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Covid-19, la verità
di Marcello Teti*
Premessa
L’uso sistematico della disinformazione strategica, nei riguardi dell’epidemia da coronavirus, è stato lo strumento più importante per riuscire a creare l’attuale clima di paura e di micidiale insicurezza nella popolazione. Una vera e propria epidemia di informazioni artatamente subdole, ambigue, spesso appositamente gonfiate, altre volte false, surrettizie, subliminali. Quasi sempre prive di ogni fondamento razionale, prima ancora che scientifico. Una campagna martellante di notizie date con lo scopo di pompare dosi sempre più massicce di paura e di angoscia in una opinione pubblica atterrita, incapace di distinguere e fare un minimo di scelte critiche. Che accetta ormai supinamente ogni imposizione, ogni sopraffazione dei suoi diritti, quando non è essa stessa addirittura a chiedere ancora più restrizioni. Una sorta di “infodemia” ben più grave della modesta epidemia in atto, la cui sorgente di infezione è proprio il Governo e la sua vasta corte di tecno-scientisti a caccia di fama, potere e lauti guadagni. In verità, senza questi mestatori, millantatori di pseudo verità scientifiche, difficilmente si sarebbero potute creare le condizioni per ingenerare una psicosi collettiva così irrazionale. Va aggiunto subito anche il ruolo decisivo che hanno svolto i grandi mass-media (giornali, tv nazionali e locali, radio, ect) nel creare la situazione surreale che stiamo vivendo da quattro mesi a questa parte. Con grande compiacenza, essi hanno amplificato a dismisura la pletora di informazioni distorte e tendenziose, quando non le hanno inventate direttamente essi stessi.
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Domenico Losurdo, “La lotta di classe”
di Alessandro Visalli
Il libro di Domenico Losurdo è stato pubblicato nel 2013 e rappresenta in qualche modo l’estensivo scavo archeologico dal quale viene tratta la tesi storico-ricostruttiva ad ampio raggio presentata nella sua ultima opera, “Il marxismo occidentale”[1]. La tesi di fondo è che la lotta di classe ha forme molteplici, includenti sia lo scontro tra lavoro e capitale nel luogo della produzione e nella società, sia quello per la liberazione dalle forme di oppressione presenti nel mondo e, finanche, quello tra nazioni.
I due padri del marxismo, ovvero Karl Marx e Friedrich Engels, nelle loro opere e lettere, non hanno mai espresso in modo sistematico la tesi che Losurdo cerca di desumere dal loro lavoro, ovvero la connessione tra liberazione della classe operaia e liberazione nazionale. Ciò è onestamente riconosciuto, ma lo storico ritiene svolga un ruolo centrale nel loro pensiero ed a tal fine compie una profonda operazione di ricostruzione, andandone ad individuare le tracce nei testi e nella complessiva storia del marxismo.
Questa è la tesi, per certi versi paradossale, ma reputo ben fondata, del testo.
I due processi di liberazione articolano le tre forme di emancipazione per le quali i due filosofi lavorano: la “emancipazione umana”, la “emancipazione politica” e la “emancipazione universale”. Questa triplice emancipazione è il prodotto di un’azione sviluppata durante diversi decenni e avendo sempre di mira una costante attenzione alla politica estera, pungolata dalla turbolenta politica internazionale del tempo. Tempo che va dall’assestamento post guerre napoleoniche alla crisi del 1848 e poi alla progressiva creazione dei blocchi di potere, con stati guida e stati satellite di interposizione, che condurranno alla Prima guerra mondiale.
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«Intus legere» La Matrix europea e il gruppo Bilderberg
di Salvatore Bravo
La prassi è sempre sincrona alla teoria, alla comprensione, la quale è sempre un atto intellettuale, ovvero “intus legere”: capire significa leggere dentro, astrarre la verità dalla contingenza, apparentemente costituita da frammenti, da situazioni frammentate. In realtà esse hanno il loro senso nel substrato che dà significato all’empirico. Il periodo attuale, ormai trentennale, ha la sua verità nella tecnocrazia di sistema. La tecnocrazia è altro dalla scienza: essa ha il fine di trasformare ogni ente in fondo per il plusvalore. La crematistica risponde alla legge della tecnocrazia globale, entifica popoli e culture al fine di trasformare ogni esistente in plusvalore da consumare ed immettere sul mercato. Il nichilismo è diventato la legge dell’occidente globale. Gli esseri umani si differenziano dagli altri enti, solo poiché ricoprono una doppia natura storicamente indotta: produttori e consumatori. Il tempo ciclico della produzione esige che vi siano consumatori: senza la doppia natura innestata dal sistema tecnocratico l’economicismo non reggerebbe. La tecnocrazia non è un fenomeno naturale, la sua pervasività capillare è sicuramente favorita da condizioni storiche, ma curvare queste ultime per teleologie di questo genere è possibile solo in presenza di lobby organizzate per tali finalità. La democrazia boccheggia sotto i colpi di gruppi di privilegiati che costruiscono progetti per i popoli utilizzando il loro immenso potere economico per determinare le decisioni degli Stati. Il gruppo Bilderberg è la cupola finanziaria all’interno della quale non lavorano solo finanzieri, ma anche manager, giornalisti e carrieristi che in nome “del martello dell’economia” sono disponibili a mettere in pratica cinici propositi:
«Stando alle notizie raccolte, la conferenza del Bilderberg sarebbe organizzata da una commissione permanente, detta anche Comitato Direttivo (Steering Committee), della quale fanno parte alcuni membri di circa diciotto nazioni differenti.
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A che punto siamo della storia?
di Moreno Pasquinelli
Il principale paradigma della visione dialettica si può racchiudere in questa massima: nulla è perenne se non il cambiamento. Non lo è, evidentemente, nemmeno il capitalismo. Sappiamo però che il capitalismo, rispetto alle formazioni sociali che lo hanno preceduto, si distingue per il suo innato dinamismo, per la sua intrinseca tendenza ad adattarsi alle diverse circostanze, per la sua capacità di superare in avanti anche le crisi più devastanti. Il capitalismo è infatti un organismo mutante, per sua natura condannato a incessante metamorfosi. Le crisi, tanto più se profonde, segnano sempre il passaggio da uno stadio ad un altro.
Il 2020 sarà ricordato come un anno spartiacque tra un periodo e un altro, come data storicamente periodizzante, come la linea che separa il vecchio dal nuovo.
Sappiamo cos’è il vecchio che ci lasciamo alle spalle: il lungo ciclo segnato dal combinato disposto di globalizzazione estrema, neoliberismo e iper-finanziarizzazione. Cosa sarà il nuovo, l’addiveniente, non è dato sapere con certezza. Con certezza sappiamo che la storia non soggiace a nessun principio teleologico per cui essa sarebbe organizzata e procederebbe in vista di un fine (sia esso socialismo o qualsiasi altra cosa si voglia intendere per fine); sia che tale principio dipenda da una volontà provvidenziale esterna alla storia, sia che esso sia concepito come immanente ad essa. Di contro alla concezione meccanicistica del rapporto causa effetto, oggi sappiamo che da una determinata causa possono risultare effetti diversi. Non si tratta solo di “probabilismo”, per cui dall’evento A non si può dedurre come assolutamente certo l’evento B.
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Il vecchio di fronte al thàlatta
di Michele Castaldo
Che sia, quello attuale, un periodo confuso e di magra per le sparute forze ideali che si richiamano al comunismo è fuori discussione. Che si allunghi perciò la lista di chi scrive necrologi nei confronti degli oppressi e sfruttati, pure. Che gli intellettuali e professoroni di “sinistra” facciano la fila per la respirazione bocca a bocca al capitalismo in crisi, passi, è una storia che si ripete. Ma che si pretenda addirittura di impartire lezioni su cosa sia o debba essere un movimento di massa, beh, è troppo! Dunque, per dirla con Totò, ogni limite ha una pazienza! E in certi casi la si perde, come in questo periodo, nei confronti di personaggi circondati da aureola di cartone.
Mi riferisco al professor Gianfranco La Grassa, un nome una garanzia, che in un articolo su questo sito suona la campana a morto per la lotta degli oppressi e sfruttati. Dopo un corposo articolo in cui cincischia fra autori alla ricerca del tempo che fu, scarta l’economia – da “bravo” economista - per ergersi a consigliere politico e sparare nel mucchio. Sentiamolo: «[…] Sottolineo che si deve attaccare a più non posso l’economicismo, l’assenza totale di ogni analisi dell’evoluzione politica e sociale in quest’epoca di sempre crescente disordine e conflittualità internazionale». Ovvero in una fase di caos dell’economia e della politica, molti direbbero della “geopolitica”, come se a un certo punto la storia la facesse la geografia piuttosto che le forze sociali in rapporto ai mezzi di produzione, ecco che il professorone tira fuori dal profondo dell’anima liberaldemocratica l’anatema: «Non si cerchi però, nel breve (e forse medio) periodo, di voler riproporre la “riscaldata minestra” del conflitto sociale o addirittura “di classe”».
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Progresso, fede e censura nell’analisi politica della sinistra italiana
di Giulio Gisondi
Due tratti che caratterizzano l’analisi e la retorica dell’odierno militante di sinistra e del campo della sinistra italiana sono racchiusi in una forma di fede, spesso inconscia e profonda, nell’ideologia liberal-liberista di individuo, di società, di politica ed economia, accompagnata a una forma di censura di ogni critica che mini la struttura teorica e materiale di quel modello. Come se esistesse uno spazio di legittimità dell’analisi e del discorso politico, come se vi fosse un limite a ciò che può essere sottoposto a riflessione e discusso al suo interno.
1. Progresso
Ma di quale sinistra parliamo? Se ci riferissimo al solo posizionamento parlamentare, potremmo definire sinistra quello spazio politico compreso tra Liberi e Uguali nelle sue varie declinazioni, Articolo Uno, Sinistra Italiana e Possibile, e le diverse correnti del Partito Democratico. Né più né meno di quello che dal 1996, sotto diverse forme e con l’aggiunta di Rifondazione Comunista, ha composto la variegata coalizione dell’Ulivo, poi rinnovatasi nel 2005 con l’Unione. A queste, molte altre realtà si affiancano, tra partiti e associazioni extraparlamentari o della cosiddetta sinistra radicale. A questa definizione possiamo aggiungerne una seconda, che, nonostante le differenze di posizionamento, si esprime in una stessa distorta idea di progresso, marcatamente liberal-liberista. Una religione del progresso che riconosce una forma di modernità nel superamento e nello svuotamento della sovranità popolare e costituzionale, nel nomadismo obbligato e indotto degli individui e di interi popoli, in una libertà civile slegata da ogni aggancio ai diritti sociali. In altre parole, l’idea che il mondo globalizzato incarni una realtà in cui tutto va necessariamente meglio di ieri: «una certezza così profondamente radicata nell’inconscio dell’uomo di sinistra che», come ha osservato Jean-Claude Michéa, «costituisce una vera e propria forma a priori del suo modo di pensare e alla quale egli non potrà rinunciare senza rinunciare a sé stesso»[i].
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Cina, USA e geopolitica del coronavirus
di Giambattista Cadoppi
Esperto e studioso di questioni geopolitiche e della storia e dello sviluppo cinese; saggista; gestisce il sito “Cina, crescita felice”, anche su Facebook
Ci sono decenni in cui non succede nulla, e ci sono settimane in cui accadono decenni (V. I. Lenin)
Il Qingdao Movie Metropolis, entrato in funzione poco prima che la pandemia mettesse in ginocchio mezzo pianeta, dovrebbe diventare la Hollywood cinese. Dunque il suo compito sarebbe quello di diventare ciò che Hollywood è stato per l’America ovvero il centro da cui espandere il soft power americano. È significativo.
Scrive Cristiano Capovilla “Era uma vez em Hollywood…” in risposta a la Wuhan Soup di Slavoj Žižek, e c’era una volta una Hollywood i cui eroi salvavano il mondo da ogni tipo di minaccia e catastrofe naturale. Un intero filone dei film catastrofici ha preso piede su questo schema. Per la verità uno dei massimi eroi cinematografici americani, Rambo, che spazzava via con incredibile facilità centinaia di nemici dell’umanità, si rifiutò di presenziare al Festival di Cannes per presentare il suo film per timore del terrorismo che combatteva così bene nella finzione cinematografica. Stiamo parlando del Rambo reale, Sylvester Stallone, non di quello in formato celluloide. C’è sempre stata una certa distanza tra l’America cinematografica (specializzata non per niente in ciò che si chiama fiction) e quella reale. Ebbene l’America reale, non quella hollywoodiana, si è trovata in seria difficoltà a salvare se stessa, non il mondo, quando si è trovata a far fronte a quella catastrofe naturale che si chiama Coronavirus. Come nella vicenda del veterano Rambo, l’impero americano non si può dire che ripaghi molto bene chi lo ha servito. Si stima che periodicamente circa 500mila veterani sperimentarono la condizione di “senzatetto” in qualche periodo dell’anno, tanto che il Veterans Affairs, ente benefico, fornisce alloggio esclusivamente a veterani di guerra malati. Proprio i senzatetto sono state le prime vittime del contagio.
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L’inadeguatezza al governo
di Alessandro Bartoloni
I decreti cura Italia, liquidità e rilancio sottomettono ancora di più il paese ai mercati finanziari e non garantiscono alcun cambio di rotta nella gestione delle aziende aiutate coi soldi pubblici
Dopo un mese di attesa, il 19 maggio, il governo ha pubblicato un decreto-legge ribattezzato “rilancio” che segue quello chiamato “cura Italia” varato il 17 marzo e quello ribattezzato “liquidità” dell’8 aprile. I primi due provvedimenti, in piena fase 1, servivano a garantire la sopravvivenza del paziente, quest’ultimo, invece, dovrebbe permettere al paziente di uscire dall’ospedale e tornare ad avere una vita normale.
Nel paziente Italia, però, convivono lavoratori e imprenditori, i cui interessi sono in contrapposizione. “Lo sviluppo del capitale è la condizione più favorevole per l'operaio; bisogna convenirne” dice Marx nel suo Discorso sul libero scambio. “Se il capitale rimane stazionario, l'industria non resterà soltanto stazionaria, ma decadrà e l'operaio ne sarà la prima vittima”. D’altronde, “quando il capitale aumenta, quando cioè si é in quello stato di cose che abbiamo detto il più propizio per l'operaio, quale sarà la costui sorte? Esso perirà ugualmente”.
Il modo in cui noi lavoratori moriremo, tuttavia, non è identico nei due casi, e per ricostruire una coscienza di massa relativa a questo inevitabile destino cui ci conduce il capitalismo, è utile verificare se ed in che misura le misure varate dal governo coi tre decreti aiutano o contrastano lo sviluppo delle forze produttive, base oggettiva necessaria all’affermarsi del modo di produzione socialista.
Decreto “cura Italia”
Come detto, la prima cosa che il governo ha dovuto fare è stato impedire al paziente di morire. E per farlo ha stanziato circa 25 miliardi di euro, la maggior parte dei quali sono finiti alle “braccia”, vale a dire i lavoratori, al fine di garantire quel sostentamento minimo senza il quale si sarebbe messa a rischio la pace sociale, cioè l’ordine costituito basato sul diritto alla proprietà privata dei mezzi di produzione, che rappresenta il bene più prezioso per i capitalisti e la cui conservazione vale una manciata di miliardi.
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Un contraddittorio del 1926 tra Stalin e Bordiga
di Eros Barone
Perché gli operai russi avevano una fiducia illimitata in Lenin? Solo perché la sua politica era giusta? No, non solo per questo. Avevano fiducia in lui perché sapevano che in Lenin le parole non erano in contrasto coi fatti e che Lenin non ingannava… Il metodo del gruppo Ruth Fischer… è diametralmente opposto al metodo di Lenin. Posso rispettare Bordiga, che non considero né leninista né marxista, e credergli, posso credergli perché dice quello che pensa… Ma, pur mettendoci tutta la buona volontà, non posso credere per un solo istante a Ruth Fischer, che non dice mai quello che pensa.1
Giuseppe Stalin
Stalin era anche lui un marxista con le carte in regola e un uomo d’azione di prim’ordine. L’errore dei trotzkisti è cercare la chiave di questo grandioso rivolgimento della forza rivoluzionaria nella sapienza o nel temperamento di uomini.2
Amadeo Bordiga
Nel presentare il verbale della riunione della delegazione italiana al Comitato esecutivo allargato dell’Internazionale comunista con Stalin, che ebbe luogo a Mosca il 22 febbraio 1926 - un documento di eccezionale valore storico che rispecchia con l’aderenza viva e diretta di uno scritto desunto dal parlato il senso dei dibattiti e degli scontri che scandirono la vita dell’Internazionale Comunista in quella congiuntura politicamente decisiva -, è senz’altro utile un rapido riepilogo dei termini essenziali che caratterizzavano la situazione internazionale e la situazione interna dell’URSS tra la fine della prima metà e l’inizio della seconda metà degli anni Venti del secolo scorso. 3
La situazione internazionale, considerata in base alle prospettive del movimento operaio e comunista, si poneva in quel lasso di tempo sotto il segno dell’incertezza e della contraddittorietà.
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Uber, Facebook, Twitter e YouTube: il capitalismo californiano non è più intoccabile
di Redazione
Una inchiesta esplosiva e misure senza precedenti. Il mondo dei social e delle piattaforme è sotto attacco da più parti. Il tratto comune è la fine della sua ‘eccezionalità’ che fino ad ora ha circondato con un’aura di intoccabilità tutto quel che odorava di capitalismo californiano.
1. La Guardia di Finanza ha svolto un’indagine sui fattorini ed i subfornitori della Uber Italia S.r.l., articolazione di una società olandese ed emanazione della casa madre di San Francisco. Per un anno, su disposizione del Pubblico Ministero la società sarà gestita in regime di “amministrazione giudiziaria” dal tribunale di Milano. Per il magistrato l’azienda operava in regime di omessi controlli e si creavano “i presupposti della sopraffazione retributiva e trattamentale”. Che cosa significa? Che, tramite società subordinate, per 3 euro a consegna in qualunque condizione e giorno il sistema creato intorno a Uber Eats vessava i fattorini, per lo più immigrati, minacciandoli anche fisicamente e sottraendogli le mance e le ritenute. Il titolare e l’amministratore della società fornitrice, ovvero del subfornitore di servizi (in forza di un “contratto di prestazione tecnologica”) sono indagati per reati gravi come “caporalato” e riciclaggio, avendo trovato ingente denaro contante nella sede. L’intera catena di società macinava utili, canalizzati verso i paradisi fiscali europei, mentre i lavoratori venivano sfruttati selvaggiamente in spregio a norme e regolamenti sulla sicurezza del lavoro e sanitari. Come si legge su La Repubblica, il Corriere della Sera ed il Sole 24 Ore, i giudici di Milano ritengono che le società fornitrici sfruttassero migranti, anche irregolari, richiedenti asilo e persone risiedenti presso centri di accoglienza temporanea.
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Alvaro Garcia Linera, “Democrazia, Stato, Rivoluzione
di Alessandro Visalli
La casa editrice Meltemi, per la collana “Visioni eretiche”, ha pubblicato da poco il libro di Alvaro Garcia Linera “Democrazia, Stato, Rivoluzione” che raccoglie interventi del già vicepresidente della Bolivia di Morales editi o pronunciati tra il 2013 ed il 2016, che è l’anno di uscita del testo in edizione originaria.
Si tratta di un testo importante e complesso. Perfettamente espressivo delle difficoltà teoriche, di posizionamento politico coerente, e di innesto di tradizioni culturali diverse, che sono all’opera, spesso in modo tuttavia fecondo, nel contesto latinoamericano. L’autore ha un curriculum di indiscutibile fattura: nato nelle Ande, in una città di media grandezza, capoluogo di provincia e di dipartimento[1], a venti anni si trasferisce in Messico dove studia matematica e frequenta gli ambienti estremamente vivaci dei rifugiati di tutta l’America Latina alle prese con la controffensiva imperiale statunitense degli anni settanta (la famosa “Operazione Condor”[2]). Matura in questo contesto una visione del marxismo sensibile ai processi rivoluzionari autoctoni e al protagonismo indigeno, così importante nella sua terra dove la componente ‘europoide’ è ancora una minoranza piuttosto limitata. Dopo un tentativo a partire dal 1985 di mobilitazione india, fonda l’Ejericito guerrillero Tupac Katari (EGTK). Viene arrestato e detenuto per cinque anni. Dall’inizio degli anni duemila, fino al 2005, quando vince le elezioni, partecipa al Movimento per il Socialismo (MAS) il cui leader è l’indio Evo Morales, poi divenuto Presidente della Colombia.
In estrema sintesi il testo tenta di trovare un equilibrio difficile tra posizioni teoriche e tradizioni diverse nel confronto con la realtà sociale e l’urgenza dell’azione nel cosiddetto “ciclo bolivariano”[3].
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Anatomia del “Deep State”: come funziona lo Stato profondo negli Usa
di Lucio Mamone
Torna sulle nostre colonne Lucio Mamone, che approfondisce le dinamiche riguardanti il cosiddetto Stato profondo statunitense da lui precedentemente analizzato partendo dal saggio di Mike Lofgren sul tema
Nella precedente controstoria del “secolo americano” abbiamo potuto osservare sotto quali condizioni, secondo Lofgren, lo Stato profondo è sorto, si è sviluppato ed infine imposto come principio di governo della prima potenza mondiale. Da tale cronaca è emersa una spiegazione per lo più impressionistica ed intuitiva di cosa lo Stato profondo sia, mentre è rimasto ai margini della trattazione il confronto con quelle domande fondamentali a partire dalle quali è possibile definire in che modo la nozione di Stato profondo sia esattamente da intendere e come si differenzi non solo da tutta una serie di fenomeni apparentemente più o meno analoghi, ma anche da quegli usi erronei del termine ricorrenti nella retorica politico-giornalistica. Per far questo, pur mantenendo l’opera di Lofgren come principale riferimento, dovremo ora estendere la nostra prospettiva a concetti e problemi spesso ignorati dal dibattito pubblico, esplicitando innanzitutto quali siano tali domande fondamentali da porci per orientarci verso una discussione rigorosa, e non propagandistica, sul tema.
Stato profondo: soggetto o situazione?
In una delle sue formulazioni più sintetiche Lofgren definisce lo Stato profondo come «un governo ombra» che opera al di fuori delle istituzioni rappresentative e «presta scarsa attenzione ai semplici dettami costituzionali»[1]. Questa descrizione apparentemente autoevidente ed esaustiva, in realtà, apre ad un ampio spettro di possibilità interpretative; la prima disambiguazione che si rende necessaria riguarda la seguente questione: lo Stato profondo è da concepire, in senso stretto, come un soggetto, quindi come un attore o una serie di attori che si pongono in antitesi rispetto al potere “ufficiale”, o piuttosto come una situazione, quindi una specifica configurazione dei rapporti di forza e di interazione tra le diverse istituzioni che reggono lo stato e, più estensivamente, la società?
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Louis Althusser: «Filosofia per non filosofi»
di Donato Salzarulo
1. Un manuale per non filosofi
La filosofia non appartiene ai professori di filosofia. Tutti gli uomini sono filosofi. Lo diceva Gramsci, Lenin e anche Diderot. Adolescente, ho imparato questa verità sui Quaderni dal carcere e non l’ho dimenticata più. È ovvio che non sarà la filosofia di un Platone o di un Aristotele, di un Kant o di un Hegel. Non sarà neanche quella di un professore. Si tratta di una filosofia “naturale”, di un modo di “vedere le cose” sull’origine del mondo, ad esempio, o sulla morte, sulla sofferenza, sulla politica, l’arte, la religione. È una filosofia che serve al singolo da orientamento per la propria esistenza. Combina un certo sapere (più o meno fondato) sulla necessità delle cose con un suo certo modo di servirsene nei vari momenti della vita, cioè con una certa saggezza. Per dirla col filosofo statunitense Wilfrid Sellars: «capire come le cose, nel senso più ampio possibile del termine, stanno insieme, nel senso più ampio possibile del termine» e comportarsi di conseguenza.
Chi può negare che queste non siano già idee filosofiche?… Non lo nega sicuramente Louis Althusser che, partendo da queste filosofie “spontanee”, nel 1975, progettò un suo originalissimo manuale di iniziazione dei non filosofi alla filosofia. Rimasto inedito, è stato pubblicato postumo in Francia nel 2014 e tradotto in Italia nel 2015 dalle Edizioni Dedalo col titolo di «Filosofia per non filosofi».
Come Gramsci, il filosofo marxista francese, è stato uno dei miei amori giovanili. Non appena si presenta l’occasione, mi è difficile rinunciare alla lettura delle sue pagine. Difficile non provare a reinterrogarmi sui pensieri con cui in parte penso oppure ho pensato.
2. Contraddittorietà e paradossalità delle filosofie “spontanee”
Perché non si può rinunciare all’assunto del “tutti gli uomini sono filosofi”? Perché senza di esso non si capirebbe neanche la nascita della filosofia dei filosofi.
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Industria 4.0, modello tedesco. Dove è finito il Lavoro?
di Sergio Bologna
Dopo aver adottato nel 2013 il Piano Industria 4.0, il governo tedesco avviò nel 2015-16 un processo di consultazione tra i vari attori sociali per conoscere la loro opinione sulle conseguenze che la rivoluzione digitale avrebbe potuto avere sul mercato del lavoro. Fu redatto un Libro Verde a cura del Ministero degli Affari Sociali, retto allora dalla Ministra Andrea Nahles (che sarebbe diventata anche segretaria della SpD), dove si esplicitava una serie di problemi ai quali imprese, associazioni, sindacati, chiese, enti vari avrebbero dovuto dare risposta. Ma il valore dell’iniziativa stava nelle dichiarazioni programmatiche contenute. Il governo non chiedeva il parere degli stakeholders con un atteggiamento passivo o “neutrale”, ma dichiarava apertamente quale ottica avrebbe seguito nell’accompagnare la rivoluzione digitale. Dalla serie di citazioni tratte dal testo si può capire l’orientamento politico ed etico cui erano ispirate.
1. «Non si tratta d’intervenire solo sui fenomeni a margine e sulle conseguenze indesiderate dei processi, anche se è comunque necessario farlo», si tratta di andare oltre e lo stato deve intervenire per “plasmare” il processo secondo il quale la tecnologia possa diventare un mezzo per realizzare le nostre aspirazioni a una vita migliore e a un migliore modo di lavorare.
Questa forte presa di posizione contro un laissez faire, questo non voler lasciare le cose alle forze del mercato si accompagna alla reiterata affermazione che se le macchine debbono sostituire una parte del lavoro umano, «si pone il problema di come distribuire gli incrementi di produttività che ne conseguono».
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Convergenze Mediterranee
di Carlo Formenti
È da poco uscito, per i tipi di Meltemi, “Un progetto di liberazione. Repubblica, sovranità, socialismo”, un libro di Manolo Monereo e Hector Illueca. Monereo, militante del PCE, imprigionato e torturato durante la dittatura, ne viene espulso per le sue critiche all’atteggiamento arrendevole del partito nella transizione democratica. A metà degli anni 80 aderisce a Izquierda Unida, di cui diventa uno dei massimi dirigenti sotto la gestione di Julio Anguita (da poco scomparso). Successivamente è consulente per i governi progressisti dell’America latina prima di ritornare in Spagna, dove aderisce a Podemos e viene eletto deputato per la circoscrizione di Cordoba. Nel 2018 decide di non ricandidarsi, in dissenso con la proposta di formare un governo di coalizione fra Podemos e il Psoe. Illueca è ispettore del lavoro e professore di diritto del lavoro, attuale deputato di Unidas Podemos eletto nella circoscrizione di Valencia. Queste scelte differenti sono il motivo per cui l’analisi della recente storia politica spagnola dei due autori si ferma al 2018, in quanto non avrebbero potuto esprimere giudizi condivisi sull’operato del governo Sanchez – Iglesias. Il testo che segue riproduce, quasi integralmente, quello della mia Introduzione al libro.
* * * *
Gli scritti contenuti in questo volume ci aiutano a capire in che misura le sfide che il popolo spagnolo si trova oggi a fronteggiare somiglino a quelle con cui anche noi italiani dobbiamo fare i conti. Ma soprattutto ci aiutano capire che, per affrontarle, dovremo liberarci di quelle che Monereo e Illueca chiamano “idee zombie”, riferendosi a concetti come globalizzazione, europeismo, mondo senza barriere e confini, idee “impossibili da uccidere perché l’immaginario sociale continua a rimanere ancorato al passato”.
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Operazione Virus, tocca ai millenials
Pedagogia Nuova: battezzati, mascherinati, vaccinati
di Fulvio Grimaldi
file:///C:/Users/Fulvio/Desktop/Mascherine%20minori.pdf Per primissima cosa, in linea con l’argomento del pezzo, vi invito vivamente a leggere questo appello in difesa dei minori aggrediti dall’operazione virus.
https://youtu.be/rvNMLEK_XW0 Paolo Rossi “Era meglio morire da piccoli”
Fuori i mocciosi! O dentro!
Di occasioni per parlare della guerra di sterminio agli anziani, condotta dagli apostoli del Messia Coronavirus, ce ne sono state offerte fin troppe, sostenute dall’abbagliante evidenza della considerazione in cui venivano tenuti questi soggetti, inutili, costosi, improduttivi, spesso acrimoniosi e, oltre tutto, depositari di insidiose memorie. Molte di meno ne abbiamo avute per misurare il grado di ostilità impiegato per liberarsi di un’altra categoria di umani costosi, parassitari e spesso smanierati: i mocciosi.
Non è la prima volta, se partiamo dall’episodio della strage degli innocenti di Erode che ci hanno rifilato quelli della bibbia e che si emula ininterrottamente, fino all’uranio sui bimbi iracheni e serbi, fino al fosforo sui ragazzetti di Gaza, ai massacri dell’Isis in Siria, alle sanzioni ai bambini di mezzo mondo. Ma una frode così colossale, come quella inflitta da una branco di lupi (chiedo scusa ai lupi veri) a uno sconfinato gregge di pecore (chiedo scusa alle pecore vere), a me pare ci sia stato solo una volta, circa duemila anni fa, quando al pensiero molteplice, tollerato, produttivamente e felicemente dibattuto, ci venne imposto con il trucco, il raggiro e una violenza sanguinaria come mai prima nella storia umana, il pensiero unico ancor prima che l’esserino umano avesse un pensiero..
Uno spirito acuto ha detto che a Osama bin Laden hanno sostituito il Sars-Cov-2, riferendosi alle misure autoritarie e riduttrici dei diritti civili assunte per la cosiddetta “Guerra al terrorismo” (leggasi “guerra all’umanità”), una guerra che vedeva riuniti, da un lato, Stati e loro terroristi e dall’altro Stati e popoli vittime, con tra queste ultime in primissima posizione bambini e adolescenti.
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Se non ora, quando? Quattro punti per l’università
di Federico Bertoni
In questi giorni riaprono perfino le palestre, con energumeni sudati che sprigionano umori in ambienti chiusi. Ma scuole e università no, ci mancherebbe: classi pollaio, insegnanti anziani, piani di ripresa mai stilati, rischi e timori del tutto indeterminati. E in fondo che fretta c’è? Che diavolo volete? Tanto non producete reddito, lo stipendio vi arriva lo stesso e una lezione si può fare anche attraverso il computer, mentre uno spritz o una corsa sul tapis-roulant (ancora) no. Così il senso comune traveste da ragioni tecnico-economiche un dato primariamente politico, in cui l’ossessione securitaria di oggi si fonde con il mirato, sistematico svilimento delle istituzioni formative che sta massacrando scuola e università da almeno due decenni. E allora teniamole proprio chiuse, queste pericolose istituzioni, perché tanto si può fare lezione da casa: magari anche in autunno, e poi tutto l’anno prossimo, come ha già annunciato la gloriosa università di Cambridge, e poi chissà. Così potremo realizzare il sogno della preside Trinciabue, in un corrosivo romanzo di Roald Dahl: «una scuola perfetta, una scuola finalmente senza bambini!».
Di cosa significhi insegnare nell’era del Covid-19 si sta discutendo da mesi, strappando faticosamente piccole porzioni di un dibattito pubblico monopolizzato da virologi superstar e dilettanti allo sbaraglio. Da parte mia, ho cercato di farlo in un e-book gratuito pubblicato da Nottetempo, Insegnare (e vivere) ai tempi del virus, mentre si moltiplicano gli interventi su blog, social e anche giornali mainstream. Torno dunque sulla questione per fissare solo quattro punti sintetici, conclusi da altrettanti impegni ad agire subito (in corsivo). E se non ora, quando?
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Geopolitica, finanza, classe dirigente: l’agenda strategica dell’Italia
Andrea Muratore intervista Marco Giaconi
Dialoghiamo oggi con il professor Marco Giaconi sui grandi temi dell’agenda politica italiana, sul ruolo della classe dirigente e sull’inserimento delle sfide del Paese in un’ottica strategica. Buona lettura!
Professor Giaconi, la fase attuale sta segnando una grande evoluzione nel contesto degli equilibri economici e politici internazionali. Come vede lo scenario nel suo complesso alla luce degli sviluppi degli ultimi mesi?
Molti hanno fatto già osservazioni pertinenti. La Federazione Russa ha ancora un basso, in rapporto alla popolazione, tasso di infezione, 365 casi per milione, secondo i dati più recenti del Parlamento Europeo. Ma la reazione ospedaliera e politico-sanitaria al Covid-19 è stata particolarmente lenta, in Russia, con un sistema sanitario che è ancora evidentemente a bassi livelli di efficienza. Comunismo e Burocrazia, anche se oggi Putin è tutto meno che un “compagno”, lo diceva sempre Gaetano Salvemini, vanno sempre in coppia e si chiamano tra di loro. Come abbiamo visto anche noi in Italia. Senza spesa pubblica a gogò, niente socializzazione, vera o soprattutto presunta. Sempre per Mosca, la stabilità finanziaria è però sostanzialmente garantita, dato che il loro debito pubblico è oggi al 15%, mentre la media della UE è, ricordiamo, all’80%. Con riserve auree e di monete forti che stanno intorno ai 500 miliardi di usd. Dureranno certamente, i russi, e si prenderanno, in futuro, e senza particolari pressioni, le aree marginali della UE ai loro confini. Primo limite della geopolitica occidentalista, oggi: lottare contro la Russia, poi anche e simultaneamente contro la Cina, tentare infine una espansione in India e nel Sud-Est asiatico, ma il tutto senza soldi e con idee geopolitiche piuttosto vetuste. Né Mosca né Pechino, oggi, sono il classico dentifricio che non si può rimettere nel tubetto.
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Per un approccio critico alla DAD
di Fernanda Mazzoli
La didattica a distanza, partita alla fine di febbraio con tanta buona volontà da parte dei docenti e, inevitabilmente, non poca improvvisazione, si è trasformata in un treno lanciato a gran velocità sui binari della scuola del futuro, senza nemmeno il tempo di un rodaggio che ne valuti la solidità e la tenuta di strada. Da modalità emergenziale, cui ricorrere per non interrompere la relazione educativa con gli studenti, è stata già promossa a modalità ordinaria da assumere per imboccare la via virtuosa dell’innovazione, anche quando cesserà quello stato d’eccezione che ne ha giustificato l’uso.
L’utilità della didattica a distanza, partita alla fine di febbraio con tanta buona volontà da parte dei docenti e, inevitabilmente, non poca improvvisazione, si è trasformata nel giro di appena due mesi, senza nemmeno avere avuto il tempo di un rodaggio che ne valuti la solidità e la tenuta di strada, in un treno lanciato a gran velocità sui binari della scuola del futuro. Peccato che, sotto la spinta di venti fortissimi, rischi di deragliare per avere preso il binario sbagliato: da modalità emergenziale, cui ricorrere per non interrompere la relazione educativa con gli studenti in questa precisa situazione indotta dall’epidemia da Covid 19, è stata già promossa a modalità ordinaria da assumere per imboccare la via virtuosa dell’innovazione, anche quando cesserà quello stato d’eccezione che ne ha giustificato l’uso.
Malgrado la notevole capacità di reagire ad una circostanza eccezionale dimostrata oggi dagli insegnanti e nonostante il profluvio di riforme di cui è stata teatro negli ultimi decenni, la scuola, per la composita squadra di esperti dell’educazione a vario titolo che occupano la scena pubblica, rimane sempre indietro, non è mai all’altezza delle aspettative che la società le assegna di volta in volta, deve continuare a dimostrare la sua disponibilità ad adeguarsi alle richieste che premono da tutte le parti, anche in modo contraddittorio.
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Dopo Covid, “Rischi di esplosione delle disuguaglianze”
Stefania Valbonesi intervista Joseph Halevi
Sulle prospettive del dopo Covid, Stamptoscana si rivolge all’economista Joseph Halevi. Halevi è nato a Haifa nel 1946 da madre lucchese e ha studiato a Roma, dove si è laureato nel 1975 in filosofia con una tesi in economia. Sempre nel 1975 ha lasciato l’Italia e ha insegnato economia alla New School for Social Research a New York e alla Rutgers University nel New Jersey. Ha anche insegnato per svariati anni alle Università di Grenoble, di Nizza e di Amiens. Nel periodo compreso fra il 1990 e il 2012 è stato collaboratore del Manifesto. Dal 2009 insegna economia nel programma Master di giurisprudenza presso l’ International University College a Torino.
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D. Quale sarà il problema o i problemi più immediati che dovremo affrontare nella fase del dopo coronavirus?
R. La risposta dipende molto dall’angolatura con cui si guarda a tutta la vicenda del Covid 19. Partirei da una visione che combini sia la dimensione di classe che quella strutturale che specificherò dopo una breve premessa. L’aspetto economico principale di questa crisi consiste nel fatto che è la prima vota che il sistema si blocca sia dal lato della produzione, cioè dell’offerta, che dal lato della domanda. Il blocco della produzione ha a sua volta prodotto il blocco degli investimenti che, sommato ai licenziamenti di massa, ha fatto precipitare le economie occidentali in una recessione molto simile ad una grande depressione.
Questo è successo nei paesi sviluppati. Le ripercussioni su quelli molto più poveri che, in maniera mistificante, vengono chiamati mercati emergenti, sono state disastrose. Le catene di valorizzazione – già meccanismi di sfruttamento acuto negli ‘emergenti’ e di precarizzazione del lavoro nei paesi ‘avanzati’ – si sono a loro volta disarticolate sia sul piano produttivo che su quello finanziario.
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A rimetterci la pelle
Nota su Al di là del principio di piacere
di Alessandra Campo
Quelli che appaiono
come custodi della vita
sono stati
in origine
guardie del corpo della morte
Freud, Al di là del principio di piacere
A rimetterci la pelle, e l’identità, in seguito alla scoperta dell’al di là del principio di piacere, è il piacere stesso. Dopo il ’20, da un punto di vista psicoanalitico, esso resta privo di una definizione, perché quella classica, e fechneriana, messa in campo da Freud sin dai tempi del suo Progetto per una psicologia scientifica non è più praticabile. Il piacere come scarica o diminuzione della tensione ha mostrato la sua parentela con la morte o, a dir meglio, con quella pulsione di morte intravista da Freud al cuore di ogni organismo[1].
Si è detto variamente come il testo del ’20 sia un libro la cui funzione è, soprattutto, decostruttiva[2]. Si tratta, in modo particolare, di indeterminare le opposizioni classiche. In primo luogo, quella tra vita e morte. Poi quella tra piacere e dispiacere. Eppure, questa indeterminazione non è un obiettivo scientemente perseguito da Freud. La sfumatura tra i contrari è, bensì, l’effetto inatteso delle nuove evidenze offerte dalla clinica dei reduci di guerra. I loro sogni, com’è noto, intaccano la tesi per cui la funzione onirica è una funzione di appagamento del desiderio inconscio in quanto, a tornare in essi, è proprio l’evento traumatico denunciato come fonte di sofferenza nello stato di veglia.
Questo è un caso, tra tanti, in cui lo spiacevole si congiunge enigmaticamente a un piacere, che è, anzitutto, piacere della ripetizione dello spiacevole. Ve ne sono altri, tuttavia, in cui è il piacere, la sua ricerca, a mostrarsi solidale con la produzione di dolore.
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I «bottegai», ultimo argine? Spunti per una politica oltre purismo e subalternità
di Diego Melegari e Fabrizio Capoccetti
«il partito se li [i piccolo borghesi interventisti, ndr] rese nemici gratis, invece di renderseli alleati, cioè li ributtò verso la classe dominante»
(Gramsci, Quaderno 3 (XX) § 44)
In questi giorni è impossibile per chi scrive non percepire il sentore di un disastro che si sta oramai definitivamente compiendo. L’Italia, in attesa di una misura economica tanto inadeguata quanto fuori tempo massimo come il Recovery Fund – la cui continua procrastinazione ne rileva l’essenziale inconsistenza, «fumo negli occhi»[i] di chi sarà costretto in ultimo a riconoscere il ricorso al MES come inevitabile -, si accinge a prostrarsi all’ennesima, forse ultima, richiesta di fedeltà a sua maestà l’Unione Europea, ovvero al mercato nella sua configurazione politica più propria, prima di scomparire del tutto come repubblica. Una repubblica fondata sul lavoro, dove la sovranità spettava al popolo, una repubblica mai nata, e che oggi sappiamo non nascerà. Per l’ennesima volta l’area del cosiddetto sovranismo costituzionale, democratico e socialista, sembra incassare una conferma storica e, al tempo stesso, scontare un’asfissia politica.
Il fatto è che a mobilitarsi sembrano essere ceti medi impoveriti, micro e piccoli imprenditori, commercianti, bottegai. E, a tradurre politicamente questa insofferenza, non pare disponibile altro da quella che Rolando Vitali, in un denso e argomentato articolo, definisce in termini di «intesa neocorporativa tra salariati e proprietari»[ii], fondata su un keynesismo nazionale che, mantenendo il quadro neoliberale, prevederebbe uno Stato-paracadute in difesa della media borghesia in crisi, ma, ovviamente, nessun tipo di difesa ed emancipazione del lavoro.
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Covid-19 e politica: lo stato delle cose
di Vincenzo Cucinotta
Continuiamo il dibattito non tanto sull’aspetto sanitario, quanto sulla gestione politica della crisi pandemica e sulle enormi implicazioni che stanno entrambe comportando. Di queste non vi è ancora una chiara percezione anche se una profonda inquietudine sta percorrendo l’intero paese [Giuseppe Germinario]
I fatti dovrebbero ormai essere noti a tutti, visto dall’Italia, osserviamo verso la metà di gennaio una straordinaria campagna mediatica che vede quelli che almeno allora c’apparivano come casi sporadici in Cina conquistare i titoli di prima pagina. Nel giro di due settimane, senza apparentemente che succedesse qualcosa che riguardasse direttamente il nostro paese, ma soprattutto nel silenzio assoluto dei media, il governo dichiara lo stato di emergenza, cosa che veniamo a conoscere due settimane circa più tardi, quando, siamo ormai a metà febbraio, si comincia a creare un clima di panico che la stampa coltiva abilmente.
Quindi, proprio all’inizio della vicenda COVID-19, siamo in presenza di eventi incomprensibili, da una parte la stampa fa esattamente l’opposto di quanto ha fatto in tutte le altre occasioni, invece di minimizzare l’effetto di epidemie per contrastare ogni forma di allarmismo, fa l’esatto contrario, lo alimenta ad arte, dall’altra una decisione così delicata, rara e grave come la dichiarazione dello stato d’emergenza non solo non viene comunicata dal governo, ma viene oscurata dai giornali che non potevano ignorare quanto accaduto, visto che fa parte del loro mestiere controllare dettagliatamente l’operato del governo e nel contempo seguire ciò che viene pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale. Quindi, sanno, ma tacciono, e nessuno si è preso la briga di spiegarci perché.
Fatto sta che nelle settimane che ci separano da allora, si viene ad attuare un gigantesco piano di sospensione della costituzione con un governo che decide in assenza di qualsiasi controllo parlamentare, visto che addirittura nelle prime settimane il parlamento è rimasto chiuso ermeticamente, di operare attraverso il meccanismo del DPCM che ha la forma del provvedimento amministrativo, ma che è stato in questa occasione ripetutamente utilizzato per adottare decisioni politiche su temi tra l’altro della massima delicatezza.
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La scienza e il «nesso stesso della vita»
di Sebastiano Isaia
Ho appena finito di leggere un’interessante intervista rilasciata a Dagospia dal professor Francesco Le Foche, clinico e immuno-infettivologo molto esposto sul piano mediatico – come del resto molti suoi colleghi scienziati. L’intervista appare ai miei occhi interessante soprattutto perché tocca un tema molto importante e scottante, soprattutto alla luce della nostra recente esperienza epidemica, e cioè il ruolo sociale della scienza ai nostri giorni. La circostanza è per me particolarmente “suggestiva” anche perché proprio l’altro ieri ho riletto le Osservazioni sulla scienza e la crisi scritte da Max Horkheimer nel 1932.
«Capire e descrivere una realtà vivente a partire dalla somma dei suoi frammenti inerti, significa mancare il nesso stesso della vita»: è soprattutto questo approccio riduttivo e scientista che Le Foche rimprovera a gran parte della scienza medica arruolata dal governo per fronteggiare e gestire la crisi socio-sanitaria che travaglia il nostro Paese ormai da tre mesi. La critica del professore ha richiamato alla mia testa i seguenti passi di Horkheimer: «La scienza ha a che fare con la conoscenza di ampie connessioni; ma la grande connessione da cui dipende la propria esistenza e la direzione del proprio lavoro, e cioè la società, essa non è in grado di comprenderla nella sua vita reale» (1). E non è in grado di comprenderla non a causa di un suo difetto di intelligenza, o a motivo di un limite intrinseco alla prassi scientifica in quanto tale, ossia considerata in astratto (operazione concettuale priva di senso), ma in grazia del ruolo sociale che la scienza ha nella società capitalistica. «La teoria marxiana della società annovera la scienza tra le forze produttive umane. […] Nella misura in cui si presenta come mezzo per la produzione di valori sociali, e cioè si esprime sotto forma di metodi di produzione, essa rappresenta anche un mezzo di produzione. La scienza collabora al processo della vita sociale come forza produttiva e mezzo di produzione» (p. 3).
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"Le basi materiali della crisi del movimento comunista in Italia"
Per una critica dell'eurocomunismo
di Fosco Giannini
La redazione della rivista internazionalista e antimperialista "Cumpanis", continuando la preziosa collaborazione con "L'Antidiplomatico", ci invia, come anticipazione, questo articolo che fa parte di uno "Speciale" del numero in uscita di "Cumpanis" dal titolo "Le basi materiali della crisi del movimento comunista in Italia". L'articolo è del direttore della rivista, Fosco Giannini
L’eurocomunismo è un paradosso.
Tanto è stata forte la sua azione negativa e disgregatrice sui quei partiti comunisti europei che l’hanno lanciato e sostenuto, quanto fragile è stato il suo pensiero politico e teorico.
L’azione dell’eurocomunismo ha contribuito notevolmente al processo di trasformazione del PCI in quel PDS che sarebbe poi giunto ad essere oggi il PD; la sua spinta ha accelerato i processi di involuzione politica, teorica e ideologica che erano già fortemente presenti nel PCI di Berlinguer facilitando di molto il percorso verso la “Bolognina”.
L’eurocomunismo si è offerto tra le più importanti basi materiali della crisi del Partito Comunista di Spagna (PCE) e della sua non insignificante perdita di autonomia e identità all’interno di Izquierda Unida. L’eurocomunismo ha offerto anche un importante contributo alle difficoltà che dalla fine degli anni ’70 in poi ha incontrato il Partito Comunista Francese.
Ma è qui il paradosso: pur avendo dispiegato tanta energia dissolutrice, dell’eurocomunismo – in virtù di quella particolata fatiscenza ideale e ideologica che l’ha contrassegnato- poco è rimasto nella memoria dei militanti comunisti degli anni ‘70 e quasi nulla è arrivato alla conoscenza delle nuove generazioni. Certo, esso ha influenzato e continua ad influenzare, in modo più o meno carsico, impianti politico-teorici come quello “bertinottiano” e di altre esperienze , italiane ed europee, della sinistra radical (con prospettive liberal, come nel caso del PD) ma la questione è che l’eurocomunismo in quanto tale, per la sua intrinseca debolezza teorica, come concreta esperienza politica, ha subito una sorta di rimozione storica, tant’è che oggi non pochi pensano all’eurocomunismo non tanto come al tentativo di sistematizzazione di un pensiero politico, ma, molto più banalmente, come all’agire dei partiti comunisti in Europa.
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