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conflitti e strategie 2

Elementi di teoria delle crisi economiche

di Gianfranco La Grassa

new york city 559753 1920 1024x7571. Dovrei essenzialmente parlare della crisi del 1929. E’ ovvio che ogni avvenimento storico ha una sua singolarità specifica e va inquadrato nell’epoca del suo verificarsi. Do però per scontata la conoscenza di tutto il “contorno” storico della crisi del 1929, solitamente considerata la più grave delle crisi che comunque, in forme e con intensità diverse, coinvolgono il nostro sistema sociale detto capitalistico e ne arrestano il tendenziale sviluppo. Per larga parte del 1800, nell’epoca del capitalismo detto di concorrenza, le crisi erano fenomeni verificantisi all’incirca ogni 8-10 anni con caratteristiche molto simili fra loro. Negli ultimi decenni, in specie dopo la seconda guerra mondiale, la situazione di crisi appare meno regolare nelle sue cadenze e nelle sue forme di manifestazione, ma ciò non esclude che si cerchi sempre di cogliere le caratteristiche comuni di fenomeni diversi, comunque appartenenti alla “classe” di quegli accadimenti in grado di interrompere lo sviluppo capitalistico e di provocare anche, come appunto nel caso del 1929, netti arretramenti produttivi accompagnati da gravi sconvolgimenti dei circuiti economici e finanziari, e da sconquassi sociali di notevoli proporzioni con le loro brusche ricadute politico-istituzionali (per tutte si pensi all’ascesa del nazismo nel 1933, non certo causata dalla crisi ma senz’altro da questa favorita).

Prima di entrare direttamente nel discorso sulla crisi, con riferimento particolare a quanto accadde nel 1929 e anni successivi, voglio ricordare – poiché ciò avrà una sua utilità in seguito – la possibilità di catalogare tale fenomeno in due tipologie fondamentali. La prima trova la sua principale esemplificazione nel periodo 1873-96; si tratta di una sostanziale (lunga) stagnazione, non di un vero e proprio brusco tracollo economico-finanziario.

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lafionda

L’attualità del socialismo: Un problema storico-teorico

di Pasquale Serra

guttuso 2La struttura di classe della società italiana che la quarantena ha oggi evidenziato in tutta la sua virulenza e drammaticità, non nasce, ovviamente, con la quarantena stessa, perché essa era già squadernata, e pienamente visibile, sin dalla metà degli anni Ottanta del Novecento, se non da ancora molto prima. Così come, d’altronde, erano squadernati, e pienamente visibili, alcuni mutamenti radicali (dei veri e propri rovesciamenti) avvenuti, all’interno di essa, nei riferimenti sociali di destra e sinistra. Lo segnalava già Franco De Felice nella sua ultima, grande, opera, pubblicata nel 1996 per la Storia d’Italia Einaudi, nella quale, ragionando in maniera lucida e spregiudicata sulla nuova composizione sociale italiana, aveva sostenuto che nel blocco più protetto del nuovo quadro della competizione internazionale, c’è molto più la sinistra che la destra, la quale tende, invece, a rappresentare i settori più colpiti[1]. Si tratta di una situazione, questa, particolarmente anomala, perché è una situazione che capovolge i tradizionali riferimenti sociali di destra e sinistra (all’interno della quale, come diceva molto bene Mario Tronti, troppo spesso «vediamo una destra di popolo che avanza in Europa e in Occidente»), assegnando, ormai quasi stabilmente, i salotti alla sinistra e le periferie alla destra. Ma fino a quando, si chiedeva ancora Tronti, potrà durare una situazione come questa?[2]. E questa domanda, posta da Tronti, che individuava con precisione il rovesciamento avvenuto intorno ai rapporti tra classi sociali e ideologie politiche, risuona ancora di più oggi, come un pericolo, in tutta la sua virulenza e drammaticità, perché come ha scritto di recente Dider Eriban, un importante sociologo francese, «la quarantena evidenzia la struttura di classe della società», non solo nel mondo del lavoro, come è evidente, ma soprattutto fuori di esso, dove ci sono quelli che hanno perso tutto, e che «non hanno più niente».

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operaviva

Il lavoro e le macchine

di Andrea Cengia

Raniero Panzieri: Politica, etica e teoria come coordinate dell’azione

Andy Warhol Hammer and Sickle 696x518Nel 2021 ricorrerà il centenario della nascita di Raniero Panzieri, padre nobile dell’operaismo italiano e fondatore dei Quaderni Rossi. Per l’occasione ombre corte pubblica Il lavoro e le macchine. Critica dell’uso capitalistico delle macchine, una raccolta di scritti di Panzieri a cura di Andrea Cengia. Pubblichiamo qui un estratto dall’introduzione. Ringraziamo l’editore e l’autore per la collaborazione e ricordiamo che il libro si può acquistare e ordinare direttamente sul sito di ombre corte, in libreria e negli store online. Sosteniamo sempre l’editoria indipendente, in modo particolare ora. Rimettere in circolazione classici del pensiero critico e militante è un progetto culturale e politico indispensabile per ricominciare a respirare.

* * * *

A quasi cento anni dalla sua nascita, vengono qui proposti alcuni articoli e saggi di Raniero Panzieri che, lungi dal rappresentare esaustivamente la sua intera produzione, hanno lo scopo di riaprire un dialogo con il suo patrimonio di esperienza politica, teorica e culturale. Senza entrare nel dettaglio della sua straordinaria, quanto difficile biografia, occorre ricordare brevemente che Raniero Panzieri, nato nel 1921, è stato all’origine un dirigente del Partito socialista italiano (Psi) appartenente alla corrente di Rodolfo Morandi con il quale ha sviluppato una forte intesa politica e culturale.

Durante l’esperienza di partito egli ha avuto modo di toccare da vicino la condizione dei braccianti nel sud Italia per poi giungere, negli anni Sessanta, a conoscere i destini delle industrie del nord, spesso popolate da molti braccianti di quel sud che Panzieri aveva ben conosciuto. Nel 2021 ricorrerà il centenario della nascita e questa raccolta di saggi guarda a quell’anniversario non certo con un atteggiamento “memorialistico” o “monumentale”.

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officinaprimomaggio

Storia di due marxismi: in ricordo di Erik Olin Wright

di Michael Burawoy

Un saggio, due autori: attrezzi per leggere il presente e per trasformarlo

Screenshot from 2020 05 16 12 53 46Questo scritto, in cui Michael Burawoy[1] traccia un rigoroso profilo intellettuale del collega e amico Erik Wright, è stato redatto per la conferenza in ricordo di Erik Olin Wright – scomparso nel gennaio 2019 – tenutasi l’1 e il 2 novembre 2019 all’Università del Wisconsin a Madison, dove Wright era stato docente nel Dipartimento di Sociologia e per circa quarant’anni direttore del Havens Center for Social Justice. Lì Wright aveva sviluppato nell’arco di alcuni decenni il suo programma di ricerca scientifica neo-marxista atta a rielaborare un’analisi di classe al passo con i tempi, progetto che all’inizio degli anni Novanta, a seguito di aporie scientifiche e mutamenti politici più generali, lasciò il posto al Progetto di utopie reali. Grazie a Erik Wright, il Havens Center è stato non solo un dipartimento universitario di assoluta centralità nel dibattito sociologico americano, ma un’autentica fucina di sociologia critica, crocevia di generazioni di ricercatori e attivisti da tutto il mondo, dove si fondono rigore scientifico e impegno politico.

Questo saggio è stato inviato da Michael Burawoy a Opm, e riproduce il testo pubblicato sul numero 121 della New Left Review, uscito nel febbraio 2020.

Burawoy è stato nel 2004 presidente dell’American Sociological Association – carica che anche Wright avrebbe ricoperto, nel 2012 – ed è tuttora docente in uno dei luoghi più rilevanti della produzione sociologica americana, il Sociology Department dell’Università di California a Berkeley.

L’importanza della traduzione di questo scritto è molteplice. Anzitutto, permette di far entrare nel dibattito pubblico italiano i due autori statunitensi, entrambi esponenti di una via “critica” alla scienza sociale, che mentre a livello globale hanno esercitato un’indiscussa influenza scientifica e intellettuale, nel nostro paese sono poco noti ai non addetti ai lavori.

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coku

Derrida comunista

di Leo Essen

comunisti cinaC’è lutto anche in politica. E ad essere in lutto non sono i comunisti che hanno creduto di aver perso, con il socialismo reale, anche il sogno di un comunismo possibile. La mente va a Althusser, al ricordo che ne offre Élisabeth Roudinesco, quando, parlando dell’amico scomparso, accosta il suo destino a quello di tutta una generazione di comunisti che, di fronte al disastro del socialismo reale, vedevano inabissarsi il loro ideale ed erano costretti a rinunciare all’impegno militante, con il risultato di sprofondare nella malinconia. Il lutto come ossessione, come un fantasma dell’ossessione, come idealizzazione e reificazione, e la malinconia, come memoria di una perdita, non possano essere confinati al socialismo reale. Rispondendo a Roudinesco, Derrida dice di non credere che la «malinconia» di cui lei parla – questa mezza sconfitta che non è possibile in alcun modo ridurre né esaurire, questo atteggiamento di scacco strutturale che segna l'inconscio geopoltico dei nostri tempi – sia soltanto il segno del decesso di un determinato modello comunista. Esso, dice, non fa che riversare i suoi pianti, talora privi di lacrime e inconsapevoli, più spesso fatti di lacrime e sangue, sul cadavere della politica stessa. Piange quello che è il concetto stesso di politica nei suoi caratteri essenziali, oltreché in quei caratteri specifici propri della modernità – lo Stato nazionale, la sovranità, la forma-partito, la struttura parlamentare nella sua configurazione più diffusa.

Nel 2001, in questo dialogo con Roudinesco, (morirà nel 2004), Derrida parla del suo rapporto con Althusser, suo grande amico e maestro, coinquilino in Rue d’Ulm a Parigi, e dice di essere stato costretto per lungo tempo al silenzio. Un silenzio frutto di una scelta, ma non per questo meno dolorosa.

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economiaepolitica

In perfetto Stato. Indicatori globali e politiche di valutazione dello Stato neoliberale

di Enrico Mauro

pubblicazioni dei sociCi sono diverse buone ragioni per leggere questo libro di Diego Giannone (IN PERFETTO STATO. Indicatori globali e politiche di valutazione dello Stato neoliberale, Mimesis, Milano-Udine, 2019) dedicato alla «trasformazione dallo Stato nazionale welfarista keynesiano allo Stato internazionale competitivo hayekiano» (p. 103, ma cfr. anche pp. 11 e 24-32). E sono tutte anticipate dal titolo e da un’«Introduzione» ben fatta, che consente al lettore, recensore o meno, di orientarsi rapidamente.

La prima ragione è il titolo, che sia in copertina che nel frontespizio compare in maiuscolo, sicché si può intendere sia come «In perfetto Stato» che come «In perfetto stato». Mentre la prima lettura è confermata dai frequenti riferimenti al «perfetto Stato neoliberale» (p. 16 e passim), la seconda è suggerita dal velo di ironia che copre, ispessendosi pagina dopo pagina, tutto il testo, ironia che nasce dalla dialettica tra una locuzione («In perfetto stato» appunto) che potrebbe essere il motto di una palestra o di un centro-benessere e una critica senza sconti allo Stato e all’ordine globale neoliberali-neoliberisti.

La seconda ragione è che la critica al neoliberalismo-neoliberismo si svolge sulle spalle di due giganti: Antonio Gramsci e Michel Foucault (le epigrafi che precedono l’introduzione sono tratte dai Quaderni del carcere e da Sorvegliare e punire). Si svolge, più precisamente, sulla base di un utilizzo congiunto dei due, volto a «mostrare come quello degli indicatori possa configurarsi sia come un potere di classe che come un potere di classificazione (p. 72, ma cfr. passim e specialmente il par. 3.2, dedicato a «Potere di classe e potere di classificazione»).

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istitutoitalstudifil

Epidemia tra norma ed eccezione

di Carlo Galli

e30009a3602f8cbfab5cfa0c873509ad L1. La tematica del caso d’eccezione è stata elaborata da pensatori anti-liberali, di destra di sinistra, da Schmitt a Benjamin, da Donoso ad Agamben, da Sorel a Tronti. Il “caso d’eccezione” è stato faticosamente raggiunto come la vetta di un monte, dopo un’angosciante scalata. È un concetto estremo, destrutturante, in quanto dimostra che l’essenza di ogni ordine sta nel potere di creare disordine. In altri termini, che la sovranità è regolatrice, in uno spazio determinato, perché ha inizio dal “non-ordine”, perché ha davanti a sé una materia, i cittadini, omogenea e indifferenziata, infinitamente plastica, che può essere ordinata e disordinata in mille mutevoli differenze, con molteplici classificazioni, in infiniti sbarramenti e infinite aperture. Questo legare e slegare, questo “far ordine nel fare disordine”, e viceversa, è l’opera della decisione sovrana.

Invano il mondo liberale nei suoi sviluppi ha voluto riempire lo spazio vuoto della sovranità con solide “sostanze” non disponibili all’agire sovrano: le persone e i loro diritti, i corpi elementari o secondari, insomma, la società. Invano il pensiero dialettico ha mostrato che la sovranità è l’espressione di una vita complessa, storica, di intense contraddizioni reali, che non è solo il potere decidente nel suo assoluto formalismo ma è egemonia, dominio articolato. E al contempo è strumento di azione orientata all’autonomia collettiva, alla rivoluzione come apertura al nuovo.

Davanti a tutto ciò il pensiero dell’eccezione sgombra il campo con piglio irresistibile: la verità della politica moderna è il gesto che ripropone l’origine, è la folgore dell’a decisione, l’insorgenza del potere costituente, il cuneo della rivoluzione che spacca la storia.

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bollettinoculturale

Utopia, Stato e libertà in "Stato e rivoluzione"

di Bollettino Culturale

abc9a9d175bc81879a7f3ceb1e8cc472Durante l’agosto e il settembre del 1917 Lenin scrisse Stato e Rivoluzione. Come ha chiarito nella prefazione alla prima edizione, il suo scopo era quello di affrontare la questione dello Stato da un punto di vista politico e teorico. La discussione, il confronto con le idee di Karl Kautsky, i socialdemocratici russi e gli anarchici, ebbe luogo nel contesto della Grande Guerra e alla vigilia della Rivoluzione d'Ottobre. In effetti, l'opuscolo fu lasciato incompiuto perché la rivoluzione stessa "interruppe" Lenin, come egli stesso disse.

Al di là delle affermazioni del suo autore, Stato e Rivoluzione rappresenta una sintesi della tabella di marcia verso la società comunista mentre disegna alcune delle caratteristiche fondamentali di quella società futura. Per questo motivo può essere letto come un testo appartenente alla tradizione utopica occidentale. In questo senso, condivide elementi con quel tipo di letteratura. Tanto per cominciare, la società comunista intravista nell'opuscolo di Lenin è una società egualitaria e di abbondanza. L'abbondanza e l'uguaglianza costituiscono spesso le caratteristiche principali delle società immaginate dalle prime utopie popolari medievali. Stato e Rivoluzione risponde anche alla tradizione marxista di critica radicale del capitalismo e allo stesso tempo rappresenta l'immagine di un desiderio. Da questo punto di vista si collegherebbe anche con la tradizione utopica. Poiché sia la severa critica del mondo in cui è stato concepito, sia l'espressione di un desiderio, appaiono continuamente nella storia delle utopie.

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il rasoio di occam

Da emergenza sanitaria a stato di eccezione politico?

di Geminello Preterossi

L'attitudine critica non può essere quella di negare o relativizzare il problema coronavirus, ma di denunciare abusi, irrazionalità, eccessi, logiche e rischi "di fondo". Bisognerà, poi, subito riorganizzarsi socialmente e politicamente

biopoliticaGli interventi di Giorgio Agamben sulle conseguenze politiche del coronavirus impongono alcune riflessioni. In generale, condivido la critica alla normalizzazione dell'emergenza, trasformata in "calamità" (anche quando si tratta, ed è la maggior parte dei casi, di questioni politiche, economiche, sociali e non certo di "oggettività" naturali o tecniche). Ora però il problema esiste e, soprattutto in Lombardia, ha creato una situazione drammatica dal punto di vista sanitario. Quindi una reazione mirata, ma adeguata, è necessaria. Certo, il rischio che si trasformi un'emergenza sanitaria reale in uno stato di eccezione politico c'è, è davanti ai nostri occhi. Delegare in toto agli esperti (che peraltro manifestano posizioni non sempre univoche) le scelte politiche è pericoloso: i tecnici devono fornire i dati da valutare, ma la decisione deve essere politica, perché solo così si può tenere conto della complessità dello scenario. Occorre saper distinguere, rendersi conto delle soluzioni che hanno funzionato e di quelle che non hanno funzionato, essere flessibili per aggiustare le strategie. Nessun fideismo emergenzialista, dunque. Abbiamo bisogno, piuttosto, di ragion pratica. La vita pubblica è cosa diversa da un laboratorio: altrimenti si trasforma la società intera in un “laboratorio”. Ciò, sia chiaro, non per ridimensionare il quadro, che è grave e preoccupante, ma per mantenere in funzione la capacità di valutare criticamente e deliberare di conseguenza (a proposito, siamo sicuri che le istituzioni rappresentative debbano eclissarsi, in un contesto del genere?). Inoltre, quando sarà passata questa buriana, bisognerà mettere in fila tutto: non solo errori, atteggiamenti ondivaghi e opachi, mancanze, ma la logica di fondo, i rischi politici che si corrono, le finalità perseguite dai “poteri indiretti” e il conto che verrà fatto pagare ai più deboli.

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ragionipolitiche

Carl Schmitt e il realismo politico

di Carlo Galli

ph 4441. Quale realismo?

Mi piace credere che il mio modo di pensare la politica possa essere definito (lo è stato) “realismo critico”. Ora esporrò i motivi per cui mi distanzio dal realismo che definirei “acritico”, e in definitiva “non realistico”.

Nato – insieme al suo opposto, l’ “idealismo” – all’interno della disciplina politologica “Relazioni internazionali”, il termine “realismo politico”1 condivide con la scienza politica alcune debolezze epistemologiche: la prima è che esista una realtà “là fuori”, che questa realtà sia instabile e conflittuale, e che il mondo intellettuale si divida fra chi l’accetta com’è e chi pensa che la si possa cambiare. In sostanza, un’opposizione fra essere e dover essere (posizioni pre-moderne, come il tomismo, sono realistiche nel senso che ipotizzano una realtà oggettiva intrinsecamente ordinata; e lì il “dover essere” significa conoscere e rispettare la struttura logica, etica, ontologica del reale).

La seconda debolezza epistemologica sta nell’ipotizzare una sintonia fra natura umana individuale (psicologia) e natura umana collettiva (lo Stato), una convergenza fra antropologia e politica. Sintonia e convergenza nel segno della instabilità, dell’aggressività, della pericolosità dei singoli e degli aggregati umani – tutte caratteristiche “naturali” e oggettive, la cui modificazione è impossibile, o indesiderabile, o inutile, o da ottenere attraverso l’esercizio di rigide discipline individuali e collettive –. Gli “uomini rei” di Machiavelli e la “vita corta misera brutale e breve” di Hobbes – insomma, l’antropologia negativa e pessimistica – a fondamento di forme politiche autoritarie. Naturalmente a questo riguardo gli “idealisti” che condividono con i realisti le debolezze di cui parliamo, sostengono al contrario antropologie in vario grado positive.

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lacausadellecose

La forza dei fatti e la debolezza della volontà

di Michele Castaldo

unnamed 1786rDunque l’Italia si avvia in ordine sparso alla riapertura di quasi tutte le attività. Vale la pena ragionare con fredda lucidità su quanto finora accaduto che fa da sfondo a quanto potrà accadere nell’immediato e prossimo futuro. Insisto molto sulla fredda lucidità, perché c’è un eccessivo vociare un po’ da tutte le parti che non favorisce la comprensione dei problemi che sono seri e gravi.

Come sempre cerchiamo di partire dai fatti e il relazionarsi ad essi da parte di personaggi che rappresentano in vario modo le differenti realtà della società, fra cui la Chiesa Cattolica che riveste tuttora – anche se sempre meno – un ruolo di primo piano nelle relazioni con il cosiddetto mondo civile, ovvero quello della produzione, dell’economia, della cultura e dello Stato. Un potere terreno, inutile ribadirlo, enorme, con centinaia di milioni di aderenti a vari livelli, un vero e proprio popolo mondiale del quale bisogna tenere conto. Un popolo che di fronte a quanto sta accadendo, a proposito del Covid-19, è certamente impaurito nella sua stragrande maggioranza, mentre nelle alte sfere del mondo ecclesiastico c’è seria preoccupazione almeno quanta quella di banchieri, capitani di industrie e quanti ad essi collegati.

Su La Stampa di Torino di giovedì 23 aprile c’è una interessante intervista al cardinale Angelo Scola sulla quale è necessario appuntare l’attenzione, perché la sinistra, educata alla scuola dei mangiapreti della rivoluzione francese, è incapace di leggere nei rappresentanti il portato sociale dei rappresentati. Triste dirlo ma questo è.

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lanatra di vaucan

Crisi climatica e trasformazione sociale al tempo del coronavirus

di Norbert Trenkle

IMG 20200418 200233 scaled e1588224400567Perché la produzione capitalistica di ricchezza deve essere superata

Uno degli strani effetti collaterali della crisi sanitaria è il fatto che essa, nel giro di poche settimane, ha contribuito al miglioramento del clima globale più di quanto non siano riuscite a fare tutte le politiche sul clima degli ultimi anni. A cause del fatto che la circolazione automobilistica nelle principali città è diminuita fin dell’80% mentre il traffico aereo si è drasticamente ridotto e molti impianti di produzione hanno cessato l’attività, secondo una stima del Global Carbon Project, le emissioni di CO2 potrebbero diminuire di circa del 5% nel 2020. Parrebbe perfino che anche il governo tedesco, nonostante le sue ben poco incisive misure di politica climatica, possa centrare l’obiettivo di una riduzione del 40% dei gas serra rispetto al 1990 (Süddeutsche Zeitung 24/3/2020). In ogni caso sarebbe vano sperare che la crisi sanitaria conduca ad una stabile riduzione delle emissioni nocive per l’ambiente e alla limitazione del riscaldamento globale. Il fatto è che questo temporaneo arresto delle attività economiche in gran parte del mondo non ha mutato in nulla la logica fondamentale del modo di produzione capitalistico, che è diretta dall’aumento illimitato e fine a se stesso della ricchezza astratta, rappresentata nel denaro. La compulsione alla crescita, generata da questa finalità autoreferenziale, non sarà certo abolita dalle misure adottate per combattere la pandemia, ma solo rallentata per un breve periodo di tempo. Nel medesimo frangente i governi e le banche centrali stanno facendo tutto il possibile per mitigare questa frenata, allo scopo di mantenere in moto, magari in maniera precaria, la dinamica economica, così da rilanciarla il più celermente possibile una volta revocate le misure di contenimento.

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economiaepolitica

Cercare ancora. Il capitalismo, la tecnica, l’ecologia e la sinistra scomparsa. L’attualità di Claudio Napoleoni

di Lelio Demichelis

download986sDa dove iniziare, volendo recuperare, soprattutto ora, il pensiero e l’opera – complessa, molteplice, culturalmente alta – di Claudio Napoleoni?

Lo faremo concentrandoci su due suoi temi forti – trascurandone per necessità molti altri, come la questione della pace e della guerra, di Dio e della laicità (e il suo voler ripensare il rapporto tra politica religione) o le divergenze con Rodano e le critiche a Sraffa. Due temi che ci coinvolgono direttamente avendo dedicato ad essi, in questi anni, le nostre attività di analisi e di ricerca: il tema della tecnica, intesa come sistema/meccanismo integrato e integrante di uomini e macchine[i]; e quello, strettamente connesso/dipendente dell’alienazione[ii].

Partiamo dall’alienazione. Napoleoni scriveva così, nel 1988 – pur non accettando pienamente (e neppure noi, oggi), la definizione ingraiana di allora delle nuove alienazioni (“perché credo che non ci sia niente di nuovo a questo riguardo… è sempre la stessa, vecchia cosa che il marxismo ha già analizzato…”[iii]): l’alienazione è cioè “il piano in cui si riprende la tematica dell’inclusione dell’uomo moderno dentro meccanismi, non importa se pubblici o privati, che lo dominano, ne espropriano l’autonomia, ne fanno l’elemento di una macchina; [ma] è anche il piano in cui si parla di distruzione della natura e di questione femminile”.

Uscire da questa alienazione doveva allora diventare il compito principale della politica in senso lato e dalla sinistra in senso specifico. Compito che “non è tanto la lotta alla concentrazione del potere economico, quanto l’assumere il problema dell’unificazione nell’alienazione di quella che appare in maniera immediata e sociologica, come la frantumazione sociale[iv].

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lordinenuovo

Lenin e l'imperialismo come categoria economico-politica

di Guido Ricci

Lenin legge Pravda 400x267«Non abbiamo bisogno di infarcire le menti, ma dobbiamo sviluppare e perfezionare la memoria … con la conoscenza dei fatti fondamentali, perché altrimenti il comunismo si trasformerà in una parola vuota, in una semplice insegna e il comunista non sarà che un millantatore se nella sua coscienza non saranno elaborate tutte le nozioni che gli sono state date. Queste nozioni non soltanto dovete impararle, ma impararle e al tempo stesso criticarle al fine di non ingombrare la nostra mente di un ciarpame assolutamente inutile, ma di arricchirla con la conoscenza di tutti quei fatti che un uomo moderno colto non può in nessun modo ignorare». V.I. Lenin, Discorso al Congresso Panrusso della Gioventù Comunista, 2 ottobre 1920.

 

1. Premessa

La nozione di imperialismo, delineata già da Marx ed Engels ed analizzata scientificamente da Lenin, è di grande importanza per la corretta comprensione della realtà, cioè delle contraddizioni insanabili del modo di produzione capitalistico nella sua fase suprema, che stanno alla base del conflitto tra classi e tra paesi e determinano l’ineluttabilità della violenza imperialista.

La corretta comprensione della nozione di imperialismo è fondamentale anche per contrastare l’influenza diretta che esso ha sul movimento operaio e, quindi, sulla lotta di classe e sulla strategia per la trasformazione rivoluzionaria della società.

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voxpopuli

I compiti di questa fase storica di transizione

di Gianfranco La Grassa

us democracy1. In effetti, non sono uno storico anche se a volte affronto determinati momenti della nostra storia, in specie del secolo scorso, e mi piacerebbe molto che altri, ben più preparati al riguardo, approfondissero le questioni da me sollevate con tanta imperizia. Desidero qui punteggiare alcuni problemi, prendendo avvio da quanto avvenne in Germania negli anni ’30, quando venne a termine la Repubblica di Weimar, frutto della sconfitta subita dal paese nella prima guerra mondiale. Se la memoria non m’inganna, alcuni dei problemi cui accennerò sono affrontati secondo la direzione da me scelta quasi soltanto nel Behemoth di Franz Neumann, autore socialdemocratico di indubbio valore.

La suddetta Repubblica di Weimar era in quegli anni (caratterizzati dalla Grande Crisi del ’29) ormai corrotta e marcescente; e appariva preda delle manovre del grande capitale finanziario. Il 1933 è indicato “ufficialmente” come l’anno di uscita dalla crisi in questione; negli Stati Uniti la situazione sarebbe stata risolta – è quanto si sostiene pressoché unanimemente e senza ulteriori approfondimenti critici – dal New Deal di Roosevelt (eletto a fine ’32 e insediatosi appunto nel gennaio di quell’anno), una serie di misure di politica economica attuate tramite forte spesa statale (in deficit di bilancio) e costruzione di infrastrutture di notevole importanza; politica che è stata di fatto sistematizzata teoricamente da Keynes nel suo testo più famoso (1936). Il New Deal prese termine nel ’37, ottenne successi iniziali ragguardevoli in termini di occupazione e crescita economica. Tuttavia, ci si scorda che, già nel ’35 e soprattutto ’36 e ’37, si ha una fase di sostanziale stagnazione che perdura fino allo scoppio della seconda guerra mondiale.