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Di qua e di là del fronte
di Enrico Tomaselli
Mentre sulla linea di combattimento emergono, in tutta la loro evidenza, i limiti tattici e strategici della NATO, preludio ad una sconfitta che è già nei fatti, ed a cui manca solo la sanzione formale e finale, all’interno della Federazione Russa si gioca un’altra partita, non meno importante, soprattutto per gli europei; ed a cui proprio gli europei dovrebbero prestare attenzione, giacché da lì dipende il futuro del vecchio continente nei decenni a venire.
* * * *
Sulla linea di combattimento
Come era facilmente prevedibile – ed infatti previsto – il tentativo di passare ad una postura offensiva da parte delle forze armate ucraine, cercando di replicare i successi della scorsa estate, non solo non ha dato i risultati sperati, ma si è trasformato in un vertiginoso incremento delle perdite.
Se infatti l’offensiva dell’estate 2022 consentì a Kiev di riprendere Kharkiv (approfittando del fatto che i russi avessero lasciato quel settore quasi sguarnito) e la parte di Kherson sulla riva destra del Dniepr (da cui però i russi decisero di ritirarsi senza neanche combattere, per una scelta strategica del Generale Surovikin), stavolta per l’esercito ucraino si è trattato di andare all’attacco di forze considerevoli, ben fortificate e largamente superiori in alcuni ambiti fondamentali: artiglieria, aviazione d’attacco, guerra elettronica.
Il risultato di sei settimane di controffensiva è semplicemente devastante per Kiev, tanto che ormai in occidente si comincia (sia pur malvolentieri) ad archiviare questa storia e tutte le aspettative ad essa connesse. Dopo il sanguinoso tritacarne dell’ostinata resistenza a Bakhmut, contro ogni logica militare, il salasso di sangue pagato in queste ultime settimane rende le cose davvero complicate per il governo di Kiev.
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Torniamo a parlare di lavoro. Facciamolo collettivamente
di Gianluca De Angelis
Con Le grandi dimissioni. Il nuovo rifiuto del lavoro e il tempo di riprenderci la vita (Einaudi, 2023), Francesca Coin dà voce a un dibattito di cui in Italia c’è un tremendo bisogno e lo fa in modo intelligente e comprensibile, senza lasciarsi naufragare dalla riflessione teorica o statistica da cui parte e centrando nel vivo la questione: arrivat3 a questo punto, perché lavoriamo?
È un libro per tutt3, che parla a chi un lavoro lo cerca, perché sappia cosa attendersi, a chi ce l’ha, perché possa trarne di meglio, e a chi sta pensando di lasciarlo, perché possa sentirsi meno sol3. È un libro che parla soprattutto attraverso le voci di chi il lavoro l’ha mollato, questo ne fa un volume a tratti duro da leggere. Le dimissioni sono infatti liberatorie, arrivano dopo le sofferenze, le discriminazioni, l’impotenza. Sono l’atto finale di una storia di costrizioni, che danno potere a chi se ne va togliendone al padrone, che spesso nemmeno lo sarebbe davvero – padrone, ma che ugualmente “gioca a fare dio” con l3 dipendenti.
Le storie prendono forma nei contesti lavorativi più esposti alla fuga de3 dipendenti in Italia: la sanità, la ristorazione, la grande distribuzione. Spesso sono storie di lavoratrici. Perché è quello di genere il terreno sul quale le contraddizioni del lavoro in Italia si manifestano più acutamente: l’induzione all’amore incondizionato che è ancora oggi la base dell’educazione delle fanciulle[1] si riorienta verso il posto di lavoro, dove, come nelle case, soffoca ogni barlume di emancipazione. Il lavoro femminile vale meno di quello maschile. Non si tratta solo di gap salariale, ma anche dello spazio che il lavoro può rivestire nella vita di una lavoratrice quando è anche madre e figlia.
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“Dobbiamo radicalizzarci”
La Izquierda Diario intervista Ricardo Antunes
Riprendiamo da La Izquierda Diario un’interessante, molto lucida intervista di Ricardo Antunes, in cui Antunes non si limita a trattare con la nota competenza i temi dello sfruttamento del lavoro salariato e a ribadire la critica senza appello delle teorie della “società post-industriale”, del “capitalismo digitale” o del “capitalismo della conoscenza”, ma esprime con nettezza l’impossibilità di riformare il capitalismo e la necessità urgente (oggi l’alternativa è “il socialismo o la fine dell’umanità”) di formulare una prospettiva rivoluzionaria radicalizzando il proprio pensiero al modo dei rivoluzionari russi del 1917. Ecco perché abbiamo modificato il titolo dell’intervista che ci sembra troppo limitativo ridurre al tema, pur assai rilevante, della riduzione drastica dell’orario di lavoro privilegiato dai redattori del blog argentino. (Red.)
Abbiamo intervistato Ricardo Antunes, professore di Sociologia del lavoro presso l’Istituto di Filosofia e Scienze Umane dell’Università Statale di Campinas, Brasile. Autore di diversi libri, tra cui I sensi del lavoro, Trabajo y Capitalismo, Addio al lavoro?; ha curato anche la pubblicazione di Riqueza e miséria do trabalho no Brasil, Vol. I, II e III (Boitempo). Coordina le Collezioni Mundo do trabalho (Boitempo) e Trabalho e emancipação (Ed. Expressão Popular). Collabora a riviste accademiche nel suo paese e all’estero, ed è membro del comitato consultivo della rivista Herramienta.
In questa intervista facciamo un quadro della situazione attuale della classe operaia di fronte alle vecchie e nuove teorie del post-capitalismo, della società post-industriale e della “fine del lavoro”. Analizziamo la crescita esponenziale della precarietà, di pari passo con l’esternalizzazione imposta dal neoliberismo, la cui versione più moderna si può vedere nel cosiddetto “capitalismo delle piattaforme”. Di fronte a questa situazione, Antunes offre la sua visione della lotta per la diversa distribuzione del tempo di lavoro in chiave anti-capitalista e si esprime su quale progetto e quale strategia dovrebbe avere una sinistra autenticamente rivoluzionaria a fronte di sinistre considerate progressiste che salgono al potere con un discorso di cambiamento per poi finire ad essere semplici amministratrici del capitalismo attraverso l’apparato statale.
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Guerra e scienza politica
di G. P.
L’informazione pubblica sulla guerra continua a essere ridicola, in Italia più che altrove. Lo schema antinomico, teso a polarizzare estremisticamente le posizioni, eliminando qualsiasi gradazione intermedia, non è politico ma teologico. Il guaio è che sono i sedicenti esperti e professori ad avvallare questa deriva religiosa. Se prima c’era un aggredito e un aggressore, ora ci sono solo i buoni contro i cattivi, i santi contro i diavoli, la lotta del bene contro il male. In questa battaglia della stupidità la scienza politica va a farsi fottere eppure il suo sguardo non umorale è l’unico a consentirci una minima comprensione dei fenomeni. Dobbiamo tornare alla semplificazione degli argomenti che non è la banalizzazione di cui è infarcito il dibattito dicotomico mediatico ed editoriale.
Se restiamo ai duri fatti sappiamo che gli Ucraini, sostenuti dagli occidentali, stavano per invadere il Donbass ormai indipendente dal 2014. Non ci importa in questo caso di sapere altro, anche rispetto al conflitto che va avanti da dieci anni. I russi dovevano scegliere tra farsi aggredire o prevenire l’invasione. Hanno fatto quello che dovevano perché è sempre meglio anticipare le mosse dell’avversario, in politica come in guerra.
Scrive Botero che:
“Nobilissimo modo di tener l’inimico lontano da casa nostra e di assicurarci dagli assalti suoi si è il prevenirlo, portandogli la guerra in casa, perché chi vede in pericolo le cose sue, lascia facilmente quiete l’altrui. E questo modo tennero i Romani in tutte le loro imprese d’importanza, eccetto che nella guerra contra i Galli e nella seconda guerra punica, le quali però non poterono mai finire, sino a tanto che non trasportarono l’armi oltre il mare et oltre le Alpi. Et Annibale, consigliando Antioco circa il maneggio della guerra contra Romani, disse sempre, che non si farebbe cosa che stesse bene, se non s’assaltavano i Romani in Italia.
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Nietzsche nel laboratorio teorico di Domenico Losurdo. Una proposta di rilettura
di Francesco Fistetti (Università di Bari)
1. La critica della modernità coloniale: Domenico Losurdo e i postcolonialisti
È ormai universalmente riconosciuto che uno dei filoni di ricerca che Domenico Losurdo ha fino alla fine coltivato è quello della questione coloniale. Al punto che essa, a suo avviso, può essere considerata il centro focale della Grande Divisione tra marxismo orientale e marxismo occidentale (come Mimmo mostra nel suo ultimo importante libro pubblicato in vita nel 20171). Altrove ho avuto modo di argomentare che la questione coloniale oltrepassa la dicotomia marxismo orientale/marxismo occidentale, dal momento che diviene una griglia epistemologica del tutto inedita attraverso la quale è possibile rileggere l’intera storia della moderna cultura occidentale e, per questa via, cogliere i limiti del marxismo come paradigma scientifico e come guida per l’agire politico. Su questo terreno la convergenza di Losurdo con gli studi postcoloniali e subalternisti è un dato innegabile, anche se finora del tutto sottovalutato e sottaciuto: il terreno comune è la centralità della questione coloniale come ermeneutica della modernità e chiave privilegiata di ricostruzione della sua storia. Per l’uno e gli altri la modernità occidentale non può essere adeguatamente esplorata se non si tiene conto di ciò che il colonialismo e l’imperialismo hanno significato sia per l’affermazione del modo di produzione capitalistico nelle metropoli europee, sia per l’edificazione degli Stati nazionali. Una lettura incrociata di Controstoria del liberalismo (2005), e dei testi più significativi dei postcolonialisti, a cominciare dal testo seminale di E. Said, Orientalismo (1978), fino ad autori come Homi Bhabha, Gayatri Ch. Spivak, Achille Mbembe o a quell’area pluridisciplinare che include molti autori dell’America latina come Enrique Dussel, Anibal Quijano, Walter Mignolo, Boaventura De Sousa Santos, una lettura incrociata, dicevo, evidenzierebbe un’aria di famiglia attorno al ruolo cruciale che la questione coloniale ha giocato nella formazione della coscienza moderna.
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Costanzo Preve: a dieci anni dalla scomparsa
di Federico Roberti*
Chi nega la natura umana, e lo fa da “sinistra” convinto che si tratti di un concetto conservatore e reazionario (confondendo così l’uso ideologico del concetto, con la sua pertinenza filosofica e ontologica), non capisce purtroppo che proprio il carattere generico della natura umana stessa è il principale fattore di impedimento alla stabilizzazione di una dittatura manipolatrice, non importa se ispirata al materialismo dialettico di Stalin o al fondamentalismo sionista-protestante di Bush. Se l’uomo non fosse un ente naturale generico, in cui la creatività e la reazione all’oppressione sono elementi non solo storici ma radicati nella più intima struttura antropologica, non scommetterei neppure dieci euro sulle possibilità dei movimenti di resistenza.
Costanzo Preve [1]
In Italia la classe dirigente è sottomessa ai poteri forti. E prospera servendoli, fingendo di governare e amministrare la cosa pubblica autonomamente. Forte del fatto che il popolo non ha neppure il coraggio di ammettere chi è che comanda davvero. Va vista come una nobiltà, che è fedele al re, eseguendone gli ordini; è solo divisa in due fazioni che si scontrano per la supremazia a corte:“destra” e “sinistra”, questa includendo anche buona parte della magistratura.
Si scontrano due concezioni dell’essere subalterni e venduti a danno dei cittadini. I “baroni”, la destra, vogliono fare i feudatari, in modo che come vassalli possano avere una certa autonomia sui loro feudi, e taglieggiare il popolo anche per loro vantaggio, oltre che per conto del re. I “mandarini”, la sinistra e i magistrati, vogliono eseguire i voleri predatori dei poteri forti come “saggi” funzionari e ottenere con questo di campare riveriti e forti, senza sporcarsi troppo le mani con ruberie personali.
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La vera storia della guerra in Ucraina
di Jeffrey D. Sachs
Una dettagliata cronologia degli eventi e un caso per la diplomazia
I leader ucraini hanno accettato l’inganno degli Stati Uniti per ragioni difficili da comprendere. Forse credono negli Stati Uniti, o hanno paura degli Stati Uniti, o temono i loro stessi estremisti, o semplicemente sono estremisti, pronti a sacrificare centinaia di migliaia di ucraini a morte o feriti nell’ingenua convinzione che l’Ucraina possa sconfiggere una superpotenza nucleare che pensa la guerra come una faccenda esistenziale. O forse alcuni dei leader ucraini stanno facendo fortuna scremando le decine di miliardi di dollari di aiuti e armi occidentali.
Il popolo americano ha urgente bisogno di conoscere la vera storia della guerra in Ucraina e le sue attuali prospettive. Sfortunatamente, i media mainstream — The New York Times, Wall Street Journal, Washington Post, MSNBC e CNN — sono diventati semplici portavoce del governo, ripetendo le bugie del presidente degli Stati Uniti Joe Biden e nascondendo la storia al pubblico.
Biden sta nuovamente denigrando il presidente russo Vladimir Putin, questa volta Biden accusando Putin di una “vile sete di terra e potere”, dopo aver dichiarato l’anno scorso che “Per l’amor di Dio, quell’uomo [Putin] non può rimanere al potere”. Eppure Biden è colui che sta intrappolando l’Ucraina in una guerra senza fine continuando a spingere l’allargamento della NATO all’Ucraina. Ha paura di dire la verità al popolo americano e ucraino, rifiutando la diplomazia e optando invece per la guerra perpetua.
L’espansione della NATO all’Ucraina, che Biden ha promosso a lungo, è una mossa degli Stati Uniti che è fallita. I neoconservatori, incluso Biden, hanno pensato dalla fine degli anni ’90 in poi che gli Stati Uniti potessero espandere la NATO all’Ucraina (e alla Georgia) nonostante l’opposizione rumorosa e di lunga data della Russia.
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Giovani challenge
di Alba Vastano
Una Lamborghini sfreccia ad alta velocità mangiando la strada di CasalPalocco, frazione del X municipio della Capitale. Nella lussuosa e luccicante fuoriserie, presa a noleggio, ci sono dei giovanissimi youtuber. Sono conosciuti su Tik Tox come i The borderline, appellativo che si confà allo stile di vita intrapreso dalla giovanissima gang. Stavano portando avanti da ore una ‘challenge’, che si sarebbe dovuta concludere al termine delle 50 ore, tempo stabilito di permanenza nel bolide azzurro. Era il loro obiettivo per completare la challenge. Ben 50 ore senza mai scendere dal Suv. In diretta Tik tok, per la gioia delle migliaia di followers, attratti dalle sfide dei loro beniamini fuori di testa.
Quel 14 giugno la Lamborghini, gasata al massimo dall’euforia dei viaggiatori, caracolla con un impatto forte, troppo forte, su un’utilitaria, che, malauguratamente, intreccia il percorso del bolide. La challenge si trasforma in tragedia. La vittima è un bambino di appena 5 anni. Vittima della stupidità e della follia. I borderline, di nome e di fatto, perdono quota, soldi, credibilità fra i loro followers. Per loro finisce il tempo dell’immortalità, quel tempo di follie, di sfide estreme che li induce a prendersi gioco della vita propria, ma anche di quella degli altri.
Palermo, gennaio 2021
Una bimba di 10 anni viene ricoverata in condizioni critiche in rianimazione all’ospedale “G. Di Cristina” di Palermo. La bambina è arrivata in ospedale, accompagnata dai genitori, in arresto cardiocircolatorio dovuto a un’asfissia prolungata. Secondo una prima ricostruzione, per partecipare a una sfida social estrema, la “Black out challenge”, si era legata una cintura alla gola. La piccola non ce l’ha fatta. Espianto degli organi disposto dalla famiglia.
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Il falò delle vanità
di Alastair Crooke
L’arroganza consiste nel credere che una narrazione artificiosa possa, di per sé, portare alla vittoria. È una fantasia che ha attraversato tutto l’Occidente, soprattutto a partire dal XVII secolo. Recentemente, il Daily Telegraph ha pubblicato un ridicolo video di nove minuti in cui si sostiene che “le narrazioni vincono le guerre” e che le battute d’arresto in uno scenario bellico sono un fatto accidentale: ciò che conta è avere un filo narrativo unitario articolato, sia verticalmente che orizzontalmente, lungo tutto lo spettro – dal soldato delle forze speciali sul campo fino all’apice del vertice politico.
Il succo è che “noi” (l’Occidente) abbiamo una narrativa irresistibile, mentre quella della Russia è “goffa”, quindi, è inevitabile che gli Stati Uniti vincano.
È facile deriderla, ma possiamo comunque riconoscere in essa una certa sostanza (anche se questa sostanza è un’invenzione). La narrazione è ormai il modo in cui le élite occidentali immaginano il mondo. Che si tratti dell’emergenza pandemica, del clima o dell’Ucraina, tutte le “emergenze” sono ridefinite come “guerre”. E tutte sono "guerre” che devono essere combattute con una narrazione unitaria e obbligatoria di “vittoria”, contro la quale è vietata ogni opinione contraria.
L’ovvio difetto di questa arroganza è che richiede di essere in guerra con la realtà. All’inizio il pubblico è confuso, ma, man mano che le menzogne proliferano e si stratificano, la narrazione si separa sempre di più dalla realtà, anche se le nebbie della disonestà continuano ad avvolgerla. Lo scetticismo del pubblico si fa strada. Le narrazioni sul “perché” dell’inflazione, sul fatto che l’economia sia o no sana, o sul perché dobbiamo entrare in guerra con la Russia, iniziano a perdere colpi.
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Siamo marxisti, oltre il produttivismo c’è di più
di Fabio Ciabatti
Kohei Saito, Marx in the Anthropocene: Towards the Idea of Degrowth Communism, Cambridge University Press, 2023, edizione Kindle, pp. 278, € 25,48
Il rapporto tra ecologia e marxismo non è mai stato molto semplice. I verdi si sono spesso cullati nell’illusione di uno sviluppo sostenibile compatibile con il capitalismo o hanno pensato l’ambientalismo come una sorta di terza via tra capitalismo e comunismo. Ci sarebbe bisogno di una buona dose di critica dell’economia politica per svegliarsi da questi pallidi sogni, ma la diffidenza ha spesso prevalso nei confronti del pensiero di Marx perché considerato intriso di produttivismo e dunque una sorta di gemello diverso del moderno sviluppo ecologicamente devastante.
La domanda sorge spontanea: Marx era davvero un produttivista? La risposta potrebbe sembrare scontata perché per il materialismo storico, comunemente inteso, lo sviluppo delle forze produttive rappresenta il lato positivo della storia che, arrivato ad un certo punto, rompe la gabbia dei rapporti di produzione e consente di passare ad un modo di produzione più progredito. Questo è accaduto con il passaggio dal feudalesimo al capitalismo e lo stesso accadrà quando il capitalismo sarà soppiantato dal comunismo. È incontrovertibile che Marx abbia sostenuto queste posizioni. Ma è tutto qui?
Kohei Saito, marxista giapponese che ha goduto di una inaspettata fama tra il grande pubblico del suo paese, sostiene che oltre il produttivismo c’è di più. Nel suo Marx in the Anthropocene: Towards the Idea of Degrowth Communism, argomenta che nella biografia intellettuale del rivoluzionario tedesco è possibile trovare le tracce di uno sviluppo teorico che pone le premesse, come indica il titolo del libro, di un comunismo della decrescita. Una tesi senz’altro originale e radicale che vale la pena di conoscere, anche al di là dei suoi possibili aspetti problematici.
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L'UE non riesce a sganciare l'America Latina dalla Russia per portarla nella sua orbita
di Fabrizio Verde
Il sud globale ha una visione del mondo nettamente differente dal nord come si è visto plasticamente dalle differenze emerse rispetto al conflitto in Ucraina nel vertice UE-Celac.
L’Europa trascinata nel conflitto contro la Russia da Washington e che al contempo ha iniziato a rivaleggiare anche con la Cina, ancora per volontà degli Stati Uniti, ha un disperato bisogno di alleati.
Per questo motivo la Presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen ha fatto del suo meglio per "catturare il Presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva nella sua rete" lunedì mattina a Bruxelles, come evidenzia la Süddeutsche Zeitung.
Nel corso di una conferenza stampa congiunta, la von der Leyen non ha lasciato dubbi sul fatto che consideri il brasiliano "uno dei più stretti amici dell'Europa" e sulla sua soddisfazione per il fatto che dal gennaio di quest'anno Lula sia tornato alla guida del Brasile al posto del populista di destra Jair Bolsonaro. Il capo della Commissione Europea "ama sostenere grandi parole con grandi somme di denaro", quindi ha "messo sul tavolo" 45 miliardi di euro, ovvero quanto l'UE intende investire in America Latina e nei Caraibi entro il 2027. Ciò avverrà nell'ambito di un'iniziativa chiamata Global Gateway, attraverso la quale l'UE intende promuovere progetti infrastrutturali in tutto il mondo ed espandere così la propria influenza.
Lula ha ringraziato e sorriso affabilmente. "Ma è rimasto davvero colpito?”, si chiede la pubblicazione tedesca.
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L’ideologia nelle bolle
Giulio Pignatti intervista Damiano Palano
Cosa ne è delle ideologie all’epoca del populismo, della disintermediazione e del dissolvimento dei partiti di massa? Un recente convegno, Cosa resta dell’ideologia? Concetti, teorie, metodi di ricerca, organizzato dagli Standing group “Teoria Politica” e “Politica e Storia” della Società Italiana di Scienza Politica e tenutosi alla sede di Brescia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore il 4 e 5 maggio 2023, ha discusso, tramite l’apporto di metodi e discipline differenti, la permanenza e l’evoluzione delle ideologie politiche nei contesti contemporanei. Dopo l’intervista a Manuel Anselmi dedicata alle ideologie politiche e al loro rapporto col populismo, qui di seguito l’intervista a Damiano Palano, co-organizzatore del convegno, professore ordinario di Filosofia politica e direttore del Dipartimento di Scienze politiche dell’Università Cattolica del Sacro Cuore. Le sue linee di ricerca più recenti vertono sulle trasformazioni delle democrazie contemporanee e sull’ascesa dei populismi. Tra le ultime pubblicazioni: Animale politico. Introduzione allo studio dei fenomeni politici (Scholé 2023), Democracy and disintermediation. A dangerous relationship (EduCatt 2022, curato con Antonio Campati), Bubble Democracy. La fine del pubblico e la nuova polarizzazione (Scholé 2020) e La democrazia senza partiti (Vita e Pensiero 2015).
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Il contesto politico in cui si muovono le nostre società occidentali è quello che, in un fortunato libro del 2020, lei ha definito “bubble democracy”. Che cosa si intende con questa categoria?
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ChatGPT e model collapse. AI che si addestrano su dati generati da AI
di Redazione
Modelli AI che si addestrano su dati raccolti in rete generati da precedenti modelli AI: uno studio mostra come il conseguente ‘collasso del modello’ porterà a distorsioni della realtà
“Fino a oggi, la maggior parte del testo online è stato scritto da esseri umani. Ma questo testo è stato usato per addestrare GPT-3 e GPT-4, che sono apparsi come assistenti di scrittura nei nostri strumenti di editing. Quindi sempre più testo sarà scritto da grandi modelli linguistici (LLM). Dove porta tutto questo? Cosa succederà a GPT-{n} quando gli LLM contribuiranno alla maggior parte del linguaggio trovato online?” Se lo domanda Ross Anderson, professore di security engineering all’Università di Cambridge e all’Università di Edimburgo, sul suo blog (1), e continua: “E non si tratta solo di testo. Se si addestra un modello musicale su Mozart, ci si può aspettare un risultato che assomiglia un po’ a Mozart ma senza la sua brillantezza – chiamiamolo ‘Salieri’. E se Salieri addestra la generazione successiva, e così via, come suonerà la quinta o la sesta generazione?”
Anderson è uno degli autori del paper The Curse of Recursion: Training on Generated Data Makes Models Forget pubblicato il 27 maggio scorso nell’archivio open access ArXiv (2). E sottolinea nel suo blog: “Nel nostro ultimo lavoro, dimostriamo che l’utilizzo nell’addestramento di contenuti generati da un modello precedente provoca difetti irreversibili. Le code della distribuzione originale dei contenuti scompaiono. Nel giro di poche generazioni, il testo diventa spazzatura, poiché le distribuzioni gaussiane convergono e possono persino diventare funzioni delta. Chiamiamo questo effetto model collapse (collasso del modello). Così come abbiamo disseminato gli oceani di rifiuti di plastica e riempito l’atmosfera di anidride carbonica, stiamo per riempire Internet di blah. […] Dopo aver pubblicato questo articolo, abbiamo notato che Ted Chiang aveva già commentato l’effetto a febbraio, osservando che ChatGPT è come una jpeg sfocata di tutto il testo presente su Internet, e che le copie delle copie peggiorano. Nel nostro articolo analizziamo la matematica, spieghiamo l’effetto in dettaglio e dimostriamo che è universale”.
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Ritorno al futuro (anteriore)
di Vincenzo Di Mino
In questo contributo Vincenzo Di Mino discute due libri: Finalmente è giovedì! 8 ragioni per scegliere la settimana corta di Pedro Gomes (Laterza, 2022) e Le grandi dimissioni. Il nuovo rifiuto del lavoro e il tempo di riprenderci la vita di Francesca Coin (Einaudi, 2023)
Lo spirito del tempo, spesso e volentieri, si cristallizza negli elementi della cultura pop. Negli ultimi mesi i canali mediatici sono stati affollati di contenuti da parte di un «creator» che, presentando in maniera cinica e sarcastica le quotidiane disavventure sul posto di lavoro, ha rimesso sul piatto un tema di stretta attualità. Attraverso la comicità, infatti, queste immagini descrivono le attuali condizioni della forza-lavoro e della prestazione lavorativa e propongono come alternativa la fuga dal lavoro. E, nella società globale dello spettacolo continuo, egli è riuscito a veicolare un messaggio tanto sconvolgente (per l’opinione pubblica) quanto semplice: rifiutare il lavoro, inteso come vera e propria «schiavitù». Prima di essere un messaggio politico, questi sketch invitano a riprendersi la vita, a uscire fuori dalla routine e dallo stress delle tempistiche intensive e continuative del lavoro. Cum grano salis si può dire che essi sono il manifesto di una generazione che, lontana dalle ideologie e ancora più lontana da un sentire politico, vuole rimettere al centro del discorso i propri bisogni e non le esigenze della società. Può diventare dunque utile, interessante e necessario riportare questo tipo di discorsi entro il perimetro della critica politica, e rapportarla alle dimensioni materiali della composizione di classe. Da venti e passa anni, infatti, il piagnisteo delle corifee di sinistra sulla precarietà, sulle fughe di cervelli e sullo smantellamento del welfare state hanno completamente perso di vista il terreno soggettivo della composizione, omettendo sia la loro partecipazione attiva- via governo o via opposizione- all’implementazione di questi processi legislativi, e neutralizzando le potenzialità del conflitto.
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Alle origini del capitalismo
di Paolo Tedesco
Jairus Banaji ricostruisce la genealogia del modello di produzione basandosi sulla sfera commerciale. È una prospettiva che ci aiuta a capire meglio la globalizzazione e che ci mette al riparo da modelli semplicistici e unilineari
Il libro di Jairus Banaji A Brief History of Commercial Capitalism, pubblicato per la prima volta nel 2020, si propone di scoprire le profonde radici storiche dello sviluppo capitalista. Il libro tocca importanti dibattiti teorici, soprattutto all’interno della tradizione marxista, sulle origini del capitalismo.
Il lavoro di Banaji mette in discussione diverse narrazioni radicate sulla storia economica globale, tra cui la visione di un Medioevo economicamente regressivo e l’idea di una transizione lineare verso la modernità. Le immagini che Banaji tratteggia attraverso una serie mozzafiato di casi esemplari da tutto il mondo che abbracciano quasi un millennio, sollevano molte questioni fondamentali per chiunque voglia capire come è nato il sistema economico mondiale e come potrebbe continuare a svilupparsi in futuro.
A Brief History of Commercial Capitalism ha già avuto un grande impatto nel mondo della ricerca e ha attirato molte risposte dai colleghi storici di Banaji. Ma dovrebbe essere di grande interesse anche per i non specialisti. In questo testo, prima di analizzare la discussione che il libro ha provocato, farò un breve riassunto del background intellettuale di Banaji e degli argomenti chiave che attraversa.
Capitalismo commerciale
Jairus Banaji è nato a Poona nel 1947, l’anno in cui l’India ha ottenuto l’indipendenza, e ha studiato in Inghilterra prima di tornare nel suo paese natale per diventare un attivista politico.
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Vincere la pace
di Alfonso Gianni
Parafrasando un detto tratto dal mondo dello spettacolo possiamo purtroppo dire che “the war goes on”, la guerra continua con il suo carico crescente di morti, di distruzioni, di barbarie rendendo il pericolo di una guerra nucleare generalizzata sempre più prossimo. Le lancette del Doomsday Clock – l’orologio della apocalisse, l’orologio virtuale nato da una iniziativa degli scienziati di Chicago nel 1947 per misurare quanto manca alla fine del mondo – stanno per sovrapporsi, solo 90 sono i secondi che le separano. Ma non tutto continua nello stesso modo, anche se siamo ben lontani dal profilarsi di una via d’uscita dal conflitto russo-ucraino. Tra gli elementi di novità che, qualunque sia la valutazione che se ne vuole dare, costringono ad ulteriori riflessioni, se ne pongono in evidenza due, che più diversi tra loro non potrebbero essere, “riuniti” solo dalla sostanziale contemporaneità temporale con la quale si sono manifestati. La ribellione – per comodità chiamiamola così – di Evgenij Prigozhin contro i ministri della guerra di Putin, da un lato e, dall’altro, la missione del Cardinale Matteo Zuppi, su mandato di papa Francesco, sia in Ucraina che in Russia. Entrambi gli eventi sono sottoposti a diverse e contrastanti interpretazioni sia per quanto riguarda i loro reali intenti che i loro effettivi esiti, nonché sulle conseguenze che ne verranno.
La “marcia” su Mosca della Wagner
Dubito che possa esistere, allo stato dei fatti, un’interpretazione univoca di quali fossero le reali intenzioni di Prigozhin e sul perché le cose siano andate in un certo modo. Come sempre in questi casi fioriscono le letture più svariate, le dietrologie più fantasiose, le previsioni più azzardate.
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Guerra in Europa e “ordine internazionale” NATO
di Gaetano Colonna
Presentiamo qui di seguito il testo dell’intervento che Gaetano Colonna ha tenuto, il 12 luglio 2023, all’incontro Pace e Guerra in Europa, ospitato dall’Associazione Liberamente, tenutosi a Montemiele (PU). Buona lettura
Ringrazio gli organizzatori non solo per avermi invitato ma anche per avere proposto questo tema. È un ringraziamento non formale il mio, perché oggi ci vuole del coraggio ad organizzare iniziative di questo genere, dove appunto si parla di temi scomodi. Questo già di per sé distingue chi ha organizzato questo evento da tutto il resto, ed è un fatto fondamentale perché, lo abbiamo provato nelle scuole, lo abbiamo provato in altre occasioni, si fa veramente una gran fatica a contrastare il sistema mediatico, che continua a non raccontarci la verità o addirittura a propinarci menzogne.
Io parto dal fatto che ieri, 11 luglio 2023, la NATO, nella riunione di Vilnius, ha emanato un lungo comunicato, quindi una posizione politico-strategica, di circa 22 pagine: un Comunicato (che potete leggere qui) che francamente mi ha fatto una certa impressione, perché è a mio avviso quella che possiamo definire una dichiarazione di guerra vera e propria.
Credo che sia un fatto molto importante, dal momento che il nostro è un Paese inserito nella NATO fino dal 1949, ed io non ho difficoltà a dire che gran parte della responsabilità di quello che sta accadendo nell’Europa orientale è legata all’attività di questo organismo internazionale, che, proprio nel comunicato di Vilnius, dice una cosa che, se è una novità solo fino a un certo punto per i cosiddetti addetti ai lavori, è una novità fondamentale in senso più generale: la NATO sta in questo momento costruendo un collegamento con le analoghe organizzazioni di indirizzo anglosassone, in particolare statunitense, presenti in aree strategiche mondiali come l’Oceano Indiano e l’Oceano Pacifico.
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DIARIO DELLA CRISI | Sulla presunta crescita dell’economia italiana. Guardare la luna o il dito?
di Andrea Fumagalli e Roberto Romano
In questa tredicesima puntata del “Diario della crisi” – progetto nato dalla collaborazione tra Effimera, Machina-DeriveApprodi ed El Salto – Andrea Fumagalli e Roberto Romano analizzano i fattori che hanno trainato l’economia italiana negli ultimi due anni per capire se si tratta di percorsi di crescita sostenibili frutto della ristrutturazione strategica dell’economia o se sono dovuti all’impatto di specifiche misure economiche, alcune delle quali (reddito di cittadinanza, aiuti all’edilizia sostenibile) sono in fase di smantellamento da parte del governo di Giorgia Meloni. A fare da sfondo a questo quadro è l’incapacità dei governi di trovare modelli di sviluppo minimamente adeguati alla gravissima crisi sociale e ambientale sistemica e al permanere di gravissime e intrattabili situazioni di disuguaglianza.
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Premessa
Negli ultimi mesi, i giornali mainstream e pro-governo hanno più volte sottolineato come a partire dalla ripresa post-sindemia l’economia italiana abbia avuto un andamento di gran lunga migliore dei principali partner europei, a partire dalla Germania e della Francia. Più recentemente, la prima ministra Meloni ha affermato con tono trionfale davanti alla platea di Assolombarda che l’economia italiana ha raggiunto livelli di crescita e occupazionali come mai negli anni precedenti. L’occupazione ha addirittura raggiunti i livelli del 2009.
Marco Fortis, in più articoli fotocopia, pubblicati a distanza di poche settimane, su Il Riformista e su Il Sole 24 ore, si lascia andare a manifestazioni di puro entusiasmo: “Negli ultimi tre anni l’economia italiana ha letteralmente battuto ogni previsione e spiazzato ogni genere di “gufi” e di profeti di sventura, salvo qualche ostinato irriducibile.
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Filosofie della simulazione: le “più realtà” di Chalmers
di Roberto Paura
Il filosofo della mente David Chalmers sul tema della realtà virtuale e l’argomento della simulazione
Sono trascorsi esattamente trent’anni tra l’uscita del ponderoso tomo di David Chalmers Più realtà (2022 nell’edizione originale) e due testi che nel 1992 provarono a riflettere sulle conseguenze filosofiche e sociali della realtà virtuale: Reale e virtuale di Tomás Maldonado e Mondi virtuali di Benjamin Woolley. Lettrici e lettori ci scuseranno dunque se nella prima parte di questo articolo, anziché entrare da subito nel discorso dell’ultima fatica di Chalmers, noto filosofo della mente che già da tempo lavora sul tema della simulazione, cercheremo innanzitutto di capire cosa sia successo in questi trent’anni nel discorso sulla realtà virtuale (VR).
Le estati e gli inverni della VR
Nel discorso tecnologico possiamo usare per la VR alcuni elementi caratteristici del discorso sull’intelligenza artificiale (IA). Entrambi sono caratterizzati dal succedersi di cicli di hype e di “inverni”: gli studiosi riconoscono due “inverni dell’IA”, rispettivamente negli anni Settanta e nel periodo a cavallo tra la seconda metà degli anni Ottanta e la prima metà dei Novanta, in cui a facili entusiasmi seguirono altrettante delusioni e frenate; i cicli di hype sono stati invece, finora, tre: quello inaugurato dalla celebre conferenza di Dartmouth (1956), in cui si credeva di poter risolvere i principali problemi dell’IA entro “un semestre”, sulla scorta del già da tempo scricchiolante edificio della logica simbolica; quello degli anni Ottanta, con lo sviluppo dei sistemi esperti e i primi esperimenti di reti neurali; quello a partire dalla seconda metà degli anni Novanta, con la rivoluzione del machine learning consolidata poi dall’accesso all’immenso oceano dei Big Data per addestrare gli algoritmi evolutivi (Russell e Norvig, 2021).
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Zelensky alle corde ed Europa umiliata: a Vilnius trionfano Erdogan e Biden
di Gianandrea Gaiani
Il summit della NATO a Vilnius ha evidenziato i possibili sviluppi del conflitto in Ucraina e ha fornito un quadro brutale ma realistico dell’assetto strategico che si sta configurando in Europa le cui conseguenze saranno misurabili nel tempo.
Nella capitale lituana la NATO ha “congelato” l’ingresso dell’Ucraina rimandandolo a data da destinarsi, come volevano gli USA e la gran parte degli Stati membri contrastati in parte dai britannici e soprattutto da polacchi e baltici che avrebbero preferito la definizione di un preciso percorso di adesione di Kiev oltre a un più rapido e massiccio invio di aiuti militari (nella foto sotto un autobus di Vilnius).
“Saremo in grado di estendere un invito all’Ucraina ad aderire all’Alleanza quando gli alleati saranno d’accordo e le condizioni saranno soddisfatte” si legge nella dichiarazione conclusiva del vertice. Un esito previsto, voluto dagli Stati Uniti ma anche da quasi tutti i membri della NATO che non intendono imbarcare l’Ucraina finché è in guerra con la Russia, neppure con una road-map che stabilisca i tempi per l’ingresso di Kiev.
In conferenza stampa il segretario generale, Jens Stoltenberg, ha provato a spiegare che l’Ucraina porta a casa un successo rispetto alla dichiarazione di Bucarest del 2008, quando la NATO aprì sulla carta le porte a Kiev (ma la guerra con la Russia non era immaginabile) perché oggi è previsto un avvicinamento all’Alleanza Atlantica basato sui passi avanti che farà l’Ucraina in termini di riforme politiche, sociali ed economiche e di interoperabilità militare con le forze armate dei paesi della NATO.
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Due città, due insurrezioni e la profezia di List che si realizza
di Alastair Crooke per Strategic Culture
Il caos che gli "esperti" occidentali si aspettavano, "con libidinosa eccitazione", si sarebbe scatenato in Russia ("con la certezza che i russi... avrebbero ucciso i russi" e con Putin "probabilmente nascosto da qualche parte") – è arrivato.... ma è esploso in Francia - dove non era previsto - con Macron e non Putin alle corde.
C'è molto da riflettere da questa interessante inversione delle aspettative e degli eventi – da un racconto di due insurrezioni molto diverse:
Sabato pomeriggio, dopo che Prigozhin aveva raggiunto Rostov, negli Stati Uniti si è diffusa la notizia che il leader della Wagner aveva raggiunto un accordo con il Presidente Lukashenko per porre fine alla sua protesta e andare in Bielorussia. Si è così conclusa una vicenda sostanzialmente incruenta. Non c'è stato alcun sostegno per Prigozhin, né da parte della classe politica né da parte dell'esercito. L'establishment occidentale è rimasto sbigottito; le sue aspettative sono state inspiegabilmente distrutte nel giro di poche ore.
Altrettanto scioccanti per l'Occidente sono stati i video provenienti da Parigi e dalle città di tutta la Francia. Auto in fiamme, stazioni di polizia ed edifici comunali in fiamme, polizia attaccata e negozi ampiamente saccheggiati. Erano scene, come se fossero state prese dalla "Caduta di Roma imperiale".
Alla fine, anche questa insurrezione è svanita. Tuttavia, non è stato come l'ammutinamento di Prigozhin, conclusa con una dimostrazione di sostegno allo Stato russo in sé e al Presidente Putin in persona.
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Un anatema per il femminismo
di Clare Daly
«Il femminismo è stato spietatamente cooptato dal complesso industriale militare…. Ma la guerra e il militarismo sono un anatema per il femminismo…. Chiunque sostenga un “militarismo femminista” sta abusando del femminismo, sta sfruttando spietatamente gli anni di lavoro e impegno femminista…. La Nato sembra aver preso una decisione molto calcolata di commercializzarsi in modo diverso, e il linguaggio dell’uguaglianza di genere era proprio ciò di cui aveva bisogno…. Ma non esiste militarismo femminista. Puoi incollare un paio di pinne a un cane e chiamarlo pesce, ma è pur sempre un cane, anche se ha un aspetto piuttosto stupido…. Tutto questo è profondamente, profondamente distruttivo. È anche incredibilmente cinico, assolutamente osceno. Ma è quello che fanno i capitalisti. Prendono tutto ciò che è buono e lo riducono in polvere…. Quindi non possiamo essere timide su questo….». Dal discorso di Clare Daly, parlamentare europea irlandese (gruppo Gue/Ngl), durante le giornate di protesta internazionale promosse a Bruxelles dal 6 al 9 luglio dalle Donne globali per la pace.
Le giornate di protesta internazionale promosse dalle Donne globali per la pace, che si sono svolte a Bruxelles dal 6 al 9 luglio, hanno preso avvio dalla presentazione della Dichiarazione al parlamento europeo da parte di Skevi Koukouma (Segreteria generale del movimento delle donne POGO) e di Ulla Klotzer (Women for Peace Finland). Nelle pagine che seguono si può leggere in traduzione italiana il discorso della deputata irlandese Clare Daly del gruppo Gue/Ngl (a sinistra nella fotografia), dedicato al tema della inconciliabilità del militarismo con il femminismo. Un puntuale resoconto degli eventi dei giorni successivi sarà pubblicato su Comune-info a breve. [Bruna Bianchi]
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L’insostenibile pesantezza del non essere
di Fosco Giannini
Morte di Milan Kundera: l’egemonia della cultura liberale rilancia il più insipiente dei romanzi: “L’insostenibile leggerezza dell’essere”
“De mortuis nihil nisi bonum” (dei morti niente si dica se non il bene) è una famosa frase idiomatica contenuta nell’opera “Vita e opinioni di filosofi eminenti” che lo storico greco Diogene Laerzio, autore dell’opera, attribuisce a Chilone, uno dei sette saggi di Sparta. La locuzione è importante poiché, assieme, svolge sia il ruolo di rivelazione di una già vigente cultura, di un senso comune, volti alla venerazione, al rispetto dei morti (siamo circa a 200 anni dopo Cristo) che quello di propagazione del culto e persino dell’enfatizzazione della vita e delle opere dei morti. Un’enfatizzazione spesso così tanto vicina alla distorsione della realtà da spingere il giornale “Vita cattolica.it”, il 20 maggio 2016, in relazione alla morte di Marco Pannella a scrivere: “Non sempre «De mortuis nihil nisi bonum». A volte è meglio tacere”.
Lo scorso 11 luglio, a Parigi, a 94 anni, è morto lo scrittore ceco Milan Kundera, autore – come hanno ricordato tutti i media attraverso una grancassa mediatica rivolta ad una nuova, acritica, celebrazione dell’opera – de “L’insostenibile leggerezza dell’essere”. Diversi giornali e telegiornali (tra i più enfatici il TG La7) hanno proclamato sul campo Milan Kundera “uno dei più grandi scrittori della seconda metà del ‘900 e “L’insostenibile leggerezza dell’essere” “tra i più grandi romanzi dell’intero ’900”. Rilanciando in pieno, attraverso questo discutibile stile di lavoro, la retorica insita nell’asserzione apodittica “de mortuis nihil nisi bonum” dell’antico Chilone. Un’asserzione apodittica, lo abbiamo già visto, per la quale anche la cultura cattolica contemporanea chiede più sorveglianza etica e culturale.
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Cronache marsigliesi /8: la guerra civile in Francia. Un tentativo di bilancio
Emilio Quadrelli intervista M. R.
La rivoluzione è un’ideologia che ha trovato delle baionette. (N. Bonaparte)
I fuochi della rivolta si sono, almeno momentaneamente, sopiti. Con questo articolo cerchiamo di comprendere che cosa i sei giorni di rivolta hanno determinato e quali scenari si vanno delineando. L’articolo si compone di tre interviste rilasciate da attori sociali, già ascoltati in precedenza, che in virtù della loro militanza politica possono vantare un qualche legame con il “popolo dei quartieri”. La nostra interazione con le interviste è stata minima ripromettendoci, in un successivo articolo, di tentare una lettura politica di quanto andato in scena. Una lettura che, senza una base empirica, diventa puro esercizio retorico. “Solo chi fa inchiesta, ha diritto di parola” e a partire da Mao, ma si potrebbe aggiungere tranquillamente da tutta la storia dello “operaismo”, abbiamo cercato in tutti i nostri articoli di mantenere questa “linea di condotta”.
Diamo pertanto, senza fronzoli di troppo, la parola a M. R., operaio precario dell’edilizia attivo nel Collectif Chomeurs Precaries.
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Che percezione c’è nei “quartieri” a Marsiglia dopo la rivolta?
Allora, in linea di massima, c’è un senso di soddisfazione abbastanza generalizzata. Questo è ampiamente comprensibile perché, almeno per sei giorni, i “quartieri” sono stati in grado di riversare, e con gli interessi, ciò che abitualmente subiscono. Questo è un fatto che puoi facilmente constatare attraversando una qualunque zona ghetto. La polizia, almeno per il momento, sta tenendo un profilo basso il che rafforza l’orgoglio della banlieue anche se questa calma, più che essere la ratifica di un mutamento dei rapporti di forza, appare come la classica calma che precede la tempesta.
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La democrazia dei signori
Recensione di Alessia Franco
Luciano Canfora: La democrazia dei signori, Laterza, Roma/Bari 2022, 88 pp., Isbn 9788858147405.
L’agile volume di Canfora tenta di offrire una analisi della deriva politica (e culturale) italiana, precisando quanto sia complessa la congiuntura che la determina: trasformazioni strutturali ed economiche, nonché di autopercezione da parte dei differenti e compositi strati sociali; equilibrismi istituzionali tra la dimensione delle singole sovranità nazionali e di quanto, più in alto, l’Europa “ci chiede”; la presunta esigenza di snellire le normali procedure costituzionali tendendo, attraverso eccezioni sempre più frequenti e consolidate - complice la prolungata situazione di emergenza determinata dalla pandemia di Covid-19 - di accentramento di potere legislativo nelle mani dell’esecutivo; l’intreccio amaro di propositi e necessità, come far funzionare l’apparato dello Stato e tutti i settori pubblici mentre, nel contempo, ci viene imposto di tagliare la spesa pubblica e smantellare quanto resta dello Stato sociale, considerato insieme alla Costituzione un asfittico residuo di altre epoche. La chiave di lettura che Canfora tiene presente e sovente ricorda a chi legge, è la complessa relazione tra la dimensione nazionale e quella internazionale del problema politico; la causa occasionale dell’analisi è offerta dal governo Draghi, e dall’anomalia, gravida di implicanze e conseguenze, che esso ha costituito rispetto al nostro quadro costituzionale.
Tra le categorie politiche che Canfora mette in discussione teoricamente e poi dimostra insufficientemente realizzate nella pratica contemporanea, c’è quella del “suffragio universale”.
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Gli articoli più letti degli ultimi tre mesi
Carlo Formenti: Quelli che la Cina non è socialista
Alessandro Scassellati: La grande divergenza: strategie e destini dell’IA tra Cina, USA e UE
Algamica: Circa il personaggio Vannacci
Francesco Cappello: Economia occidentale: un castello di carte su cui si sta levando un forte vento
Fabrizio Marchi: L’ipocrita “contrordine compagni” di Ocasio Cortez e Giuseppe Conte
Carlo Formenti: Venezuela. La fine dei dubbi
Michele Blanco: Da "Tigre di carta" a "Impero della narrazione": il grande inganno del potere USA
Dante Barontini:Contrordine! Per oggi non si spara…
Carlo Formenti: Ancora sul Venezuela e su cosa ci insegna quella sconfitta
Gli articoli più letti dell'ultimo anno
Thomas Fazi: La fine dell’illusione democratica
Alastair Crooke: Il quadro finanziario e geopolitico mondiale in un momento di imminente disordine
Carlo Di Mascio: Logica dialettica e teoria della conoscenza. Note per una teoresi hegelo-leninista
Carlo Formenti: Il futuro dell'ordine mondiale secondo Amitav Acharya
Alessandro Volpi: Aggressione all'Iran. Quello che i giornali italiani non scrivono
Servaas Storm: La teiera di Russell: resoconti dalla fase finale della bolla dell’IA
Ciro Schember: Dopo Gramsci, Nicola Zitara e la variabile legittima della storia
Domenico Moro: Sequestro di Maduro: un episodio della terza guerra mondiale a pezzi
Marco Travaglio: A chi inviamo le armi?
Luigi Alfieri: Trumpismo, malattia senile dell’americanismo?
Andrea Zhok: L'illusione della testa tagliata: perché l'Iran non è un videogioco
Giuseppe Muraca: Goffredo Fofi

Qui una recensione di Marco Gatto
Mario Sommella: Cyberfascismo

Qui una presentazione del libro
Fulvio Grimaldi: Uno sguardo dal fronte

Qui una recensione di Antonio Martone
Angelo Calemme: La variabile legittima della storia

Qui una recensione di Ciro Schember
Daniela Danna: Che cosa è successo nel 2020?

Qui una presentazione del libro e il link per ordinarlo
Paolo Botta: Cos'è lo Stato

Qui la prefazione di Thomas Fazi
E.Bertinato - F. Mazzoli: Aquiloni nella tempesta
Autori Vari: Sul compagno Stalin

Qui è possibile scaricare l'intero volume in formato PDF
A cura di Aldo Zanchetta: Speranza
Tutti i colori del rosso
Michele Castaldo: Occhi di ghiaccio

Qui la premessa e l'indice del volume
A cura di Daniela Danna: Il nuovo volto del patriarcato

Qui il volume in formato PDF
Luca Busca: La scienza negata

Alessandro Barile: Una disciplinata guerra di posizione
Salvatore Bravo: La contraddizione come problema e la filosofia in Mao Tse-tung

Daniela Danna: Covidismo
Alessandra Ciattini: Sul filo rosso del tempo
Davide Miccione: Quando abbiamo smesso di pensare

Franco Romanò, Paolo Di Marco: La dissoluzione dell'economia politica

Qui una anteprima del libro
Giorgio Monestarolo:Ucraina, Europa, mondo
Moreno Biagioni: Se vuoi la pace prepara la pace
Andrea Cozzo: La logica della guerra nella Grecia antica

Qui una recensione di Giovanni Di Benedetto


















































