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Appunti per un rinnovato assalto al cielo. I
Riportando tutto a casa
di Paolo Selmi
“L'intelligence, c'est de chercher dans quelle
mesure on peut mettre un petit peu de raison
dans cette absurdité.”
(Jean-Luc Godard, “Monologue”,
Une femme mariée, 1964)
Premessa
Si narra che, qualche millennio fa, un pensatore cinese di nome Kong(fu)zi (孔(夫)子, o Confucio per gli amici), in un periodo di crisi abbastanza simile all’attuale, se non peggio, inaugurasse la sua proposta politica (non ancora divenuta ideologia e pensiero dominante di un continente) “rettificando i nomi” (zheng ming 正名): “Se i nomi non sono corretti, le parole non corrispondono alla realtà; se le parole non corrispondono alla realtà, gli affari non giungono a compimento”1 … insomma, secondo il pizzetto più famoso e osannato del Paese di Mezzo, nulla si sarebbe mai potuto veramente cambiare se non si eliminano prima le ambiguità di fondo esistenti. Era un atto di grande coraggio allora, quando denunciare un’usurpazione di trono poteva equivalere alla perdita della propria testa; è un atto di grande coraggio oggi, quando palesi atti di arroganza che fanno straccio del diritto internazionale sono auto-legittimati da caratteri di “eccezionalità”2 che valgono solo per uno Stato (e per i lacché di turno), così come quando “fare chiarezza” su una proposta politica di trasformazione socio-economica e possibile transizione al socialismo equivale, sicuramente, a inimicarsi tanti soggetti, alcuni tradizionalmente noti (i primi di cui sopra) e altri, molto probabilmente, ancora considerati “amici”, “alleati”, se non addirittura lao dage (老大哥), “grande fratello maggiore”, al posto del defunto riferimento sovietico.
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Reddito di cittadinanza: una critica marxista
di Giulio Palermo1
Riceviamo dalla Federazione del PCI di Brescia e pubblichiamo quale contributo alla discussione. Da comunistibrescia.org
Il successo elettorale del Movimento 5 stelle ha portato il tema del “reddito di cittadinanza” (RdC) al centro del dibattito politico. Tecnicamente, la proposta pentastellata non è veramente un’applicazione del RdC ma è piuttosto una forma di “reddito minimo garantito”, uno strumento di sostegno finanziario simile al RdC, senza tuttavia gli stessi tratti di universalità. Ma non importa: mentre la crisi incalza, l’idea di aumentare i redditi, invece che di stringere la cinghia, piace un po’ a tutti. In effetti, le prime critiche che si sono levate contro il RdC non riguardano veramente i suoi limiti teorici bensì la sua mancata attuazione: in Italia, il RdC non ha veri oppositori, il problema è che i grillini non lo vogliono applicare veramente.
Sul piano teorico, il RdC, nella sua versione ideale, è difeso in particolare dagli economisti della scuola keyensiana. Secondo loro, questo strumento sostiene la domanda aggregata, la crescita e l’occupazione. I più radical, quelli che strizzano l’occhio a Marx, aggiungono che favorisce anche l’emancipazione dal lavoro salariato.
In questo articolo sostengo invece che il RdC non solo non può realizzare questi obiettivi ma finisce in realtà per andare in direzione opposta: aggravando la crisi, sviluppando il liberismo e accelerando i processi di precarizzazione del lavoro e di mercificazione della società.
Inizio inquadrando la proposta del Movimento 5 stelle nel dibattito teorico e mostrando i veri obiettivi perseguiti da questa forza politica. Contrariamente ai difensori dell’universalismo, argomento che le differenze tra la proposta di Di Maio & co e il modello ideale di RdC non depongono veramente a favore del secondo.
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La trasformazione dello Stato dentro la transizione neoliberale
Il caso italiano
di Adriano Cozzolino
Tra la fine degli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso, il patto sociale come configuratosi all’indomani della seconda guerra mondiale – basato su un sostanziale equilibrio nei rapporti tra le due principali forze sociali, il Lavoro e il Capitale – entra definitivamente in crisi. Il superamento della costituzione materiale del secondo dopoguerra segna il passaggio dal paradigma keynesiano – caratterizzato da politiche fiscali espansive, una forte dimensione pubblica dell’economia, la regolazione del sistema finanziario, tassazione progressiva e una tendenza espansiva dei diritti della classe lavoratrice e dei diritti sociali – all’ordine neoliberale.
Le cause della crisi del Keynesismo sono diverse e di diversa natura (Bellofiore, 2001). Crisi petrolifera e comparsa della stagflazione, crisi del meccanismo di accumulazione del capitale, crisi fiscale dello Stato (O’Connor, 1973), un’alta conflittualità sociale e la reazione politico-ideologica delle classi proprietarie sono alcuni tra i fattori che ci aiutano a comprendere i caratteri del mutamento. Il nuovo paradigma neoliberale, concepibile come risposta globale alla crisi della politica economica keynesiana, inaugura politiche che invertono il segno social-democratico delle decadi precedenti: liberalizzazione dei tassi di cambio e dei movimenti dei capitali finanziari, ridefinizione della tassazione in senso meno progressivo, deflazione salariale e, più in generale, ‘flessibilizzazione’ del lavoro, privatizzazione delle imprese pubbliche e ruolo centrale dei mercati e della cultura aziendalista (Saad-Filho, 2010). Inoltre, come mostrato da diversi autori (su tutti Thomas Piketty, 2014), è a partire da questo momento che le disuguaglianze nella distribuzione del reddito iniziano a crescere.
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Le due facce della modernità secondo Robert Kurz
di Paolo Lago
Robert Kurz, Il collasso della modernizzazione. Dal crollo del socialismo da caserma alla crisi dell’economia mondiale, a cura di S. Cerea, Mimesis, Milano-Udine, 2017, pp. 210, € 18,00
Già da diversi anni un gruppo di studiosi, dediti alla diffusione delle idee della critica radicale degli autori tedeschi raccolti attorno alle riviste “Exit” e “Krisis” (fra i quali si può ricordare non solo Robert Kurz ma anche Ernst Lohof o Norbert Trenkle), sta operando con passione per tradurre e diffondere in Italia diversi testi di tali autori. Samuele Cerea è uno di questi, il quale – assieme a Massimo Maggini e Riccardo Frola – da anni si dedica alla cura e traduzione delle opere di questi autori tedeschi. Non possiamo perciò che essergli grati (ed essere grati all’opera di diffusione portata avanti da questi appassionati, grazie anche alla rivista online “L’anatra di Vaucanson”) per la recente traduzione, per i tipi di Mimesis – editore presso il quale sono precedentemente usciti anche altri testi di tali autori – del saggio di Robert Kurz intitolato Il collasso della modernizzazione (Der Kollaps der Modernisierung), uscito in Germania nel 1991. Kurz è infatti un autore fondamentale per comprendere le contraddizioni della modernità e della contemporaneità, uno studioso che purtroppo è stato spesso trascurato o incompreso. Prematuramente scomparso nel 2012, Kurz è uno dei fondatori della rivista e del gruppo tedeschi “Krisis” e, successivamente, fautore della scissione del gruppo “Exit”. Fra le opere più significative degli autori del Gruppo Krisis è doveroso ricordare il Manifesto contro il lavoro, uscito nel 1999 e, nel 2003, in traduzione italiana per “DeriveApprodi” [su Carmilla].
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Populismo, sovranismo e neoliberalismo
di Alessandro Somma
Negli ultimi anni Carlo Formenti ha confezionato alcuni saggi che affondano il coltello nelle piaghe del dibattito della sinistra: si occupano tra l’altro di sovranismo, per individuare i caratteri di una sua declinazione a sinistra, di populismo, per ridefinire il perimetro di un conflitto sociale capace di interrompere una lunga serie di sconfitte, e ovviamente del modo di essere del capitalismo attuale, anche per verificare la reale portata delle trasformazioni cui rinviano alcune sue declinazioni (in particolare come capitalismo cognitivo)[1]. L’ultimo libro di Formenti riprende tutti questi temi, ma lo fa in modo più leggero: è una raccolta di brevi interventi apparsi su testate online che nel complesso offrono un quadro delle posizioni dell’autore, descritte in modo semplice ma non semplicistico e pertanto utile a riassumere la trama del suo pensiero.
Populismo
Il libro è significativamente intitolato “Oligarchi e plebei”[2], con l’evidente intento di attribuire centralità alla riflessione sul populismo: tipicamente il conflitto tra popolo ed élites, intesi come totalità compatte tendenzialmente non attraversate da conflitti.
Proprio questa caratteristica, ovvero il sostanziale interclassismo, costituisce comprensibilmente il principale ostacolo alla diffusione del populismo come paradigma di cui può servirsi la sinistra. Anche se assistiamo al crescente diffondersi di forze che lo praticano, e che tuttavia non possono essere ascritte nel novero delle formazioni di destra: non si può cioè nascondere che “fra partito unico dell’austerità e populisti non c’è il vuoto” (72).
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Rousseau o Lenin?
Il M5s e la «legge ferrea dell’oligarchia»
di Damiano Palano
Con la formazione dell'esecutivo presieduto da Giuseppe Conte, il Movimento 5 stelle è entrato nella stanza dei bottoni. La prova di governo, oltre al problema di mantenere le promesse elettorali, implicherà probabilmente anche trasformazioni organizzative interno al partito fondato da Beppe Grillo. "Maelstrom" ripropone a questo proposito un articolo, apparso sul quotidiano "il foglio" il 26 marzo 2018
Ormai più di un secolo fa, nel 1911, Robert Michels dava alle stampe il suo libro più famoso, La sociologia del partito politico nella democrazia moderna, destinato ad aprire un intero filone di studi. In quel libro il politologo tedesco illustrava quella che, da allora, sarebbe stata conosciuta nell’ambito delle scienze sociali come la «legge ferrea dell’oligarchia». Osservando da vicino la fisionomia e il funzionamento del Partito socialdemocratico tedesco, Michels si rese conto (prima come militante e poi come studioso) di un paradosso inquietante. Proprio quel partito – che, più di ogni altro, aveva inalberato la parola d’ordine dell’uguaglianza e che dichiarava di lottare per la realizzazione di una piena democrazia – al suo interno era tutt’altro che democratico. Dietro un’apparenza democratica, le decisioni venivano infatti sempre prese da una ristretta oligarchia di dirigenti, alcuni dei quali occupavano le cariche di vertice da decenni. Gli iscritti, i militanti e anche buona parte degli stessi funzionari avevano invece un ruolo del tutto marginale. E l’organizzazione assomigliava dunque a una piramide, che concentrava tutto il potere alla sua sommità.
Un aspetto cruciale che Michels metteva in luce riguardava soprattutto le cause della formazione dell’oligarchia. Non si trattava infatti di un consapevole tradimento ordito da una ‘casta’ di dirigenti. L’oligarchia nasceva piuttosto da meccanismi ‘oggettivi’, legati alle caratteristiche immutabili della «natura umana» e soprattutto alle esigenze della lotta. Il politologo chiamava in causa infatti fattori ‘psicologici’, come il «misoneismo» delle masse o la tendenza dei seguaci a venerare i loro capi. Ma sottolineava anche come l’oligarchia scaturisse soprattutto da fattori tecnici. Ogni movimento che puntava a raggiungere degli obiettivi doveva infatti dotarsi di un’organizzazione efficiente, ma questa scelta aveva un costo.
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Capitalismo, capitalismi...
di Bernard Drevon
Se il capitalismo dell'era fordista è davvero morto, come si può fare a comprendere il nuovo «capitalismo finanziario»? Svolto a partire soprattutto dall'opera di Polanyi, questo prezioso contributo di Bernard Drevon, economista e presidente della Société des Amis de Veblen, offre una riflessione, densa e pedagogica, sul ruolo della finanza nell'evoluzione del capitalismo e sulle contraddizioni
La nostra riflessione si concentrerà sui principali sviluppi del capitalismo e delle relazioni sociali che lo caratterizzano. Per cui verranno lasciati fuori dal suo campo di studi, gli altri elementi della storia e delle nostre società contemporanee altrettanto importanti, rifiutando di porli in una prospettiva deterministica nella quale in ultima analisi l'economia sarebbe decisiva. Inoltre, per limitare l'ampiezza dell'argomento, tenteremo di isolare, senza voler essere esaustivi, con grande prudenza di fronte alla complessità della realtà, alcune tendenze importanti... Uno dei fili conduttori è costituito dalla riflessione sullo status della finanza nell'evoluzione del capitalismo, le sue funzioni e le sue contraddizioni, di cui la finanziarizzazione è portatrice.
La finanza al servizio dell'accumulazione,
nel primo capitalismo industriale
Secondo la definizione di Karl Polanyi, un sistema economico è un «processo istituzionalizzato di interazione fra l'uomo ed il suo ambiente, che si traduce nella fornitura continua di mezzi materiali che permettono la soddisfazione dei bisogni» [*1]. Il sistema capitalistico è solo un modo particolare di istituzionalizzazione del processo di produzione, quello della proprietà privata dei mezzi di produzione. In questo sistema, l'iniziativa della produzione spetta agli attori privati, individui e imprese, guidati dalla ricerca del profitto. In un secondo tempo, questi individui ed imprese validano socialmente la loro produzione, soddisfacendo la domanda dei consumatori che si esprime sul mercato [*2].
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Economia politica dell’antisemitismo
di Robert Kurz
Avvertenza: da alcuni anni circola già sul web una traduzione di questo testo che però, nonostante l’autore si dimostri reticente a questo riguardo, è stata condotta su una versione in lingua portoghese apparsa in Brasile come appendice ad un saggio sui rapporti tra marxismo e antisemitismo. Inoltre tale adattamento è a dir poco parziale (meno di metà del testo originale) e manca completamente della critica decisiva di Kurz alla teoria geselliana. Abbiamo sentito il bisogno di realizzare una nuova versione completa non tanto per scrupolo filologico quanto piuttosto per fornire nuove prospettive di riflessione critica circa il problema cruciale delle ideologie del denaro, in conflitto con l’ottusa demonizzazione del capitale finanziario che caratterizza tanta (pseudo)critica odierna [redazione]
I. La relazione tra lavoro e denaro è stata fin dal principio un tema cruciale di discussione nell’ambito dell’economia politica. L’astrazione «lavoro», proprio come la nuda merce, affrancata da ogni rapporto che non si plasma sulla sua forma, è indubbiamente un prodotto della modernizzazione capitalistica. Ma alla superficie del moderno rapporto feticistico l’apparenza è che il denaro (capitalistico) abbia detronizzato il lavoro e la merce, sebbene sia l’uno che l’altra rappresentino solo stadi di transizione del medesimo denaro nella forma di capitale. Questo abbacinamento superficiale genera l’impulso verso la «liberazione», in un modo o nell’altro, del lavoro e della merce come forme fenomeniche capitalistiche dal denaro, che è il medium autotelico del capitalismo stesso.
Durante il XVIII e XIX secolo, nel corso della conversione progressiva del denaro in capitale «produttivo», che fece così il suo ingresso nella moderna razionalità aziendale, contro il denaro nella forma di capitale iniziarono ben presto a proliferare le utopie del lavoro e della merce. Ad esempio gli utopisti del lavoro interpretarono le idee dell’economista classico David Ricardo nel senso che le merci prodotte dai lavori privati avrebbero dovuto «riferirsi l’una all’altra direttamente in quanto prodotti del lavoro sociale»1 (vale a dire senza l’intermediazione del denaro) come rilevò criticamente Marx.
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L’estremismo riformista e le politiche del Capitale
di Spohn
L’estremismo riformista è un epifenomeno politico che coinvolge tutte le forze progressiste: a cospetto dell’irrazionale corso del capitalismo, in cui la speculazione finanziaria ha sostituito in parte l’accumulazione classica (D-M-D’), nessun partito schierato con la classe borghese potrà mai indicare una soluzione che, al suo interno, non comprenda il mantenimento della macchina mal funzionante
Le “politiche” del Capitale e l’Imperialismo.
Trovare soluzioni locali a contraddizioni globali[1] ha scritto il sociologo Zygmunt Bauman, riferendosi alle lotte sociali e ai tentativi localistici con cui le singole comunità, organizzate sovente dalla cosiddetta sinistra radicale, decidono di opporsi, spesso strenuamente, agli effetti nefasti della “globalizzazione” economica. In alternativa alle resistenze locali, che anche per Bauman sono inefficaci, nei programmi politici dei maggiori partiti di destra e di sinistra si sostiene che il conflitto tra “globale” e “locale” può essere, altresì, ridotto a una questione di “giuste” riforme da attuare.
Parafrasando la critica di Lenin a Kautsky, la riduzione dei problemi di economia nazionale a una banale questione di riforme e di “politiche” significa con ciò l’esclusione del contesto globale e della attuale crisi strutturale dal computo degli elementi concreti e materiali, benché a volte finanziari, di cui tener conto. Insomma, come spesso è accaduto in passato si continua a professare che l’imperialismo (lo si diceva ieri) e la mondializzazione dell’economia capitalista (lo si dice oggi) non sono altro che delle “politiche” integrate del Capitale. A esse non ci si rivolge, invece, come le immediate ricadute politiche, cioè sul piano della prassi borghese, delle trasformazioni strutturali, imposte dal perdurare delle modificazioni nel processo di valorizzazione capitalistico. Lenin, a tal proposito, precisava che l’”imperialismo” – inteso come la più recente evoluzione capitalistica e come “fase storica” del Capitale – e il concetto di “imperialismo” – che secondo Kautsky era un insieme occasionale di decisioni contingenti– fossero due sistemi ben distinti.
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Demos e capitalismo, logiche divergenti
di Claudio Gnesutta
Scontro o compromesso sulle politiche pubbliche, contrapposizione tra società civile ed esperti, istanze di riforma e processi di partecipazione, le tematiche del libro di Codagnone C., Bogliacino F., Veltri G.A., Scienza in vendita. Incertezza, interessi e valori nelle politiche pubbliche, Milano: Egea, 2018, p. 234, € 30,00
C’è una tensione ineliminabile tra capitalismo e democrazia, tensione che può essere governata ma non eliminata, dovuta alla contrapposizione tra due logiche, quella della competizione tra soggetti diseguali per fortuna, talenti e potere e quella della garanzia a tutti i propri cittadini non solo dei diritti economici ma anche di quelli politici e sociali. La contraddizione di perseguire l’ideale di eguaglianza politica in un contesto economico che produce disuguaglianza richiede la presenza di un ente collettivo sovraordinato, lo Stato, che ricerchi e gestisca un compromesso socialmente accettabile tra le due dimensioni della vita sociale.
Le politiche pubbliche sono pertanto inevitabilmente connesse con un processo di conservazione/trasformazione dell’esistente la cui complessità ha sollecitato, e sollecita, le scienze sociali a formulare spiegazioni della struttura della società e delle sue dinamiche, incluse quelle indotte dalle politiche auspicate e adottate.
A questo sfondo problematico si richiamano le riflessioni che svolgono Cristiano Codagnone, Francesco Bogliacino, Giuseppe A. Veltri in un interessante e denso volume, Scienza in vendita. Incertezza, interessi e valori nelle politiche pubbliche (Milano: Egea, 2018, p. 234, € 30,00), con l’obiettivo dichiarato di «esplora[re] in modo critico il rapporto tra politiche pubbliche ed evidenza scientifica, evitando semplificazioni e scorciatoie scientiste o anti-scientiste e mettendo in risalto sia i limiti della scienza sia l’uso improprio che dei risultati scientifici fanno sia coloro che prendono le decisioni politiche sia coloro che cercano di influenzarle a loro vantaggio, siano essi gruppi di interesse forti e concentrati o movimenti di opinione opportunamente mobilitati».
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Rivoluzione vs putsch
di Renato Caputo
Perché una Rivoluzione, a partire da quella di Ottobre, non può essere confusa con un putsch
Il revisionismo o meglio il rovescismo storico – che generalmente tende a confondere la complessità del processo rivoluzionario con un putsch ben riuscito – mira a ridurre la stessa Rivoluzione d’ottobre alla conquista del Palazzo d’Inverno, in modo da rendere tale esperienza del tutto anacronistica dinanzi ai complessi apparati statuali odierni.
Al contrario Lenin era pienamente consapevole che la rivoluzione non avrebbe potuto esaurirsi in un riuscito colpo di Stato, ma si sarebbe dovuta sviluppare in un complesso processo, un lungo periodo “di tempestose scosse economiche e politiche, di lotta di classe molto acuta, di guerra civile, di rivoluzioni e controrivoluzioni” [1]. Tale processo potrà essere inaugurato e condotto a buon fine solo in seguito a una realistica e sobria analisi politica del rapporto fra le forze sociali in campo, che sia in grado di valutare ogni “momento concreto” del suo svolgimento “non solo dal punto di vista della sua originalità contingente, ma anche da quello dei moventi più profondi, dei più profondi rapporti tra gli interessi del proletariato e della borghesia” [2] sia nel proprio paese che sul piano internazionale. Perciò nella lunga e complessa fase di preparazione della “grande guerra di liberazione del proletariato per il socialismo” sarà indispensabile approfittare “di ogni movimento popolare contro le singole calamità, generate dall’imperialismo, allo scopo di inasprire e di estendere la crisi” [3].
Inoltre, fra i presupposti imprescindibili per dare l’avvio all’“assalto al cielo” occorre comprendere non tanto la possibilità reale di prendere il potere, quanto l’esigenza di mantenerlo e consolidarlo di fronte alla reazione nazionale ed internazionale.
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Critica del Fusaro politico
di Moreno Pasquinelli
Ricordando il duecentesimo anniversario della nascita di Karl Marx, ci eravamo ripromessi di tornare "sull'attualità e le antinomie del suo pensiero". E' in questa prospettiva che vogliamo occuparci dell'amico Diego Fusaro, visto che egli accetta di farsi accreditare come "filosofo marxista".
L'occasione ci è offerta dalla ristampa, per i tipi della Bompiani, di Bentornato Marx!, un libro del 2009.
Rileggere il libro a distanza di dieci anni conferma, a meno che non si voglia ridurre il marxismo ad un generico "anticapitalismo" — di anticapitalismi, infatti, ce ne sono molti —, che del lascito di Marx, in Fusaro, c'è oramai solo una sbiadita ombra. Di più. Denudato dalla erudizione filosofica, quello del Fusaro ci si presenta come un anticapitalismo molto distante — in decisivi luoghi addirittura in stridente contrasto — da quello del Moro. Il suo anticapitalismo pare solo una postura letteraria, un vezzo radical chic, un épouvanter lei bourgeois.
Scelta, tra le diverse possibili, la chiave ermeneutica ed epistemologica post-strutturalista e decostruzionista di certi filosofi francesi (che il compianto Preve etichettava come "pallocrati"), il giudizio di Fusaro è presto detto: Marx cattivo economista, fu anzitutto un filosofo, ma la sua filosofia, date le sue numerose aporie e antinomie, farebbe acqua da tutte le parti. Questo il succo delle sue quattrocento pagine. Vi chiederete a questo punto che senso abbia definirsi "marxista", per quanto "indipendente". Appunto.
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È plausibile una rivoluzione pacifica?
di Renato Caputo
In quali casi è possibile una rivoluzione pacifica? La si deve considerare l’eccezione o la regola?
Lenin, come del resto Marx ed Engels, ritiene che in una situazione particolare – in cui, ad esempio, gli apparati repressivi dello Stato sfuggono al controllo della classe dominante – non si debba ricorrere ai mezzi non pacifici generalmente indispensabili per realizzare una rivoluzione [1]. Tanto più che la forza e la stessa legittimità della violenza rivoluzionaria eventualmente necessaria risiede nel suo essere una “violenza seconda”, ossia una reazione indispensabile al conseguimento di un elevato obiettivo etico-politico – ovvero una società in cui sarà bandito lo sfruttamento – imposta dalle forme di lotta violente che generalmente impiegano gli apparati repressivi volti alla salvaguardia dei privilegi consolidati di una esigua minoranza, fondati sullo sfruttamento della grande maggioranza [2]. La possibilità del confronto con le idee dell’avversario su un piano realmente democratico, proprio in quanto rara e provvisoria – poiché la classe dominante non si lascerà, quasi certamente, scalzare sulla base della sola potenza delle idee, ma finirà per imporre metodi violenti di lotta – va sfruttata, dal momento che la portata universalistica del proprio progetto di società non può che avere la meglio sulla difesa di interessi particolaristici, sempre più in contraddizione con l’ulteriore sviluppo sociale.
Dunque, se si desse la possibilità d’uno sviluppo “pacifico della rivoluzione – possibilità estremamente ed eccezionalmente rara nella storia ed estremamente preziosa”[3], sottolinea Lenin, anche un partito che generalmente considera necessaria la via insurrezionale non dovrebbe lasciarsi sfuggire tale opportunità.
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L’irruzione della Rivoluzione russa nella storia
Il bolscevico come nuovo tipo di rivoluzionario
di Paolo Cassetta
[E’ in edicola, in verità da qualche settimana, la pubblicazione degli atti del convegno che abbiamo organizzato lo scorso autunno al Csoa Intifada. Nel centenario della Rivoluzione tentare la strada del ricordo originale non era certo cosa semplice. Crediamo, nonostante ciò, che i contributi ospitati in questo breve volume colgano l’essenza della Rivoluzione russa, che è un fenomeno storico ben preciso e inaggirabile anche guardando al futuro dei movimenti di classe, e non solo al loro passato. Ancora oggi, è da lì che siamo costretti a ripartire. Proprio per questo, pubblichiamo per interno il contributo di Paolo Cassetta sul bolscevico come “nuovo tipo di rivoluzionario”. Dedicato soprattutto a tutto coloro che considerano, sulla scorta dell’imbalsamazione del leninismo operata dal Pci, Lenin e il bolscevismo come qualcosa inerente all’ortodossia del socialismo. Al contrario, la Rivoluzione è il frutto della capacità sinergica del bolscevismo di far vivere il marxismo dentro le particolari condizioni sociali, culturali e rivoluzionarie russe, in modo tutto fuorché ortodosso. Buona lettura]
Non bisogna fermare il bisturi
N.G. Černyševskij, Che fare?
Il tema che devo svolgere è quello del militante bolscevico, inteso come nuovo tipo di rivoluzionario.
Si tratta di un argomento complicato, perché il bolscevico produce senz’altro la rivoluzione, ma ne è in pari tempo e in larga misura il prodotto. Inoltre, non possiamo parlare del bolscevico al singolare, in quanto egli si propone alla storia e a se stesso come figura plurale per eccellenza: come un soggetto che riesce a imporre e consolidare l’Ottobre solo per mezzo del partito al quale appartiene.
Nel 1917 questo partito si chiamava ancora “socialdemocratico”. Ma nella II Internazionale i bolscevichi erano considerati con preoccupazione e diffidenza. Appartenevano alla sinistra del movimento operaio, e, per esempio, avevano contribuito a scrivere la famosa risoluzione contro la guerra imperialista votata nel congresso di Stoccarda del 1907. Però avevano modi e abitudini che, spesso, scandalizzavano anche i più fieri avversari del revisionismo. Si preferiva trattare con i menscevichi, altrettanto ortodossi rispetto a Bernstein, e tuttavia più affini ai metodi organizzativi e alle forme di pensiero prevalenti nel marxismo dell’epoca.
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Jean-Claude Michéa, “Il nostro comune nemico”
di Alessandro Visalli
Il libro di Jean-Claude Michéa è del 2017 e come corrisponde alle consuetudini dell’autore si compone di un breve testo in forma di intervista e di alcuni “scoli” che ritornano sui temi affrontati, approfondendoli in percorsi paralleli. Lo scopo del testo è sviluppare una serrata critica della confusione tra la logica del liberalismo, individualizzante e figlia di un universalismo astratto e razionalismo totalitario, e quella del socialismo, resistente alla riduzione dell’uomo a macchina di valorizzazione e desiderio subalterno e della comunità umana alla mera somma delle sue parti. Lo scopo è, in altre parole, aiutarci a “recuperare il tesoro della critica socialista originaria”. Ciò lavorando sia sulla tradizione che ci viene da Marx come da quella che scaturisce dalle altre fonti del pensiero socialista, come Proudhon, per il quale spende alcune belle pagine.
Ancorandosi alla lettura di Lohoff e Trenkle, e la loro “critica del valore”, Michéa sostiene che il problema di questa divergenza è molto profondo, che, cioè, c’è una coerenza radicale tra la società dei consumi, il modello umano che crea, e la spinta interna necessaria di ogni economia che sia liberale di orientarsi alla mera valorizzazione illimitata del capitale. L’estensione all’infinito del processo di valorizzazione del capitale determina necessariamente quello che Michéa chiama “il regno dell’assolutismo individuale” e quindi la perdita continua e progressiva di tutti valori tradizionali. Questi per l’autore sono organizzati da una logica di reciprocità che Mauss ha indentificato con il triplice legame del “dono”; una ‘istituzione totale’ che sta alla radice del legame sociale: un legame in cui l’attesa obbligante di restituire non soggiace ad una metrica astratta, quella del ‘valore’, ma fonda proprio nel legame che crea.
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