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Article Index

 

 

Per la critica del concetto di lavoro in Moishe Postone

E' certamente merito di Moishe Postone essere stato il primo a rompere con l'ontologia borghese del lavoro, con il concetto trans-storico del lavoro e con la positivizzazione del lavoro astratto fatta dal marxismo tradizionale, e di aver dato inizio al suo superamento; e questo è avvenuto, in parte, molto prima della critica del lavoro, così come essa è stata sviluppata a partire dalla fine degli anni 1980 dagli inizi della critica del valore di lingua tedesca. L'elaborazione teorica di Postone, con un'argomentazione simile, che risale agli anni 1970, è stata oggetto di un'ulteriore elaborazione negli anni 80, e dall'inizio degli anni 90 è stata presentata sotto una forma più avanzata (solo nel 2003, nella traduzione tedesca della sua opera principale). In Germania, la critica del valore e del lavoro è nata in gran parte indipendentemente da qualsiasi ricezione di Postone; il che costituisce un indicatore del fatto che un ulteriore sviluppo e superamento della teoria di Marx riguardo alla critica radicale del lavoro in un certo qual modo fosse nell'aria - come risposta al dibattito borghese, privo di concetti categoriali, intorno alla "crisi della società del lavoro",  dibattito che era già stato teoricamente inaugurato alla fine degli anni 1950 da Hannah Arendt, e che aveva avuto un'attualità ed un'esplosività insperata con il dispiegarsi della crisi mondiale della terza rivoluzione industriale (crescente disoccupazione strutturale di massa).

Secondo Postone,

"il lavoro dev'essere inteso come storicamente specifico e non come trans-storico. La concezione di Marx secondo la quale il lavoro costituisce il mondo sociale ed è la fonte di tutta la ricchezza, non si riferisce perciò, nella sua critica tardiva, alla società in generale, ma unicamente alla società capitalista o moderna" (Moishe Postone, Tempo, lavoro e dominio sociale).

Sotto questo aspetto, Postone rompe decisamente con il positivismo del lavoro di tutti i marxismi finora esistenti, distinguendo

"fra due processi di analisi critica fondamentalmente distinti...: una critica del capitalismo dal punto di vista del lavoro, da un lato, e una critica del lavoro nel capitalismo, dall'altro.

Il primo processo, che si basa su una comprensione trans-storica del lavoro, presuppone che fra le determinazioni che caratterizzano la vita sociale del capitalismo (per esempio, il mercato e la proprietà privata) e la sfera sociale costituita dal lavoro esista una tensione strutturale. Qui, il lavoro costituisce un fondamento della critica del capitalismo, e rappresenta un punto di vista a partire dal quale viene sviluppata la critica.

Per il secondo processo di analisi, però, il lavoro nel capitalismo è storicamente specifico, e costituisce le strutture essenziali di questa società. Pertanto, da questa prospettiva è il lavoro a dover diventare oggetto della critica della società capitalista" (Postone, ivi, p.25).

Il lavoro come punto di vista della critica o il lavoro come oggetto della critica, è questo che riassume l'opposizione, così come già accennato in precedenza. Si tratta qui proprio del lavoro come categoria o come determinazione della sostanza, e non di una critica del lavoro solo accidentale ma categorialmente affermativa, come nel caso dell'operaismo (per esempio, diretta al carattere di dipendenza esterna del lavoro salariato, alle carenti condizioni di lavoro, ecc.). E' quindi a partire da questa nuova, e negativa, determinazione della sostanza del lavoro che Postone riesce a svelare come la critica marxista preesistente del lavoro si riduca alla critica della circolazione e della distribuzione, ed a sviluppare la critica (già citata) delle corrispondenti teorie di Lukács, Sohn-Rethel, ecc.. Questo aspetto di Postone va tenuto in una considerazione tanto maggiore se consideriamo come Postone sia stato condannato per più di un decennio ad un totale isolamento; le pubblicazioni nelle quali ha ulteriormente sviluppato i suoi principi sono rimaste in gran misura senza risonanza alcuna, e perfino nelle diverse collettanee venivano considerate dei corpi estranei - senza mediazione alcuna - cui la comunità accademica (soprattutto i rappresentanti tedeschi della teoria critica) negava un dibattito adeguato, dal momento che andavano al di là del quadro della comprensione abituale. Ancora più notevole appare la perseveranza con cui Postone ha proseguito il cammino teorico ed ha continuato a sviluppare il suo principio.

Forse è a causa di questo isolamento discorsivo, durato così tanto tempo, che Postone non ha ancora pensato conseguentemente fino alla fine la critica del lavoro, vale a dire, dell'astrazione "lavoro". Se, come nella precedente citazione, parla di "lavoro nel capitalismo", allora quest'espressione implica anche un "lavoro" fuori dal capitalismo; il problema dell'astrazione - relativamente ad un concetto di "attività in generale" come alienazione umana, e dell'astrazione reale, come esecuzione inconscia della propria attività - non viene quindi chiarita a sufficienza, rimanendo così la critica, incompleta.

Nell'analisi di Postone troviamo ad ogni passo questo dilemma. Egli vuole delimitare il "lavoro nel capitalismo", presupposto come evidente e non più tematizzato, postulando che solo nel capitalismo "le categorie di base della vita sociale... sono categorie del lavoro. Questo è tutto tranne che indiscutibile, non potendo essere basato su un rimando generale all'evidente rilevanza del lavoro nella vita sociale dell'uomo" (Postone, ivi, p.50). Postone accetta, pertanto, senza alcun esame addizionale, il riferimento ad una "rilevanza del lavoro" supposta come "evidente" per la vita sociale in generale, ma non intende ritenersi soddisfatto con questo stato di cose, evidenziando il ruolo specifico del lavoro come unico principio di sintesi sociale esistente nel capitalismo. Né intende cominciare a chiedersi se abbia ancora senso un concetto generale ed astratto di lavoro al di fuori di questa moderna costituzione, e se sia mai esistito storicamente.

In questa misura anche in Postone si trova ancora un concetto doppio di astrazione lavoro, visto che tutto quello che è apparentemente non problematico rimane, come prima, una categoria trans-storica. Così Postone afferma che "la forma del lavoro e la struttura reale delle relazioni sociali sono differenti in formazioni sociali diverse" (ivi. p.55). Pertanto il capitalismo non si distingue dalle altre formazioni per il fatto che solo esso abbia prodotto la "forma lavoro" (cui si deve la corrispondente "forma soggetto", anch'essa valida soltanto per la costituzione moderna), ma  si distingue unicamente per la "forma del lavoro". Quindi, si suppone che si tratti nuovamente di una mera differenza di forma, rispetto ad uno stato di cose che nonostante tutto è ancora una volta trans-storico, ed insieme ontologico, tale e quale come lo si trova nell'argomentazione aporetica di Marx. La specificità del capitalismo consisterebbe, pertanto, secondo Postone, nella funzione di sintesi sociale del lavoro, dal momento che solo in quanto tale verrebbe inteso il "dispendio immediato di lavoro umano" (ivi, p.60) nel processo di produzione: "Questa qualità sociale - storicamente unica - distingue il lavoro nel capitalismo dal lavoro in altre società" (ivi, p.88).

Questo, chiaramente, causa una certa confusione per quanto riguarda la validità trans-storica o specificamente storica (che appartiene solo alla modernità) del concetto di lavoro astratto. Postone stesso lo intuisce, nel formulare occasionalmente il concetto di lavoro ontologico e trans-storico apparentemente non problematico, di modo che nonostante tutto, senza volere, lo problematizza: "In tutte le società esistono differenti espressioni di quello che noi abitualmente designiamo come lavoro" (ivi, p.233). Questa formulazione implica già che "noi" (gli uomini moderni socializzati nella categoria del lavoro) "abitualmente", anche, "designiamo come lavoro" in altre società qualcosa che nella realtà non corrisponde a tale astrazione. Questo diventa ancora più chiaro quando Postone parla di "attività sotto forma di lavoro" (ivi, p.233) in società non capitaliste. Questa strana espressione rende evidente lo scrupolo implicito di Postone riguardo la categoria del lavoro che egli ancora, in un certo modo, si porta dietro, secondariamente, come trans-storica; scrupolo che non ancora non è diventato esplicito.

In questo contesto, Postone torna a riferirsi ancora una volta alla relazione fra astrazione ed astrazione reale, relativamente al concetto di lavoro, rapportandosi al doppio carattere del lavoro formulato in Marx come concreto ed astratto:

"Questa definizione di partenza del doppio carattere del lavoro nel capitalismo, non dovrebbe essere slegata dal suo contesto, presupponendo per esempio che le diverse forme di lavoro concreto sono tutte soltanto forme di lavoro in generale. Una simile constatazione non ha alcun valore analitico, dal momento che può essere fatta per le attività in forma di lavoro di tutte le società, ossia, anche relativamente a quelle dove la produzione di merci è di un'importanza assolutamente marginale. Alla fine tutte le forme di lavoro hanno in comune proprio questo, il loro essere lavoro... Ciò che nel capitalismo rende generale il lavoro non è la banalità del fatto che esso costituisca il denominatore comune di tutti i diversi tipi specifici di lavoro. E' la funzione sociale del lavoro a renderlo generale. Come attività mediata socialmente, il lavoro astrae dalla specificità del suo prodotto, e quindi dalla specificità della sua forma concreta. Nell'analisi di Marx, la categoria di lavoro astratto dà espressione a questo processo di astrazione sociale. Essa non si basa su un processo di astrazione meramente concettuale" (ivi, p.235).

Sebbene qui Postone evidenzi il carattere specifico della generalità del lavoro nel capitalismo, la sola cosa che dia senso ad un simile concetto di generalità - ammette però, nonostante tutto - è l'astrazione concettuale "lavoro", nel senso di un concetto generico apparentemente semplice (il primo livello di astrazione affermativa in Wolf, vedi sopra) e razionale in sé stesso, tuttavia intendendo questo (quindi ancora, al contrario di Wolf) come "senza valore analitico" e come "banalità", per poi metterlo in opposizione con l'incompatibile astrazione capitalistica del lavoro come sintesi sociale. Postone non vede, tuttavia, che il mero concetto generico di "lavoro" è "destituito di valore analitico" proprio perché rappresenta anche un'altra cosa che non è una "banalità". Esso può sorgere come tale solo in condizioni capitalistiche, in quanto l'astrazione nella mera accezione concettuale non è altro che un riflesso mentale dell'astrazione reale, che appartiene soltanto alla modernità, e come tale non ha alcun parallelo storico.

L'ultima mancanza di chiarezza riguardo al concetto di lavoro astratto si fa sentire in Postone per quel che dice relativamente alle affermazioni di Marx a proposito di una "economia del tempo", pretesa come trans-storica, la quale conterrebbe in sé un momento della determinazione del valore che andrebbe al di là del capitalismo, e che è stato invocato con enfasi da Rubin, Lukàcs, Wolf, ecc.. Anche Postone cattura questo argomento, ma gli conferisce chiaramente un peso diverso e meno affermativo:

"L'enunciato di Marx, secondo cui i riflessi sul tempo di lavoro continuerebbero ad avere importanza in una società post-capitalista, non... significa che la forma di ricchezza avrebbe una forma temporale, anziché materiale... Di fatto, un'economia del tempo conserverebbe una certa importanza, ma probabilmente assumerebbe un carattere descrittivo... di conseguenza, la relazione fra i riflessi sul dispendio di tempo ed i riflessi sulla produzione di ricchezza potrebbe essere probabilmente assai differente da quella in cui il valore è la forma sociale della ricchezza... Le concezioni di Marx, per quanto riguarda una possibile economia del tempo post-capitalista e la sua analisi del capitalismo visto come una forma temporale di ricchezza, non sono quindi identiche, e devono essere distinte" (ivi, p.570 ss.).

Ora, quello che avviene è che lo stesso Marx insiste proprio sul non stabilire tale differenza, definendo espressamente il mantenimento di una "economia del tempo" come il mantenimento di una forma di valore, che per di più avrebbe un carattere ontologico-trans-storico. In altre parole: Marx non vede la differenza di cui sopra fra i concetti e le forme storiche del tempo; per lui si applica semplicemente il tempo continuo astratto di Newton, di Kant e dell'economia imprenditoriale moderna. La differenza che, a ragione, stabilisce Postone, in fondo vieta che si continui a dire che la "economia del tempo" manterrebbe la sua "importanza". Ma questo Postone lo sa, in quanto parla di "una" invece de "la" economia del tempo, una sorta di definizione del tempo qualitativamente differente che non sarebbe astrattamente "economica", come se il "risparmio di tempo" potesse essere un valore in sé, indipendentemente del contenuto. La comprensione di Postone entra in conflitto con la sua (poco convinta) difesa alla lettera del concetto, sia relativamente al concetto di tempo astratto che al concetto di lavoro astratto.

Questo dilemma si ripete quando tiene conto della cosiddetta "necessità", nel senso di "lavoro necessario". Marx, com'è noto, introduce tale definizione in maniera duplice, da un lato come lavoro socialmente necessario mediamente riferito al dispendio di energia umana nel capitalismo, sulla base di un determinato standard di produttività (ossia, puramente immanente al capitalismo), e dall'altro lato come la necessità trans-storica del lavoro in generale, visto come "regno della necessità", di cui rimarrebbe un residuo perfino dopo la fine del capitalismo, al di là del quale potrebbe poi nascere il "regno della libertà".

Postone non critica quest'ultima definizione, anche se in base alle sue stesse argomentazioni in fondo dovrebbe farlo, ma duplica il concetto di "necessità" del "lavoro", similmente a quello di economia del tempo, postulando che

"anche nell'osservare la relazione fra lavoro e necessità sociale bisogna distinguere fra necessità sociale trans-storica e necessità sociale storicamente determinata. Un esempio del pimo  genere di necessità è, per Marx, il fatto che una qualche forma di lavoro concreto - ossia determinata da ciò che è - è necessaria per mediare il metabolismo fra l'Uomo e la natura, e di conseguenza il mantenimento di una vita sociale umana. Una simile attività è, secondo Marx, una condizione necessaria dell'esistenza umana in tutte le forme di società... Come conseguenza del suo carattere duplice, il lavoro nella forma di merce per Marx è legato a due forme differenti di necessità, di cui una è trans-storica e l'altra è specifica del capitalismo" (ivi, p.572 s.).

Con il concetto di "necessità" relativamente al valore d'uso (il cui vincolo logico alla socializzazione del valore non viene affrontato da Postone) vediamo rientrare dalla porta di servizio un concetto di lavoro esplicitamente ontologico, che si introduce subdolamente nella discussione, con esso assolutamente incompatibile. Questo forse è dovuto al tentativo di Postone di presentare la critica del lavoro e del valore come una nuova interpretazione di un Marx coerente - per così dire, senza contraddizioni ed "intero"; un'attitudine che può portare solo all'incoerenza. E' molto più adeguato distinguere in Marx una contraddizione fra l'ontologia del lavoro, da una parte, e la critica del lavoro e del valore, dall'altra, cosa che corrisponde alla sua situazione storica.

La ricaduta nell'ontologia del lavoro diventa perfettamente chiara una volta che Postone arriva a parlare delle prospettive di una società post-capitalista. Questo, per lui, implica "anche la possibilità di un altro processo di produzione - un processo che si basi su una nuova ed emancipatrice struttura di lavoro sociale" (ivi, p.57). Qui si tratterebbe di un "lavoro non alienato, libero dalle relazioni di dominio sociali immediate ed astratte" (ivi, p.67). In questo modo, Postone a tal riguardo ricade nel gergo del vecchio movimento operaio, seppure con un'espressione paradossale: "L'emancipazione del lavoro richiede l'emancipazione dal lavoro (alienato)" (ivi, p.66). Significativamente, l'aggettivo che dovrebbe risolvere il paradosso si trova fra parentesi, non contribuendo per niente al chiarimento. Se lo omettiamo, rimane il paradosso in forma pura, che riunisce solo esteriormente due paradigmi opposti: l'emancipazione del lavoro non può equivalere all'emancipazione dal lavoro. Quello da cui gli esseri umani devono emanciparsi è già contenuto nell'astrazione "lavoro" in quanto tale, come concetto essenziale di una socializzazione negativa. Qui non si tratta, quindi, di un paradosso reale riprodotto in concetti, ma di una contraddizione concettuale nello stesso Postone (analogamente a quel che avveniva nell'aporia di Marx rispetto al concetto di lavoro).

Questa contraddizione nell'argomentazione di Postone si estende anche a quel che dice riguardo la totalità della socialità capitalistica. Da un lato, enfatizza quello che è il lavoro astratto il quale istituisce tale totalità, e che deve perciò essere "abolito" insieme ad essa. Allo stesso tempo, però, prolunga alcuni momenti di questa totalità anche al di là del capitalismo, nel cattivo senso hegeliano di un "superamento [Aufhebung]" affermativo (dove si conserva proprio l'essenza); ciò è particolarmente evidente per quanto attiene alla sfera politica, che egli a quanto pare non intende come storicamente specifica, ma ancora una volta ontologica. Invece di formulare la critica del lavoro, con coerenza logica, anche come critica della democrazia, Postone intende in questo modo procedere ad "una rinnovata critica democratica del capitalismo" (ivi, p.40) ed evoca una "democrazia post-capitalista" (ivi, p.78); una contraddizione in termini, perfettamente in linea col concetto affermativo di democrazia del marxismo tradizionale, che poi corrisponde proprio a quella limitazione del concetto di capitale alla circolazione ed alla distribuzione, che d'altra parte Postone giustamente critica.

Queste critiche non devono, né possono, tuttavia ridurre il merito di Postone, per essere stato il primo ad aprire la porta alla soppiantazione della moderna ontologia del lavoro, che anche nel marxismo tradizionale passava ancora come indiscutibile. Non è possibile sopravvalutare il valore di questo fatto che ha aperto delle nuove strade. Nonostante i momenti di ontologizzazione che ancora trascina, la differenza decisiva rispetto al marxismo del movimento operaio consiste nel fatto che Postone nega qualsiasi carattere trans-storico al lavoro nel capitalismo, perfino al lavoro concreto nel processo di produzione materiale. Dice chiaro e tondo, senza margini di dubbio, "che il lavoro che costituisce il valore non deve essere identificato con il lavoro in senso trans-storico. Al contrario, esso rappresenta una forma storicamente specifica che con la fine del capitalismo viene abolita, e non realizzata" (ivi, p.61).

Il concetto di lavoro ontologico e trans-storico che ancora rimane in Postone non è già più altro che il prodotto di una vana perplessità, lo spettro di una comprensione in linea di massima già superato; e, detto per inciso, è anche inconsistente, poiché se il "lavoro" esistesse realmente in senso trans-storico, dovrebbe esistere anche nel capitalismo - il quale in fin dei conti non esiste fuori dalla storia. O esiste un'ontologia del lavoro, o non esiste; ma non è possibile che esista prima e dopo il capitalismo, senza esistere durante il capitalismo. Questa sarebbe ancor di più una specificità storica. Se il "lavoro nel capitalismo" rappresenta una condizione puramente storica e negativa, non può esistere un "altro" lavoro trans-storico, ma quest'astrazione fa parte, come relazione sociale generale, solo della modernità produttrice di merci, e della storia della sua formazione. Anche l'astrazione puramente concettuale di "lavoro", come concetto di generalità sociale, è legata a questa relazione; il concetto in quanto concetto è un prodotto dell'astrazione reale e non dev'essere inteso come separato da essa in quanto trans-storico.

 

Il lavoro astratto ed il valore come a priori sociale

Quello che comincia a manifestarsi nel dibattito critico del valore circa l'astrazione lavoro, che viene tematizzato anche da Postone, è il problema dell'a priori reale nella costituzione sociale. Per meglio dire: il lavoro astratto è un concetto della produzione o solamente della circolazione, è il punto di partenza o solo un punto di passaggio? Qui bisogna tornare in maniera più dettagliata su questo problema - già precedentemente affrontato - della riduzione alla circolazione del concetto di lavoro astratto nel marxismo tradizionale, al fine di analizzarne le implicazioni. In fondo è strano che questo problema non si sia presentato nel marxismo del movimento operaio classico, cosa che può essere attribuita essenzialmente alla sua funzione di ideologia della modernizzazione. Il lavoro astratto si converte così, da un lato, in una definizione positivista ed irriflessa (nel socialismo reale, positivizzata ad "uso domestico", come ha fatto Günter Mittag). Dall'altro lato, viene trattato implicitamente come concetto della circolazione, il che, come sottolineato, diventa esplicito nei teorici occidentali che come Sohn-Rethel riflettono sul concetto di lavoro astratto in quanto "astrazione dello scambio" solo al di là della sfera di produzione. Lo stesso evidentemente avviene anche in Dieter Wolf: "Soltanto nello scambio i vari lavori sono relazionati gli uni con gli altri come lavoro umano astratto, di modo che questo diventi lavoro nella forma storicamente specifica" (Dieter Wolf, La contraddizione dialettica nel capitale, p.79).

Ovviamente, ciò corrisponde completamente alla suddivisione del processo di riproduzione capitalista. Da un lato, in una sfera ontologica-trans-storica del lavoro concreto e del processo di produzione materiale e, dall'altro lato, in una sfera specificamente di scambio capitalistico, o di mercato, di regolamentazione "anarchica" del mercato, dove peraltro si pretende di "liberare" la sfera ontologizzata della produzione dalla sfera specificamente capitalista della circolazione ("liberazione del lavoro"). Paradossalmente, "il lavoro" come "lavoro nella sua forma storicamente specifica", "si converte" così nel lavoro stesso, e perciò anche in tutto quello che non è dispendio effettivo di forza lavoro nel processo di produzione reale, ma che è solamente sociale, in quanto processo di scambio o atto di mercato al di fuori dal lavoro; quando addirittura non si tratta nemmeno di lavoro attivo, ma soltanto del suo riflesso feticista nei prodotti in quanto merce.

Postone ha rotto questo modello sottraendo esplicitamente il lavoro astratto alla sua mera determinazione nella circolazione, ed ha in tal modo de-ontologizzato la riproduzione capitalista nel suo complesso. Come si può facilmente capire, un simile principio non avrebbe potuto nascere soltanto dal contesto di uno sforzo di analisi critica della storia della teoria marxista, ma doveva avere come campo di riferimento il contesto del dibattito socio-ecologico degli anni 80. A quel tempo, la distruzione dei presupposti naturali della vita da parte della "esternalizzazione dei costi" dell'economia imprenditoriale si trovava in primo piano nel dibattito, ed erano in voga parole d'ordine quali "Lavorare in un altro modo, vivere in un altro modo". Questo dibattito rimaneva ancora totalmente irriflesso rispetto alla determinazione della forma sociale da parte del lavoro astratto e della logica del valore; Postone è stato il primo a voler far valere questa discussione dentro un ulteriore sviluppo della teoria di Marx, trasformata dalla critica del lavoro e del valore. Questa formulazione del problema è oggi più attuale ed urgente che mai.

Se il marxismo tradizionale ha sempre fatto derivare in maniera ridotta la dimensione sociale del processo reale di produzione capitalista - il carattere di sottomissione sociale alla sfera funzionale dell'economia imprenditoriale - dalla determinazione giuridica della proprietà, intesa soltanto in maniera superficiale e conforme alla volontà soggettiva (i mezzi di produzione non "appartengono" ai produttori), e non dall'essenza della logica stessa della produzione concreto-astratta in quanto processo di valorizzazione - cosa che corrisponde alla sua positivizzazione ed ontologizzazione della sfera di produzione che si pretende sia solo "concreta"; allora il marxismo tradizionale deve, come conseguenza, o nascondere completamente il carattere ecologicamente distruttivo del processo di produzione capitalista (come è avvenuto con alcuni ideologhi del socialismo reale e con la loro apologia dell'economia d'impresa "socialista", ugualmente distruttiva per i presupposti naturali della vita), oppure deve ridurre questo problema alla questione giuridica della proprietà intesa nella sua accezione tradizionale.

L'idea, in fondo ovvia, di sfruttare il concetto marxiano di lavoro astratto, nel senso di una critica socio-ecologica del processo di produzione capitalista anche per quel che attiene alla sua "logica di produzione materiale", è stata in questo modo bloccata. Il marxismo, con la sua tradizionale impostazione nella circolazione (anarchia del mercato), nella distribuzione (lotta per la distribuzione sotto forma di denaro) e, insieme, nella dimensione politico-giuridica intesa in modo superficiale (relazioni di proprietà, interventi dello Stato), doveva perciò trascurare la problematica socio-ecologica che aveva guadagnato attualità in seno alla società, laddove il movimento socio-ecologico, da parte sua, restava senza concetti e concretista, ossia, incapace di una critica della "sostanza del capitale"; cosa che poteva soltanto aggravarsi anziché essere superata dal fatto che i marxisti avevano fallito in materia.

Il punto decisivo consiste nel sapere se l'astrazione lavoro o l'astrazione reale possa essere conseguentemente pensata come logica di produzione, oppure se rimane ridotta alla circolazione. A questo corrisponde la questione della priorità del lavoro astratto. Essa costituisce l'apriori della riproduzione capitalista nel suo insieme, dal momento che così la sua validità viene ormai stabilita nel processo stesso di produzione "concreta"; oppure si tratta solamente di una secondaria "astrazione dello scambio"? Nella maggior parte dei casi, il marxismo tradizionale ammette implicitamente che si tratta della seconda possibilità, dal momento che è stato capace di pensare la forma capitalista di produzione industriale solo in maniera molto superficiale, e la logica di astrazione come forza distruttiva totalitaria non era ancora giunta storicamente a maturazione; e laddove la formulazione è stata esplicitata, come in Sohn-Rethel, non è arrivata ad una posizione definitiva.

Il lavoro astratto come apriori sociale o soltanto come "astrazione dello scambio", e quindi prodotto secondario della circolazione, dal momento che questa alternativa è identica a quella che si interroga sul fatto se il valore delle merci venga "prodotto" nel corso del processo della loro produzione, oppure se "sorga" solamente nella sfera della circolazione. Gli è che il lavoro astratto in quanto sostanza del capitale alla fine non è altra cosa che la "sostanza formatrice del valore", ossia, quello che costituisce il valore. A prima vista, il problema sembra essere sconcertante. Perché è evidente che il valore è prodotto dal lavoro, o no? Non è forse questo il credo solenne del marxismo del movimento operaio, il suo "punto di vista sul lavoro", la sua glorificazione del proletariato "creatore di valore"? L'ironia di tutta la questione sta nel fatto che il marxismo tradizionale si capovolge, mettendosi a testa in giù e con i piedi per aria, rispetto al suo "punto di vista", quando - sebbene affermi come produttiva la "classe creatrice di valore" - riduce allo stesso tempo l'astrazione valore alla sfera della circolazione.

Da un lato si pretende che la produzione sia determinata soltanto dal "lavoro concreto", e quindi dalla produzione di "valore d'uso", mentre si suppone che il processo di astrazione dovrebbe essere svolto secondariamente solo nella sfera della circolazione; dall'altro lato, si parla di un modo assolutamente positivo di "produzione" di valore per mezzo del "lavoro". Pertanto, da un lato abbiamo l'orgoglio dei produttori nel senso di una creazione del valore d'uso supposto come superiore all'irrisorio valore di scambio e che si sarebbe sovrapposto solo esteriormente alla logica del valore capitalista (nel senso della definizione giuridica di proprietà, intesa in maniera riduttiva); dall'altro lato, abbiamo il medesimo orgoglio dei produttori, nel senso della stessa "creazione di valore", dove è la generalità astratta capitalista ad apparire immediatamente come "dignità" del lavoro. E' significativo che il marxismo non abbia svolto una lettura di questa contraddizione flagrante. Muovendosi dentro una tale contraddizione, se così si può dire, questo pensiero riflette la totalità, o unità negativa, del lavoro astratto e concreto, ma lo fa in maniera incosciente e senza una concezione critica di questa totalità.

Tuttavia, il problema è maturato, sia in termini oggettivi, nello sviluppo storico delle forze distruttive del capitalismo, che in termini discorsivi, attraverso la formulazione del principio della critica del valore, che ormai dev'essere formulato esplicitamente anche dalla auto-apologetica del marxismo tradizionale. Così, ad esempio, il politologo berlinese Michael Heinrich, che preconizza una sorta di mistura della teoria del valore fatta da posizioni mezzo marxiste tradizionali e mezzo postmoderne, intitola espressamente il capitolo dedicato alla "oggettività fantasmatica" della forma merce, nella sua recente pubblicazione di introduzione alla critica dell'economia politica, con la domanda: "Teoria della produzione o teoria della circolazione del valore?" (Michael Heinrich, Kritik der politischen Ökonomie. Eine Einführung, Stoccarda 2004, p.51). Ed evidentemente sceglie la teoria della circolazione:

"E' quindi solo lo scambio che realizza l'astrazione che si trova alla base del lavoro astratto... Le merci non posseggono oggettività di valore in quanto oggettivizzazione del lavoro concreto, ma in quanto oggettivizzazione del lavoro astratto. Ma se, come abbiamo appena finito di abbozzare, il lavoro astratto è una relazione di validità sociale esistente soltanto nello scambio (lavoro speso a titolo privato viene considerato lavoro astratto, creatore del valore), allora anche l'oggettività del valore delle merci esiste soltanto nello scambio" (Heinrich, ivi, p.48).

Pertanto, per Heinrich, in sintonia assoluta col marxismo tradizionale, il lavoro astratto non è una relazione di produzione, ma è solo una relazione secondaria della circolazione, o "relazione di validità" in questo senso che implica che nel capitalismo l'attività produttiva reale e propriamente detta è "solo concreta", e che la "relazione di produzione" in quanto capitalista è determinata unicamente dalla questione della proprietà giuridica stabilita in forma puramente esteriore. A fronte della situazione avanzata del problema, Heinrich, nella sua delimitazione del principio della critica del valore, è orgoglioso di rappresentare un Marx pretesamente "autentico" ed "intero", opposto alla storicizzazione del "doppio Marx" della critica del valore; ma proprio a questo punto è lo stesso Marx autentico a smentire Heinrich.

Per un'argomentazione come quella svolta da Heinrich, il valore o l'oggettività del valore è identico al valore di scambio, cioè, il relazionamento reciproco delle merci dentro la relazione fra "forma relativa del valore" e "forma equivalente", dove quest'ultima "rappresenta" il valore di scambio della prima nella sua forma naturale, fino alla costituzione del denaro come la "forma equivalente generale" (la "merce a parte" che assume tale forma di rappresentazione di tutte le altre merci). Ma se il valore, l'oggettività del valore o la "forma valore", è identico al valore di scambio, in tal caso il valore si costituisce realmente soltanto nella circolazione, come "forma del valore" nel senso della relazione mutua delle merci. In questo caso il valore non "è" altro che questa relazione, e non può esistere una merce unica solitaria - i prodotti al termine del processo di produzione, per esempio quelli nel magazzino della fabbrica, non sarebbero ancora merci nel senso della forma valore, ma sarebbero i primi semplici beni d'uso, che solo attraverso la vendita sul mercato possono alla fine assumere la forma di valore, e insieme ad essa la forma di merce. Heinrich lo dice in maniera esplicita: "L'oggettività del valore non è nemmeno una qualità che una cosa possa possedere isolatamente, di per sé. La sostanza del valore che sta alla base di questa oggettività non arriva ad essere merce a titolo individuale, ma solo in comune e nello scambio" (Heinrich, ivi, p.51).

Ora, questa non è nemmeno per sogno l'argomentazione di Marx. Non è neppure un punto di visto puramente logico o "metodico", visto che in questo caso la determinazione della sostanza "valore" sarebbe identica alla forma di apparenza "valore di scambio", ossia, la sostanza e l'apparenza sarebbero immediatamente coincidenti (cosa che, del resto, è tipica del pensiero postmoderno, che proprio per questo passa sistematicamente miglia lontano dalla problematica della costituzione socio-storica). Marx, al contrario, stabilisce la differenza fra sostanza ed apparenza, nella quale differenza egli vede fondata, innanzi tutto, la necessità della riflessione teorica: "... tutta la scienza sarebbe superflua se la forma di apparenza e la sostanza delle cose fossero immediatamente coincidenti" (Karl Marx. Il Capitale, vol. III). Perciò, Marx torna sempre a far riferimento alla differenza decisiva "fra tutte le forme di apparenza ed il loro sfondo occulto. Le prime si riproducono in maniera immediatamente spontanea, come forme usuali di pensiero, l'altro dev'essere scoperto dalla scienza" (Il Capitale, vol.I).

Com'è perfettamente ovvio, Heinrich, nel far coincidere immediatamente l'essenza e l'apparenza, il valore o l'oggettività del valore al valore di scambio, si accontenta di quello che si "riproduce spontaneamente", delle "forme usuali di pensiero". Resta incollato alla forma di apparenza e perde di vista il suo "sfondo occulto", e così ad un certo punto si rivela pubblicamente come un economista marxista volgare. Marx, al contrario, riflette in maniera perfettamente chiara, per quel che riguarda il lavoro astratto ed il valore, sulla differenza riguardo la forma di apparenza del valore di scambio. Partendo innanzi tutto da quest'ultima, dimostra proprio l'impossibilità di spiegare la forma di apparenza di per sé: "Il valore di scambio appare, perciò, come qualcosa di fortuito e di puramente relativo, un valore di scambio interno, immanente alla merce... ossia, una contraddizione in termini" (Karl Marx, Il Capitale).

Nell'equiparazione delle diverse merci esistenti sul mercato, però, è implicita la loro sostanza comune, cioè, qualcosa di comune che è inerente a tutte e quindi a ciascuna di per sé, e che deve già esistere prima ancora che vengano messe in relazione le une con le altre:

"Qual è il significato di quest'equazione? Che cosa esiste, di comune e della stessa dimensione, in due cose differenti... Di modo che, entrambe siano uguali ad una terza, la quale in sé e per sé non è né l'una né l'altra. Ciascuna delle due, nella misura in cui possiede valore di scambio, deve poter essere ridotta a questa terza". Perciò, le merci come oggettività del valore "sono", già prima dello scambio, "gelatine" del "dispendio della forza lavoro umana senza cura per la forma di tale dispendio. Queste cose rappresentano solo il fatto che nella loro produzione è stata spesa forza di lavoro umana, è stato accumulato lavoro umano. In quanto cristalli di questa sostanza sociale che è loro comune, sono valori - valori di merce". Sono pertanto valori, non soltanto in quanto valori di scambio, ma come oggetti e come risultato della produzione, non solo della circolazione. Perciò, il valore ed il valore di scambio non sono immediatamente identici; il valore è determinato dalla sostanza, il valore di scambio dalla sua forma di apparenza: "L'elemento comune che si presenta nella relazione di scambio o nel valore di scambio della merce è quindi il suo valore. La continuazione dell'inchiesta ci porterà di nuovo al valore di scambio, come espressione o forma di apparenza necessaria del valore, il quale però innanzi tutto dev'essere esaminato indipendentemente da questa forma" (Karl Marx, Il Capitale).

Proprio questo, ossia, esaminare per prima cosa la "forma valore" indipendentemente dalla sua "forma di apparenza valore di scambio", è così impossibile per Michael Heinrich, come lo è per tutto il marxismo tradizionale e per tutta l'economia volgare borghese. Tutti loro considerano il valore solo in quanto valore di scambio, soltanto come un fenomeno che si verifica nella mutua relazione delle diverse merci. Marx, al contrario, dice espressamente che una simile considerazione è ridotta e sbagliata:

"Se, nell'introduzione al presente capitalo, si è detto in maniera usuale: la merce è valore d'uso e valore di scambio, questo è stato, a rigore, sbagliato. La merce è valore d'uso, o oggetto d'uso e ‘valore’. Essa si presenta come il duplicato che è, quasi che il suo valore possegga una forma di apparenza propria differente dalla forma naturale, la forma del valore di scambio, ed essa non ha mai posseduto questa forma quando viene osservata isolatamente, ma sempre soltanto in relazione al valore rispetto a, o di scambio con, una seconda merce differente. Ma, una volta che si sa questo, il relativo modo di parlare non si porta dietro alcun pregiudizio, ma serve come scorciatoia" (Karl Marx, Il Capitale).

La merce in sé, anche a titolo individuale, "è", pertanto, oggettività d'uso ed oggettività di valore; quest'ultima, però, "appare" ("si presenta") soltanto nella relazione di scambio. Ma, affinché qualcosa possa apparire o possa presentarsi, deve esistere in sé. Perciò, Marx spara di nuovo, rafforzando: "La contraddizione interna sviluppata nella merce, fra valore d'uso e valore, è pertanto rappresentata da una contraddizione esterna, cioè, dalla relazione fra due merci". Ciascuna merce individuale contiene già in sé la contraddizione interna fra valore d'uso e valore, ma questa può essere solo "rappresentata" per mezzo della contraddizione esterna della relazione fra la forma del valore relativa e la forma equivalente, nella relazione di scambio. In Heinrich, al contrario, la contraddizione interna neppure esiste, e rimane solo quella esterna; egli confonde la "rappresentazione" della cosa con la cosa stessa, l'essenza con la forma di apparenza. In questo modo, non sa o non vuole sapere quello che Marx presuppone circa la consapevolezza per cui il "modo di parlare" del valore di scambio "non trascina nessun pregiudizio"; ed è per questo che in Heinrich continua a portare pregiudizio, vale a dire la banalizzazione dell'analisi concettuale di Marx.

Il valore è l'oggettività sociale della merce, anche della merce individuale, della merce prima della - ed indipendentemente dalla - relazione di scambio secondaria, nella quale, sotto le condizioni capitalistiche, il fenomeno del valore di scambio nella forma equivalente generale del denaro è identico alla realizzazione del plusvalore, cioè, al regresso del capitale alla sua forma di denaro quantitativamente accresciuta. Il valore ed il plusvalore, però, sono già determinazioni dell'essenza della merce in quanto oggettività del valore prima di questa "realizzazione" (nella misura in cui la merce è da sempre determinata come forma specifica della ricchezza delle società capitalistiche), realtà che non cambia in niente quando tale realizzazione non avviene - il carattere del valore della merce, in tal caso, si manifesta nel fatto che viene trattata esclusivamente come un rifiuto anziché essere consumata, il che è possibile proprio solamente per il fatto che la sua essenza sociale consiste a priori nell'oggettività del valore, e non nell'oggettività della necessità.

La merce individuale è oggettività del valore, non nel senso quantitativo, contabilizzabile isolatamente, che - come si è preteso di dimostrare prima - è determinato nel medium sociale, ma in senso qualitativo, come cosa individuale sociale, come cosa del valore. Questa non è una determinazione giuridica, politica o relativa a qualche altro dominio esterno (la relazione giuridica, erroneamente interpretata come relazione di volontà soltanto soggettiva, nella comprensione del marxismo tradizionale, può apparire soltanto in maniera ridotta, come esterna), ma la determinazione dell'essenza interna della merce stessa, che arrivi o no ad essere scambiata. Proprio per questo, l'oggettività della merce è il fantasmatico, l'occulto, quel che non è immediatamente visibile nel corpo della merce, come Marx rende subito chiaro all'inizio della sua analisi della forma valore:

"L'oggettività del valore delle merci si distingue dalla signora Quickly per il fatto che non si sa dove trovarla. In diretta contrapposizione all'oggettività rozzamente sensibile dei corpi delle merci, nemmeno un atomo di materiale naturale passa nell'oggettività del valore delle merci stesse. Quindi potremo voltare e rivoltare una singola merce quanto vorremo, ma come cosa di valore rimarrà inafferrabile. Tuttavia, ricordiamoci che le merci posseggono oggettività di valore soltanto in quanto esse sono espressioni di una identica unità sociale, di lavoro umano, e che dunque la loro oggettività di valore è puramente sociale, e allora sarà ovvio che quest'ultima può presentarsi soltanto nel rapporto sociale fra merce e merce.”(Karl Marx, Il Capitale).

La merce individuale, nella sua essenza, è qualitativamente una cosa di valore, ma in quanto tale "non è palpabile" in termini sensibili. Riducendo il problema dell'oggettività del valore, a mo' di economia volgare, come "palpabilità" apparente nella "relazione sociale di una merce con un'altra", Heinrich gira intorno al carattere fantasmatico dell'oggettività della merce, rifugiandosi nella plausibilità apparente della sfera della circolazione. E' un fatto che egli avverta che così si apre una breccia nella sua argomentazione, in particolare per quel che riguarda la produzione, e sotto questo aspetto egli tenti di sfuggire all'assunto come fa un paralitico, dopo aver fatto un breve riferimento al fatto che secondo Marx il carattere del valore delle cose "è già rilevante nella loro produzione". Heinrich interpreta questo fatto nel modo seguente: "Il fatto del valore di 'essere rilevante', il fatto che il valore futuro sia desunto dai produttori, tuttavia, è diverso dal dire che il valore già esista". Con questo, però, il valore, l'oggettività del valore, viene stabilito come qualcosa di completamente esterno alla produzione, come il pensiero, meramente soggettivo, di qualcosa di "futuro" che si suppone avvenga soltanto nella sfera della circolazione.

Il Marx "autentico", da parte sua, dice proprio il contrario. Egli divide la sua analisi del processo di produzione in due sotto-capitoli, ossia, il processo di produzione come processo di lavoro e come processo di valorizzazione. Sul passaggio a quest'ultimo, dice:

"Infatti, dal momento che qui si tratta di produzione di merci, finora, evidentemente, abbiamo osservato soltanto un lato del processo. Dal momento che la stessa merce è un'unità fra valore d'uso e valore, il suo processo di produzione deve essere l'unità fra i processi di lavoro e la costituzione di valore". Lungi dal situare l'oggettività del valore solo al di là del processo di produzione, nella sua forma di apparenza della sfera della circolazione, Marx intende il processo stesso della produzione come un processo di costituzione del valore. Cosa che è oggetto di riferimento esplicito anche in un altro passaggio: "Tutto questo percorso, la trasformazione del suo (del capitalista) denaro in capitale, avviene e non avviene nella sfera della circolazione. Attraverso la mediazione della circolazione, in quanto dipende dall'acquisto di forza lavoro sul mercato delle merci. Non nella circolazione, dal momento che questa è soltanto un mero preludio al processo di valorizzazione, che si svolge nella sfera della produzione" (Karl Marx, Il Capitale).

Nella circolazione, la costituzione del valore procede soltanto nella misura in cui la circolazione svolge un ruolo "mediatore", attraverso l'acquisto di merce forza lavoro sul mercato del lavoro. La relazione tra produzione e circolazione, in ultima analisi ne è attraversata; qualsiasi produzione è preceduta da atti di circolazione e qualsiasi circolazione è preceduta da atti di produzione. La costituzione del valore come tale, però, chiaramente non avviene nella circolazione, bensì nella sfera della produzione. Il processo di produzione è un processo di costituzione di valore, e nel caso del capitalismo lo è in maniera essenziale. Il fatto che la sua "validità" quantitativa si realizzi soltanto nell'ambito di tutto il processo sociale di produzione e di circolazione (realizzazione), non cambia in niente questo fatto.

Con questa definizione di merce individuale già come oggettività del valore, e del processo di produzione come processo di costituzione di valore, non ci troviamo tuttavia davanti ad una cosiddetta "teoria premonetaria del valore" (un concetto coniato da Hans-Georg Backhaus nel dibattito sul contenuto concettuale dell'analisi della forma di valore di Marx), ossia, davanti alla presunzione di una relazione di valore precedente alla relazione del denaro ed indipendente da questa in senso storico. Com'è noto, Marx comincia esplicitamente con il concetto di merce come la forma di ricchezza nelle società capitalistiche moderne - le sue deduzioni sono essenzialmente logiche, e non storiche. Perciò il denaro è sempre già presupposto, non solo come equivalente generale, ma come forma di capitale, come fine in sé processante e come forma di realizzazione del plusvalore. Si tratta di spiegare questo, già presupposto, con dei passaggi deduttivi logici; non di dedurre la genesi storica del denaro a partire da una relazione di valore premonetaria.

E' precisamente questo il presupposto del capitale, ossia, della forma del denaro riaccoppiata a sé stessa in quanto processo di valorizzazione, che fa del processo di produzione già un processo di costituzione di valore; questo non avviene in alcun modo fuori dalla forma di riproduzione capitalista, e quindi dalla forma di denaro già pienamente sviluppata. La merce individuale è già a priori oggettività del valore, solo perché la produzione è innanzitutto un processo di valorizzazione, finalizzato unicamente alla realizzazione del plusvalore incorporato. Così come l'Uomo socializzato nel capitalismo è già sempre a priori un soggetto del denaro; indipendentemente dal fatto che venga pagata con una banconota o con un assegno, la merce prodotta in maniera capitalista è sempre già oggettività del valore. Indipendentemente dal fatto che ad un dato momento sia venduta sul mercato.

Heinrich, pertanto, non può invocare Marx in nessun modo. Però, quello che qui è in gioco non è la lettera di un'ortodossia, ma proprio la cosa in sé. E qui bisogna dar ragione a Marx, a detrimento di Heinrich: il valore viene prodotto, è una relazione di produzione, e non una mera "relazione di validità" nella circolazione (vedremo nella seconda parte di questo studio che quest'aspetto gioca un ruolo decisivo nella determinazione del lavoro astratto come relazione quantitativa, e quindi nella teoria della crisi).

Ma se il valore viene regolarmente prodotto, allora la merce già prima del suo ingresso nel mercato, vale a dire, nella circolazione, è una "oggettività del valore", ossia, una "oggettività fantasmatica", in quanto non "palpabile" come tale nella sua forma sensibile. Tuttavia, per poter comprendere il valore in generale, dobbiamo determinarlo precisamente sotto questa forma fantasmatica, che non è immediatamente palpabile, e non solo nella forma di apparenza del valore di scambio.

Avevo già tematizzato questo problema in un saggio del 1987 (Lavoro astratto e socialismo), su Marxistische Kritik 4, come "I due livelli del concetto della forma del valore", descrivendo il valore di scambio, che appare nella relazione fra due merci, ossia nella relazione fra la forma del valore relativa e la forma equivalente, come "forma di una forma": la forma sociale in sé è la forma del valore nel senso dell'oggettività del valore della merce individuale, il cui valore  è stato "prodotto" nella sfera della produzione. Questa forma essenziale, che non è "palpabile" nella merce individuale, la "forma valore", "appare" sotto la forma secondaria del valore di scambio, ed in questa misura come (apparente) "forma della forma" (della forma essenziale "valore"). Ossia, esattamente in maniera conforme alla presentazione che ne fa Marx, sebbene in Marx il problema non venga esplicitato, nel senso del confronto con in neomarxisti con un tocco postmoderno come Heinrich; forse Marx non era in grado di poter immaginare qualcosa come un economista marxista volgare.

Ora, questa definizione di "forma di una forma" appare oggi del tutto incomprensibile anche ad un marxista tradizionale anticritico del valore come Alexander Gallas: "... 'forma di una forma'?... Queste sciocchezze non sono il prodotto di una svista, ma il sintomo di un problema di peculiarità critica" (Alexander Gallas, Marx als Monist?, 2003). Una simile mancanza di concetti, che per giunta si inalbera ad anticritica, si riferisce al fatto che, tanto per i marxisti tradizionali quanto per i neomarxisti (soprattutto per quelli con un simile arricchimento postmoderno), molto diversamente da Marx, non esiste differenza tra forma di sostanza e forma di apparenza, fra valore e valore di scambio; essi rimangono attaccati alla superficie del concetto circolatorio del valore di scambio, dal momento che non vogliono intendere il concetto di lavoro astratto come apriori del processo di riproduzione, ma soltanto come una secondaria "astrazione dello scambio".

Il lavoro astratto è precisamente un prius, non solo nel senso di essere precedente all'astrazione dello scambio che appare nella circolazione, come momento dello stesso processo di produzione nel senso di un processo reale di costituzione del valore, ossia, non solo come priorità di una determinata sfera particolare, quella della produzione, a fronte di un altra sfera particolare, della circolazione. Al contrario, la determinazione come apriori sociale del lavoro astratto è una determinazione della totalità (qui, totalità designa la riproduzione determinata dalla forma capitalista come un tutto in senso più ristretto, che non è tuttavia identico alla riproduzione totale reale, la quale include anche sempre altri momenti dissociati). Questo significa che il lavoro astratto si estende a tutto il processo di riproduzione capitalista, come forza motrice dell'astrazione del valore. Quello che "appare" nel valore di scambio della sfera della circolazione, è l'oggettività pre-processata del valore delle merci, in cui si manifesta il lavoro astratto, che definisce il processo di produzione stesso. Lavoro astratto ed oggettività del valore non sono altro che diversi stadi di aggregazione dell'unica e stessa astrazione reale, in cui si muovono il processo di riproduzione determinato dalla forma capitalista e la sua storia; di cui il valore di scambio è la forma di apparenza quotidiana, apparentemente senza storia.

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