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Scienza senza Ragione
di Rino Frescatta
Abbiamo visto come grazie alla reificazione di oggetti teorici e alla fondazione di una nuova filosofia naturale si è imboccato un percorso di trasformazione della scienza in religione.
L’elaborazione di teorie allo scopo di “salvare i fenomeni”, cioè per dare una spiegazione di ciò che appare ai nostri sensi, si è trasformato nella ricerca delle leggi che regolano la realtà. La nuova religione scientifica, avendo bisogno di fedeli e sacerdoti, ha fondato la propria capacità di persuasione sulla tecnologia, come elemento separatore dei secondi dai primi.
Grazie alla didattica e alla divulgazione scientifica si è propagandata una visione miracolistica della tecnologia atta a fondare la fede scientista.
Non dovendo più organizzare razionalmente i fenomeni osservati, la nuova scienza può prescindere da essi. Così osserviamo nascere teorie prive di fenomenologia da spiegare, come la teoria delle stringhe, oppure teorie che negano la fenomenologia osservata, come ad esempio teorie che prevedono la non esistenza del tempo.
Quest’ultimo caso è emblematico in quanto invita gli esseri umani a non fidarsi dei propri sensi nemmeno per la conoscenza del mondo fisico e anzi li sprona ad affidarsi agli esperti e ad assoggettarsi al principio di autorità.
Un passo ulteriore
La sedicente scienza moderna è andata oltre le teorie senza fenomenologia o le teorie che negano la fenomenologia: ormai le teorie scientifiche possono fare a meno della razionalità.
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Due libri, un solo autore
di Sergio Bologna
I sociologi ci avevano abituato a guardare a fondo la stratificazione sociale, attenti a seguire le complesse frammentazioni e segmentazioni di un tessuto che dall’inizio del postfordismo si è fatto sempre più variegato, facendo saltare completamente la nozione stessa di “classe”.
Paolo Perulli nel suo libro Nel 2050. Passaggio al nuovo mondo, pubblicato da Il Mulino nel 2021, imprime una forte sterzata a questa tendenza e riprende a parlare per grandi aggregati, la neoplebe da un lato e la classe creativa dall’altro. Concetti che possono suscitare più di una perplessità ma che in realtà funzionano benissimo nella logica della sua argomentazione, che è tutta rivolta a costruire uno scudo contro il populismo, nemico non solo del confronto globale ma soprattutto del sapere. Il populismo esalta l’ignoranza, per mettere “il popolo esperto” ancora più ai margini di quanto già non lo sia. Quello che Perulli chiama la classe creativa non è tanto una fotocopia dell’idealtipo costruito da Florida quanto l’insieme delle persone che attraverso gli studi hanno acquisito competenze specifiche, specialistiche e che sono sottoposte a un continuo processo di svalorizzazione e delegittimazione – basti pensare a certi nostri dibattiti televisivi sul tema Covid dove vengono messi a confronto illustri scienziati con improbabili personaggi (cantanti, gestori di discoteche, blogger) che si permettono di discettare su virus e vaccini e di contestare i pareri dello scienziato. Se uno segue con un po’ d’attenzione la strategia comunicativa della Lega nota immediatamente come essa sia fondata sulla delegittimazione del sapere in quanto tale.
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Beni comuni e/o beni pubblici. Le molteplici culture politiche del nuovo corso del M5S
di Gerardo Lisco
Riceviamo e volentieri pubblichiamo
In questa estate torrida hanno tenuto banco sui media due tipi di notizie: i miracoli compiuti da Draghi e cioè la vittoria della nazionale di calcio, le quaranta medaglie alle Olimpiadi di Tokio fino ad una presunta crescita del PIL che dovrebbe raggiungere, addirittura, il 6%, e le polemiche ad arte, come quella alimentata da Durigon, finalizzate ad occultare i temi economici e sociali che interessano la carne viva degli italiani. Mi riferisco allo sblocco dei licenziamenti, alla riforma delle pensioni voluta dalla Fornero e da Monti, alla riforma degli ammortizzatori sociali con il passaggio dal welfare al workfare, al PNNR del Governo Draghi privo di una visione nazionale capace di tenere insieme i mezzogiorni d’Italia.
Insomma da mesi i media stanno costruendo una bolla mediatica che, più prima che poi, si sgonfierà e, proprio come è successo all’indomani della fine del governo dell’altro taumaturgo Monti, lascerà sul terreno morti e feriti: nel senso che vedremo ancora una volta politiche economiche di privatizzazione dei diritti sociali, crescita del divario tra aree sviluppate del Paese e aree arretrate (che non sono solo a Sud); politiche di “austerità espansiva”, crescita della disuguaglianza sociale, precarizzazione del lavoro e, con esso, dell’esistenza.
Al netto della bolla mediatica qualcosa di interessante su cui riflettere, però, c’è stata: mi riferisco all’ufficializzazione di Giuseppe Conte a capo del M5S.
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I no-vax devono morire (e dopo di loro gli altri)
Estremismo di centro e marginalizzazione del conflitto
di Niccolò Bertuzzi
Riceviamo e pubblichiamo volentieri questo contributo alla rubrica Green Passion che ci è stato inviato daNiccolò Bertuzzi, ricercatore in sociologia all'Università di Trento. Buona lettura!
Gli ultimi giorni di agosto hanno segnato una notevole escalation della violenza (o della sua percezione) nel campo di battaglia legato alla vaccinazione anti-Covid e alle politiche pandemiche. Diversi episodi che hanno avuto come protagonisti i cosiddetti no-vax / no green pass sono stati ampiamente notiziati dalle principali testate giornalistiche e dai notiziari nazionali: l’aggressione al giornalista di Repubblica avvenuta a Roma, gli scontri al gazebo dei 5Stelle a Milano, le minacce ricevute dal noto infettivologo Matteo Bassetti. Chiunque abbia frequentato qualche piazza in vita sua, sa bene che episodi simili sono 1) possibili, 2) minoritari e solitamente anche più “gravi”, 3) solitamente isolati, 4) volutamente notiziati con funzione stigmatizzante dai media. Questo avveniva ben prima delle mobilitazioni attuali: rappresentare questi eventi come anomali e clamorosi può piacere a certa stampa e a certo pubblico, e per certi versi può servire a una parte del movimento no vax / no green pass per rivendicare tali narrazioni in modo vittimizzante. Prima di procedere oltre e andare al cuore della questione, ci tengo a precisare che utilizzo in questo articolo il termine “No Vax” in maniera semplificatoria, ben consapevole – anche per ragioni di ricerca che sto svolgendo su questa popolazione – che si tratti di una realtà molto complessa. L’utilizzo di un’etichetta unilaterale nasconde ragioni diversificate e background socio-politici estremamente variegati. Il termine suona fin troppo simile a No Tav o No Tap, ma l’uso mistificato che ne viene fatto è molto più simile a quello di una definizione stigmatizzante come Nimby.
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Rapporto IPCC 2021: allarme globale
di Mario Agostinelli
Forse perché non tradotto in italiano e, quindi, più comodamente rimandabile alla nota stampa diffusa dall’IPCC e ripresa dalle agenzie, o anche perché, comprensibilmente, travolto dalla morte di Gino Strada e dall’Afghanistan in pieno Ferragosto, il Summary for policymakers, uscito il 7 Agosto, è rimbalzato e scomparso, nelle notizie sommarie e tutte uguali di media e quotidiani, come un annuncio scontato e di generale consuetudine.
Politicamente, questa sottovalutazione non fa che aumentare il disagio per la fase politica in corso, ancora capace di usare una pienezza di linguaggio ed analisi per la geopolitica, ma inadatta a trattare la crisi drammatica della biosfera.
Qui di seguito provo a recuperare le incresciose mancanze di informazione non trasferite alle popolazioni e la sensazione pressante che il tempo venga a mancare, che traspare nelle oltre 40 pagine che ho tradotto.
La situazione al 2020
Vado per punti:
1 Il contributo del Gruppo di lavoro al sesto rapporto di valutazione dell'IPCC sulla base delle scienze fisiche del cambiamento climatico fornisce un riassunto di alto livello della comprensione dello stato attuale del clima compreso il modo in cui sta cambiando, il ruolo dell'influenza umana, lo stato delle conoscenze sui possibili futuri climatici e le informazioni climatiche rilevanti per regioni e settori. Qualsiasi tentativo di negazionismo è messo fuori gioco. E’ ormai accertato che il cambiamento climatico si sta spostando sempre più verso i poli.
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Pro-vax e No-vax tra credo e fiducia: la cura per le divisioni sul vaccino è la cura alla fiducia sociale
di Elisa Moro
Il vaccino e la questione Green Pass ha acceso le più violente discussioni pubbliche e politiche. Dibattiti televisivi, editoriali, columnist di ogni sorta, opinionisti in televisione, articoli, video, influencer, post su Facebook: una quantità sterminata di luoghi in cui le posizioni contrastanti si scontrano all’ultimo sangue.
Questo fa parte della possibilità che offrono i social e internet in generale, di generare e condividere illimitatamente opinioni e informazioni nel quale l’utente si deve districare in solitudine. Ma questo fa anche parte della democrazia in cui viviamo, della forma che ha e il gioco di contrasti è l’essenza di qualsiasi discorso collettivo.
Ma che cosa succede quando i contrasti non hanno uno spazio comune di comprensione reciproca? Quando non c’è nessun mediatore all’orizzonte? Quando nessuno favorisce il dialogo ma c’è solo chi esacerba la divisione tirando fuori l’inflazionatissima separazione tra “noi” e “loro”?
Da quando la pandemia è iniziata, e in particolare i lockdown, c’è stata fin da subito una scissione tra salute fisica e psicologica, in una tensione costante tra il corpo individuale e quello collettivo, ma nessuno si è occupato della salute e del benessere psicoemotivo collettivo, tranne quando – giustamente – si è affrontato il tema del pericolo dell’aumento delle donne vittime di violenza chiuse in casa con i loro partner o la complicata gestione della vita familiare con i bambini e ragazzi in DAD e lo smartworking.
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Afghanistan, il lungo addio
di Prospettiva Marxista
Pubblichiamo sul nostro sito una prima valutazione da parte dei compagni di Prospettiva Marxista riguardo la situazione in Afghanistan, articolo di cui condividiamo pienamente il solido impianto e del quale ci preme mettere in risalto la serietà metodologica. Troppe volte in questi giorni, nel bel mezzo della tempesta mediatica, abbiamo avuto modo di leggere articoli, post o dichiarazioni – soprattutto di certa sinistra – in cui si è dato fiato, tanto fiato, alle trombe di una retorica autoconsolatoria e mistificante, fatta di parole come “disfatta”, “catastrofe”, “cacciata”, “umiliazione”, “resistenza” e tutto quello che un lessico tanto povero quanto la capacità di interpretare lucidamente i fatti, e quanto quella di non fare del desiderio il padre del pensiero, è stato in grado di sfornare. C’è anche chi ha definito come vittoria “anti-imperialista” l’avanzata, conseguente al ritiro delle truppe imperialiste USA e alleate, di una realtà politico-ideologico-militare, i talebani, che degli ultimi quarant’anni di contesa imperialista in Afghanistan è prodotto diretto. Non abbiamo di queste illusioni e soprattutto abbiamo tanta considerazione e rispetto per la nostra classe da non propinargli la stanca riproposizione di schemi – buoni per tutte le stagioni e che non necessitano di un grande sforzo di analisi né della necessaria prudenza interpretativa – che la dinamica del capitalismo nell’ultimo secolo ha reso obsoleti. Di una cosa siamo certi, l’imperialismo ha orrore del vuoto e l’Afghanistan non si è certamente emancipato dal dominio imperialista con il ritiro dell’imperialismo americano e la conseguente ascesa talebana. L’imperialismo americano ha lasciato la presa, ma l’imperialismo continua a tenere ben saldi i suoi artigli – per ora per il tramite dei talebani – su un paese martoriato, la cui vera emancipazione è ormai nelle sole mani del proletariato internazionale. La sola classe anti-imperialista.
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La trasformazione silenziosa: il pensiero occidentale e quello cinese
di François Jullien*
Pubblichiamo in collaborazione con Feltrinelli editore un estratto da Essere o vivere di François Jullien
Chiamerò trasformazione silenziosa una trasformazione che avviene senza rumore, della quale dunque non si parla. Silenziosa in due sensi: avviene senza preavviso, non si pensa nemmeno di parlarne. La sua impercettibilità non rientra nell’ordine dell’invisibile, al contrario si produce in modo manifesto, sotto i nostri occhi, a poco a poco. Però non si nota, per due ragioni connesse: perché è contemporaneamente globale e continua, non si distingue mai a sufficienza, in un punto o in un altro, o da un momento all’altro, per poter introdurre una rottura che possa fissare la nostra attenzione.
Oserei dire che non si distingue mai abbastanza per poterla distinguere. Visto che tutto vi si trova coinvolto e che essa si produce nella durata, non c’è nulla che assuma un rilievo sufficiente per farla emergere. Quando infine emerge, la si coglie e se ne parla come di un risultato.
Perciò questa trasformazione sarà definita non invisibile, ma “silenziosa”: non è isolabile, non è localizzabile e si confonde con il suo svolgimento. La vista è il senso del discontinuo e del locale: le palpebre si aprono e si chiudono come una tenda che si alza e si abbassa; l’udito è il senso della continuità. Si dice “tapparsi le orecchie”, ma non si può chiudere un orecchio: non si ascolta più, ma si intende ancora. Analogamente, si guarda necessariamente da una parte e dall’altra, si guarda un aspetto o un altro, sempre parzialmente e localmente, ma si ascolta globalmente; mentre la vista, proiettandosi al di fuori, si porta momentaneamente su un punto o su un altro, l’orecchio è quell’imbuto o cornetta che raccoglie costantemente da tutte le parti.
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Green pass, scienza, stato, piazze contro il green pass
Lettere (di segno contrastante) alla nostra redazione
di Il Pungolo Rosso
La nostra presa di posizione contro il green pass, opposizione motivata a modo nostro, ha suscitato reazioni critiche di segno contrastante. Per dirla in modo sommario: da un lato la critica di essere stati troppo tranchant nei confronti delle piazze no green pass; dall’altra – invece – di aver avallato in qualche modo il sentimento e l’attitudine che da quelle piazze emana, ed è pericoloso per l’autodifesa della salute da parte dei lavoratori. Ma non solo di questo si sono occupate le lettere che abbiamo ricevuto, sollevando – tra l’altro – anche la questione essenziale dell’attitudine da avere nei confronti della scienza, dell’industria farmaceutica e delle istituzioni che stanno monitorando il procedere della pandemia.
Abbiamo deciso di rendere pubbliche tre di queste lettere, la prima del compagno Alessandro Mantovani, la seconda dei compagni e compagne del Csa Vittoria di Milano, la terza di un compagno di Marghera, perché con la nostra presa di posizione abbiamo solo cercato di dare delle coordinate, delle indicazioni di fondo per una politica di classe in grado di contrapporsi all’iniziativa borghese su questo terreno, e non pensiamo affatto di avere detto l’ultima parola. Una pretesa del genere sarebbe tanto più sciocca quanto più la situazione è in continua evoluzione, a scala nazionale e internazionale: per quello che concerne la pandemia, per l’intreccio tra pandemia e crisi strutturale del sistema, per le decisioni del padronato e del governo Draghi (e degli altri governi) collegate a questa evoluzione, ed infine per le risposte di lotta a queste decisioni.
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Destino manifesto
di Franco Bifo Berardi
Recentemente, parlando della disfatta di Kabul, in un empito retorico mi è capitato di scrivere che gli USA sono finiti, perché il paese non ha un presidente, dato che Biden, se mai è esistito, è stato annichilito dalla gestione della ritirata. Perché non ha un popolo ma due e in guerra tra di loro. Perché gli alleati se la stanno squagliando, perché la Cina sta vincendo la battaglia diplomatica e anche la competizione economica.
Tutto vero, ma ho dimenticato una cosa non secondaria: l’America è anche un complesso tecno-militare che dispone di una potenza distruttiva capace di distruggere il pianeta e di eliminare il genere umano non una ma molte volte. E si sta anche rendendo capace di avviare l’evacuazione di una piccola minoranza di umani dal pianeta terra, per andare dove non si sa.
La disfatta afghana segna il punto di svolta di un processo di disgregazione dell’occidente i cui segnali si sono accumulati nei due decenni passati.
Uso qui la parola Occidente per intendere una entità geopolitica che corrisponde al mondo culturale giudeo-cristiano (e comprende quindi la stessa Russia).
Forse il capitalismo è eterno, (ipotesi da verificare se ne avremo il tempo ma non credo l’avremo). L’Occidente no. E purtroppo il complesso tecno-militare di cui l’Occidente dispone, e che continua ad alimentare nonostante la sua capacità di overkill, non risponde alla logica della politica, ma è un automatismo che risponde alla logica della deterrenza che un tempo aveva carattere bipolare e simmetrico mentre dopo il crollo dell’URSS ha carattere multipolare, asimmetrico e quindi interminabile. Inoltre il complesso tecno-militare è anche una potenza economica che deve produrre guerra per potersi riprodurre.
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Unire i comunisti, incendiare l’autunno!
di Fosco Giannini
Gli USA di Joe Biden stracciano violentemente, irridendola, la bandiera della lotta imperialista alla Donald Trump, tutta guerre doganali e neo-protezionismo, e fanno di nuovo garrire nel vento planetario quella della minaccia militare, dell’aggressione diretta alla Russia e alla Cina, della messa in campo delle truppe USA-NATO-Ucraina per la conquista del Donbass e della Crimea, con i marines collocati direttamente sul fronte russo, per una guerra “regionale” come premessa inevitabile e preventivata alla guerra mondiale.
Qualcuno può credere davvero, infatti, che un’eventuale e sempre più cercata, da Biden, guerra Ucraina-Russia, con gli USA e la NATO a dirigere le operazioni a Kiev, circoscriverebbe il fuoco in Crimea, nel Donbass, con una Cina, sul fronte antimperialista, silente e un Giappone, sul fronte filoamericano, dormiente?
Di nuovo risuonano ora, drammaticamente, come ai tempi delle guerre in Vietnam, in Jugoslavia, in Iraq, in Libia, in Siria, in Afghanistan, le parole dense di denuncia e apprensione che pronunciò il presidente Dwight Eisenhower, nel suo discorso di saluto alla nazione il 17 gennaio 1961, quando, attraverso le radio e le televisioni, si rivolse al popolo americano e ai popoli del mondo avvertendoli del pericolo immane, per la pace mondiale, rappresentato dal “complesso militare-industriale” americano e dalla sua fame di guerra.
Con l’espressione complesso militare-industriale-politico, coniata proprio in quello storico discorso di commiato, Eisenhower si riferiva all’intreccio inestricabile di affari e interessi tra i gruppi del capitalismo industriale militare americano, gli Stati ove queste industrie erano e sono tuttora collocate, le più alte gerarchie delle Forze Armate americane e gli influentissimi rappresentanti politici di questo fronte all’interno del Congresso, del Parlamento americano.
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Europa: tra sovranismo e a-democrazia*
di Alfonso Gianni
Non si può proprio dire che il cammino sulla strada che deve percorrere la Conferenza sul futuro dell’Europa, che dovrebbe concludere il suo tragitto nella primavera del 2022, sia cominciato sotto una buona stella. L’esplosione della pandemia ne aveva ritardato gli inizi. Finalmente il 10 marzo scorso era stato dato il segnale di partenza sulla base di una dichiarazione comune dei presidenti del Parlamento europeo e del Consiglio europeo, rispettivamente David Sassoli e Antonio Costa, e della presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen. I prodromi della Conferenza vanno ricercati nel tentativo di Valery Giscard d’Estaing, nella sua qualità di presidente della Convenzione europea (2002-2003), di elaborare un progetto di Costituzione europea, nella forma di un Trattato, che venne però affossato dal no nei referendum tenutisi in Francia e nei Paesi Bassi. In seguito si giunse alla firma del Trattato di Lisbona (2007) che distinguendo con puntualità le competenze fra Stati membri e la Ue, di fatto si frapponeva a una possibile direzione verso un’unione di tipo federale.
L’iniziativa della Conferenza ha in tempi più recenti ripreso le mosse sempre a partire dalla sponda francese. Emmanuel Macron si è molto attivato in questo senso anche perché la Conferenza dovrebbe concludersi proprio quando la presidenza della Ue verrà assunta dalla Francia. Le modalità di discussione presentano effettivamente delle novità.
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Sul Movimento 5 Stelle
di Alessandro Testa
"Reputiamo che il M5S sia, come il materialismo storico ci insegna, il frutto naturale e spontaneo di una specifica situazione venutasi a creare in un’Italia frastornata dal crollo del PCI, da Mani Pulite, dal berlusconismo e dall’ipocrita farsa della “sinistra” rappresentata dal PD"
Premessa
Nello stagnante panorama politico italiano degli ultimi vent’anni, caratterizzato dalle sempiterne e ipocrite manfrine del “partito unico liberista”, è indubitabile come il Movimento 5 Stelle segni un momento di discontinuità importante e degno di un’analisi approfondita, che cerchi di individuare le ragioni profonde della sua nascita e del suo successo ma anche quelle della sua tumultuosa evoluzione e degli innegabili segnali di “mutazione genetica”, e persino di incipiente sgretolamento, che esso sta manifestando da qualche tempo.
Il Movimento 5 Stelle, fedele alla nota frase impropriamente attribuita a Renè Descartes “Natura abhorret a vacuo”, ha senza alcun dubbio avuto il merito di colmare quel vuoto che la politica italiana ha scavato così profondamente nel corpo sociale, pervaso da disillusione, disinteresse, sfiducia e ira nei confronti di tutto ciò che odori anche lontanamente di “partito”.
Perciò, giova ripeterlo, più che di irrisione e demonizzazione quello di cui ci sarebbe davvero bisogno è lo spassionato sforzo di analisi e comprensione che queste brevi righe si propongono forse immodestamente di sviluppare, nella speranza di aprire un dibattito che sia fecondo di confronti dialettici e arricchimento comune per chi interpreta la politica non come mero gioco di potere ma come massima espressione del sentire sociale dell’essere umano.
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Cina: la Nep è finita?
di Leonardo Masella
Di recente è apparsa sui nostri giornali la notizia che la Cina sta rinazionalizzando le aziende che erano state privatizzate con le riforme di Deng. E’ stata l’occasione per i liberisti di casa nostra per esprimere la loro preoccupazione e per alcuni comunisti (sempre di casa nostra) per esultare per la “fine della Nep”. Hanno ragione i liberisti a preoccuparsi, hanno torto i compagni ad esultare.
Hanno ragione i liberisti a preoccuparsi, insieme a tutti coloro che hanno sempre sostenuto che le riforme economiche denghiste avrebbero portato la Cina al capitalismo. Questa notizia mi conferma infatti nell’idea che in Cina lo Stato e quindi il partito comunista non hanno mai perso il controllo dell’economia, cosa che avvenne peraltro anche per la Nep di Lenin, diversamente dalle grandi privatizzazioni russe di Eltsin. E ciò è avvenuto anche quando con le riforme economiche denghiste il governo cinese lasciò creare alcuni colossi privati.
D’altra parte sbagliano ad esultare certi comunisti un po’ dogmatici che hanno sempre mal sopportato le riforme denghiste e hanno sempre sperato in un ritorno indietro verso uno statalismo pressochè integrale come c’era prima della fine dell’Urss, anzi causa principale della stagnazione economica e della insoddisfazione popolare che è stata la ragione principale del crollo economico-politico dell’Urss.
In Cina, dalle notizie che per il momento apprendiamo dalla stampa occidentale, non stanno per niente superando la Nep o l’economia di mercato (che è sempre stata controllata e diretta dallo Stato), ma stanno contrastando e superando lo strapotere che stavano assumendo alcuni colossi privati.
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Il governo del Regno Unito ha basato la gestione della pandemia COVID su presupposti errati
di Covid19 Assembly
Una lettera aperta alle autorità politiche e sanitarie della Gran Bretagna firmata da 133 medici, infermieri, paramedici e ostetriche
All'attenzione di Mr Boris Johnson, Prime Minister - Ms Nicola Sturgeon, First Minister for Scotland - Mr Mark Drakeford, First Minister for Wales - Mr Paul Givan, First Minister for Northern Ireland - Mr Sajid Javid, Health Secretary - Dr Chris Whitty, Chief Medical Officer - Dr Patrick Vallance, Chief Scientific Officer.
Scriviamo come medici, infermieri e altri professionisti sanitari preoccupati della situazione, alleati e senza alcun interesse personale. Al contrario, così facendo affrontiamo un rischio personale per quanto riguarda il nostro posto di lavoro e/o la possibilità di essere personalmente “infangati” da coloro che, inevitabilmente, non gradiranno la nostra presa di posizione.
Abbiamo deciso di scrivere questa pubblica lettera perché è diventato evidente che:
Il governo (con questo intendiamo il governo britannico e i tre governi/amministrazioni decentrati e i consulenti governativi associati e le varie agenzie, come CMO, CSA, SAGE, MHRA, JCVI, i servizi della sanità pubblica, Ofcom ecc, di seguito indicati con “voi” o il “governo”) ha basato la gestione della pandemia COVID su una serie di presupposti errati.
Questi presupposti vi sono stati fatti notare da numerosi individui e organizzazioni.
Non siete riusciti ad impegnarvi nel dialogo e non mostrate alcun segno di volerlo fare. Avete tolto alla gente i diritti fondamentali e alterato il tessuto della società praticamente senza alcun confronto parlamentare. Nessun ministro responsabile della politica è mai apparso su un qualsiasi canale mediatico tradizionale in un dibattito adeguato con chiunque avesse opinioni opposte.
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L’Afghanistan nella morsa dello “scontro di civiltà”
di Eros Barone
Nel profluvio di commenti generati dal ritiro delle forze militari degli USA e della NATO dall’Afghanistan e dalla conseguente vittoria dei talebani raramente è stato posto a tema, anche solo ai fini di un confronto, l'intervento militare sovietico che ebbe luogo nel 1979 e che durò fino al 1989. Tale intervento, a differenza dell’invasione dell’Afghanistan attuata nel 2001 dall’imperialismo statunitense e dai suoi alleati occidentali, non solo derivava legittimamente da uno specifico trattato di amicizia e di cooperazione stipulato dai due rispettivi governi, ma poggiava altresì su un movimento democratico e popolare autoctono, il cui rappresentante più autorevole, ancor oggi ricordato con rispetto dalla popolazione di Kabul, era Mohammed Najibullah, ultimo presidente progressista del paese. Membro del Partito democratico popolare dell’Afghanistan (People’s Democratic Party of Afghanistan, Pdpa) dalla fine degli anni ’60, egli aveva diretto a lungo la polizia segreta, prima di essere messo a capo dello Stato nel 1986. Dopo il ritiro delle forze sovietiche nel 1989, Najibullah resistette al potere ancora per tre anni.
Come è noto, durante la guerra fredda i sovietici sostenevano Kabul, mentre gli Stati Uniti e il Pakistan appoggiavano i ribelli. Oggi, altre preoccupazioni hanno portato gli Stati Uniti ad abbandonare l’Afghanistan consegnando ai talebani, che essi non hanno mai smesso di sostenere sotto banco, una classe dirigente formata per la maggior parte dalle stesse personalità che lavoravano per Najibullah.
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Visco, Draghi e il Recovery Plan: un ottimismo ingiustificato
di Ernesto Screpanti
Un’ondata di ottimismo sta travolgendo l’Italia: La vittoria sulla pandemia covid è a portata di mano, l’economia è in forte ripresa, il governo è il migliore possibile e fa politiche keynesiane espansive aiutato dalla BCE e dalla Commissione Europea, dalla quale sta per arrivare “una pioggia di soldi”. “Nulla sarà più come prima”, e nel clima millenaristico tutte le nefandezze del neoliberismo sembrano definitivamente cancellate.
Non voglio essere un pessimista a ogni costo, e non dirò che queste speranze sono proprio tutte infondate. Mi sarà concesso però esprimere almeno qualche dubbio da economista. Cosa che farò articolando un discorso in quattro parti.
Innanzitutto presenterò alcuni dati statistici per spiegare cosa è accaduto all’economia italiana durante la crisi covid e cosa sta accadendo nel rimbalzo; in secondo luogo presenterò una sintesi delle politiche economiche del governo italiano e di quelle della BCE e della Commissione Europea; in terzo luogo esporrò le valutazioni del Governatore della Banca d’Italia, Visco; infine avanzerò una critica all’eccesso di ottimismo che trapela da quelle valutazioni.
Ho scelto di concentrarmi sul punto di vista che emerge dalle Considerazioni Finali del Governatore perché è quello della vera classe dirigente italiana e del capo del governo, Draghi, ma il Governatore lo esprime rigorosamente senza nessuna concessione alla ricerca del consenso popolare.
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Green pass: il banchiere del diavolo ha un piano: divide et impera!
di Fabio Pasquinelli*
Le strategie del governo bio-politico del capitale nel contesto dell’emergenza sanitaria
Quando mi è stato chiesto di scrivere in merito alle politiche di contrasto dell’epidemia di COVID-19 in Italia, lo ammetto, ho avuto qualche perplessità, dovute alla complessità della questione e alle ricadute sociali, prima ancora che politiche, relativamente all’informazione manipolata su questo tema. Come tutti i miei concittadini ho vissuto un lungo periodo di solitudine, sofferto problemi economici per nulla attenuati dalle misure assistenziali attuate dai governi Conte e Draghi, riflettuto su ciò che mi è stato confusamente e contraddittoriamente comunicato dalle fonti governative, dagli organismi tecnico-scientifici e dai mass media. Persino i dati, i numeri, devono essere interpretati in ragione della scelta discrezionale di chi ne attua la raccolta e la diffusione, in ragione di come sono stati elaborati, scelti e qualificati. Il tema è, pertanto, delicato e non sarò certamente io a possedere la verità. Anche per questa ragione, avendo cura di informarmi (un minimo) senza pregiudizi, di conoscere a grandi linee la differenza tra vaccini a vettore virale e vaccini a nanoparticelle RNA messaggero, ho deciso di sottopormi, consapevolmente, a questa importante sperimentazione vaccinale, che sta testando su larga scala una terapia derivata da anni di ricerche scientifiche e finalizzate alla prevenzione e alla cura di malattie genetiche e oncologiche.
Dai primi risultati della campagna vaccinale possiamo trarre alcune utili informazioni che, per quanto ancora parziali, potremmo definire confortanti: il numero degli effetti collaterali a breve termine sui vaccinati è minimo e la terapia previene l’insorgere di sintomi; ovvero, quando non dà una copertura ottimale sulle varianti, mette comunque al riparo da patologie gravi nella maggior parte dei casi. Tuttavia, non produce immunità di gregge così come ci era stato prospettato in precedenza, in quanto anche le persone vaccinate possono essere infettive verso gli altri, né più né meno dei non vaccinati asintomatici.
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A che punto è la notte? Appunti per un compendio dell’emergenza pandemica in Italia (agosto 2021)
di Roberto Salerno*
Dopo diciassette mesi in cui si sono rincorsi provvedimenti surreali e terrori a singhiozzo è diventato complicato capire di cosa si stia discutendo quando ci si imbarca in dibattiti e considerazioni sulla pandemia provocata dal SARS-CoV-2. Del resto, in questo periodo non esiste un solo aspetto della nostra vita che non sia stato messo sotto stress dalla pandemia, e dipanare il groviglio sempre più spesso appare impresa improba.
Quello che segue è un tentativo – sintetico ma ci si augura non superficiale – di rendere più chiari gli argomenti di discussione, che ovviamente restano inesorabilmente intrecciati. L’elenco non vuole essere esaustivo ma piuttosto offrire un punto di partenza dal quale provare ad affrontare i vari temi inerenti alla pandemia. Laddove possibile si sono richiamate le evidenze a favore delle affermazioni, ma naturalmente l’elenco sconta il punto di vista altamente critico nei confronti degli interventi messi in atto dalle classi dirigenti.
1. Il virus
Il motivo per cui il virus ha fatto – e rischia di continuare a fare – tanti danni non è nella sua pericolosità intrinseca ma va ricercato nella risposta dei sistemi politici e sanitari. Se prescindesse da questi ultimi, il rapporto tra il numero dei morti e il numero dei contagiati sarebbe simile in qualsiasi contesto e per qualsiasi classe d’età, cosa che sappiamo essere lontana dal vero.
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Afghanistan: una disfatta storica degli Stati Uniti e dell’Italia. E ora?
di Tendenza internazionalista rivoluzionaria
1. Sconfitta, disastro, debacle, agghiacciante fallimento, vergognosa ritirata, una catastrofe dei nostri eserciti e dei nostri valori, una disfatta peggiore di quella subita da parte dei vietcong mezzo secolo fa: una volta tanto, la stampa dei regimi occidentali, detti comunemente democrazie, non ha indorato l’amarissima pillola che i signori della guerra di Washington&Co. hanno dovuto deglutire in questi giorni.
Molti commentatori sono sorpresi. Non riescono a spiegarsi come i sistemi militari, gli apparati di intelligence e la diplomazia di una coalizione così potente hanno fallito davanti ad un “gruppo insurrezionale” (i talebani) di qualche decina di migliaia di guerriglieri, che non aveva dietro di sé nessuna grande potenza né chi sa quale addestramento militare, dotato di un armamento in alcun modo paragonabile a quello dei volonterosi carnefici della Nato. È la sorpresa che colpisce metodicamente i guru della geopolitica, convinti come sono – per la loro ottusa ideologia – che la tecnologia bellica, il denaro e i servizi segreti decidano di tutto, e che nelle vicende della storia le masse sfruttate e oppresse contino zero.
Invece hanno vinto i talebani afghani. E l’impatto internazionale della loro vittoria è enorme. Perché, come ha osservato Mosés Naím, “incoraggerà tutti gli avventurieri [coloro che non si inginocchiano ai comandi statunitensi – n.] a sfidare il potere americano, intaccherà la fiducia degli alleati negli Usa, e rafforzerà la convinzione dei rivali autocratici come Cina e Russia di possedere un modello superiore alle democrazie”.
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Governamentalità pandemica: emergenziale, emotiva, scientifica, algoritmica
di S. Boni
Riceviamo e pubblichiamo volentieri queste riflessioni. Particolarmente pertinente – e prospettica – ci sembra l’analisi della “scatola nera” algoritmica come macchina cibernetica di comando e di governo, vero motore della ristrutturazione economica, politica, sociale e sanitaria in corso
Le forme di governo che sono emerse con la gestione della pandemia aggiornano e rafforzano dinamiche di stili di governo presenti ma non centrali nella configurazione neoliberale del governo, caratteristica degli ultimi decenni. Tramite l’emergenza sanitaria quelle che sono state sotto-tracce hanno assunto un nuovo vigore, tanto da delineare un nuovo modo di governare che rischia di caratterizzare il prossimo futuro. Ha senso esaminarne i presupposti e le logiche sottostanti perché come ogni forma di governo, costruisce una immagine di sé come necessaria e indispensabile, benefica, anzi salvifica, indispensabile per la pacifica continuazione dell’ordine, paladino della sicurezza. In questo processo irradia rappresentazioni che tendono a soprassedere sulla problematicità delle sue azioni che invece, come cittadini, ci riguardano.
L’epoca pandemica ha segnato una discontinuità nell’arte del governo. Se il neoliberalismo ha messo a profitto individui coraggiosi, autonomi e liberi, imprenditori inclini al rischio, fermamente credenti nella auto-determinazione della scelta e realizzati nel consumismo confortevole; il governo emergenziale genera persone impaurite e prone ad auto-limitarsi, annoiate e dipendenti da sussidi, tese innanzitutto a proteggere la propria nuda vita e pronte a sacrificarsi per eliminare insicurezze. Se durante il neoliberismo si teorizzava la drastica riduzione dei tentacoli burocratici statali ma anche dell’offerta di servizi sociali, la gestione pandemica ricolloca lo Stato al centro, sia nelle sue interferenze coercitive che nei suoi sussidi.
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Per una definizione del concetto di struttura in Althusser
di Bollettino Culturale
È importante richiamare l'attenzione sulla novità del concetto althusseriano di modo di produzione, poiché la corrente althusseriana era impegnata nella sua costruzione e non nella ripresa del classico concetto marxista di modo di produzione. Possiamo vedere questa differenza nel concetto althusseriano di modo di produzione in relazione al concetto marxista classico, poiché il primo designa qualcosa di più comprensivo della configurazione del sistema economico (natura dei rapporti di produzione, stadio di sviluppo delle forze produttive).
Riguardo alle caratteristiche del concetto marxista classico di modo di produzione, si può dire che esso esprime, in primo luogo, una relazione tra struttura e sovrastruttura e, in secondo luogo, il ruolo determinante della struttura e il ruolo subordinato della sovrastruttura all'interno della totalità sociale. Nel suo noto testo del 1859, Prefazione a Per la critica dell'economia politica, Marx stabilisce che l'insieme dei rapporti di produzione, che corrispondono ad un certo grado di sviluppo delle forze produttive, costituiscono la struttura economica della società. Sotto questa base reale sorge una sovrastruttura giuridica e politica alla quale corrispondono certe forme sociali di coscienza. Il modo di produzione della vita materiale condiziona il processo della vita sociale, politica e intellettuale. Le forze produttive della società, ad un certo stadio del loro sviluppo, entrano in contraddizione con i rapporti di produzione esistenti (e con la loro espressione giuridica: i rapporti di proprietà).
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La dura lezione dell’Afghanistan
di Michele Castaldo
Faccio una premessa: scrivo per chi è disposto a capire, ben sapendo che la stragrande maggioranza non vuol capire come chi vuole credere in dio. E non mi preoccupo più di tanto perché i fatti si stanno incaricando di imporre certe verità impensabili fino al giorno prima. Ciò detto, sono costretto a fare una seconda premessa, riportando quello che diceva Winston Churchill, cioè che la guerra è innanzitutto una guerra di bugie, se proprio bisogna dire una verità è necessario immergerla in una selva di bugie. Col risultato di sfocarla a tal punto da renderla innocua e perciò incredibile.
Se oltre a certe immagini, come quelle di migliaia di persone che fuggono verso l’aeroporto di Kabul, assaltano l’aereo per sfuggire alla furia dei talebani, volano parole grosse come « Catastrofe », « Disfatta », « La fine peggiore », « I lupi sono entrati nelle città », « Si salvi chi può », « Una macchia sulla storia dell’Occidente », oppure « abbiamo sbagliato tutto », « Fuga da Kabul », e così via, vuol dire che
la batosta è seria, e come tale è avvertita anche, ma forse soprattutto, perché gli effetti non sono quelli immediati, ma quelli successivi, ovvero quel che si metterà in moto con la cacciata ingloriosa degli occidentali dopo venti anni di vergognosa e criminale aggressione.
Gli imperialisti sono sorpresi per l’azione repentina dei talebani che in pochi giorni sono arrivati a Kabul. Ma la rivoluzione sorprende sempre, financo i rivoluzionari, figurarsi chi si augurava una uscita meno ingloriosa e un patteggiamento con i probabili nuovi governanti di quel paese.
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L’inumana transizione tecnologica
di Giacinto Mascia
Con questo testo, il mio amico Giacinto comincia la sua collaborazione con il blog Pensieri Provinciali
Nel suo libro “The Great Reset” Klaus Schwab, fondatore del World Economic Forum di Davos ha scritto che «siamo sull’orlo di una rivoluzione tecnologica che cambierà radicalmente il modo in cui viviamo, lavoriamo e ci relazioniamo gli uni con gli altri. Per scala, portata e complessità, la trasformazione sarà diversa da qualsiasi cosa l’umanità abbia mai sperimentato prima» [1]. È meglio analizzare in modo più circostanziato il peso delle affermazioni di Schwab e pertanto ricorriamo ad alcuni lavori precedenti.
In un suo recente lavoro, prof. Sapelli, illustra gli aspetti travolgenti che la società contemporanea sta affrontando di fronte alla nuova fase di rivoluzione industriale, fase completamente diversa rispetto al passato [2]. Infatti l’attuale conversione dei processi industriali, insieme con le nuove tecnologie, si differenzia radicalmente dalle precedenti. Scrive Sapelli che finora abbiamo assistito a mutamenti senza dubbio profondi e l’attuale modello di economia finanziarizzata sta continuando a saccheggiare il sistema lavoro e le società, tuttavia il meccanismo di distruzione creativa di schumpeteriana memoria viene adesso sostituito da qualcosa di molto diverso. Infatti «il nuovo ciclo di Kondratiev che si avvicina ha talune caratteristiche prima sconosciute. Pone all’ordine del giorno la creazione diffusa di sistemi naturalmente complessi e stratificati quanto a tecnologie di intelligenze artificiali che producono a loro volta intelligenze. È come se si elevasse l’Itc all’ennesima potenza. Le stampanti 3D, con la meccanica per addizione e non per estrusione che ne deriva grazie all’uso del laser, sono solo l’inizio. Il seguito saranno i robot isomorfi, omeostatici tanto con il corpo umano quanto con il mutare delle macchine e dell’ambiente in cui sono immersi» (p. 68).
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Lenin e “la questione economica fondamentale”
Dai Quaderni sull’imperialismo al Saggio popolare
di Eros Barone
«…le alleanze “interimperialistiche” o “ultraimperialiste” non sono altro che un “momento di respiro” tra una guerra e l’altra, qualsiasi forma assumano dette alleanze, sia quella di una coalizione imperialista contro un’altra coalizione imperialista, sia quella di una lega generale tra tutte le potenze imperialiste. Le alleanze di pace preparano le guerre e a loro volta nascono da queste…».
Lenin, L’imperialismo.
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Genesi della categoria leniniana di imperialismo
La categoria concettuale di imperialismo ebbe largo corso, nella letteratura politica di diverso colore, a partire dall’inizio del Novecento, ma essa veniva adoperata prevalentemente per indicare i caratteri dell’azione politica. Bisogna giungere all’opera del socialdemocratico Rudolf Hilferding, Il capitale finanziario, 1 perché venga individuata nella formazione del capitale finanziario, in quanto fusione del capitale bancario con il capitale industriale fondata sulla preminenza del primo, la causa strutturale del fenomeno politico dell’imperialismo. Sennonché, come osserverà Lenin nei suoi appunti sull’imperialismo (pubblicati sotto il titolo di Quaderni sull’imperialismo), 2 Hilferding ignora o quasi la spartizione del mercato mondiale che viene operata dai trust internazionali, ignora il rapporto tra il capitale finanziario e il formarsi di un ceto parassitario che vive di reddito azionario, ignora i nessi tra lo svilupparsi dell’imperialismo e il sorgere dell’opportunismo nel movimento operaio. 3 Insomma, non gli sono chiare tutte le conseguenze politiche dei processi strutturali che egli è nondimeno il primo ad indagare in modo organico.
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