabilità. Meloni è passata dal “non siamo schiavi dell’Europa” alla lettera ossequiosa a Ursula von der Leyen. Il vuoto che si è aperto è reale, e Vannacci ci si è infilato con abilità.
Fin qui, nulla da eccepire. Il problema comincia quando si prova a guardare dentro il vaso invece di ammirarne la forma esterna.
Vannacci è un generale dell’esercito italiano che ha costruito la propria fortuna politica su un libro — Il mondo al contrario (un ringraziamento speciale ai futurologi di Repubblica) — scritto con la grazia stilistica di un rapporto di servizio e la profondità filosofica di uno sfogo da bar. Milioni di copie vendute, non perché il testo fosse raffinato, ma perché intercettava un malcontento reale: quello di una parte di Paese che si sente derisa, silenziata, sostituita. Un malcontento che ha cause strutturali serie — la precarizzazione del lavoro, la compressione dei salari, la crisi demografica, l’abbandono delle periferie — e che meriterebbe risposte all’altezza. Invece ha trovato un generale in borghese che gli ha detto che il problema sono i gay, i migranti e i politicamente corretti. Come sempre nella storia, è più facile indicare un nemico visibile che analizzare un meccanismo sistemico.
Eppure il fenomeno cresce, e cresce perché i partiti che avrebbero dovuto difendere quei ceti popolari — la sinistra riformista in primo luogo — hanno da tempo scelto di rappresentare i ceti urbani istruiti, le professioni liberali, il mondo della comunicazione e della cultura, lasciando il resto a raccattare le proprie frustrazioni dove poteva.
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Pensare la crisi, coltivare l’insurrezione
Uno sguardo ecomarxista sulla catastrofe
di Gabriele Ciabatti
Il concetto di progresso va fondato nell’idea della catastrofe.Che «tutto continui così» è la catastrofe. Essa non è ciò che di volta in volta incombe, ma ciò che di volta in volta è dato.
— Walter Benjamin, Zentralpark
I. La narrazione egemone che struttura il discorso pubblico attorno alla crisi climatica produce l’immagine mistificatoria di una catastrofe ambientale indeterminata, futura, circoscritta all’ambito del possibile. Al contrario, la catastrofe è già in atto: essa è una realtà che si aggrava in modo vertiginoso, legandosi pericolosamente allo sviluppo delle contraddizioni del capitalismo globale. In questo senso, ci sono immagini capaci di far emergere con immediatezza i nodi sistemici nei quali ci muoviamo, smantellando il velo dell’ideologia: i cieli delle metropoli mediorientali avvolti da nubi nere e piogge acide, a seguito dei criminali bombardamenti condotti dalle potenze occidentali contro le infrastrutture petrolifere, ci costringono a cogliere il nesso mortifero tra accelerazione della guerra imperialista e accelerazione del disastro ambientale. Sulla base di ciò dobbiamo chiederci: da dove ripartire? Di quali strumenti d'analisi ci dobbiamo fornire per orientarci nel mezzo della catastrofe? Che fare e, primariamente, cosa non fare?
II. È risaputo che negli ultimi anni la lotta ecologista abbia acquisito una sempre maggiore risonanza mediatica e politica, fino a raggiungere un picco di sovraesposizione a partire dagli scioperi scolastici di Greta Thunberg. Nonostante il merito storico di aver catalizzato una mobilitazione globale attorno al clima, il movimento mancava di un paradigma critico-analitico adeguato alla dissezione strutturale del capitalismo, che fosse capace di riconoscere la crisi climatica come un carattere intrinseco alle dinamiche del modo di produzione vigente, irriducibile a un contingente errore di percorso.
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Cacciari ed Esposito dentro il Kaos
di Paolo Perulli
“In un momento in cui i cambiamenti centenari accelerano e la situazione internazionale è caratterizzata da caos a seguito di cambiamenti, il mondo si trova di fronte a un nuovo bivio. Sapranno Cina e Stati Uniti superare la ‘trappola di Tucidide’ e inaugurare un nuovo paradigma nelle relazioni tra grandi potenze?” È Xi Jinping che parla in occasione dell’incontro con Trump il 14 maggio scorso. È lui che usa il termine caos per descrivere lo stato attuale del mondo. Come siamo giunti a questo punto, e quando?
“Nell’istante in cui entrano in scena i primi Stati contrassegnati da una tendenza planetaria – quindi oggi –, in quest’istante anche la questione della libertà dei mari diventa assoluta a livello planetario… Grozio parlava come un dominatore di uno stretto marittimo che fosse posto sotto assedio…”. Si sta parlando dello stretto di Hormuz? No, chi scrive è Franz Rosenzweig e siamo nel 1917, durante la Prima Guerra mondiale. Globus è un abbozzo di teoria storico-universale dello spazio, scritta dal filosofo ebreo che sarà l’autore di La Stella della redenzione. Geopolitica ha a che fare con filosofia e teologia, quindi? Certamente. Scriveva Oswald Spengler in quegli stessi anni (Il tramonto dell’Occidente è del 1918) che il pensiero tecnico ha un’origine religiosa, e un’epoca irreligiosa perfettamente cosmopolita è un’epoca di decadenza.
Entrambi questi autori sono ricordati nel saggio ora dedicato da Massimo Cacciari e Roberto Esposito al Kaos (Il Mulino 2026). Due filosofi scrivono il miglior saggio di geopolitica della nostra epoca. Con buona pace di chi pensa alla geopolitica come affare di strategie militari e di intelligence.
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Washington paga e ottiene promesse
di Emiliano Brancaccio
Partita Persia. È ancora viva la memoria della bullesca propaganda con cui Trump e Netanyahu avevano dato inizio alla guerra contro l’Iran. Ma il memorandum di pace che circola in queste ore delinea una situazione un po’ diversa
È ancora viva la memoria della bullesca propaganda con cui Trump e Netanyahu avevano dato inizio alla guerra contro l’Iran. Minacciavano l’annientamento di ogni traccia della civiltà persiana se i pasdaran non si fossero piegati, davano per imminente il cambio di regime, già preparavano riunioni con gli affaristi per spartirsi il paese.
Ebbene, il memorandum di pace che circola in queste ore delinea una situazione un po’ diversa.
Stando ai leaks pubblicati da Reuters e altri, ammesso che si arrivi alla firma, venerdì prossimo gli Stati uniti potrebbero accettare un protocollo che pare oggettivamente sbilanciato a favore del nemico.
Lasciamo ai geopolitici di grido occuparsi della telenovela nucleare e concentriamoci sul nocciolo del problema: la disputa commerciale e finanziaria. Ecco i punti principali.
In primo luogo, Washington si appresta a sbloccare circa 25 miliardi di dollari di fondi iraniani congelati all’estero. Gli sherpa americani puntualizzano che lo sblocco avverrà «sotto condizioni» ma la precisazione appare ogni ora più flebile. Metà dei soldi potrebbero esser consegnati ai legittimi proprietari già all’atto della firma.
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Biolaboratori americani in Ucraina. L’intelligence USA declassifica le prove
di Gianandrea Gaiani
Disinformazione putiniana? Complottismi dei filorussi? Macché, era tutto vero e le ricerche statunitensi su agenti patogeni altamente contagiosi hanno esposto per anni a grave rischio l’intera Europa.
Con il comunicato stampa n. 10-26 del 12 giugno 2026, l’Office of the Director of National Intelligence (ODNI) ha ufficialmente squarciato il velo su una delle questioni più controverse degli ultimi anni: la rete di oltre 120 biolaboratori finanziati dal governo degli Stati Uniti in più di 30 Paesi.
Il Direttore dell’Intelligence Nazionale (DNI), Tulsi Gabbard, ha reso noto che la documentazione relativa a tali strutture — inclusa la rete presente in Ucraina — è stata declassificata e resa accessibile al pubblico.
L’ammissione ufficiale sui rischi e i finanziamenti Secondo quanto dichiarato dall’ODNI, la comunità di intelligence ha confermato che molti di questi laboratori hanno operato, con scarsa supervisione, nella ricerca su agenti patogeni altamente contagiosi, includendo in alcuni casi studi di Gain-of-Function, cioè la modifica genetica di un organismo in modo da potenziare le funzioni biologiche dei prodotti genici.
Il documento chiarisce che la permanenza di tali strutture in zone di conflitto, come quella in corso tra Russia e Ucraina, espone il territorio e la sicurezza globale a rischi elevati di “compromissione, sequestro o danno”. La rottura con il passato Il comunicato segna una netta discontinuità rispetto alla gestione dell’amministrazione precedente.
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Lezioni iraniane
di Fabrizio Casari
Ammesso e non concesso che l’intesa intervenuta tra Stati Uniti e Iran trovi la sua formale approvazione, che non sia il 39esimo annuncio seguito da stop and go, la questione, dopo oltre 100 giorni di guerra che hanno cambiato il quadro politico e militare del Golfo Persico e del Medio Oriente, è stabilire chi ne esce sconfitto e chi vittorioso. Come già in precedenza Israele attacca per sabotare l’accordo, sa che la campana suona per Tel Aviv. Perchè il barometro della vittoria indica che l’Iran esce rafforzato sul piano strategico, avendo resistito e contrattaccato e mantenuto intatti territorio, sistema politico e assetto costituzionale, che erano gli obiettivi dell’aggressione israelo-statunitense.
Sul piano regionale i riflessi sono evidenti. È venuta meno l’idea di scambio tra petrolio, dollari e sicurezza su cui le petro-monarchie e gli USA hanno retto decadi di alleanza. L’incapacità dimostrata dagli Usa di difenderle spinge oggi Arabia Saudita e EAU a cercare un’intesa diretta con Teheran e a mettere in forse il ruolo degli USA che, lungi dal proteggerli, li ha resi un bersaglio.
Questo ridisegnerà un cambio globale di strategia statunitense per una regione che continua ad essere decisiva per una economia internazionale che ha ancora nel fossile la sua quota maggiore di generazione di energia e nei fondi sovrani dell’area una capitalizzazione fondamentale per il debito USA.
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Quinte Colonne dell’imperialismo. Gli agit-prop della dissidenza
I casi Satrapi e Navalny
di Fulvio Grimaldi
Sono i massimi idoli dei media in Occidente. Sono prime donne e primi uomini, ma oggi come oggi, si sa, vanno di più le prime donne, dentro e fuori wako, in tutti i talkshow e su tutte le onde radiofoniche. Fanno incetta di premi Nobel per la Pace e di quelli Oskar. Nei Festival nessuno merita più di loro un tappeto rosso chilometrato. Sono l’estrema conferma della superiorità della civiltà bianca, cristiana, con al centro e in testa le donne. Sono il puntello, il paracadute, la stampella, l’integratore vitaminico di ogni campagna che esalta i valori occidentale e depreca i disvalori altrui. Sono l’assist irrinunciabile a ogni visione, azione e aggressione colonialista e imperialista, per iscritto, parlato, o bombardato.
Sono i testimoni nativi del mondo delle barbarie. Sono la diaspora. Sono la dissidenza.
Si potrebbe partire da Dante e Machiavelli, Pablo Neruda, o Nureyev. Ma non la finiremmo più e ci ritroveremmo in un ginepraio dove la fuga da una dittatura si confonde con quella del transfuga comprato e prezzolato. Partiamo da ciò che troviamo in giro ora. E che ora incide sulla percezione che il volgo e l’inclita hanno del reale.
I dissidenti che qui ci interessano si dividono in nativi transfughi e nativi stanziali. Nella prima categoria, tra i più celebri, o celebrati, troviamo i russi Solženicyn, Kasparov, il figlio dello Shah Pahlevi, la Premio Nobel iraniana Shirin Ebadi, l’artista cinese Ai Weiwei. Tra quelli rimasti, volenti o nolenti, nel loro paese ricordiamo, su tutti, Nelson Mandela, poi il Nobel per la Pace cinese Liu Xiaobo, le iraniane di “Donna, Vita, Libertà”, il giornalista tedesco sanzionato da Bruxelles e da Berlino, Hüseyin Doğru.
Coloro che stanno in paesi sgraditi all’Occidente euro-atlantico di solito godono del sostegno aperto di Amnesty International, Human Rights Watch e, in misura meno visibile, di National Endowment for Democracy, o USAID, agenzie USA che lavorano là dove la presenza diretta della CIA comprometterebbe il corretto esito cognitivo delle opinioni pubbliche. Sono quelli, insieme a centinaia di altre ONG, che vengono utilissimi per le operazioni colorate, di regime change.
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Il sole della Sicilia brilla a Wall Street
di Francesco Cappello
Come i fondi pensione americani e i giganti della finanza stanno trasformando l’entroterra siciliano nella nuova frontiera dell’estrattivismo verde
C’è un filo invisibile, ma d’acciaio, che collega un campo graziato dal sole nell’entroterra siracusano ai grattacieli di specchi di Manhattan. Quando la luce del Mediterraneo batte sui nuovi impianti fotovoltaici di Francofonte o Lercara Friddi, a migliaia di chilometri di distanza un algoritmo calcola il rendimento futuro per i fondi pensione degli insegnanti americani o per i giganti come BlackRock. A prima vista, la massiccia ondata di investimenti in energie rinnovabili che sta investendo la Sicilia sembra una storia lineare di redenzione ecologica e transizione energetica. Ma sollevando il velo della narrazione green emerge una realtà molto più complessa: un’imponente operazione di ingegneria finanziaria dove il bene più prezioso non è il pannello solare, né l’energia prodotta, ma il “pezzo di carta” dell’autorizzazione burocratica. L’isola si è trasformata in un laboratorio europeo di finanziarizzazione del territorio, dove le risorse naturali vengono smaterializzate in asset liquidi, lasciando alle comunità locali i vincoli fisici e i costi ambientali, mentre la rendita geopolitica del XXI secolo vola oltreoceano.
Negli ultimi anni la Sicilia – insieme alla Sardegna – è diventata uno dei territori più ambiti d’Europa per gli investimenti nelle energie rinnovabili. A prima vista potrebbe sembrare una storia semplice: l’isola gode di un irraggiamento solare eccezionale, dispone di ampie superfici agricole e si trova al centro della strategia europea di decarbonizzazione. In questa lettura, l’arrivo di grandi capitali internazionali rappresenterebbe una buona notizia: nuovi investimenti, più energia pulita, minore dipendenza dai combustibili fossili.
La caccia all’oro burocratico: perché il vero tesoro è il “pezzo di carta”
Ma osservando più da vicino ciò che sta accadendo, emerge una vicenda molto più complessa, che riguarda non soltanto la transizione energetica, ma anche la finanziarizzazione del territorio, il ruolo dei fondi di investimento e il modo in cui il denaro pubblico finisce per orientare enormi flussi di capitale privato.
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Note sull’aggressione contro Cuba e sulla desistenza geopolitica*
di Eros Barone
L’attuale crisi energetica che Cuba sta affrontando non è né un fenomeno naturale né un semplice deficit delle infrastrutture: è invece il culmine di un assedio geopolitico pianificato con precisione sistematica nel corso di sei decenni. Ciò che l’isola sta vivendo oggi è l’intreccio micidiale tra la guerra economica tradizionale – il blocco – e un contesto internazionale i cui protagonisti, anziché agire per ridurre lo squilibrio dei rapporti di forza, hanno optato per quella che si può definire una “geopolitica della desistenza”. In altri termini, Cuba affronta non solo l’ostilità dell’Impero, ma anche l’abbandono silenzioso di coloro che, in teoria, dovrebbero sfidare l’ordine unipolare. D’altra parte, il blocco esiste perché Cuba sfida ancora lo ‘status quo’ e rimane un fenomeno scomodo all’interno del sistema capitalistico globale. Se Cuba non rappresentasse una minaccia reale, basterebbe ignorarla, ma il fatto che una simile anomalia – un paese socialista a soli 145 chilometri di distanza da un colosso imperialista - debba essere eliminata dimostra che la sua semplice esistenza è intollerabile per l’ordine che quel colosso intende perpetuare.
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Un naufragio con molti spettatori
Sennonché è necessario chiedersi che cosa rimanga della solidarietà internazionale quando i gesti simbolici sostituiscono le azioni concrete. Che cosa significa davvero sostenere Cuba quando il cappio si sta stringendo intorno al collo della vittima e il soffocamento diventa tangibile? E soprattutto: che cosa rivela dello schieramento geopolitico, che afferma di volere un mondo diverso, il fatto che resti a guardare un naufragio senza alzare un dito per soccorrere i naufraghi? Nelle dichiarazioni che improntano la loro retorica, la Russia e la Cina rivendicano un mondo multipolare, la fine dell’unipolarità e il rispetto della sovranità. Ma il loro vero obiettivo – rivelato dalle azioni piuttosto che dalle parole – è la graduale integrazione nelle regole del sistema che affermano di sfidare; il loro vero obiettivo non è la trasformazione dell’ordine mondiale, ma la negoziazione di un luogo più confortevole al suo interno. Coinvolte nei loro conflitti prolungati – l’Ucraina per la Russia, Taiwan e il Mar Cinese Meridionale per Pechino –, entrambe queste potenze hanno adottato una posizione difensiva.
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Capitalismo finanziario e guerra permanente
di Elena Basile
La guerra con l’Iran sembrerebbe aver avuto fine con la firma del MOU prevista per venerdì 19 a Ginevra. I dubbi sulla sua attuazione sono tuttavia leciti. Il MOU si regge sul cessate il fuoco anche a Gaza e in Libano. Quindi finalmente avremmo gli Stati Uniti che tengono sotto controllo Israele?
Secondo molti analisti indipendenti, si tratta invece di una guerra di attrito nella quale la coalizione Epstein cerca, alternando dialoghi e bombardamenti, di distruggere la resilienza iraniana. Teheran non recede dai suoi obiettivi e risponde a ogni provocazione relativa anche al Libano e a Gaza. Impone linee rosse che, una volta violate, vengono sanzionate con rappresaglie su Israele e sulle basi americane nel Golfo Persico.
L’obiettivo occidentale resta quello di indebolire l’alleato della Cina, rivale sistemico, e di destabilizzare il governo teocratico affinché il capitale finanziario USA in crisi possa nutrirsi di nuove materie prime ed energetiche. La Cina, tuttavia, è intervenuta con la sua riconosciuta autorità per porre fine al blocco di Hormuz, che è contrario ai suoi interessi come a quelli di Washington. Se una svolta positiva ci sarà, è grazie a Pechino e alle forze riformiste iraniane che hanno temperato gli obiettivi dei falchi. L’incognita Israele, quale variabile impazzita, permane.
La nuova guerra, non di territori ma di attrito, continua anche tra Russia e NATO per interposta Ucraina. Come nota Andrey Bezrukov, ex agente dei servizi, nel suo discorso al Foro economico di San Pietroburgo, gli occidentali punterebbero a colpire, grazie al sistema Starlink, le infrastrutture strategiche russe e a neutralizzare, con sistemi di difesa come il Golden Dome, le forze nucleari russe. L’escalation occidentale cresce con il sistema della “rana bollita”.
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Pechino annuncia il fallimento della controffensiva statunitense
di Giuseppe Masala
Nei media occidentali è passata sotto silenzio la divulgazione di un fondamentale documento cinese. Si tratta di un report redatto dal CICIR - China Institutes of Contemporary International Relations - l'istituto di ricerca del potente Ministero della Sicurezza di Stato cinese (MSS), in pratica una sorta di superministero che unisce sia i servizi esteri che quelli interni in un'unica entità, in pratica come se gli USA avessero la CIA e l'FBI unite sotto un'unica regia centralizzata.
Il titolo del documento è "La grande trasformazione globale e il percorso verso la coesistenza tra Stati Uniti e Cina” e già da questo si può desumerne l'importanza perchè il MSS cinese ha l'ambizione, già dal titolo, di inquadrare e descrivere i rapporti di forza intercorrenti tra le due superpotenze e come questi influenzeranno gli equilibri globali, che peraltro già dal titolo sono definiti come in “grande trasformazione” e dunque transizione dal momento unipolare post fine della Guerra Fredda, quando gli USA e l'Occidente ebbero l'egemonia assoluta sul mondo, ad una realtà sempre più attuale dove si delinea un diverso equilibrio di forze.
Da notare che la lente attraverso la quale il Ministero della Sicurezza di Stato cinese (MSS) inquadra questa fase storica dei rapporti internazionali è quello della “guerra prolungata” teorizzata da Mao Zedong nel testo scritto nel 1938 per descrivere la guerra con il Giappone. In questo opera, il padre della Cina Popolare teorizza tre diverse fasi nei conflitti di lunga durata: la prima, definita di “Difesa Strategica”, dove la parte più debole in conflitto assorbe l'assalto della parte più forte; la seconda, definita di “Stallo strategico”, quando l'equilibrio si sposta verso la stabilità tra le due parti in lotta e la terza parte che Mao definiva di “Controffensiva strategica” nella quale la parte precedentemente più debole – ribaltando i rapporti di forza originari – prende l'iniziativa e vince.
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Il 12 giugno e la distruzione dell'URSS: le origini profonde dello scontro con la NATO
di Fabrizio Poggi
12 giugno. Il 12 giugno si celebra in Russia la festa nazionale con cui si evoca la data in cui, nel 1990, il primo Congresso dei Deputati del Popolo della RSFSR adottava la Dichiarazione di Sovranità nei confronti dell'URSS: prima tappa dei passi che avrebbero portato alla fine dell'Unione Sovietica, con la Bielorussia di Stanislav Šuškevic che decretava la propria “sovranità” il successivo 27 luglio, seguita il 24 agosto dall'Ucraina di Leonid Krav?uk. Nel dicembre 1991, riuniti nella Belovežskaja pušca, Boris Eltisn Stanislav Šuškevic e Leonid Kravcuk decretavano a tavolino la fine dell'URSS.
Sempre il 12 giugno, ma nel 1991, Boris Eltsin diventava il primo presidente della RSFSR. Ma, dato che larga parte dei russi aveva un atteggiamento negativo verso la dichiarazione di “sovranità” che, secondo loro, era alla base della liquidazione dell'URSS, il 12 giugno 1998 Eltsin decise di ridenominare la giornata in Festa della Russia.
In altre parole, il 12 giugno la Russia celebra la cosiddetta “parata delle sovranità” che, dopo la Russia, avrebbe via via investito le altre Repubbliche dell'URSS e portato alla distruzione dello stato socialista sovietico. Si celebrano con ciò stesso, anche senza dirlo apertamente, la “terapia shock” formulata da Egor Gajdar, l'iperinflazione, la miseria e la disoccupazione che avrebbero caratterizzato gli anni '90 e si sarebbero rivelati esiziali per molti milioni di russi, portando a un pauroso decremento della popolazione, che raggiunse la cifra di un milione in meno all'anno. Si contarono oltre 20 milioni di russi, tra morti e non nati negli anni '90, grazie alle “riforme eltsiniane”.
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Immigrazione e sciacallaggio politico
di Andrea Zhok
Visto che i fatti di Belfast hanno rimesso al centro della discussione temi oramai sviscerati in tutti i loro aspetti, proviamo a fare una sintesi per ottenere un po’ d’ordine mentale.
1) Il fenomeno migratorio in Occidente è integralmente un fenomeno con radici economiche, dipendente dalla logica di capitale. Vengono favoriti gli spostamenti di forza-lavoro che cerca di occupare gli spazi lavorativi disponibili sul mercato mondiale. È nell’interesse del capitale ottenere forza lavoro massimamente disponibile a lavorare per poco e facilmente ricattabile. Non è una questione di “immigrazione irregolare”. Gli irregolari sono anch’essi parte del gioco, perché un po’ più ricattabili, ma il gioco nel suo complesso è accettato, desiderato e teorizzato.
2) La pressione che viene esercitata dalle forme di vita coltivate in Occidente (dai costi per crescere la prole, alle responsabilità legali, alle difficoltà pedagogiche per figli che crescono in ambienti desocializzati, ecc.) crea costantemente le condizioni per una riduzione della fecondità. (Questo succede anche per le seconde generazioni dei migranti, non appena si acclimatano). La mancanza di forza lavoro interna dei paesi occidentali viene compensata importandola da parti del mondo dove i “costi di produzione di bambini” sono bassi, perché non esiste un sistema di tutele pubbliche, servizi sanitari, sistemi scolastici, ecc. L’Occidente è una tomba indaffarata che assorbe giovani “prodotti” altrove per trasformarli in concentrazioni di capitale.
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La sinistra nella trappola della tecnica
di Lelio Demichelis
I marxismi e le sinistre di varia tendenza e storia sembrano avere un grosso problema con le macchine e con la tecnica: si ostinano a non voler vedere la potenza della tecnica – che è diversa, seppure funzionalmente integrata, con quella del capitale. Da questa tesi parte Lelio Demichelis per sviluppare una radicale critica della modernità tecnologica. Al centro della sua riflessione vi è il concetto di Tecno-archía, una forma di potere fondata sulla razionalità strumentale, sul calcolo e sull'automatismo, che tende a imporsi sulla politica, sulla democrazia e sulla stessa libertà umana. L'intelligenza artificiale rappresenta, in questo quadro, non una semplice innovazione, ma l'ultima forma di delega cognitiva alle macchine: il punto in cui il pensiero rischia di essere sostituito dall'esecuzione automatica. Se la tecnica non è un semplice strumento neutrale ma una forza capace di organizzare la società secondo le proprie logiche, occorre mettere in discussione l'episteme che governa l'intera civiltà contemporanea e pensare a restituire centralità al pensiero critico, all'autonomia e alla capacità di immaginare un futuro sottratto all'imperativo del calcolo e della macchina.
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I marxismi e le sinistre di varia tendenza e storia sembrano avere un grosso problema con le macchine e con la tecnica: si ostinano a non voler vedere (cosa diversa dal non vedere, grave in sé) la potenza (la pluspotenza della sua volontà di potenza, ma anche il suo potere) della tecnica – che è diversa, seppure funzionalmente integrata, con quella del capitale. E da due secoli le sinistre si illudono che la tecnica sia fondamentale per la liberazione del proletariato – una ingenuità epistemica smentita ogni giorno dalla realtà (che però appunto non si vuole vedere) – e che lo sviluppo delle forze produttive porterà al socialismo/comunismo. O che trionferà il general intellect, quando invece, da tempo ma soprattutto oggi con l’IA siamo alla totale alienazione cognitiva dell’uomo e alla sua totale delega esistenziale/cognitiva alle macchine.
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