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eticaepolitica

Bussole possibili per sinistre solide

di Andrea Cengia*

Da Etica & Politica / Ethics & Politics , XXII, 2020, 2, pp. 601-609, ISSN: 1825-5167

bussola 1Esiste ancora oggi uno spazio teorico-politico che risponde al nome di Sinistra? Giungere oggi a porre questa domanda, dopo la fine della drammatica esperienza sovietica, apre ad una rosa di riflessioni non scontate. Nel discorso pubblico generale, il richiamo a una non meglio precisata sinistra politica e culturale circola con grande facilità. Tuttavia, i partiti presenti, che numericamente dovrebbero farsi carico di rappresentare le istanze politiche di sinistra, non sembrano godere oggi di buona salute non solo dal punto di vista del consenso elettorale, ma anche sul piano della proposta politica. Si potrebbe sostenere che tale quadro si inserisce nella difficoltà più generale ad assumere una Weltanschaauung differente da quella di matrice riformista. Quest’ultima è individuata come unica possibilità — dialogica, comunicativa e di creazione di spazi di consenso —attraverso cui giungere alla levigazione delle asperità del dominante quadro di mercato, magari attraverso ‘sapienti’ interventi di ottimizzazione del sistema normativo e redistributivo. Questa descrizione coincide quasi integralmente con quella che Jacques Bidet ha definito come polo politico delle competenze, nominalmente alternativo al polo del capitale. Mentre quest’ultimo avrebbe una collocazione immediatamente riconoscibile, il primo è frequentato da individualità politiche che giustificano la propria esistenza sulla scena pubblica, basandola sul fatto che sarebbe in loro possesso, quasi esclusivo, la competenza a saper gestire e organizzare, anche con maggiore ‘umanità’, la macchina politico-produttiva del modo di produzione capitalistico1. La ricollocazione di queste formazioni riformiste all’interno dell’alveo del sistema sociale egemone, al fine di ristabilire chiarezza di proposte, finalità e referenti sociali, può essere ben condotta attraverso A Sinistra (G. Cesarale, A sinistra. Il pensiero critico dopo il 1989, RomaBari, Laterza, 2019).

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commonware

Sei tesi su complottismo e rivoluzione

di Alessandro Lolli

Un contributo di Alessandro Lolli, autore de La guerra dei meme (effequ 2017), il quale del complottismo si è già occupato: sei tesi dallo sguardo obliquo articolate per punti, utili per cominciare ad aprire un dibattito necessario sulla questione

complottiamo1. Che cos’è il complottismo.

a. Si definisce complottismo l’insieme di credenze aberranti, cioè che divergono in maniera inconciliabile dalle credenze comunemente accettate. Complottismo è anche il nome dato all’unificazione teorica di più credenze aberranti entro un quadro sistemico che aspira a una sua coerenza interna (il complotto giudaico, il complotto del Deep state, il complotto degli Illuminati, eccetera).

b. Fondamentale capire chi ha il potere di definire complottismo questo o quell’insieme di credenze. Complottismo è infatti un esonimo: un nome dato a quelle credenze da chi non le sostiene. I marxisti chiamano se stessi marxisti, i rapper chiamano se stessi rapper, i complottisti non chiamano se stessi complottisti.

c. Complottismo è il nome dell’insieme di credenze aberranti dato da chi reputa quelle credenze non solo aberranti, ma false. Il complottista sa che le sue credenze sono aberranti, cioè che divergono in modo inconciliabile dalle credenze accettabili, ma non le ritiene false.

d. Le singole credenze aberranti sono anche chiamate “bufale” o “fake news” e possono o non possono fare a capo a uno o più teorie del complotto.

 

2. Su cosa verte il complottismo

a. Un ampio spettro di affermazioni e teorie ricade nel complottismo al punto che questo viene spesso definito un’ideologia o una filosofia. Per questo è giusto sottolineare che l’affermazione inaugurale del complottista verte sui concetti di vero o falso, non di giusto e sbagliato.

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azioni parallele

Lenin e la dialettica. Teoria e prassi di un metodo rivoluzionario

di Massimo Piermarini

Recensione a Costantino Avanzi, Lenin e la dialettica. Teoria e prassi di un metodo rivoluzionario, Mimesis, Milano-Udine, 2020, ISBN-13: 978-8857563688, € 28

avanziIn un corposo volume di oltre 300 pagine, Costantino Avanzi affronta un argomento controcorrente, anacronistico ad opinione di molti, in tempi di post-comunismo e di conclamata egemonia del neoliberismo: il valore della dialettica nel pensiero e nell’opera politica dell’artefice della Rivoluzione socialista d’Ottobre, Vladimir Ilic Ulianov Lenin. L’uscita stessa di questo volume dedicato ad un personaggio chiave della storia del Novecento, il secolo che non finisce, segnala la possibilità di un’articolazione diversa della riflessione sul presente e sulla dimensione storica del suo sviluppo. Dopo i saggi di G.Lukács, più volte richiamato nel testo, e quelli di A. Negri (1973) e quello più recente (2017) di S. Žižek, che si muovono su linee teoriche e un approccio metodologico molto diverso, Avanzi affronta la polpa della filosofia e del metodo rivoluzionario di Lenin: la dialettica. La dialettica si presenta non soltanto come la logica rivoluzionaria del marxismo in quanto materialismo dialettico, essa è la chiave di comprensione degli avvenimenti e della lotta politica e del metodo della prassi rivoluzionaria e viene ricostruita nel volume attraverso un’attenta disamina del suo ruolo nella preparazione e nella realizzazione della Rivoluzione d’ottobre e nei problemi di costruzione del socialismo dopo la rivoluzione. Le avventure della dialettica nella politica leninista suggeriscono dunque un orizzonte di discussione intorno alle dinamiche reali della storia del comunismo. Come segnala E. Alessandroni nell’Introduzione al volume esso si misura sulle contraddizioni reali che il processo rivoluzionario e la costruzione del socialismo produce e sul metodo di trattarle cogliendo le articolazioni reali dei conflitti sociali e la logica nascosta del “determinismo dialettico” delle contraddizioni da parte di Lenin:

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bollettinoculturale

Un confronto tra marxismo ed MMT

di Bollettino Culturale

1ymyjxxygnkzi8ycmw3jlagLa teoria della moneta moderna (MMT) basa il suo sviluppo sullo storico disaccoppiamento del denaro dal gold standard. Dal 1971, con il crollo del sistema di Bretton Woods e l'abbandono del gold standard da parte degli Stati Uniti, il denaro divenne denaro fiat (valuta convertibile solo con sé stessa, senza l’obbligo di essere convertibile in oro) e controllata totalmente dalla banca centrale e dallo Stato.

Raccogliendo le tasse, lo Stato impone la propria valuta sull'economia nel suo insieme. In altre parole, il denaro statale viene riconosciuto e utilizzato da altri agenti economici perché devono pagare le tasse in quella valuta.

Non dovendo sostenere il denaro esistente nell'economia con una certa quantità di oro, lo Stato perde, afferma la MMT, tutte le restrizioni oggettive sulla sua spesa. Emette la moneta e può spendere tutto ciò che vuole nella propria moneta, il che ovviamente non significa che sia sempre consigliabile farlo. In ogni caso, la valuta sarà sempre accettata nel territorio sotto la sovranità dello Stato, poiché altri agenti economici ne hanno bisogno per pagare le tasse. Pertanto, il confine tra politica fiscale e politica monetaria è, secondo la MMT, artificiale.

Né per finanziare né per spendere lo Stato ha bisogno di riscuotere le tasse. Finanzia la sua spesa, è colui che emette la valuta e quindi non può mai esaurirla.

Attraverso la spesa, lo Stato infonde liquidità nell'economia, poiché la spesa pubblica implica un aumento delle riserve nelle banche private. Aumentando o vendendo il debito pubblico, al contrario, preleva denaro da se stesso.

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bollettinoculturale

Caratterizzazione generale del modello stalinista

di Bollettino Culturale

unnamed 0i54Introduzione

L'obiettivo di questo lavoro è studiare la pianificazione economica stalinista in vigore in URSS dalla fine del NEP (Nuova politica economica) e in Europa orientale (ad eccezione della Jugoslavia) dalla fine della Seconda guerra mondiale. Il metodo utilizzato per questo scopo è la prospezione storica basata sulla letteratura sull'argomento. I risultati ottenuti mostrano che il modello stalinista deriva dalle condizioni post-rivoluzionarie dell'URSS, essendo contraddistinto dalla centralizzazione delle principali decisioni e risorse economiche del paese al fine di superare il ritardo nello sviluppo delle forze produttive. Le conclusioni che abbiamo raggiunto rivelano che questo modello era funzionale come strategia per superare il sottosviluppo, ma la sua funzionalità si è esaurita non appena è stato necessario un cambiamento nel modello di crescita economica, dalla crescita estensiva alla crescita intensiva.

Per raggiungere il suo obiettivo, questo lavoro è diviso in sezioni. La prima riguarda la giustificazione teorica della necessità di una pianificazione economica nell'ambito del socialismo. La seconda presenta lo sfondo storico che ha permesso l'emergere di un tale modello. La terza presenta le principali caratteristiche del modello. La quarta mostra come il modello ha funzionato in pratica e l'ultima porta alcune conclusioni al lettore.

 

La necessità di un'economia pianificata sotto socialismo

La transizione al socialismo è una questione alquanto controversa. Karl Marx una volta disse: "Non ho mai costruito un "sistema socialista”". Mentre sfuggiva al metodo di Marx di elaborare schemi idealizzati sulle società future, nei suoi scritti rese poco esplicito come sarebbe stata la costruzione della nuova socialità socialista, aprendo la possibilità a diverse interpretazioni di emergere in questo vuoto.

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lintellettualediss

24 Luglio Il capitale, l'insicurezza e la ragione liberale

Angelo De Sio intervista Andrea Zhok

visioni eretiche zhok critica ragione neoliberaleAndrea Zhok è professore di Filosofia Morale, presso il Dipartimento di Filosofia dell’Università degli Studi di Milano. Il suo ultimo lavoro, Critica della ragione liberale, pubblicato recentemente per i tipi di Meltemi, rappresenta un’ulteriore tappa, se non quella decisiva, di un percorso teorico unitario, di cui si possono rintracciare le direttive nei lavori precedenti. Tra le sue pubblicazioni ricordiamo Il concetto di valore: dall’etica all’economia (Mimesis, 2002), Lo spirito del denaro e la liquidazione del mondo (Jaca Book, 2006), Libertà e natura. Fenomenologia e ontologia dell’azione (Mimesis, 2017), Identità della persona e senso dell’esistenza (Meltemi, 2018), e il pregiatissimo lavoro monografico L’etica del metodo. Saggio su Ludwig Wittgenstein (Mimesis 2001).

* * * *

Professor Zhok, la ringraziamo per aver accettato la nostra intervista. Prima di entrare nello specifico di questa conversazione, vorrei chiederle, che ruolo ha, oggi, la filosofia, e soprattutto in che modo l’attività filosofica è percepita dalla contemporaneità?

L’attività filosofica è percepita oggi in maniera piuttosto confusa e distorta. Non che si tratti di qualcosa di inedito. La filosofia è una “disciplina” intrinsecamente elitaria (come tutto ciò che richiede lungo studio), ma è spesso percepita come una mera variante dotta dell’opinionismo del senso comune. La difficoltà specifica dell’esercizio filosofico è per certi versi l’inverso di quanto accade in altri campi. Un filosofo non può essere semplicemente lo specialista di un campo.

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blackblog

Il Gemeinwesen è sempre rimasto qui con noi

Un confronto con le idee di Jacques Camatte

di Peter Harrison

camatte fionda«Quanto meno tu sei, quanto meno realizzi la tua vita, tanto più hai; quanto più grande è la tua vita alienata, tanto più accumuli del tuo essere estraniato.»

Karl Marx, Manoscritti economico-filosofici, 1844.

Gli scritti di Jacques Camatte, regolarmente aggiornati, si possono trovare sul sito Invariance. Nato nel 1935, nel corso degli anni '50 e '60 è stato un importante teorico marxista radicale nell'ambito della sinistra comunista europea. Tuttavia, gli eventi del '68, in particolare in Francia, hanno fatto sì che si allentassero gradualmente quelli che erano i suoi rapporti con la sinistra comunista. Si era reso conto che l'umanità ora si trovava in un'impasse. Da parte del proletariato, non ci sarebbe stato alcun rovesciamento della borghesia, dal momento che tutta l'umanità era stata oramai «addomesticata» dal capitale. Ragion per cui, d'allora in poi qualsiasi rivolta organizzata contro il capitale avrebbe solo favorito ulteriormente il suo sviluppo. La sua tesi è quella secondo cui, anziché combattere il capitale (una strategia che, se «avesse successo», ci restituirebbe il capitale in una sua forma ancora più forte), dobbiamo, in qualche modo, abbandonarlo. Prendere congedo da questo mondo capitalista implica la ricomposizione dei legami con il mondo naturale... e non significa andare in guerra contro il capitale per spodestarlo.

L'abbandono di «questo mondo» (Questo mondo che bisogna lasciare) e di tutto ciò che esso rappresenta, inclusa l'umana inimicizia per tutte le cose (gli altri animali, le altre cose, gli altri esseri umani) - qualcosa che è diventato parte integrante della moderna psiche umana e che ci costringe a creare in continuazione delle situazioni di «battaglia» , o di discontinuità - darà l'avvio, egli sostiene, ad un processo che condurrà alla formazione di una comunità autenticamente umana, che sarà in continuità con la natura e con sé stessa.

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sinistra

Il personale non è il politico

di Giulio Sapori

Note a Quanto lucente la tua inesistenza. L’Ottobre, il Sessantotto e il socialismo che viene

Schermata del 2020 07 25 10 39 04Nel suo ultimo libro Quanto lucente la tua inesistenza. L’Ottobre, il Sessantotto e il socialismo che viene (Jaca Book, 2018), Marco Maurizi compie una serie di riflessioni che - aiutandosi con le analisi di Marx, Rosa Luxemburg, Marcuse, Adorno e altri - cercano di ripensare criticamente l’esperienza ideale e storica del marxismo e del socialismo, per provare a ridefinirne, nel presente, la sagoma. Il socialismo non è infatti qualcosa che è stato realizzato nel passato, quanto piuttosto una “lucente inesistenza”, possibilità di una società altra dal dominio capitalistico.

In questo scritto cercherò di evidenziare, in modo schematico, una serie di punti che ritengo importanti per la riflessione politica presente:

1) Il presente. Il panorama sociale e politico che ci troviamo di fronte è segnato da un lato dal prevalere globale del liberismo, come progetto politico e filosofico che lega insieme il determinismo del mercato alle libertà individuali; dall’altro da un sostanziale “arretramento della lotta al capitale” (p.19). Questo panorama politico prende una forma definita nel corso dagli anni Ottanta, momento in cui si afferma in modo netto la controrivoluzione liberale, a detrimento delle classi subalterne. La nuova fase, caratterizzata da un modello tecnocratico, quindi a-democratico, di governo non è semplicemente un “balzo indietro” che elimina le conquiste sociali della fase fordista, poiché è animata da un “nuovo spirito” che incide sulla composizione delle lotte sociali. Il capitalismo si fa più consumista, libertario, antiautoritario, ‘ribelle’ mentre il blocco antagonista è investito da due processi: di conversione (da antagonisti a neoliberali) e di frammentazione.

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ospite ingrato

Critica, totalità, mediazione

Note sulla lezione di Fortini

di Cristina Corradi

unnamedè09365Y«L’ospite ingrato» ha promosso una riflessione sui concetti di critica e totalità e sul nesso fra la critica della cultura e un’idea non specialistica di sapere. In questo contributo vorrei discutere le tesi espresse da Andrea Cavazzini, dialogare con gli interventi di Roberto Fineschi, Luca Mozzachiodi e Marco Gatto, e trarre infine qualche indicazione dalla lezione di Fortini.

Nell’intervento che ha dato avvio alla discussione, il 9 marzo scorso, Cavazzini afferma che i limiti attuali dell’opposizione ai rapporti capitalistici non dipendono dall’abbandono della dialettica, che è piuttosto il riflesso della dissoluzione dell’ultimo tentativo storico di fuoriuscita dal capitalismo e della crisi di una soggettività potenzialmente totalizzatrice. Ricorda che, negli anni ’70, il passaggio di egemonia dalla dialettica marxista al pensiero della differenza e dell’immanenza non avvenne solo nella sfera della produzione intellettuale, ma trovò corrispondenza nella coscienza spontanea di militanti dell’estrema sinistra. Conclude, con un accenno a Fortini, invitando a fare riferimento a saperi storici, non specialistici, sedimentati nella società e a considerare strategica la ricerca di figure del non-identico, capaci di anticipare qualche forma di totalità.1

Io credo, invece, che nel contesto attuale di iperculturalismo, complessità passivizzante, pluralismo linguistico privo di scelte e di conseguenze, descritto da Luca Mozzachiodi, l’uso di categorie dialettiche e il riferimento alla tradizione marxista siano necessari per arginare la deriva dissipante dei mille piani critici, per ristabilire un ordine logico e storico con il quale filtrare e ricomporre frammenti, e per recuperare un centro da cui stringere nessi e articolare mediazioni tra critica della cultura e critica del capitalismo finanziario.2

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bollettinoculturale

Laclau e il concetto di ideologia

di Bollettino Culturale

popuL'intervento di Laclau nel dibattito sul concetto di ideologia è stato caratterizzato dal suo contributo alla nuova definizione che ha dato all'ideologia nazional-populista di sinistra.Il suo contributo a questo tema fece di Laclau uno degli intellettuali più creativi della corrente althusseriana marxista.

Il lavoro di Laclau può essere diviso in quattro periodi:

1. Un primo approccio profondamente segnato dall'influenza althusseriana e, soprattutto, dai concetti di sovradeterminazione e interpellanza presentati nel libro “Politica e ideologia nella teoria marxista” del 1977.

2. L'enfasi sulla logica del significante e le posizioni del soggetto in “Egemonia e strategia socialista” del 1985.

3. L'importanza del reale e il legame tra la categoria del soggetto e lo spazio politico negli articoli scritti negli anni '90 e raccolti in libri come “Emancipazione e differenza” del 1996 e “Misticismo, retórica y política” del 2002.

4. La preoccupazione per gli investimenti affettivi nella costituzione di soggetti politici e il suo rapporto sia con la nozione di identificazione che con la logica dell'oggetto in “La ragione populista” del 2005.

L'esempio che Laclau ci dà è l'ideologia nazionalista. Per alcuni settori della sinistra, e in questo caso pensiamo al trotskismo, il nazionalismo è sempre stato etichettato come ideologia borghese in cui ha impedito la formazione della coscienza della classe proletaria. La stessa interpretazione fu evocata dai "liberali di sinistra" come Weffort, che peraltro sosteneva che il nazionalismo era espressione di una ideologia piccolo borghese che consacrava lo Stato.

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lafionda

Osservazioni sulla rifondazione teorica del socialismo

di Pasquale Noschese

dibattitoEgemonia2 300x300Nel 2012, in una breve intervista[i] tanto utile quanto tristemente passata inosservata, il filosofo sloveno Slavoj Žižek invitava la sinistra anti-capitalista a smettere di agire ed iniziare a pensare. Provocatorio come sempre, Žižek ha però messo a nudo una debolezza fondamentale, che previene ogni possibilità di costruzione di un “movimento reale che abolisce lo stato di cose presente”: l’assenza di un solido apparato teorico.

 

Osservazioni su difetti di origine storica

Vista con gli occhi di chi è nato molto dopo l’89 e il ’91, la confusione che le sinistre hanno attraversato in quel periodo è comprensibile ma non giustificabile. Il crollo dell’URSS ha mostrato come ad un certo punto il pensiero socialista fosse stato completamente assorbito dalla legittimazione teorico-storica del modello sovietico. Se le sinistre fossero state saldamente legate ad un’idea più che ad un’esperienza politica, è verosimile che al crollo dell’URSS non sarebbe seguito il tracollo delle sinistre. È probabilmente legittimo pensare che in larga parte il pensiero socialista, già quasi dal ’17, è stato, in larga parte, deformato da un certo “sovietismo”. Questa affermazione potrebbe sembrare in contrasto con le varie tensioni che hanno attraversato i rapporti tra PCUS e gli altri partiti comunisti, e tuttavia pare essere confermata dal collasso a catena di cui sopra. L’impostazione da “partito padre” tenuta dal PCUS, la postura figlia dell’articolo 14 del Komintern[ii] mai realmente corretta, l’eventuale lotta all’eretico ingaggiata da molti militanti, intellettuali e politici di spicco: queste ed altre cose hanno soffocato la libera elaborazione del pensiero socialista, facendone perdere i concetti chiave in un oceano di contingenze storiche elevate a dogmi.

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eticaepolitica

Filosofia e postmarxismo nella ricognizione critica di Giorgio Cesarale

di Mario Reale*

Da Etica & Politica / Ethics & Politics, XXII, 2020, 2, pp. 611-621, ISSN: 1825-5167

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Il lettore che si trovi in mano il libro di Giorgio Cesarale (=GC) A Sinistra. Il pensiero critico dopo il 1989 (=AS), Laterza Bari-Roma 2019 ha più che mai, per le ragioni che dirò, il diritto di chiedersi: ma val la pena di leggere e anzi studiare un simile testo? La mia risposta a un tal quesito, cui sono giunto in realtà per gradi, è senz’altro positiva, quand’anche la lettura riuscisse contesta di riserve riguardo ad alcuni o molti degli autori interpretati o allo stesso interpretante, che, non al modo di un’estrinseca rassegna ma in forma piuttosto unitaria, presenta i suoi diversi «pensatori critici». La lettura del testo è infatti compensata, risarcita, da molte acquisizioni capaci di avvicinarci, in varie guise, a modi di pensare che si rivelano importanti e utili, se non indispensabili, al bagaglio di chi voglia oggi capire le punte «avanzate» degli studi filosofico-sociali. Già una ricognizione dei pensatori critico-radicali degli ultimi trent’anni non può che essere vista in ogni caso con interesse. In un mondo così lacerato e scisso a parte obiecti e a parte subiecti, privo di una sicura egemonia e anzi di un’egemonia tout court, di stabili connessioni qual è quello in cui oggi viviamo, è di grande importanza, credo, sapere se vi sia un pensiero più profondo e radicale, quasi una guida sicura nella lettura delle carte del nostro tempo, capace di spingersi lontano, di ritrovare nuovi legami e una qualche forma di «unità». Un pensiero in grado, nell’atto stesso, di guardare oltre i significati e le forze dati per intravedere almeno qualche segno del futuro – sebbene senza residui di filosofia della storia, senza forzature identitarie né esiti di irrelato atomismo: con un procedere «dialettico» sì, ma non risolto subito in una grande sintesi conciliativa, calata dall’esterno e passepartout.

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bollettinoculturale

Il primato dei rapporti di produzione e la lotta di classe nella fase di transizione

di Bollettino Culturale

Red GuardsIl problema della transizione è stato mal sviluppato da Marx e da Engels a causa della limitazione di un fenomeno di cui avevano poca conoscenza, dato che l'unica esperienza che videro in vita fu la Comune di Parigi del 1871.

Anche in queste condizioni, Marx ha dato un notevole contributo nei suoi scritti sulla Comune, concentrandosi sulla questione della rottura degli apparati statali come scuole e forze armate, oltre a ridefinire il ruolo della burocrazia, della rappresentanza politica e della giustizia in questa fase di transizione.

La dittatura del proletariato nella sua descrizione dell'esperienza della Comune di Parigi è quella del non-Stato, dato il grado di decentralizzazione, partecipazione e controllo delle masse sull'apparato statale.

Il problema teorico (e con effetti politici) in Marx si trova nella prefazione del 1859, in cui l'enfasi data alle forze produttive è strettamente delimitata in questo passaggio: “A un dato punto del loro sviluppo, le forze produttive materiali della società entrano in contraddizione con i rapporti di produzione esistenti, cioè con i rapporti di proprietà (che ne sono soltanto l'espressione giuridica) dentro i quali tali forze per l'innanzi s'erano mosse. Questi rapporti, da forme di sviluppo delle forze produttive, si convertono in loro catene.”

Questo passaggio dal lavoro di Marx ha consentito un'interpretazione con un forte contenuto meccanicistico ed economicista della sua teoria. Non è un caso che questo testo sia diventato il riferimento centrale nella concezione stalinista, fortemente segnata dal suo riduzionismo. Come afferma lo stesso Stalin: “le forze produttive non sono solo l'elemento più mobile e rivoluzionario della produzione. Sono anche il fattore determinante nello sviluppo della produzione.”

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filosofiainmov

Il contributo di Nancy Fraser al dibattito su un nuovo socialismo democratico

Per un inquadramento critico

di Giorgio Fazio

Nancy Fraser: Cosa vuol dire socialismo nel XXI secolo, Castelvecchi. 2020

266 12Non sembra esserci tempo più propizio di quello che stiamo vivendo in questo passaggio storico eccezionale, per tornare a riflettere – con serietà, realismo e alla luce di prospettive teoriche e politiche rinnovate – sul tema che dà il titolo all’intervento di Nancy Fraser: che cosa può significare socialismo nel XXI secolo.

Più volte è stato osservato in questi ultimi mesi: come tutte le emergenze che interrompono bruscamente lo svolgimento delle nostre routine sociali, economiche e politiche, la pandemia da Covid-19, investendo inesorabilmente per ondate successive i quattro angoli del pianeta, ha avuto il potente effetto rivelatorio di riportare alla luce, senza più diaframmi, le soglie critiche su cui è sospesa la nostra contemporaneità globalizzata. Soglie critiche di varia natura – sanitaria, ecologica, economica, democratica, sociale, razziale, etc. – eppure tra loro strettamente intrecciate, poichè tutte in qualche modo riconducibili al modello di capitalismo finanziarizzato e deregolamentato che si è imposto su scala globale negli ultimi decenni. Crisi che, tuttavia, la normalità sospesa nei mesi di emergenza epidemica tendeva a rimuovere dal centro dell’agenda politica, mentre ora, dopo e dentro questa emergenza, si ha l’impressione che quel rimosso ripresenti il conto e non possa essere più facilmente relegato sullo sfondo.

L’approccio di Fraser alla questione del socialismo si presenta come una pista di riflessione particolarmente idonea ad aiutarci a leggere “contropelo” questo passaggio storico e ad offrirci strumenti di orientamento politico. E questo per due ragioni fondamentali.

La prima di queste ragioni è che la sua riflessione su una rinnovata idea di socialismo democratico ruota fin dall’inizio attorno al tema della crisi.

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psicoanalisiescienza

Lo scientismo come nuova religione

di Ilaria Bifarini

testatina psicoanalisi applicataCos’è la scienza?

La scienza non è democratica” è il nuovo mantra utilizzato come scudo per allontanare chiunque provi a manifestare un pensiero divergente da quello accreditato dalla vulgata dominante e per questo inconfutabile, non passibile a critiche di alcun tipo. Il monito è molto efficace, ed emana quell’autorevolezza che ci si aspetta dal rigore e dall’inaccessibilità della scienza, intesa come campo esclusivo di un élite di esperti, la cui competenza e preparazione implicano qualità tali da giustificare un certo distacco dal popolo, il demos appunto. Mai come in questo periodo di diffusione della paura collettiva legata al Covid-19 la scienza, o come meglio vedremo la sua degenerazione scientista, ha avocato a sé il ruolo di padre primigenio, che sorveglia i propri figli e impone loro la propria indiscussa autorità.

Ma cosa è la scienza?

Sciens, participio presente del verbo latino scire, sapere, essa comprende quel sistema di cognizioni acquisito con lo studio e la riflessione.

Ricostruire la genesi della scienza richiederebbe un trattato a sé, ed esula dall’obiettivo della nostra esposizione; peraltro esiste già una vasta e importante letteratura in merito da poter esaminare.

Già nella cultura classica i filosofi greci distinguevano due diverse forme di conoscenza, l’opinione (doxa), fondata sull’esperienza sensibile e perciò ingannevole e incerta, e la scienza (epistème), basata sulla ragione e dunque fonte di conoscenza sicura e incorruttibile.