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Christopher Lasch, “La ribellione delle élite”
di Alessandro Visalli
Il libro di Christopher Lasch fu pubblicato nel 1995, quando il grande intellettuale americano era già morto da un anno, e si presenta come un fondamentale atto di accusa di quel “tradimento della democrazia”, che reca come sottotitolo. Attacca con il piglio di chi si sta separando dalla vita, e può dire tutto, quelle élite che si sono ridotte a separarsi radicalmente dal resto della società e ormai “hanno una visione essenzialmente turistica del mondo”. Più o meno nello stesso anno Richard Rorty, che gli sopravviverà per un decennio abbondante, aveva scritto qualcosa di molto simile, in “Una sinistra per il prossimo secolo”, nel quale accusava il “ceto cosmopolita” di non avere alcun senso di comunanza con il resto della società. Gente che si sente a suo agio solo nei jet, mentre vanno da un posto all’altro [1], e che giudica la middle class come “tecnologicamente arretrata, politicamente reazionaria, repressiva nella morale sessuale, retriva nei gusti culturali”. Un ceto, quindi, la cui cifra distintiva è l’arroganza ed il senso di superiorità.
L’attacco, per Lasch come per Rorty, è proprio alle élite culturali, più che a quelle economiche che saranno in particolare attaccate da un altro grande vecchio che ci ha lasciato in quegli anni, Ralf Dahrendorf [2]. Quelle classi intellettuali che si estraniano dagli aspetti materiali della vita e dal mondo della produzione, con la quale sono connessi solo per via del consumo, vivendo alla fine solo in un mondo di “astrazioni ed immagini”.
Christopher Lasch è stato uno storico ed un sociologo di formazione marxista ma poi orientatosi ad una critica sempre più aspra del “progressismo” [3], e alla critica del ‘narcisismo’ [4], senza dismettere, ma anzi approfondendo la sua critica al liberalismo, riprendendo temi populisti e un’attenzione alle strutture tradizionali della società (famiglia inclusa).
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L’esplosione del debito pubblico senza un prestatore di ultima istanza
di Domenico Moro
I trattati europei e l’euro, imponendo austerità e inibendo l’implementazione di politiche economiche su misura per le necessità dei singoli Paesi, hanno ottenuto il risultato opposto a quello previsto dai decisori politici e dalla dirigenza della Banca d’Italia negli anni’80 e ’90: il debito pubblico italiano è aumentato
Il debito pubblico è in Italia uno dei temi principali, se non il principale, attorno al quale ruotano il dibattito economico e le scelte politiche. Il debito pubblico, giudicato eccessivo, è stata una delle motivazioni per l’adesione all’euro e ai trattati europei, allo scopo di costringere governi e parlamenti a una maggiore disciplina di bilancio, incidendo anche oggi sulle scelte di spesa e di politica economica. La maggior parte del debito pubblico attuale si è formata tra l’inizio degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90, raddoppiando dal 59,9% sul Pil del 1981 al 124,9% del 1994. Nonostante i vincoli europei alla spesa pubblica, oggi il debito risulta superiore ai livelli dei primi anni ’90, raggiungendo il 131,8% sul Pil contro il 75,7% della media Ue e il 79% della media dell’area euro, ed essendo inferiore in Europa al solo debito greco.
L’obiettivo del presente articolo è capire perché il debito è raddoppiato tra 1981 e 1994 e perché successivamente non si è riusciti a ridurlo in modo significativo e duraturo.
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Brasile 2018: la politica economica nelle elezioni presidenziali
Intervista a Laura Carvalho, Nelson Marconi e Marcio Pochmann
Dopo 13 anni di governo del Partito dei Lavoratori (PT), simbolicamente conclusi dai Mondiali di calcio e dalle Olimpiadi, gli ultimi due anni hanno visto approfondirsi la crisi economica e istituzionale: nel 2016 si è insediato il governo Temer, a seguito del “golpe istituzionale” ai danni di Dilma Rousseff, mentre solo pochi mesi fa è stato incarcerato l’ex presidente Lula (2003-2011): sarebbe stato candidato – largamente favorito nei sondaggi – per le prossime elezioni, che si svolgeranno il 7 ottobre. Il sostituto di Lula (Fernando Haddad) non gode dello stesso sostegno, e i sondaggi restituiscono un quadro completamente rovesciato: il favorito diventa infatti l’ex militare Bolsonaro, già soprannominato “Trump brasiliano”, e dalle posizioni ancor più marcatamente conservatrici e bellicistiche del presidente americano.
In questa cornice, i principali candidati “di sinistra” presentano programmi segnati da forti divergenze, in particolare sul fronte della politica economica; la radice di molte divergenze sta nel giudizio che tali candidati danno sugli anni di governo del PT. La posta in gioco è estremamente alta e l’intervista si conclude con un quadro a tinte decisamente fosche: al momento non si può nemmeno dare per scontato che ci sia una fuoriuscita pacifica da questa situazione di grave crisi economica e istituzionale; non a caso, negli ultimi mesi è esplosa la violenza in alcune città e alcune regioni del Paese, e la presenza dell’esercito tra le strade è ormai sempre più massiccia.
Anche in Brasile sembra matura la possibilità di un terremoto politico paragonabile a quello avvenuto negli Stati Uniti con l’elezione di Trump, o in Europa con, ad esempio, la Brexit prima, le elezioni francesi e quelle italiane poi. Simile è il discredito in cui versano le istituzioni, comparabile il peggioramento negli standard di vita, simili i tagli ai servizi pubblici e la crisi del welfare state; ancor più esacerbato, infine, il livello del conflitto politico. Per questo, in un certo senso, queste elezioni brasiliane parlano anche di noi, se non altro perché parte di un processo globale che ha investito anche il nostro continente e il nostro Paese.
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L’Italia distruggerà l’eurozona?
Ilia Roubanis intervista Sergio Cesaratto
Da New Europe, l’intervista al professore Sergio Cesaratto, docente di Economia Internazionale all’Università di Siena e nome ben conosciuto all’interno del dibattito critico sull’euro. Il professor Cesaratto spazia a tutto tondo su debito pubblico italiano e la sua sostenibilità, lo spread, le politiche economiche del governo gialloverde e lo scontro che si prospetta tra Italia e Unione europea. Scontro che, nelle sue parole, non sembra poter terminare, a causa della stolidità tedesca, se non con la distruzione di uno dei due contendenti
Il dibattito critico sull’euro è mainstream in Italia. L’attuale governo è una coalizione che comprende le tradizioni politiche sovraniste di sinistra e di destra.
L’economia è l’epicentro della discussione.
Fino all’inizio di questa settimana, il governo italiano ha tenuto fermi i suoi fondamentali impegni su una maggior redistribuzione e un minor carico fiscale. Tutto ciò ha spaventato i mercati, e da maggio 2018 i rendimenti dei titoli pubblici è raddoppiato. Le agenzie internazionali di rating e i mercati stanno esercitando ulteriori pressioni. La Commissione europea richiede, ancora una volta, disciplina fiscale.
In questo clima di tensione, politica e profondamente economica, New Europe ha chiesto aiuto ad un economista per comprendere la mentalità italiana. Sergio Cesaratto (SC) è Professore di Economia Internazionale all’Università di Siena, in Italia. Insegna Economia internazionale e Politica Fiscale e Monetaria dell’Unione monetaria europea (UME). Il suo più recente volume è “Chi non rispetta le regole? Italia e Germania – Le doppie morali dell’euro” edito da Imprimatur.
Il professor Cesaratto ha contribuito in maniera importante al dibattito post-keynesiano, concentrando l’attenzione sulla teoria della crescita e dell’innovazione, sulle riforme delle pensioni, sull’economia monetaria e la crisi europea. Per questa ragione, è anche una fonte spesso citata in quello che adesso è il dibattito euro-critico, ormai divenuto mainstream in Italia.
* * * *
New Europe (NE): Il Giappone ha un rapporto debito-PIL del 250%, la Grecia del 180% e l’Italia del 132%. Perché gli investitori si preoccupano?
Sergio Cesaratto (SC): Naturalmente non esiste un livello naturale del rapporto debito pubblico-PIL. Sono spesso evocati due fattori per valutare la sostenibilità del debito pubblico:
1. la sua denominazione, in valuta nazionale o estera
2. se è detenuto principalmente da creditori nazionali o esteri
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La scommessa del governo sui bond e la prigione tecnologica del reddito di cittadinanza
Deficit e reddito di cittadinanza: un'analisi oltre il posizionamento politico e la propaganda
di Redazione
La vicenda della nota di aggiornamento del Def, che sfocerà nella legge di stabilità vera e propria, ha rivelato diverse difficoltà della politica istituzionale. Sia quella al governo che quella all’opposizione. Cominciamo da quest’ultima che si rivela, nei suoi differenti volti, sia folcloristica che ostaggio dei poteri finanziari. Certo, quando si parla di folkore impossibile non menzionare Michele Emiliano presidente della regione Puglia, vero Zelig della politica nazionale, che loda, da esponente PD, i lineamenti della finanziaria gialloverde. O Stefano Fassina, passato dal sottosegretariato alle finanze nel governo Letta a posizioni “sovraniste di sinistra” se non di appoggio, perlomeno, di simpatia verso il governo gialloverde. Il vero folklore sta, comunque, in chi, rispetto alle previsioni di deficit del governo gialloverde, spara al rialzo. Da Palazzo Chigi esce una previsione di deficit di 2,4%? Che male c’è, allora, a sparare 3%, o oltre, accusando di timidezza nel deficit spending gli attuali occupanti degli scranni del governo? Oppure a immaginare finanziarie come si trattasse di Disneyland dove, nella strada principale con le luci e i festoni, c’è tutto dal sociale, al Welfare e magari anche la lotta alla tristezza?
Qui forse non sono chiare due cose.
La prima è che, con le previsioni economiche al ribasso e le clausole di salvaguardia dell’Iva da saldare, non è che questo governo, con una previsione di deficit al 2,4% abbia davvero grandi margini di spesa e di investimento. Su questo, probabilmente, certe lodi sul “coraggio” mostrato dai gialloverdi andranno riviste. Per focalizzarsi sull’entità e sul rilievo, difficilmente risolvibili dai gialloverdi, della crisi fiscale dello stato (che tassa sia troppo, ovviamente le cassi subalterne, e troppo poco, i ricchi, ma non trova mai equilibrio sociale e di bilancio).
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“La grande convergenza” di Richard Baldwin
di Luca Picotti
Recensione a: Richard Baldwin, La grande convergenza. Tecnologia informatica, web e nuova globalizzazione, Il Mulino, Bologna 2018, pp. 328, 28 euro (scheda libro)
La globalizzazione è un fenomeno complesso, antico e insito nella storia delle relazioni umane. Non è possibile considerarlo nella sua unitarietà, dal momento che in ogni periodo storico si è presentato con una sfumatura diversa. La globalizzazione che oggi conosciamo e che vediamo essere in crisi è diversa da quella di fine Ottocento: verso il 1990 la rivoluzione delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione (ICT) ne ha trasformato i caratteri e il suo impatto sul mondo.
Questa è la tesi di fondo del prezioso libro di Richard Baldwin, professore di International Economics alla Graduate School di Ginevra, La grande convergenza. Tecnologia informatica, Web e nuova globalizzazione edito da il Mulino. Il libro espone con grande lucidità i meccanismi della globalizzazione, analizzati da Baldwin con una chiave di lettura personale volta a proporre un approccio singolare al fenomeno. In particolare, Baldwin si focalizza sulle differenze tra la cosiddetta vecchia globalizzazione, iniziata nell’Ottocento e caratterizzata dall’abbassamento dei costi dei trasporti, e la nuova globalizzazione, guidata sul finire del ventesimo secolo dalle ICT. Con la prima ha luogo la «grande divergenza» tra i paesi industrializzati del Nord, dove innovazione e sviluppo rimangono concentrati, e il resto del mondo; mentre con la seconda stiamo assistendo, grazie alle delocalizzazioni e al circolare delle idee e del know-how, alla «grande convergenza», con la conseguente crescita e industrializzazione dei paesi che prima erano ai margini dell’economia mondiale e la deindustrializzazione delle nazioni sviluppate.
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Pianificabilità, pianificazione, piano
di Ivan Mikhajlovič Syroežin
Introduzione di Paolo Selmi
Cari compagni,
eccoci finalmente al primo capitolo tradotto. Un capitolo “senza formule matematiche”, ma che mi ha dato lo stesso abbastanza filo da torcere rivelandosi, al tempo stesso, altamente stimolante. Syroežin si è dimostrato sin da subito un ottimo capo-cordata, capendo che il nostro passo mai potrà essere il suo ma, al tempo stesso, assumendosi nel concreto di ogni sua parola il compito di portarci fino alla vetta. Il contrappunto continuo del “curatore”, al contrario, si è dimostrato altamente fastidioso, nella sua preoccupazione di adattarne o criticarne posizioni in linea alla vulgata gorbacioviana in essere al momento della pubblicazione postuma di questo lavoro. Per questo me ne sono liberato quasi subito, lasciandolo alla prima fontanella a crogiolarsi in quelli che, di lì a poco, sarebbero stati i primi milioni di dollari intascati da lui e dai suoi amici oligarchi.
Syroežin, tuttavia, scrive per i suoi connazionali, ovvero attacca la salita in medias res. Noi abbiamo bisogno di un minimo di riscaldamento. Prendiamo quindi la nostra macchina del tempo e fermiamo le lancette alla fine degli anni Settanta del secolo scorso. Il Paese dei Soviet si configurava ancora come un’economia a proprietà sociale dei mezzi di produzione, dove lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo era abolito in quanto tutto il plusvalore prodotto attraverso una catena gerarchica di organizzazione della produzione diveniva ricchezza sociale, e dove la produzione era rigorosamente pianificata e non “lasciata all’anarchia del mercato”, come dicevano loro. Il capitolo IX del manuale sovietico di economia politica da me tradotto, è in grado di offrire un panorama più completo per chi volesse approfondire, e ad esso rimando1 .
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Un colpo al cerchio, uno alla botte
Considerazioni (provvisorie) sul Documento di Economia e Finanza 2019
di Andrea Fumagalli
A una setttimana dalla riunione del Consiglio dei Ministri che ha definito i primi contenuti del Documento di Economa e Finanza (DEF) per il 2019 e dopo giorni di discussione sul come ripartire le risorse e dove trovare modo di finanziare le varie misure, solo oggi (5 ottobre 2018), a una settimana dal termine ultimo per la presentazione del Def (28 settembre), sembrano essere disponibili i numeri che dovrebbero rendere attuative e concrete le proposte di politica economica declamate. Sulla base delle dichiarazioni e dei documenti esistenti, la manovra 2019 dovrebbe valere (il condizionale è d’obbligo) 33,5 miliardi, di cui 27,2 reperiti tramite indebitamento (il rapporto deficit/PIL passa dall’1,6% al 2,4% nel 2019, per poi scendere al 2,1% nel 2020 e all’1,8% nel 2021, contrariamente a quanto in inizialmente deliberato). Al netto dei 12,5 miliardi per sterilizzare l’aumento dell’Iva al 24% (clausola capestro ereditata dal governo Monti, senza che nessuno, destra e sinistra, dicesse alcunché…), il governo dovrebbe avere a disposizione circa 21 miliardi.
Al netto delle spese improrogabili (per la gestione corrente delle funzioni statali), e, notizia dell’ultima ora, al netto di circa 1 miliardo per l’assunzione di circa 1000 nuovi poliziotti (la repressione non sottostà a vincoli di bilancio!), ne rimangono circa 18-19. Tale somma dovrebbe distribuirsi (il condizionale è d’obbligo) nel seguente modo: 6,5 miliardi per il cosiddetto reddito di cittadinanza; 1 miliardo per la riforma dei centro per l’impiego; 1,5 miliardi per portare le pensioni minime a 780 euro mensili, per un totale di 9 miliardi; 7 miliardi per il superamento della riforma Fornero (che dovrebbe interessare tra le 400.000 e le 500.000 persone, a seconda di come la quota 100 viene calcolata); 2 miliardi per l’unica aliquota del 15% a circa un milione di partite Iva per poi estenderla alle imprese (che hanno già beneficiato di ingenti sgravi fiscali sulla decontribuzione, sugli investimenti e sui profitti); 1 miliardo (e non 1,5 come inizialmente dichiarato) per il rimborso dei truffati dalle banche.
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Come si ferma lo Spread?
di Fabio Conditi
Come si ferma lo Spread ? È bastato un “provocatorio” 2,4% di deficit, che lo Spread ha ricominciato a crescere.
Prevedibile come il sole che sorge all’alba.
A conferma che l’art.1 della Costituzione andrebbe cambiato, come abbiamo scritto durante la crisi istituzionale su Paolo Savona >>>QUI: “L’Italia è una Repubblica non democratica, fondata sulla schiavitù. La sovranità appartiene alla Finanza, che la esercita nelle forme e nei limiti dei mercati finanziari”.
I mercati finanziari hanno i carri armati capaci di sparare miliardi di moneta elettronica creata dal nulla dalle loro banche, non si possono affrontare senza sovranità monetaria e con i piedi incatenati all’enorme palla di ferro del debito pubblico.
Prima bisogna mettere in sicurezza il paese e le ricette le sanno anche i muri, ma non è di questo che vi vogliamo parlare: analizziamo nel dettaglio come si ferma lo Spread anche senza utilizzare la nostra sovranità monetaria e fiscale.
Facciamo finta, una volta tanto, che lo Stato sia come una famiglia e che quindi sia necessario ripagare il debito pubblico, altrimenti l’Italia va in default (ovviamente non è vero!).
Il ricatto del debito pubblico
Giornali, tv, siti web, blog; non c’è forse argomento più dibattuto che non sia il debito pubblico italiano, la sua origine, il suo costo ed i problemi ad esso correlati.
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Lavori senza senso
di Paolo Mossetti*
Una riflessione sui bullshit jobs, a partire dal saggio dell'antropologo David Graeber
Con un capitalismo americano che, come il Barone di Münchhausen, è riuscito a sfuggire alle sabbie mobili tirandosi fuori per i capelli, raggiungendo dieci anni dopo la crisi dei subprime quasi la piena occupazione, ci può essere ancora spazio per lamentarsi del lavoro salariato? C’è voluto un antropologo anarchico, lo statunitense David Graeber, per diagnosticare un’epidemia che affligge coloro che sembrano sempre impegnati anche quando non hanno nulla da fare; o quelli che, anziché ringraziare per il fatto di avere uno stipendio, non riescono a ignorare la soffocante sensazione di stare sprecando la propria vita. Non parliamo del lavoro in quanto tale, ma di una specifica occupazione retribuita che “è così totalmente inutile, superflua o dannosa che nemmeno chi la svolge può giustificarne l’esistenza, anche se si sente obbligato a far finta che non sia così”. Sono i bullshit jobs – tradotto con “lavori del cavolo” nel sottotitolo dell’edizione italiana appena uscita per Garzanti – il tema portante di un articolo che cinque anni fa lanciò il pensatore newyorchese trapiantato a Londra nel firmamento accademico e radical, articolo ampliato e sviluppato in un saggio dal titolo omonimo pubblicato nel maggio di quest’anno per Simon & Schuster, e già bestseller.
La tesi del libro è che, in tutte le economie sviluppate, il settore finanziario, avviluppando qualsiasi altro campo, ci ha imprigionato in una rete fittissima di lavori senza alcun valore, trasformandoci da cittadini in sudditi, e imponendo su di noi una vera e propria “violenza spirituale”. Certi lavori sono così inutili che nessuno si accorge se chi se ne occupa scompare. Capita, spiega Graeber, soprattutto nel settore pubblico. Basti leggere un titolo del Jewish Times del 26 febbraio 2016: “Impiegato statale non si presenta al lavoro per sei anni per studiare Spinoza”. Ma vale anche per le multinazionali: “proprio come i regimi socialisti avevano creato milioni di posti di lavoro fasulli per i proletari”, oggi le imprese private stanno “di continuo alleggerendo del superfluo le officine e utilizzando i risparmi che ne derivano per pagare lavoratori ancora meno necessari negli uffici ai piani superiori”.
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Il mercato rende diseguali? Un’introduzione
di Maurizio Franzini e Michele Raitano
Negli ultimi tre decenni il funzionamento dei mercati (di tutti i mercati: del lavoro, dei beni, dei capitali) è radicalmente cambiato e la disuguaglianza nei redditi è notevolmente cresciuta praticamente in tutti i paesi avanzati, e certamente in Italia. La disuguaglianza nei redditi disponibili – cioè nei redditi da cui maggiormente dipende il nostro benessere economico – sarebbe cresciuta molto di più di quanto non sia accaduto se l’azione redistributiva dello stato non fosse stata nel complesso efficace; cioè se essa non fosse riuscita a contenere la distanza tra chi sta meglio e chi sta peggio al di sotto di quello che sarebbe stata per effetto della crescita della disuguaglianza nei redditi di mercato che in alcuni paesi, tra cui il nostro, è stata molto marcata.
Questo volume, il primo dei libri del Centro di Ricerca Interuniversitario “Ezio Tarantelli”, è nato da tale osservazione e dalla constatazione che un quota troppo piccola della già non troppo abbondante attenzione prestata alla disuguaglianza economica in generale viene rivolta – ovunque, ed in particolare in Italia – alla disuguaglianza che si genera nei mercati: alla sua altezza, ai meccanismi che la determinano, alla loro corrispondenza con le idee o ideologie prevalenti sul funzionamento del mercato e, in definitiva, con alcuni criteri di accettabilità della disuguaglianza difficilmente confutabili. Non soltanto a questo. Scarsa attenzione viene anche rivolta al modo migliore per contrastare le crescenti disuguaglianze nel caso in cui si decida di farlo e, in particolare, all’appropriatezza di mere politiche redistributive, consistenti in tassazione e trasferimenti.
Le ragioni di questa disattenzione possono, probabilmente, essere largamente ricondotte a due diffuse (e un po’ confuse) idee sulla disuguaglianza che si forma nei mercati che sostanzialmente esentano dal compito di esaminarla a fondo.
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Gli equivoci del populismo
di Edoardo Greblo
Populismo è una parola abusata. L’uso polemico che prevale nella discussione pubblica ha trasformato il termine nell’etichetta che le élites mainstream applicano a ciò che dice e fa il popolo quando hanno perso il contatto con esso. Ma il concetto rimane ambiguo e controverso anche nella discussione scientifica.1 Il populismo viene generalmente considerato come una strategia di mobilitazione politica che considera come mero formalismo la legittimazione elettorale e promuove una politica della personalizzazione centrata su un leader carismatico capace di concentrare nell’unità della sua persona la “volontà generale”.2 Altre interpretazioni ne mettono invece in evidenza lo “stile politico”3, incentrato sulla polarizzazione fra una comunità del “noi” contrapposta agli altri4 e su un discorso antirappresentanza5, che fa ricorso a soluzioni semplicistiche per risolvere problemi politici complessi attraverso un linguaggio diretto e immediato, che si appella al senso comune della ‘gente’ per denunciare la congiura dei disonesti perpetrata dalle élites economiche, mediatiche, finanziarie e intellettuali6. Altre ancora fanno riferimento a un heartland, e cioè a un nucleo stabile di significati tradizionali7 in sintonia con la destra e la reazione contro la modernità8, o a una thin-centered ideology, una ideologia debole che assume la propria collocazione di destra o di sinistra a seconda dei leader politici, dei paesi e delle circostanze9.
È opinione generalmente condivisa, comunque, che per il populismo la società sia attraversata da una relazione antagonistica fondamentale tra il popolo, concepito come una entità omogenea e indifferenziata, e le élites, considerate come oligarchie autonome e paternalistiche corrotte e improduttive. Il populismo si configura come un “appello” rivolto al popolo “contro tanto la struttura consolidata del potere quanto le idee e i valori dominanti della società”10, poiché le élites vengono accusate di privatizzare le istituzioni politiche per metterle al servizio di una “casta” economica, politica e finanziaria nella quale ci si scambia disinvoltamente ruoli e incarichi11.
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Le doppie morali della crisi europea
di Lucio Baccaro
Sergio Cesaratto ha scritto un bel libro, Chi non rispetta le regole? (Cesaratto 2018), con l’obiettivo di smontare sistematicamente una particolare lettura della crisi dell’Euro, che assolve completamente la classe dirigente politica ed economica tedesca, e scarica per intero la responsabilità sui paesi della periferia europea. È una lettura moraleggiante, diffusa non solo in Germania, ma anche in ambienti italiani di orientamento liberista. Non è affatto un’invenzione dell’autore. Al contrario, personalmente ho ascoltato diverse volte questo tipo di narrazione quando, nell’autunno del 2013, condussi con Klaus Armingeon una serie di interviste volte a capire in quale maniera funzionari publici, politici e sindacalisti tedeschi interpretassero la crisi dell’Euro e le risposte da dare ad essa (Armingeon e Baccaro 2015).
La lettura “tedesca” della crisi
Esagerando un po’ (ma lasciando inalterata la sostanza), la lettura della crisi che emerse da quei colloqui in Germania si può riassumere nella maniera seguente: a dire degli intervistati, la situazione dei paesi della periferia europea era per molti versi simile a quella della Germania nei primi anni 2000. Anche l’economia tedesca languiva in quel periodo in una crisi profonda. Diversamente però dai paesi del Sud, la Germania scelse di mantenere in ordine i suoi conti pubblici e di introdurre riforme importanti del mercato del lavoro e della protezione sociale (le riforme Hartz). Sindacati e imprese contribuirono alla ripresa economica accordandosi per flessibilizzare il sistema di contrattazione collettiva, in precedenza eccessivamente rigido, e in questo modo consentirono alle imprese, attraverso la moderazione salariale, di riguadagnare la competitività internazionale persa negli anni immediatamente successivi alla riunificazione.
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La crisi del lavoro e i limiti della società capitalista
di Norbert Trenkle
1 - Quando il CEO della Siemens, Josef Kaeser, ha annunciato, nel novembre del 2017, che la sua azienda avrebbe tagliato qualcosa come 7.000 posti di lavoro nel mondo, ed avrebbe chiuso diversi siti produttivi in Germania, questo, com'era prevedibile, ha innescato feroci critiche e proteste. La gente si è chiesta perché mai stavano facendo dei tagli nel momento in cui l'azienda realizzava grandi profitti. Le lamentele provenivano da tutti quei settori che ancora una volta sottolineavano come un'azienda si sottometteva ai dettami dei mercati finanziari e degli azionisti, e come non contasse più quel «lavoro onesto» che l'aveva portata al successo. Alcuni giornalisti liberali si sono anche preoccupati del fatto che le scelte del capo della Siemens avrebbero potuto danneggiare la legittimità del sistema capitalista. Sulla "Süddeutsche Zeitung", nel novembre 2017, Detlef Esslinger ha scritto che «se si vuole, in fondo è per le persone che sono alla ricerca disperata di una crescita con l'economia di mercato, il capitalismo, e la globalizzazione, che devi comportarti come Kaeser & Company. Sono loro che stanno promuovendo i peggiori cliché a proposito degli avidi speculatori che non sono mai soddisfatti che i tassi dei mercato azionario siano abbastanza alti.»
In effetti, il caso Siemens evidenzia sia la situazione del lavoro che le relazioni di potere fra lavoro e capitale nell'attuale era del sistema capitalista globale. Ovviamente, negli ultimi trent'anni, le dinamiche dell'accumulazione di capitale si sono spostate in direzione dei mercati finanziari, e ciò ha avuto le sue drastiche conseguenze sulle condizioni di vita e di lavoro nella società. Ma tutto questo non è dovuto all'avidità di alcuni manager, banchieri ed investitori che hanno agito a livello globale.
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Non si gioca con le iniziative del Pd!
di Gap Milano
Prendiamo parola pubblicamente a seguito dell’adesione di Potere al Popolo! Milano alla manifestazione del 30 settembre promossa da “intolleranza zero”.
Come già avvenuto lo scorso 28 agosto in occasione dell’iniziativa dei “Sentinelli”, tali decisioni sono state prese, per la seconda volta, con colpevole fretta e superficialità, e in definitiva con una presa di posizione ancor più grave se si considera che il comunicato d’adesione ad essa, va ancor più in la del presente e preannuncia, a prescindere, altre adesioni ad iniziative con il carattere distintivo come quella di ieri.
Il voto per alzata di mano del coordinamento provinciale provvisorio di Potere al Popolo, ancora una volta, impedisce qualsiasi forma di riflessione o costruzione a percorsi che siano altro rispetto al mantra dell’”unità del popolo della sinistra”. Unità che, lo sottolineiamo, se non si rivolge al blocco sociale, agli sfruttati, ai colpiti dal montare della repressione, al popolo effettivo delle periferie e dell’hinterland della metropoli lombarda, è solo una sgangherata scialuppa per ceti politici di basso cabotaggio e poco più.
Crediamo che la rincorsa ad uno stantio modo di fare politica asservita alla logica del meno peggio e all’illusione di “pesare dall’esterno” non solo sia inutile ma decisamente dannosa. Continuare su questa strada significa uscire dal solco tracciato dalla nascita di Potere al popolo! come momento di discontinuità e rottura con la “vecchia sinistra” ormai identificata come parte del problema.
Non intendiamo cedere sul terreno dell’Antifascismo e dell’Antirazzismo alle strumentalizzazioni di chi fino a ieri lo derubricava ad atteggiamento retrò o lo declinava unicamente come tensione moralistica. E tra i promotori effettivi, quelli sotto mentite spoglie e i nuovi parvenù c’è ne sono, eccome!
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La crisi dei saperi socratici: una sfida per l’‘humanitas’
di Eros Barone
Il famoso principio dell’utile […] Applicato all’uomo, se si vuol giudicare ogni atto, movimento rapporto ecc. dell’uomo secondo il principio dell’utile, si tratta in primo luogo della natura umana in generale e poi della natura umana storicamente modificata, epoca per epoca. Bentham non ci perde molto tempo. Egli suppone con la più ingenua banalità che l’uomo normale sia il filisteo inglese. Quel che è utile a questo curioso uomo normale e al suo mondo è utile in sé e per sé. Su questa norma egli giudica poi passato, presente e futuro.
K. Marx, Il capitale, l. I, trad. di Delio Cantimori, Editori Riuniti, Roma 1967⁶, pp. 666-667.
1. Società di mercato e saperi socratici
Sembra essere ormai del tutto inefficace, nel nostro tempo, la classica risposta di Spinoza alla tradizionale domanda di carattere fondativo sul significato e sul valore della ‘humanitas’, risposta che per secoli, dall’Umanesimo in poi, ha garantito legittimità agli studi filosofici, letterari e filologici: essi ci aiutano a vivere «una vita propriamente umana».1 Il discorso si fa ancor più impervio se si aggiunge a quella tradizionale un’altra domanda, che si potrebbe definire di carattere rifondativo, su quale possa essere il futuro degli studi umanistici in un contesto in cui il lavoro e il suo linguaggio sono fortemente dominati dalla tecnologia. Si tratta con tutta evidenza di una problematica che non riguarda solo l’Italia e non coinvolge solo la formazione scolastica, ma riguarda il modello di società che saremo in grado di immaginare per risolvere le gigantesche questioni ecologiche e sociali che il pianeta si trova ad affrontare. È in questo àmbito che si inserisce quella che una pensatrice statunitense, Martha Nussbaum, ha definito nei suoi saggi come «crisi dei saperi socratici», ossia dei saperi fondati su competenze non misurabili quali la capacità di argomentare e di riflettere, di confrontarsi e di mettersi in discussione, di assumere il punto di vista dell’altro, di elaborare soluzioni innovative rispetto ai contesti in cui sorgono i nostri problemi.2
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Nicchie e comunità imperfette
Il paradosso antropologico
di Massimo De Carolis
È appena arrivata in libreria la nuova edizione de Il paradosso antropologico di Massimo De Carolis (Quodlibet, 2018). Per gentile concessione dell’editore pubblichiamo un estratto della Premessa alla seconda edizione
Il paradosso antropologico è un tentativo di riflettere sul rapporto fra lo scenario politico contemporaneo e quella che, con un po’ di enfasi, si può definire la natura umana. Mi riferisco, con questa espressione, all’insieme di istanze, bisogni e desideri genericamente umani, che abbiamo motivo di leggere come altrettanti indizi, sintomi o riflessi di una costituzione condivisa da tutti i membri della nostra specie, per quanto le loro concrete manifestazioni non possano che emergere, di volta in volta, all’interno di un percorso di vita specifico e particolare. Isolare, in ciascun caso concreto, il momento genericamente umano, distinguendolo dalle sue declinazioni contingenti, è di sicuro un’impresa azzardata, gravata dal rischio di errore e di illusione soggettiva.
Non sembra però un esercizio dal quale ci si possa esimere, visto che non c’è mai stata, in pratica, cultura umana che non abbia progettato le proprie particolari forme di vita sulla base di una qualche immagine, attendibile o meno, dell’esistenza umana in generale. La natura umana, per definizione, non cambia se non in modo impercettibile nel corso della storia. Può invece cambiare l’immagine della condizione umana su cui poggia la vita individuale e collettiva in un’epoca o un’altra. E cambiano sicuramente le istituzioni politiche e le forme di organizzazione sociale in cui le istanze genericamente umane sono tenute a esprimersi, per tradursi in forme di esistenza stabili e felici. Cambiamenti del genere possono aver luogo, a volte, in modo così rapido e profondo da costringerci a ripensare non solo le strategie esistenziali cui affidiamo la nostra vita, ma anche l’idea dell’umanità dell’uomo su cui basiamo tali strategie. L’ipotesi di fondo del Paradosso antropologico è che, qualche decennio, sia in corso per l’appunto un tale cambiamento radicale. E che l’insieme delle teorie sociali, politiche e filosofiche di cui disponiamo stenti tuttora a cogliere e a descrivere in modo esaustivo il mutamento in corso.
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Il fiato del drago
di Giovanni Iozzoli
Oh, il mistero arcano della creazione di valore.
Oh, il mistero ancora più occulto della creazione di coscienza: i produttori di valore davanti all’incantesimo della merce, della ricchezza astratta, della potenza produttiva dispiegata. E della loro indecifrabile condizione dentro questa fantasmagoria.
Anche quest’anno, nonostante una discreta repulsione, sono stato arruolato tra i relatori di minoranza (di micro-micro minoranza) nelle assemblee congressuali della CGIL del mio territorio.
Alcune cose vanno fatte anche se non sai più perchè. Fa un po’ parte del gioco.
La vecchia CGIL è un corpaccione molle, esanime su cui si proietta minacciosa l’ombra storica dell’inutilità. Però una cosa buona la mantiene, almeno sul piano dei principi: i suoi congressi si decidono sui posti di lavoro, azienda per azienda, in una consultazione di massa che dovrebbe riguardare tutti i sui iscritti. Inutile dire che se il metodo è virtuoso, la prassi lo è molto meno. Senza parità di condizioni – com’è ovvio anche nello schema di ogni democrazia liberale – alla fine della conta prevale chi ha in mano le risorse, cioè gli apparati e le chiavi della cassa. Però ogni 4 anni, nel grigio tran tran quotidiano in cui si macinano essenzialmente ripiegamenti, si apre uno squarcio vero di vita sindacale e discussione: e finanche la piccola minoranza eretica e scombinata – l’unica rimasta in CGIL – ha il diritto statutario di andare a parlare direttamente con i lavoratori, tutti, senza eccezione, fin dove le sue modeste forze le consentono di arrivare.
Breve parentesi per i non addetti ai lavori: in CGIL sono sempre esistite una o più “sinistre sindacali” – e le si derubricava alla voce “diverse sensibilità”. E si usava proprio questo termine emotivo ed affettivo – sensibilità – per definirle come sfumature dentro il corpo sempre omogeneo della grande madre.
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L’euro come governo politico dell’accumulazione capitalistica
La necessità dell’exit*
di Domenico Moro
Euro come strumento di modifica dei rapporti di forza
L’integrazione monetaria europea, sebbene sia percepita come costruzione tecnico-economica, è soprattutto un progetto politico, intendendo la politica come definizione dei rapporti di forza tra classi dominanti e subalterne e tra settori di classe. Lo Stato, pur essendo sempre l’organismo della classe economicamente dominante, è al contempo il luogo della mediazione tra le classi, rappresentando la cristallizzazione dei rapporti di forza raggiunti in una certa fase storica. L’integrazione europea - soprattutto l’introduzione di una valuta comune - sono stati progettati e sono utilizzati per la modificazione dei rapporti di forza tra le élites capitalistiche e le classi popolari ereditati dalla sconfitta del fascismo e dal periodo di avanzamento delle lotte di massa degli anni ’60 e ’70. Tale modificazione avviene attraverso la rimodulazione dello Stato e del rapporto tra le sue istituzioni.
Cosa è la Sovranità
La questione della sovranità è centrale in questo contesto. Il concetto di sovranità viene connotato da alcuni come di per sé di destra e reazionario. Invece, sovrano è semplicemente quel potere o autorità che non dipende nè è soggetto ad un altro potere all’interno di un dato territorio geografico. La realizzazione della sovranità dello Stato, e quindi della prevalenza sugli altri poteri locali e particolaristici o sovrannazionali (la Chiesa ad esempio) è il risultato del superamento della frammentazione del potere feudale-medievale. Sebbene la sovranità si sia spesso identificata - per ragioni storiche specifiche dell’Europa - nella nazione, ossia nella unità di caratteristiche linguistiche, culturali, ed economico-sociali, suo ambito e strumento di attuazione è lo Stato.
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Un sovranismo democratico per un nuovo europeismo
di Alessandro Somma
Un scontro tra europeisti e sovranisti, i primi raccolti attorno a Macron e i secondi guidati da Orbán e Salvini. È questa l’immagine più utilizzata per rappresentare lo scontro in atto, confezionata ad arte per nascondere la sostanziale convergenza di europeisti e sovranisti, fautori i primi di un neoliberalismo cosmopolita e i secondi di un neoliberalismo nazionale. E per impedire di riconoscere che il vero confronto è quello tra i fautori di un ritorno agli Stati per alimentare una guerra per la conquista dei mercati, e chi vuole invece ripristinare la dimensione statale per impiegarla in una guerra ai mercati: terreno sul quale si gioca il rilancio della sinistra.
È dunque un rilancio che passa da un diverso sovranismo. Non quello incentrato su valori premoderni buoni solo a reprimere i conflitti causati dalla modernità capitalistica, bensì quello democratico: volto a ripristinare la sovranità popolare in quanto fondamento della democrazia economica, oltre che della democrazia politica.
Il momento Polanyi
La società, rilevava Polanyi nel corso degli anni Quaranta, è naturalmente portata a difendersi dal mercato autoregolato, a opporre al movimento verso “l’allargamento del sistema di mercato” un “opposto movimento protezionistico”. Si assiste così a un “doppio movimento”, il primo volto ad affermare “il principio del liberalismo economico”, e il secondo quello “della protezione sociale”. Quest’ultimo movimento, verso la ripoliticizzazione e risocializzazione del mercato, può avvenire nel rispetto dell’ordine politico democratico, come è successo con il New Deal statunitense, ma anche attraverso il suo affossamento, come si è verificato nel Ventennio fascista[1].
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Il razzismo oggi. Ologramma o minaccia concreta?
di Norberto Fragiacomo
Cosa sta succedendo nell’Italia “gialloverde”?
A prestar fede ai notiziari si ha netta l’impressione che il neofascismo abbia rialzato la cresta e – complice la benevola protezione della Lega – facinorosi di destra imperversino nelle città, prendendo di mira gli immigrati e quel poco che residua della sinistra. Fascismo e razzismo ci vengono presentati come una coppia di fatto, dioscuri in rapida ascesa che s’infiltrano in tutti i ceti sociali dissodando il terreno a beneficio di forze autoritarie, nazionaliste, antioccidentali e (magari) guerrafondaie.
Questa narrazione prende spunto da episodi gravi[1] e meno gravi, che vengono “cuciti insieme” dai media in modo da alimentare un allarme che, entro certi limiti, appare giustificato. Che nel nostro Paese operino movimenti che s’ispirano scopertamente al fascismo (Casa Pound, Forza Nuova) è un dato di fatto, ma che questi partiti abbiano un seguito considerevole è contraddetto dall'evidenza degli esiti elettorali: anche sommando i loro voti a quelli di Fratelli d’Italia restiamo ben lontani dai “fasti” del MSI, che negli anni ’70-’80 veleggiava intorno al 7/8%. Chi fa professione d’antifascismo contesterebbe la nostra lettura “minimalista”: anche la Lega, persino il M5S sono sospettabili di fascismo!
Perché? Perché Salvini e i suoi sono (fino a prova incontestabile: sarebbero) razzisti, e dove allignano sentimenti razzisti si annida di necessità il fascismo.
Chiedersi se il fascismo italiano [2] sia stato o meno razzista equivale a formulare una domanda retorica: altroché se lo era – domandare conferma a etiopi, libici, sloveni, persino ai russi invasi. Il fascismo però non si risolve nel razzismo, per un motivo banale: a essere razzista, all'epoca, era il mondo intero, “democrazie” comprese.
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Marxisti e populisti, lineamenti strategici d’una futura e necessaria alleanza
di Riccardo Paccosi
Due piccole iniziative, fra marxisti e populisti
Oggi, domenica 30 settembre, a Montalto in provincia di Viterbo, si svolgerà un dibattito sul futuro del continente europeo fra il presidente del Fronte Sovranista Italiano Stefano D’Andrea e il leader di Patria e Costituzione Stefano Fassina.
Venerdì 12 ottobre, a Bologna presso il CostArena, si svolgerà un evento politico-culturale – al quale mi onorerò di dare il mio apporto in qualità di teatrante, ovvero col varietà Dugongo Show – promosso di nuovo dal Fronte Sovranista Italiano e da Rinascita!, la formazione marxista-sovranista creata da Carlo Formenti, Ugo Boghetta e Mimmo Porcaro.
Perché metto assieme e segnalo come d’interesse queste due iniziative?
Perché ritengo che esse, ancorché non in grado al momento di ottenere numeri di massa, stiano materializzando quella che è la strategia politica corretta, la linea da seguire, per tutti coloro che si propongono il superamento del neoliberismo e che, altresì, considerano la globalizzazione e l’eurofederalismo come delle strategie giuridico-normative di quest’ultimo.
Il Movimento 5 Stelle come fenomeno sociale storicamente compreso
Chi come me proviene da un percorso di pratica ed elaborazione marxista, non può attardarsi a vagheggiare, per il prossimo futuro, un futuro movimento di massa nominalmente “comunista” o “di sinistra”. Deve, piuttosto, assumere l’intera vicenda del Movimento 5 Stelle come fenomeno storicamente compreso. Sospendendo il giudizio politico sull’organizzazione effettivamente creata dalla Casaleggio Associati, infatti, rimane da analizzare la base elettorale grillina, ovvero un evento sociale e moltitudinario d’importanza cruciale, un fenomeno storico che ha visto la coalizione politico-elettorale di tutto ciò che potrebbe essere definito forza “operaia” in questo XXI secolo: lavoratori precari, partite Iva e freelance, studenti, disoccupati, nonché operai veri e propri.
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Memorie dall’Osteria Melotti
A dieci anni dalla scomparsa di Marco
di Fabio Ciabatti
Mi perdoneranno le masse operaie e contadine se in questo articolo si parlerà anche di me. Ma questo è un omaggio personale ad un compagno, e soprattutto a un amico, scomparso dieci anni fa all’improvviso in un giorno di settembre, subito dopo essersi fatto una delle sue proverbiali e fragorose risate. Un omaggio così personale che ci finisco dentro pure io. Marco Melotti si affacciò alla politica nel ’68, quando era poco più che ventenne, partecipando all’occupazione della facoltà di Lettere della Sapienza di Roma e poi ai gruppi di studenti e operai che tentarono di avviare nella capitale interventi nelle fabbriche in alternativa alle organizzazioni sindacali riconosciute. Attraversò poi l’esperienza dei “gruppi”, su posizioni eterodosse se non apertamente critiche. Nel ’77 divenne, suo malgrado, una figura di riferimento del movimento romano. Le prime assemblee all’università le aveva infatti passate facendo casino insieme agli indiani metropolitani. Poi aveva visto alla presidenza di quelle assemblee chi, pochi anni prima, l’aveva espulso da Avanguardia operaia per deviazioni piccolo borghesi. Marco raccontava che scattò in lui una molla, quella che gli consentì di prendersi la sua rivincita (ebbene sì, aveva una memoria da elefante), ma soprattutto di immergersi completamente nelle mobilitazioni, fino alla fase finale in cui cercò di mantenere dritta la barra del movimento mentre rimaneva schiacciato tra la feroce repressione dello Stato e l’avventurismo della lotta armata. Senza mai aderire a nessuna struttura organizzata, fu dunque tra i più attivi nelle assemblee della facoltà di Lettere occupata e poi tra gli animatori della “commissione fabbriche e quartieri”, costituita all’università dopo la fine dell’occupazione.
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La Globalizzazione come crisi continua
di Alessandro Visalli
‘Crisi’ è un sostantivo femminile che viene dal latino crisis, e dal greco κρίσις, e significa ‘decisione’, ‘scelta’, in economia indica una fase (in un ciclo) nella quale uno squilibrio fondamentale determina l’incapacità di utilizzare tutti i fattori idonei alla produzione di beni e di servizi che la società esprime. Keynes, in “Un’analisi economica della disoccupazione” [1] ha scritto che “un boom è generato da un eccesso di investimento rispetto al risparmio e una crisi da un eccesso di risparmio rispetto all’investimento”. Se è così è dai primi anni settanta che siamo in crisi; da allora l’insieme dei capitali distolti dall’investimento in beni produttivi, in favore di forme di impiego puramente finanziario è infatti sempre cresciuta. La finanziarizzazione è, del resto, il segno più palese ed evidente del nostro tempo, e lo è da decenni. Per i marxisti ortodossi la crisi è una conseguenza della caduta tendenziale del saggio di profitto, che prevale sui diversi fattori ed escamotage che possono essere messi in opera per alleviarla. Per i keynesiani è l’effetto di una carenza di domanda globale, a sua volta causata dalla ineguaglianza e dalla concentrazione dei redditi sulla parte alta della scala sociale [2].
Più in generale si può dire che, al di là del meccanismo scatenante particolare, l’instabilità del capitalismo, che determina le crisi, è causata dalla presenza di due mercati (merci e moneta)[3] e da una programmazione intrinseca orientata alla mera accumulazione di segni monetari[4].
‘Globalizzazione’, invece, è un termine invalso da alcuni anni a significare il fenomeno di riduzione delle regolazioni nazionali, incremento del commercio internazionale su un piano di maggiore parità, vorticoso movimento di capitali tra le principali città globali mondiali sede di ‘piazze finanziarie’.
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Emiliano Brancaccio e Benito Mussolini
di Sollevazione
Malgrado sia sub iudice se Emiliano Brancaccio possa essere considerato un economista "marxista" — non pare che egli accetti la sua (di Marx) fondamentale teoria del valore, e si spiega le crisi generali in base al paradigma del sottoconsumo —, [1] continuiamo a considerarlo tra le migliori economisti del nostro Paese.
Ma un ottimo economista non è per ciò stesso un intelligente politico. Succede anzi spesso, che la competenza settoriale dell'economista di mestiere sia inversamente proporzionale alla sua politica profondità di vedute. Una conferma viene dalla lettura di quanto Brancaccio ha scritto su L'espresso on line dell'altro ieri. [2]
Egli, dopo una rituale critica a certa sinistra sistemica che ha sposato il neoliberismo, si scaglia in modo violentissimo contro una "tendenza ancora più perniciosa", quella degli "ex-compagni" che hanno capitolato alla "bruta reazione fascistoide", "all'onda nera di stampo neofascista", "... che scimmiotta maldestramente con le destre sovraniste e reazionarie nei loro più neri propositi". Di chi parla? Della sinistra patriottica.
Sorpresi da questa sua mossa francamente no, ma sbalorditi per la brutta caduta di stile con la quale il nostro lancia la scomunica arruolandosi così nel mucchio anti-rossobruno dei cretini d'ogni tendenza, questo sì.
Si spiega quindi come mai L'Espresso ospiti i suoi anatemi, essi (dimmi dove scrivi e ti dirò chi sei) sono coerenti con la linea politica della testata che ospita la sua rubrica. [3] Il settimanale, assieme alla sorella La Repubblica, per nome e per conto dei poteri forti liberisti ed eurocratici, guida la più estremistica e spudorata campagna contro il "populismo" ed il governo M5s-Lega.
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