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Disarmare il capitale
L'alternanza scuola-lavoro secondo Roberto Ciccarelli
di Tiziana Drago
È intorno al centro traumatico del culto del capitale che ruota l’ultimo libro di Roberto Ciccarelli, Capitale disumano. La vita in alternanza scuola lavoro, manifestolibri, 2018. La mostruosità di un universo tutto risolto in un profitto onnivoro e feroce, il massacro dei desideri individuali e collettivi, quel groviglio di vulnerabilità, acredine e impotenza che imbriglia i tentativi di disarticolare la bulimia del sistema. E, insieme, l’impresa titanica di immaginarne lo sgretolamento. Chi non avesse letto i precedenti lavori dell’autore (Forza lavoro. Il lato oscuro della rivoluzione digitale, DeriveApprodi, 2018 e, insieme a Peppe Allegri, La furia dei cervelli, Manifestolibri, 2011 e Il quinto stato. Perché il lavoro indipendente è il nostro futuro, Ponte Alle Grazie, 2013) troverà ora una porta di accesso non meno preziosa a un immaginario così angolato e delineato e insieme così proliferante e inesauribile. Nel presente inasprito e rancoroso che ci tocca, questa dedizione incondizionata e in controtendenza è un ethos limpido e inattuale, una forma del desiderio di cui è difficile trovare esempi, proprio perché assoluta e non negoziabile: cosa rarissima in un mondo in cui desiderio e adattamento sono diventati sinonimi. D’altra parte, i bei libri si coniugano sempre al futuro e ci chiedono di interrogarci, più che su cosa siamo stati, su cosa potremmo ancora essere («questo libro è un esercizio etico per prendere le distanze da ciò che siamo, aprendoci alle possibilità non ancora determinate dalle verità di qualcuno e imposte alla vita degli altri, ma presenti nel nostro vivere insieme»: p. 11).
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Rileggendo Victor Serge
di Militant
Ha ancora senso rileggere le Memorie di Victor Serge? Intesa seriamente, è una domanda che pone più di un problema. Il militante politico di questi anni, non necessariamente giovane ma già fuori dalla storia del Novecento (lontano non tanto anagraficamente, quanto soprattutto intellettivamente), leggerebbe senza difficoltà e con ammirazione le straordinarie esperienze politiche dell’autore, si entusiasmerebbe del suo spirito critico, e al tempo stesso sarebbe naturalmente portato a disprezzare la macchina repressiva del socialismo realizzato. Troverebbe conferma della sua tensione anti-totalitaria, scoprirebbe quelle parole, quelle idee di fuoco e al tempo stesso accorte, che confermerebbero la sua rottura ideale con il comunismo, col maledetto XX secolo di guerre e dittature, di sinistra e di destra. Se si è alla ricerca di uno strumento che agiti le coscienze inquiete segnate dalla precarietà e dallo straniamento post-moderno, Victor Serge ha una funzione liberatoria e profetica. Questa lettura mancherebbe però di gran lunga la comprensione effettiva del suo testamento biografico. Dovremo allora chiederci: serve al giorno d’oggi un libro che ci racconti l’orrore del Novecento? Di un testo che, per quanto sopraffino, non farebbe che confermare l’ideologia media dominante, che relega i «totalitarismi» dello scorso secolo a tragico e inevitabile destino di ogni critica della democrazia liberale? No, non serve. Se siamo solo alla ricerca di conferme sull’orrore del comunismo leggiamo pure estasiati Victor Serge. Non ne comprenderemo che una patina ordinaria e volgarizzata, ad uso e consumo del post-moderno, della democrazia liberale, dello status quo, dell’esodo. Victor Serge, per quanto corresponsabile, non merita una fine simile. Se invece siamo alla ricerca dei motivi originari del comunismo – inteso come movimento rivoluzionario per come effettivamente ha preso forma e si è organizzato, attorno a quali idee e a quali battaglie ideologiche – le Memorie di Serge possiedono ancora un valore tutt’altro che superato. Ma che va disincrostato, per così dire.
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Dieci ragioni contro il cosmopolitismo
di Moreno Pasquinelli
Dobbiamo occuparci di Carlo Rovelli, fisico teorico e blasonato divulgatore scientifico — in gioventù, come molti, militante d'estrema sinistra. [1] Ma non è di filosofia della scienza che vogliamo parlare bensì di filosofia della storia, quindi politica. Parliamo di un articolo pubblicato per l'inglese The guardian, e che il CORRIERE DELLA SERA ha pubblicato il 31 luglio scorso dandogli un grande risalto. Il titolo è programmatico e apodittico: L'UNICA NAZIONE È L'UMANITÀ. Un trattatello in quattro teoremi nel quale egli ricapitola in modo esemplare la visione cosmopolitica dell'ultima borghesia.
Primo teorema
«Politiche nazionaliste o sovraniste stanno dilagando nel mondo, aumentando tensioni, seminando conflitti, minacciando tutti e ciascuno di noi. Il mio Paese è appena ricaduto preda di questa insensatezza».
In poche righe tre proposizioni.
(1) La prima proposizione è che l'Europa avrebbe conosciuto un cinquantennio di pace grazie al processo che è sfociato nella nascita dell'Unione europea. In verità l'assenza di conflitti — il nostro non prende nemmeno in considerazione quelli sociali e di classe — è stata dovuta all'equilibrio del terrore tra le due superpotenze (USA e URSS), e quindi al fatto che l'Europa occidentale è stata incapsulata nella NATO (che è la piattaforma su cui è nata la Comunità europea prima e la Ue poi).
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Quale economia oggi per il bene comune?
di Luca Benedini
Una serie di approfondimenti e riflessioni – riferiti eminentemente al mondo attuale – su Marx, l’evoluzione scientifica e la storia, sui “fallimenti del mercato”, sulla “economia del prendersi cura” (caring economics), sull’economia pluralistica, su lotta di classe e difesa dell’ambiente all’epoca della globalizzazione, su catena di montaggio e organizzazione del lavoro, su economia e qualità della vita
I
Fondamenti economici e bene comune: una sintesi anche pratica
Quando politici ed economisti presentano attraverso i maggiori mass-media di un paese i modelli economici da loro caldeggiati o sponsorizzati, spessissimo si tratta semplicemente di tentativi di manipolare l’opinione pubblica insistendo su fasulle idee di facciata o su ideologie prive di effettivi riscontri nella realtà. Un rapporto onesto, corretto e autentico con le persone sull’economia richiede invece, innanzi tutto, di cercare di renderle consapevoli delle sue dinamiche effettive e dei suoi meccanismi reali [1]. E ciò a partire dalla questione che da tempo appare più scottante: il mercato.
Gli attuali pregi del mercato
Paradossalmente, uno degli effetti delle economie statalizzate che nel ’900 hanno cercato di ridurre a livelli minimi o addirittura nulli il mercato (dopo rivoluzioni come quelle russa, cinese, cubana, vietnamita, ecc., o dopo occupazioni militari come quella sovietica nei paesi del “patto di Varsavia” e in Corea del Nord) è stato proprio una crescente puntualizzazione dei meriti attualmente insostituibili del mercato.
Tra le innumerevoli voci che hanno notato questo, sintetizzava nel dicembre 1991 su Scientific American Nathan Rosenberg – docente di economia alla Stanford University – nel suo saggio Marx wasn’t all wrong: «Le economie centralizzate si sono dimostrate incapaci di condurre a livelli elevati di benessere materiale le masse socialiste», tanto più partendo da società scarsamente industrializzate.
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Pianificabilità, pianificazione, piano
di Ivan Mikhajlovič Syroežin
Introduzione di Paolo Selmi
Cari compagni,
eccoci finalmente al primo capitolo tradotto. Un capitolo “senza formule matematiche”, ma che mi ha dato lo stesso abbastanza filo da torcere rivelandosi, al tempo stesso, altamente stimolante. Syroežin si è dimostrato sin da subito un ottimo capo-cordata, capendo che il nostro passo mai potrà essere il suo ma, al tempo stesso, assumendosi nel concreto di ogni sua parola il compito di portarci fino alla vetta. Il contrappunto continuo del “curatore”, al contrario, si è dimostrato altamente fastidioso, nella sua preoccupazione di adattarne o criticarne posizioni in linea alla vulgata gorbacioviana in essere al momento della pubblicazione postuma di questo lavoro. Per questo me ne sono liberato quasi subito, lasciandolo alla prima fontanella a crogiolarsi in quelli che, di lì a poco, sarebbero stati i primi milioni di dollari intascati da lui e dai suoi amici oligarchi.
Syroežin, tuttavia, scrive per i suoi connazionali, ovvero attacca la salita in medias res. Noi abbiamo bisogno di un minimo di riscaldamento. Prendiamo quindi la nostra macchina del tempo e fermiamo le lancette alla fine degli anni Settanta del secolo scorso. Il Paese dei Soviet si configurava ancora come un’economia a proprietà sociale dei mezzi di produzione, dove lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo era abolito in quanto tutto il plusvalore prodotto attraverso una catena gerarchica di organizzazione della produzione diveniva ricchezza sociale, e dove la produzione era rigorosamente pianificata e non “lasciata all’anarchia del mercato”, come dicevano loro. Il capitolo IX del manuale sovietico di economia politica da me tradotto, è in grado di offrire un panorama più completo per chi volesse approfondire, e ad esso rimando1 .
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Per una seria cultura generale comune
Una proposta di Lucio Russo
di Fernanda Mazzoli
Con il suo ultimo libro, Perché la cultura classica. La risposta di un non classicista, Lucio Russo, fisico, docente di Calcolo delle probabilità e storico della scienza, affronta con rigore argomentativo e nitida scrittura una serie di temi che dovrebbero figurare al centro del dibattito pubblico, troppo attento, invece, a seguire le chimere imposte dalle mode del momento e dagli imperativi del sistema mediatico di produzione e diffusione delle idee.
Sono temi di grande rilevanza sia per una migliore comprensione della cultura europea, esaminata sotto il rapporto del suo inestinguibile debito con la civiltà classica, sia per una quanto mai opportuna riflessione sugli attuali percorsi formativi ed una loro possibile ridefinizione, capace di rovesciare il paradigma dominante del gretto utilitarismo della “scuola delle competenze”.
L’autore, avvalendosi di una solida documentazione capace di coinvolgere e collegare ambiti disciplinari diversi, dimostra che le civiltà greca e romana hanno contribuito in modo determinante a dare forma e linfa vitale a tutte le declinazioni della cultura – scienze naturali , matematica, filosofia, pensiero politico, diritto, storiografia, linguistica, arte, letteratura – e hanno giocato un ruolo chiave nell’elaborarazione di concetti fondamentali (come quello di “democrazia”) per la storia e il pensiero dell’Occidente, almeno fino a tutto il XIX secolo.
Questo sguardo complessivo ed unitario ha il grande merito di fare giustizia di alcuni luoghi comuni, primo fra tutti quello che istituisce un’artificiosa separazione tra studi scientifici ed umanistici che – proprio nel loro rapportarsi alle fonti classiche – rivelano più punti di contatto di quanto la vulgata, anche pedagogica, riconosca.
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Per una vera cultura industriale, rompere con l'infantilismo tecnologico
di Amar Bellal
Testo di Amar Bellal in preparazione del prossimo Congresso del PCF - da lepcf.fr
Un tema centrale
L'industria è il cuore della produzione di ricchezza di un paese: possiamo tirare qualsiasi filo dell'attività umana, l'istruzione, il settore sanitario, i trasporti, alla fine ci sarà inevitabilmente un processo di produzione, una fabbrica, per dirla in parole semplici. Il settore dei servizi è spesso solo al servizio di un processo industriale o è strettamente dipendente da esso: senza un settore industriale forte, che si aggira intorno al 10-15%, un paese è condannato, a più o meno lungo termine, perché costretto ad importare massicciamente i prodotti che consuma, con conseguente squilibrio nella bilancia commerciale e impoverimento. Un paese che vivesse solo con un settore primario e un settore terziario non potrebbe sopravvivere a lungo. Questa deve essere una parte importante della nostra riflessione.
Una grave mancanza di cultura industriale nel partito
Tuttavia, vi è una difficoltà. La sociologia del partito è molto cambiata, soprattutto tra coloro che animano i collettivi di idee e coloro che hanno il compito di raccogliere la nostra riflessione su questo tema: molti insegnanti, compagni di scienze umane, che non sempre hanno molta esperienza in questi settori. Non si tratta qui di incolparli, naturalmente, l'autore di queste righe ne fa parte. Ma siamo d'accordo: questo spesso si traduce in una mancanza di interesse e di competenza su questi temi nel partito. Questa perdita di competenze è drammatica perché apre la strada a utopie di ogni tipo, facilmente accessibili, che danno l'impressione di fornire una cultura in questo campo a costi contenuti.
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Riportando tutto a casa: osare l’impossibile
di Paolo Selmi
Dopo un breve momento di riflessione, rieccomi. Mi sono rafforzato ancor più nella convinzione che sia necessario passare dalla pars destruens a quella construens. E mi sono deciso a tradurre Planomernost', Planirovanie, Plan. Ma non solo, renderlo fruibile, divulgabile, spiegarne le ragioni, predigerirlo, renderlo accattivante, per quanto un testo di economia lo possa essere. Lo scopo è quello che spiego nelle pagine seguenti, di doverosa premessa. Davvero mi piacerebbe che si ritornasse a parlare in questi termini
Per questo ti invio il tutto, rimettendomi come sempre al tuo giudizio. Spero davvero che ti piaccia e che possa piacere ai compagni, interessarli, smuoverli e smuoverne sempre di più, sulla base di questi appunti di lavoro e altri che spero verranno più acuti, più efficaci dei miei.
Che ci volete fare, mi piacciono i vecchi libri e le vecchie fotografie. Questa foto, che rappresenta una giovane contadina mentre guarda attraverso un teodolite per geometri, rappresenta forse la sintesi di questo nuovo ciclo di appunti: guardare il futuro da un punto di vista di classe, il nostro punto di vista. Il futuro lo guardano già in tanti, in troppi, ciascuno dal proprio punto di vista piccolo,medio, o grande borghese: Steve Jobs o Bill Gates, piuttosto che il Sig. Huawei (Ren Zhengfei 任正非 ), con i loro chip sottopelle, insieme ai loro epigoni in piccola, infima, scala, tipo Casaleggio e associati e le loro “democrazie” del futuro, piuttosto che i loro riproduttori su grande scala come le grandi, attuali, potenze imperialistiche: USA, RPC e i loro corridoi economici che segnano le rotte intorno a cui dare ulteriore sostanza alle loro mire egemoniche. Come questo accada e stia portando il pianeta all’autodistruzione, è stato materia del primo quaderno1 .
In questo secondo quaderno, mi piacerebbe rimettere la classe giusta dietro quel teodolite. Mi piacerebbe che si smettesse di parlare di “narrazioni” e “visioni”, come recentemente sottolineato da Carlo Galli2 , ma si iniziasse a parlare di piani concreti o, meglio ancora, di “piano” (план). Già, perché questi appunti saranno stesi partendo da un presupposto, che potrà piacere, far sorridere, o inorridire: ripartiremo da dove il discorso era stato, frettolosamente, interrotto, da dove il bambino era stato buttato via con l’acqua sporca, da dove le socialdemocrazie occidentali avevano preferito avventurosi percorsi alternativi, terze vie intrise di finta responsabilità, di vera paura del “che fare” una volta raggiunto il potere, nonché implicita ammissione di impotenza di fronte ai mutamenti epocali che il Capitale ha rovesciato sulla popolazione di questo pianeta, per la quasi totale maggioranza composta di classi subalterne, dicendo loro: “La Storia va in questa direzione, questa è la minestra”.
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Un socialismo possibile. Per aprire un dibattito. Parte II
di Gianbattista Cadoppi
Qui la prima parte
Dalla riforma al socialismo di mercato. La Cina nella prima fase del socialismo
Ciò che era stato fatto in epoca maoista poteva costituire una solida base per proiettarsi in avanti. Da un reddito pro-capite che era la metà di quello indiano nel 1949 è passata allo stesso livello dell’India alla metà degli anni Settanta. Con la rivoluzione la Cina è di nuovo uno stato completamente sovrano che, per la prima volta dopo una eclissi secolare, riesce nell’unificazione nazionale godendo di peso e riconoscimento internazionale.
La Cina nel 1978 può contare su importanti complessi industriali e una potente industria militare-spaziale; l’agricoltura dispone di grandi opere idrauliche e di infrastrutture, comunque insufficienti se stimiamo che il paese possiede quasi la quarta parte della popolazione mondiale ma il suo territorio, per ragioni naturali e geografiche, costituisce solo il 7 per cento delle superfici arabili a livello mondiale. Il paese asiatico ha anche altri vantaggi, non soffre di processi inflazionistici, né di pesanti debiti esteri. La crescita dell’economia, però, si rivela insufficiente, e la produttività molto bassa. Nel 1978, il 3° plenum dell’11° CC delibera di passare alla riforma. Gli effetti dell’introduzione del mercato sono stati semplicemente spettacolari.
Si sente spesso dire che la Cina dopo avere privilegiato le esportazioni dovrebbe ora privilegiare il consumo interno. Abbiamo detto della persistente mancanza di beni di consumo nei paesi socialisti, è ciò crea molte opportunità non sfruttate per la produzione di beni di consumo e servizi. Anche il trasferimento di quantità modeste di risorse nella produzione di beni di consumo, così hanno ragionato i dirigenti cinesi, avrebbe dovuto rapidamente aumentarne la domanda.
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Un socialismo possibile. Per aprire un dibattito - parte I
di Gianbattista Cadoppi
All’amico, compagno e maestro Domenico Losurdo[1].
Considerazioni sui sistemi socialisti in URSS, Est Europa e Cina
La formazione della teoria del socialismo alla cinese ha usato proprio il marxismo come linea di guida, facendo un bilancio dell’esperienza e delle lezioni dell’Unione Sovietica e dei paesi dell’Est europeo, e anche della stessa esperienza di costruzione del socialismo in Cina nel periodo ‘49-’78, prendendole come base per la formazione di questa teoria.
Huang Hua Guang, responsabile per l’Europa Occidentale del Dipartimento Esteri del Partito Comunista Cinese (Ceccotti, 2010)
Il socialismo marxista differisce da altre impostazioni di tipo sociale come il fabianesimo[2] inglese che rifiutano il capitalismo esclusivamente per ragioni etiche. Il socialismo marxista dovrebbe superare i sistemi precedenti anche, e soprattutto, in termini di razionalità economica.
Nel marxismo la superiorità etica del socialismo va di pari passo con la sua superiorità economica. L’emancipazione umana nel socialismo diventa una premessa per liberare le forze produttive da obsoleti rapporti di produzione che devono essere superati per l’emancipazione dell’umanità. Tutto ruota attorno ai rapporti di produzione. In altre parole, la proprietà sociale dei mezzi di produzione dovrebbe garantire a ogni membro della società il diritto di un accesso equo alle decisioni concernenti il modo in cui i mezzi di produzione vengono impiegati e al modo in cui i frutti di tale impiego sono distribuiti. La proprietà sociale dovrebbe stabilire un rapporto adeguato tra sviluppo delle forze produttive e rapporti di produzione. La socializzazione dei mezzi di produzione renderebbe il lavoro direttamente sociale giacché nel capitalismo lo è solo indirettamente essendo mediato dal profitto individuale (Brus; Łaski, 1989).
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Quattro tempi della storia per Domenico Losurdo
di Alessandro Visalli
L’ultimo capitolo dell’ultimo libro del filosofo marxista Domenico Losurdo, scomparso questo anno, su “Il marxismo occidentale” si pone una domanda di straordinaria difficoltà, ma di grande rilevanza in questa fase nella quale l’ultima versione del capitalismo sta mostrando tutta la sua ferocia e capacità di creare continuamente nuovi e creativi modi per creare periferie da sottoporre a saccheggio e isole di sfruttamento coloniale in ogni luogo, anche entro le ex opulente società del ‘primo mondo’.
Il punto di partenza di Losurdo nel suo libro è che la storia del novecento è andata in modo ben diverso da quanto il modello astratto di Marx ed Engels prevedevano in ultima analisi perché la dialettica interna alla società borghese è stata neutralizzata dalla forza maggiore che spingeva il capitalismo alla espansione coloniale. Spinta che ancora si manifesta e che, anzi, si manifesta ovunque sempre più forte. La contraddizione tra l’espansione delle forze produttive e la sua appropriazione limitata, che avrebbe dovuto portare al socialismo, è rimasta senza effetti. Al contrario il marxismo occidentale ha ovunque perso la propria capacità emancipativa, riducendosi o ad un generico progressismo (che si accontenta del tempo che chiamerà del “futuro in atto”, ovvero della capacità del capitalismo borghese di dissolvere i rapporti sociali tradizionali, sostituendoli con rapporti “razionalizzati”, ovvero rapporti sociali tra cose), o ad un altrettanto generico messianesimo (che salta direttamente, e in modo meramente enunciativo, dal “futuro in atto”, che rigetta solo nominalmente, al “futuro remoto”, avvolto nella nebbia dell’utopia). Ciò che ha squalificato la prospettiva marxista occidentale, e quindi la sua carica emancipativa, è il rifiuto di fatto della transizione reale, ovvero del tempo nel quale si crea un “futuro prossimo”. Ovvero il tempo nel quale lo Stato non va dissolto ma usato, in cui le classi esistono e bisogna farci i conti (anche con le necessarie alleanze), in cui la pressione esterna richiede di organizzare le forze.
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Appunti per un rinnovato assalto al cielo. XI
Money for nothing and chicks for free
di Paolo Selmi
Uno sguardo a ideologia, evoluzione tecnologica e rapporti monetario-mercantili
Le persone sono persone. Amano i soldi, ma è sempre stato così... l'umanità ama i soldi, non importa di cosa siano fatti: di pelle, carta, bronzo o oro. Sono frivoli... che farci... ma la pietà alle volte pulsa nei loro cuori... gente normale... in generale ricordano coloro che li hanno preceduti, soltanto la questione degli alloggi li ha rovinati...1
Люди как люди… le persone sono persone. Come dar torto al buon Woland in visita di istruzione a Mosca (a prescindere che, personalmente, ci penserei due volte prima di dar torto a un Woland, a un Azazel o a un Begemot)? Eppure, qualcosa da aggiungere la avrei: è vero, ljudi kak ljudi, ma esistono armi e armi del delitto. In altre parole, non possiamo affermare den’gi kak den’gi (деньги как деньги, “i soldi sono soldi”): ci sono “soldi” e “soldi” e, chi ne ha escogitato le attuali forma, condizioni e modalità di esercizio, lo ha fatto scientemente al fine di instaurare nelle “persone” comportamenti, sovrastrutture psichiche del tutto funzionali ai modelli di consumo e scambio desiderati sin dal momento della loro ideazione. In altre parole, i “soldi di adesso” sono qualitativamente diversi dai “soldi di una volta”, dai biblici “trenta denari” ai červoncy (червонцы), per chiudere il cerchio con Bulgakov, che planano dal cielo agli spalti del Variété. dove una calca di avide mani di “uomini nuovi” sovietici li attende. Affronteremo ora per sommi capi questo argomento.
“Nelle auto prese a rate Dio è morto”...
Tutto iniziò con Francesco Guccini e Augusto Daolio (scusate, ma non potevo non “riportare a casa” anche loro in quest’ultimo capitolo…): partiamo subito dal presupposto che non ce l’avevano con chi, perché non ricco di suo o beneficiario di qualche lascito, non poteva permettersi il lusso di pagare una macchina in contanti (mi spiace, ma il resto della canzone non lascia dubbi a proposito!).
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Marx, Weber, Kurz e presunte «forme antidiluviane» del capitale
Nota critica su "Islam e capitalismo" di Maxime Rodinson
di Clément Homs
Maxime Rodinson, nel suo classico, "Islam e Capitalismo" - in un dibattito, cominciato negli anni '50, sulla presunta incapacità da parte dell'Islam di generare il capitalismo (quest'ultimo termine, all'epoca veniva eufemizzato sotto la categoria borghese e naturalizzante di «sviluppo» o di «economia di mercato») - ha il merito di combattere contro la visione orientalista che vede un mondo arabo arretrato, immobile e immerso in una stagnazione multi-secolare. Tuttavia, nel pensare che il capitalismo sarebbe sempre esistito nelle società musulmane premoderne, sotto forma embrionale, la sua posizione rimane implicitamente segnata dall'idea problematica di uno sviluppo progressivo e trans-storico, ad un livello sempre più elevato, della forma valore e del denaro; ed è anche vero che è stato lo stesso Marx a suggerire una simile comprensione erronea, quando ha evocato le «forme antidiluviane» del capitale, nelle società precapitalistiche (anche Jacques Camatte rimarrà intrappolato in questa problematica erronea).
Secondo Robert Kurz - che ha mostrato la tensione e la contraddizione in Marx sia su tale questione che su altre (in particolare, l'aporia di Marx circa la questione del lavoro [*1]) - evocando, da un lato, questa teoria delle «forme antidiluviane», in quanto stato sottosviluppato di una logica trans-storica semplice, Marx soccombe all'ideologia della storia della modernità capitalista, sostenuta dall'Illuminismo, per la quale tutta la storia precedente non costituisce altro che un cammino verso sé stessa. Dall'altro lato, si vedono ugualmente in Marx alcuni sviluppi molto più radicali che sfuggono a questa ideologia, quando egli si oppone agli «economisti che cancellano tutte le differenze storiche e vedono in tutte le forme della società, quelle che sono le forme della società borghese» [*2]. Marx arriva persino a storicizzare le categorie stesse quando afferma che «il concetto economico di valore non si incontra affatto nell'Antichità [...]. Il concetto di valore rientra integralmente nell'economia più moderna, in quanto esso è l'espressione più astratta del capitale stesso e della produzione basata sul capitale» [*3].
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Appunti per un rinnovato assalto al cielo. X
Spandi, spendi, effendi: vecchi e nuovi attori del triangolo Oro-Petrolio-Denaro
di Paolo Selmi
Abbiamo appena lasciato il triangolo d’oro della borsa cinese, una e trina, e approdiamo ora a un altro triangolo, ben più antico del primo, ma che ultimamente – guarda un po’ che caso – sta iniziando a imparare anch’esso la lingua della civiltà del Fiume Giallo. Forse, forse, in realtà l’ha sempre parlata…
Or sappiate ch'egli fa fare una cotal moneta com'io vi dirò. Egli fa prendere scorza d'un àlbore ch'à nome gelso – èe l'àlbore le cui foglie mangiano li vermi che fanno la seta –, e cogliono la buccia sottile che è tra la buccia grossa e 'l legno dentro, e di quella buccia fa fare carte come di bambagia; e sono tutte nere. Quando queste carte sono fatte cosí, egli ne fa de le piccole, che vagliono una medaglia di tornesegli picculi, e l'altra vale uno tornesello, e l'altra vale un grosso d'argento da Vinegia, e l'altra un mezzo, e l'altra 2 grossi, e l'altra 5, e l'altra 10, e l'altra un bisante d'oro, e l'altra 2, e l'altra 3; e cosí va infino 10 bisanti. E tutte queste carte sono sugellate del sugello del Grande Sire, e ànne fatte fare tante che tutto 'l tesoro (del mondo) n'appagherebbe. E quando queste carte sono fatte, egli ne fa fare tutti li pagamenti e spendere per tutte le province e regni e terre ov'egli à segnoria; e nesuno gli osa refiutare, a pena della vita.
E sí vi dico che tutte le genti e regioni che sono sotto sua segnoria si pagano di questa moneta d'ogne mercatantia di perle, d'oro, d'ariento, di pietre preziose e generalemente d'ogni altra cosa. E sí vi dico che la carta che si mette (per) diece bisanti, no ne pesa uno; e sí vi dico che piú volte li mercatanti la cambiano questa moneta a perle e ad oro e a altre cose care. E molte volte è regato al Grande Sire, per li mercatanti che vale 400.000 bisanti e 'l Grande Sire fa tutto pagare di quelle carte, e li mercatanti le pigliano volentieri, perché le spe(n)dono per tutto il paese1 .
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Appunti per un rinnovato assalto al cielo. IX
La fabbrica dei soldi: sulla crescente finanziarizzazione dell’economia cinese
di Paolo Selmi
Affrontiamo ora un argomento ancora più complesso dei precedenti, ma di vitale importanza ai fini del nostro lavoro: l’attuale politica economica cinese in materia di finanza. Abbiamo già accennato alle restrizioni agli investimenti esteri che NON provengano dal suo Stato satellite Hong Kong (quasi il 75% da solo), e dalle affini Taiwan e Singapore.
Il dato che emerge, quando OLTRE TRE QUARTI DEGLI “INVESTIMENTI ESTERI” IN TERRA DI CINA PROVENGONO DA “ECONOMIE DI TRANSITO”, non lascia adito a molte ambiguità interpretative: veri e propri meccanismi di filtraggio (e riciclaggio per e da destinazioni off shore) mostrano il lato oscuro di un capitalismo già opaco di suo, permeato da regole il più delle volte non scritte e tese unicamente alla massimizzazione dei profitti e al loro immediato occultamento da parte di tutti i soggetti politico-economici coinvolti.
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