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Marco Revelli, “Turbopopulismo”
di Alessandro Visalli
Nell’epoca in cui austeri dizionari on line, come quello della Treccani, coniano termini come “sovranismo psichico”[1], riprendendo un Rapporto del Censis[2] ed avviando una polemica[3] ben meritata, l’illustre sociologo torinese Marco Revelli, di cui abbiamo già letto altro[4] si impegna in una damnatio di quel che identifica come un populismo 3.0.
Il libro del politologo e sociologo torinese (anzi cuneese) ex Lotta Continua e poi Bobbio boys[5], sembra interessante soprattutto per questo: è perfettamente espressivo dello spiazzamento della migliore cultura della sinistra italiana.
Una cultura che è forse di sinistra, ma certamente da lungo tempo completamente disancorata con la tradizione socialista[6], se pure nella radice dalla quale proviene l’ex ribelle fattosi pompiere torinese è mai stata connessa[7].
Ciò che accade nel presente a Revelli appare chiaro da un lato e completamente oscuro dall’altro. È in corso quella che chiama una “rivolta dei margini”, un ‘ribollire’ di periferie in fibrillazione (p.56). Svolgendo sotto questo profilo un’analisi simile nella descrizione, ma del tutto opposta nella presa di posizione, a quella che ad esempio abbiamo letto nel lavoro del geografo Guilluy[8], Revelli individua una precisa rappresentazione dell’inversione tra sinistra e destra negli esiti elettorali che dal 2016, sempre più chiaramente, si sono accumulati (Brexit, Trump, fino ai Gilet Gialli). Ma ritrova, proprio come Guilluy, una conferma anche nelle vittorie del centro, quella di Macron in Francia, che ottengono il successo esercitando una loro forma populista, come fece, peraltro Renzi nella sua breve parabola[9]. Quel che si sta verificando è dunque una rivolta, precisamente “dei margini”.
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Il risentimento bianco cresciuto dentro il declino neoliberista
di Paola Rudan
«Macerie del neoliberalismo»: così, nel suo ultimo libro (In the Ruins of Neoliberalism. The Rise of Antidemocratic Politics in the West, Columbia University Press, 2019), Wendy Brown definisce l’emergenza delle politiche antidemocratiche in Occidente, l’ascesa di movimenti e partiti di estrema destra e ultranazionalisti negli Stati Uniti e in Europa, la violenta politicizzazione dei valori della tradizione giudaico-cristiana che sostiene la guerra aperta contro le donne, le minoranze sessuali, i migranti. Per muoversi tra le macerie del neoliberalismo bisogna afferrare il senso del genitivo: la politica «sregolata, populista e brutta» della «destra dura» [hard-right] non è il residuo di un ordine politico e sociale andato in rovina, ma l’effetto di un discorso che radica la libertà del mercato in un sistema morale ostile a ogni pretesa di uguaglianza. È un effetto imprevisto almeno se, come fa Brown, si mettono a confronto la teoria neoliberale e il «neoliberalismo reale». È un effetto Frankenstein – la creatura che si ribella al suo creatore – del quale lei cerca di ricostruire la «razionalità» facendo un passo avanti rispetto al suo lavoro del 2015, Undoing the Demos. Non è più sufficiente considerare come il neoliberalismo «disfa il popolo» universalizzando la figura dell’homo oeconomicus e cancellando dalla scena l’homo politicus, il cittadino democratico. Bisogna dare conto, secondo Brown, del modo in cui esso ha alimentato la «cultura antidemocratica dal basso» che ha legittimato «forme antidemocratiche di potere statale dall’alto». Bisogna ricercare, all’interno dei termini del discorso neoliberale, il processo di «produzione di soggettività» che permette di spiegare la traumatica e insopportabile elezione di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti d’America.
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Il buco nero dell’informazione globale
di Geraldina Colotti
I grandi media boliviani hanno accompagnato le manovre di Washington, che hanno tenuto nel mirino il “presidente indio” fin dal 2006
Alla domanda se fosse ancora possibile cambiare la Bolivia, il presidente in esilio Evo Morales, intervistato da Rafael Correa per RT, ha risposto: “Sì, ma bisogna avere i media dalla propria parte”. Come dargli torto? I suoi governi hanno cambiato il volto del paese, uno dei più poveri dell’America Latina, risollevandolo dal baratro in cui era precipitato negli anni di neoliberismo.
Tra ostacoli e conflitti che hanno mostrato la pervicacia del sistema oligarchico alleato di Washington, Evo è riuscito a realizzare le tre principali promesse della sua campagna elettorale: l’Assemblea costituente, la re-nazionalizzazione degli idrocarburi, e la riforma agraria. Molto più difficile, però, è stata la lotta contro il latifondo mediatico, pur prospettata dalla nuova costituzione che proibiva la concentrazione monopolistica.
L’ultimo rapporto dell’UNESCO, pubblicato nel 2016, indicava che oltre l’80% dei mezzi di comunicazione restavano nelle mani dei privati, e rilevava la coesistenza di “una minoranza di media comunitari, sindacali, confessionali e statali”. I giornali registrati erano circa 60, ma – indicava - quelli che “possono essere qualificati come grandi media sono: una decina di giornali privati, 7 reti televisive (una delle quali statale) e 4 reti radiofoniche (una statale)”.
I grandi media – rilevava ancora l’UNESCO – concentrano le loro attenzioni e la portata nelle tre città del cosiddetto “asse” boliviano: La Paz, Cochabamba e Santa Cruz, anche se le reti di radio e TV coprono varie zone del territorio nazionale, soprattutto dell’area urbana. I media si finanziano fondamentalmente con la pubblicità commerciale e con quella del governo, le cui risorse sono captate prima di tutto dalle reti televisive, seguite dai giornali più grandi e dalle reti radiofoniche.
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Su "Capital et idéologie" di Thomas Piketty
di Marco Codebò
In Capital et idéologie (Paris: Seuil, 2019) Thomas Piketty riprende l’analisi del capitalismo contemporaneo là dove l’aveva lasciata alla conclusione di Le Capital au XXI siècle (2013), quando constatava come le società del XXI secolo, sia nei paesi ricchi dell’OECD sia nel resto del pianeta, fossero caratterizzate da un’irrimediabile, crescente disuguaglianza di reddito e patrimonio. Questa volta, però, Piketty vuole spingersi più in là della lettura dei dati statistici. Il suo obiettivo è trovare una via d’uscita dalle lacerazioni create dalla disparità economica; lo fa nell’unico modo che considera possibile, attraverso una proposta di superamento del sistema che ha condotto alla presente situazione, il capitalismo. Superamento tuttavia non significa abbattimento, obiettivo che porterebbe all’atteggiamento millenaristico nel quale si sono consumate le energie di generazioni di militanti anarchici, socialisti e comunisti. Superare il capitalismo significa mantenerne in funzione l’istituzione per eccellenza, la proprietà privata, indirizzandola però non più all’arricchimento individuale ma alla crescita del bene di tutti. Si creerebbe così un sistema nuovo, in grado di sorpassare (dépasser) il capitalismo, di andare insomma più veloce, perché più efficiente nel creare ricchezza sociale.
La disparità sociale non l’ha, com’è ovvio, inventata il nostro tempo, anzi. Quello che però rende il presente diverso da altre epoche della storia è la maniera di giustificare la forbice della ricchezza, in altre parole la sua ideologia della disuguaglianza. Di ideologie, dei racconti con cui una società legittima le distanze di reddito e patrimonio, vuole appunto discutere Piketty. Lo fa partendo da un giudizio positivo sulle ideologie, che non sono menzogne fabbricate per nascondere la realtà ai subalterni, ma spiegazioni del mondo, narrazioni al cui interno le disuguaglianze trovano senso. Proprio perché storicamente le disuguaglianze non sono mai state semplicemente imposte, ma sempre giustificate, per chi voglia superare quelle del presente è utile tornare indietro nel tempo e studiare come le società del passato abbiano spiegato le loro.
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Ue: Draghi ha salvato i banchieri, non i lavoratori
di Thomas Fazi
La stampa mainstream e i leader europei hanno esaltato in Mario Draghi il salvatore dell’euro. Ma questo, non sorprendentemente, ha significato imporre ai governi misure di austerità in misura sempre maggiore e in modalità sempre meno democratica. In pratica la Banca centrale europea si è mossa all’opposto delle altre banche centrali: mentre queste sostengono i governi per aiutarli a praticare politiche espansive di sostegno all’economia, la BCE condiziona gli aiuti all’applicazione di misure di austerità sempre più rigide. Con un potere di ricatto che mette in discussione il concetto stesso di democrazia in eurozona. Il caso più eclatante è stato quello della Grecia. Da Jacobin.
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Quando il presidente della Banca centrale europea Mario Draghi ha lasciato l’incarico, il mese scorso, è stato ampiamente elogiato per “avere salvato l’euro”. Ma lo ha fatto a spese dei lavoratori, sfruttando la crisi per imporre un regime di austerità sempre più ineluttabile.
Quando il mandato di otto anni di Mario Draghi si è concluso, il mese scorso, i governanti europei hanno fatto a gara nel riversare sul presidente uscente della Banca centrale europea (BCE) un tributo di lodi ai confini del culto. Questa auto-adulazione d’élite ha sfiorato il ridicolo. Il presidente francese Emmanuel Macron ha elogiato Draghi per “averci passato il testimone dell’umanesimo europeo“. Il presidente italiano Sergio Mattarella lo ha ringraziato per avere reso “il sistema economico europeo più efficace“. L’ex amministratore delegato del Fondo monetario internazionale (FMI) Christine Lagarde – che ha preso il posto di Draghi come capo della BCE – ha esaltato il suo successo nel “garantire il futuro dell’eurozona e il benessere delle sue popolazioni“. Ma, soprattutto, Draghi è stato celebrato per “avere salvato l’euro“.
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Intervista a Carlo Formenti
di Vox Populi
Carlo Formenti, sociologo, giornalista e militante della sinistra radicale nasce a Zurigo il 25 settembre del 1947. Si laurea in Scienze Politiche a Padova. Negli anni ’70 milita nel Gruppo Gramsci sorto durante la disgregazione del Partito Comunista d’Italia mentre lavora, tra il 1970 e il 1974, come operatore sindacale della Federazione dei Lavoratori Metalmeccanici in cui ricopre il ruolo di responsabile per gli impiegati e i tecnici.
Dopo lo scioglimento del Gruppo Gramsci partecipa all’esperienza dell’Autonomia Operaia da cui si allontanerà progressivamente dopo la prima metà degli anni ’70.
Negli anni ’80 è caporedattore della rivista culturale Alfabeta e lavorerà per il Corriere della Sera e L’Europeo. In questo periodo pubblica libri molto interessanti come “La fine del valore d’uso” in cui analizza i mutamenti avvenuti nell’organizzazione del lavoro con l’introduzione delle nuove tecnologie. Il rapporto tra lavoro, democrazia e nuove tecnologie sarà portato avanti in “Mercanti di futuro. Utopia e crisi della Net Economy” e “Cybersoviet. Utopie postdemocratiche e nuovi media”. In “Felici e sfruttati. Capitalismo digitale ed eclissi del lavoro” si confronta con il lavoro cognitivo e lo sfruttamento nella società post fordista, elaborando un’analisi del plusvalore nella società digitale.
Negli ultimi anni ha pubblicato numerosi libri sul populismo, una sua possibile declinazione da sinistra e l’UE come “La variante populista. Lotta di classe nel neoliberismo” e “Il socialismo è morto. Viva il socialismo! Dalla disfatta della sinistra al momento populista”.
Segnalo inoltre “Tagliare i rami secchi. Catalogo dei dogmi del marxismo da archiviare” in cui si confronta con la tradizione teorica marxista.
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Formenti, dalla lettura dei suoi libri mi sembra di capire che cerca di leggere i conflitti dell’attuale società con il prisma del populismo. Parla di scontro tra alto e basso. Che legami ha la sua lettura con quella offerta in merito da Ernesto Laclau, grande filosofo marxista argentino vicino al peronismo di sinistra?
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Se accuso questo «J’accuse»
di Fabio Troncarelli
Sul bel film di Polanski, sul caso Dreyfuss, sullo sciagurato Harris, sui rasoi e sugli scriba-lecchini
Finalmente è uscito nelle sale il film di Polanski sul caso Dreyfus. Dico finalmente perché è stato giustamente molto apprezzato (da critici e pubblico a Venezia) e perchè effettivamente è molto bello. Polanski è uno dei pochi registi che sa fare ancora cinema, quello di una volta non il “birignao” dei patiti dei pupazzi animati. Però non è detto che gli riesca sempre tutto. Farlo notare non significa rompere le uova nel paniere per il gusto di farlo. Vediamo perché.
In originale il film si chiama «J’accuse» riprendendo il titolo di un famoso articolo di Emile Zola. In italiano si chiama invece «L’ufficiale e la spia» che riprende – in omaggio agli editori di libri sempre più assatanati di quattrini facili e sempre più a corto di idee originali – il titolo del best seller del giornalista e scrittore inglese Robert Harris da cui la pellicola è stata tratta. Il legame con il romanzo di Harris non è secondario: come ha scritto Mauro Donzelli: «sulle [sue] pagine era tutto descritto, inquadratura per inquadratura, gesto per gesto1». Ecco, il punto è proprio questo: per alcuni, come Donzelli, ciò significa che Harris è un genio «che meriterebbe più attenzione». Per altri invece, come me, Harris è una palla al piede che fa sprofondare il fim in una palude. Come del resto tutti i romanzieri che vogliono “romanzare” la storia e pretendono di ficcare la fiction dove non serve, anzi stona, come un attore che recita sopra le righe e aggiunge versi inutili a capolavori.
Una volta da ragazzo ebbi la disgrazia di vedere Romeo e Giulietta di Shakespeare nell’orrenda, catastrofica versione di un regista famoso: un bric-a-brac esagerato e sgangherato che intendeva solo imbambolare, ridurre a uno straccio l’innocente spettatore.
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Luca Ricolfi, “La società signorile di massa”
di Alessandro Visalli
Il libro di Luca Ricolfi, presidente della Fondazione Hume[1], che fa del dato uno scopo morale, è un testo a tema, costruito intorno ad un’aspra forzatura linguistica e un violento strattonamento, sia del linguaggio sia dei dati stessi. Un testo infarcito, anzi intessuto, di ideologismi e di autentici falsi, non numerosi ma decisivi. Alcune delle cose che scrive l’autore sono anche interessanti, alcune sono pezzi di verità, anche dolorosa, ma tutto è fondato su un’attitudine a far passare la descrizione del reale proposto per inevitabile stato del mondo ed il particolare come generale, il contingente come strutturale, la causa come effetto. I pensionati che sostengono i nipoti, in parte o in sostanza, in Italia sono solo il 14%, ovvero sono circa duemilioni, ovviamente da individuare nello strato più abbiente, dato che dei 17 milioni di pensionati 10 vivono con meno di 750,00 euro al mese, e l’importo medio erogato è di 1.100,00 euro al mese[2]. Il reddito lordo procapite è di 21.000,00 euro all’anno, sotto la media europea[3], ad onta dell’essere un paese con consumi di massa “opulenti”. Soprattutto gli “insoddisfatti” del proprio livello di reddito sono in Italia la metà della popolazione, con grandi differenze geografiche, dal minimo del 40% al Nord al quasi 70% nelle isole[4], e se si passa al giudizio sulla situazione familiare non è molto diverso, il 57% la giudica “adeguata” (63% al nord). Come si faccia, su questa base, a giudicare la società italiana una “società dei tre quarti” si spiega solo se i dati sono selezionati tra quelli presenti e le definizioni, come è, tra quelle degli anni che vanno dai settanta ai novanta e dalla letteratura della insorgenza neoliberista[5].
Tutto questo indicherebbe, naturalmente dando altri e ben selezionati numeri e stime, per Ricolfi una condizione “signorile di massa”. Una condizione che si associa ad una condizione “servile” di alcuni milioni di immigrati e di italiani in condizione di semi-povertà.
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“Venezia”
di Elisabetta Teghil
… e adesso s’è rivà el momento de dirghe basta e de cambià… Giudeca, canzone di Alberto D’Amico,1973
Ho passato a Venezia una parte di tutte le estati della mia vita fino a vent’anni. Poi i tamburi di rivolta sono stati coinvolgenti e totalizzanti e non c’è più stato spazio neanche per Venezia. Mi è rimasto per sempre stampato nelle mie sensazioni l’odore dell’acqua salsa dei canali, il rumore delle onde leggere che sbattono sulle rive, il risuonare dei passi, nella calli lontane dal turismo, della vita quotidiana di una città che va sempre a piedi. Ora, quando, per qualche motivo, ci torno mi ritrovo a camminare inconsapevolmente con piede leggero quasi a non volere pesarci su. Da anni ormai, Venezia è sommersa dall’acqua alta in maniera più violenta e continuativa che mai, la sua laguna è percorsa da navi da crociera più alte del campanile di San Marco per non parlare delle petroliere che vanno e vengono da Marghera, è invasa da masse debordanti di turisti. Ma al di là delle belle parole, delle frasi fatte e delle vesti stracciate, di Venezia non gliene importa niente a nessuno. Non importa niente ai politici locali e nazionali perché altrimenti in tutti questi anni avrebbero fatto ben altre leggi e preso ben altri provvedimenti, non importa ai turisti che si riversano in ondate, questa volta umane, incontenibili e che, se fossero coscienti di quello che fanno, a Venezia non ci dovrebbero venire, non gliene importa niente neanche alla maggior parte dei veneziani perché <fin che ghe semo noi, no che non va zò>. D’altra parte il capitalismo è un modello economico basato sul profitto e nella sua attuale fase neoliberista, caratterizzata da un delirio di onnipotenza, tutto è merce, il turismo è merce, le navi da crociera sono merce, il Mo.s.e. è business, Venezia è merce, è una gallina dalle uova d’oro e le faranno fare le uova d’oro finché non stramazzerà per terra.
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Il processo di cambiamento in Bolivia
Pensieri, autocritiche e proposte
di Pablo Solón
Questo è il momento della solidarietà e della mobilitazione contro il golpe in Bolivia e la sanguinosa repressione in corso. Ma ci sembra urgente anche non rimandare il momento dell'analisi e dell'autocritica. Come è possibile che un processo capace di coinvolgere profondamente grandi masse popolari e di raggiungere traguardi prima inimmaginabili sia crollato come un castello di carte, sprofondando il paese in una crisi senza soluzioni? Questo articolo ci sembra cominci a cercare delle risposte
Che cosa è successo? Come siamo arrivati fino a questo punto? Che fine ha fatto il processo di cambiamento che più di quindici anni fa conquistò la sua prima vittoria con la guerra dell’acqua? Perché un conglomerato di movimenti che volevano cambiare la Bolivia è rimasto invischiato in un referendum il cui fine era la rielezione di due persone nel 2019?[1]
Dire che tutto questo è opera della cospirazione imperialista è un’assurdità. L’idea del referendum per la rielezione non è venuta dalla Casa Bianca, ma dal Palacio Quemado.[2] Adesso è ovvio che l’imperialismo e tutta l’estrema destra approfittino di quell’errore enorme che è stata la richiesta di convocare un referendum per consentire la rielezione di due persone.
Il referendum non è la causa del problema, ma solo un altro dei suoi tragici capitoli. Il processo di cambiamento è sulla strada sbagliata ed è necessario riflettere al di là degli scandali della corruzione e delle menzogne, che, per quanto importanti, sono solo la punta dell’iceberg.
Quattro anni e mezzo fa ho lasciato il governo e da allora ho cercato di capire gli sviluppi possibili. Quello che succede in Bolivia non è qualcosa di unico. Dall’inizio del secolo scorso, diversi movimenti rivoluzionari, di sinistra o progressisti, sono arrivati al potere in vari paesi del mondo e, nonostante il fatto che molti di essi abbiano generato importanti trasformazioni, praticamente tutti hanno finito per essere cooptati dalle logiche del capitalismo e del potere.
In maniera molto sintetica, condivido qui alcune idee, autocritiche e proposte che spero contribuiranno a recuperare i sogni di un processo di cambiamento molto complesso e che non è proprietà di nessun partito o dirigente.
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Il Mes è la nuova «polizia dei mercati» europea
di Rolando Vitali
La riforma del Meccanismo europeo di stabilità, il cosiddetto Fondo salva-stati, mira a forzare in maniera ancora più violenta i paesi debitori a nuove privatizzazioni e politiche di austerity. È così che si fomentano i nazionalismi
Col sorgere dell’indebitamento dello Stato, al peccato contro lo spirito santo, che è quello che non trova perdono, subentra il mancar di fede al debito pubblico.
Karl Marx, Das Kapital
…gli individui sono ora dominati da astrazioni.
Karl Marx, Grundrisse (1857-58)
Nel dibattito pubblico italiano si sente parlare spesso della riforma del famigerato Meccanismo europeo di stabilità (Mes), ma pochi commentatori spiegano di che cosa si stia discutendo precisamente e che cosa sia realmente in gioco.
Che cos’è il Mes?
Si tratta del cosiddetto Fondo salva-stati: quel fondo europeo che dovrebbe tutelare la stabilità finanziaria dell’Eurozona, garantendo una copertura adeguata in caso di crisi debitoria da parte di uno degli stati membri. Il processo di riforma del Mes, di cui si parlava da tempo, si è concretizzato lo scorso giugno ottenendo un primo via libera informale, mentre l’approvazione definitiva dovrebbe avvenire il prossimo 12 dicembre. Il fondo è già attivo dal 2012 e serve a dare assistenza finanziaria ai paesi in cambio di «riforme» che, sostanzialmente, prevedono la solita ricetta in stile Fmi: tagli alla spesa pubblica, privatizzazioni, flessibilizzazione del mercato del lavoro, aumento dell’età pensionabile ecc.
La cosa interessante di questo meccanismo di «protezione» dall’instabilità finanziaria, è che può funzionare anche in maniera inversa: vale a dire, non tanto per «difendere» dall’instabilità, ma per forzare i paesi a prendere determinate decisioni politiche, proprio mettendoli davanti a un aumento dell’instabilità finanziaria.
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Di alcuni motivi in Walter Benjamin
di Paolo Vernaglione Berardi
Walter Benjamin, Scritti autobiografici, tr. it. Carlo Salzani, Neri Pozza editore – La Quarta Prosa, 2019, pp. 541 – €. 30,00.
1. Felicità in un libro
Un dono è arrivato nelle librerie. È l’edizione italiana del VI volume degli scritti (Gesammelte Schriften 1985) di Walter Benjamin, intitolata Scritti autobiografici. Nella collana La Quarta Prosa, diretta da Giorgio Agamben per Neri Pozza e nella ineccepibile traduzione di Carlo Salzani, la raccolta di testi e diari che coprono gli anni 1906-1939 apre una necessaria distanza nell’interpretazione, che potrebbe marcare una discontinuità rispetto all’attuale trend pubblicistico ed ermeneutico dell’opera benjaminiana.
In questa eventualità consiste d’altra parte il primo degli aspetti significativi di questo testo che, nella sequenza di note e saggi editi, come i famosi Diario moscovita e Infanzia berlinese intorno al millenovecento, e inediti, come la Cronaca berlinese, riduce la frammentazione editoriale dell’opera di Benjamin, riportandola in qualche modo all’epoca della prima realizzazione italiana presso Einaudi tra i primi anni Ottanta e la metà degli anni Novanta.
Che sia proprio la raccolta di testi autobiografici, per natura idiosincratici alla pubblicazione, ad indicare un movimento inverso rispetto all’attuale fortuna critica di un’opera infinita è uno di quei paradossi editoriali spiegabili con motivi che non hanno a che fare con strategie editoriali e operazioni di marketing ma con un senso che eccede la disinvoltura con cui Benjamin è ‘usato’. Questi motivi risiedono nel senso delle costellazioni epocali di cui l’autore delle Tesi sul concetto di storia affermava che si rendono intelligibili solo ad una certa scadenza temporale.
D’altra parte il desiderio di vedere comparire testi di Benjamin in un presente inattuale proviene meno dalla snobistica volontà di rendere arduo uno dei pensieri più luminosi e acuminati del lungo XX secolo che dal bisogno di silenzio intorno a quel pensiero dirompente.
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La scuola delle competenze?
di Alessandro Pascale
Si è svolto il 14/11/2019 alla Casa della Cultura di Milano un incontro sul tema “Una scuola senza cultura e senza conoscenza? Dalla cancellazione del tema di storia a quella delle discipline”, relatori i docenti Giovanni Carosotti, Vittorio Perego, Marco Cuzzi (UNIMI, Milano), Lucio Russo (Uni Tor Vergata, Roma)
La storia sotto attacco e i progetti ministeriali
Mentre inizia a parlare, Carosotti mostra una dichiarazione dell'Associazione Nazionale Presidi (ANP): “Scuola senza materie, la sfida della scuola del futuro”. Una follia, eppure Andrea Gavosto, presidente della Fondazione Agnelli sulla Stampa porta avanti periodicamente questa campagna, senza contraddittorio. Secondo Carosotti l'abolizione del tema di storia non è parte di una politica disciplinare ma rientra nell'ambito di un progetto sistematico che va avanti da 25 anni e la cui ultima tappa è la modifica dell'esame di Stato che fa sparire di fatto l'interrogazione sui contenuti disciplinari. I dirigenti ora tendono a imporre ai dipartimenti le programmazioni per macro-argomenti (UDA), che insistono nell'indicazione delle “competenze” più che sui contenuti, suggerendo di ridurre al minimo le lezioni frontali in classe da parte del docente. È la trasformazione delle discipline in discipline trasversali. Che dire poi dell'ultima uscita del ministro Fioramonti che propone di introdurre la “educazione ambientale”? Carosotti spiega che è una cosa che si fa già di fatto, a partire dalle materie coinvolte. Riguardo all'insegnamento di storia e filosofia le indicazioni ministeriali sono portate a vederle come qualcosa che fornisce “pillole”, “spunti per gli studenti”. Quali sono le conseguenze sul lungo periodo per studenti che non conoscono argomenti non trattati dal docente perché non inseribili nelle UDA?
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L’incubo del Mes sul nostro prossimo futuro
di Francesco Piccioni
Ci scuserete se torniamo ancora sulla “incredibile” vicenda del Mes, il Meccanismo europeo di stabilità, che sta per essere approvato tra pochi giorni da tutti i membri dell’Unione Europea. In fondo, riguarda “soltanto” il brutto futuro che attende tutti noi (meno qualcuno). Però vi tranquillizziamo: questa volta non parleremo di “tecnica economica”, ma di politica. A un livello speriamo superiore rispetto alle sciocchezze che ci propina quotidianamente l’informazione mainstream.
Che cosa contenga il Mes, infatti, lo abbiamo già analizzato più volte, ricevendo ogni giorno nuove conferme anziché smentite. In estrema sintesi, è un sistema di regole da applicare in modo pressoché automatico che “convince” – contando sulle normali dinamiche del mercato finanziario – i capitali a fuggire dall’Italia e altri paesi con un forte debito pubblico per indirizzarsi verso le banche tedesche, francesi, olandesi. Le quali hanno problemi assai gravi e rischiano di saltare nei prossimi mesi o al massimo pochi anni. Per funzionare davvero c’è bisogno che venga approvata anche l’implementazione dell’unione bancaria europea, secondo la proposta avanzata ancora una volta dalla Germania tramite il ministro delle finanze Olaf Scholz.
Una volta chiuso il cerchio, il ministero del Tesoro avrebbe difficoltà immense per piazzare i titoli di Stato sul mercato e contemporaneamente le banche avrebbero una tale necessità di capitali da chiudere i rubinetti dei prestiti a famiglie e imprese (oltre a vendere i titoli di Stato italiani, contribuendo così alla caduta del prezzo, all’aumento degli interessi da pagare e a un buco supplementare nei propri bilanci). Una gelata di lungo periodo sull’economia reale che arriverebbe (arriverà) dopo oltre un decennio di crisi-stagnazione.
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Dall’odio del “manifesto” al manifesto dell’odio
Quando le colori,le sardine vanno a male
di Fulvio Grimaldi
Che ci fanno Bill Gates, Ted Turner e George Soros con Extinction Rebellion?
“Non siamo contro il Sistema” (I fondatori delle “Sardine” toscane: Danilo Maglio, Cristiano Atticciati, Matilde Sparacino, Benard Dika)
Una cosa è certa: questo PD degli Zingaretti, Marcucci, Lotti, Orfini, Guerini, non è mai stato in grado e non lo sarà mai di produrre una mobilitazione di massa, estesa sul territorio, come quella oggi in atto con le “sardine”. Per quanto possa poi risultargli favorevole nel voto. Chi sa dar vita a fenomeni del genere, solitamente effimeri, ma di grande impatto momentaneo grazie alla sinergia con un sistema mediatico controllato dagli stessi che innescano tutte le rivoluzioni colorate. Di cui sono una manifestazione le “sardine”, assieme ad altre analoghe, nelle loro più recenti invenzioni improntate a un odio sconfinato per coloro che dannano come odiatori. Sono tutti quelli che escono dal seminato, ossia non condividono, non si assoggettano, si permettono dissensi nei confronti del Sistema. Che è un nome asettico per non dire establishment, o élite, o Cupola, o padroni del mondo.
Infatti cosa proclamano in primo luogo e come caposaldo politico-ideologico i capibranco “sardine” di Firenze? “Non siamo contro il Sistema”. Non sono, quindi, contro coloro che il Sistema lo disegnano, attuano, reggono: i dominanti. Ne consegue, forzando neanche tanto: noi siamo con il Sistema, magari un tantinello critici (ma tutto scompare nell’odio per Salvini e il populismo), con l’establishment, con il Deep State, l’élite, l’UE, la Nato, la Green New Economy integrata dal catastrofismo ambientale, con l’annullamento delle identità e lo sradicamento dei popoli, con ogni criminalità organizzata, ogni forma di terrorismo, con il capitale che tutti ci governa e cui sono connaturati il totalitarismo di comunicazione e sorveglianza, le guerre sociali, economiche e militari.
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Lenin, Rockefeller e la politica-struttura
di Daniele Burgio, Massimo Leoni e Roberto Sidoli
La storia pluridecennale della nazione di regola considerata più liberista e antistatalista, e cioè gli Stati Uniti del periodo 1776-1918, serve a supportare concretamente le splendide e geniali tesi leniniste secondo le quali la politica costituisce “l’espressione concentrata dell’economia” (Lenin 1921, “Ancora sui sindacati”) e che quindi di conseguenza, oltre alle sovrastrutture politiche si riproduce costantemente anche una “politica-struttura”, una politica “rinvigorita” con dosi massicce di potenza economica e scelte economiche.
In altri termini l’esperienza concreta degli Stati Uniti dei lunghi decenni compresi tra il 1776 e il 1918, nell’epoca del presunto “liberismo economico” e dei miliardari “creatisi da soli”, quali ad esempio i celebri Vanderbilt e Rockefeller, rappresenta e si dimostra una sorta di pesantissimo stress-test e una verifica empirica particolarmente impegnativa per la sofisticata ma realistica teoria leninista, in questo settore attualmente quasi sconosciuta e quasi mai utilizzata dai marxisti, relativa all’importanza costituita per la sfera produttiva e sui rapporti sociali di produzione e distribuzione dalla politica, da intendersi come politica-struttura ed espressione concreta dell’economia.
Rispetto al preliminare processo di definizione teorico, si è già notato come all’interno della specifica categoria di politica-sovrastruttura, nelle società di classe oppure socialiste, rientrino le teorie, ideologiche e utopie politico-sociali, gli scontri per l’acquisizione o per il mantenimento del potere e del controllo degli apparati statali, l’aspetto strettamente diplomatico e/o militare dei rapporti internazionali tra stati, oltre alle lotte costituzionali e quelle aventi per oggetto la modifica/conservazione delle modalità di relazioni tra i diversi nuclei di potere e apparati statali.
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La sinistra e l’economia: da Sraffa e Keynes alla riforma del MES
Alba Vastano intervista Sergio Cesaratto
“Ora si rischia di allarmare nuovamente i mercati. Le banche italiane e straniere ci penserebbero due volte ad acquistare titoli di un Paese che potrebbe essere assoggettato a ristrutturazione del debito. Di qui i timori del governatore di Bankitalia Ignazio Visco, di Patuelli e dell’on. Giampaolo Galli e di tanti altri. Una ristrutturazione del debito colpirebbe duramente le banche e i risparmiatori. Ѐ una strategia folle” (Sergio Cesaratto)
Un mese e la riforma del MES, il fondo salva Stati, verrà attuata. Vorremmo così non fosse, ma ci sono tutti i presupposti che lasciano pensare ad un amarissimo dono di Natale che l’Europa sta per propinarci. Per comprendere i meccanismi della riforma e le conseguenze che piomberanno come una mannaia sull’economia italiana, già compromessa da un enorme debito, ne parliamo con Sergio Cesaratto, fra i più noti economisti critici internazionali. Tanto umile ed empatico nel privato, quanto serio e rigoroso nella professione. A lui, all’economista eterodosso, appellativo con cui ama definirsi, alla sua militanza universitaria, al suo sentirsi uomo di sinistra, pur criticandone le inadempienze, rivolgo le domande seguenti in questa lunga intervista. Concludendo con quelle più ‘mordaci’, sapendo che chi risponde, lo fa mantenendo la modestia e l’allure elegante del valente professionista. Grazie professor Cesaratto.
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Professor Cesaratto, entriamo subito nel vivo, ovvero l’attuale questione del MES , il fondo salva Stati. Anzitutto, per i profani in materia di economia, può spiegare cos’è il MES e come funziona questo meccanismo applicato all’economia europea?
Il Meccanismo europeo di stabilità (MES), detto anche fondo salva-Stati, fu creato nel 2011. Interviene a finanziare uno Stato quando per quest’ultimo non ha più senso finanziarsi sui mercati a causa di tassi di interesse troppo alti. Semplificando, quando i sottoscrittori del debito pubblico non rinnovano i prestiti, non trovando altri acquirenti a tassi ragionevoli, il Paese non può restituire i prestiti in scadenza ed è in default.
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Il Meccanismo Europeo di Stabilità e i volti della lotta di classe
di coniarerivolta
Ci stanno un economista della Lega, uno del PD ed il Governatore della Banca d’Italia, ma non è una barzelletta, è una storia vera. Lo si capisce perché, al di là delle sfumature, dicono tutti e tre la stessa cosa: il progetto di riforma del Meccanismo Europeo di Stabilità (MES) mette in pericolo la stabilità finanziaria dell’Italia, piuttosto che tutelarla. Tante sfumature, dicevamo. Il Governatore Visco, solitamente ingessato nel linguaggio istituzionale tipico di Bankitalia, parla fuori dai denti di un “enorme rischio” connesso alla riforma, evocando le “terribili conseguenze” dei primi accordi tra i Paesi europei in tema di ristrutturazione del debito pubblico. Secondo Giampaolo Galli (Confindustria e PD, scusate la ripetizione) “una ristrutturazione preventiva sarebbe un colpo di pistola a sangue freddo alla tempia dei risparmiatori … un evento di gran lunga peggiore di ciò che l’Italia ha vissuto negli ultimi anni a causa dei fallimenti di alcune banche … una calamità immensa, generebbe distruzione di risparmio, fallimenti di banche e imprese, disoccupazione di massa e impoverimento della popolazione senza precedenti nel dopoguerra.” La descrizione dell’apocalisse, che ha destato tanto allarme perché uscita dalla bocca di un economista liberista e uomo delle istituzioni come Galli. In confronto, le urla dei variopinti leghisti assomigliano ai capricci di un bambino. E come un bambino, la più grande forza populista e “antisistema” del Paese scarica tutta la sua rabbia in un hashtag, #stopMES, tirando la volata al cinguettio infuriato del capitano contro “l’alto tradimento” delle autorità italiane che sottoscriveranno il patto di riforma del MES nelle sedi europee.
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America Latina, la lezione di Ho Chi Minh
di Geraldina Colotti
Il colpo di stato in Bolivia mobilita e fa discutere. Come mai si è verificato proprio nel paese latinoamericano più lodato per la sua stabilità economica e per la crescita del Pil? E perché ha potuto spiazzare e obbligare all’esilio un presidente di provata esperienza sindacale e un vicepresidente le cui analisi hanno ottenuto l’ammirazione dei marxisti latinoamericani e non solo? Che fase sta attraversando l’America Latina? Che riflessioni possiamo trarne?
A trent’anni dal processo di “balcanizzazione”, seguito al terremoto dell’89, possiamo guardare all’America Latina come a un brulicante laboratorio di resistenza e sperimentazione, di offensiva e controffensiva, che si proietta oltre il continente, configurando i termini della lotta di classe per come si presenta nel quadro globale. L’America Latina appare oggi come una grande trincea, una sorta di linea rossa, variamente modulata, che si è opposta al dilagare del pensiero unico imposto dal gendarme nordamericano e dai suoi cantori, fin dagli anni immediatamente successivi la caduta del campo socialista.
Due, in estrema sintesi, i poli di resistenza emersi con forza nei primi anni Novanta e che hanno innescato conseguenze diverse, sia sul piano politico, sia su quello simbolico, nel continente latinoamericano e non solo. Due punti di frattura. Il primo, la ribellione civico-militare guidata da Hugo Chavez, ha avuto luogo in Venezuela il 4 febbraio del 1992 e poi il 27 novembre dello stesso anno. Il secondo si è verificato due anni dopo in Chiapas, uno stato del Messico meridionale che confina con il Guatemala e che per essere stato teatro di una rivolta indigena ha fatto a suo modo storia.
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Il cosiddetto problema ambientale
di Carla Filosa
Trattare le questioni ambientali separatamente dal processo storico che le ha determinate impedisce l’individuazione delle azioni positive o contromisure da intraprendere
Nella misura in cui l’interessamento generale ai problemi ambientali è diventato di moda, non si può fare a meno di affrontare l’argomento mentre si è stupiti, eufemisticamente, per le variegate forme ideologiche in cui questo viene isolato da ogni altro condizionamento storico, sociale, politico, economico, ecc.
Per privilegiare gli aspetti di fondo del cambiamento climatico, e cosa si deve intendere per ambiente, si è costretti a dare per scontato, almeno parzialmente, l’innumerevole elenco delle modalità e degli effetti registrati ormai da tempo da questi scienziati di tutto il mondo. Non solo loro, infatti, in antitesi agli interessi dei negazionisti alla Trump o alla Bolsonaro, si preoccupano per l’equilibrio del pianeta a causa del riscaldamento climatico e lanciano un allarme ai paesi e alle classi più povere del pianeta, da sempre più esposti a disastri ambientali di ogni tipo (innalzamento dei mari, uragani, tsunami, ecc.).
In questo breve excursus si dà credito quindi alle numerose analisi e relazioni degli scienziati del clima e dell’ambiente in generale, non tralasciando denunce di autorevoli politici o magistrati sui danni localizzati determinati da interessi oggettivamente criminali, mentre nel contempo si verifica che l’analisi scientifica marxiana è ancora la sola in grado di individuare le cause reali e complesse del degrado crescente degli assetti sociali e territoriali, estesi ormai a livello globale. La mistificante “autonomia” delle devastazioni presenti e future relative all’“ambiente”, da parte di un dominio economico che al contrario ne determina un progressivo accadimento in forme per lo più irreversibili, dev’essere pienamente smentita unitamente a tutte le legittimazioni e palliativi ideologici, escogitati per far fronte agli effetti senza intaccarne le cause, libere così di continuare a distruggere risorse naturali e esseri umani, inquinare aria, acqua e terreni.
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L'intento dei costituenti, il rispetto della legalità e... il problema della crescita e dell'occupazione
di Quarantotto
I. Mi trovo a fare la premessa introduttiva di un post creato da un insieme di commenti di Francesco Maimone. Un discorso che rientra tra i tanti che non vanno dispersi (e talora ho mancato nel tentare queste operazioni di valorizzazione della ricchezza, cognitiva e costituzional-legalitaria, racchiusa nei migliori interventi svolti sul blog. Ma le mie forze hanno un limite...).
La prima cosa che mi viene da dire riguardo al tema che tratta Francesco, collegato al precedente, post, è questa: una delle frasi fatte che più mi colpisce, per il suo ottuso autolesionismo, e la sua mediocrità ideologica e culturale, è quella che viene spesso, anzi direi in modo quasi automatico, attaccata alla affermazione "La Costituzione italiana è la più bella del mondo" (affermazione che, a sua volta, mi ha sempre visto diffidente, per la sua sospetta enfasi che, generalmente, nasconde una totale strumentalizzazione fuorviante dell'armonia complessa della Costituzione del 1948, o, peggio, l'assoluta ignoranza al riguardo).
La frase di replica in questione, di cui francamente non se ne può più, è "Ma la "tua" Costituzione non ti ha protetto da..." (di volta in volta, può essere la disoccupazione, l'approvazione di Maastricht, l'avvento dell'euro, dell'Unione bancaria, o qualsiasi altra grande sciagura che ha afflitto la nostra Patria negli ultimi decenni). Ed infatti la frase è espressa anche nella variante "Sì ma, la Costituzione più bella del mondo non ha impedito che...".
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“Basta con la sinistra moderata, serve radicalità per battere Salvini”
Giacomo Russo Spena intervista Fabrizio Barca
Applaudito alla kermesse del Pd, l’ex ministro e portavoce del Forum disuguaglianze e diversità auspica che Zingaretti inauguri una nuova stagione: “Si è aperta una lunga strada che prova a riportare – in una sinistra da anni egemonizzata dal neoliberismo – una cultura che vede la giustizia ambientale e sociale come i veicoli dello sviluppo. Certo, sarà una battaglia”. E poi aggiunge: “Bisogna porsi il problema di rappresentare i subalterni, solo così si sconfigge la destra”.
“Non è il tempo di essere moderati: bisogna affermare una radicalità positiva in contrapposizione alla radicalità della peggior destra. E per radicale non intendo la redistribuzione dei fondi ma di poteri, qui è la sfida”. Fabrizio Barca, da mesi, sta lavorando con il suo Forum disuguaglianze e diversità per strutturarsi sui territori e costruire ponti tra culture differenti che si ritrovano nell'articolo 3 della Costituzione: “Dietro il nostro progetto c'è una certa trasversalità dell'agire politico, siamo mettendo insieme le conoscenze dei mondi della ricerca e della cittadinanza attiva”. Da ActionAid alla Caritas, da Legambiente a varie fondazioni passando per l'associazionismo diffuso, si stanno sviluppando campagne per contrastare le enormi diseguaglianze presenti nel Paese. Un grande lavoro di accumulazione sociale che stride con la crisi, a sinistra, della rappresentanza. Su questo Barca non ha dubbi: “Chi non si pone il problema della rappresentanza dei subalterni, è il vero irresponsabile perché non fa altro che continuare a regalare consensi a Salvini”.
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I numeri ci consegnano un Paese in depressione e attanagliato da diversi mali: dall'emergenza disuguaglianze all'aumento della disparità Nord/Sud, dall'immobilismo dell'ascensore sociale alla precarietà diffusa e il working poor. Intanto la crescita economica va a rilento e l'Europa ci sta con il fiato sul collo. Caro Barca, siamo pagando le conseguenze dell'assenza di politiche industriali?
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Aspettando Di Battista (o Godot?) Di Maio colpito e affondato? Sardine?
Un antipasto
di Fulvio Grimaldi
Sardine: hors-d'oeuvre indigesto
Diceva Joseph Goebbels, il più grande propagandista della Storia dopo Paolo di Tarso, uno a cui gli indebitamente celebrati piazzisti italiani, Salvini e Renzi, stanno come Gianni Riotta a Pulitzer, “Quando sento parlare di cultura metto mano alla pistola”. Frase infelice e si sa dove ha portato. A me viene quel prurito alle mani quando sento i media italiani, a tastiere e microfoni unificati, celebrare, come tutti copiassero lo stesso testo dal primo della classe, tipo il New York Times, o la CNN, tutti gli eventi che vedono rumoreggiare in piazza più di venti bambini e adolescenti. In tempi recenti, il fenomeno è andato accelerandosi e non c’è più fine al tripudio. Dai bravi giovani di Greta si è passati ai bravissimi di Fridays For Future e poi di Exctinction Rebellion, per tripudiare ora sulle ultrabravissime “sardine”. Chissà perchè a noi non succedeva, qualche decennio fa, ma erano invece mazzate, rodei di camionette e blindati. Vai a sape’. Ce la prendiamo con queste sardine colorate nel prossimo articolo, fra qualche giorno. Nel frattempo godetevi questa sublime espressione di arroganza, odio, intimidazione, violenza, totalitarismo, in linguaggio da bulli di seconda media, che è il “manifesto” ufficiale delle “sardine”. https://www.agi.it/politica/sardine-6596346/news/2019-11-21/
Buttare il bambino, tenere l’acqua
Qualche pensierino sul maxicasino dei Cinquestelle. Quanto è accaduto con le ripulsa dei cliccanti del MoVimento alla desistenza di Di Maio in Emilia Romagna e Calabria, rafforza l’impressione che ho avuto alla kermesse nazionale di Napoli.
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Lavoro di massa senza valore
di Norbert Trenkle e Ernst Lohoff
A prima vista, potrebbe sembrare che l'industrializzazione su larga scale dei paesi emergenti nel mercato mondiale - innanzitutto la Cina, l'India ed il Brasile, ma anche quella di altre regioni dell'Asia e dell'America Latina - fornisca le prove concrete che a livello mondiale non si può più parlare di una contrazione della sostanza del lavoro e del valore [*1]. Ma guardando la cosa più da vicino, tutto questo si rivela una mera finzione. Da un lato, se vista alla luce delle numerose perdite di posti di lavoro industriali nei paesi capitalisti del centro, ed ancor più nei paesi del defunto «socialismo reale», la crescita del lavoro di massa può essere relativizzata. Perfino in Cina, il paese del boom, a partire dagli anni '90 si registra un saldo negativo di quelli che sono i posti di lavoro industriali, fra l'altro perché il settore pubblico sottoproduttivo ha perduto più posti di lavoro di quanti ne siano stati creati nel settore privato [*2]. Questo fenomeno viene deliberatamente nascosto, dal momento che le imprese industriali pubbliche appaiono, viste attraverso gli occhiali ideologici del neoliberismo e quelli della sinistra tradizionale, come se facessero parte di un sistema differente, sebbene non rappresentino altro che è un'altra forma di valorizzazione nazionale capitalista. In realtà, in primo luogo, si tratta solamente dell'estromissione di queste imprese da parte di un capitale maggiormente produttivo.
Dall'altro lato - ed è questo il punto essenziale - il lavoro di massa nelle fabbriche del mercato mondiale, nelle imprese di subappalto, nelle fabbriche al nero dei paesi emergenti e nei luoghi di produzione a basso salario non rappresenta affatto in alcun modo una quantità di valore e di plusvalore così tanto elevata come si potrebbe credere a prima vista.
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Mes, il fondo salva-banche tedesche
di Claudio Conti
E’ il problema politico centrale, di dimensioni incommensurabilmente più grandi di quelli che la nostra “classe politica” è in grado di concepire (e stendiamo un velo pietoso sulla sedicente “sinistra radicale”…). Più passano i giorni, più la natura del Meccanismo europeo di stabilità si precisa come come “argine” a difesa di interessi nazionali e di classe molto precisi.
Niente a che vedere, insomma, con la pretesa di stabilire “regole uguali per tutti”. A punto che, come abbiano segnalato nei giorni scorsi, anche “europeisti” senza se e senza ma sono stati costretti a spiegare che il “nuovo Mes” è una trappola per alcuni paesi e una ciambella di salvataggio per altri. In dettaglio: va bene per Germania, Francia, Olanda, Finlandia e pochi altri, è una ghigliottina per l’Italia e gli altri Piigs (ma non solo per loro).
Ogni ora che passa c’è un altro “europeista” storico che se ne accorge. Tra gli altri, e questa è veramente una “sorpresa”, arriva persino Repubblica, che affida la sua critica ad Alessandro Penati (un “esterno”, per delimitare in qualche modo la portata della propria “conversione” in itinere).
Il meccanismo è complesso, sul piano regolamentare, ma per di più è comprensibile nella sua “strategia” soltanto se si riesce a tener presente le normali dinamiche “di mercato”. Le quali essendo presupposte come “naturali” non entrano mai nella definizione delle “regole” dei rapporti tra Stati. Ma esistono eccome; anzi, sono determinanti.
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