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Oltre la zona grigia del terrore e dei gulag. Una storia da rifare
di Luigi Cavallaro
La storiografia sullo stalinismo ha sempre sottolineato la repressione che lo ha contraddistinto, rimuovendo il fatto che è stato un sistema di potere cresciuto sulle contraddizioni della Rivoluzione d’Ottobre, incontrando così il consenso di una parte considerevole della popolazione sovietica.
Il 21 dicembre 1929, grandi celebrazioni pubbliche salutarono il cinquantesimo compleanno di Stalin. L’egemonia conquistata negli anni precedenti nel gruppo dirigente bolscevico fu esaltata da articoli celebrativi su tutti i giornali di partito, uno dei quali intitolato significativamente Za rukovodstvo («Per la leadership»). Si ricordarono i suoi saldi legami con Lenin e si sottolineò il contributo decisivo apportato alla dottrina marxista con i Principi del leninismo, che egli aveva redatto nel 1924 e dedicato alla giovane «leva leninista», allora in procinto di entrare in massa nelle file del partito.
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Portatevi coperte e panini!
Marco Cedolin
Il freddo e la neve caduta abbondante in tutto il Centro Nord nel corso di questa settimana prenatalizia, hanno messo impietosamente al tappeto il servizio ferroviario italiano che ormai da molti anni si regge con le stampelle, fidando nella bonomia e troppa comprensione dei viaggiatori ormai avvezzi a sopportare stoicamente ogni genere di disagio.
In questo cadere al tappeto delle ferrovie, che nell’ultimo ventennio sono state abbandonate a sé stesse nell’ottica del progressivo disfacimento, a fronte di amministratori incapaci e della decisione di destinare alla truffa dell’alta velocità la quasi totalità degli investimenti, si sono toccate punte di una tale gravità da indurre anche il più presuntuoso e tronfio fra i dirigenti a prostrarsi in ginocchio, proferendo scuse con il capo cosparso di cenere.
Risulta praticamente impossibile stilare un riassunto completo di quanto accaduto in questi ultimi giorni sulla rete ferroviaria, fra migliaia di treni soppressi, spesso senza neppure avvertire i viaggiatori in tempo utile. Decine e decine di convogli bloccatisi improvvisamente in mezzo alla neve per guasti tecnici, lasciando per ore i passeggeri intrappolati al freddo e al buio senza corrente elettrica. Caos generalizzato nelle stazioni, dove i viaggiatori privi di qualsiasi informazione si sono ritrovati accampati come in un campo profughi in attesa di un treno che non sarebbe arrivato mai. Ritardi generalizzati che hanno raggiunto in molti casi il senso del ridicolo, giungendo perfino a superare i 700 minuti, una mezza giornata per intenderci.
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Il fiasco di Copenhagen
Leonardo Mazzei
L’impossibile patto tra ambiente e capitalismo
Per non decidere nulla, decidendo in realtà che il disastro ambientale può tranquillamente proseguire, si sono riuniti a Copenaghen in 15.000 (quindicimila). Per raggiungere la capitale danese in aereo (alcuni, come Obama e Sarkozy, con i rispettivi jet presidenziali) e per spostarsi con le loro auto di lusso (secondo il Telegraph erano presenti 1.200 «limousine»), hanno prodotto l’emissione di 40.500 tonnellate di anidride carbonica, l’equivalente delle emissioni annue di 660mila etiopi.
Non è uno scherzo, sono dati ufficiali dell’ONU, forse resi noti per dare ancora un qualche senso alla propria attività sul fronte climatico dopo il fallimento consumatosi nella città della Sirenetta.
Un fallimento annunciato, ma che ha superato al ribasso la più pessimistica delle previsioni.
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Il capitalismo invecchia?
intervista di Cosima Orsi a Christian Marazzi
L'asse dominante del capitalismo andrà da Est a Sud del pianeta. Le risposte alla recessione non sono però da cercare in una nuova geografia economica, ma passano attraverso il conflitto del lavoro vivo per redistribuire la ricchezza prodotta Il prezzo della crisi è molto alto. Ma possiamo farlo pagare al capitale finanziario, perché è in gioco la nostra sopravvivenza come soggetti capaci di lottare
La crisi ha reso evidente il fatto che la politica è ostaggio del capitale finanziario. La possibilità di una risposta degli Stati nazionali è quindi limitata. Ma difficoltà sono emerse quando il cosiddetto G20 ha provato a individuare misure adeguate alla radicalità della crisi, riuscendo alla fine a proporre strumenti che hanno rafforzato il processo di finanziarizzazione dell'attività economica. Ma ciò che è emerso in questo ultimo anno è che la finanza è diventato il cuore del capitalismo contemporaneo.
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Un convegno per capire la crisi
Emiliano Brancaccio
Il 26 e 27 gennaio prossimi, alcuni tra i principali esponenti del pensiero economico critico si riuniranno presso l’Università di Siena per interrogarsi sugli sviluppi della grande recessione in corso, e sul futuro della teoria e della politica economica.
Il convegno è organizzato con la collaborazione di Economia e politica. Tutte le informazioni sono sul sito www.theglobalcrisis.info.
Nel 2006, chiamato ad esprimersi sui criteri di valutazione della ricerca universitaria, l’attuale rettore della Bocconi Guido Tabellini dichiarò che bisognava respingere le procedure tese a salvaguardare i filoni di ricerca alternativi al mainstream, poiché queste avrebbero finito per «proteggere sette di ricercatori in via di estinzione»[1].
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Bisogna difendere la rete
Il copione che si sta recitando in questi giorni in merito alla rete è qualcosa di già visto negli ultimi mesi, la cui stesura è stata meditata ed elaborata a lungo dopo diverse figuracce e fallimenti. Un copione gradito e recitato con uguale foga e passione da attori e comparse degli schieramenti di centro-destra e centro-sinistra.
La lente di ingrandimento mediatica che in un primo momento si era posata sulla possibilità di implementare non meglio precisati filtri nell'infrastruttura di rete italiana non focalizzava però il vero traguardo che si sta provando a tagliare in queste ore. È difficile dire se la morfologia dell'internet italiana si presti effettivamente ad una perimetrazione, ad una blindatura à la Teheran. Probobilmente per motivi tecnici ed interessi economici stranieri in ballo (come il fatto che Fastweb sia di proprietà di SwissComm), un'opzione di questo tipo risulterebbe non immediatamente praticabile. Ma soffermarsi esclusivamente su questo aspetto del problema vorrebbe dire imboccare una strada sbagliata.
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Marx: ancora una volta!
Donatello Santarone* intervista Marcello Musto
Marcello Musto insegna presso il Dipartimento di Scienze Politiche della York University di Toronto (Canada) ed è curatore di due recenti volumi su Marx: "Sulle tracce di un fantasma. L’opera di Karl Marx tra filologia e filosofia" (Manifestolibri, 2005) e "Karl Marx’s Grundrisse. Foundations of the Critique of Political Economy 150 Years Later" (Routledge, 2008).
Ha inoltre scritto numerosi articoli su Marx, i marxismi e la nuova edizione storico critica delle opere di Marx ed Engels, la Marx-Engels Gesamtausgabe (MEGA 2), ed è autore del libro Saggi su Marx e i marxismi (in uscita per Carocci nel 2010).
D. S.: La prima domanda che vorrei rivolgerti concerne la ragione della imponente ripresa di interesse per l’opera di Marx – attestata da centinaia di libri e convegni internazionali a lui dedicati, scritti o organizzati da parte di studiosi dei più diversi orientamenti culturali e politici.
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GEAB N ° 40
Primavera 2010 - Nuovo punto di flessione della crisi sistemica globale: Quando il cappio dei disavanzi pubblici strangolerà gli Stati e i sistemi sociali occidentali
Secondo LEAP/E2020, la crisi sistemica globale conoscerà un nuovo punto di flessione da partire dalla primavera del 2010. Infatti, in questo periodo, le finanze pubbliche dei principali paesi occidentali diventeranno ingovernabili perché sarà simultaneamente ovvio che nuove misure di sostegno all’economia si imporranno in base al fallimento dei vari stimoli del 2009 (1) e che l'ampiezza dei disavanzi di bilancio proibirà una nuova spesa significativa. Se questo “cappio„ dei disavanzi pubblici che i governi si sono volontariamente messi attorno al collo nel 2009, rifiutando di fare assumere al sistema finanziario il prezzo dei suoi difetti (2), peserà molto sull'insieme delle spese pubbliche, esso influirà particolarmente sui sistemi sociali dei paesi ricchi impoverendo sempre più la classe media ed i pensionati, lasciando i più svantaggiati alla deriva (3). Parallelamente, il contesto di insolvibilità di un numero crescente di stati e di Comunità locali (regioni, province, stati federati) comporterà un doppio fenomeno paradossale di risalita dei tassi d'interesse e di fuga dalle valute in direzione dell’oro.
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Il Grande Vecchio della FED
Stefano Bassi
Però scusate...non è colpa mia!
Molti dicono che sono un pessimista inveterato e cosmico...
Io mi definisco solo un'inguaribile realista con la "tendenza maniacale" ad esaminare i DATI interpretandoli in modo coerente tra di loro e con una "grave fobia" nei confronti dei proclami di istituzioni e gossip-tiggì ;)....
Ecco che allora provo a "guarirmi" assecondando per un attimo tutto quell'ottimismo che ci somministrano quotidianamente: venerdì scorso sono usciti un po' di dati USA "meglio del previsto" che combaciavano tra di loro componendo una "figura" che potrebbe, dico potrebbe, rappresentare un abbozzo di Ripresa...ed ho scritto "Segnali di Ripresa dagli USA" (con molti se e molti ma: il realismo è una brutta malattia...;)).
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Una vita activa fondata sul debito
Intervista di Cosma Orsi ad Andrea Fumagalli
Il modello dominante di attività economica, basato sulla finanza e sulla conoscenza, ha la sua genesi nella deregulation dei mercati e i suoi necessari corollari sono la privatizzazione dei servizi sociali e una flessibilità produttiva e del lavoro La compressione dei salari aggrava la crisi. Servono interventi mirati a garantire continuità di reddito, l'accesso alla formazione e all'apprendimento
La genesi della crisi attuale sta nella deregulation dei mercati finanziari degli anni Ottanta, che ha segnato il tramonto di un regime di accumulazione fondato sulla grande impresa, su un mercato del lavoro incentranto su un compromesso sociale tra lavoro e capitale. Da allora, il confine tra sfera produttiva e sfera finanziaria si è progressivamente dissolto e il capitale finanziario e la conoscenza sono divenute gli assi su cui far ruotare la produzione della ricchezza e, cosa più importante, a una precariazzazione dei rapporti di lavoro e una privatizzazione dei servizi sociali. La tesi presentata in questa intervista da Andrea Fumagalli, che si aggiunge a quelle già pubblicate nella serie «il capitalismo invecchia?», cerca di individuare anche delle forme di resistenza al capitalismo cognitivo.
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La fragilità del corpo di Berlusconi. E del sistema politico italiano
nique la police
Silvio Berlusconi è stato il primo premier fisicamente aggredito dell'intera storia d'Italia. Neanche l'attentatrice solitaria, poi finita in manicomio, che provò ad uccidere Mussolini nel 1926 era arrivata così vicino al corpo fisico del rappresentante del potere del governo. Infatti Mussolini, dopo quell'attentato, dovette portare per qualche settimana un vistoso cerotto sul naso come segno di una pallottola che lo aveva però solo sfiorato. Piazzale Loreto, in questo senso, rappresenta la fine di un dittatore al cupio dissolvi di una guerra perduta. Infatti quando Mussolini fu arrestato a Dongo non era più a capo di nessun potere: come i Borboni dopo l'intervento di Napoleone in Italia rappresentava un regime che non aveva neanche una porzione di territorio utile per poter piazzare una bandiera.
Berlusconi invece si è fatto centrare nell'esercizio delle sue funzioni riportando una vistosa ferita ed una evidente, trasmessa su tutte le piattaforme mediali, perdita di sangue. Mai la perdita del sangue del corpo fisico del potere in carica si era mostrata con tanta spettacolarità in questo paese. Persino il corpo di Moro fu pietosamente composto dalle Brigate Rosse nella Renault 4 lasciata parcheggiata in via Caetani: nel nascondimento della vista del sangue si rivela infatti un sottile ma persistente rispetto politico per il giustiziato. Il sangue infatti è lo smembramento del corpo che prelude allo sfregio del ricordo dell'immagine del morente o del giustiziato.
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Il bilancio in rosso della democrazia
interv. di Cosima Orsi a Duccio Cavalieri
La minaccia ai diritti politici, sociali e civili non viene solo da una attività finanziaria senza regole, ma dalla natura stessa del capitalismo, dove il potere è esercitato da chi ha più denaro Per uscire dalla crisi serve un aumento del potere d'acquisto dei salariati e lo sviluppo di settori produttivi che favoriscano la crescita dell'occupazione. In tutto il mondo sono state invece aiutate le banche, le società finanziarie e le grandi agenzie di mutui immobiliari, che hanno utilizzato a proprio esclusivo vantaggio gli aiuti ricevuti dallo Stato
La crisi è sia finanziara che «reale», ma non prospetta una fuoriuscita dal capitalismo. È piuttosto la crisi di una forma specifica di capitalismo, quello selvaggio e predatorio basato sulle rendite parassitarie e speculative.
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Tutto è restato impunito
di Antiper
Riflessioni a 40 anni dalla strage di Piazza Fontana
Una bomba dello Stato contro i lavoratori
Il 12 dicembre 1969, alle 17 e 37, una bomba con 7 chili di tritolo scoppia nella filiale di Milano della Banca Nazionale dell'Agricoltura in Piazza Fontana uccidendo 16 persone e ferendone altre 87.
In poche ore scatta la “caccia agli anarchici” che vengono subito additati come responsabili della strage dalla Questura milanese, piena di elementi fascisti, a cominciare dal Questore Guida.
Prima viene fermato e assassinato il ferroviere Giuseppe Pinelli1; poi viene arrestato e tenuto in carcere per anni Pietro Valpreda.
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Socializzazione della Finanza e Crisi Economica Globale
Intervento di Info Free Flow
"Indietro non si torna"
Punto di partenza di questa discussione è l'assunzione di due ipotesi di ricerca della sociologia del lavoro contemporanea: il muoversi di pari passo del paradigma produttivo con l'evoluzione tecnologica e la centralità del linguaggio nella valorizzazione capitalista contemporanea, come flusso che contemporaneamente attraversa e determina sia la sfera della produzione industriale che quella del mercato finanziario. Vedremo come la complementarità di questi elementi, riflessa nell'irrompere del modello di rete (che sia a livello infrastrutturale che organizzativo modifica il paradigma fordista) e della nuova determinazione dell'informazione (come vettore di conoscenze, competenze, relazioni, pubblicità ed investimenti trasversalmente agli ambiti lavorativi e del tempo libero) modifichi radicalmente le dinamiche di controllo capitalista sui versanti della produzione e del consumo, fino ad accomunare l'economia finanziaria e quella (cosiddetta) reale, ed a rendere fallimentari i tentativi di scindere le due nella proposizione di un progetto sostenibile di governance economica per il dopo-crisi.
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La vittoria di Morales: una speranza per tutti. Verso il Buen Vivir
Giuseppe De Marzo
Allalla Bolivia! Chi l'ha detto che non si può cambiare? Chi l'ha detto che non si può mettere in atto un processo di trasformazione sociale profondo e radicale? Chi l'ha detto che non si possono conquistare nuovi diritti? Chi l'ha detto che i movimenti sociali non possono incidere veramente e guidare processi di cambio? Chi l'ha detto che non si può partecipare alla politica ed essere protagonisti del proprio futuro? Chi l'ha detto che bisogna sempre e solo essere realistici e pragmatici, anche quando questo si traduce in un arretramento verso il baratro? Chi l'ha detto che è troppo tardi?
Chi ha detto tutto questo oggi vive male, forse malissimo, la straordinaria vittoria del "Buen Vivir" in Bolivia, rappresentata dal primo presidente indigeno dell'America del Sud, Evo Morales Ayma. Una vittoria con oltre il 63% dei voti, al primo turno: da far tremare i polsi ai teorici del consenso plebiscitario di casa nostra, sempre impegnati a sbandierare sondaggi inverosimili che hanno come unico scopo l'autoconvincimento (o l'autorimbambimento?).
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Lo sporco segreto di “Hopenhagen”
Pepe ESCOBAR
PECHINO – Il 21 novembre sul China Daily è apparsa questa didascalia: “Tre donne fanno sembrare più piccolo il Nido d'Uccello [lo Stadio Nazionale] mentre si godono il cielo azzurro e il sole invernale, venerdì. Venerdì Pechino ha sperimentato il suo 260° giorno sereno del 2009, raggiungendo il proprio obiettivo 41 giorni prima della fine dell'anno”.
Si potrebbe pensare che il segreto del controllo climatico cinese e il raggiungimento degli “obiettivi” sia che Dio ha la tessera del Partito Comunista, e che i suoi obiettivi sono i piani quinquennali, come per chiunque altro (eccetto gli “scissionisti”). Dio, ovviamente, non si sognerebbe mai di diventare uno scissionista.
Solo nell'ultimo mese in Cina sono stati venduti 1,34 milioni di automobili. Sono una gran bella fonte di gas serra. Confrontateli con il nuovo obiettivo di Pechino, quello di ridurre l’intensità di carbonio – emissioni di anidride carbonica per unità di prodotto interno lordo – dal 40 al 45% entro il 2020, rispetto ai livelli del 2005. Cosa se ne faranno di tutte queste auto, le esilieranno in Corea del Nord?
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Anni settanta. L'esito non scontato della grande trasformazione
di Gianpasquale Santomassimo
Lotta continua è stato il gruppo all'apparenza meno intellettualistico, tra quanti sono nati dopo il Sessantotto, per stile, pratiche e fraseologia, ma è stato quello che ha prodotto più intellettuali e comunicatori. Anche grazie a questo ha esercitato una sorta di egemonia nella memoria di una parte attiva della generazione che ne aveva attraversato l'esperienza. Egemonia talvolta ingombrante, al punto da suscitare il luogo comune (ingiusto) di una lobby politico-culturale; tradizione minore che nel tempo si è in gran parte fusa in una koiné tardoazionista che è l'ideologia più riconoscibile e individuabile nella cultura di una sinistra ormai post-socialista.
Una esperienza che ha prodotto anche molti storici, di grande valore. Due di essi, Guido Crainz e Giovanni De Luna, presentano oggi libri diversissimi nell'impianto (Guido Crainz, Autobiografia di una Repubblica. Le radici dell'Italia attuale, Donzelli, pp. 241, euro 16,50; Giovanni De Luna, Le ragioni di un decennio. 1969-1979. Militanza, violenza, sconfitta, memoria, Feltrinelli, euro 17,00. Di quest'ultimo ha scritto David Bidussa il 4 Novembre), ma che sono accomunati da un tentativo molto impegnativo di definizione degli Anni Settanta. Che è l'oggetto stesso del libro di De Luna, ma è anche elemento centrale e nuovo di un ragionamento più ampio di Crainz sulla storia repubblicana.
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Copenaghen: un vertice che nasce già morto
Infoaut
Unica nota degna d'interesse: proposte e forza dei movimenti!
Parte oggi la Conferenza Mondiale sul Clima Cop15 che si propone "l'ambizioso" obiettivo di diminuire la concentrazione di gas di serra nell'atmosfera alfine di contenere l'ormai inevitabile aumento della temperatura globale entro i 2 gradi centigradi, soglia del disastro ambientale planetario. Nelle dichiarazioni ufficiali del Cop 15, si tratta di "stabilizzare l’ammontare di gas serra emessi nell’atmosfera a livelli che impediscano pericolosi cambiamenti climatici per causa umana". Il summit, il 15° organizzato annualmente dalle Nazioni Unite, proverà - nell'intento ufficiale - a trovare le condizioni per un accordo condiviso tra le 192 nazioni partecipanti all'incontro.
Aldilà dei grossi numeri, la partita si giocherà soprattutto tra le (in)disponibilità delle principali potenze economiche e geo-politiche mondiali a ri-negoziare quote (sic) della propria capacità inquinante.
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E' ora disponibile la seconda parte del GEAB Report n. 39.
Se avete perso la prima parte con il report gratuito, potete leggerla qui: GEAB 39 parte I
GEAB 39 - Crisi sistemica globale - II parte
La fine del consumatore come lo abbiamo conosciuto negli ultimi 30 anni
Il consumatore americano, incarnazione del Sogno Americano dai tempi di Ford, è deceduto.
Ma anche il consumatore occidentale (fuori dagli USA) come lo conosciamo negli ultimi 30 anni si sta consumando.
Oltre a questo, LEAP / E2020 ritiene che sarebbe sbagliato pensare che gli asiatici e i latinoamericani rimpiazzeranno queste "macchine da consumo".
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La vera dimensione della crisi occupazionale
Francesco Pirone*
L’impatto della recessione economica internazionale sul mercato del lavoro italiano è sempre più evidente com’è dimostrato dall’emergere di sempre nuove e più gravi crisi aziendali e occupazionali, dall’inasprirsi del conflitto sindacale – che rispetto ai mesi passati sta trovando un po’ più di spazio in quotidiani e telegiornali – e dal diffondersi di condizioni, spesso drammatiche, di disagio sociale. La situazione non migliorerà nei prossimi mesi, anzi le proiezioni economiche diffuse dall’OECD nelle scorse settimane segnalano che nel prossimo anno la disoccupazione per l’Italia continuerà ad aumentare, pur in un contesto di lieve ripresa economica[1].
Le statistiche sul tasso di disoccupazione, però, non colgono che una parte dell’attuale crisi occupazionale, sia per distorsioni tecniche nella misurazione della disoccupazione, come si avrà modo di chiarire, sia perché il disagio materiale dei lavoratori è anche legato alla precarizzazione dell’occupazione che s’intreccia all’assenza di lavoro.
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L’EREDITÀ DEL PCI
Guido Liguori
I recenti libri di Giuseppe Chiarante e Lucio Magri sulla storia e sulla fine del Partito comunista italiano. Un lascito che non è stato raccolto e portato avanti da alcuna forza politica, ma senza vivificare il quale sarà difficile per i comunisti e per la sinistra italiani tornare a esercitare un ruolo di primo piano.
Sono giunti in libreria quasi contemporaneamente, a metà settembre, due libri importanti sulla storia del Pci e sulla sua fine. Sono stati scritti da Giuseppe Chiarante (La fine del Pci. Dall’alternativa democratica all’ultimo Congresso 1979-1991, Roma, Carocci, pp. 211) e da Lucio Magri (Il sarto di Ulm. Una possibile storia del Pci (Milano, il Saggiatore, pp. 453).
Entrambi dirigenti comunisti, due vite a tratti intrecciate, sul piano degli ideali e su quello della militanza politica: in comune, oltre a un’amicizia lunga decenni, la provenienza dal movimento giovanile democristiano e la scelta di entrare nel Partito comunista italiano, alla fine degli anni ’50, controcorrente; e la vicinanza con la sinistra comunista negli anni ’60.
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L’Italia cieca
di Nicola Lagioia
La prima volta che sono andato in crisi riflettendo sul fascismo è stato davanti alle pagine di Piero Gobetti. Mi ero appena iscritto a giurisprudenza, galvanizzato come tanti altri studenti dal vento euforico di Mani Pulite, e fino a quel momento (complice la mia ignoranza e la retorica di una sinistra la cui crisi identitaria non era ancora così tanto conclamata) avevo considerato il Ventennio come qualcosa che – storicamente, eticamente, antropologicamente – riguardava sempre gli altri.
Ma quando lessi per la prima volta il famoso Elogio della ghigliottina, in cui il fascismo veniva definito da Gobetti come “autobiografia della nazione” ne fui spiazzato. E quando tre o quattro settimane più tardi mi sorpresi inattivo, e dunque complice, davanti a uno dei tanti abusi di potere che si consumavano quotidianamente in seno alla facoltà di legge di Bari (un professore aveva interrotto un esame per andare a ricevere un cliente importante nel suo studio d’avvocato), le parole di Gobetti mi tornarono in mente rivelando tutta la potenza del loro significato, e poi mi si piantarono davanti agli occhi come il peggiore e il più giusto dei rimproveri che avessi mai ricevuto. Il che, tra l’altro, la dice lunga sul valore dei maestri in carne e ossa che mi era capitato di incontrare nei miei primi diciannove anni di vita.
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Regole e deregulation, risposta a Guido Rossi
di Alberto Burgio
L'intervento di Guido Rossi (il manifesto 26/11) mette con forza l'accento sulla gravità della recessione mondiale, non esitando a compararne gli effetti con quelli di possibili «rischi apocalittici», dalla guerra atomica al collasso ambientale, alle pandemie prodotte dall'uso sconsiderato delle biotecnologie. Sono paragoni scioccanti, ma qualche volta è meglio esagerare - sempre che di eccessi si tratti - che sottovalutare.
Il discorso è importante, considerata la portata delle conseguenze sociali della crisi, anche sul versante delle contromisure. Rossi indica con chiarezza una strada: l'imposizione, da parte dei Paesi più influenti sulle dinamiche di sviluppo (a cominciare dall'Ue), di norme e sanzioni ispirate a principi giuridici globali (global legal standards) rispettosi dei diritti umani. L'idea è che una nuova disciplina giuridica globale sia necessaria per arrestare la dinamica in atto e per impedire l'esplosione di nuove crisi sistemiche.
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La paura che nega il diritto
Guido Rossi
La concorrenza ha sconfitto democrazia e sicurezza che, con la paura e i diritti è diventata oggetto di inquietanti antinomie: si calpestano i diritti per garantire la sicurezza ma con quelle violazioni si creano paure e torna la violenza del Leviatano
Negli ultimi vent'anni la globalizzazione ha cambiato radicalmente la vita economica, politica e sociale dei popoli e degli individui, senza che il diritto ne abbia seguito e disciplinato l'evolversi.
Jacques Derrida nei suoi seminari su «La Bestia e il Sovrano» (Jaca Book, 2009, p.61) ha fatto un esempio illuminante, chiedendosi quale sarebbe stata la reazione allo sventramento delle Torri Gemelle del World Trade Center dell'11 settembre 2001, se l'immagine non fosse stata registrata, filmata, indefinitamente riproducibile e compulsivamente trasmessa in tutti i Paesi del mondo. Il ritorno a Hobbes, dove lo Stato, il Leviatano, altro non è che una macchina per far paura e la paura è l'unica cosa che motiva l'obbedienza alla legge, induce a concludere che «siccome non c'è legge senza sovranità (...) questa chiama, suppone, provoca la paura».
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Dubai ci avverte: anche gli stati falliscono
Joseph Halevi
Ci avevano detto che - sebbene fosse prematuro rallentare le politiche di stimolo (leggi: erogazione di soldi gratis alle banche, perchè di questo si tratta) - si era entrati in una fase di ripresa. «E' vero», si aggiungeva, «vi sono ancora dei rischi di instabilità finanziaria», ma veniva detto per scaramanzia. Quindi grande stupore di fronte all'annuncio dell'insolvenza di Dubai World, la società finanziaria e immobiliare dell'omonimo emirato, che investe in isole artificiali e grattacieli alti molte centinaia di metri.
C'è invece da stupirsi del contrario. Perchè non c'è stata un'uscita programmata da Dubai nel corso di quest'anno? Perchè invece le banche internazionali hanno continuato a prestare forsennatamente al fatuo emirato che non produce assolutamente nulla ed è privo di petrolio? Tra queste c'è anche Royal Bank of Scotland - già colpita dalle cartacce tossiche senza valore provenienti dalla catena di impacchettamenti di titoli dei mutui subprime e beneficiaria del più grande salvataggio mai effettuato da uno stato in favore di una società privata. Una grossa parte del debito di Dubai era stato sottoscritto proprio dalla fallimentare banca scozzese le cui azioni sono oggi detenute dal governo di Londra.
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