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Controllo, paura, violenza. Da Genova 2001 all’emergenza Covid
di Edmond Dantès
Con l’emergenza Covid sono emerse allo scoperto diverse forme di disciplinamento sociale che in precedenza erano soltanto latenti. Vorrei proporre qui una sorta di résumé di tutti i provvedimenti che, ufficialmente, sono stati avviati per preservare la salute pubblica ma che, in realtà, appaiono come subdole forme di controllo sociale destinate a sopravvivere negli interstizi della società. Queste forme di controllo sono state imposte alla società con il ricatto della paura: se non si adottano, si può morire. Ed ecco che, di fronte alla paura di una malattia spacciata come inesorabilmente mortale, tutti hanno chinato la testa, compresa la sinistra più radicale. Ma forse i ‘compagni’ non si sono resi conto che queste forme di controllo sono soltanto la prosecuzione con altri mezzi di un violento disciplinamento sociale iniziato già, probabilmente, con la manifestazione di forza dello Stato emersa durante il G8 di Genova 2001. In questo periodo ricorre il ventennale di quei tragici avvenimenti: allora si trattava di disciplinare militarmente solo una frangia di ‘violenti’ e ‘estremisti’ che manifestavano contro le iniquità del sistema capitalistico; adesso, quello stesso sistema capitalistico, lungi dall’essere messo in ginocchio dall’avvento del virus, ha manipolato il virus a sua immagine e somiglianza. Lo ha reso funzionale ai suoi interessi; lo ha reso come l’evento clou di un disciplinamento ‘spettacolare’ già iniziato decenni prima. Perché il controllo si è esteso e allargato sotto varie forme, non ultime quella mediatica e spettacolare. Il Capitale è arrivato a imporre, per mezzo dei media, un discorso dominante: quello, appunto, della pericolosità assoluta del virus.
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Nulla sarà come prima. Cronaca di una «rivoluzione passiva» annunciata
di Salvatore Bianco
Premessa
Forse «sovranità globale di mercato» (C.Galli) è la formula che meglio coglie il tratto specifico della cosiddetta “globalizzazione”, targata mainstream, chiamata a fare i conti col Covid (secondo alcune interpretazioni addirittura istigandolo) e che farebbe presagire un futuro in pratica già scritto, come nel più inquietante dei racconti di Gabriel García Márquez[1]. Quel presunto ordine globale, infatti, corrisponderebbe all’ingrosso, secondo la classificazione antica (Platone, Aristotele), alla forma di governo degenerata detta oligarchia, governo dei più ricchi, solo proiettata nel nostro presente su scala planetaria.
Più nello specifico, essa è incarnata da una ristretta élite economico-finanziaria apolide (capitalisti e banchieri), raccontata da quello stesso potere mediatico che largamente controlla, come un improbabile circolo di filantropi e benefattori a vario titolo dell’umanità. E questo, ad un occhio critico appena avvertito, segnala una prima doppiezza ipocrita, evidentemente necessaria, tra ciò che si è, parte dell’aristocrazia del denaro, e il come si appare, un membro permanente dell’esercito di salvezza mondiale. Nel più tipico dei travestimenti del lupo camuffato da agnello (Matteo:7,15-20).
Il raddoppiamento soggettivo, su richiamato, diventa poi un compiuto metodo di governo indiretto, là dove questa oligarchia cosmopolita si avvale di poderose istituzioni internazionali opportunamente convertite al credo neoliberista, il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale su tutte (in grado di riorientare le politiche degli Stati, tranne forse quelli di stazza continentale).
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Feticismo, soggetto della merce e soggetto dell'inconscio
L'autocomprensione della soggettività borghese
di Sandrine Aumercier
La questione relativa alla base soggettiva del capitalismo, non è mai stata risolta. Visto che le merci non ci vanno da sole, chi è che va quindi al mercato? Marx sviluppa l'idea delle maschere di carattere che gli individui indossano all'interno del modo di produzione capitalista. Come in una commedia in cui ognuno interpreta un ruolo scritto in anticipo, i soggetti della merce si collocano nel mercato capitalista e si mettono ad eseguire le regole che nessuno sa da chi sono state scritte, per quanto si riferiscano ai loro ideologhi di circostanza, che a volte vengono persino immaginati come se fossero grandi maestri di cerimonia, pur non avendo alcuna padronanza del processo complessivo. Perfino nel contesto dell'opposizione formale tra tempo di lavoro e tempo libero, la socializzazione capitalista include la totalità del tempo di vita. Il suo modello perfetto sono quei complessi residenziali operai del XIX secolo in cui il lavoro e la vita erano stati concepiti come un unico da dei padroni paternalisti, o quelle start-up del XXI secolo che finanziano palestre e ore di meditazione per i loro lavoratori, nello stesso tempo in cui, simultaneamente, li requisiscono la sera e la domenica per mezzo della connessione continua. Gli individui così nascono e lavorano nel timore di subire quella sorte dei perdenti, la cui immagine ripugnante l'economia capitalista continua ad alimentare, e questo lo fa fin dal primo giorno di scuola. Il vincolo oggettivo della «gabbia d'acciaio» (Max Weber) è pertanto la prima risposta alla questione del soggetto della merce.
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“Speciale”! L’essenza, per le fondamenta
A giorni su "Cumpanis"!
Progetto politico-editoriale di Fosco Giannini e Alessandro Testa. Interviste a cura di Alessandro Testa
Quadro internazionale e pericoli di guerra; imperialismo/antimperialismo dopo la caduta dell’URSS; crisi del movimento comunista in Italia; percorsi per l’unità dei comunisti e delle comuniste. “Cumpanis” interroga i dirigenti, gli intellettuali, gli economisti, i filosofi comunisti, marxisti italiani per contribuire a una prima “accumulazione intellettuale originaria” da investire per il grande compito che la fase oggettivamente richiede: ricostruire un partito comunista nel nostro Paese all’altezza dei tempi e dell’odierno scontro di classe, un partito di quadri con una linea di massa.
“Senza teoria rivoluzionaria non vi può essere movimento rivoluzionario. Non si insisterà mai troppo su questo concetto in un periodo in cui la predicazione opportunistica venuta di moda è accompagnata dall’esaltazione delle forme più anguste di azione pratica”. Lenin, 1902, Che fare.
La prima parte di questa affermazione di Lenin è tanto nota da essere divenuta una sorta di litania tra i militanti comunisti: litania, certo, ma mai “prassi teoretica” da parte dei gruppi dirigenti comunisti italiani successivi alla lunga “cronaca annunciata” del suicidio del PCI.
Mai questa litania si è concretizzata nell’impegno a sciogliere i grumi teorici che la storia del dissolvimento e depauperamento del movimento comunista italiano – che tra il lungo processo di socialdemocratizzazione del PCI e questi ultimi, “nostri”, tre decenni è giunta al mezzo secolo di azione attiva nefasta – è andata moltiplicando.
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Lo spauracchio dell’inflazione sulla “prossima crisi globale”
di Michael Roberts*
L’inflazione dei prezzi di beni e servizi è una buona o cattiva notizia a seconda del vostro rapporto con i mezzi di produzione. Per il lavoro, che non possiede i mezzi di produzione e si guadagna da vivere solo vendendo la sua forza lavoro, l’inflazione non è una buona notizia, perché divora i redditi reali aumentando i prezzi dei beni di prima necessità.
Attualmente, mentre le maggiori economie si affacciano fuori dal crollo pandemico, i datori di lavoro sempre più si lamentano di non riuscire a far tornare i lavoratori ai loro posti mal pagati, soprattutto nei servizi. Sono costretti ad alzare i salari per attirare persone in posti di lavoro poco soddisfacenti, senza sindacati, senza indennità di malattia, o ferie, etc.
La prospettiva di salari più alti suona come una buona notizia per le fasce di lavoratori che in precedenza godevano un salario minimo, o addirittura inferiore. Ma i salari più alti sono un’illusione monetaria se allo stesso tempo i prezzi del cibo e di altri beni di prima necessità cominciano a salire bruscamente.
E questo sta succedendo. Il tasso ufficiale d’inflazione degli Stati Uniti ha raggiunto il 5% anno su anno a maggio. Questa è il dato più alto dall’agosto del 2008. Stessa storia nel Regno Unito e in Europa. Anche se il livello di inflazione è solo del 2% circa all’anno, lì questo tasso è comunque il più alto da oltre sette anni.
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È lucida quella vita che sa rifiutare la sua artificializzazione via rete
Federica Biolzi si confronta con Paolo Bartolini e Lelio Demichelis
Paolo Bartolini, Lelio Demichelis: La Vita Lucida, Un dialogo su potere, pandemia e liberazione - Jaca Book Edizioni, 2021
Paolo Bartolini, analista filosofo, formatore e saggista e Lelio Demichelis, che insegna Sociologia economica all’Università degli Studi dell’Insubria, ci propongono con La Vita Lucida, Un dialogo su potere, pandemia e liberazione (Edizioni Jaca Book), un’interessante e approfondita analisi sulla lungi-miranza, passione e poesia che dovrebbero guidarci per far fronte a questi momenti di difficoltà dovuti, non ultimo, alla pandemia. Per la nostra rivista, ne è nato uno stimolante confronto che vi proponiamo.
* * * *
– Il vostro è un libro che fa riflettere. Di fronte all’accelerata impressa dalla pandemia a problematiche già presenti è un invito a restare lucidi. Cosa significa esattamente?
L.D.: Una vita lucida è quella capace di ragione (che non è la razionalità strumentale che riduce tutto a calcolo e a profitto in cui viviamo) e di responsabilità e di cura (verso gli altri e verso l’Altro, verso la biosfera e le future generazioni, oltre che verso se stessi come esseri molteplici e complessi); lucida perché capace di immaginazione e di progettazione e – per quanto possibile – di lungi-miranza, e poi di passione e di poesia, di saggezza e di gentilezza – tutto il contrario di ciò che ci impone il tecno-capitalismo. Lucida è quella vita che è consapevole delle scelte che vuole compiere e che non segue conformisticamente la massa, oggi digitale.
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Operaismo e composizione di classe
di Sergio Bologna
Il concetto di composizione di classe è l’architrave della rivoluzione copernicana operaista, uno dei principali punti di rottura con la tradizione marxista e le sue ossificazioni. Attraverso questo concetto si infrange l’icona universale della classe operaia, mitologia disincarnata funzionale alle esigenze del socialismo reale, per comprendere materialmente il suo essere parziale, con le sue contraddizioni, differenze, gerarchie interne. Questo testo di Sergio Bologna, tra le figure principali nell’elaborazione di questo concetto e delle sue trasformazioni, è decisivo per comprendere origine, significato e attualità di tale categoria, del rapporto tra composizione tecnica e composizione politica. Frutto di una lezione tenuta nel 2012 all’interno di un ciclo seminariale a Bologna di Commonware-UniNomade, il testo è stato pubblicato l’anno successivo nel volume Genealogie del futuro. Sette lezioni per sovvertire il presente (a cura di G. Roggero e A. Zanini, ombre corte). L’input metodologico con cui Bologna conclude, «guardate che prima di parlare dovete veramente conoscere tante cose», è la bussola per la formazione politica e militante.
Per ulteriori approfondimenti, consigliamo i volumi della Biblioteca dell’operaismo (https://www.deriveapprodi.com/edizioni/catalogo/collane/biblioteca-delloperaismo/) e L’operaismo politico italiano (collana Input di DeriveApprodi, 2019); inoltre, per analizzare gli sviluppi del concetto di composizione di classe nel percorso di Sergio Bologna, è utile la lettura di Ceti medi senza futuro? (DeriveApprodi, 2007).
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Le utopie del futuro
Pratiche immaginative per il mondo a venire
di Vincenzo Grasso
Abbiamo bisogno di nuove utopie davanti agli scenari della catastrofe? È probabile che sia così, se la produzione letteraria e filosofica degli ultimi dieci anni, da quando l’incombere del cambiamento climatico si è inasprito, ha scandagliato fino in fondo le trame della distopia. Gli scenari catastrofici sono ottimi strumenti di analisi del presente, ma al contempo anche strategie narrative impiegate dagli attori dell’Antropocene per incutere timore e per fare spazio a chi dispone di soluzioni pronte da offrire, così da farsi riconoscere come salvatore nella crisi.
Speculum! è un progetto di divulgazione filosofica a cura di: Alessandro Y. Longo, Marco Mattei, Vincenzo Grasso. Nel 2020, è andato in onda su Decamerette. Nel 2021 nasce “Filosofia dal Futuro”, una newsletter che indaga le intersezioni tra filosofia e Futuro.
Puoi iscriverti alla newsletter di Speculum! a questo link: https://speculum.substack.com/subscribe
Utopia come rovesciamento del presente
L’etimo della parola “utopia” si presta a due interpretazioni, che al contempo sembrano trovare una comune declinazione: da un lato il luogo buono, mentre dall’altro il non-luogo, il luogo che non c’è. Dal titolo di More intendiamo che l’orizzonte che l’autore ci staglia davanti è proprio quello di un luogo sia buono che inesistente.
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Digitocrazia e palazzismo
di Il Pedante
La tecnocrazia, recita asciuttamente l'Enciclopedia Garzanti, è un «sistema politico fondato sulla gestione del potere da parte degli esperti e dei tecnici delle varie discipline». A ben vedere è un concetto acefalo, un calembour autologico dove gli strumenti (la tecnica, i tecnici) di un'attività (κράτος, il potere) diventano di quest'ultima gli autori e finiscono così per rappresentarla senza un soggetto, dadaisticamente appesa a se stessa. La tecnocrazia è uno sterzo che guida, una scarpa che corre, ultimamente una scienza che parla. È la misera licenza della miseria progressista, di un cammino (gressŭs) che si dice proiettato in avanti (pro) senza però darsi la pena di distinguere il davanti dal dietro, l'alto dal basso, la tecnica di Hiroshima da quella di Fleming.
Gli inganni del governo tecnico si rivelano nei sottintesi che tacciono. Siccome non può darsi un atto senza un autore, chi finge che spetti al pilota decidere la meta del viaggio promuove da un lato la finzione corollaria e quadratica del «pilota automatico» (cit. Mario Draghi, 2013) e da lì governo degli algoritmi in cui l'umano è obsoleto, dall'altro consegue l'unico obiettivo plausibile di nascondere le umanissime dita che tirano i fili del timone «intelligente». Il tecnocrate è letteralmente il Turco, il robot scacchista creato nel Settecento da Wolfgang von Kempelen per stupire un pubblico così ottusamente fiducioso nei prodigi della tecnica da non sospettare che le braccia dell'automa erano in realtà mosse da un giocatore in carne ossa alloggiato al suo interno, sotto uno strato di ingranaggi messi a casaccio. Da allora non è cambiato davvero nulla, sennonché oggi la scacchiera è il mondo, le pedine i suoi popoli.
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Dell’incertezza e della tragica felicità in Keynes
di Claudio Gnesutta
Per fare chiarezza sull’aggettivo “keynesiano” applicato alle recenti politiche post Covid, è utile la lettura del libro di Anna Carabelli, fresco di pubblicazione e frutto di 40 anni di studio
Nell’ultimo decennio di una lunga crisi economico-finanziaria sfociata in quella economico-sanitaria del Covid-19 le risposte della politica economica si sono colorate in senso “keynesiano”. La crescita della spesa pubblica (negli Stati Uniti e più recentemente anche in Europa) e la gestione della liquidità a livello globale si sono svincolate dai dettami “classici” per affrontare pragmaticamente (forse temporaneamente) le instabilità che minacciano gli equilibri locali e globali.
La qualificazione di “keynesiani” attribuita a tali interventi riflette l’interpretazione riduttiva degli anni Cinquanta e Sessanta secondo la quale la proposta di politica economica che scaturiva dalla lettura della General Theory riguardava esclusivamente situazioni di carenze di domanda per cui gli interventi fiscali e monetari avevano la funzione di tappare i momentanei buchi di un tessuto economico che di norma procedeva spontaneamente nella sua piena efficienza.
Tuttavia l’aggettivo keynesiano è stato messo in discussione da lungo tempo per la sua mancata corrispondenza con la “visione” del processo economico attribuibile al pensiero di Keynes. Una lettura più coerente delle idee di Keynes – e a una gestione delle politiche ad esse più propria -, si può avvantaggiare del recente contributo di Anna Carabelli, Keynes on uncertainty and tragic happiness. Complexity and expectations, Palgrave Studies in The History of Economic Thought, 2021, nel quale l’autrice espone i risultati «di oltre quarant’anni della sua ricerca sul “metodo di Keynes” a dimostrazione che l’aspetto innovativo, e la ricchezza propositiva, del suo contributo non è riducibile ad alcuni aspetti, analitici e di prassi politica, ma va individuato nel suo contenuto metodologico.
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Andrea Zhok, “Critica della ragione liberale”, III
“I Regimi di Verità – Il politico-impolitico, travestimenti liberali”
di Alessandro Visalli
Questa è la terza puntata ed ultima della lettura del libro di Andrea Zhok, “Critica della ragione liberale”, uscito per l’editore Meltemi nel 2020.
- Nella prima parte è stato trattato il processo di costruzione delle invarianti della ragione liberale e dei suoi caratteri tipici per come emergono dal testo in esame,
- Nella seconda parte è stato ricostruita la lettura che il libro compie dei “Regimi di ragione” che scaturiscono dalla struttura liberale e neoliberale di pensiero e pratica, quindi della ragione postmodernista,
- In questa terza parte, i “Regimi di verità” della ragione liberale verranno mostrati nelle loro applicazioni politiche, ovvero nella particolare forma di politico impolitico che è generato dalla ferrea logica liberale (tanto più forte quando non si vede e ci si pensa avversari).
In sostanza dalla ricostruzione del liberalesimo nel libro, e riportata nella prima parte, emergono, secondo quanto propone l’autore, due prescrizioni e due idealizzazioni.
La prima prescrizione scaturisce dall'idea di libertà negativa, essenzialmente interpretata come richiesta di non interferenza. La seconda è l'individualismo assiologico, ovvero una concezione per cui il valore si manifesta essenzialmente nell'acquisizione di desideri individuali. “Non interferenza” e “desiderio individuale” come valore sono, quindi, le due prescrizioni definenti la “Ragione liberale”. In loro presenza si sa di essere al cospetto di una versione, delle tante, del liberalesimo.
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Crisi organica e sua narrazione
di Alessandra Ciattini
Relazione alla Conferenza dei lavoratori e delle lavoratrici comuniste tenutasi il 19 giugno 2021. Come viene narrata questa crisi sociale ed economica dalla classe dominante? Naturalmente si fa di tutto per sopire ogni forma di dissenso
Prima di toccare il tema vorrei fare una breve premessa teorica, mettendo insieme alcune riflessioni di Lenin e di Gramsci [1], che sono in sintonia con i vari dati statistici disponibili [2]. Direi che ci troviamo di fronte a una crisi organica o crisi di autorità, i cui caratteri sono sommariamente:
1. impossibilità per le classi dominanti di conservare il dominio senza modificarne la forma, necessità di riavviare una ristrutturazione, tenendo presente che il capitalismo è un sistema a equilibrio instabile caratterizzato da dinamismi e capacità di rinnovarsi;
2. aggravamento dell’angustia e della miseria delle classi oppresse, che possono incunearsi in questa crisi delle classi dominanti a loro vantaggio;
3. crisi di egemonia delle classi dominanti dimostrata statisticamente dalla sfiducia delle classi oppresse nei confronti delle istituzioni (in America latina è bassissima, il Italia complessivamente il 14,6% mostra fiducia nelle istituzioni, tuttavia Mattarella sembra essere amato almeno dal 55% con un leggero calo). Altro elemento importante è la separazione delle masse dai propri partiti, nel caso dell’Italia inesistenza di questi partiti. La crisi pandemica non ha fatto altro che squadernare dinanzi agli occhi di tutti i privilegi di alcuni, le disuguaglianze, le ingiustizie inerenti al sistema capitalistico, di qui l’idea che essa potrebbe avere esiti rivoluzionari, idea tutta da discutere.
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Aspetti economici della crisi attuale del capitalismo
di Ascanio Bernardeschi
Prima parte della relazione sugli aspetti economici dell’attuale crisi del capitalismo presentata alla Conferenza delle lavoratrici e dei lavoratori comunisti del 19 giugno scorso. In questa parte si analizzano di dati statistici per ricavarne l’indicazione che la crisi non è prodotta dalla pandemia ma dalle tendenze dell’accumulazione capitalistica
Per avere un’idea dell’attuale crisi del capitalismo e del suo carattere sistemico è necessario guardare ai dati di lungo periodo. La sola informazione statistica sui cambiamenti di breve o brevissimo periodo può infatti distogliere l’attenzione dalle radici di una crisi che non nasce durante l’attuale pandemia e nemmeno nel 2007-2008, in occasione della crisi dei subprime scoppiata alla negli Stati Uniti e che ha investito tutto il mondo occidentale, ma compare molti anni prima e ha a che vedere con le tendenze dell’accumulazione capitalistica.
Con ciò non si nega che il Covid-19 abbia inferto un eccezionale accelerata alla crisi, ma occorre tenere presente che il corpo in cui si è abbattuta la la pandemia era già malato. E occorre avere chiaro quale fosse questa malattia.
Fra il 1950 e il 1973 le economie sviluppate crebbero, tra gli alti e bassi tipici del ciclo economico, a un ritmo medio del 5% annuo, cioè il doppio del periodo che andava dal 1870 all’inizio del primo conflitto mondiale. Tale crescita era stata trainata principalmente dagli investimenti in capitale fisso (+5,5% annuo). Ciò stava a significare che il rapporto fra il capitale fisso e il lavoro andava crescendo fino ad approssimare la marxiana composizione organica del capitale.
Per spiegare questa poderosa crescita non va sottovalutato il suo carattere imperialistico in quanto si concentrò in un’area ristretta del globo terrestre a scapito dei paesi del terzo mondo.
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"Conversando sul lavoro - I limiti dello smartworking"
di Bollettino Culturale
Presentazione dell'incontro sul libro di Savino Balzano "Contro lo smartworking"
Nel Capitale Marx analizza il settore dell'“industria domestica” che, non avendo più nulla in comune con l'antico artigianato, è diventato un “reparto esterno della fabbrica, della manifattura o del grande magazzino”, disperso nelle campagne e nelle città, e collegata da “fili invisibili” al capitale. Assumendo le differenze storiche e tecnologiche tra il settore nel periodo in cui scrive l'autore tedesco e quello attuale, è rilevante notare come le conseguenze di questo tipo di lavoro per il lavoratore fossero evidenti e possono aiutare l'analisi del lavoro a distanza:
“Lo sfruttamento di forze lavoro immature e a buon mercato assume aspetti più sfrontati nella moderna manifattura che nella vera e propria fabbrica, perché la base tecnica qui esistente, — sostituzione della forza muscolare con macchine e semplificazione del lavoro —, là manca in gran parte e, nello stesso tempo, il corpo femminile o ancora immaturo è lasciato senza il minimo scrupolo in balia degli influssi di sostanze venefiche ecc.; ed è più sfrontato nel cosiddetto lavoro a domicilio che nella manifattura, perché la capacità di resistenza degli operai diminuisce con la loro dispersione, perché tutta una serie di parassiti e predoni si inserisce fra il vero e proprio datore di lavoro e l’operaio, perché il lavoro a domicilio lotta dovunque con l’azienda meccanizzata o almeno manifatturiera nello stesso ramo di produzione, perché la miseria deruba l’operaio delle condizioni di lavoro più necessarie, lo spazio, la luce, la ventilazione ecc., perché l’irregolarità di occupazione aumenta, e infine perché, in questi ultimi rifugi di coloro che la grande industria e la grande agricoltura hanno reso «superflui», la concorrenza nel lavoro raggiunge necessariamente il massimo.”
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Scuola: dislessia, autismo e bullismo
Una conversazione con Michele Zappella
di Anna Stefi
Dopo aver ascoltato Pietropolli Charmet e il suo sguardo rivolto all’adolescenza, mi è sembrata un’occasione preziosa quella di poter rivolgere le mie domande a Michele Zappella, uno dei massimi esperti e studiosi di neuropsichiatria infantile, in prima linea, negli anni Sessanta (è nato nel 1936), per l’abolizione delle classi differenziali. Ha lavorato a Londra, negli Stati Uniti e in diversi istituti psichiatrici italiani, prima di diventare primario del reparto di Neuropsichiatria infantile dell’Ospedale Generale di Siena, incarico ricoperto per più di trent’anni. Continua a visitare bambini, a occuparsi di integrazione e proposte terapeutico-educative, e la sua voce sull’autismo è tra le più autorevoli del panorama contemporaneo. Tra i suoi libri vanno almeno citati: Il pesce bambino. Come la società degli adulti deve riapprendere ad ascoltare il bambino (Feltrinelli, 1977); Non vedo, non sento, non parlo. Autismo infantile: come i genitori possono guarire da soli i propri figli (Mondadori, 1984); (con Dario Ianes), Facciamo il punto su l'autismo (Erickson, 2009); (con Giuseppe De Luca), L'alba dell'integrazione scolastica (Carocci, 2013).
Lo raggiungo in Skype e mi accoglie canticchiando una musichetta: lo scrive anche nelle pagine del suo libro, il viso di Ludovico, che non ha mai parlato, si illumina quando ascolta versi e note prese dal Flauto Magico provenire dalle labbra di quel dottore che si fa chiamare Zio Michele.
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Il terrore nel cuore della notte
di Jonathan Cook
Si sfonda la porta tra mezzanotte e le cinque del mattino e si fa irruzione con le armi spianate e, generalmente, il volto coperto terrorizzando chiunque sia in casa anche se non è sospettato di aver commesso alcun reato: bambini, genitori, anziani. Poi li si fotografa, ognuno con il pigiama e il passaporto in mano. La sistematica pratica di Intel Mapping dei soldati israeliani è un elemento fondante della politica di sorveglianza, controllo e persecuzione dei palestinesi ed è assai nota e documentata (qui sotto trovate un paio di video). Secondo dati raccolti dall’Onu, l’esercito ha effettuato circa 6.400 “operazioni di ricerca o di arresto” solo nel 2017 e nel 2018. Nei giorni scorsi, pare su pressioni dei tribunali, è stato però annunciato che la “mappatura” cesserà, salvo non vi siano “circostanze eccezionali”, una scappatoia facilmente sfruttabile, tanto che Jonathan Cook, prestigioso giornalista britannico da vent’anni residente a Nazareth, sostiene, che le invasioni domestiche nel cuore della notte non cesseranno affatto ma diveranno più segrete. Servono ad addestrare i giovani soldati in un ambiente sicuro. Li abitua al crimine di guerra e azzera il loro senso di moralità, già scarso dopo anni di esposizione a un sistema scolastico improntato al razzismo anti-palestinese. Terrorizzare quella gente che li odia, anche i bambini, diventa routine. Una modalità di guerra psicologica che serve a incutere terrore: l’esercito è ovunque, opporsi è inutile, anzi controproducente. Le donne si sentiranno umiliate, violate e insicure perfino in casa, gli uomini soffriranno del trauma associato all’incapacità di proteggere mogli e figli.
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Sulla centralità della riproduzione
di Anna Curcio
Una delle ipotesi di fondo dell’interpretazione della realtà capitalistica contemporanea di Romano Alquati è la centralità della riproduzione, intesa come «riproduzione della capacità-umana-vivente». A questa ipotesi Alquati ha dedicato il suo ultimo libro, finora rimasto inedito e adesso pubblicato da DeriveApprodi: Sulla riproduzione della capacità umana vivente. L’industrializzazione della soggettività. Il testo di Anna Curcio che qui proponiamo, pubblicato nel volume Un cane in chiesa. Militanza, categorie e conricerca di Romano Alquati (a cura di F. Bedani e F. Ioannilli, collana Input di DeriveApprodi), si offre come un’utile guida di lettura e interpretazione per orientarsi nella complessità del «modellone» alquatiano. In questo contesto, l’autrice si sofferma sulle differenze rispetto al dibattito femminista: se le femministe guardano alla riproduzione della forza lavoro compresa degli aspetti cognitivi e affettivi indispensabili per il lavoro, Alquati allarga lo sguardo sulla riproduzione di ciò che, semplificando, potremmo indicare come capacità-umana ad agire per incrementare capitale.
* * * *
Una delle ipotesi di fondo dell’interpretazione della realtà capitalistica contemporanea di Romano Alquati è la centralità, nel senso più preciso di «baricentralità», della riproduzione. Attraverso la lettura dell’inedito Sulla riproduzione della capacità-umana-vivente oggi[1] (che contribuisce a definire l’analisi della società «iperindustriale») vorrei entrare nel merito delle categorie proposte, provando a districare un testo complesso che ha il grosso merito di anticipare molte delle trasformazioni produttive e riproduttive che stiamo vivendo[2].
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Recensione a “La vita lucida. Un dialogo su potere, pandemia e liberazione”
di Andrea Cengia
Il dialogo tra Paolo Bartolini (analista filosofo) e Lelio Demichelis (sociologo dell’economia), uscito nel mese di maggio 2021 per la collana Dissidenze di Jaca Book (La vita lucida. Un dialogo su potere, pandemia e liberazione, Milano, 2021) – di Andrea Cengia), si propone il compito di affrontare i temi delle relazioni esistenti tra i concetti di potere, pandemia e liberazione. Si tratta di un testo assai utile per coloro che vogliano osservare il nostro presente, provando a discuterne alcuni scorci significativi. Uno dei meriti del lavoro di Bartolini e Demichelis consiste propriamente nella forma di discussione poiché questa scelta, probabilmente, immagina una tipologia particolare di lettore. Quest’ultimo, immergendosi in una esposizione molto lineare e fluida, può avvicinarsi a temi di portata teorica, politica e sociale, proprio grazie all’intreccio del ‘botta e risposta’ dei due autori.
Uno dei punti di attacco del discorso riguarda il tema della pandemia. Lelio Demichelis sostiene che la pandemia-sindemia è stata «un acceleratore di processi morbosi» che si innestano sulle «molteplici fragilità dell’uomo» (p. 12). Ed è a partire da questa fragilità che Demichelis (che ha già condotto lavori sul tema della condizione antropologico-sociale contemporanea ne La grande alienazione (Demichelis 2018) cerca di leggere la situazione pandemica «come possibilità» (p.12). Ciò che è rilevante è chiedersi cosa significhi e come si delinei questa possibilità. È chiaro che quest’ultima si configura come rottura rispetto agli assetti sociali già consolidati. Qui il discorso diventa molto interessante in quanto inserisce il tema della pandemia nella sua cornice socio-economica di riferimento.
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Dalla sussunzione formale a quella reale in Empire
di Bollettino Culturale
La sussunzione è il modo marxiano di parlare, in generale, del rapporto tra lavoro e capitale – il primo è sussunto sotto il secondo. Ma Marx individua due tipi di sussunzione: sussunzione formale e sussunzione reale. La seconda sarebbe la sussunzione propria del capitalismo pienamente sviluppato, mentre la prima sarebbe quella di un capitalismo ancora in costruzione. Il modo principale di estrarre plusvalore nel primo è assoluto, mentre nel secondo è relativo. Possiamo intendere il “passaggio” da una forma di sussunzione all'altra sulla base di due elementi formalmente distinti, in quanto avvengono nello stesso processo:
1. l'espansione del capitale su tutto il pianeta (aspetto estensivo) e
2. l'estensione dello sfruttamento capitalistico a tutto il corpo sociale e a tutta la vita (aspetto intensivo).
Nella sussunzione formale abbiamo un capitalismo storicamente centrato in Europa e Nord America che si espande attraverso il colonialismo e un continuo processo di accumulazione primitiva. In questo caso il capitalismo in crescita è in costante rapporto con il suo “fuori”, con mondi ancora non capitalisti. Questo stesso capitalismo si riproduce come capitale attraverso la sussunzione formale dell'operaio al suo regime di orario di lavoro e la produzione di plusvalore attraverso il salario: se l'operaio lavora X ore riceverà solo X sottratto a Y, essendo Y la parte che rimane al capitalista, il plusvalore. La sussunzione reale, invece, in termini geopolitici coincide con il momento in cui il capitale non è più legato a un “fuori” coloniale o a un “fuori” da sussumere: l'intero globo, tutte le forme di produzione esistenti e tutte le diverse culture e i territori sono posti in un rapporto capitalista.
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Andrea Zhok, “Critica della ragione liberale”, II
“Critica della Critica – il postmodernismo”
di Alessandro Visalli
Questa è la seconda puntata di tre della lettura del libro di Andrea Zhok, “Critica della ragione liberale”, uscito per l’editore Meltemi nel 2020.
- Nella prima parte è stato trattato il processo di costruzione delle invarianti della ragione liberale e dei suoi caratteri tipici per come emergono dal testo in esame,
- In questa seconda parte proveremo a ricostruire la lettura che il libro compie dei “Regimi di ragione” che scaturiscono dalla struttura liberale e neoliberale di pensiero e pratica, quindi della ragione postmodernista,
- Nella terza parte, i “Regimi di verità” della ragione liberale verranno mostrati nelle loro applicazioni politiche, ovvero nella particolare forma di politico impolitico che è generato dalla ferrea logica liberale (tanto più forte quando non si vede e ci si pensa avversari).
Venendo alle tendenze ideologiche che strutturano dall'interno il fenomeno neoliberale e cioè a quelle che Zhok chiama i “Regimi” della ragione liberale, ovvero i “Regimi di libertà” o “Regimi di ragione”, si può provare a dire in questo modo: si tratta di un sistema di motivazione o di giustificazioni, ma capaci di dare forma a pratiche sociali reali. Non si tratta meramente di sovrastrutture. Il liberalismo è, in altre parole, profondamente interconnesso con la linea di sviluppo emersa nel lungo periodo anche nel mutare delle condizioni economiche e di quelli che il marxismo chiama “modi di produzione” (‘schiavista’, ‘feudale’, ‘mercatista’, ‘capitalista’).
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Pianificazione e controllo dei lavoratori
di Nadia Garbellini
Da decenni ci sentiamo ripetere che lo Stato è pachidermico, inefficiente, impone “lacci e lacciuoli” all’iniziativa privata e ne spiazza gli investimenti. Bisogna quindi limitarne il ruolo alla rimozione degli ostacoli alla libera concorrenza, lasciando al mercato il compito di realizzare felicemente la configurazione di equilibrio in corrispondenza della quale ognuno riceve quanto merita e tutto funziona alla perfezione.
Ciò viene affermato con forza non solo dalle organizzazioni padronali – che dopo tutto fanno il loro lavoro – ma anche dai partiti dell’intero arco costituzionale, che inorridiscono quando sentono parlare di intervento statale. Quando però qualche evento “esogeno” mette a repentaglio i profitti privati, ecco che sono gli imprenditori i primi a invocare l’intervento dello Stato affinché paghi i loro lavoratori, elargisca contributi, rinunci a riscuotere le tasse ecc.
Eppure, è proprio l’assunzione del rischio ciò che, secondo la vulgata, giustifica l’enorme disparità nella distribuzione del valore aggiunto tra profitti e salari. Il lavoratore non rischia nulla, e quindi si deve accontentare di remunerazioni esigue. L’imprenditore invece rischia sulla propria pelle, e quindi è giusto compensare con profitti assai ricchi gli eventuali periodi di magra.
Ma il padrone non si accontenta mai. Dopo aver sfruttato lavoratori e ambiente per il suo massimo profitto, vuole spremere anche le casse dello Stato. Non possiamo sforare i sacri vincoli di Maastricht per rimettere in sicurezza le infrastrutture, far frequentare ai nostri figli scuole che non crollino loro in testa, garantire ai soggetti più deboli un’adeguata assistenza socio-sanitaria. Però bisogna andare a Bruxelles a battere i pugni sul tavolo quando si tratta di difendere i profitti.
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Lo scontro tra USA e Cina tra alleanze, finanza e nuove tecnologie
di Domenico Moro
Il libro Guerre senza limiti, scritto da due colonnelli dell’aeronautica cinese, Quiao Liang e Wang Xiansui, ha più di vent’anni, essendo stato pubblicato per la prima volta nel 1999. Malgrado ciò mantiene tutta la sua attualità. Nel libro si sostiene che la globalizzazione e le nuove tecnologie hanno ampliato il concetto di armi e di guerra. Questa non si combatte più solo con le armi letali tradizionali, come aerei e carri armati. Ad esempio, l’informatica e la finanza sono armi vere e proprie quando sono usate come tali contro un avversario. Lo stesso campo di battaglia viene allargato sino ai suoi limiti estremi, coinvolgendo Internet: “Adesso, lo spazio della rete sta richiamando grande attenzione da parte dei militari”1. Ci sono diversi tipi di operazioni “belliche”, che rientrano nella nuova categoria di “operazioni di guerra non militari”: la guerra commerciale, finanziaria, terroristica, ecologica, psicologica, culturale, del contrabbando, degli stupefacenti, degli standard tecnologici, delle risorse, degli aiuti economici, ecc. I due colonnelli guardano non solo al mondo della fine degli anni ’90 ma anche, estendendo lo sguardo oltre il presente, al futuro, e concludono che i mezzi che non si caratterizzano per l’uso della forza degli armamenti siano altrettanto efficaci, se non addirittura di più, per raggiungere gli obiettivi della guerra, che consistono nel costringere il nemico a servire i propri interessi. Questo non vuol dire che le armi tradizionali non avranno più importanza, ma che: “Qualsiasi conflitto che scoppi domani o più avanti rientrerà in un concetto di guerra in senso ampio, ovvero un mix di guerra condotta con la forza degli armamenti e guerra condotta con altri mezzi”2. La guerra del futuro, concludono i due colonnelli, sarà una sommatoria di più tipologie di guerre.
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Dei delitti e delle pene, e del libero arbitrio
A proposito dell’uccisione di Adil, militante del Si Cobas
di Michele Castaldo
Le nostre leggi sono il risultato delle regole imposte dai romani, mischiate con i riti dei Longobardi e le tradizioni che si sono accumulate in tanti secoli di storia ed i nostri governanti le mettono in pratica come fossero leggi provenienti da Dio; ora io mi provo a fare una critica di questo procedimento, così come ho imparato a fare sotto i miei illuminati sovrani. La società è retta da tre tipi di principi: quelli divini, quelli naturali e quelli politici.
Cesare Beccaria
In piazza Alimonda a Genova fu ucciso con un colpo di pistola Carlo Giuliani, che manifestava con i No global. Il carabiniere Mario Placanica che sparò lo fece per difendersi – si legge nella sentenza – da un lancio di un estintore che Carlo Giuliani tentava di scagliare contro di lui che seduto nella camionetta non aveva via di scampo. Inoltre il fuoristrada, nel tentativo di fuggire rapidamente dai manifestanti, riprende la manovra passando sul corpo di Carlo due volte (una prima in retromarcia, la seconda a marcia avanti). Erano le 17:27 del 20 luglio 2001.
Alle prime luci dell’alba del 18 giugno del 2021, ai magazzini della Lidl di Biandrade in provincia di Novara, il sindacato Si Cobas della Logistica organizza un picchetto per bloccare le merci in uscita e dare forza alla propria lotta.
Da un'altra porta che funge da entrata delle merci esce un camion alla cui guida c’è il giovane autista Alessio Spaziani che, scoperto dai manifestanti, temendo di finire come il topo in trappola ed essere perciò linciato dai manifestanti – questa è la sua versione rilasciata al magistrato che lo ha interrogato – ha accelerato investendo e uccidendo il povero Adil, operaio di 37 anni, padre di due figli e attivista del Si Cobas.
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La Comune di Parigi
Qualche lezione da un'insurrezione passata per un'insurrezione futura
di François Martin
[La Commune de Paris : quelques leçons d’une insurrection passée pour une insurrection future, ciclostilato, 1970; trad. it. in Karl Marx et alii, La Comune di Parigi del 1871 e la guerra civile in Francia, Edizioni La Vecchia Talpa, Napoli 1971, pp. 7-14; traduzione riveduta e corretta]
«I proletari della capitale, di fronte alle deficienze e ai tradimenti delle classi governanti, hanno compreso che era giunta per essi l'ora di salvare la situazione prendendo nelle proprie mani la direzione degli affari pubblici... il proletariato... ha compreso che era suo dovere imperioso e suo assoluto diritto prendere nelle proprie mani i suoi destini, e di assicurarsene il trionfo impadronendosi del potere».
Così si esprimeva il comitato centrale della Guardia Nazionale nel suo manifesto del 18 marzo 1871. Alcune settimane dopo, questo stesso proletariato1 che aveva fatto tremare tutti i poteri reazionari d'Europa, veniva schiacciato. È proprio questa «situazione», che bisognava salvare, ad aver determinato la disfatta.
È in questa «situazione», nella sua concreta particolarità, e nella condizione del proletariato del tempo che bisogna cercare il segreto degli avvenimenti e in definitiva le cause del suo fallimento.
Da un secolo a questa parte, tutte le battaglie di classe, per poco che siano state vittoriose, sono state seguite dalla ricostituzione e dalla dominazione sempre più estesa del modo di produzione e di scambio capitalistici. Tanto meglio! Nella misura in cui la classe operaia non giungeva a porre le premesse di una trasformazione radicale, a instaurare il comunismo, le sue stesse lotte sembravano creare le condizioni di questa dominazione sempre più compiuta del capitalismo, distruggendo gli ostacoli che esso trovava sul suo cammino e dissolvendo le strutture arcaiche2.
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L’illegalità delle lotte fonte del diritto
di Elisabetta Teghil
”Le leggi, il diritto e l’ordine sono fondamentalmente contro di noi anche se, combattendo duramente, abbiamo strappato due o tre diritti che, comunque, dobbiamo difendere continuando a lottare. La lotta radicale femminista e l’obbedienza alle leggi sono due cose che fanno a pugni fra loro.”
Rote Zora
Tutti i giorni muoiono persone sul lavoro, è uno stillicidio, ma a meno che non sia la notizia di un’operaia di 22 anni dilaniata da una macchina tessitrice che produce una particolare impressione per un giorno e via, le altre morti vengono vissute dalla gente come routine. Continuamente ci sono donne stuprate o ammazzate da mariti, fidanzati, amanti, ex, padri, figli, conoscenti, famiglia, amici ma è diventata routine anche questa. Tutti i giorni muoiono persone di miseria, fra poco ci sarà un’ondata di licenziamenti da paura dato che l’ultimo ddl Draghi ha decretato la definitiva eliminazione del blocco in due date indifferibili, 30 giugno e 30 ottobre, ma sarà routine. C’è nella popolazione un’assuefazione al male che non è indifferenza, è rassegnazione, una rassegnazione che comporta l’incapacità di indignarsi e di cercare quindi la ragione di quello che succede.
Una cosa però è certa. Questa è una società che si pavoneggia per l’attenzione ai diritti: sicurezza sul lavoro, leggi sempre più severe, legislazione di tutela per le donne, sbandieramento di attenzione nei loro confronti, sbandieramento dei diritti delle minoranze e delle diversità sessuali, parole a iosa sulle tutele riguardanti immigrati e immigrate… pace, giustizia, democrazia…
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