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La crisi della riproduzione e la formazione di un nuovo “proletariato ex lege”
Francesca Coin intervista Silvia Federici
Negli anni Settanta siete state le prime a parlare contro il lavoro domestico mostrando come il processo di accumulazione nelle fabbriche iniziasse sul corpo delle donne. Cosa è cambiato in questi anni?
Il lavoro gratuito è esploso, quello che noi vedevamo allora dall’angolatura specifica del lavoro domestico si è diffuso a tutta la società. In verità, se guardiamo alla storia del capitalismo vediamo che l’uso del lavoro non pagato è stato enorme. Se pensiamo al lavoro degli schiavi, al lavoro di riproduzione, al lavoro agricolo dai campesinos ai peones in condizioni di semi-schiavitù, ci rendiamo conto che il lavoro salariato è stato in realtà una minoranza circondata da un oceano di lavoro non pagato. Oggi questo oceano continua a crescere nelle forme di lavoro tradizionali ma anche in forme nuove, perché ora anche per accedere al lavoro salariato devi fare quantomeno una parte di lavoro non pagato. In Grecia mi hanno detto che ormai è necessario fare sei o sette mesi di lavoro non pagato nella speranza di trovare un lavoro pagato, quindi in varie situazioni si ripete la stessa dinamica: ti assumono a titolo gratuito, lavori sei o sette mesi e poi ti lasciano a casa. La coercizione del lavoro non pagato è ormai una pratica sempre più diffusa.
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Cialtroni e fake news nella guerra al Venezuela
di Fabrizio Casari
MANAGUA. L’aggressione politica, diplomatica e mediatica verso il Venezuela ha ormai oltrepassato i limiti dell’ossessione. A sostegno di una opposizione inguardabile, sostenuta da Washington e dai paramilitari colombiani, sono scese in campo forze e personaggi di ogni ordine e grado. Nell’opera di mistificazione spiccano i media (tra tutti la CNN) che sulla realtà venezuelana spacciano fake news senza pudori, realizzando i loro reportage sotto dettatura dei partiti di opposizione.
A cominciare dal definire una “dittatura” un paese nel quale si è votato 19 volte negli ultimi 15 anni e dove solo in due di queste ha vinto la destra. Stando alla Fondazione di Jimmy Carter - ex presidente USA, non un chavista - il sistema elettorale venezuelano “è il migliore del mondo e vi partecipa l’80% della popolazione avente diritto".
Tra le cose che non vengono raccontate c’è che l’acutizzarsi dello scontro ha origine in un conflitto tra i poteri dello Stato, nato dalla decisione del Tribunale elettorale di non riconoscere la validità dell’elezione di 3 deputati dell’opposizione nella zona amazzonica.
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Di Maio, Almirante e Berlinguer
La post-ideologia “postmoderna” del M5S
Matteo Luca Andriola
Durante una diretta a Porta a Porta Luigi Di Maio, candidato in pectore del MoVimento 5 Stelle a premier e Vicepresidente della Camera, ha detto: “Portiamo avanti i valori di Berlinguer, di Almirante e della Dc”. Detta così, su due piedi, la cosa mi ha fatto francamente ridere. Scomodare i leader di due fra più importanti partiti protagonisti della sinistra e della destra italiana, il PCI e il MSI, uno di sinistra e uno neofascista, e addirittura la Democrazia Cristiana, che ha governato l’Italia ininterrottamente dal dopoguerra al 1992, forse è troppo, ma la scelta non è stata affatto casuale, dato che Il Fatto Quotidiano – che guarda a tale area da quando è diretto da Marco Travaglio – riportava che è stato «Un modo per ribadire che con i Cinquestelle si superano le ideologie del passato.» Perché se da una parte abbiamo la necessità di elaborare in modo distaccato e dialettico la storia del Novecento, un bisogno di analisi storiografiche che apra a nuovi campi d’indagine, qui avviene l’esatto contrario. De Maio non si limita, qualunquisticamente, a mettere sullo stesso piano Enrico Berlinguer, Giorgio Almirante e uno dei più importanti partiti centristi di area cattolica, ma eleva l’oblio della memoria storica a paradigma, usando l’indistinzione come metro di misura per rapportarsi col passato, magari non tutto da buttare.
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Il "Noir" nella Città di Quarzo
di Ubu Re
Tratto dall'affascinante libro di Mike Davis "La Città di Quarzo" (Manifestolibri - 1993), un potente affresco dedicato al "noir" dove si intrecciano politica, letteratura, cinema e vicende umane, sul grandioso sfondo di una dura e "postmoderna" metropoli, che allora era il futuro e oggi, forse, il passato: Los Angeles.
Ho inserito, naturalmente, musica per i pazienti: Swans, Dead Kennedys, X e Art Pepper
Noirs!
Nel 1935, il famoso scrittore radical Lewis Corey (il cui vero nome era Louis Fraina) annunciò nel suo Crisis of the Middle Class che il «Sogno Jeffersoniano» era moribondo: «Quell’ideale middle class è finita, e non la si può far risorgere. Oggi gli Stati Uniti sono una nazione di lavoratori dipendenti e di diseredati». In un momento in cui contabili senza lavoro e agenti di borsa in rovina stavano in coda per un piatto di minestra a fianco di camionisti e di operai delle acciaierie, il bigottismo middle class degli anni ’20 era ormai costretto a nutrirsi solo di un obsoleto orgoglio di classe. Corey avvertiva che una classe media in caduta verso il basso, «in guerra con se stessa», stava avvicinandosi a grandi passi a un crocevia radicale, dal quale si sarebbe diretta o verso il socialismo o verso il fascismo.
L’evocazione del duplice fenomeno di pauperizzazione e di radicalizzazione della classe media trovava un riscontro letterale e appropriato a Los Angeles nei primi anni ’30, più che in qualsiasi altra parte del paese.
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Appropriazione indebita teorica
di Peter Samol
La strana versione del concetto di "lavoro improduttivo" in Robert Kurz e come la sua risposta alle critiche aumenti la confusione
Presentazione
Uno dei dibatti più importanti sull'opera marxiana è quello che tratta della definizione di lavoro produttivo. Fondamentale, ai fini della comprensione più profonda dei significati della critica dell'economia politica, questo dibattito non si è mai trovato ad essere in primo piano fra gli epigoni, gli interpreti o i detrattori di Marx, diversamente da quel che è avvenuto con le polemiche intorno agli schemi della riproduzione, o della trasformazione dei valori in prezzi. Tuttavia, dal punto di vista categoriale, il problema del lavoro produttivo precede dal punto di vista logico: non sarebbe possibile comprendere gli schemi allargati di riproduzione, senza una distinzione rigorosa fra il "lavoro che aggiunge valore" ed il "dispendio improduttivo di forza lavoro" (Marx), così come non ha senso discutere su come il valore si manifesta sotto forma monetaria se non si mette al centro la "sostanza" del valore e, di conseguenza, senza conoscere la differenza fra valorizzazione e capitalizzazione.
Nel corso del XX secolo, alcuni autori hanno affrontato questo tema, come è avvenuto per quel che riguarda Isaak Rubin, nel 1923 (La teoria marxista del valore) ed Ernest Mandel, nel 1967 (Il capitale: cento anni di polemiche sull'opera di Marx), ma entrambe le riflessioni hanno naufragato.
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L’età del turismo
Un'industria basata sull'empatia del divertimento
Marco Dotti
Che cosa cerca, che cosa trova, che cosa, al più, spera di trovare o s’impone di cercare il turista impegnato a farsi un selfie davanti a una di quelle cattedrali della simulazione imperfetta che sono le varie “venezie” in replica sparse per il globo?
Prendiamo The World, il parco a tema vicino a Pechino.
Le Piramidi, il Partenone, i moai dell’Isola di Pasqua. Tutte riproduzioni, certamente. Ma, in scala o meno che siano, queste riproduzioni giocano un ruolo nella costruzione di un immaginario, così come i turisti giocano una parte in qualcosa che eccede questo immaginario sfondando in un campo, il “turismo”, che stentiamo a elaborare a pieno. Tutto suona inautentico, in questo gioco fra ruolo e parte, non fosse che per il fatto che una parte di quel tutto, in qualche modo, resiste e sfugge al circolo, fin troppo vizioso, del “post-”.
Anche del turismo odierno si è parlato in termini di post-turismo, forse perché nel fenomeno del turismo di massa e della nozione di “città turistica” che vi si connette si è tardato a cogliere la valenza epocale e il “post”, in questo come in molti altri casi, è valso da esorcismo.
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MicroMega, l’economia con spirito critico
di Carlo Clericetti
Ha ragione Pier Luigi Ciocca, sul fatto che l’uscita dall’euro sarebbe per l’Italia una scelta disastrosa da tutti i punti di vista? O ha ragione Alberto Bagnai, secondo cui queste catastrofi annunciate sono dello stesso tipo di quelle pronosticate per la Brexit, per il referendum costituzionale italiano, per l’elezione di Donald Trump, che non si sono poi verificate? Rispetto a queste posizioni gli economisti si schierano in modo trasversale rispetto sia alle scuole accademiche che alle aree politiche. Una chiara esposizione dell’una e dell’altra tesi si può trovare nell’Almanacco di MicroMega in edicola da questa settimana, con un titolo che è già un programma: “Solo l’uguaglianza ci può salvare”. Per chi si interessa di queste tematiche è una vera miniera di idee e di analisi, con contributi di numerosi studiosi anche di diversi orientamenti.
Ciocca si basa sull’analisi dei comportamenti dei mercati e degli investitori. Le aspettative di svalutazione e inflazione, afferma, farebbero schizzare in alto i tassi d’interesse e crollare i valori patrimoniali; si renderebbe necessaria una politica che darebbe luogo alla terza recessione dal 2007, e questo probabilmente darebbe il colpo di grazia a un sistema bancario già duramente provato. “Le tensioni da economiche diverrebbero sociali, politiche, istituzionali fino a porre a repentaglio le stesse basi democratiche del vivere”.
Bagnai esamina invece ciò che è accaduto in passato in casi assimilabili, e ne trae la conclusione che nulla di tutto questo dovrebbe avvenire. Non una forte inflazione, perché l’esperienza dimostra che la svalutazione del cambio – che non avviene di colpo, ma in un lasso di tempo di alcuni mesi - non si trasferisce sui prezzi: semmai in piccola parte, ma non è neanche detto: dopo la forte svalutazione del ’92, per esempio, l’inflazione scese.
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Ius soli. Calcoli elettorali di breve periodo e "prospettiva Elysium"
di Quarantotto
1. Mi perdonerete se nell'affrontare il problema dello ius soli svolgerò alcune premesse, traendole da argomenti già trattati.
Il problema, come vedremo, è complesso.
Non di meno, se avrete la pazienza di seguire fino in fondo, si tratta di una questione che può essere assunta in una prospettiva diversa da quella che suscita oggi le più grandi (e peraltro legittime) resistenze. E questa prospettiva si può riassumere in un detto: "il diavolo fa le pentole ma non i coperchi".
Tutto, abbastanza naturalmente, parte dalla crisi demografica del nostro Bel Paese...
Ma prima di affrontare un "richiamo" su questo aspetto, mi piace rammentare le parole di Mortati, (per chi si fosse messo "in ascolto" da poche puntate, si tratta del maggior costituzionalista italiano del dopoguerra) il cui senso, vi parrà chiaro leggendo il seguito del post (dalle "Istituzioni di diritto pubblico, Tomo I, pagg.125-126):
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Shakespeare e Il mercante di Venezia
di Enrico Galavotti
Ancora oggi c'è chi sostiene che Shakespeare sia soltanto un nome fittizio dietro cui si celano altri autori. In particolare si pensa a Michelangelo Florio, frate ed erudito fiorentino, di origine ebraica e siciliana, rifugiatosi a Londra dopo una serie di peregrinazioni in varie parti d'Italia per cercare di sottrarsi alle persecuzioni dell'Inquisizione, dal momento che aveva aderito al calvinismo. A Treviso abitò nel palazzo di Otello, un nobile veneziano che, accecato dalla gelosia, aveva ucciso anni prima la moglie Desdemona. A Milano s'innamorò di una contessina, Giulietta, che, dopo essere stata rapita dal governatore spagnolo, decise di suicidarsi.
Ma si pensa anche al figlio di Michelangelo, Giovanni, nato nel 1553, destinato a diventare un grande linguista e traduttore (conosceva perfettamente italiano, francese, tedesco, spagnolo, inglese, latino, greco ed ebraico, oltre alla lingua toscana e napoletana). Shakespeare sarebbe stato, al massimo, un attore-prestanome, senza talento per la scrittura. La moglie del primo Florio aveva come cognome Crolla- o Scrolla - Lanza, che, tradotto in inglese suona proprio come "shake the speare" (scrolla la lancia).
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Natura, lavoro e ascesa del capitalismo
di Martin Empson
Il capitalismo intrattiene un rapporto peculiare, per usare un eufemismo, col mondo naturale. (1) Karl Marx lo ha riassunto al meglio neiGrundrisse, dove ha scritto che con l’ascesa del modo di produzione capitalistico, “la natura diviene puro oggetto per l’uomo, puro oggetto dell’utilità; cessa di essere riconosciuta come potenza per sé; e la stessa conoscenza teoretica delle sue leggi autonome appare soltanto come un’astuzia per assoggettarla ai bisogni umani sia come oggetto del consumo sia come mezzo della produzione”. (2) Nella stessa sezione, egli nota come “il capitale crea dunque la società borghese e l’appropriazione universale tanto della natura quanto della connessione sociale stessa da parte dei membri della società”.
Questo rapporto strumentale col mondo naturale contrasta bruscamente con le modalità attraverso le quali la natura è stata considerata, ed usata, dalle precedenti società umane. Un’interazione inedita con la natura emersa dalle violente trasformazioni sociali che hanno accompagnato lo sviluppo del capitalismo in Europa occidentale, estendendosi con la diffusione di tale sistema al resto dl mondo. Marx ha catalogato le molteplici forme di saccheggio e distruzione perpetuate dal primo capitalismo, nel suo rifare il mondo a propria immagine:
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Anselm Jappe, “Contro il denaro”
di Alessandro Visalli
Il libricino di Anselm Jappe, un filosofo che insegna in Italia, è del 2013. Appena una cinquantina di pagine, e pure piccole. In pratica come uno dei post più lunghi di questo blog. Tuttavia solleva in modo tutto sommato interessante dei temi centrali anche se lo fa con un linguaggio che per molti può essere desueto, ma in effetti parla di cose che interessano più o meno tutti.
Quando pone la questione, chiaramente marxiana, del valore ‘astratto’ e di quello ‘concreto’ (o connesso con il lavoro “vivo”, quello che facciamo nel tempo reale, appunto, della vita), e della riduzione di questo ultimo nella piattaforma produttiva del nuovo capitalismo, sta ponendo la questione che il lavoro coinvolge in posizione realmente utile, quindi produttiva, sempre meno e gli attribuisce sempre meno valore, dal momento che sempre più è catturato dal capitale (valore “astratto”) e dalle “macchine” (ovvero dall’insieme tecnico che rende possibile l’inserimento di input di lavoro nel circuito che lo rende scambiabile).
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L’ultimo pugno di dollari
Seconda parte. Il Fedcoin
di Alberto Micalizzi
Nella prima parte di questo articolo abbiamo dimostrato che le bolle speculative originate sequenzialmente da precise scelte di politica monetaria hanno consentito di finanziare il deficit commerciale USA ed espandere il PIL americano.
Tuttavia, soprattutto l’ultima di queste bolle, quella “monetaria” iniziata nel 2008, ha prodotto quasi $7.000 miliardi di liquidità in 8 anni che è finita in parte nelle maglie dei mercati finanziari e del sistema bancario, in parte in mano a sottoscrittori esteri (Cina e Giappone in primis) ed in parte ha alimentato una straordinaria impennata del debito privato USA (famiglie, imprese e banche) che nel 2016 ha raggiunto il 250% del PIL.
Tutto ciò pone la FED di fronte al maggiore dilemma di sempre: da un lato non può più abbassare i tassi ed espandere così la massa monetaria; dall’altro, non può aumentare i tassi ed evitare la fuga dal dollaro (già in atto per Cina e Giappone) perché questo provocherebbe costi immensi per interessi passivi alla sfera privata e pubblica dell’economia.
Quindi, il dollaro come strumento supremo di politica monetaria è inutilizzabile! Cosa fare?
L’unica possibilità praticabile è quella di un cambio di valuta, dove la vecchia va pian piano ad estinguersi tramite accordi bilaterali soprattutto con i Paesi creditori e la nuova subentra gradualmente secondo regole e termini che consentano alla FED di riacquisire controllo sul sistema monetario.
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La (ir)rilevanza della teoria economica sull’uscita dall’euro
di Guglielmo Forges Davanzati
Una coscienza culturale europea esiste ed esiste una serie di manifestazioni di intellettuali e uomini politici che sostengono la necessità di una unione europea: si può anche dire che il processo storico tende a questa unione e che esistono molte forze materiali che solo in questa unione potranno svilupparsi: se fra x anni questa unione verrà realizzata la parola nazionalismo avrà lo stesso valore archeologico che l’attuale municipalismo (Antonio Gramsci, 1931)
A partire dallo scoppio della crisi, non pochi economisti si sono interrogati sui costi e i benefici dell’abbandono dell’euro da parte dell’Italia. Gli argomenti a favore dell’exit sono piuttosto deboli, soprattutto a ragione della impossibilità di prevedere cosa potrebbe accadere. Più in generale, l’intera discussione appare di scarsa rilevanza se si considera che il problema è intrinsecamente politico.
Non vi sono dubbi sul fatto che l’attuale architettura istituzionale dell’eurozona e le politiche di austerità messe in atto negli ultimi anni siano assolutamente irrazionali.
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Adorno e Marx
di Stefano Petrucciani
Il confronto di Theodor W. Adorno con il pensiero di Marx è un elemento costante della sua riflessione. Ne parla Stefano Petrucciani nel suo appena uscito "A lezione da Adorno" (manifestolibri), una raccolta dei suoi studi più significativi come interprete di Adorno. Ringraziamo l'autore e l'editore per averci autorizzato a pubblicare il seguente estratto
Un punto d’arrivo molto interessante di questo “corpo a corpo” è un testo che Adorno scrive nel 1968; esso viene presentato dal filosofo francofortese prima come relazione introduttiva al XVI congresso della Società tedesca di sociologia che, per ricordare il centocinquantesimo anniversario della nascita di Marx, aveva scelto di mettere a tema la domanda: Tardo capitalismo o società industriale?[1]. Successivamente il testo viene letto nel grande simposio su Marx che si tiene a Parigi dall’8 al 10 maggio 1968 (mentre la rivolta studentesca è in pieno svolgimento) per essere poi pubblicato negli atti del suddetto convegno col titolo È superato Marx?[2]
[…] Nel modo in cui la interpreta Adorno, invece, la contraddizione tra forze produttive e rapporti di produzione è vista principalmente sotto l’angolo visuale della questione della tecnica. Le forze produttive non entrano in contraddizione con i rapporti perché gli sviluppi della tecnica sono determinati dai rapporti capitalistici in cui si inscrivono, e non possono dunque costituire una minaccia per tali rapporti. Già il Marx del Capitale segnalava come lo sviluppo di nuove tecniche di produzione non fosse solo funzionale a una maggiore efficienza, ma ancor più al controllo sul lavoro.
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Dignità indecorosa
Riflessioni sui tempi che viviamo
Il concetto di decoro è oggi tornato alla ribalta. Utilizzato come giustificazione delle norme contenute nella Legge Minniti-Orlando, accostato, come sinonimo, ai concetti di «vivibilità» e «sicurezza», l’utilizzo di questo termine occulta malamente un aumento dei poteri discrezionali e repressivi degli apparati dello Stato (sindaci, questori, apparati di polizia, ecc.).
In questo testo proviamo a riflettere sulle implicazioni culturali del suo utilizzo, sul suo portato ideologico e su come evitare di cadere nelle grinfie di questo concetto.
* * * *
Ogni nozione paga pegno al proprio tempo e al proprio luogo di origine. Le idee del mondo nelle quali queste prendono vita, ne costituiscono infatti l’essenza più genuina. Per questa ragione non esistono nozioni neutre, parole “libere”. Di più, poiché il senso di un discorso non è frutto della semplice somma delle singole proposizioni, né tanto meno dei singoli termini, ma è dato piuttosto dal lavoro solidale di tutti gli elementi che compongono un discorso (una teoria, una dottrina, una visione della del mondo…), è impossibile o quasi appropriarsi dei concetti senza fare i conti con le implicazioni di cui questi sono portatori.
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Perché l’uscita dall’euro è internazionalista
Parte II - Nazione, Stato e imperialismo europeo
di Domenico Moro
1. Le ragioni dello scetticismo nei confronti della nazione
La diffidenza verso il concetto di nazione e la tendenza europeista, entrambe diffuse in diversi settori della società italiana, sono il prodotto della nostra storia recente e meno recente. L’imperialismo italiano, tra gli anni ’80 dell’Ottocento e gli anni ’40 del Novecento, ha fatto della nazione, nella forma ideologica estremistica del nazionalismo, il substrato della sua politica espansionistica. Lo stato liberale e lo stato fascista, senza alcuna soluzione di continuità tra di loro, hanno generato una serie di guerre, dalle prime spedizioni coloniali in Eritrea, Somalia e Libia, alla Prima guerra mondiale, alle guerre d’Etiopia e di Spagna e, infine, alla disastrosa partecipazione alla Seconda guerra mondiale. L’esito di questa tendenza espansionistica è stato devastante sia per le condizioni delle masse popolari sia per le ambizioni dell’élite capitalistica. L’Italia, precedentemente annoverata fra le grandi potenze, subisce nel ’43 una sconfitta pesantissima e umiliante, che ne declassa il rango internazionale. Si è così prodotto un diffuso rigetto verso ogni forma di nazionalismo, che si è esteso al concetto stesso di nazione anche all’interno della sinistra, nonostante la Resistenza contro il nazi-fascismo fosse in primo luogo una lotta di liberazione nazionale.
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Il pretesto populista
di Collettivo di redazione
Appunti del lavoro seminariale svolto dal collettivo di redazione dell’Archivio Luciano Ferrari Bravo
1. L’attuale dibattito politico e filosofico-politico sembra essere sempre più segnato dal concetto di populismo, dalle tematiche e dai fenomeni che gli sono riconosciuti come propri.
Se del termine populismo sembra difficile formulare una definizione – difficoltà in cui pare incorrere, forse strategicamente, anche Laclau, a partire dall’evidente insoddisfazione per le definizioni che offre nei suoi testi [ci riferiamo qui in particolare a Ernesto Laclau, On Populist Reason, Verso, London 2005; trad.it di D. Tarizzo, La ragione populista, Laterza, Bari-Roma 2008] –, si può forse cercare di inquadrare il termine, e i fenomeni a esso legati, operando uno spostamento dello sguardo: non un solo populismo, ma una serie di populismi (al plurale) che trovano applicazione su un terreno che verrebbe così da essi stessi perimetrato. L’indagine, allora, più che focalizzarsi sul presunto significato del solo concetto di populismo, dovrebbe allargare il suo orizzonte a quello che potrebbe delinearsi come il campo populista.
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Prima di andare oltre, leggiamolo
di Marco Palazzotto
È una “grande costruzione letteraria”, piena di citazioni e battute di spirito? È “sociologia dell’Ottocento”? È teoria astratta? È un libro di storia? Il Capitale di Carlo Marx è un po’ tutte queste cose insieme e, soprattutto, 150 anni dopo la pubblicazione del Primo Libro, rimane il testo da cui partire per comprendere il presente e immaginare il futuro del capitalismo. Un contributo di Marco Palazzotto
Quest’anno ricorrono i 150 anni della pubblicazione (1867) del Primo Libro del testo che avrebbe poi cambiato la storia del Novecento, ovvero la principale opera di Karl Marx: Das Kapital.
Dopo un secolo e mezzo dalla prima edizione tedesca, ci si chiede se un’opera che ha influenzato la politica mondiale del secolo scorso sia oggi ancora utile ad offrire strumenti di analisi a chi si pone come obiettivo la trasformazione della società in senso più egualitario.
Il Capitale, per il livello di astrazione utilizzato da Marx, non poteva fornire dei consigli politici pratici, mentre è parere consolidato che la teoria del testo più importante del filosofo di Treviri non abbia eguali, ancora oggi, quanto a capacità di comprensione e analisi del modo di produzione capitalistico. Molte delle teorie allora presentate possono essere ancora applicate all’interpretazione di svariati fenomeni sociali.
Parlo ad esempio della crisi quale elemento strutturale del capitalismo, o della scienza e l’automazione come cause di diminuzione del lavoro necessario, tendenza che crea una disoccupazione endemica, ma che allo stesso tempo deve creare le condizioni per l’accumulazione.
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La teoria del capitale a cinquant’anni dal dibattito tra le due Cambridge
di Saverio M. Fratini
Pubblichiamo una introduzione di Saverio Fratini al dibattito sulla teoria marginalista del capitale pubblicata sulla gloriosa rivista Critica Marxista*, che ringraziamo unitamente all'autore. Il tema è molto difficile (anche per me!), ma Fratini ci aiuta a farcene un'idea. Per i più giovani, l'invito è a cimentarsi con questa tematica, a mio avviso la ragione (analitica) più forte per non dirsi marginalisti. Fratini è docente a Roma 3
Ricorre quest’anno il cinquantesimo anniversario del simposio “Paradoxes in Capital Theory”, pubblicato nel 1966 sul Quarterly Journal of Economics, nel quale furono presentati i risultati di una controversia scientifica che era in realtà iniziata alcuni anni prima, con la pubblicazione, nel 1960, del libro di Sraffa Produzione di Merci a Mezzo di Merci.
Nel suo libro, Sraffa aveva mostrato che, facendo riferimento ad una situazione caratterizzata dall’uniformità del tasso del profitto in tutti i settori e dalla stazionarietà dei prezzi relativi,[1] il legame tra i prezzi delle merci e le variabili distributive—saggio del salario e tasso del profitto, in particolare—può essere complesso e imprevedibile, tanto che a fronte della variazione della distribuzione in una stessa direzione, ad esempio un continuo aumento del tasso del profitto, il prezzo relativo di due merci può crescere e diminuire a tratti alterni. Ciò, di fatto, svuotava di significato l’idea che diversi metodi di produzione di una certa merce potessero essere ritenuti a maggiore o a minore intensità di capitale,[2] come se si trattasse di una proprietà di natura tecnica. Infatti, dipendendo i prezzi dei beni capitale dal saggio del salario e dal tasso del profitto, l’ordinamento dei metodi di produzione sulla base dell’impiego di capitale per unità di lavoro sarebbe, in generale, cambiato al variare della distribuzione del reddito: il metodo inizialmente a più bassa intensità di capitale può diventare quello a maggiore intensità di capitale per un diverso livello delle variabili distributive.
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Rivedere i trattati?
Il vincolo esterno secondo Caffè e la Costituzione
di Quarantotto
1. Nel post ALLA RICERCA DELLA SOVRANITA' PERDUTA: SALVIAMO (chirugicamente) LA COSTITUZIONE, e nell'articolato dibattito che ne è seguito, abbiamo cercato di delineare le misure di rafforzamento dell'attuale modello costituzionale di fronte allo svuotamento determinato da ogni genere di trattato economico che imponga un "vincolo esterno": in essenza, si tratta di precisare i limiti e le procedure di verifica democratica della legittimazione e del modo di esercizio del potere negoziale di coloro che sono chiamati a trattare in nome e per conto dell’Italia.
E ciò rispetto ad ogni tipo di trattato internazionale, futuro ma anche passato e ancora in applicazione.
"Messo in sicurezza" questo presupposto imprescindibile di ogni iniziativa negoziale legittima entro il quadro dell'art.11 Cost., in un modo che rifletta, né più né meno, la reciprocità rispetto a quello che reclama (qui pp.2-3) un "contraente" come la Germania rispetto al proprio modello costituzionale, proviamo di conseguenza a ipotizzare in che modo si possano modificare i trattati europei attuali, nell'ambito di qualsiasi strategia volta a renderli sostenibili in coerenza con la tutela della sovranità democratica del lavoro delineata in Costituzione.
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Ciò che ha veramente detto l’‘ultimo Engels’
di Eros Barone
1. L’‘ultimo Engels’: problemi di periodizzazione
Per definire correttamente il modo con cui l’ultimo Engels affronta sia il problema dello Stato che il problema della elaborazione di una strategia del movimento operaio per la conquista del potere è necessario, in primo luogo, risolvere, oltre alle difficoltà che sono proprie di uno studio rigoroso del pensiero dei fondatori del socialismo scientifico, una difficoltà specifica, consistente nel determinare in modo esatto l’argomento che si intende trattare, cioè, nel nostro caso, l’“ultimo Engels”. Così, l’esigenza di circoscrivere tale argomento può portarci, in prima istanza, ad estendere o a contrarre le frontiere cronologiche dell’indagine in funzione di criteri, che possono tutti risultare degni di interesse, senza però che nessuno di essi risulti pienamente soddisfacente. Se, ad esempio, si prende il 1890 come confine, abbiamo, ad un tempo, l’inizio di un decennio e il punto di partenza degli ultimi cinque anni della vita di Engels, in cui si còllocano almeno tre opere di capitale importanza: assieme alla Critica del programma di Erfurt (1891), l’Introduzione alla Guerra civile in Francia (1891) e l’Introduzione alle Lotte di classe in Francia dal 1848 al 1850 (1895), cioè due scritti con cui Engels non si limita a presentare le analisi socio-politiche di Marx, ma ne mette in rilievo il valore teorico e ne applica il metodo alla congiuntura specifica di quegli anni1 . Il limite di questa periodizzazione risiede tuttavia nel separare le opere testé citate da altri scritti che, per quanto anteriori, sono strettamente connessi a quelle opere dall’identità del tema, come la famosa Lettera a Bebel del 1875, da cui non si può prescindere se si intende svolgere un serio esame del pensiero di Engels sul problema dello Stato2.
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Le Asimmetrie dell'Unione Bancaria
Intervento di Vladimiro Giacché
Buongiorno a tutti.
Desidero innanzitutto ringraziare l’on. Marco Zanni per aver voluto la realizzazione delle ricerche che qui presentiamo e il gruppo parlamentare Europe of Nations and Freedom che ci ospita.
Il focus di queste ricerche è rappresentato dalle asimmetrie che attualmente caratterizzano la regolamentazione bancaria in Europa.
Queste asimmetrie emergono sia con riferimento a quanto è regolamentato nel contesto della Unione Bancaria propriamente detta (o forse impropriamente detta, a giudicare dalle forti asimmetrie e squilibri interni che come vedremo la caratterizzano), sia con riferimento a quanto resta fuori dalla regolamentazione bancaria, ossia lo Shadow banking system, un’area grigia non normata che sta guadagnando terreno rispetto al sistema bancario tradizionale, ipernormato.
Lascio ai ricercatori del Centro Europa Ricerche che prenderanno la parola dopo di me il compito di esporre i contenuti puntuali della nostra ricerca su questi temi.
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Noterelle per un populismo democratico
Sirio Zolea
Qualche settimana fa, cogliendo l’occasione del momento di attenzione rivolta all’esperienza della France Insoumise, avevo provato in termini generalissimi a delineare alcuni aspetti che potrebbero essere peculiari di un’esperienza populista democratica e progressista in Italia. Vorrei adesso spendere qualche altra pagina per ipotizzare i fili che potrebbero andare a comporre la trama del tessuto di un discorso populista progressista rivolto al nostro Paese: altrimenti detto, provare a immaginare in cosa potrebbe consistere una proposta politica populista e progressista con caratteristiche italiane. Se il grande merito del gruppo raccolto attorno a questo sito risiede nell’essere stati i primi a teorizzare organicamente la possibilità e finanche l’opportunità di intraprendere una simile strada in Italia, la possibilità virtuosa di una sua trasformazione in un fenomeno popolare risiede nella doppia condizione da un lato della traduzione dell’analisi e del metodo populista in una proposta politica e in un disegno di Paese idonei a mobilitare le migliori energie della Nazione in un progetto articolato volto alla rottura politica e sociale, dall’altro lato (ma non approfondirò tali temi in questa sede) nel suo strutturarsi in una forma organizzativa capillare e adeguata e nel suo rapportarsi selettivamente con altre esperienze, già esistenti o in nuce, che si sviluppino in direzioni compatibili, al fine di congiungere le forze.
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London is burning: un rogo di classe
di I Diavoli
Londra è una città rigidamente divisa in classi sociali e bantustan etnici, compartimenti stagni tanto sovrapponibili quanto impossibili da esondare. Mentre l’inchiesta giudiziaria stabilirà quale è stata la scintilla che ha materialmente scatenato le fiamme alla Grenfell Tower, i motivi dell’incendio già li conosciamo. Il rivestimento, usato per rendere digestibile la visione di questo palazzone agli abitanti dei quartieri ricchi ha preso fuoco in meno di cinque minuti
“London’s burning! London’s burning! All across the town, all across the night” vomita nel microfono la voce rabbiosa di Joe Strummer nel lontano 1977, quando per dare l’assalto al cielo il proletariato metropolitano inventa nuove pratiche di sabotaggio che esondano dai luoghi del lavoro.
Quarant’anni dopo, quando i luoghi del lavoro sono scomparsi o sono stati delocalizzati, e il proletariato metropolitano è stato definitivamente sconfitto nella lotta di classe condotta dall’alto contro i poveri, Londra brucia di nuovo.
“Brucia la città, brucia per tutta la notte”. E’ un rogo di classe. Brucia per tutta la notte la Grenfell Tower, grattacielo di edilizia popolare della zona di Hammersmith. Brucia per tutta la notte Grenfell Tower, e il proletariato urbano crepa, arso vivo o soffocato dal fumo. O lanciandosi dalle finestre.
Sopravvive un bambino che si lancia dal decimo piano. A decine ne muoiono. A decine sono scomparsi, a decine ricoverati in codice rosso.
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Se Freud entra in politica
Recalcati e le logiche (illogiche) del desiderio
di Marco Nicastro
In questo articolo vorrei proporre alcune riflessioni a partire dai contenuti dell’intervento, liberamente visualizzabile sul canale Youtube, dal titolo “Politica, verità, testimonianza, rappresentanza”[1], tenuto da Massimo Recalcati, noto psicanalista milanese, alla presentazione della Scuola di Formazione Politica “Pier Paolo Pasolini” nel maggio di quest’anno.
Lo psicanalista milanese affronta in questo intervento alcune problematiche a lui particolarmente care, in particolare conduce un’analisi di alcuni movimenti e dinamiche politiche italiane attuali attraverso le lenti della psicoanalisi.
L’intervento in questione inizia con una considerazione sulla suscettibilità ai richiami populisti ed estremisti che aumenta in coloro, persone singole o gruppi che siano, che non si sentono rappresentate dalla politica; idea non nuova questa (basta leggere anche solo un po’ di storia recente) e propugnata tuttora da molti, compresi non pochi rappresentanti del M5S (solo per rimanere tra i principali destinatari delle stilettate di Recalcati), i quali sostengono da sempre di aver dato voce politica a migliaia di persone emarginate e deluse, convogliando un dissenso inascoltato in una forma di espressione democraticamente accettabile.
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