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Miseria del sovranismo. Smarrimento della dialettica e proliferazione dell'ideologia
di Emiliano Alessandroni*
1. Questioni teoriche preliminari
Nella Scienza della Logica Hegel descrive in questi termini la natura ontologicamente relazionale di ogni contenuto determinato:
Quando si presuppone un contenuto determinato, un qualche determinato esistere, questo esistere, essendo determinato, sta in una molteplice relazione verso un altro contenuto. Per quell'esistere non è allora indifferente che un certo altro contenuto, con cui sta in relazione, sia o non sia, perocché solo per via di tal relazione esso è essenzialmente quello che è[1].
Si tratta di un aspetto successivamente ben compreso e metabolizzato dalla filosofia di Marx: «un ente che non abbia alcun oggetto fuori di sé non è un ente oggettivo. Un ente che non sia esso stesso oggetto per un terzo, non ha alcun ente come suo oggetto, cioè non si comporta oggettivamente, il suo essere non è niente di oggettivo». Questo riferirsi ad altro, ossia essere in rapporto con altro, costituisce la naturale essenza di ogni ente in quanto ente:
Esser oggettivi, naturali, sensibili, e avere altresì un oggetto, una natura, un interesse fuori di sé, oppure esser noi stessi oggetto, natura, interesse di terzi, è l'identica cosa. La fame è un bisogno naturale, le occorre dunque una natura, un oggetto, al di fuori, per soddisfarsi, per calmarsi. La fame è il bisogno oggettivo che ha un corpo di un oggetto esistente fuori di esso, indispensabile alla sua integrazione e alla espressione del suo essere. Il sole è oggetto della pianta, un oggetto indispensabile, che ne conferma la vita, come la pianta è oggetto del sole, dell'oggettiva forza essenziale del sole.
Un ente che non abbia fuori di sé la sua natura non è un ente naturale, non partecipa dell'essere della natura[2].
L'avere fuori di sé la propria natura significa che nessun ente naturale finito, ma a ben vedere anche nessun contenuto determinato, sia autosufficiente.
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Dipendenti pubblici di uno Stato privatizzato
di Federico Giusti e Ascanio Bernardeschi
Parallelamente al processo di privatizzazione dei pubblici servizi si è trasformato il rapporto di pubblico impiego e con le esternalizzazioni in campo ci sono lavoratori più divisi e con meno diritti
Alla fine del 1800 emerse la necessità di disciplinare il rapporto di lavoro dei dipendenti pubblici, fino ad allora avente natura puramente privatistica, in maniera differenziata rispetto al privato.
Se alcune motivazioni erano ragionevoli (garantire al dipendente pubblico, figura di servitore dello Stato e garante dell’imparzialità della pubblica amministrazione una certa indipendenza dai politici), altre erano completamente negative (evitare la sindacalizzazione, la politicizzazione, il diritto di sciopero ecc). Per cui il rapporto di lavoro, sia collettivo che individuale veniva regolato esclusivamente dalla legge e da atti amministrativi, escludendo ogni forma di contrattazione. E anche il contenzioso fra dipendenti e PA venne demandato alla giustizia amministrativa e non a quella civile.
La Costituzione repubblicana confermò i principi di indipendenza del dipendente pubblico. L’art. 54 prevede che i “cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche”, quindi sia dipendenti che politici, debbano “adempierle con disciplina ed onore”; l’art. 97 dispone che gli uffici pubblici siano organizzati in base alle leggi e che all’impiego pubblico si acceda mediante concorso; l’articolo 98 che “i pubblici impiegati siano al servizio esclusivo della Nazione”. Tuttavia la Carta, affermando il diritto di tutti i lavoratori alla sindacalizzazione e allo sciopero, senza dubbio ha indicato la strada di una equiparazione fra lavoratori dipendenti privati e pubblici per quanto concerne i diritti fondamentali.
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Un nuovo Marx
di Roberto Fineschi
[Trascrizione, con revisione minima, della conferenza inaugurale del ciclo “Officina Marx 2018”, tenutosi presso Le stanze delle memoria il 22 ottobre 2018. Per una trattazione più dettagliata di molte delle questioni toccate, si veda: R. Fineschi, Un nuovo Marx. Interpretazione e prospettive dopo la nuova edizione storico-critica (MEGA2), Roma, Carocci, 2008]
1. Il titolo del mio intervento è “Un nuovo Marx”. Da una parte è un titolo un po’ paradossale perché Marx è un autore ben noto, molto letto, molto interpretato. Su di lui si sono scritti fiumi di inchiostro e non solo: la sua faccia era impressa su bandiere politiche, il suo nome è stato utilizzato da molti e in molte direzioni come bagaglio politico ideologico per legittimare movimenti storici, addirittura Stati.
In questo senso, nella misura in cui lo si utilizzava politicamente, era in una certa misura inevitabile creare una ortodossia, perché i movimenti politici che diventano istituzioni hanno bisogno di una verità ufficiale, eterna che, chiaramente, per esigenze di identità e di autolegittimazione , tende irrimediabilmente ad irrigidirsi in formule che piano piano perdono appiglio alla realtà e si trasformano in un formulario da ripetere negli anniversari e nelle celebrazioni.
Sicuramente questo è in parte il destino che l’opera di Marx ha subito in Unione Sovietica o nell’est Europa dove era una dottrina ufficiale di una istituzione e non poteva che essere vera, immodificabile, sicura in secula seculorum. Il diamat ne è l'esempio per antonomasia. Tra gli elementi cardine di queste varie formulazioni avevamo ovviamente che il socialismo reale costituiva l’inveramento delle teorie di Marx: il socialismo reale realizzandosi verificava le previsioni di Marx, l’esistenza di una intrinseca necessità storica per cui alla fine lì si doveva arrivare. Il presunto esito della evoluzione storica era quello che si era verificato.
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Il puzzle europeo perde il collante
di Dante Barontini
Può sembrare curioso, in giorni monopolizzati dal voto in Umbria e dalle sue indubbie conseguenze politiche per l’Italia, girare lo sguardo sulla crisi dell’Unione Europea. I malevoli diranno: “ma ciavete la fissa…”
E invece ci sembra proprio che sia diventato impossibile capire perché il “malessere popolare” prende direzioni così folli (la Lega in Italia, Afd in Germania, Le Pen in Francia, ecc) se non si fanno i conti fino in fondo con la governance continentale, le politiche che questa ha imposto e che vorrebbe portare avanti senza grandi mutamenti, con i disastri provocati nelle economie e quindi nella “coesione sociale” dei diversi paesi.
Non solo di quelli euromediterranei, a questo punto, visto che anche la Germania è quasi ufficialmente in recessione.
La polarizzazione estrema del voto in Turingia – dove vincono la sinistra (non tanto) estrema con Die Linke e l’ultradestra più estrema con Afd – sono apparentemente in contraddizione con il voto umbro (tutto a destra, niente a sinistra, qualcosa – ma in tracollo – al centro).
La differenza ci sembra evidente: in Turingia (Germania Est, ex Ddr) è ancora viva la memoria di uno “stato sociale” magari non ricchissimo, ma certamente più egualitario della giungla liberista attuale, e c’è almeno un partito che dice di perseguire politiche sociali di redistribuzione, localmente guidato anche da dirigenti che non hanno rinnegato ogni cosa (non dappertutto è così, per la Linke).
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Nemico (e) immaginario. L’Intelligenza artificiale tra timori e utopie
di Gioacchino Toni
Nel saggio L’algoritmo della post-produzione. Come rinunciare al lavoro e vivere felici – contenuto nel volume D. Astrologo, A. Surbone, P. Terna, Il lavoro e il valore all’epoca dei robot. Intelligenza artificiale e non-occupazione (Meltemi, 2019) –, Dunia Astrologo apre significativamente la sua analisi circa l’incidenza dell’Intelligenza artificiale sul mondo del lavoro riportando una celebre affermazione del Moro di Treviri: “La storia di ogni società sinora esistita è storia di lotte di classi. Liberi e schiavi, patrizi e plebei, baroni e servi della gleba, membri delle corporazioni e garzoni, in una parola oppressi e oppressori sono sempre stati in contrasto fra di loro, hanno sostenuto una lotta ininterrotta, a volte nascosta, a volte palese: una lotta che finì sempre o con una trasformazione rivoluzionaria di tutta la società o con la rovina comune delle classi in lotta.” Karl Marx
La storia, di tanto in tanto, opera dei veri e propri salti di paradigma e ogni rivoluzione, continua Astrologo in apertura di analisi, ha determinato una modificazione degli stili di vita, delle condizioni economiche e dei modelli culturali. Visto che in molti casi la portata dei cambiamenti non è stata prevista, nel momento in cui ci si occupa dei mutamenti delle tecnologie, risulterebbe utile tentare di comprendere quali saranno le evoluzioni che avranno successo e quali i loro effetti sul modo di produzione, dove si concentrerà il potere economico e quale direzione politica prenderà la società nei prossimi decenni.
Sin da quando, a partire dalla metà degli anni Cinquanta, si è iniziato a parlare di Intelligenza artificiale, si è sempre palesata una certa dose d’inquietudine derivata dal timore che un prodotto dell’attività cognitiva umana possa prendere il sopravvento su chi l’ha prodotto.
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«Siamo i sovversivi della diplomazia»
Geraldina Colotti intervista Jorge Arreaza
Intervista in esclusiva al ministro degli Esteri della Repubblica Bolivariana del Venezuela
Pubblichiamo questa bella e interessante intervista, ricca di spunti, realizzata in esclusiva da Geraldina Colotti a Jorge Arreaza, ministro degli Esteri della Repubblica Bolivariana del Venezuela. Durante il colloquio con la giornalista italiana il ministro venezuelano ribadisce alcuni concetti chiave della diplomazia bolivariana, forgiata da Hugo Chavez. «Con il comandante Chavez, ma possiamo dire già con Bolivar, ci configuriamo come un attore internazionale sovversivo che si oppone all’ordine economico e politico dominante», afferma Arreaza, per poi aggiungere in un altro passaggio: «Non voglio offuscare i meriti degli altri, ma la differenza tra chi si limita ad applicare il protocollo e la diplomazia di pace è che in Venezuela governa il popolo, l’essere umano, la comunità».
Il popolo venezuelano è ben cosciente di quanto affermato da Arreza e per questo difende strenuamente il proprio governo e la Rivoluzione Boliviariana. Al contrario di quanto avviene ad esempio in Ecuador dove il popolo in rivolta contro il neoliberismo è deciso a mandare a casa il governo guidato dal traditore Lenin Moreno.
Jorge Arreaza, ministro degli Esteri venezuelano, ci riceve nel suo ufficio a Caracas. Con il suo stile sobrio e incisivo, ha smascherato e schivato molte trappole tese al Venezuela a livello internazionale, evidenziando l’alto livello raggiunto dalla “diplomazia di pace” del suo paese. Gli chiediamo di spiegarci la lunga marcia del socialismo bolivariano negli organismi internazionali.
* * * *
Tu sei uno dei volti più rappresentativi del chavismo. Qual è stato il tuo percorso e come ti sei trovato ad affrontare questa difficile congiuntura internazionale?
Io ho un percorso di studi in relazioni internazionali, concluso con un dottorato a Cambridge, nel Regno Unito, sugli Studi europei, che non ho mai avuto modo di esercitare. Mi è toccato farlo nel momento più complicato per le nostre relazioni internazionali: quando gli Stati Uniti hanno iniziato a imporci misure unilaterali, sanzioni. Trump ha minacciato di ricorrere all’opzione militare una settimana dopo che ho assunto l’incarico.
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Abolire Quota 100: la guerra alle briciole per le briciole
di coniare rivolta
Che ‘Quota 100’ fosse una misura limitatissima e di corto respiro rispetto alle gravissime falle e inadeguatezze sociali del sistema pensionistico italiano, era chiaro sin dall’introduzione della misura. Il provvedimento, lo ricordiamo, consente in via sperimentale, per il triennio 2019-2021, agli iscritti all’INPS, di conseguire il diritto alla pensione anticipata non appena venga raggiunta un’età anagrafica di almeno 62 anni e un’età contributiva di almeno 38 anni. Una misura che non risolve in alcun modo il problema delle esigue pensioni attese dai lavoratori per via del combinato disposto di sistema contributivo e carriere lavorative precarie e che, proprio nella logica perversa del contributivo, offre ai lavoratori una triste alternativa tra anticipo del diritto alla pensione ed entità della pensione stessa. Insomma, un mero lenitivo che, per soli tre anni, ha reso meno rigido il sistema di accesso anagrafico e da anzianità contributiva alla pensione, consentendo a molti la possibilità di godersi qualche anno in più di meritato riposo a spese di un minor reddito pensionistico. Tutte queste caratteristiche hanno mostrato, con grande evidenza, la linea velleitaria e del tutto subordinata alla politica economica patrocinata dalle classi dominanti e dalla regìa europea dei pochissimi e striminziti provvedimenti sociali del precedente governo giallo-verde.
Eppure, nel dibattito riguardante la predisposizione, ancora in corso, del disegno di legge di bilancio del nuovo Governo, si è giunti ad un’evoluzione che supera la stessa immaginazione, con punte di apparente masochismo politico.
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Lucio Colletti. Marxismo e Lotta di classe
di Leo Essen
Lucio Colletti è stato uno dei più raffinati marxisti italiani. La sua conoscenza di Hegel era pari a quella di Jean Hyppolite. Ma a differenza di quest’ultimo, il quale ebbe come allievi (diretti e indiretti) Deleuze, Derrida, Foucault, Balibar e Althusser, Colletti lasciò poche tracce del suo passaggio, se si escludono le influenze su Napoleoni e Orlando Tambosi. La sua posizione mediana era incuneata tra i computisti neo-ricardiani partoriti da Sraffa, e gli operaisti legati a Marcuse, Schmitt, Heidegger, Lukács, Korsch e compagnia bella.
Insegnava filosofia teoretica all’università di Roma, era iscritto al Partito Comunista Italiano (PCI), e collaborò con la rivista del Partito «Società» fino al 1962, anno in cui il PCI, impaurito dalla linea troppo leninista e marxista della rivista, ne decise la chiusura. Nel 1964 uscì anche dal PCI.
Mi trovai sempre più emarginato all’interno del partito - disse nel 1974, nella famosa intervista alla New Left Review (Intervista politico-filosofica) -, mi si permetteva quasi soltanto di pagare la tessera. La militanza nel PCI non ebbe più senso per me, e lasciai il partito in silenzio.
Colletti sarebbe potuto diventare una Star della filosofia europea, e avere una caterva di discepoli e seguaci, se non si fosse incaponito nella demolizione del Diamat, combattendo una guerra solitaria e inutile che lo allontanò da Hegel e dai nuovi e giovani marxisti. Il disgusto per il Diamat lo portò ad abbandonare Hegel e ad arretrare verso Kant e l’empirismo. Da un punto di vista strettamente epistemologico, disse, c’è solo un grande pensatore moderno che può aiutarci, ed è Kant.
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La libertà al tempo dell’Intelligenza Artificiale
di Nicolò Bellanca
Ha ancora senso trarre ispirazione, nelle nostre azioni etiche e politiche, dall’idea della libertà umana? Ha ancora senso, nell’epoca delle macchine intelligenti e dell’analisi biochimica dei nostri processi decisionali? Iniziamo evocando alcune semplici definizioni e alcuni punti del dibattito in corso di svolgimento. L’Intelligenza Artificiale (IA) esiste quando una macchina si comporta in modi che chiameremmo intelligenti se a comportarsi così fosse un essere umano.[1] Su uno degli aspetti più importanti dell’intelligenza umana, la capacità di apprendere, i computer si stanno rivelando, negli ultimi anni, altrettanto validi, o migliori, di noi in compiti come il riconoscimento vocale, la traduzione linguistica o l’identificazione delle malattie dalle analisi radiografiche.[2]
Queste formidabili prestazioni sono consentite dall’affermarsi del machine learning. A lungo i computer sono stati programmati unicamente mediante algoritmi: sequenze di istruzioni che indicano come risolvere un problema. Tuttavia, per molti dei problemi che contano nella vita – camminare, nuotare, andare in bicicletta, riconoscere un viso o capire una parola detta o scritta – non siamo in grado di scrivere un preciso algoritmo. L’IA sta superando questa difficoltà mediante un approccio basato su esempi. Esaminando molti casi di risposta ad una certa classe di problemi, il computer procede ad una generalizzazione che gli permette di affrontare anche situazioni parzialmente nuove e differenti: esso impara ad imparare sotto la supervisione di un umano, effettuando una fase di “allenamento” al termine della quale manifesta intelligenza, intesa come capacità di realizzare fini complessi, ovvero di risolvere problemi.[3]
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La rivincita delle élite
di Thomas Fazi
La politica proverbialmente surreale che contraddistingue l’Italia ha raggiunto nuove vette il mese scorso* quando il Paese, nel giro di poche settimane, è passato dall’avere il “governo più populista d’Europa” – un’alleanza improbabile e peculiare fra due partiti “anti-establishment” molto diversi tra loro, il MoVimento 5 Stelle (M5S), che si autodefinisce «né di destra né di sinistra», e la destra euroscettica rappresentata dalla Lega – all’avere un governo veementemente filo-establishment in seguito all’accordo raggiunto tra il M5S ed i liberal-centristi e filo-europeisti del Partito Democratico per la formazione di un nuovo esecutivo, dopo che il leader del Carroccio Matteo Salvini ha improvvisamente staccato la spina al precedente governo. Ed il tutto senza neanche sostituire il Presidente del Consiglio in carico, il “tecnico” Giuseppe Conte, che ufficialmente non è affiliato a nessuno dei partiti in campo.
Per quanto la mossa di Salvini abbia colto tutti di sorpresa – soprattutto considerando le tempistiche, ovverosia nel bel mezzo delle vacanze estive -, essa non era del tutto inaspettata. Nel corso dei primi sei mesi di governo, era sembrato che l’alleanza fra MoVimento 5 Stelle e Lega potesse funzionare, nonostante le differenze presenti fra i due partiti o forse, invero, proprio grazie a queste stesse discrasie.
Da un lato c’era un partito la Lega, sostanzialmente liberista – basta vedere l’insistenza ossessiva di Salvini sul taglio delle tasse: una misura che se tarata sui ceti bassi è sicuramente auspicabile ma che si situa saldamente nell’alveo delle politiche anti-interventiste – ma abbastanza anti-rigorista o comunque dotata di una certa consapevolezza, almeno a parole, della necessità di forzare i vincoli di bilancio europei.
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Nuova destra e populismo: laboratorio Italia
di Matteo Luca Andriola
Nessuno si sarebbe mai aspettato – almeno con certa repentinità e con certe dinamiche – la caduta del governo Conte che aveva unito in maniera ‘idilliaca’, o almeno era questa la narrazione corrente, la Lega di Matteo Salvini e il Movimento 5 stelle di Luigi Di Maio. Un governo controverso, che pareva unire istanze di una destra identitaria e conservatrice con quelle di un certo movimentismo dalle vaghe venature sociali, un’unione fortemente contrastata dal grosso dell’establishment politico e giornalistico (quello che veniva definito come la ‘casta’) e che sembrava andare – è questo il messaggio passato in certi ambienti intellettuali di destra – al di là della destra e della sinistra.
La nascita del governo giallo-verde aveva acceso le speranze di vasti settori dell’intellettualità ‘non-conforme’, dalla nouvelle droite francese ai settori dell’ambiente eurasiatista condizionati dalle riflessioni di Aleksandr Dugin. La motivazione era semplice: per la prima volta nella storia, un movimento esplicitamente di destra e su posizioni populiste e identitarie si alleava per governare un Paese assieme a una forza antisistema che raccoglieva senz’altro un elettorato misto, ma che si caratterizzava per temi come l’ecologia sostenibile, la democrazia diretta elettronica (o e-democracy), temi che possono avere una vaga connotazione di sinistra assieme alla critica a trattati come il TTIP – duramente contestato da Alain de Benoist in un libro edito in Italia da Arianna Editrice (1) – e il Ceta che, va detto, in Francia è stato votato da buona parte dell’esecutivo macroniano, a scapito dell’allevamento e dell’agricoltura locale (2). La convergenza di due forze così differenti è stata così salutata nell’area anticonformista europea ed eurasiatica, elevando l’Italia a laboratorio privilegiato per lo sviluppo di nuove sintesi, ora non più culturali e metapolitiche, ma addirittura politiche.
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Siria: chi ha vinto, chi ha perso. E chi sono i curdi
Medioriente: yankee go home
di Fulvio Grimaldi
Cosa ne viene da Sochi
Del miscione che gli arnesi stampati e videoriprodotti del colonialismo 2.0 ci rifilano, confondendo in obnubilante simmetria rivolte contro il Potere e sommosse gestite dal Potere, da Libano e Iraq a Ecuador, Cile e Bolivia, parleremo nel prossimo articolo. Prima, ci interessa evidenziare con grande soddisfazione la rabbia da rettili pestati sulla coda con cui i media reagiscono agli esiti della soluzione (positiva, ma parziale, s’intende) che Putin, con il concorso obtorto collo di Erdogan, ha saputo imporre al branco di sbranatori della Siria. Media tra i quali riconosciamo il ruolo da mosca cocchiera al giornaletto anticomunista “il manifesto”. La vocina vernacolare del Governo Parallelo Usa (obamian-clintoniani, Intelligence, Pentagono, Wall Street, lobby talmudista), si è distinta per accanimento a stigmatizzare come imperialismo russo la difesa vincente della (quasi) integrità territoriale e della stessa sopravvivenza della Siria, aggredita e maciullata, e il ridimensionamento drastico degli appetiti degli aggressori (Turchia, illuministi coronati del Golfo, esportatori di diritti umani americani e israeliani).
Il grande lamento degli amici degli amici
Per questo pifferaio di carta, che è riuscito a trascinare nel baratro la colonna sperduta dei bambinelli di sinistra, l’esito del vertice di Sochi è una catastrofe planetaria. Catastrofe, ovviamente, per chi si riprometteva, come l’augusta fondatrice Rossanda ai tempi della Libia, uno Stato libero, sovrano, prospero ed equo cancellato dalla faccia della terra per mano di sicari tagliagole, scatenatigli contro dal meglio delle pluto-mafio-psicopatocrazie occidentali.
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Giovanni Arrighi, “Adam Smith a Pechino”, parte II
di Alessandro Visalli
Nella prima parte di questa lettura dell’ultimo libro di Giovanni Arrighi era stata fondamentalmente inquadrata la prospettiva teorica dalla quale è inquadrato il declino dell’egemone americano e la crescita dello sfidante cinese. In primo luogo appare la pertinenza di una frattura entro la stessa tradizione marxista, cui l’autore per buona parte della sua esistenza si è riferito. Frattura che può essere letta con gli occhiali di Losurdo come conflitto di paradigmi tra il “marxismo occidentale”[1] e “orientale”, rispettivamente risalenti a Marx, Engels e seguaci, ed a Lenin, Castro, Ho Chi Min, Guevara, e via dicendo. La decisione dell’autore in proposito è di accettare la definizione di “marxismo neosmithiano” proposta criticamente da Robert Brenner nel 1977 (contro l’ultima versione del secondo genere di marxismo espressa nella “teoria della dipendenza”), ma di ribadirne invece la validità come chiave di lettura dei fatti.
Richiamandosi ad elementi della lettura del grande filosofo scozzese, si tratta per Arrighi di comprendere quindi che cosa volle proporre effettivamente, al di là della semplicistica vulgata della “mano invisibile”, Adam Smith nel 1776 e misurare la fecondità delle sue intuizioni, mettendole in relazione con le ragioni del successo cinese. Questo sarà il compito della Seconda e Terza Parte del lungo testo. Utilizzandole si può rovesciare la percezione, che coinvolse in fondo anche Marx, di una sorta di naturalità del sentiero di sviluppo occidentale, mettendone in luce anche più di come comunque fece il grande tedesco la violenta natura. Riconoscere quindi la fondazione del capitalismo nell’estrazione di valore dalle periferie coloniali (per ma verità sia esterne sia interne[2]) e la capacità di alimentare e nutrirsi degli squilibri e delle dissimmetrie che esso stesso coltiva[3].
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Karl Polanyi oggi: un nuovo volume dedicato a suoi scritti editi e inediti
di Michele Cangiani
Karl Polanyi, L’obsoleta mentalità di mercato. Scritti 1922-1957, a cura di M. Cangiani, Trieste, Asterios Editore, 2019, pp. 330, €19,00
24 saggi, articoli e manoscritti di Polanyi raccolti in questo volume dal 1922 al 1957 possono giovare alla comprensione di un autore sempre più citato, non senza semplificazioni e distorsioni del suo pensiero. All’analisi della “trasformazione” nel periodo fra le due guerre mondiali è dedicato il paragrafo conclusivo dell’Introduzione, qui in buona parte riprodotto.
* * * *
Partendo dalla crisi del capitalismo liberale ottocentesco, Polanyi ci offre una chiave interpretativa dello sviluppo susseguente, fino ai giorni nostri. Una volta escluso il cambiamento in direzione della democrazia socialista, l’inevitabile trasformazione […] non poteva consistere che nel passaggio a un diverso assetto istituzionale del capitalismo. Economia e politica dovevano cessare comunque di fungere da baluardi contrapposti della lotta di classe: dovevano ritrovare una coerenza, un’“integrazione”. Ciò implicava, secondo Polanyi, che la democrazia, anche dove non veniva abolita da regimi fascisti o autoritari, rispettasse i vincoli imposti dall’organizzazione capitalistica del sistema economico. […]
In articoli e manoscritti degli anni Venti e Trenta, e infine nella Grande trasformazione (1944), Polanyi analizza le diverse modalità della trasformazione ovvero “il capitalismo nelle sue forme non liberali, cioè corporative,” che gli consentono di “continuare indenne la sua esistenza assumendo un nuovo aspetto” (Polanyi, “L’essenza del fascismo”, 1935). I due articoli del 1928, tradotti nel cap. 3 di questo libro, analizzano la riorganizzazione corporativa proposta in Inghilterra dal Rapporto della Liberal Industrial Enquiry, commissionato dall’ala sinistra del Liberal Party. Collaborò all’Inchiesta anche Keynes, che ne aveva suggerito alcuni temi nel famoso articolo “La fine del laissez faire” del 1926.
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Maschere del populismo: su "Joker" di Todd Phillips
di Antonio Tricomi
A ben vedere, già l’ambiguità sociale, ancor più che morale, del Batman rimodulato da Nolan si rivelava anche l’esito dell’estrazione di classe del personaggio. Specie nel primo episodio della trilogia sull’uomo pipistrello realizzata dal cineasta inglese, notavamo infatti una Gotham City, e dunque – fuor di metafora – una New York e un Occidente intero, scivolati sull’orlo del baratro per due ragioni sì diverse e, tuttavia, complementari. Perché minacciati, è vero, da uno spietato nemico esterno. Ed è forse superfluo ricordare che Batman Begins intendeva anche proporsi quale implicita, e comunque partigiana, riflessione sul clima da “guerra dei mondi” generatosi, negli Stati Uniti come in Europa, all’indomani dell’11 settembre 2001. Noi occidentali, compiutamente moderni e democratici, da un lato; i musulmani, fanaticamente medievali e assassini, dall’altro: questo allora postulava, né manca oggi di ribadire, un’incresciosa retorica pubblica affermatasi sia nel vecchio sia nel nuovo continente. E però, se il film di Nolan le immaginava a un passo dalla catastrofe, è in primo luogo perché riteneva le nostre società governate da clan, sempre meno nutriti, di spregiudicati capitalisti abili a consacrare, quale sola legge in esse vigente, quella del mero profitto. Una legge per di più reputata universale da simili schiere di eletti e quindi da loro parimenti imposta a tutte le civiltà altre, in tal modo ridotte alla mercé dell’Occidente.
Di qui, in Batman Begins, la particolare configurazione assunta da Gotham City. Abitata da una cospicua massa di individui privati dei diritti civili appunto perché estromessi dal mercato del lavoro o comunque immiseritisi, dunque incapaci di produrre o consumare ricchezza.
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Gramsci e l’idea di critica
di Marco Gatto
Nella Italia più culta, e in alcune città della Francia ho cercato ansiosamente il bel mondo ch’io sentiva magnificare con tanta enfasi: ma dappertutto ho trovato volgo di nobili, volgo di letterati, volgo di belle, e tutti sciocchi, bassi, maligni; tutti. Mi sono intanto sfuggiti que’ pochi che vivendo negletti fra il popolo o meditando nella solitudine serbano rilevati i caratteri della loro indole non ancora strofinata.
Ugo Foscolo, Ultime lettere di Jacopo Ortis (1802)
La lezione di Gramsci in materia di critica letteraria e di critica della cultura risiede nel proporre un’alternativa teorica e politica all’idea, non solo romantica e non solo crociana, di un’autonomia dell’arte e della sfera estetica. E la rilevanza – per non dire l’attualità – di questa lezione sta nell’allestimento di una produttiva dialettica tra il riconoscimento della specificità dei problemi letterari e artistici, e dunque della necessità di un terreno di comprensione disciplinare, e il loro inserimento nel quadro di una proposta politica complessiva, che contribuisce a ridefinirne i contorni, se non a potenziarne i presupposti. Lontano dalla logica schematica dei “distinti” di Croce, anche e soprattutto nel processo critico, Gramsci stabilisce una compenetrazione (ovviamente, non pacificata, ma costantemente dinamica) tra una dimensione, per così dire, settoriale dell’agire intellettuale e una dimensione appunto pubblica, dunque ideologica e politica, dell’intrapresa culturale. Cosicché, nei termini restituiti dai Quaderni, il giudizio su un testo, su una categoria estetica o su un problema culturale si muta, al netto di una sua analisi condotta attraverso lo strumentario della disciplina di riferimento (la filologia, ad esempio), nell’occasione politica di una trasformazione: da una nuova idea dell’arte promana un’idea nuova di civiltà, e dunque un nuovo modo di intendere i rapporti sociali.
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Autovalorizzazione, etica della devozione, profilazione
di Margherita Croce
Intervento alla presentazione del libro “Quattro passi” del 5 ottobre 2019 al Nido di Vespe
Uno dei nodi che abbiamo voluto mettere a fuoco con questo libro riguarda il processo in atto di femminilizzazione di tutta la società. Con questo termine intendo riferirmi al fatto che i meccanismi di oppressione specificamente patriarcali informano oggi le dinamiche relazionali tra individui e tra individui e istituzioni e sono usati per disciplinare tutto il corpo sociale, a prescindere dalle differenze di genere.
Per affrontare i vari singoli aspetti di questo processo occorre partire da una domanda e chiedersi cosa sia il patriarcato e in che rapporti esso sia con il capitalismo neoliberista.
Molto sinteticamente, il patriarcato, per come è stato definito negli anni ’70 del Novecento – quando anche le femministe hanno impostato l’analisi dell’esistente in prospettiva materialista, cioè guardando all’effettivo funzionamento dei rapporti di produzione e riproduzione che strutturano l’economia e la società – è un modello economico che prevede un nucleo produttivo gerarchizzato, in cui il maschile e il femminile vengono definiti e ordinati in vista di una produttività ottimale. Con la nascita del capitalismo si può parlare di una accumulazione della differenza sessuale come selezione della capacità lavorativa interna al corpo sociale tale per cui si separa la forza lavoro adatta e destinata alla produzione di merci dalla forza lavoro adatta e destinata alla riproduzione di forza lavoro (lavoro di cura complessivamente inteso). Così vengono attribuite una serie di qualità e caratteri al maschile e una serie di altre qualità e caratteri al femminile (su questo processo di accumulazione primaria è sempre fondamentale la lettura di “Calibano e la strega”).
Su questa configurazione di base, il neoliberismo ha innestato delle variazioni.
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Verso la moneta digitale pubblica
L’audacia di Christine Lagarde e la prudenza di Mario Draghi
di Enrico Grazzini*
Christine Lagarde, attuale direttore del Fondo Monetario Internazionale e prossimo Presidente della Banca Centrale Europea, vorrebbe che le banche centrali adottassero rapidamente sistemi di emissione di monete digitali aperte al pubblico, ai cittadini e alle aziende, mentre Mario Draghi, l’attuale presidente della BCE, è assai più prudente e afferma che la BCE non ritiene ancora opportuno sviluppare progetti sulla moneta digitale aperta a tutti.
Sarà interessante capire se Lagarde alla BCE avanzerà concretamente nella direzione che lei stessa ha indicato nella veste di direttore del FMI. Se procederà nella rotta che ha tracciato muteranno radicalmente non solo le funzioni della BCE ma anche tutto il sistema bancario e finanziario. Si verificherà una vera e propria rivoluzione monetaria.
Finora praticamente solo le banche possono detenere conti presso la Banca Centrale che, appunto, viene chiamata “banca delle banche”. La politica monetaria delle BC passa quindi solo per il canale bancario e la nuova moneta viene quindi emessa e distribuita al pubblico principalmente come “moneta bancaria”, ovvero come moneta-debito per chi la riceve in prestito con l’impegno di restituirla con gli interessi. Le banche commerciali possono “creare moneta dal nulla” concedendo prestiti, come ha spiegato chiaramente la Bank of England[1], e il 90% circa della moneta totale in circolazione è moneta bancaria. Anche le banconote – che sono l’unica moneta legale e l’unica moneta che la BC emette per il pubblico – vengono distribuite dalle banche solo a chi ha già un conto corrente bancario. In pratica sono le banche commerciali a dominare il circuito e la circolazione della moneta nell’economia. Le BC possono condizionare l’attività bancaria soprattutto grazie alla fissazione del tasso di interesse principale, cioè del prezzo imposto dalla BC sulla moneta di riserva delle banche.
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Lezioni dall’Ecuador: la lotta paga, l’austerità arretra
di coniarerivolta
In questi giorni abbiamo assistito a forti insurrezioni popolari in Ecuador. Per comprendere meglio il quadro politico, occorre fare un piccolo passo indietro nel tempo, partendo da una figura centrale per quel Paese, l’ex presidente Rafael Correa.
Nel suo primo mandato, Rafael Correa fece riscrivere, attraverso la convocazione di un’assemblea costituente, la Costituzione del paese per poter aumentare il controllo pubblico sull’economia. In questo modo, durante la sua presidenza (2007-2017), l’Ecuador sperimentò una fase storica e politica estremamente favorevole per le classi più povere. Per dare una misura dei traguardi raggiunti, tra il 2008 e il 2016, il governo ha aumentato di cinque volte la spesa sanitaria media annua rispetto al periodo 2000-2008. Sono stati costruiti nuovi ospedali pubblici, il numero di dipendenti pubblici è aumentato significativamente così come gli stipendi. Nel 2008, il governo ha introdotto una copertura previdenziale universale e obbligatoria. Per quanto riguarda i risultati economici, il livello di povertà nel 2007 in termini di reddito è stato del 36,7% e nel 2015 era sceso al 23,3%, indicando che più di un milione di ecuadoriani hanno superato la soglia di povertà; per ciò che concerne l’indicatore della povertà estrema, l’Ecuador ha registrato una diminuzione di otto punti percentuali rispetto al 2007, attestandosi nel 2015 all’8,5%, secondo l’Istituto Nazionale di Statistica e Censimenti nella sua indagine nazionale del 2015. Tra il 2007 e il 2013, il paese sudamericano ha abbassato il suo coefficiente Gini (un indice che misura la disuguaglianza dei redditi) di 6 punti (da 0,55 a 0,49), mentre nello stesso periodo l’America Latina l’ha ridotto di soli due punti (da 0,52 a 0,50).
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Giovanni Arrighi, “Adam Smith a Pechino”. Parte I
di Alessandro Visalli
L’ultimo libro di Giovanni Arrighi[1] conclude un lungo percorso nel quale il sociologo ed economista italiano passa dall’adesione al marxismo e vicinanza all’operaismo, alla svolta sistemica degli anni ottanta, quando insieme ad altri si sforza di generalizzare il punto di vista della ‘teoria della dipendenza’[2], che aveva contribuito a fissare nel decennio precedente insieme a Gunder Frank[3] e Samir Amin[4], in una teoria molto più comprensiva dei “sistemi mondo”[5]. In questo sforzo Arrighi, lavorando sulla traccia di Braudel e in associazione a Immanuel Wallerstein[6], tenta di produrre delle generalizzazioni feconde. Ovvero teorie e modelli in grado di gettare una luce nuova sul passato ed il presente, ed immaginare possibili futuri. La sua fama diventa larga dalla pubblicazione de “Il lungo XX Secolo”[7] nel 1994, e poi di “Caos e governo del mondo”[8], con Beverly Silver, nel 1999, ma le sue prime pubblicazioni sono sul sottosviluppo in Africa[9], quindi alcuni studi di diretta ispirazione marxista sull’imperialismo[10], alcuni studi sul mezzogiorno italiano[11], e relativi alla svolta[12].
Questo testo chiude il percorso e la trilogia di studi sui “sistemi-mondo”, a pochi mesi dalla morte dell’autore, e ne è sia un seguito sia una rielaborazione. Il tema chiave è il tentativo, compiuto dall’amministrazione Bush, di reagire alla minaccia di declino che si era presentata sin dalla crisi sistemica degli anni settanta con una forte proiezione imperiale in grado di aprire un nuovo “secolo americano”, essenzialmente tramite il controllo diretto, manu militari, delle regioni chiave per le economie industrializzate. Come si dice sinteticamente, “guerre per il petrolio”, ma in realtà “guerre per il mondo”. Il primo tema è dunque il lancio, prima, ed il fallimento, poi, di questo progetto di “dominio senza egemonia”.
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Negazionismo, scetticismo o resistenze: dove va l’ecologia politica?
di Turi Palidda
Questo documento, a cura di Salvatore Palidda, è condiviso con alcuni ricercatori del progetto CREMED – Collective Resilience Experiences facing risks of sanitary, environmental and economic disasters in the MEDiterranean
È indiscutibile che la posta in gioco maggiore del XXI secolo riguardi la previsione o la negazione dei rischi per il futuro dell’umanità e del pianeta, rischi certamente percepiti come ben più seri della fine del mondo profetizzata da diversi ciarlatani del passato. Nel corso di questi ultimi anni la maggioranza dell’opinione pubblica mondiale sembra seguire i diversi punti di vista riguardanti tali rischi. Ma i popoli del mondo sono consapevoli di tali rischi o al contrario sono piuttosto dalla parte dei negazionisti e ancor di più degli scettici?
Per cercare di capire la portata della posta in gioco è utile passare in rassegna i diversi punti di vista o prospettive interpretative o riflessioni critiche nel campo dell’ecologia politica così come si sono espressi dagli anni Settanta e soprattutto dal 2010. A questi punti di vista corrispondono diverse pratiche che sono determinanti se non decisive rispetto al futuro.
Proveremo quindi a mostrare che le reazioni dei dominanti e dei dominati di fronte all’allarme sul destino dell’umanità e del pianeta Terra si configurino come IL fatto politico totale[1] per eccellenza. Che lo si neghi o che si pretenda controllarlo o trovarvi rimedio o che si dica che «non c’è nulla da fare», intellettuali, esperti, autorità internazionali e nazionali, lobby e buona parte della popolazione mondiale, tutti sono costretti a confrontarvisi, ancor di più di quanto avvenne rispetto alle due guerre mondiali del XX s. e rispetto al rischio di guerra nucleare (che di fatto si pensava poco probabile ma assai utile alla competizione tra le due superpotenze dopo il 1945). Fatto politico totale perché vi si intrecciano aspetti riguardanti tutti e tutto: i mondi animale, vegetale, minerale e l’atmosfera, quindi gli aspetti economici, sociali, culturali e politici (secondo alcuni in particolare religiosi). Ne consegue che le reazioni a tale fatto siano disparate e rivelatrici dell’attuale geografia politica, e dunque del rapporto tra dominanti e dominati, tra le loro culture e i loro comportamenti.
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Per un altro Marx
di Michele Figurelli
L’einaudiano Karl Marx biografia intellettuale e politica 1857-1883 è una prima felicissima conclusione di un lungo viaggio compiuto da Marcello Musto dentro il laboratorio di Marx. La prima novità del libro è proprio questa: lo scavo tra manoscritti anche inediti, quelli preliminari e poi di scrittura e riscrittura e di correzioni continue del Capitale, lo scavo tra i 200 quaderni di appunti delle sue ricerche multidisciplinari e delle sue tantissime letture, che accende una luce nuova anche sui moltissimi suoi articoli di analisi degli avvenimenti vicini e lontani della sua epoca. Si tratta di un mare magnum di scritti che mediante riscontri continui sono stati da Musto contestualizzati in quelle straordinarie registrazioni che l’ epistolario completo contiene sia dello svolgimento dei fatti sociali politici e culturali sia della militanza e della lotta politica sia della drammatica sua esistenza di esule e della “vita senza pace”(p. 55) di una famiglia molto amata : Jenny sua moglie, la più bella di Treviri, e le figlie Eleanor (detta Tussy), Laura e Jenny, e “la pupilla dei suoi occhi” (p. 171) il nipotino Johnny.
I riscontri e le contestualizzazioni di Musto consentono di leggere Marx dentro il work in progress ma senza fine della sua critica dell’economia politica, dentro il divenire di una ricerca tanto appassionata quanto tormentata, dentro le sue domande, i suoi ripensamenti, e le revisioni continue, risultato dopo risultato, di un lavoro antidogmatico per eccellenza. Il libro ci fa vedere un Marx vivo, quasi come quello del bel film di Raoul Peck tanto applaudito dai giovani per la capacità di trasformare una riproduzione filologicamente accurata di documenti e di testi in scene ed immagini assai suggestive, come ad esempio quelle di un bosco, il bosco dei cosiddetti furti di legna, dove immediatamente si riconoscono le differenze tra quelli che erano raccoglitori dei rami caduti e quelli che invece distruggevano gli alberi e li facevano a pezzi.
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Ancora su i dieci anni che sconvolsero il mondo
di Piero Pagliani
Raffaele Sciortino, I dieci anni che sconvolsero il mondo. Crisi globale e geopolitica dei neopopulismi, Asterios, Trieste 2019, pp. 312, euro 25,00
I libri che permettono di orientarsi tra quanto sta succedendo, non sono poi molti. Sono invariabilmente scritti da autori che non si concentrano su un solo punto – tipicamente l’economia – ma prendono in considerazione la complessità delle società umane e della loro storia.
A parte il II e III libro del Capitale di Marx, che io consiglio sempre di ripassare, per quanto riguarda la letteratura contemporanea non italiana suggerirei per iniziare coi lavori di Giovanni Arrighi, Karl Polanyi, Samir Amin, David Harvey e Michael Hudson (non specifico le opere perché si trovano facilmente con una ricerca sul web).
Per quanto riguarda l’Italia la scelta ricade su pochi autori che condividono una particolare caratteristica “esogena”: non essere noti al pubblico che si forma sulle pagine culturali, economiche o politiche dei media mainstream.
Ma l’Italia è un Paese dove si stanno ancora a sentire due economisti che quando la Lehman Brothers fallì scrissero su un prestigioso quotidiano che non ci sarebbe stato alcun contagio, che la crisi dei subprime sarebbe stata passeggera ed era dovuta sostanzialmente al fatto che il pubblico statunitense non sapeva calcolare il montante quando chiedeva un prestito.
Non sapendo nulla di economia, ma conoscendo quasi a memoria i lavori degli autori sopra citati, io affermai invece (assieme a pochi altri) che c’era da aspettarsi una crisi almeno decennale. Non ci voleva in realtà un grande sforzo d’immaginazione e fui persino troppo ottimista.
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Siria, Russiagate, Ucrainagate al tempo del Ministero della Verità
The Donald non va alla guerra? Impeachment!
di Fulvio Grimaldi
“La bussola va impazzita all'avventura e il calcolo dei dadi più non torna” (Eugenio Montale, “La casa del doganiere”)
Giornalisti e sinedri
Di certezze, in questo mondo di spinte e controspinte in costante e confusa moltiplicazione, che lo fanno sembrare un cesto di serpenti in fregola di libera uscita, ce ne sono poche. Ce l’hanno in esclusiva inconfutabili mediatici che questo mondo lo interpretano con la saggezza, l’indipendenza e la competenza che gli assegna l’Ufficio delle Risorse Umane del rispettivo datore di lavoro, a sua volta responsabile verso qualche sinedrio molto in alto e poco conoscibile. Sinedrio che, tra gli altri, cura il ministero della “Difesa” e quello, di orwelliana definizione, della “Verità” (“Miniver”). Noi che ritenevano come i giornali di opposizione dovessero criticare e contestare l’esistente e il governante, nel caso “il manifesto” o “Il Fatto Quotidiano”, ci dobbiamo rassegnare al dato che quell’ufficio delle risorse umane e quel sinedrio non permettono giri di valzer a nessuno. Su quel che conta nel sinedrio, il coro è uno e unico. E allora la possibilità di una ricerca, non tanto di certezze, ma di qualche brandello di probabilità sfuggito al coro di queste eccellenze ministeriali, si riduce a un criterio molto primitivo, rozzo, ma di discreta approssimazione.
Anche per quei due giornali si può tranquillamente ragionare, al netto delle oneste penne, non intinte nel veleno di quegli altri rettili, che insistono a fornirgli foglie di fico, su un criterio di questo tipo: ciò che essi sostengono e promuovono, va avversato e respinto; viceversa, ciò che li irrita e li muove al vituperio, ha ogni probabilità di meritare consenso e appoggio.
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Governo eurista? Finanziaria recessiva
di Leonardo Mazzei
Liberarsi dalla gabbia dell'euro e dell'Ue è la vera emergenza: la Legge di Bilancio 2020 è lì a dimostrarlo
Sabato scorso abbiamo manifestato a Roma per liberare l'Italia dalla gabbia eurista. Ieri, invece, il governo ha diligentemente inviato a Bruxelles il DPB (Documento Programmatico di Bilancio), che anticipa ai signori dell'Ue quel che i parlamentari italiani dovranno approvare nel dettaglio nella Legge di Bilancio vera e propria.
Quale sia il legame tra questi due eventi è facile da capirsi. Senza rompere la gabbia eurista l'Italia non ha futuro. E la Finanziaria del Conte-bis (chiamiamola così, all'antica, che ci capiamo meglio) è lì a ricordarcelo. Tutti sanno che con l'attuale crescita zero, che annuncia una probabile recessione alle porte, sarebbe stato necessario rilanciare gli investimenti, la spesa pubblica ed i i consumi. Avviene invece l'esatto contrario: gli investimenti (peraltro del tutto insufficienti) sono rinviati ad un non meglio precisato futuro, la spesa pubblica subirà nuovi tagli, mentre le nuove tasse peseranno per circa 13 miliardi (md) di euro. Auguri vivissimi agli italiani, al popolo lavoratore in primo luogo, ma è chiaro che questa politica non solo non contrasta la recessione, al contrario la alimenta.
Come naturale, nella manovra firmata Gualtieri non mancano, qua e là, misure sensate ed approvabili, come l'abolizione del super ticket o quella del cosiddetto "bonus facciate" per le ristrutturazioni condominiali. Ma si tratta appunto di cose di facciata. Piccole caramelle inserite nella solita legge-monstre che, spaziando quest'anno dai 23 md dell'IVA alla tassa sulle bibite zuccherate, consente ad ognuna delle forze di governo di intestarsi questa o quella misura, lasciando ovviamente quelle più impopolari - la stragrande maggioranza - senza padri né madri.
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Mario Sommella: Cyberfascismo

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Daniela Danna: Che cosa è successo nel 2020?

Qui una presentazione del libro e il link per ordinarlo
Paolo Botta: Cos'è lo Stato

Qui la prefazione di Thomas Fazi
E.Bertinato - F. Mazzoli: Aquiloni nella tempesta
Autori Vari: Sul compagno Stalin

Qui è possibile scaricare l'intero volume in formato PDF
A cura di Aldo Zanchetta: Speranza
Tutti i colori del rosso
Michele Castaldo: Occhi di ghiaccio

Qui la premessa e l'indice del volume
A cura di Daniela Danna: Il nuovo volto del patriarcato

Qui il volume in formato PDF
Luca Busca: La scienza negata

Alessandro Barile: Una disciplinata guerra di posizione
Salvatore Bravo: La contraddizione come problema e la filosofia in Mao Tse-tung

Daniela Danna: Covidismo
Alessandra Ciattini: Sul filo rosso del tempo
Davide Miccione: Quando abbiamo smesso di pensare

Franco Romanò, Paolo Di Marco: La dissoluzione dell'economia politica

Qui una anteprima del libro
Giorgio Monestarolo:Ucraina, Europa, mondo
Moreno Biagioni: Se vuoi la pace prepara la pace
Andrea Cozzo: La logica della guerra nella Grecia antica

Qui una recensione di Giovanni Di Benedetto
















































