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Appunti per un rinnovato assalto al cielo. VII

C'è mercato e mercato: protezionismi espliciti e impliciti nel conflitto interimperialistico in corso

di Paolo Selmi

appunti per un rinnovato assalto VII html 8d6b3d5b999cbc0dNella mia decennale attività di impiegato spedizioniere ho attraversato tutti i reparti operativi, in importazione e in esportazione. Posso dire quindi di aver completato l’album di figurine… e averne viste, e vederne, di tutti i colori. A me pare che la cosiddetta “guerra dei dazi” in corso sia soltanto la punta di un iceberg ben più grande, che interessa tutte, sottolineo tutte, le sfere degli scambi commerciali internazionali, a partire dalle stesse regole del gioco, diverse per ciascuna delle “cinquanta sfumature di ordinamento capitalistico” attualmente vigenti nei vari angoli del globo (liberistico spinto, regolamentato, di Stato, straccione o mafioso, e chi più ne ha più ne metta, difficilmente con la sua fantasia andrà oltre rispetto a quanto già immaginato e realizzato).

Partiamo da un esempio pratico, in cui tuttavia ogni riferimento a fatti o persone è puramente… casuale. Candido (di nome e di fatto) ha un cugino negli USA che lavora in un ristorante. Si dà il caso che Candido faccia vino. Il cugino apprezza il vino di Candido e gli fa l’ordine, quando arriva la merce in aeroporto consegna delega, documento di trasporto e fattura presso una casa di spedizioni qualsiasi, senza alcun problema si fa intestare la bolla a suo nome1 , paga dazio e spedizioniere e se la porta a casa.

Lo stesso discorso vale quando è Candido, con i soldini accumulati, a volersi togliere lo sfizio e a farsi mandare dal cuginetto quella Diavoletto della Gibson che rappresenta il suo sogno di una vita: la chitarra arriva in aeroporto, lui consegna i documenti allo spedizioniere che gli prepara la bolla doganale con il suo codice fiscale, paga iva, dazio e prestazione e la sera stessa è già sul palco della sagra dell’uva a sbizzarrirsi nelle pentatoniche più ardite.

Cambiamo latitudine, ora. Il cugino di Candido è ora al soldo di un ristorante italiano di Shanghai e vuole partire con l’ordine del vino. Non può: almeno, non così sui due piedi… e nemmeno sui quattro. Un non residente ha le mani legate. O si mette in società con un cinese prestanome, lasciandogli ovviamente la percentuale per il semplice fatto di esistere o mette in piedi una WFOE (wholly foreign owned enterprise 外資企業 ), una impresa a capitale interamente straniero2 . Cocciuto com’è, il nostro eroe decide per la seconda strada.

I primi ostacoli arrivano già dalla ragione sociale, che non può essere di fantasia, ma seguire rigorosamente (in cinese) lo schema “zona di appartenenza / nome / “Industry” (工业) o “Business” (商业)/ Company limited” (有限公司) ed essere quindi approvata da un’apposita commissione. Il cugino però non molla e riesce a districarsi nella burocrazia del nome (con i metodi “snellenti” validi a tutte le latitudini laddove sia la burocrazia a imperare per velocizzare il tutto).

Passato questo ostacolo, deve dimostrare il possesso legittimo o la locazione (per almeno dodici mesi) del luogo di attività. Arriva quindi tutta la modulistica da compilare per il ministero del commercio (MOFCOM), che se trova tutto in ordine, prima o poi (dai 15 ai 25 giorni) gli rilascia un codice “5 in 1” (certificato di registrazione alla sicurezza sociale, certificato di registrazione statistica, licenza per fare affari, numero di partita, certificato di registrazione fiscale).

Arriva quindi il momento dei timbri, che da millenni in Cina, con il loro bell’inchiostro rosso, sono la firma legale di ciascuna persona, fisica o giuridica, e il cui segno autenticato deve essere approvato e conservato dalle autorità competenti in funzione antifrode.

L’apertura in banca di due bei conti, uno in RMB e uno in valuta straniera, il primo per fare tutti i pagamenti, il secondo per far affluire i capitali dall’estero (come se non ce ne fossero già abbastanza!) è il passo obbligatorio successivo.

Il cugino di Candido tuttavia non molla, si rifiuta di affidarsi ad agenzie che lo farebbero partire in perdita già prima di partire, e passo dopo passo arriva a quello che pensa sia la fine della sua odissea. Già pensa di poter andare in giro col suo camioncino a fare il giro dei ristoranti italiani, ma si trova di fronte all’ostacolo più duro: ottenere la licenza di importatore ed esportatore dal MOFCOM.

Impara addirittura il cinese per questo e diventa più esperto di un ergastolano che studia il codice penale relativo al suo caso e che arriva a saperne di più del suo avvocato: ispezioni si susseguono e, alla fine, in un modo o nell’altro, riesce ad ottenere il kit completo (licenza, carta abilitata, software, lettore).

È fatta… non ancora! In Cina ci sono i “padroni” (reddito oltre i RMB 800.000 / € 106.000 all’anno se commercianti, RMB 500.000 / € 66.300 all’anno se produttori) e i “padroncini”. I primi pagano più di tasse, i secondi di meno: ...se consideriamo che il reddito medio procapite annuo in terra di Cina è RMB 25.9743 , pari a 3.444 eur (a differenza dei € 27.700 italici) e che per restare “padroncini” basta restare nelle 30 volte il reddito procapite se sei commerciante e 19 se sei produttore, questo la dice lunga su scaglioni fiscali decisamente accomodanti per la stragrande maggioranza dei borghesi.

Inciso a parte, il cugino di Candido deve compiere quest’ultima, titanica fatica, e produrre la documentazione necessaria a rientrare nello scaglione dei “padroncini” per non essere salassato. Ma “il ragazzo si farà, anche se ha le spalle strette” e arriva anche a superare quest’ultimo scoglio burocratico! Può importare da adesso in avanti? Si… cioè, no!

Il ragazzo può importare (nel senso che è riconosciuto “importatore”) ma non può importare (perché non ha – ancora – tutti i permessi per importare vino). E qui facciamo un tuffo nel passato, perché era usanza anche da noi importare a licenza. Cosa significava?

  • Che c’erano delle quote, data la mia giovane età gestite non più a livello nazionale ma già comunitario, per alcune provenienze (Cina) e per alcune voci doganali (del tessile, per esempio).

  • Di più non ne potevano entrare. Per tenere monitorato il tutto,

1. la voce doganale era dichiarata sulla licenza di esportazione,

2. la merce usciva dalla Cina con una velina giallina del loro ministero con i pezzi della partita in questione,

3. la velina arrivava al cliente, magari tramite lettera di credito bancaria, ovvero dopo aver pagato i soldi in banca

4. che la portava a noi,

5, che la mandavamo a Roma, dove abili agenzie di scribacchini e faccendieri facevano (o saltavano, a seconda degli agganci) coda al ministero per farsi rilasciare una velina rosa, con il nome dell’importatore e i pezzi autorizzati per l’importazione (la famosa “Licenza di importazione”). Tale licenza doveva essere nominata nella bolla doganale e allegata a matrice.

C’erano licenze a scarico parziale (più importazioni consentite fino allo splafonamento) e totale. Ci fu poi un passaggio intermedio, dove diverse categorie di tessile per esempio passarono da un regime di contingentamento (quote) a uno di sorveglianza (solo per capire quanta ne entrava).

Infine, la UE tolse le licenze dalla Cina… ma la Cina no! Questo discorso, quindi vale ancora oggi.

C’è merce libera (poca), meglio “a concessione automatica della licenza” (non sia mai!), merce a licenza (la maggior parte), merce proibita. Come lo si fa a sapere? È semplice… alla luce del sole, in “pratici” elenchi in cinese4 : ora che il nostro povero cugino ha aperto il foglio di calcolo5 e sa (c’era qualche dubbio?) che anche il suo vino (葡萄酒) è tra le 4605, fortunate, voci doganali a licenza, oltre a controlli sanitari e sulle etichette (che sul vino in import si fanno anche da noi, anche se con MOLTA meno burocrazia), cosa può fare? Niente… altra fila al ministero.

Va al MFCOM con tutti i documenti commerciali e di trasporto, di etichetta, di certificazioni richieste e richiede la licenza di importazione a scarico totale (in pochi casi sono rilasciate le parziali, quindi la trafila va seguita sempre): licenza che FORSE, finiti tutti i controlli, gli sarà alla fine concessa.

Inutile dire che, così come la prima parte è seguita da “commercialisti” (che su questo lucrano), la seconda è seguita da “agenzie” di import ed export (scadiamo nell’ovvio… che su questo lucrano).

Segue quindi lo sdoganamento, con margini di ricarico simili a quelli dei fotografi di paese negli anni Ottanta, e la consegna di un vino divenuto, a questo punto, aceto.

Spiace aver tediato sinora con una procedura farraginosa e ad ampissimi margini di “discrezionalità” (che suona meglio di “corruzione”), ma è doveroso premettere tutto questo, prima di parlare di dazi, di antidumping, di imposte sul valore aggiunto e di tasse al consumo (che rappresentano un dazio aggiuntivo).

Fare commercio con la Cina, vendergli qualcosa, è “roba da grandi”, da magnati da forniture miliardarie per cui le camere di commercio dei rispettivi Paesi si fanno in quattro e in otto, perché basta una telefonata del deputato giusto al posto giusto per far saltare qualche testa.

I piccoli capitalisti, di solito, vendono EXW (“franco fabbrica”): vieni in fiera, prendi nota, mi richiami con l’ordine, te lo preparo, mi paghi, mi arrivano i soldi da qualche conto estero (in genere “caraibico”), do il via libera allo spedizioniere che, nel frattempo, mi ha contattato per tuo ordine e conto e che aspetta da me il permesso per ritirare, arriva il camion, ritira, aspetto solo la bolla doganale in esportazione e la chiusura della stessa al valico UE per dirti ciao.

Fine del discorso: l’italiano che apre una piccola cantina in Cina e vende alla mescita, nè più nè meno del corrispettivo cinese che trasforma un capannone in un mercatone “tutto a un euro” per container di minuterie e paccottiglie che importa direttamente dal suo Paese, semplicemente non esiste. Non deve esistere. E questo incide non poco su un capitalismo familiare, diffuso, prevalentemente di dimensioni medio-piccole, come il nostro. Si fa un gran parlare di quella cosa che i pubblicitari di oltre muraglia, con un eufemismo, chiamano “nuova via della seta”. Si parla di logiche win-win… ma basterebbe fermarsi qui per capire la fine che faremo.

Noi però non ci fermiamo. Ci piace infierire sui moribondi. Specialmente quando non sanno di esserlo. Proseguiamo quindi sul filo di questi ragionamenti, esaminando ora il bilancio commerciale UE-RPC. Come pensate che sia, con queste premesse? In passivo, naturalmente. L’anno appena trascorso segnava

  • esportazioni dalla UE alla RPC per 198,2 miliardi di EUR,

  • importazioni per 374,6 miliardi di EUR,

  • con un saldo negativo di 176,4 miliardi di EUR6 .

In altre parole, le esportazioni sono state poco oltre il 47% delle importazioni!

Non male, per un gap che nell’ultimo decennio ha conosciuto una diminuzione, con esportazioni più che raddoppiate di quantità, ma che alla lunga appare cronicamente insolubile, come mostra la seguente tabella:

appunti per un rinnovato assalto VII html a9a4370481ce6ba7

Le cose si mettono male, quindi. Anzi, sono tragiche e da tempo. Siamo tutti uguali nella sventura? Si accettano scommesse… no, ovviamente. C’è chi sta bene e chi sta male. La tabella che segue rappresenta, sempre in miliardi di euro, la classifica dei saldi commerciali con la RPC Paese per Paese dell’UE (elaborato su dati ufficiali EUROSTAT), a partire dal peggiore… ruolo in cui noi siamo piazzati molto bene e con ampi margini di peggioramento7 :

PAESE

IMPORT 2017

EXPORT 2017

SALDO

UE – 28 PAESI

374,83

198,19

-176,64

OLANDA

83,06

12,25

-70,81

GB

52,62

18,94

-33,68

SPAGNA

21,45

6,25

-15,20

ITALIA

28,43

13,51

-14,92

POLONIA

16,32

2,06

-14,26

FRANCIA

28,06

18,86

-9,19

REPUBBLICA CECA

10,54

2,14

-8,40

BELGIO

15,00

8,10

-6,90

UNGHERIA

5,61

1,58

-4,03

ROMANIA

3,79

0,74

-3,05

GRECIA

2,72

0,47

-2,24

SLOVACCHIA

3,08

1,21

-1,87

DANIMARCA

5,85

4,00

-1,85

SVEZIA

7,45

6,07

-1,38

PORTOGALLO

2,05

0,84

-1,21

AUSTRIA

5,14

3,93

-1,21

SLOVENIA

1,44

0,56

-0,87

LITUANIA

0,82

0,18

-0,64

CROAZIA

0,71

0,13

-0,58

CIPRO

0,59

0,06

-0,52

BULGARIA

1,11

0,64

-0,47

ESTONIA

0,69

0,22

-0,47

LETTONIA

0,44

0,14

-0,30

MALTA

0,17

0,04

-0,13

LUSSEMBURGO

0,32

0,21

-0,10

IRLANDA

2,98

4,37

1,39

FINLANDIA

2,04

3,45

1,41

GERMANIA

72,37

87,23

14,86

 

L’Irlanda vede

  • le esportazioni cinesi del suo settore agroalimentare incrementare di sei volte dal 2010 al 20168 ed

  • è sede europea di 4 fra le prime 5 banche cinesi al mondo e di 3 fra i primi 5 marchi cinesi di alta tecnologia9 : una corrispondenza di amorosi sensi che non nasce per caso, quindi.

La Finlandia è guidata dalla sua polpa di legno, materia prima indispensabile per tutti i lavori di cellulosa, carta e cartone10 , in aumento del 36% rispetto al 2016 e, anche qui, le sue ditte pian piano stanno cambiando casacca, comprate dai cinesi11 : e pensare che fino a pochi anni prima, erano le loro multinazionali a colonizzare, con il beneplacito del partito, intere province cinesi con monocolture tese a intensificare lo sfruttamento del territorio per la produzione di cellulosa, come denuncia il documentario Punaisen Metsän Hotelli (Red Forest Hotel, 2012), del regista finlandese Mika Koskinen12 , film tanto istruttivo quanto, “stranamente”, poco proiettato.

Infine, la grande Germania, locomotiva d’Europa, da sola porta a casa quasi la metà dell’intero ammontare degli attivi commerciali europei con la Cina! Da sola fa poco meno di quanto fanno tutti gli altri 27 Paesi messi assieme! Vedremo presto come e perché, quando esamineremo le tipologie di merci esportate e importate verso e dalla RPC.

Torniamo invece ai restanti Paesi dell’Unione Europea. A parte questi casi di attivo commerciale, tutti gli altri perdono. C’è chi non se ne preoccupa, dal momento che il suo passivo commerciale è ampiamente compensato da altri attivi commerciali e finanziari verso l’estero (tipiche situazioni di compravendita per Paesi come Olanda e GB), e altri invece che dovrebbero preoccuparsi e non lo fanno, visto che il loro passivo commerciale accumulato non è in alcun modo compensato da altri attivi e, anzi, contribuisce in maniera incisiva alla desertificazione delle attività produttive esistenti, creando meccanismi di vera e propria dipendenza. Ogni riferimento all’Italia è puramente voluto.

La logica win-win con cui propagandano la costruzione di infrastrutture commerciali il cui impatto ambientale fa sorridere quello della Torino-Lione, di fatto, osserviamo sin d’ora che non è affatto una logica win-win: la RPC vince, la Germania vince, Olanda e GB vincono, stop; sia perché, come si diceva in apertura paragrafo, chi propugna un mercato più aperto e libero da vincoli nel mondo è il primo a proteggere il proprio, sia perché l’UE è tutto fuorché unita,

  • cala le braghe di fronte a chi non rispetta le più elementari norme di reciprocità ma, soprattutto,

  • legittima di fatto una politica che giova palesemente alcuni Paesi a danno degli altri, “PIGS” e non.

Diamo un’occhiata a questo grafico, che mostra le categorie di commercio più significative in importazione ed esportazione13 :

appunti per un rinnovato assalto VII html 1ca18819f1849772

Giochiamo ora a fare gli “europei”: tutti uniti, tutti fratelli. “Vinciamo” essenzialmente nel settore automobilistico, in quello della meccanica di precisione e in quello farmaceutico. “Vinciamo”… “vincono”, sarebbe il caso di dire.

Chi produce la maggior parte degli autoveicoli esportati in Cina? E delle parti di autoveicoli? e dei medicinali? e degli aerei e affini? e degli strumenti di misurazione e non? Non certo i poveri PIGS… Chi vince ha l’accento tedesco.

Eppure nel nostro piccolo potremmo tenere almeno la stessa percentuale dei tedeschi in esportazione, e invece è mediamente meno della metà! Stendiamo un velo pietoso sui valori assoluti. Dal momento che, come abbiamo visto, il commercio dalla Cina è libero, ma verso la Cina no, chi esporta cosa e quanto è un fatto di politica interna cinese: una politica win-win per pochi e loose-loose per molti. Con il beneplacito della UE, pardon, dei suoi veri padroni. Diamo un’occhiata a questa tabella, ottenuta comparando dati facilmente reperibili dalla rete limitatamente ai settori in cui la UE è in attivo commerciale con la RPC14 :

 

Esportazioni per settore in termini assoluti e riferite alla Cina (miliardi di USD)

Settore

Germania

di cui su RPC

% sul totale

Italia

di cui su RPC

% sul totale

automobilistico

257,2

23,8

9,25%

43,7

2

4,58%

meccanica

245,4

20,9

8,52%

99,6

4,5

4,52%

elettronica

148,8

15

10,08%

30,1

0,66

2,19%

farmaceutico

84,1

8,1

9,63%

25,8

0,61

2,36%

aerospaziale

41,8

5

11,96%

-

-

-

totale esportazioni

1.445

97,6

6,75%

506,7

15,3

3,02%

 

Aggiungiamo ora un ultimo dato, non troppo tecnico e facilmente comprensibile. Noi siamo un “popolo di santi, poeti e navigatori”, giusto? Abbiamo un porto, quello di Genova, toccato dalla rotta principale da e verso i maggiori porti della RPC. Abbiamo anche meno tempo di transito verso la RPC rispetto al Nord Europa, visto che per arrivare a Rotterdam, per esempio, una nave portacontenitori deve ancora passare Suez e Gibilterra (un domani forse, quando si scioglieranno i ghiacci, passeranno da nord se esisteremo ancora, cosa di cui dubito…).

Eppure le nostre esportazioni verso la Cina sono nulle rispetto a quelle tedesche. Persino le navi giungono cariche al porto di Genova e partono mezze vuote. Nel 2013, considerando lo scambio fra il continente Asia e l’Area del Mediterraneo, son venuti da noi 4.678.000 container da 20’ (TEU) e ne sono partiti meno della metà (2.061.000)15 ! Stesso discorso vale per gli aerei: partono carichi dalla Cina e ritornano mezzi vuoti.

Questo, nonostante gli spazi a bordo al ritorno verso la Cina siano concessi a prezzi ridotti di un terzo rispetto all’andata: secondo uno studio statistico della Banca d’Italia, un nolo in esportazione dall’Italia alla RPC, mediamente, nel 2015 si aggirava intorno ai USD 258/TEU, in import costava USD 776/TEU. Via aerea, la rata per la RPC è stata mediamente di USD 1,296/chilogrammo tassabile mentre in importazione di USD 3,655/kg16 .

Concludiamo ora con una domanda provocatoria, ma non più di tanto: se queste sono le dimensioni di import e export, se i volumi in import prevaricano i volumi in export degli ordini di grandezza appena accennati, se – da un punto di vista strettamente logistico e di trasporti – le strutture già esistenti sono utilizzate in export per meno della metà della propria capacità, nonostante i costi stracciati delle rate concesse pur di far tornare indietro container e aerei non vuoti, a chi gioverà la costruzione di nuovi corridoi e infrastrutture miliardarie, questa nuova, cosiddetta “via della seta”?

Come abbiamo avuto modo di accennare in queste pagine, il conflitto interimperialistico in corso rompe i vincoli di alleanza e i blocchi di recente costruzione quali quelli dell’Unione Europea, piuttosto che il G7, divenuto G6+1. Protezionismi “sovranistici” e concessioni “liberali” divengono due facce della stessa medaglia, due momenti di tale scontro, secondo quell’arbitrio tipico della legge del più forte e del pesce grande che mangia il piccolo, in un mix micidiale di colpi bassi e leggi non scritte.

Il nuovo creative chaos globale è il prezzo da pagare, tutto sulle spalle delle classi subordinate, a ogni tappa di tale conflitto interimperialistico. Nelle pagine seguenti andremo a esplorarne altri meccanismi, riprendendo una domanda di poche righe fa: chi trarrà giovamento, infatti, da infrastrutture che, in poco più di 600 km di linea diretta e veloce, collegheranno quell’antica terra di moderna dominazione austroungarica e futura colonizzazione cinese, di nome Trieste, a Francoforte?

(Continua... Qui, qui, qui quiqui e qui le puntate precedenti)


Note
1 In caso di imprese basta il numero di registrazione all’IRS (Internal Revenue Service), mentre in caso di privati basta il loro equivalente di tessera sanitaria: “CBP entry forms do ask for your importer number: this is either your IRS business registration number, or if your business is not registered with the IRS or you do not have a business, your social security number will be sufficient. ” (https://www.cbp.gov/trade/basic-import-export/importer-exporter-tips )
2 http://www.china-briefing.com/news/2017/06/22/setting-wfoe-china-step-step-guide.html
3 http://zj.sina.com.cn/news/2018-02-24/detail-ifyrvspi1271615.shtml
http://www.aqsiq.gov.cn/xxgk_13386/jlgg_12538/zjgg/2016/201612/t20161230_479987.htm et http://www.aqsiq.gov.cn/xxgk_13386/jlgg_12538/qtwj/201608/t20160831_473147.htm
http://www.aqsiq.gov.cn/xxgk_13386/jlgg_12538/qtwj/201608/P020160831525140903903.xls
6 http://ec.europa.eu/eurostat/statistics-explained/index.php/China-EU_-_international_trade_in_goods_statistics
7 http://appsso.eurostat.ec.europa.eu/nui/submitViewTableAction.do Foglio recuperato dal database commerciale dell’EUROSTAT: http://ec.europa.eu/eurostat/web/international-trade-in-goods/data/database
8 https://www.independent.ie/business/ireland-looks-east-as-agrifood-exports-exceed-13bnin-2017-36954165.html
9 https://www.dfa.ie/our-role-policies/our-work/casestudiesarchive/2015/may/ireland-and-china/
10 https://www.euwid-wood-products.com/news/roundwoodsawnwood/single/Artikel/finnish-exports-to-china-up-36-on-preceding-year.html
11 https://www.caixinglobal.com/2018-04-02/paper-giant-unwraps-finland-pulp-project-101229732.html
12 Scheda film qui http://www.redforesthotelthemovie.com/ e trailer sottotitolato in italiano qui: https://www.youtube.com/watch?v=OLH27uksTj4&index=29&list=PLy0A1pKSRGDHq8x2pqBJX98qd7AJ9UhdE
13 http://ec.europa.eu/eurostat/statistics-explained/index.php?title=File:Most_traded_goods_with_China,_top_20_of_SITC_level_3_products,_2017.png
14 http://www.worldsrichestcountries.com/top-germany-exports.html
http://www.worldsrichestcountries.com/top-italy-exports.html
15 Drewry Container Forecaster, 2013; World Shipping Council, 2017. http://jem.pb.edu.pl/data/magazine/article/553/en/kuzmicz_pesch.pdf
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