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“La scomparsa della Sinistra in Europa”
Intervista a Aldo Barba e Massimo Pivetti (con una domanda)
Aldo Barba e Massimo Pivetti,i “La scomparsa della Sinistra in Europa” (Imprimatur, 2016)
Dal Collettivo Aristoteles, un gruppo di giovani torinesi che si occupano di tematiche economiche e politiche, abbiamo ricevuto questa intervista, da loro realizzata, agli autori del testo “La scomparsa della sinistra in Europa”, e diamo corso volentieri alla pubblicazione. Gli autori denunciano il suicidio politico della sinistra, che aderendo al progetto mondialista di libera circolazione di merci, persone e capitali, con ciò stesso si è posta nell’impossibilità di promuovere le politiche economiche espansive di piena occupazione a tutela del lavoro, a causa del potente “vincolo esterno” della bilancia dei pagamenti. Così facendo, la sinistra è venuta meno alla sua funzione e di conseguenza sta scomparendo dal panorama politico. Gli autori indicano una via e affermano con coraggio che un paese potrebbe “andare anche da solo” nella direzione delle politiche espansive, a patto di attuare un opportuno regime di controlli delle transazioni con l’estero, e sottolineano anche l’effetto domino che si produrrebbe verso gli altri partner, capace di innescare un circolo virtuoso di coordinamento espansivo. L’analisi prosegue poi con riguardo al problema della immigrazione, considerato anch’esso centrale nella perdita di consensi della sinistra.
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Quarant’anni fa. E oggi
Luigi Cavallaro
C’è un problema politico che conviene enunciare a chiare lettere, se vogliamo evitare che il quarantennale dell’approvazione dello Statuto dei Lavoratori, caduto il 20 maggio scorso, diventi l’occasione per celebrarne il funerale. Si può porlo in forma di domanda: lo Statuto, complessivamente considerato, è compatibile o no con la «costituzione economica» fissata nel Trattato istitutivo dell’Unione Europea?
L’opinione prevalente risponde di sì. Specialmente tra i giuristi, l’Unione Europea è vista come uno spazio non solo compatibile con le garanzie giuridiche che il lavoro salariato ha saputo conquistarsi nel corso del XX secolo nell’ambito degli Stati-nazione, ma addirittura come il presupposto per la loro conservazione ed estensione anche a coloro che attualmente ne godono in misura ridotta o ne sono del tutto privi: in fondo, bisogna pur sempre ricordare che le disposizioni più penetranti dello Statuto – come quelle che concernono la presenza del sindacato in azienda o apprestano la tutela reintegratoria per il licenziamento illegittimo – si applicano soltanto ai lavoratori occupati all’interno di aziende che abbiano alle proprie dipendenze più di quindici dipendenti (ovvero oltre sessanta sul territorio nazionale).
È però indiscutibile che, nel nostro Paese, l’approfondirsi del processo d’integrazione economica europea, specie a partire dal 1992, si è accompagnato all’adozione di misure legislative che, pur senza formalmente intaccare i dispositivi dello Statuto, hanno in sostanza ridotto l’area della sua operatività anche all’interno delle imprese che prima erano tenute alla sua integrale applicazione:
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L’ascesa del capitalismo dei disastri
di Massimo Cappitti
Pubblichiamo una riflessione di Massimo Cappitti sulle tesi sostenute da Naomi Klein in un libro di qualche anno fa, Shock Economy, e che oggi rivelano tutta la loro attualità; l’articolo proviene dal sito della rivista “Altro Novecento”
Hannah Arendt, ne Le origini del totalitarismo, scrive che «i campi di concentramento e le camere a gas» – senza dubbio «la soluzione più sbrigativa del problema della sovrappolazione, della superfluità economica e dello sradicamento sociale» – lungi dal costituire un «monito» possano, al contrario, rappresentare anche per le società democratiche un «esempio», una tentazione, cioè, destinata a riproporsi quando appaia «impossibile alleviare la miseria politica, sociale o economica in maniera degna dell’uomo».
Quelle soluzioni, pertanto, mantengono, nel presente, la propria efficacia, pronte ad essere utilizzate allorché, ad esempio, si profili l’esistenza di un altro ritenuto a tal punto nemico da risultare irriducibilmente incompatibile con l’ordine sociale vigente. L’altro – qualunque sembiante assuma – può diventare, secondo un dispositivo implacabile, sterminabile. Dapprima si costruisce il nemico, spogliandolo delle qualità umane che lo rendono soggetto degno di riconoscimento e cura; così trasformato in una «non persona» ed esposto all’isolamento, diventa oggetto della violenza dello stato. Violenza giustificata dalla convinzione che, soltanto eliminando il nemico assoluto, si possano efficacemente preservare la compattezza e la salute del corpo sociale dalla minaccia che quello incarna.
Di questo nesso, ovvero del legame tra «libertà economica e terrore politico», e di come questo rapporto abbia segnato in modo doloroso la storia degli ultimi decenni tratta Shock Economy, edito da Rizzoli (pp.622, € 20,50), di Naomi Klein.
L’autrice ripercorre, in modo rigorosamente documentato, «l’ascesa del capitalismo dei disastri» dai primi esperimenti in Cile e Argentina fino ai conflitti israelo-palestinese e iracheno, attraverso le vicende della Polonia e della Russia post-comuniste, dei paesi asiatici dopo la crisi finanziaria della metà degli anni ’90, del Sudafrica dopo l’apartheid, della Cina e, ancora, dei paesi travolti dal maremoto del 2004.
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Sartre, tutta una vita dalla parte del torto
di Angelo d'Orsi
Quando mancò - era il 15 aprile del 1980: tre anni prima, sempre a Parigi, nella notte sempre tra il 15 e il 16 aprile se n'era andato un altro grande della cultura francese, Jacques Prévert - chi scrive era borsista della Fondazione Luigi Einaudi di Torino, dove aveva dato vita a un gruppetto di giovani "ribelli" alle regole piuttosto ferree di quella nobile istituzione. Ci si vedeva oltre che nei locali della biblioteca e dell'archivio, e nelle stanze a noi riservate, al di fuori: a pranzo, a cena, in qualche circolo Arci, sul Lungo Po, e si facevano grandi discussioni politico-culturali. Eravamo insieme quando giunse la notizia. Proposi allora, in una di quelle iniziative un po' sconsiderate che caratterizzano la giovane età, di organizzare un viaggio-lampo nella Ville Lumière e partecipare ai funerali di Sartre, l'indomani. Del resto, ricordo il pezzo forte della mia argomentazione, non aveva teorizzato, Sartre, il "gruppo in fusione" ? E non era ciò che cercavamo di essere?
Il no che ricevetti fu corale. E non era tanto e solo per il peso - innanzi tutto economico, essendo tutti più o meno squattrinati - della spedizione, ma specialmente perché, come sentenziò uno dei miei compagni (oggi importante studioso e commentatore delle relazioni industriali), "Sartre era superato". Forse lo era, ma nel mio deluso entusiasmo vibrava tutta l'ammirazione per la capacità di quel vecchio filosofo (vecchio per noi: in realtà morì a 75 anni non compiuti, essendo nato, ovviamente a Parigi, il 21 giugno del 1905) di mettersi in gioco, sfidando le corporazioni intellettuali, gli ambienti accademici (accademico non fu mai, ma le sue opere erano oggetto di studio nei corsi universitari, non soltanto in Francia, e decine di studiosi togati si erano cimentati in interpretazioni sartriane), le forze politiche, e lo stesso senso comune.
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Cosa spaventa veramente del rapporto di Francesca Albanese
di Agata Iacono
La solidarietà a Francesca Albanese si può esprimere anche con le tantissime petizioni, ma è fondamentale evidenziare che, se il suo report è oggetto di attacco (mai visto prima per un diplomatico dell'ONU), il motivo va ricercato proprio nell'elenco di aziende legate allo Stato genocida di Israele.
Ha toccato, come si suol dire, il portafoglio ed è questo che non le viene perdonato.
Come possiamo quindi noi, oltre le foto, i meme, le petizioni, gli hashtag, i proclami, dare concretamente seguito alla denuncia di Francesca Albanese?
Cosa spaventa veramente?
Il boicottaggio economico e commerciale.
Nel ricordare tutte le campagne BDS di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni, raccomandiamo anche l'uso di App come NoTanks e Boycat per sapere se ogni singolo prodotto nei nostri supermercati è legato al colonialismo e al genocidio perpetrato da Israele, nei dettagli.
Qui di seguito ecco l'elenco delle aziende occidentali citate nel rapporto ONU di Francesca Albanese ("From economy of occupation to economy of genocide"), suddivise per settore di attività e con indicazione delle responsabilità specifiche:
1. Industria Bellica e Tecnologica
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La teoria di Marx, la crisi e l'abolizione del capitalismo
Domande e risposte sulla situazione storica della critica sociale radicale
Intervista a Robert Kurz*
Cosa distingue questa crisi dalle precedenti?
Il capitalismo non è l’eterno ritorno ciclico dell’identico, ma un processo storico dinamico. Ogni grande crisi si incontra a un livello di accumulazione e di produttività superiore a quelle del passato. Quindi, la questione della gestibilità o non gestibilità della crisi si pone in forma sempre nuova. I precedenti meccanismi di soluzione perdono validità. Le crisi dell’ottocento furono superate perché il capitalismo ancora non aveva coperto tutta la riproduzione sociale. C’era ancora spazio interno per lo sviluppo industriale. La crisi economica mondiale degli anni ’30 rappresentò una rottura strutturale a un livello di industrializzazione molto più elevato. Essa fu dominata grazie alle nuove industrie fordiste e grazie alla regolazione keynesiana, il cui prototipo furono le economie di guerra della seconda guerra mondiale. Quando l’accumulazione fordista urtò contro i suoi limiti, negli anni ‘70, il keynesianismo sfociò in una politica inflazionaria, sulla base del credito pubblico. La cosiddetta rivoluzione neoliberale, intanto, spostò solo il problema dal credito pubblico ai mercati finanziari. Lo sfondo era una nuova rottura strutturale dello sviluppo capitalista, causato dalla terza rivoluzione industriale della microelettronica. Su questo livello qualitativamente differente di produttività non fu più possibile sviluppare alcun terreno di accumulazione reale.
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I limiti del keynesismo
di Michel Husson
La stagnazione europea sembra dare ragione alle “analisi keynesiane”. Il ragionamento di fondo è il seguente: l’austerità provoca recessione e debito, si tratta quindi di una politica assurda. Sarebbe meglio rilanciare l’attività economica attraverso politiche monetarie e di bilancio più dinamiche e un aumento dei salari e/o degli investimenti pubblici. Questa presentazione è un po’ caricaturale, ma è un riassunto provvisorio del nocciolo di questo discorso che chiameremo, per comodità, “keynesiano”.
La critica che possiamo indirizzare a questo discorso obbedisce alla seguente dialettica:
- Le proposte “keynesiane” sono in un certo senso corrette;
- ma fanno astrazione della logica profonda del capitalismo,
- e perciò conducono ad alternative incoerenti poiché incomplete.
I modelli post-keynesiani
La diagnosi “keynesiana” si fonda sul ricorso ai cosiddetti modelli di stock-flow consistent realizzati da una scuola di economisti eterodossi che si definiscono piuttosto come “post-keynesiani”. Questi modelli combinano i flussi (per esempio il volume della produzione, l’investimento, la massa salariale) con gli stock (per esempio il capitale fisso, l’indebitamento,ecc.).
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L’organetto di Draghi IV
Quarta lezione: forward guidance e quantitative easing (2013-2015)
di Sergio Cesaratto
In questa lezione[1] ripercorreremo le vicende più recenti dell’euroarea sino al famoso quantitative easing
1) 2013: L’anno della forward guidance
Col consueto ritardo, nel corso del 2014 la BCE ha raggiunto la FED nel portare il tasso di interesse a breve termine praticamente a zero, il cosiddetto “zero lower bound” (ZLB). Una volta raggiunto lo ZLB, la politica monetaria sembra diventare impotente nel tentativo di condizionare, diminuendoli, i tassi di interesse a lunga con l’obiettivo di sostenere la domanda aggregata. Se inoltre, come nell’Eurozona, si manifestano segnali concreti di deflazione, i tassi reali a lunga tenderanno, a parità di tassi nominali, ad aumentare. Una maniera per diminuire i tassi reali a lunga è attraverso la promessa di mantenere i tassi a breve a zero per un periodo indefinito di tempo tollerando una ripresa dell’inflazione, che diventa anzi un obiettivo desiderato con lo scopo di far diminuire i tassi reali attesi a lungo termine. La diminuzione attesa dei tassi può anche determinare un deprezzamento della valuta che stimola la domanda aggregata e l’inflazione[2]. L’impegno a mantenere i tassi allo ZLB si chiama la “forward guidance” ed è stata adottata dalla FED dal 2008 e dalla BCE nel luglio 2013. Così Draghi nella conferenza stampa dopo la riunione del Governing Council della BCE:
Looking ahead, our monetary policy stance will remain accommodative for as long as necessary. …’The Governing Council expects the key…’ – i.e. all interest rates – ‘…ECB interest rates to remain at present or lower levels for an extended period of time’.
La forward guidance soffre di un problema di incoerenza temporale, in quanto i mercati possono non fidarsi dell’impegno della banca centrale di mantenere i tassi di interesse a breve bassi per contrastare la deflazione temendo che invece li rialzi appena l’inflazione dia minimi segni di ripresa.
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Capitalismo 2010: un morto che cammina
Antonio Carlo
1) L’economia mondiale nel 2010. Falsa ripresa depressione autentica; 2) Gli USA. Un’economia sulla sedia a rotelle che produce disoccupati e debiti; 3) L’Europa in panne. L’agonia di UE ed euro; 4) L’Italia: galleggiare in attesa di S. Gennaro; 5) La Cina. Il miracolo straccione appassisce; 6) Crisi dell’economia reale e follia dell’economia politica; 7) Crisi strutturale ed esplosioni sociali
1) L’economia mondiale nel 2010. Falsa ripresa depressione autentica.
Nei libri di economia si legge che “ripresa c’è quando risale il PIL” e siccome il PIL è cresciuto nel 2010 del 4,8% dovremmo essere in piena ripresa, anche se si sprecano gli aggettivi per dequalificare la ripresa stessa, che sarebbe incerta, fragile, inadeguata, etc. etc.
In realtà la ripresa sembra essere una cosa da paesi sottosviluppati come si evince dalla tabella che segue1.
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La “diplomafia” di Trump: i dazi
di Barbara Spinelli
Diplomafia: così viene chiamata dal giornale israeliano «Haaretz» l’offensiva globale che Donald Trump ha scatenato sui dazi.
A sorreggere la politica statunitense non ci sono ragionamenti commerciali, né economico-finanziari, e neanche geopolitici, contrariamente a quanto affermano alcuni esperti. La geo-politica presuppone una mente fredda, analitica, mentre quel che quotidianamente va in scena ai vertici degli Stati Uniti è uno spirito di vendetta ben conosciuto e praticato nel mondo dei gangster e dei mafiosi.
Contemporaneamente Trump è sempre più impelagato nelle losche vicende di Jeffrey Epstein, suscitando rancore in un elettorato cui aveva promesso la fine del connubio fra politica, affari, malavita e uso sessuale delle minorenni che lo Stato Profondo custodiva e copriva. Chi conosce la serie The Penguin avrà l’impressione di vedere Gotham City. Non è infranto solo il diritto internazionale e non sono esautorati solo gli organismi delle Nazioni Unite. Trump ostenta ammirazione per i Presidenti protezionisti ed espansionisti dell’Ottocento (William McKinley, James Polk, Andrew Jackson, famosi per la liquidazione dei nativi americani e per le annessioni delle Hawaii, della California, di parte del Messico). Ma essendo figlio del Novecento e delle sue guerre calde e fredde immagina che in quanto padrone della terra tutto gli sia permesso, e interferisce nei procedimenti giudiziari di Stati sovrani – amici e nemici– ergendosi a giudice supremo di un inesistente governo universale.
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Il concetto di «capitalismo di Stato» in Lenin1
di Vladimiro Giacché*
Pubblicato su “Materialismo Storico. Rivista di filosofia, storia e scienze umane", n° 2/2017, licenza Creative Commons BY-NC-ND 4.0

Dopo sei mesi di rivoluzione socialista coloro che
ragionano solo sulla base dei libri non capiscono nulla.
LENIN, 5 luglio 19182
1. 1917-1918. Il capitalismo di Stato come «passo avanti»
Le prime occorrenze significative del concetto di capitalismo di Stato negli scritti di Lenin del periodo postrivoluzionario risalgono alla primavera del 1918, e si situano nel contesto della dura contrapposizione ai «comunisti di sinistra», l’opposizione interna al Partito comunista allora guidata da Nikolaj Bucharin. Lo scontro, inizialmente infuriato sulla firma del trattato di pace con la Germania, non era meno duro sul terreno economico. Esso riguardava ora la gestione delle imprese e il rafforzamento della disciplina del lavoro al loro interno: alla necessità di questo rafforzamento, su cui Lenin insisteva, i «comunisti di sinistra» contrapponevano la gestione collettiva delle imprese, che finiva in pratica per tradursi nella paralisi e nell’ingovernabilità delle imprese nazionalizzate. Ma il tema centrale era un altro ancora: il ritmo e la direzione della trasformazione economica. In quei mesi Oppokov proponeva di «dichiarare la proprietà privata inammissibile sia nella città che nelle campagne», mentre un altro «comunista di sinistra», Osinskij, parlava di «liquidazione totale della proprietà privata» e di «immediata transizione al socialismo»3.
Per Lenin le priorità sono diverse: «la ricostituzione delle forze produttive distrutte dalla guerra e dal malgoverno della borghesia; il risanamento delle ferite inferte dalla guerra, dalla sconfitta, dalla speculazione e dai tentativi della borghesia di restaurare il potere abbattuto degli sfruttatori; la ripresa economica del paese; la sicura tutela dell’ordine più elementare»4.
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Lettera aperta a Contropiano, su green pass e dintorni
di Roberto Sassi - Nico Maccentelli - Valerio Evangelisti
Seguiamo Contropiano, ed occasionalmente vi collaboriamo, fin dalle sue origini, lo riteniamo un prezioso strumento di controinformazione e formazione politica, per questo ci siamo presi il tempo per riflettere e confrontarci prima di scrivere questa lettera.
Riteniamo profondamente sbagliato e dannoso l’approccio con cui è stato affrontato il problema del green pass ed in generale dell’emergenza pandemica, sentiamo l’urgenza di aprire un dibattito sul tema che consenta di rettificare queste posizioni.
Il vaccino senza alternative?
I compagni che difendono o tollerano il green pass partono da un assunto mille volte ripetuto dal governo: la vaccinazione universale è l’unico modo per sconfiggere il virus. Un’affermazione totalmente infondata. Sono molti i modi per affrontare la malattia, anche prevenendo il ricovero ospedaliero: ci sono decine di farmaci, spesso a basso costo, che hanno avuto ottimi risultati, anche nella cura a domicilio. In Cina (dove la libertà di scelta terapeutica è a fondamento del sistema sanitario fin dalle sue origini) è stata utilizzata con successo anche la medicina tradizionale, bloccando le ondate epidemiche prima ancora di disporre del vaccino.
Eppure, non appena qualcuno si alza a sostenere la possibilità di guarigione per altra via che non sia il vaccino, incorre in scomuniche, minacce, insulti.
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Operai e capitale: 50 anni
di Toni Negri e Mario Tronti
Pubblichiamo qui due contributi ad una giornata di studio su Operai e capitale nel cinquantenario della sua pubblicazione. Il seminario si è tenuto all’Università Paris X Nanterre l’11 giugno 2016. Nella discussione, oltre ad Andrea Cavazzini, Fabrizio Carlino, Yaan Moulier Boutang, Etienne Balibar, Morgane Mertueil, sono intervenuti Toni Negri e con una lettera Mario Tronti. Qui pubblichiamo il testo di Toni Negri e la lettera di Mario Tronti. Indicano due vie di lettura nel corso di un cinquantennio – due vie per interpretare il presente (EN)
Che cosa è successo dentro la classe operaia dopo Marx
di Toni Negri
Nel 1966, nella sua prima edizione, Operai e capitale termina con l’impegno a studiare “che cosa è successo dentro la classe operaia dopo Marx” (Operai e capitale, Einaudi, Torino; 1966, p.263). Il postscriptum del 1970 alla seconda edizione di Operai e capitale, analizza la classe operaia nel New Deal e ne descrive le trasformazioni della composizione tecnica (fordismo) e della composizione politica (il sindacalismo ed il riformismo dal New Deal allo Stato del welfare, appunto). Tronti non riconosce tuttavia, per la classe operaia, una differenza strutturale di composizione tecnica e politica fra fordismo e anni ‘70. Non vi è modificazione dei processi lavorativi, taylorismo e keynesismo restano egemoni ed i rapporti politici di classe tuttora dominati dallo Stato-piano. Tra la prima edizione e la seconda di Operai e capitale c’è stato tuttavia il ‘68: a Tronti non sembrava però che fosse avvenuta gran cosa. La classe operaia nel ‘68 e seguenti (in particolare “l’autunno caldo” italiano) è ancora tutta dentro fordismo e New Deal. Affermandolo, Tronti aveva, a mio parere, insieme ragione e torto.
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«Una teoria generale del conflitto sociale»
Lotte di classe, marxismo e relazioni internazionali
Matteo Gargani intervista Domenico Losurdo
Rivolgeremo qui alcune domande a Domenico Losurdo, professore emerito presso l’Università degli Studi di Urbino, a partire dalle sue due più recenti pubblicazioni La lotta di classe. Una storia politica e filosofica, Laterza, Roma–Bari 2013 (abbreviato “LC” e seguito dal numero di pagina dopo la virgola) e La sinistra assente. Crisi, società dello spettacolo, guerra, Carocci, Roma 2014 (abbreviato “SA” e seguito dal numero di pagina dopo la virgola)
Gargani: Nel marxismo italiano, dal secondo dopoguerra, si possono – con le dovute cautele storiografiche – rintracciare tre filoni fondamentali. Il primo è quello storicista, ossia il canone interpretativo del PCI, impostato nelle sue linee essenziali da Togliatti e ispirato a una lettura di Gramsci quale culmine di un’ideale linea De Sanctis-Labriola-Croce. Il secondo è quello operaista, la cui simbolica data d’inizio può esser fatta risalire alla fondazione nel 1961 della rivista «Quaderni Rossi» e che ha annoverato tra le sue fila personalità differenti per formazione e provenienza politica come Tronti, Panzieri, Asor Rosa, Negri e Cacciari. Il terzo è quello del cosiddetto “dellavolpismo” che, attraverso soprattutto la produzione di della Volpe e Colletti, ha cercato di dare una lettura in chiave scientifica della Critica dell’economia politica di Marx, marginalizzandone la produzione giovanile e accentuandone allo stesso tempo la distanza da Hegel. In che modo ha letto Marx negli anni della sua formazione? Come colloca la sua interpretazione di Marx rispetto a questi tre filoni?
Losurdo: Non metterei sullo stesso piano i tre filoni. Il richiamo a Labriola e ancor prima al Risorgimento non impedisce a Togliatti di mettere l’accento sulla questione coloniale (ignorata da Labriola, che celebra l’espansione italiana in Libia) e di denunciare (con Lenin) la «barbara discriminazione tra le creature umane», propria del capitalismo e dello stesso liberalismo.
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Considerazioni sul primo anno di una strana campagna vaccinale
di Marco Mamone Capria
Dobbiamo pianificare la libertà, e non solo la sicurezza, se non altro perché solo la libertà può rendere sicura la sicurezza.
Karl R. Popper
“Più della stessa cosa” è una delle più efficaci ricette per un disastro che si sono evolute sul nostro pianeta
P. Watzslavick
Introduzione
C’è bisogno di dire altro sulla campagna vaccinale anti-covid-19? Secondo me tutto ciò di essenziale che doveva essere detto per orientare i cittadini a una decisione razionale lo è già stato da un anno o quasi (da me e da altri).
Eppure in ogni ora del giorno e della notte i principali media e i nostri presunti rappresentanti politici continuano instancabilmente a dire – no, non occasionali inesattezze, ma il contrario della verità. E la verità è che siamo testimoni di un gigantesco fallimento di misure sanitarie, che era prevedibile, era stato previsto e, come vedremo, è tacitamente ammesso anche dalle autorità, ma che soggetti economici e politici capaci di influenzare il governo e il sistema dei media in Italia e nel resto del mondo cosiddetto “sviluppato” volevano e sono riusciti a imporre a una cittadinanza terrorizzata.
I principali media, con il conforto di istituti che stanno dilapidando sconsideratamente la propria reputazione – come il Censis («Da oltre 50 anni interpreti del Paese») –, cercano di rappresentare quello che si potrebbe più realisticamente descrivere come il conflitto tra una maggioranza di illusi e ossequiosi alle direttive del governo e una minoranza (ma crescente) di resistenti all’inganno, come la riedizione di un mitico conflitto tra scienza e antiscienza – la scienza essendo, per fortunatissima coincidenza, rappresentata dalla suddetta maggioranza. Insomma, dopo essere stati ammorbati per due anni con il vaniloquio che «la scienza non è democratica», scopriamo adesso che la verità scientifica è... ciò in cui crede la maggioranza.
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Uscire dall’euro: senza unione politica non c’è unione monetaria
Intervista a Sergio Cesaratto
Come funziona l’Euro? Ne abbiamo parlato con il professor Sergio Cesaratto, ordinario di Economia della crescita e di Politica economica europea all’Università di Siena, collaboratore di riviste di economia italiane ed internazionali come Research Policy, Cambridge Journal of Economics, Review of Political Economy e la rivista online www.economiaepolitica.it, autore di contributi giornalistici pubblicati da Il Manifesto, l’Unità, Il Sole 24 Ore e Micromega. Si è principalmente occupato di teoria della crescita e analisi dei sistemi pensionistici in una prospettiva non ortodossa. Il suo blog è politicaeconomiablog.blogspot.it.
Prima dell’Euro, ci sono stati altri casi di unioni monetarie senza unione politica?
Non ci sono casi di unioni monetarie che abbiano preceduto unioni politiche. È sempre accaduto il contrario. Certo, nel caso di annessioni come quella del Mezzogiorno nel 1860 l’unione monetaria è stata imposta; ma alla lunga la sostenibilità dell’unione ha comportato che le regioni ricche si facessero carico di quelle più arretrate.
Quali sono state le carenze nella costruzione dell’unione monetaria europea (UME)?
L’Euro nasce senza un meccanismo interno di riciclaggio dei surplus commerciali fra i paesi che hanno aderito alla moneta in surplus – i paesi “core” del Nord Europa – e quelli in disavanzo – la periferia.
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L'imperialismo globale del nuovo secolo
di Ernesto Screpanti
Si può ancora parlare di imperialismo? E come? Pubblichiamo un'anticipazione del libro di Ernesto Screpanti, L'imperialismo globale e la grande crisi
La tesi centrale di questo libro è che con la globalizzazione contemporanea sta prendendo forma un tipo d’imperialismo che è fondamentalmente diverso da quello affermatosi nell’Ottocento e nel Novecento.
La novità più importante consiste nel fatto che le grandi imprese capitalistiche, diventando multinazionali, hanno rotto l’involucro spaziale entro cui si muovevano e di cui si servivano nell’epoca dei grandi imperi coloniali. Oggi il capitale si accumula su un mercato che è mondiale. Perciò ha un interesse predominante all’abbattimento di ogni barriera, di ogni remora, di ogni condizionamento politico che gli Stati possono porre ai suoi movimenti. Mentre in passato il capitale monopolistico di ogni nazione traeva vantaggio dalla spinta statale all’espansione imperialista, in quanto vi vedeva un modo per estendere il proprio mercato, oggi i confini degli imperi nazionali sono visti come degli ostacoli all’espansione commerciale e all’accumulazione. E mentre in passato il capitale monopolistico aveva interesse all’innalzamento di barriere protezionistiche e all’attuazione di politiche mercantiliste, in quanto vi vedeva un modo per difendersi dalla concorrenza delle imprese di altre nazioni, oggi il capitale multinazionale vota per il libero scambio e la globalizzazione finanziaria. La nuova forma assunta dal dominio capitalistico sul mondo la chiamo “imperialismo globale”.
Una seconda novità è che nell’impero delle multinazionali cambia la natura della relazione tra Stato e capitale.
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I think tank, ossia quando Dio e Darwin benedicono l'Impero
Miguel Martinez
I think tank sono nati, negli Stati Uniti, molti decenni fa, con uno scopo di straordinaria ampiezza: ricostruire scientificamente il mondo in funzione degli interessi del capitalismo americano.
Le grandi imprese del paese, ognuna delle quali muoveva un'economia paragonabile a quella di diverse nazioni, hanno delegato a squadre di tecnici il compito di analizzare razionalmente la realtà e trasformarla. Un progetto curiosamente parallelo nel tempo e negli scopi alla grande pianificazione sovietica.
Il think tank non va visto in chiave complottista: la sua è una funzione tecnica, con molta indipendenza, che serve a un vasto complesso di interessi.
Il contesto è lontano da quello feudale italiano, dove simili istituzioni diventerebbero immediatamente ricettacoli di cugini sfaticati di onorevoli e fabbriche di chiacchiere e messaggi trasversali.
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“Il neoliberismo è un progetto politico”
B. S. Risager intervista David Harvey
Un’intervista al grande geografo David Harvey sul mensile Jacobin : https://www.jacobinmag.com/2016/07/david-harvey-neoliberalism-capitalism-labor-crisis-resistance/ - Traduzione a cura di Panofsky (https://www.facebook.com/Panofsky-260479200991238/?fref=ts)

Proponiamo un’interessante intervista al geografo e sociologo statunitense David Harvey, a undici anni dal suo libro “Breve storia del Neoliberismo”. In questo testo, divenuto velocemente uno dei più citati sull’argomento, Harvey analizza lo sviluppo e la storia di uno dei concetti più usati dalla sinistra (e non solo) per descrivere la configurazione attuale del moderno capitalismo. L’intervista ribadisce e arricchisce alcuni dei punti fondamentali del testo. Due le considerazioni più interessanti. La prima: la crescente importanza delle lotte che escono dal contesto della fabbrica e che si spostano nell’ambito urbano. Una sfida che un moderno sindacato conflittuale e di classe deve cogliere, e in questo senso la nascita della confederalità sociale USB va nella direzione giusta. La seconda: occorre ricordarsi che il neoliberismo non è altro che una configurazione del modo di produzione attuale, e che limitare l’opposizione ad esso e non al capitalismo per se è fuorviante. Una lezione che gran parte della moderna sinistra dovrebbe ricordarsi.
* * *
Undici anni fa, David Harvey pubblicava “Breve storia del Neoliberismo” (in Italia edito da Il Saggiatore, ndt), ad oggi uno dei libri più citati sull’argomento.
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Il «servilismo» italiano e il '68
di Luigi Cavallaro
I post-sessantottini non si chiedono in che modo ciò in cui hanno creduto e credono (e soprattutto ciò che hanno fatto dal 1989 a oggi) possa essere considerato la causa del declino economico e sociale di oggi. E Viale non fa eccezione
Non credo che il problema di questo Paese sia un generico «servilismo», come recentemente sostenuto su queste colonne da Guido Viale. (il manifesto 29/4) Tanto meno credo che codesto «servilismo» non abbia a che fare con le rivolte del '68 contro l'«autoritarismo» e per «la conquista di una propria autonomia personale». Mi pare piuttosto di poter dire che l'origine dei nostri problemi risieda precisamente nel rapporto tra le aspirazioni giovanili della generazione del '68 e le concretizzazioni reali della sua maturità.
È un fatto difficilmente contestabile che, attualmente, le leve del potere dell'industria culturale stiano tutte in mano a (tardi) esponenti della «generazione ribelle», equamente distribuiti fra «destra» e «sinistra». L'editoria più importante non pubblica se non ciò che si richiama alla loro costellazione valoriale. In televisione, occupano la scena come anchor-men (o women) o come ospiti dotati di diritto di parola. Beninteso, qualche spazio letterario o qualche comparsata televisiva si concede anche agli extranei, ma a condizione che i beneficati non pretendano di obiettare all'idealismo (in senso gnoseologico) dei depositari del logos.
Dal punto di vista economico e politico la situazione non è differente.
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Il separatismo
Forza, garanzia di riconoscimento, necessità della lotta femminista
di Elisabetta Teghil
Il separatismo è una pratica politica di sottrazione che permette ad un insieme oppresso di riconoscersi, di riconoscere l’oppressore e di elaborare in autonomia.
Non appartiene solamente al movimento femminista, ma a molti altri ambiti di lotta come, ad esempio, la lotta contro le discriminazioni razziste o contro quelle basate sull’etnia o sulla religione.
E’ caratterizzato da due elementi:
- consiste nel rifiutare ogni pratica di analisi e costruzione politica con coloro che vengono ritenuti soggetti oppressori.
Un esempio conosciuto, oltre a quello all’interno della lotta di liberazione delle donne, è il separatismo attuato dalle nere e dai neri, nelle loro lotte di liberazione negli Stati Uniti.
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All'origine delle crisi: sovrapproduzione o sottoconsumo?
Louis Gill
In un articolo intitolato “La recessione mondiale: momento, interpretazioni e poste in gioco della crisi”, François Chesnais critica l’interpretazione più diffusa della crisi in corso come crisi di sottoconsumo, causata da una contrazione dei salari che si sarebbe cercato di compensare con una forte espansione del credito. In particolare affronta la variante di questa interpretazione presentata da Alan Bihr in un articolo intitolato “Il trionfo catastrofico del neoliberalismo”, ed esprime il suo disaccordo con la tesi di un “plusvalore in eccesso” che vi sviluppa Bihr. La caratterizza come un totale rovesciamento della comprensione del capitalismo ereditata da Marx, secondo la quale il capitale si scontra non con un eccesso, ma con una insufficienza cronica di plusvalore, di cui una manifestazione è la tendenza all’abbassamento del saggio di profitto.
Il fatto che questa penuria di plusvalore sia percepita sotto forma di difficoltà di realizzazione “dimostra la loro cecità di fronte alle contraddizioni del sistema”, scrive Chesnais, che rinvia al mio libro Fondamenti e limiti del capitalismo per “una presentazione molto chiara di queste contraddizioni e di questa cecità”.
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The Lancet: Covid-19 non è una pandemia, ma una sindemia
di Edmondo Peralta
The Lancet è considerata una delle più prestigiose riviste medico-scientifiche. Sia chiaro, anche The Lancet ha preso cantonate, come quando ha dovuto smentire uno studio (poi ricusato) sui pericoli della idrossiclorochina, studio che è servito all’Oms per sospendere l’uso del farmaco nei trial clinici, e lo stesso ha fatto l’Aifa italiana.
Di recente la rivista ha pubblicato un intervento del suo direttore, Richard Horton, che contesta, in riferimento al Covid-19, non solo le clausure il terrorismo sanitario dei governi, bensì lo stesso concetto di pandemia e propone quello di Sindemia. Un neologismo inglese Sindemia (synergy e epidemic) che è usato per caratterizzare l’aggregazione di due o più epidemie concomitanti o sequenziali o gruppi di malattie in una popolazione con interazioni biologiche che aggravano la curva prognostica delle malattie stesse. [Vedi: G. Collecchia, Il modello sindemico in medicina, in Recenti Progressi in Medicina, 220, 2019, pp. 271 ss]
Segnaliamo ai lettori l’articolo che segue.
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“Covid-19 is not a pandemic“: non una pandemia, ma una “sindemia“. Per il direttore di The Lancet la gestione dell’emergenza, basata solo su sicurezza ed epidemiologia, non raggiunge l’obbiettivo di tutelare la salute e prevenire i morti. Covid-19 non è la peste nera né una livella: è una malattia che uccide quasi sempre persone svantaggiate, perché con redditi bassi e socialmente escluse oppure perché affette da malattie croniche, dovute a fenomeni eliminabili se si rinnovassero le politiche pubbliche su ambiente, salute e istruzione. Senza riconoscere le cause e senza intervenire sulle condizioni in cui il virus diventa letale, nessuna misura sarà efficace. Nemmeno un vaccino.
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Le paure sbagliate del governo
Felice Roberto Pizzuti
Le posizioni emerse nel dibattito sulla proposta di aumentare gli assegni ai disoccupati sono sintomatiche dell’estemporaneità con la quale ancora si affronta il tema degli ammortizzatori sociali e, più in generale, dell’inadeguatezza delle politiche sociali correnti rispetto alle esigenze anche economiche accentuate drammaticamente dalla crisi in atto.
Quella che oramai senza enfasi può essere chiamata “la grande crisi del 2008” rende incontestabilmente più urgente il potenziamento degli ammortizzatori sociali, cosicché oggi appaiono particolarmente ingiustificate le contrarietà ad attuarlo o a subordinarlo alla riduzione delle prestazioni pensionistiche. Va tuttavia sottolineato che le carenze delle misure di sostegno al reddito del nostro sistema di welfare sono da anni sotto gli occhi di chi vuol vedere (o leggere: ad esempio, le periodiche edizioni del “Rapporto sullo Stato sociale” elaborato annualmente presso il Dipartimento di Economia Pubblica della “Sapienza”).
Fatta pari a 100 la spesa sociale procapite della media dell’Unione europea a 15, il dato italiano, dopo una riduzione di 7 punti negli ultimi dieci anni, è arrivato a 75. Se si fanno confronti omogenei, il divario è sensibilmente superiore a quello che emerge dai dati ufficiali.
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Guerra in Ucraina, invio di armi e propaganda
Intervista al gen. Fabio Mini
"Negoziare, finirla con il pensiero unico e la propaganda, aiutare l’Ucraina a ritrovare la ragione e la Russia ad uscire dal tunnel della sindrome da accerchiamento non con le chiacchiere ma con atti concreti." E' il pensiero di Fabio Mini, generale di Corpo d’Armata dell’Esercito Italiano, già Capo di Stato Maggiore del Comando NATO del Sud Europa e comandante della missione internazionale in Kosovo. "E quando la crisi sarà superata, sperando di essere ancora vivi, Italia ed Europa dovranno impegnarsi seriamente a conquistare quella autonomia, dignità e indipendenza strategica che garantisca la sicurezza europea a prescindere dagli interessi altrui", dichiara a l'AntiDiplomatico. E' stato scritto correttamente come le voci più sensate nel panorama della propaganda a senso unico siano quelle dei generali, di coloro che conoscono bene come pesare le parole in momenti come questi. Come l'AntiDiplomatico abbiamo avuto l'onore di poter intervistare uno dei più autorevoli.
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L'INTERVISTA
Dal Golfo di Tonchino alle armi di distruzione di massa in Iraq- e tornando anche molto indietro nella storia - Generale nel suo libro “Perché siamo così ipocriti sulla guerra?” Lei riesce brillantemente a ricostruire i falsi che hanno determinato il pretesto per lo scoppio di diverse guerre. Qual è l’ipocrisia e il falso che si cela dietro il conflitto in corso in Ucraina?
Il falso è che la guerra sia cominciata con l’invasione russa dell’Ucraina. Questo in realtà è un atto nemmeno finale di una guerra tra Russia e Ucraina cominciata nel 2014 con l’insurrezione delle provincie del Donbas poi dichiaratesi indipendenti.
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Marx e la scienza
di Franco Soldani*
1. Lo stretto rapporto che Marx ha intrattenuto con la scienza del suo tempo è provato non solo da tutta la sua storia intellettuale privata e pubblica, ma soprattutto dal fatto che non si può conprendere a fondo nessuna categoria del Capitale senza riferirsi al complesso sostrato scientifico che esse implicano. Da questo punto di vista, diventa essenziale tanto capire quale sia stata la comprensione che Marx ed Engels hanno avuto della razionalità scientifica ottocentesca, quanto scoprire quale esito essa abbia poi avuto nel processo di formazione dei concetti marxiani e nel disegnare il loro contenuto conoscitivo specifico.
2. Marx, ovviamente, aveva una conoscenza di prima mano della scienza del suo tempo. L'assidua frequentazione del British Museum, durante il suo esilio londinese, gli ha permesso di accedere ad una vasta mole di lavori scientifici che a loro volta rappresentano le fonti concettuali della sua sofisticata interpretazione del modo di produzione capitalistico. Naturalmente, non è che Marx mutui meccanicamente, o semplicemente copi, dalla scienza di allora le sue convinzioni. Al contrario. La sua relazione con dette fonti è complessa e multiversa, per niente lineare. Nel saggio vengono discusse quattro idee fondamentali della sua analisi sociale: a. La relazione cause-effetti; b. Il valore; c. Il metodo scientifico inglese; d. La presunta fine della metafisica.
3. In tutti e quattro i casi, la rilettura del pensiero di Marx alla luce di quella genealogia specifica ha permesso di ricostruire sia i peculiari significati attribuiti dalla ragione scientifica alle sue categorie, sia il significato specificamente sociale che Marx ha loro attribuito, sia infine le prepotenti, nuove tendenze epistemologiche che andavano prendendo forma in quegli anni all'interno della stessa comunità scientifica.
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Classe operaia globale: insurrezione o lotta di classe?
Il concetto di “classe” è nuovamente divenuto popolare. Dopo la più recente crisi economica globale, anche i giornali borghesi hanno cominciato a porsi la domanda: “Dopo tutto, forse che Marx non avesse ragione?”. “Il Capitale nel XXI secolo” di Thomas Piketty è stato nella lista dei bestseller degli ultimi due anni – un libro che descrive in modo dettagliato e puntuale come storicamente il processo capitalistico di accumulazione abbia sortito il risultato di una concentrazione di ricchezza nelle mani di una stretta minoranza di possessori di capitali. Per di più, nelle democrazie occidentali le notevoli diseguaglianze hanno provocato un accentuato timore di rivolte sociali. Negli ultimi anni, questo spettro ha ossessionato il mondo – dai disordini di Atene, Londra, Baltimora, fino alle rivolte in Nord Africa, a volte con la cancellazione di governi statali. Come di consueto, in questi tempi di agitazione, mentre una fazione dei detentori del potere invoca la repressione armata, l’altra solleva la “questione sociale”, che si suppone dovrebbe essere risolta attraverso riforme o politiche redistributive.
* * *
La crisi globale ha de-legittimato il capitalismo; la politica dei padroni e dei governi per costringere i lavoratori e i poveri a pagare per la crisi ha alimentato la rabbia e la disperazione. Chi potrebbe ancora contestare il fatto che noi viviamo in una “società classista”? Ma questo che cosa sta a significare?
Le “classi” nel senso più stretto del termine emergono solo con il capitalismo - ma l’appropriazione indebita dei mezzi di produzione, da cui deriva la condizione del proletariato privo di proprietà, non è stato un processo storico eccezionale. L’appropriazione indebita è un ripetersi quotidiano all’interno del processo produttivo: i lavoratori producono, ma il prodotto del loro lavoro non appartiene a loro.
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Riabilitiamo la teoria del valore*
di Augusto Graziani
Non poco dell'insegnamento economico di Marx è stato assorbito silenziosamente da economisti di tradizione estranea al marxismo. Non è difficile scoprire, all'interno della tradizione economica borghese, l'esistenza di una vasta corrente sotterranea di origine marxiana, a volte sepolta nel profondo, a volte affiorante in superficie, comunque sempre presente e vitale.
L'analisi di Marx, per chi volesse utilizzare un termine moderno, può dirsi impostata in termini macroscopici. La definizione marxiana del capitalismo come sistema basato sulla separazione fra lavoro e mezzi di produzione, e sulla conseguente contrapposizione tra una classe di capitalisti proprietari e una classe di lavoratori nullatenenti, è espressa direttamente in termini di struttura sociale. Questa definizione del capitalismo, come sistema costituito da classi in conflitto, è quasi superfluo ricordarlo, viene fermamente respinta dalla teoria economica borghese, la quale resta saldamente affezionata all'idea del mercato come libera palestra di contrattazione, nella quale i singoli affermano le proprie preferenze e difendono i propri interessi.
L'imposizione individualistica, com'è noto, prende come punto di partenza l'agire del singolo individuo e, dall'analisi del comportamento del singolo, desume l'assetto globale del sistema economico. A questa procedura, Marx, con la sua impostazione macroeconomica, contrappone una procedura inversa, di contenuto storico e concreto. Ridotta all'essenziale, la sua logica può essere espressa così: poiché l'esperienza storica mostra che un sistema sociale quale il capitalismo, basato sulla separazione tra lavoro e mezzi di produzione, si è affermato e perdura, ciò significa che i soggetti che lo compongono si comportano in modo da garantire la sopravvivenza.
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Eurobond? No, meglio una buona contraerea
di Comidad
La penosa performance di Merkel e Sarkozy della scorsa settimana ha suscitato un commento caustico da parte dell'ex ministro ed ex Presidente del Consiglio Giuliano Amato, attualmente senior advisor di Deutsche Bank. In un articolo su "Il Sole-24 ore" del 21 agosto, dal titolo "Van Rompuy, batti un colpo", Amato ha sottolineato l'estemporaneità della posizione Merkel-Sarkozy, appellandosi al presidente permanente dell'Unione Europea, Herman Van Rompuy, al fine di un rilancio delle procedure istituzionali dell'UE, ed anche perché venga presa seriamente in considerazione la proposta degli eurobond, già cara al ministro Tremonti.(1)
Se ad Amato è risultato sin troppo facile fustigare il velleitarismo di Merkel e Sarkozy, ivi compresa la boutade di inserire nelle Costituzioni degli Stati il vincolo del pareggio di bilancio, però non è riuscito a sfuggire anche lui alla stessa incapacità di arrivare al dunque. Van Rompuy si è infatti deciso a battere un colpo, ma solo per dare ragione alla Merkel e per rimandare gli eurobond al giorno in cui tutti gli Stati della UE avranno il bilancio in pareggio (o "virtualmente" in pareggio).(2)
Quell'enigmatico avverbio ("virtualmente") conferisce anche alla posizione di Van Rompuy quel tocco di cialtroneria che lo riconsegna alla medesima antropologia servile dei Sarkozy o dei Merkel. Ma bisogna comunque ammettere che la risposta di Van Rompuy può essere agevolmente tradotta. Il suo significato "virtuale" è infatti questo: di eurobond non se ne parla, ma se per caso un giorno dovessero far comodo alle banche, allora ci scorderemo anche dei vincoli di bilancio, tanto sono soltanto feticci per spaventare i gonzi. Quanto sia subdolo e pretestuoso il vincolo di bilancio, è dimostrato proprio dalle "terapie anti-deficit" che vengono imposte, cioè le privatizzazioni. Insomma, dietro la manovra c'è la solita manovra: privatizzare.
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La pandemia ed il «techno-fix»
di Giuseppe Longo*
Riassunto: La pandemia era una eventualità annunciata. Le sue cause possibili erano conosciute: nicchie ecosistemiche distrutte, diversità biologica in diminuzione, abuso delle manipolazioni genetiche. Ma ormai, prende piede il mito che un’innovazione tecnica vaccinale costituisca la sola risposta da dare alla crisi dell’ecosistema e delle strutture sanitarie, di cui questa pandemia è un sintomo
Il mondo, gli esseri umani, le nostre vite sono state sconvolte da una pandemia… attesa. Infatti, è dal 1993 che gli esperti segnalano una “epidemia di epidemie”. Un libro, ben documentato, del 20151 e numerosi articoli hanno successivamente aggiornato i dati su tale fenomeno, che può essere riassunto in questo grafico:

Cosa è successo negli ultimi cinquant'anni, dopo un secolo di riduzione estremamente significativa del numero di epidemie, in particolare – ma non solo – in Europa? Un raddoppiamento della popolazione mondiale ed un aumento di otto o nove volte delle epidemie, ben monitorate sin dalla fine del XIX secolo. Circa il 70% di queste recenti epidemie sono il risultato di “zoonosi”, cioè sono causate da microrganismi che passano dagli animali agli esseri umani.
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