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cattivipensieri

Donald Trump, la sinistra e il voto operaio

di A.C.

rustbelt01L'elezione di D. Trump alla presidenza degli Stati Uniti, oltre a tutte le domande che solleva rispetto ai cambiamenti nella politica americana che potrebbe causare o meno, ha suscitato a sinistra un dibattito internazionale il cui interrogativo centrale può essere riassunto in questo modo: la classe operaia americana ha massivamente votato per Trump oppure no? Domanda su cui si basa la successiva: la classe operaia è reazionaria?

Questa domanda riceve pronta risposta esaminando le statistiche elettorali: no, ovviamente, non è la classe operaia da sola che ha eletto Trump, non ha nemmeno votato in massa per lui. La classe operaia rimane in gran parte la classe dell'astensione. Ma se l'elezione di Trump rimane di gran lunga il risultato di un elettorato repubblicano classico, tuttavia assume una marcata tonalità operaia nei vecchi stati industriali del nord-est, fatto che, insieme alla mancanza di entusiasmo per il voto democratico, probabilmente ha fatto pendere la bilancia elettorale in favore di Trump. Ed è qui che sta forse il problema: in questo residuo insolubile rappresentato dalla presenza decisiva del voto dei lavoratori, che non viene digerito, che appare come un'impurità in questa elezione, come una macchia.

Ciò che non viene digerito, soprattutto in quel che resta della sinistra e dell'estrema sinistra, è in primo luogo che “la” classe operaia è in realtà ampiamente segmentata. “Il” proletariato, inteso come “la classe di chi produce direttamente plusvalore” o come “chi non ha nulla tranne le braccia per vivere” non ricopre alcuna realtà sociale omogenea, e questo non indica una “difficoltà di organizzarsi” o la presenza di “divisioni” da superare, piuttosto evidenzia la realtà di ciò che tale classe è strutturalmente nel mondo capitalista.

Questa segmentazione non è neutra, essa è necessariamente articolata alle istanze del capitale: in ragione della realtà materiale della sua implicazione reciproca nel modo di produzione, il proletariato industriale “classico” (ciò che è comunemente inteso come “classe operaia”) è una realtà eterosessuale, bianca e maschile. “Tutte le categorie del capitale sono sessuate” (Théorie Communiste), e il proletariato è una componente di questo modo di produzione. Allo stesso modo, non è vero che il proletariato non ha nulla a che fare con l'idea di Nazione: non è spontaneamente internazionalista, ma è “imbarcato” con i “propri” capitalisti nazionali nella competizione globale, e nel processo di globalizzazione capitalista.

Il proletariato americano che ha votato per Trump, è soprattutto quello delle ex aree industriali, la famosa Rust Belt, ovvero la Manifacturing Belt che fu, e appare nella sua esistenza di classe tanto arrugginito, obsoleto ed inservibile quanto lo sono quelle fabbriche: rotte le fabbriche , rotta la classe. Il "sogno americano" era davvero un sogno, una produzione ideologica, ma quel sogno si basava su una realtà socio-economica ben materiale: che esso sopravviva ancora oggi, allorché queste realtà sono in gran parte obsolete, è ciò che gli conferisce le fattezze di un incubo.

Ciò che ha creato la Manufacturing Belt nella sua epoca d'oro, fu l'espansione del modello fordista. Ciò che unificava la classe, era il suo raggrupparsi nelle città manifatturiere, articolate materialmente intorno alle fabbriche e socialmente intorno al sogno fordista: creare, a partire dalla classe operaia stritolata dalla crisi globale del 29, una classe media stabile pacificata. La leva di questa integrazione operaia, oltre alla divisione verticale del lavoro e la standardizzazione che ne erano i mezzi tecnici, era il legame tra riproduzione della forza lavoro e valorizzazione del capitale: idealmente, gli operai consumavano ciò che producevano, il valore della forza lavoro comportava nello stesso tempo la riproduzione della forza lavoro e il capitale addizionale, insomma tutti si arricchivano. Naturalmente, i capitalisti si arricchivano più degli altri, ma ci vuole pur sempre qualcuno che si occupi della gestione del capitale fisso e, da questo punto di vista, tra la proprietà privata dei mezzi di produzione il socialismo, cambia la forma ma non la sostanza. Questo modello si basava principalmente sull'industria pesante: acciaio, carbone, e in particolare sull'automobile.

Le fabbriche erano la spina dorsale di un sistema sociale che poteva poi ramificarsi in diverse branche dei servizi, con il plusvalore che scorreva lungo tutto questo universo socialmente armonioso, dove tutti avevano un televisore, un frigorifero pieno di fresca Coca Cola, una macchina e una piccola casa, in cui una donna faceva bambini e preparava i pasti. La classe media si appoggiava sulla classe operaia, l'integrazione della famiglia prolungava l'integrazione attraverso il salario: c'erano uomini, donne, lavoratori, ma anche neri e bianchi, ognuno a casa sua. La rappresentazione ideale del lavoratore americano, come del resto la figura dell'operaio mondialmente, era un uomo bianco con le maniche arrotolate che guardava con ottimismo il sole che sorgeva sulle piccole mattine laboriose. La riproduzione della sua forza lavoro era identica alla continua produzione della totalità sociale: essa era la Società stessa. Qualunque fosse la realtà delle condizioni del suo sfruttamento, egli aveva un futuro, e poteva essere orgoglioso.

Ma il modo di produzione capitalistico non mira al consumo per tutti, né all'integrazione pacifica della classe (l'alienazione, alcuni direbbero) e neanche all'accumulazione astratta dei capitali: il suo fine è l'estrazione di plusvalore, l'aumento del saggio di profitto, che si ottiene in un solo modo, dallo sfruttamento del lavoro vivo. È per questo che il capitalismo è una rapporto tra classi, e il suo prodotto principale è la riproduzione di questo rapporto.

Nella crisi degli anni '60-'70, e in particolare negli Stati Uniti quella degli anni '80, è la classe operaia nel suo complesso che si è trovata sconfitta. Da classe che attraverso la propria attività produceva tutto il sociale nella sua riproduzione stessa, essa ha raggiunto la massa dei sovrannumerari. Di questo declassamento, se ne è fatto un ritratto moralista, nella più pura tradizione liberale americana: questa gente non sa vivere. La critica delle "comunità disfunzionali” che usano i sussidi per drogarsi piuttosto che per uscire dalla loro situazione (è la pietosa teoria delle “famiglie disfunzionali”, mille volte smentita e che ciononostante fa parte delle rappresentazioni comuni; la si può ritrovare oggi nella serie televisiva Shameless) funge allora da analisi politica, da strumento di identificazione sociale, e da spauracchio per la classe media preoccupata di smarcarsi dal “white trash”.

È proprio a quella classe operaia, quella abbandonata, rimasta orfana del sogno fordista, che Trump si rivolge quando dichiara durante la sua campagna: “Rimetteremo a lavorare i nostri minatori e i nostri operai della siderurgia, è quello che vogliono”; si rivolge a questa classe, ma anche ad una parte della classe media la cui esistenza sociale si appoggiava sulla produzione e sull'industria pesante, anche nel settori dei servizi, e che vi trovava una garanzia di sicurezza. E questo discorso, almeno nei vecchi bastioni industriali dormienti, è stato ascoltato: quella classe operaia ha in effetti votato Trump.

Essa è stata tanto più sensibile al discorso di un personaggio ad un tempo considerato ripugnante dalla classe media intellettuale, e ricco: prova che si può avere successo anche al di fuori dei quadri e dei modelli culturali che impone questa classe. Trump è riuscito ad incarnare nella sua persona l'alleanza di classi che ha segnato l'epoca fordista: la centralità della classe operaia, riproduzione di classe integrata al corso dell'accumulazione, radicamento dei servizi nel sostrato del settore produttivo, intervento protezionistico e orientamento della produzione da parte dello Stato, e porosità delle classi a permettere una promozione sociale a beneficio degli operai. Tutto questo è ovviamente il marchio di fabbrica di un'epoca passata, ed è ovvio, per esempio, che gli industriali americani non si lasceranno vietare le delocalizzazioni da nessuno, che si chiami Trump o Sanders. Ma questo discorso è stato compreso da coloro ai quali si è rivolto. Giacché l'elettorato repubblicano era già suo, Trump è stato in grado di fare la differenza grazie a questo discorso.

A questo proposito, il discorso della sinistra e della sinistra radicale si riducono a due posizioni simmetricamente opposte, e che non fanno che essenzializzare la classe operaia. Da un lato c'è il disprezzo di classe puro e semplice, lo stesso che si è visto in occasione della Brexit, che consiste a a dire che questa gente è totalmente ignorante, disorientata, fondamentalmente razzista, misogina ecc, e che la missione della sinistra è di civilizzarla e darle il gusto per il progresso; posizione che assume sfumature più paternalistiche nella sinistra elettorale tipo Mélénchon. Dall'altro lato, la sinistra radicale, dai trotzkisti agli anarco-comunisti, che optano per il diniego puro e semplice: la classe operaia non è così, il voto operaio reazionario è un mito esso stesso reazionario: è la classe media e la piccola borghesia che incarnano il fascismo trumpiano, la classe operaia non ha nulla a che fare con essa, essa è pura nella sua essenza. Da questa posizione ne deriva un'altra, del tutto declamatoria, che consiste nel ricordare al proletariato (che ascolta con attenzione queste affermazioni, l'orecchio incollato alla radio) che il voto per Trump non è nel suo interesse, che l'interesse è l'unità della classe e la rivoluzione comunista e non l'alleanza con la piccola borghesia, che non porta a nulla perché Trump è il candidato del capitalismo. Amen.

Si vede bene che tutte queste posizioni insistono sull'irrazionalità della scelta: un altro comportamento “disfunzionale”, insomma. Ma quale razionalità si opporrebbe a questa, e che cosa sarebbe esattamente nell'interesse della classe? La “sinistra della sinistra” francese è più realista quando si propone di tornare al programma del Consiglio Nazionale della Resistenza del 1947? Non vive forse anch'essa nella nostalgia dei Trenta Gloriosi? O ancora nel ricordo di quella classe operaia, potente, organizzata, che viveva intorno alle fabbriche che avrebbe posseduto collettivamente dopo la rivoluzione socialista? La sinistra liberale è in grado di dimostrare alla classe operaia che la prosecuzione della “costruzione europea” è nel suo interesse, dopo quello che è successo in Grecia, per esempio? Gli anarco-comunisti possono dimostrare alla classe operaia che la distruzione dello Stato, piuttosto che la politica democratica, è una soluzione promettente, allorché oggi tutti possono vedere di che cosa può essere capace uno Stato che si sgretola, come in Siria, per esempio? Ed è davvero razionale presentare la rivoluzione come un momento festivo di realizzazione collettiva, in queste condizioni? Di quale razionalità, di quale realismo stiamo parlando?

La vittoria di Trump alle elezioni degli Stati Uniti non è certamente una buona notizia, ma quale sarebbe una buona notizia? Si, il proletariato, con tutte le altre classi, viene trascinato, con la crisi del capitalismo, in un movimento per cui lo Stato appare come l'ultimo baluardo contro l'economia globale. Ciò che è minacciato nella crisi è la società stessa, e tutto ciò che la struttura come società capitalista. Le identità di genere, di classe, di razza sono tanto delle assegnazioni sociali quanto – simultaneamente – identità protettive da difendere: si ha solo ciò che si è in questa società, e l'abolizione è tanto una perdita quanto una liberazione. L'abolizione della società capitalistica e di ogni società non può farsi nella forma di una rivelazione o di una liberazione: non è un velo che si toglie dalla verità dei rapporti, si tratta di una lotta interna di ciascuna delle identità che si strutturano nell'ambito delle istanze socio-economiche del modo di produzione. La guerra civile ne è solo la prima forma.

Il proletariato non appartiene né alla destra né alla sinistra radicale: il proletariato non è un soggetto politico, ma una classe del modo di produzione capitalistico. Come tale, partecipa a tutte le contraddizioni del capitale. Con tutte le altre classi, si trova incorporato nel ciclo attuale del capitalismo, che non contiene più alcuna positività rivoluzionaria, che renderebbe la rivoluzione semplicemente un'affermazione di ciò che il proletariato è già nel capitale. I giorni in cui il proletariato poteva pensare di essere ad un passo dal prendere il potere e diventare classe dominante sono passati: ciò che questo ciclo porta innanzi, è l'abolizione delle classi e della società. Il proletariato nel suo rapporto contraddittorio al capitale, è la classe che porta come propria questa abolizione. La rivoluzione non è una sua scelta, né è inscritta nella sua natura, e non è guidata da nessuna necessità storica che trascende la storia. Tuttavia, nulla manca al proletariato per fare la rivoluzione: è solo tale qual'è, che è rivoluzionario, che ci piaccia o no.


Da carbureblog.com

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