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Ma non è un'invasione
di Fosco Giannini
Pubblichiamo in anteprima questo editoriale di Fosco Giannini, direttore di Cumpanis e lo ringraziamo per l'opportunità
Scriviamo dopo che questo numero di “Cumpanis” era già stato chiuso e stava per essere messo on-line. Scriviamo mentre i mille “media” occidentali e italiani – disgustosamente, paurosamente, organicamente asserviti, genuflessi agli USA e alla NATO – parlano di “invasione della Russia in Ucraina”, di “Inizio della guerra di Putin”.
Torna prepotentemente in auge la storica russofobia occidentale che sempre ha visto, prima l'Unione Sovietica e ora la Russia di Putin, come il male assoluto. Un'inclinazione ideologica reazionaria, razzista, anticomunista che è stata alla base dell'attacco di Hitler all'URSS, alla costruzione della lunga e micidiale Guerra Fredda successiva alla Seconda Guerra Mondiale e alla costruzione dell'improvvido e maledetto Patto Atlantico, la NATO, (a cui, anni dopo, solo anni dopo, l'URSS e il campo socialista dovettero rispondere con il Patto di Varsavia) ed ora, di nuovo, del disegno imperialista USA e NATO volto distruggere la Russia di Putin. Distruggerla per avanzare ulteriormente, come blocco imperialista militarizzato USA-NATO-UE, verso la Cina.
L'arrivo di Biden alla presidenza degli USA ha accelerato i piani militari americani volti ad uscire dalla profondissima crisi dell'impero a stelle strisce attraverso la guerra. Guerra vera, non solo “fredda”.
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Con Putin, what so? La storia e l’antimperialismo richiedono di non essere equidistanti
di Fosco Giannini
Riceviamo e possiamo pubblicare in anteprima per la collaborazione sempre più stretta tra l'AntiDiplomatico e Cumpanis questo bellissimo editoriale del direttore Fosco Giannini
La sera del 21 febbraio ultimo scorso Putin – dopo una responsabile pazienza durata ben otto anni – ha rotto gli indugi e ha parlato. Lo ha fatto dalla televisione di Stato russa e il suo discorso ha trovato il consenso del popolo russo, ha scatenato la felicità del popolo del Donbass, ha scosso il fronte imperialista mondiale, ha provocato l’isteria degli USA e della NATO, facendo salire brividini di paura sulle schiene poco diritte delle anime belle della variegata “sinistra democratica e progressista” italiana.
È ormai dalla lunga campagna elettorale di Biden contro Trump che si è inferocita la linea bellica USA e NATO contro la Russia e la Cina. Una linea elettorale che ha subito preso, drammaticamente, corpo durante il summit del G7 in Cornovaglia, nel giugno 2021, con Biden già presidente degli USA, quando dal summit uscì un sanguinoso, febbricitante, delinquenziale progetto strategico – il Documento di Carbis Bay, sottoscritto da tutti i presenti, dagli USA al Canada, dall’intera Ue alla Gran Bretagna sino al Giappone – che chiedeva la costituzione di un vastissimo fronte mondiale (politico, economico, ma prioritariamente militare) contro la Russia e la Cina.
Da allora, quel già vasto fronte G7 con l’elmetto in testa, si è allargato e rafforzato con le nuove spinte alla guerra anti russa e anti cinese della Corea del Sud, dell’India ora reazionaria di Modi e dell’Alleanza Aukus – USA, Gran Bretagna, Australia – che subito dopo il summit in Cornovaglia ha deciso di dotare l’Australia di una flotta di sottomarini a propulsione nucleare da sguinzagliare come controllo e provocazione lungo tutti i mari del sud della Cina.
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Lo stato del capitale
di Stefano Valerio
Anche se spesso vengono descritti come poli opposti, nell’epoca del capitalismo maturo stato e mercato si configurano come terreni complementari di sostegno all’accumulazione di capitale, mettendo a rischio la democrazia liberale
Quando, lo scorso anno, Mario Draghi è stato nominato presidente del consiglio, anche i media mainstream hanno ricordato il suo rapporto intellettuale e formativo intrattenuto – ai tempi in cui era un promettente studente di Economia – con Federico Caffè, il famoso economista abruzzese scomparso in circostanze mai del tutto chiarite.
Gli osservatori più critici delle gesta del Draghi adulto non si sono giustamente lasciati sfuggire l’occasione di notare come, però, non debba essere rimasto molto della lezione e dell’ispirazione di Caffè nella carriera di Draghi, se è vero che l’ex Presidente della Bce è stato in prima fila in una serie di processi controversi, dalle massicce privatizzazioni italiane degli anni Novanta fino alla gestione austeritaria della crisi greca nel 2015, che difficilmente avrebbero incontrato il parere favorevole del maestro.
Sarebbe allora interessante sapere se Mario Draghi sia a conoscenza di un testo, originariamente pubblicato nel 1973, che in un’edizione italiana fu accompagnato proprio da una prefazione scritta da Federico Caffè. Si tratta del celebre La crisi fiscale dello stato di James O’Connor, che insieme a Il capitale monopolistico di Baran e Sweezy e Lavoro e capitale monopolistico di Braverman va a comporre un’ideale trilogia di analisi di alcune delle principali tendenze contraddittorie del cosiddetto capitalismo monopolistico.
La crisi fiscale dello stato
Come anticipato, il libro di O’Connor venne dato alle stampe nel 1973, in un contesto sicuramente diverso da quello attuale.
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L’alienazione felice: fra distopia e utopia
Aldous Huxley a confronto con Guy Debord
di Paolo Favilli
Aldous Huxley, Il Mondo nuovo (1932), Milano, Mondadori, 1971
Guy Debord, La società dello spettacolo, Firenze, Vallecchi, 1979 (IV ed. italiana)
La grande alienazione nella quale ci troviamo immersi è quella in cui l’uomo non è più in grado di percepirsi come alienato, perché «traduce la sua alienazione nell’apparato in identificazione con l’apparato»[1]. Un universo totalitario, dunque, dove auto-asservimento, auto-alienazione sono il contraltare concreto e reale delle promesse di auto-realizzazione.
Come orientarsi in questo universo totalitario tanto per comprenderne i meccanismi di funzionamento che per provare ad in individuarne gli spazi possibili ove saggiare ipotesi di disalienazione?
Si possono trovare alcune risposte in un libro di Italo Calvino, Le città invisibili, uno dei suoi libri di più raffinata ed insieme complessa struttura narrativa, improntato alla «poetica dell’esattezza», un libro di interrogativi che pongono altri interrogativi, un libro di sperimentazione linguistica e stilistica, un libro, dunque, che per la programmata continua «sottrazione di peso» sembra suggerire atmosfere rarefatte, concettualità del tutto astratte, senza rapporti con la realtà effettuale.
A chi interpretava il libro come presa di distanza dall’«impegno», da quella ascendenza illuministica che era stata sempre componente essenziale della letteratura calviniana, anche la più astratta e fantastica, egli risponde così: «Rifiuto nettamente questa interpretazione del mio libro. È un libro in cui ci si interroga sulla città (sulla società) con la coscienza della gravità della situazione, gravità che sarebbe criminale passare sottogamba, e con una continua ostinazione a veder chiaro, a non accontentarsi di nessuna immagine stabilita, a ricominciare il discorso da capo»[2].
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Ucraina: la guerra è iniziata. “Operazione Speciale” della Russia [DIRETTA]
L'esercito russo sta meticolosamente annientando tutte le forze militari ucraine, che non riescono a reagire
Avevamo appena pubblicato la notizia dell’annuncio da parte di Putin della decisione di intraprendere operazioni militari speciali in Donbass. Poco dopo le minacce sono passate ai fatti: l’attacco sembra essere stato molto più esteso, colpendo direttamente le città ucraine. Le bombe russe hanno colpito l’aeroporto di Kiev, e jet russi hanno sganciato bombe sulla città di Kharkov. Esplosioni anche a Dnepropetrovsk, dove sono state annientate le basi della 25esima e 93esima brigata dell’esercito ucraino. L’esercito russo sta annientando metodicamente tutte le basi militari ucraine, la contraerea e gli aeroporti.
La popolazione è in fuga dalla capitale, mentre le navi russe dopo aver bombardato pesantemente stanno attraccando a Mariupol. Tutta la flotta ucraina è stata annientata in un colpo. Il comando delle operazioni attaccato riferisce che gli obiettivi dei bombardamenti russi sono soprattutto aeroporti e quartier generali militari, il segretario Stoltenberg ha condannato le operazioni russe.
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Capitalismo vaccinale e dissenso sociale: l'iniziativa "Cultura Sospesa"
di Martina Marino*
Si chiama “Cultura Sospesa” ed è un’iniziativa di dissenso sociale promossa da un “connettivo” di docenti sospesi, studenti e artisti, vuole ricordare il concetto del caffè sospeso napoletano attraverso la convivialità di una colazione e di un pranzo sociale aperto, ma anche l’aspetto critico insito nella cultura anch’esso sospeso, allo stato attuale.
A Roma davanti l’università a La Sapienza, a mercoledì alterni in orario scolastico, viene allestito questo presidio culturale con l’obiettivo di ricominciare a riappropriarsi degli spazi che sono stati negati, partendo proprio dai luoghi simbolo come l’università romana. Il programma della mattinata è un concentrato di interventi, letture, momenti di dibattito, spettacoli e spaccati musicali. In parallelo a questi appuntamenti si stanno organizzando forme di mutuo-aiuto e casse di resistenza per sostenere i docenti in difficoltà.
Si riporta a seguire un intervento dello scorso appuntamento di mercoledì 9 febbraio (https://fb.watch/basWnJWo1h/) e vi diamo appuntamento per il prossimo mercoledì 23 febbraio dalle ore 9 in piazzale Aldo Moro a Roma.
* * * *
Capitalismo vaccinale
Quando il capitalismo e le politiche vaccinali sono diventati un’equazione
Non leggerete più la parola capitalismo o capitale in questo articolo, vi accorgerete alla fine probabilmente che ne avete visto una diretta applicazione.
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Rischi bellici in Ucraina? In Donbass la guerra c’è già da 8 anni nell’indifferenza generale dell’occidente!
di Enrico Vigna*
Da due mesi i “distrazionisti” professionali hanno concentrato luci e attenzioni mediatiche su una presunta e ipotetica invasione russa dell’Ucraina, sapendo bene che la Russia, non ha nessuna progettualità di guerra, semplicemente perché non è un suo interesse strategico, uno scontro militare con USA, NATO e Unione Europea. Salvo naturalmente qualche inaccettabile provocazione degli “ucro” neonazisti, pretoriani del governo golpista di Kiev e della NATO. Mentre la realtà tragica è la guerra che, da otto anni è in atto contro la popolazione del Donbass, di cui solo pochi organi informativi e realtà occidentali hanno finora documentato. Ora che c’è il rischio di un dispiegamento a domino di questo conflitto…fa notizia.
I media occidentali sono una forza che può favorire una guerra, sono un'arma potente, il loro lavoro è un segnale di azione che deve arrivare, che essi preparano in anticipo.
Gli ululati di guerra occidentali, da mesi hanno decretato che Putin intende invadere l'Ucraina. Ma per quale motivo dovrebbe farlo, nessuno sa dirlo. L'ex ufficiale dell'intelligence statunitense e membro di un'associazione di ex professionisti dell'intelligence e dell’utilizzazione dell'intelligence USA (VIP), Raymond Mcgovern, considera un'invasione russa dell'Ucraina, tanto probabile quanto l'arrivo tanto annunciato del sinistro "Godot" nell'opera teatrale di Beckett “Aspettando Godot ”.
In ogni caso…nella dichiarazione congiunta all'inaugurazione delle Olimpiadi invernali del 2022, i presidenti Xi Jin-ping e VladimirPutin hanno sottolineato che "Russia e Cina si opporranno a qualsiasi tentativo di forze esterne, di minare la sicurezza e la stabilità in regioni confinanti e "un ulteriore espansione della NATO “!
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Ogni luogo contiene il pianeta
di Renato Galeotti
Sul vocabolario Treccani leggiamo che il sostantivo “ambiente” deriva dal latino “ambiens ambientis” participio presente di “ambire”, che significa “andare intorno, circondare”. Insomma, l’ambiente è ciò che ci circonda. Ma quanto da vicino ci circonda? Cosa abbiamo in mente, quando parliamo di ambiente? Il globo terracqueo, oppure l’angolo di mondo su cui gettiamo il nostro sguardo ogni giorno? Non ce la possiamo cavare rispondendo: “tutti e due”. Troppo diverso è il rapporto che intratteniamo con il luogo e con il mondo intero per poterli assimilare. Gli spazi in cui viviamo hanno il colore delle foglie, l’odore della terra, il rumore del mare, il pianeta, invece, è un’entità sfuggente, un racconto, un’elaborazione dell’intelletto. Mentre il luogo entra in relazione con i nostri sensi, la Terra è troppo grande per essere abbracciata; per questo possiamo soltanto immaginarla. O per lo meno, così era fino a quando non abbiamo visto la Terra tutta intera, da lontano.
Il 7 dicembre 1972 l’equipaggio dell’Apollo 17 scatta “Blue Marble”, la Biglia Blu, la più nota tra le foto del nostro pianeta visto dallo spazio. Questa immagine rappresenta il simbolo di un passaggio epocale: da quel momento l’ambiente globale inizia ad imporsi come visione dominante; la Terra, che fino ad allora era percepita come la somma di una miriade di territori modellati dagli uomini, diventa il riferimento unificante per tutta l’umanità. Non sono più i luoghi a sommarsi per produrre l’intero, ma l’intero che contiene i luoghi. Si tratta di un passaggio che coinvolge anche il nostro esistere e la nostra maniera di costruire le relazioni con il circostante: la conoscenza cessa di passare attraverso i sensi e gli umani iniziano a vedere se stessi con occhi esterni. Il punto di vista corretto non è più quello di ognuno di noi ma un altro, esterno e lontano.
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Škola kommunizma: i sindacati nel Paese dei Soviet
di Paolo Selmi
Prima parte: dagli inizi alla NEP
In questa monografia affronteremo per sommi capi altri cambiamenti epocali, che meriterebbero ben altro spazio e approfondimento, riguardanti quella che divenne l’organizzazione non partitica di massa per eccellenza: il sindacato, o profsojùz. Il motivo è presto detto: come anche nel caso dell’emulazione socialista, o di altri argomenti precedentemente trattati, si tratta di concezioni e dati praticamente ignoti, ignorati o comunque non facenti più parte, da decenni, della coscienza collettiva attualmente operante nel nostro emisfero, persino di quella attraversata da una sempre più forte “nostalgia del futuro”. Senza tanti forse, molti di quei pochi “noi” rimasti, sono sin troppo ottimisti nel tracciare traiettorie verso il socialismo, perché normalmente non prendono minimamente in considerazione questi aspetti.
Eppure, nell’improvvisarsi “commissari tecnici” delle rivoluzioni, nell’abbozzare “ricette per le osterie dell’avvenire”, occorrerebbe entrare un attimo nel concreto e, nello specifico, nei meccanismi di quello che è storicamente stato: scopriremmo tanta “concretezza” che ci aiuterebbe, se non altro, per evitare di sbattere la testa due volte contro lo stesso muro. Inoltre, non tenere conto di questa dimensione storica della rivoluzione, equivarrebbe a ridurre tutto il lavoro che stiamo conducendo sulla pianificazione a una costruzione ideale, ipotetica: l’esatto opposto di ciò che fu l’esperimento sovietico, questo tentativo di assalto al cielo condotto da centinaia di milioni di donne e uomini lungo quei decenni. Per questo, bando alle ciance e iniziamo questo viaggio nel pianeta rosso e nei suoi sindacati, affrontando in questa prima parte il periodo dai primordi alla NEP.
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Mosca riconosce le Repubbliche popolari del Donbass
di Fabrizio Poggi
Nella tarda serata di lunedì 21 febbraio, Vladimir Putin ha firmato il decreto di riconoscimento delle Repubbliche popolari di Lugansk e di Donetsk quali stati «indipendenti, democratici, sociali e di diritto», da parte della Federazione Russa. Insieme ai leader delle due Repubbliche, Leonid Pasečnik e Denis Pušilin, Putin ha sottoscritto anche un accordo di amicizia, collaborazione e aiuto tra L-DNR e FR, come era stato chiesto dai due leader del Donbass.
La firma di Putin è arrivata pochissime ore dopo il termine della riunione straordinaria del Consiglio di sicurezza russo (organo consultivo), svoltasi nel pomeriggio, nel corso della quale praticamente tutti gli intervenuti – Ministri della difesa e degli esteri Sergej Šojgu e Sergej Lavrov, Primo ministro Mikhail Mišustin, Segretario del Consiglio di sicurezza Nikolaj Patrušev, ex Primo ministro e attuale vice presidente del Consiglio di sicurezza Dmitrij Medvedev, ecc.) – si erano pronunciati per il riconoscimento delle Repubbliche popolari.
Di fatto, subito dopo la seduta del Consiglio di sicurezza, al telefono con Emmanuel Macron e Olaf Scholz, Putin aveva loro già annunciato che, a momenti, avrebbe messo la firma in calce al decreto. Ora la cosa è fatta.
In Donbass si esulta e si parla di data storica.
Dalle cancellerie europee, invece, come da copione, lamentazioni di «delusione» e annunci di sanzioni europeiste contro Mosca. «Condanna», anche questa scontata, da parte del Segretario generale NATO, Jens Stoltenberg e riunione straordinaria del Consiglio di sicurezza ONU.
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La risata del filosofo. Foucault contro Marcuse, uno scontro sotterraneo
di Ludovico Cantisani
Herbert Marcuse, Michel Foucault: tanto vicini, quanto distanti, vicini per tematiche e risonanza culturale, distanti per metodo, impostazione, direzione.
Quello tra Marcuse e Foucault è un confronto tra metodi diversi, che si consuma anche attraverso differenti lessici. Civiltà vs. società: è tra queste due prospettive che, in partenza, si consuma il loro “scontro” e si misura la reciproca distanza. L’ideale, che diventa anche imperativo utopico, è il modo di procedere per Marcuse, di cui non si contano i richiami quasi platonici a concetti come Eros, Thanatos e a un mito freudiano quale era il principio di piacere. La messa in chiaro di strutture, di luoghi fisici che sono anche dispositivi sociali come la prigione o il manicomio è invece il metodo entro cui si esplica il procedimento a un tempo storico e filosofico adottato da Foucault, impegnato a definire le ambivalenze del rapporto tra sapere e potere.
“Là dove tutto è proibito, chi vuole in fondo può fare tutto, ha la possibilità reale di fare tutto; là dove invece è permesso qualcosa si può fare solo quel qualcosa”
Pier Paolo Pasolini, 1975
Il più sessantottino dei libri di Marcuse è Eros e Civiltà, un’esplicita reprise in chiave utopica e rivoluzionaria del Freud del Disagio della civiltà. Eros e Civiltà esce nel 1955, ma solo negli anni Sessanta raggiunge il grande pubblico. Il libro seppe infatti conquistare le schiere di hippies e manifestanti che affollavano le università americane al tempo della Contestazione e delle proteste contro la Guerra nel Vietnam.
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Cronaca di una crisi annunciata
di Gavino Piga
La crisi pandemica forse non insegnerà nulla, ma di certo rivela moltissimo. Di noi, dei nostri tempi, e non solo del nostro modo di rapportarci alla malattia o al pericolo. Rivela, più in profondità, la tendenza delle nostre società – sedicenti libere – a quella «vasta standardizzazione e “disambiguazione” del mondo» cui si vorrebbe subordinare tutto e tutti.
Da qui parte il giornalista tedesco Paul Schreyer nel suo ultimo, brillantissimo saggio, Cronaca di una crisi annunciata – Come il coronavirus ha cambiato il mondo, edito in Italia dalla coraggiosa casa di produzione OvalMedia (qui il Trailer Book). E come descrivere meglio la prospettiva cui le masse globali da tempo, nella più terrificante inconsapevolezza, sono inchiodate? Sì, proprio quell’innocente operazione – Word Sense Disambiguation – nota ai più grazie a Wikipedia e che ci consente di precisare il significato di una parola qualora possa averne diversi a seconda del contesto, più che strumento di chiarificazione è ormai, nella sovversione concettuale che ci domina, un utile paradigma del totalitarismo comunicativo senza cui tutto in questi due anni sarebbe stato diverso.
Non è un caso, e non è un’esagerazione: costruire inventari di senso oggi, nell’urgenza di predisporre un cosmo di Intelligenze Artificiali (che è il motivo per cui s’investono cospicui fondi nel settore della linguistica), non ha nulla a che vedere con l’erudizione dei buoni maestri d’un tempo. Si tratta piuttosto di riprogrammare artificialmente il linguaggio su base algoritmica. Di operare sul senso per sottrazione, per far corrispondere ogni pugnetto di suoni a categorie merceologiche precise, ma soprattutto a una sola delle caselle “vero” o “falso” (non necessariamente sempre la stessa: si vede alla bisogna), con conseguente divisione della società in buoni e cattivi.
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Non è così che dalla pandemia si esce a sinistra
di Pier Giorgio Ardeni
Negli ultimi tempi, diverse esternazioni dei dirigenti Pd hanno ribadito un concetto, secondo cui «dalla pandemia si esce da sinistra». Peccato che pare essere più una boutade che un’agenda, dacché nella realtà non sta accadendo nulla che va in quella direzione. Perché «uscire da sinistra» dovrebbe voler dire lasciarsi la pandemia alle spalle migliorando la condizione di chi sta peggio e qui non sembra che ciò stia accadendo.
Da quando i contagi hanno ripreso a crescere, a fine ottobre, per poi raggiungere numeri record, il governo non ha fatto nulla per contenerli, se non continuando ad insistere sulle vaccinazioni, per arrivare addirittura all’obbligo vaccinale per gli «over 50», pur sapendo che non è il vaccino a contenere il contagio ma lasciando credere, con grande risonanza sui media, che questo avrebbe finalmente messo un freno alla pandemia. E, però, se l’Italia è l’ottavo Paese al mondo per decessi da Covid-19 – abbiamo superato i 150.000, ma i giornali non raccontano più le storie dietro a quei numeri, se non sono di irriducibili «no vax» – e tra i primi venti nel numero di morti relativo (peggio di noi, nella UE, i Paesi dell’Est, più poveri), è perché la gestione della pandemia è stata affidata a una medicina territoriale lasciata a se stessa e agli effetti della sindemia – la sinergia di più pandemie.
La «quarta ondata» del contagio ha messo in luce i molti punti deboli del sistema. Migliaia di cittadini in attesa di un contatto – non diciamo di una visita – con il medico curante, di una terapia che non fosse l’inutile «vigile attesa» per farsi poi ricoverare con il virus deflagrato, senza poter accedere né ai monoclonali, alle cure precoci o ad altre terapie (persino Giuseppe Remuzzi, direttore dell’Istituto Mario Negri, è divenuto un solitario «oppositore», enfatizzando l’importanza dei medicinali anti-infiammatori, contro l’approccio delle circolari ministeriali).
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Scuola: dalla DAD alle occupazioni
di Enrico Manera
Nel corso della fase più acuta dell'emergenza pandemica l'impegnativa gestione della quotidianità e il confronto con le difficoltà di tutti e tutte – amministratori, docenti, studenti, famiglie – hanno reso arduo scrivere di scuola per poter dire qualcosa che non fosse sgomento e fatica.
Si trattava di provare a costruire una quotidianità il più possibile rassicurante e garantire formazione e socialità, nonostante Didattica a distanza (poi Didattica digitale integrata) oppure con turni per le classi/studenti, spazi, servizi e opportunità ridotti. Anche quando la scuola ha ripreso a funzionare in presenza la normalità non c'è stata, per le tante ragioni di sicurezza che ben conosciamo. Si è poi entrati in una condizione indefinita di passaggio – quando finisce una pandemia? – caratterizzata da quello che l'emergenza ha lasciato da tanti punti di vista: nelle classi si sentono gli effetti postumi del lungo isolamento e il “ritorno alla normalità” si sta mostrando molto più complicato del previsto. La situazione è migliorata dall'inizio dell'anno scolastico 2021/22 e si è poi complicata per via della fase invernale e della gestione intricata delle quarantene: l'amministrazione quotidiana del problema sanitario, pur in un diverso scenario di rischio rispetto al passato, genera diverse complicazioni che impattano sulla vita delle famiglie e sta rendendo arduo il proseguimento dell'attività didattica per via delle forme miste che vedono la compresenza di studenti in classe e a casa. Non la si può chiamare “normalità”.
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Ucraina: intrappolata in una zona di guerra
di Michael Roberts
Mentre per l'Ucraina stanno suonando i tamburi di guerra, quale sarà l'impatto che avrà tutto questo sull'economia del paese e sugli standard di vita dei suoi 44 milioni di abitanti, sia che la guerra venga evitata o meno?
Ho già scritto diverse volte sull'Ucraina, durante la grave crisi economica che il paese ha vissuto nel 2013-14, culminata poi con il crollo del governo in carica, con la rivolta di Maidan e infine con l'annessione alla Russia della Crimea e delle province orientali prevalentemente russofone. Per la gente, la situazione allora era terribile. È migliorata un po' in seguito, ma la crescita economica rimane piuttosto modesta e nel migliore dei casi gli standard di vita continuano a rimanere stagnanti. In 12 anni, il salario reale medio non è aumentato, ed è crollato pesantemente dopo la crisi del 2014.
L'Ucraina è stata la regione più colpita dal crollo dell'Unione Sovietica e dalla "shock therapy" della restaurazione capitalista nell'Europa orientale e nella stessa Russia. Tutti gli ex satelliti sovietici hanno impiegato molto tempo per recuperare il PIL pro capite e i livelli di reddito, ma nel caso dell'Ucraina non sono mai tornati al livello del 1990. La performance dell'Ucraina tra il 1990 e il 2017, non è stata solo la peggiore tra quelle dei suoi vicini europei, ma è stata la quinta peggiore in tutto il mondo. Tra il 1990 e il 2017 ci sono stati solo 18 paesi con una crescita cumulativa negativa, e perfino in quel gruppo selezionato, la performance dell'Ucraina la colloca come il terzo paese peggiore insieme alla Repubblica Democratica del Congo, al Burundi e allo Yemen.
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Il Convoglio della Libertà del Canada
di Noi non abbiamo patria
dio non gioca a dadi con l’universo
di Albert Einstein
Einstein risponde con questa frase a Niels Bohr la cui teoria scientifica tendeva a negare del tutto il principio del determinismo scientifico di fronte ai limiti di comprensione dei nuovi fenomeni nel mondo della fisica secondo i canoni della fisica meccanica tradizionale.
Non è scopo di questo scritto riaffermare le ragioni per le quali questo blog è decisamente contrario alla campagna vaccinale di massa capitalistica, che essenzialmente lo è per motivi estranei al dibattito scientifico e sui vaccini che animano le televisioni e le piazze occidentali in questi mesi. Così come non è scopo dello scritto ribadire per quale ragione questo blog ritenga come parte della necessità degli sfruttati quella di contrastare tutte le misure dei governi di sicurezza sanitaria.
Sicurezza, economia sana e salute pubblica
La società umana, per come determinata storicamente nel suo rapporto con se stessa e con la natura, ancora non è uscita dalla sua preistoria. Qualsiasi crisi generale e qualsiasi crisi sanitaria, che dai rapporti della produzione e sociali stessi è provocata, ha sempre posto di fronte alle società storiche le medesime contraddizioni che emergono dal terreno generale dei rapporti economici, sociali e politici. Queste medesime contraddizioni di fondo, nel lontano passato, come 104 anni fa (ai tempi dell’influenza spagnola) ed attualmente nel tempo del coronavirus, riguardano sul come combinare in maniera funzionale alla riproduzione dei suoi rapporti la “sicurezza” (come rafforzare lo stato nazionale sfidato sul mercato capitalistico mondiale attraverso l’esercito, proteggere i confini dalle epidemie e dalle migrazioni), la “economia sana” (come evitare che una crisi sanitaria interrompa la catena capitalistica della riproduzione del valore) e la “salute pubblica” aggredita da un fenomeno apparentemente solo sanitario.
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Salari e prezzi: come difenderci dal carovita?
di coniarerivolta
Qualche giorno fa, sulle pagine della rubrica economica del Corriere della Sera, è apparso un articolo di Dario Di Vico che ci è utile per comprendere a quale tipo di retorica – e dunque di lotta politica – stanno andando incontro i lavoratori e le lavoratrici italiani. L’argomento, al centro del dibattito di questi giorni, è la vampata di inflazione, di cui abbiamo discusso in un recente contributo. Se si considera l’indice dei prezzi al consumo per l’intera collettività, quel parametro di riferimento del governo per la realizzazione delle politiche economiche, l’indice dei prezzi ha fatto registrare a gennaio 2022 una variazione tendenziale del +4,8% rispetto al gennaio 2021, un dato che non si vedeva da anni.
Come abbiamo ricordato più volte, l’inflazione può rappresentare una brutta bestia per i salariati, dal momento che una crescita sostenuta dei prezzi può erodere il potere d’acquisto – i salari reali – dei lavoratori, qualora non sia accompagnata da una crescita almeno altrettanto sostenuta dei salari. Lo sarà certamente se le armi che essi hanno per difendersi sono spuntate e se, come ha sempre fatto, la voce del padrone si arma per imbrigliarle. A questo proposito, riteniamo possa essere opportuno fare dei chiarimenti su cosa sia l’inflazione, cosa rappresenti e di chi è nemica. Lo spunto ci viene proprio dall’articolo che abbiamo citato.
L’inflazione è certamente un problema, ci dice Di Vico, ma lo sarà ancora di più qualora partisse un’offensiva sindacale interessata se non ad accrescere, quanto meno a tutelare il potere d’acquisto dei lavoratori. Sia mai che i sindacati tutelino i salari reali dei lavoratori, madama la marchesa! Se così fosse, il paese andrebbe incontro ad una vecchia, famigerata, conoscenza: la spirale prezzi-salari.
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Letalità combattiva e cospirazioni anticospirazioniste
di Miguel Martinez
Questo è un post molto lungo. Non è necessario capire tutto, l'importante è cogliere l'atmosfera generale.
Ci saranno molte cospirazioni.
Ci siete?
I cospirazionisti sono quelli che sospettano che i ricchi e i potenti non siano scemi.
E che quindi siano capaci di coordinarsi tra di loro.
E che quindi il confine tra politica, economia, informazione, mondo militare e “clero” intellettuale (clerisy) sia a dir poco poroso.
Insomma, che spesso e volentieri cospirino, e che questo sia il principale motivo per cui sono appunto ricchi e potenti.
Gli anticospirazionisti sono quelli che si dedicano a salvare l’onore e la stupidità dei ricchi e dei potenti.
Gli anticospirazionisti usano sempre tre tattiche.
Uno, tirano fuori la Carta Matta.
Siccome ogni sospetto nei confronti di ricchi e potenti è in partenza criminale, nel mondo della clandestinità in cui i diffidenti sono rinchiusi, le constatazioni più ovvie si mescolano a buffi deliri e stranezze.
E quindi l’anticospirazionista può pescare facilmente su Facebook le fantasie dei rettiliani o di QAnon, e attribuirle a tutti i cospirazionisti.
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Marx, il capitalismo e i compiti politici del presente
di Francesco Garibaldo
Il dibattito su Marx e le nuove problematiche del capitalismo in un recente libro di Riccardo Bellofiore. Come nasce il plusvalore? La natura monetaria del valore. I limiti di una analisi distributiva del reddito. La doppia critica: al lavorismo e alla teoria della fine del lavoro. La critica a Keynes e i compiti politici del presente
Il libro di Riccardo Bellofiore dedicato a Smith Ricardo Marx Sraffa. Il lavoro nella riflessione economico-politica1 rilegge gli autori classici citati nel titolo seguendo due temi dominanti: la teoria del valore-lavoro e come viene rappresentato il lavoro nella riflessione economico-politica. Un pensiero centrale in tutto il libro, riprendendo un tema di Rosa Luxemburg, è la critica della centralità dell’economico e di una visione industrialista basata sulla centralità della produzione.
In realtà, nel ripercorrere criticamente questi temi in quegli autori, Bellofiore ci consegna i risultati di un dibattito internazionale – International Symposium on Marxian Theory – iniziato da Fred Moseley nel 19902, di un lungo lavoro di rilettura di gruppo di Marx a partire dall’originale tedesco, iniziato da Bellofiore all’Università di Bergamo, e il confronto con un grande numero di interpretazioni di Marx negli ultimi decenni. In primo luogo, quindi, il libro è un utilissimo compendio critico del dibattito su Marx su scala internazionale e in Italia negli ultimi quarant’anni.
Una seconda ragione di interesse del libro è la sua apertura problematica. Esso non vuole consegnarci un Marx ossificato in una qualche forma dogmatica, ma un Marx oltre Marx. Si tratta di tenere fermi i punti chiave delle sue scoperte teoriche aggiornandole ai nuovi contributi di ricerca, sia teorici sia derivanti dall’analisi dei nuovi problemi posti dal capitalismo attuale.
Il libro si articola in otto capitoli e due appendici: la prima di analisi critica del pensiero di O’Connor sulla questione della natura, la seconda sulla questione di genere; entrambi i temi sono discussi in rapporto al problema del lavoro. L’ultimo capitolo sostituisce una formale conclusione con una disamina dell’ambiguità del concetto di liberazione dal lavoro a partire dal famoso saggio di Keynes del 1930 sulle prospettive economiche per i nostri nipoti.
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Lo shock pandemico accelera la tendenza capitalistica alla concentrazione e all'espropriazione
di Partito comunista internazionale
Ci è stato segnalato questo ampio contributo apparso su “il programma comunista”, n.3, maggio-giugno 2021. Ritenendolo utile ai fini del dibattito, lo pubblichiamo
1) Emergenza permanente
La “pandemia” da Covid è senz'altro uno di quegli eventi che determinano delle svolte, non solo come emergenza sanitaria, ma come avvio di una nuova emergenza più generale e indeterminata nel tempo, elevata a metodo di gestione politica dell'emergenza sociale ed economica.
La portata dell'evento, per le ricadute che sta generando, è paragonabile a quello che, ad inizio millennio, ha dato il via alla lunga stagione della “guerra al terrorismo” di matrice islamica, di cui ancora oggi si patiscono i postumi. Se è vero che quella guerra non è servita, com'era nelle intenzioni di chi l'ha scatenata, a riaffermare il ruolo degli Stai Uniti come unica potenza mondiale e a interromperne il declino, oggi che gli attentati si vanno riducendo per portata e frequenza rimane intatta la legislazione emergenziale che si è instaurata un po' ovunque, a cominciare dal Patriot Act negli Stati Uniti. Come l'attentato alle Torri Gemelle – i cui risvolti rimangono per molti aspetti tutt'altro che chiari – generò a suo tempo delle conseguenze planetarie, altrettanto accade con l'insorgenza Covid, le cui ripercussioni sembrano però estendersi ben oltre l'indirizzo securitario e guerrafondaio che seguì all'11 settembre, e assumere una valenza più generale e un'incidenza più profonda. Non siamo in grado di affermare quale sia stata l'effettiva origine di eventi così straordinari, accomunati dalla manifesta, clamorosa inefficienza degli organismi civili e militari preposti alla prevenzione e al contrasto di simili catastrofi, organismi per altro forti di una potentissima dotazione di mezzi di previsione e intervento. Tuttavia, anche accettando le versioni ufficiali, non v'è dubbio che quegli eventi abbiano avviato una azione generale di contenimento e soluzione delle contraddizioni capitalistiche. Come dopo l'11 settembre, anche l'emergenza pandemica ha portato all'introduzione di elementi propri di una situazione di guerra.
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Non c’era un piano di uscita
di Robert Blumen
Robert Blumen: Sono passati due anni da quando ci dissero che dovevamo “abbassare la curva”
Robert Blumen è un ingegnere e giornalista americano che commenta su vari argomenti di economia e di politica. Mi è sembrato il caso di tradurre questo suo articolo apparso sul sito del “Brownstone Institute” perché è un interessante esercizio di logica su come è stata condotta la campagna anti-Covid negli ultimi due anni. Più esattamente, dovremmo dire “un esercizio di mancanza di logica.”
Blumen parla di molti dettagli, ma c’è un punto fondamentale che viene fuori dal suo articolo: Qual è la “strategia di uscita” dall’emergenza? Il problema è che questo punto di uscita non è mai stato detto chiaramente nella infinita serie di “precauzioni” che ci sono arrivate addosso negli ultimi due anni. Ed è lo stesso per i vaccini, che ci sono stati presentati come l’arma finale contro il virus, ma che chiaramente non lo sono. E se non c’è una strategia di uscita, quando mai potremo uscire dallo stato di emergenza?
Dice Blumen: “Mi ci è voluto del tempo per dare un nome a questa strategia. Ho optato per “soppressione”. La ragione fondamentale per cui la soppressione non è una politica è che non ha uscita. Perché una cosa funzioni deve funzionare entro un tempo limitato. Se le misure per rallentare la diffusione sono riuscite a rallentarla, allora che si fa? La natura di una via di uscita è la risposta alla domanda: “Cosa succede quando smettiamo di fare una certa cosa?” Se la risposta è “Si ritorna indietro a quello che succedeva prima”, allora non è una via di uscita.”
Una critica che si può fare a Blumen è che non considera esplicitamente quella che in effetti sembra essere stata la strategia che i governi hanno cercato di applicare: quella dei vaccini come “arma finale”. Con un vaccino efficace, c’era una strategia di uscita: valeva la pena rallentare la diffusione dell’epidemia fino a quando non sarebbe stato possibile vaccinare la maggior parte della popolazione. In teoria, questo avrebbe debellato il virus per sempre e per sempre.
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Allargare la NATO a est? Lezioni dalla Polonia. Editoriale
di di Francesco Galofaro
La crisi ucraina è una buona occasione per riflettere sull’identità e sul ruolo della NATO. Il 10 febbraio il suo segretario Jens Stoltenberg ha esposto la linea della “fermezza sui principi”; tuttavia, ha ricordato che sul tavolo dei negoziati vi sono nuovi briefing sulle esercitazioni militari e i temi della riduzione delle minacce nello spazio e in rete. La NATO non è disponibile a tornare allo status quo ante 1997 e ad accettare un qualunque limite alla propria “sfera di influenza”; allo stesso tempo, tenta un minuscolo passo verso la distensione propone scambi di informazioni e collaborazione che scongiurino incidenti militari. Il fatto è che, di fronte alle richieste della Russia, la NATO si dimostra una volta ancora un’istituzione decrepita, un fossile di quella guerra fredda che Washington in diversi contesti prova a riesumare. La NATO è sopravvissuta al nemico comunista e al momento tiene insieme due schieramenti diversi: anticinese e russofobo. La tattica imperiale americana è quella di spingere i due schieramenti in prima linea, manovrando entrambi. Nello specifico, russofobe, almeno ufficialmente, sono le repubbliche baltiche, Romania, Bulgaria, Regno unito e Polonia. Non sempre gli interessi dei due gruppi coincidono; soprattutto, talvolta l’orientamento di un Paese membro rispetto ai desiderata del socio di maggioranza può inaspettatamente cambiare.
Il caso polacco
In proposito, in questi ultimi giorni l’atteggiamento di Varsavia nei confronti della Russia, solitamente belluino, sembra insolitamente votato alla prudenza.
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Movimento e tempo in Aristotele (III parte)
La critica di Aristotele alla reificazione del tempo
di Franco Piperno
Continua la pubblicazione dei contributi di Franco Piperno dedicati alla questione del tempo e, in particolare, alla relazione sotterranea tra tempo comune e tempo scientifico. Questo rapporto era già stato indagato attraverso il racconto delle «due imprese di Pigafetta» (https://www.machina-deriveapprodi.com/post/le-due-imprese-di-pigafetta). Ora l’autore si rivolge alla fisica aristotelica per sviluppare una considerazione sulla nozione di tempo naturale, cioè fisico (Qui prima e seconda parte).
* * * *
1. L’«ora» come istante indivisibile e l’«ora» come presente
Il resoconto aristotelico del tempo come «numero del mutamento» non include la relazione temporale di simultaneità. D’altro canto un modo per venire al significato di «istante indivisibile» è tramite il concetto e l’annessa definizione di simultaneità; inversamente, data la nozione d’«istante», il «simultaneo» è ciò che accade allo stesso istante.
Anche in questo caso, soccorre l’analogia tra il punto e il segmento di retta – il punto geometrico, in se stesso indivisibile, di lunghezza nulla, non è un elemento ma piuttosto il limite del segmento; analogamente si possono individuare i concetti temporali corrispondenti. Tuttavia sarà bene avvertire che l’analogia va agita con prudenza; infatti, mentre la lunghezza di un segmento si presenta tutta intera alla volta, simultaneamente, l’intervallo temporale comporta che il suo inizio e la sua fine non siano simultaneamente presenti.
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Ucraina: la guerra americana
di Fosco Giannini
Dal “golpe” imperialista-fascista di Piazza Maidan al progetto di guerra Usa-Nato-Ue
Il mondo intero, l’Europa, l’Italia, nell’indifferenza generale e nella totale accidia delle forze “di sinistra”, pacifiste e a volte persino comuniste, sono sul baratro della guerra.
Di una guerra che da “regionale” (Russia-Ucraina) avrebbe tutte le carte in regola per divenire mondiale. Poiché un conflitto militare Ucraina, Usa, Nato, Ue da un lato e Russia dall’altro, difficilmente potrebbe vedere neutrale la Repubblica Popolare Cinese. L’incontro tra Putin e Xi Jinping di questi primi giorni di febbraio 2022, in occasione delle Olimpiadi cinesi sulla neve, incontro sfociato in un rafforzamento del patto – politico, economico, militare – tra Mosca e Pechino, dice chiaramente che la Russia non è sola e una guerra imperialista contro di essa non potrebbe lasciare indifferente la Cina.
Un immenso arsenale militare nordamericano è già stato inviato, in queste ultime settimane, in Ucraina. Migliaia di soldati americani sono già partiti verso l’Europa e l’Ucraina a sostegno della possibile guerra. E altre migliaia sono già stati allertati negli Usa per partire verso la Polonia e la Germania con destinazione finale Ucraina. Lunghe file di carri armati americani sono stati avvistati anche in Austria.
Il governo svedese, in funzione anti russa, ha minacciosamente collocato su Gotland, l’isola del Mar Baltico a 90 chilometri dalle sue coste orientali, il proprio esercito in assetto da guerra e mezzi corazzati da combattimento. Col Ministro della Difesa svedese che ha motivato tale spostamento militare con l’“esigenza di difendere la Svezia dal pericolo delle navi da sbarco russe che incrociano nel Mar Baltico”. Ha ragione Putin: l’isteria Usa si allarga a tutto l’Occidente.
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Dal totalitarismo mediatico all’ingegneria genetica
Ritorno su due anni di controllo dei corpi e delle menti
Traduciamo e pubblichiamo questo testo contenuto nell’edizione francese dell’opuscolo Contro i vaccini dell’ingegneria genetica, contro la sperimentazione biotecnologica di massa (potete trovare il pdf nella rubrica “materiali” del nostro sito).
Al di là di ogni certezza sull’origine del virus Sars-CoV-2 – salto di specie o fuga da laboratorio –, è fin troppo plateale che, dalla Cina agli USA, gli Stati hanno innescato i propri dispositivi di guerra: ad Est, chiudendo nell’immediato e tutt’ora intere province al minimo caso di contagio; ad Ovest, ricorrendo il più in fretta possibile a quei “vaccini” a m-RNA il cui sviluppo è storicamente legato alle ricerche del Pentagono sulla protezione dei soldati esposti ad agenti virali – e cogliendo l’occasione per sperimentare queste tecniche genetiche su centinaia di milioni di persone.
Ecco allora che, mentre si discute sulla “efficacia” e sulla “sicurezza” dei vaccini, «le porte sono ormai spalancate per l’ingegneria genetica, che ha già acquisito la legittimità per sviluppare la “medicina del futuro”, così come i colossali finanziamenti e il quadro legale e sociale necessari». Ecco allora l’unica domanda sensata: «come attaccare dei progetti così vasti di controllo e di artificializzazione della vita?».
L’ingegneria genetica è una tecnologia tanto radicale quanto quella del nucleare non soltanto perché attaccano entrambe gli elementi costitutivi della materia e della vita, disintegrando ciò che era fino ad allora considerato come “insecabile” (l’atomo o la cellula), ma anche perché in un caso come nell’altro non si tratta più di esperimenti in senso proprio, dal momento che non esiste più alcuna insularità del campo di sperimentazione e che il “laboratorio diventa coestensivo rispetto al globo”.
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