Come uscire dall’Euro in 5 mosse
di Ascanio Bernardeschi
Perché occorre uscire dall’Unione Europea e come farlo salvaguardando gli interessi dei lavoratori
Dopo che anche Lega e Movimento 5 Stelle hanno (obtorto collo?) dichiarato la loro fedeltà all’euro, all’Europa e alla Nato, c’è il rischio che rimanga fuori dai radar la discussione sulla permanenza o meno nella gabbia dei trattati europei. Eppure l'argomento è della massima importanza, dal momento che le regole previste da questi trattati escludono di fatto ogni possibilità di adottare politiche economiche non tanto rivoluzionarie, ma anche timidamente anticicliche. Infatti questa gabbia inibisce la possibilità di manovrare sulla quantità di moneta emessa, di manovrare sui tassi di interesse, di manovrare sui rapporti di cambio, di effettuare politiche di deficit spending, di definire la politica della banca centrale, in barba alla Costituzione, alla sovranità nazionale, agli esiti elettorali.
Tutto ciò comporta deflazione, tagli al welfare, impossibilità di intervenire nell’economia, necessità di privatizzare per fare cassa, peggioramento delle condizioni dei lavoratori e in generale dei proletari, accentuazione delle disparità sia all’interno dei singoli paesi che fra paesi solidi ed economie traballanti. Ne consegue ineluttabilmente che il potere di interdizione e di autodifesa dei lavoratori si vada restringendo e che la disgregazione del mondo del lavoro affievolisca la presa delle tradizionali organizzazioni di classe dei lavoratori. Non c’è da stupirsi, quindi, se il malcontento, laddove la sinistra non ha saputo svolgere un’opposizione efficace a queste politiche, si sia incanalato verso formazioni della destra xenofoba e fascista o qualunquiste (in Italia Lega e 5 Stelle).
L’imbarbarimento della società non è più un pericolo solo ipotetico, ma tangibile, come pure il pericolo di ritorni a regimi reazionari e di crescita dei movimenti più o meno palesemente fascistizzanti.



Le grandi narrazioni non sono finite, anzi. Sbagliava Jean-François Lyotard quando sosteneva che la loro fine fosse un derivato inevitabile dello sviluppo “delle tecniche e delle tecnologie che a partire dalla seconda guerra mondiale hanno posto l’accento sui mezzi piuttosto che sui fini dell’azione; oppure del rinnovato sviluppo del capitalismo liberale, [che ha liquidato] l’alternativa comunista e valorizzato il godimento individuale dei beni e dei servizi” (in La condizione post-moderna). 
C’è una crudele ironia nella coincidenza tra il mezzo secolo dal Sessantotto e un’attualità che si colloca al nadir della tensione alla palingenesi personale e collettiva, della radicale espansione della sfera delle libertà e delle possibilità che dell’annus mirabilis fissarono la costellazione simbolica e politica. Risentimento, insicurezza, paura: sono questi all’opposto i segni della nostra attualità, con le sue forme intrattabili di diseguaglianza ed esclusione, i conflitti interminabili, il vuoto di alternative, di fronte ai quali le soluzioni bugiarde dei populismi, con la loro subdola e in apparenza irresistibile manipolazione del discorso pubblico, si presentano come paradossale risposta alla crisi dell’ordine neoliberista e al suo mantra There is no alternative.
Come è noto, l’


«"Chi non lavora non mangia" - è questo il comandamento pratico del socialismo» 


Se volessimo suddividere per fasi
Negli ultimi decenni il nostro paese, come del resto tutti i paesi della UE, ha posto in essere significativi cambiamenti nelle politiche economiche e sociali che avevano caratterizzato la fase successiva alla seconda guerra mondiale. Ciò ha determinato un consistente riassetto dello status di tutti i principali attori in campo, anche se le trasformazioni più evidenti hanno riguardato l’universo giovanile. In questa nota mi soffermerò su questo segmento di popolazione, cercando di evidenziare i principali mutamenti che lo hanno caratterizzato nel tempo.
1) E’ stato evidenziato che il voto del 4 marzo ha aperto una fase nuova nella vita del Paese: le forze su cui si è retta la cosiddetta “democrazia dell’alternanza” nel bipolarismo – ma in realtà speculari nell’applicazione servile delle politiche economiche UE – sono uscite pesantemente sconfitte, aprendo la strada all’ascesa di Movimento 5 stelle e Lega. Credi che si sia aperta effettivamente una fase nuova di transizione per il nostro Paese?
Losurdo è stato un intellettuale comunista a tutto tondo. Losurdo è stato uno scienziato della teoria il quale – da materialista e, quindi, da marxista autentico – non si è mai tolto il cappello a fronte delle ideologie dominanti e delle loro mastodontiche forme di esercizio e di comando. Mai banale, mai dogmatico, mai impressionistico nei confronti della materia sociale che ha studiato, interpretato e, quando necessario, sapientemente demistificato. In questo contesto Domenico Losurdo ha dato un notevole contributo al generale processo di critica del liberalismo in tutte le sue diversificate rappresentazioni e del capitalismo. Sul versante filosofico e storico lo studio e la rigorosa ricerca di Losurdo ha contribuito allo smantellamento di alcune (forti) narrazioni capitalistiche su temi e snodi di fondamentale importanza non solo per disarticolare il sistema ideologico di pensiero dominante ma anche per mantenere aperta – su tutto l’arco delle contraddizioni – la strada del cambiamento societario, dell’alternativa di sistema e del socialismo.
L’

La domanda che poniamo è in questi semplici termini. Siamo ancora operai che si riuniscono come venditori di forza lavoro e tentiamo di venderla al nostro padrone alle migliori condizioni o siamo operai che hanno imparato, per propria esperienza pratica, che il nostro orizzonte non può fermarsi a questa contrattazione: nella migliore delle ipotesi ci garantisce una misera vita normale e nelle peggiori ci colloca fra i milioni di uomini che non sanno come tirare avanti.
A Berlino stan preparando una trappola. Ed a Parigi gli tengono bordone. Nel mirino - sai che novità! - l'Italia. Il terreno è stato arato fin dall'autunno scorso, con il famoso
D. Stefano, da anni ti troviamo in prima linea sul fronte ideologico della lotta di classe. Tra gli strumenti che metti a disposizione c’è una rivista, di cui sei fondatore e direttore scientifico: “Materialismo Storico. Rivista di filosofia, storia e scienze umane”. Un titolo che richiama i fondamenti stessi del marxismo che tra il popolo tutto, non solo quello che lavora solo con le mani, non gode di ottima salute. Da cosa nasce, dunque, l’esigenza di un’iniziativa così controcorrente e qual’è stata la reazione del mondo accademico italiano ed internazionale?
Di questi tempi, che piovono dal cielo dei governi, pesanti come chicchi di grandine, quasi solo atteggiamenti e decisioni densi di insipienza, mi vien da pensare come, nella prima metà del Novecento, vi sia stata una vera e propria rivoluzione copernicana nella comprensione dei fatti economici, con studiosi capaci di “vedere al di là del velo delle mere apparenze”, come accadde quando fu faticosamente superato il geocentrismo. Allo stesso tempo mi chiedo come negli ultimi cinquant’anni, invece, possa esservi stato in vaste parti della teoria economica un regresso cognitivo altrettanto sorprendente. Ed è interessante pure come tutto ciò, rivoluzione e controrivoluzione, abbia avuto riflessi importanti sulla cultura espressa dalla sfera politica e da quella della comunicazione influente.
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Il libro nasce da una conferenza a Friburgo, la patria dell’ordo-liberismo tedesco, in cui cercavo di spiegare agli amici tedeschi che le responsabilità del mancato funzionamento dell’euro, almeno dal nostro punto di vista, non erano imputabili solo all’Italia, ma forse soprattutto alla Germania. In un certo senso questa è un’affermazione contraddittoria, in quanto l’euro gli italiani se lo sono cercato e hanno aiutato attivamente a disegnarlo. L’euro è il culmine, a ben vedere, del nuovo regime di politica monetaria ispirato e impostato da esponenti come Andreatta e la sua corte bolognese (Prodi, Onofri, Basevi fino a Enrico Letta), con il contributo fattivo della Banca d’Italia post-Baffi e della crescente influenza bocconiana. Cos’è questo nuovo regime?
L’argomento che qui trattiamo è la tesi sostenuta dall’economista e storico americano Robert J. Gordon, nel suo celebre “The Rise and Fall of American Growth” (Princeton University Press, 2016), beneficiato di non so quanti premi editoriali, critiche molto rispettose e giudizi altrettanto ossequianti da parte di K. S. Rogoff e di L. Summers, nonché da premi Nobel quali R. Solow, G.Akerlof e P. Krugman di cui alleghiamo
Nella concezione popolare, ma spesso anche in lavori teorici poco rigorosi, troviamo una visione mitica del capitalismo, come sistema di garantita efficienza: in questo mondo ideale ogni individuo massimizza la propria utilita’ soggetto a vincoli di bilancio, uguagliando i tassi di sostituzione fra vari beni che consuma ai loro prezzi relativi; ogni impresa massimizza il profitto uguagliando i tassi di sostituzione fra i vari inputs ai loro prezzi relativi, e il costo marginale del prodotto al suo prezzo. Ne risulta – escludendo alcune difficolta’ che enunceremo piu’ avanti – un equilibrio economico generale che gode di efficienza Paretiana, per cui cioe’ non e’ possibile produrre una maggiore quantita’ di un bene senza ridurre la quantita’ prodotta di un altro bene, ne’ migliorare la posizione di alcuno senza peggiorare quella di qualcun altro.


Il successo elettorale del Movimento 5 stelle ha portato il tema del “reddito di cittadinanza” (RdC) al centro del dibattito politico. Tecnicamente, la proposta pentastellata non è veramente un’applicazione del RdC ma è piuttosto una forma di “reddito minimo garantito”, uno strumento di sostegno finanziario simile al RdC, senza tuttavia gli stessi tratti di universalità. Ma non importa: mentre la crisi incalza, l’idea di aumentare i redditi, invece che di stringere la cinghia, piace un po’ a tutti. In effetti, le prime critiche che si sono levate contro il RdC non riguardano veramente i suoi limiti teorici bensì la sua mancata attuazione: in Italia, il RdC non ha veri oppositori, il problema è che i grillini non lo vogliono applicare veramente.


La nascita del governo Conte non deve distogliere da ciò che il suo travagliato avvento ha rivelato. In particolare, non deve distogliere da una seria analisi del discorso che il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha tenuto, in diretta televisiva, la sera di domenica 27 maggio 2018: un discorso che sarà ricordato molto a lungo. Sicuramente come uno svelamento drammatico dei reali rapporti di forza che governano la post-democrazia italiana. E, probabilmente, anche come un punto di non ritorno.





































