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La dittatura commissaria in Italia e nelle democrazie occidentali
di Leo Essen
La libertà politica e la sicurezza dei cittadini sono garantite dalla divisione dei poteri. E la divisione dei poteri, stando ai manuali di dottrine politiche – ne prendo due a caso, Chevalier e Galli – è quella descritta da Montesquieu e contempla la balance tra potere giudiziario, esecutivo e legislativo, ai quali si affiancherà il quarto potere: la stampa, o opinione pubblica.
Chevalier è meno appiattito di Galli sul liberalismo, anche se è più infido. Prima di introdurre la questione della divisione dei poteri e della balance, chiarisce che la distribuzione dei poteri avviene tra le varie forze concrete esistenti. Sono le forze e le contro-forze in campo a delineare il governo moderato. La sua natura, dice Chevalier, implica che ci siano poteri intermedi, ovverosia corpi intermedi, contro-poteri e contro-forze. Questi contro-poteri e contro-forze sono le autonomie distribuite nei Parlamenti territoriali, nei ceti, nelle corporazioni, nelle città, nelle giurisdizioni signorili. Sono queste contro-forze particolari che resistono con ostinazione alle indebite invasioni del sovrano, e la resistenza deve essere fatta con il becco e con gli artigli.
La divisione dei poteri non è, per così dire, una divisione astratta. Montesquieu – sin qui la lettura di Chevalier è rigorosa – non distingue tra l’ufficio e l’ufficiale. Il potere non è un istituto, ma è sempre e soltanto una forza concreta, operativa, attuale, storica, dunque plurale. Di fronte all’avanzata del potere astratto del sovranismo assoluto, Montesquieu prende la posizione di quei poteri che resistono a questa avanzata e chiede per essi il giusto riconoscimento e la dovuta autorità, se non autonomia. Un’autorità che il nascente Stato burocratico liberale non vuole riconoscere.
Qualche pagina dopo, ritornando sui propri passi, Chevalier ribadisce l’importanza della divisione dei poteri. Dice che, se la stessa persona o lo stesso corpo esercitasse tutti e tre i poteri, allora tutto sarebbe perduto. Qui avviene un lieve e innocuo slittamento: uno sdoppiamento tra ufficio e ufficiale, tra la forza in campo e l’istituto, tra l’ordine costituito e l’ordine costituente.
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Brics, Sco: il colpo al cuore delle tenebre, minata l'essenza dell’imperialismo
di Alex Marsaglia
Il principale colpo subito dall’imperialismo durante il secolo scorso è arrivato sicuramente dalla più potente ondata inflativa di sempre nella metropoli avvenuta durante gli anni Settanta, con picchi di crescita a doppia cifra percentuale sia negli Stati Uniti sia in Europa. La teoria economica, ancora oggi, tende ad attribuire tale vertiginoso aumento ad un mix di inflazione da domanda e da rincaro delle materie prime, con le rivendicazioni salariali dopo il 1968 e lo shock petrolifero dovuto all’embargo dell’OPEC in seguito alla guerra del Kippur.
In verità, come spiega bene Marx ne Il Capitale, l’economia è la scienza della borghesia e finché sarà una classe a spiegare le crisi economiche continueremo a capire unicamente il punto di vista dei dominanti. Non a caso il “sistema dell’economia borghese”, come lo chiamava lui, per spiegarsi quel fondamentale tornante della Storia, dovette coniare il neologismo di stagflazione per razionalizzare il fenomeno nuovo della coesistenza di inflazione e stagnazione economica. Per l’economia politica sino ad allora si trattava di un assurdo logico. Ma questo diventava realtà già nel 1965, ben prima che partissero le rivendicazioni salariali (e questo dovrebbe dirla lunga sulle cause reali dell’incremento dei prezzi), quando Iain Macleod alla Camera dei Comuni affrontava la difficile situazione economica del Regno Unito usando per la prima volta il termine.
Nuova fase, stesse condizioni
Ebbene, oggi ci ritroviamo in un tornante della Storia che ripropone le medesime condizioni: dal 2022 la spinta inflativa è tornata a toccare picchi a doppia cifra in Europa e del +9% negli Stati Uniti, stabilizzandosi su livelli medio alti che incidono sui livelli di domanda in tutto l’Occidente generando stagnazione. Le Banche centrali occidentali, in preda alla coazione a ripetere, reagiscono con le classiche politiche neoliberiste, infierendo sulla domanda con alti tassi di interesse, nella convinzione che la riduzione della massa monetaria in circolazione possa affievolire un’inflazione che ha ben altre cause rispetto all’eccesso di domanda.
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Apocalisse o Rivelazione?
di Fabrizio Salmoni
Recentemente mi sono imbattuto in un interessante articolo del filosofo Pierre Dardot, docente all’Università di Nanterre, con oggetto una dotta disquisizione sul concetto di Apocalisse, un tema che sembra ottenere attualmente ampio interesse (1). In estrema sintesi, l’autore visita in modo critico (in verità con il linguaggio un po’ difficile e contorto della gente colta) le varie interpretazioni dell’idea di “fine del mondo” ad esso collegata e le vie per evitarla o contrastarla.
L’approccio più declinato, ed evidentemente condiviso in buona misura dall’autore, è quello politico sulla base della convinzione che vadano respinte le irreversibili ipotesi escatologiche o meramente scientifiche per perorare invece un ruolo attivo dell’umanità nel perseguire un’ipotesi di contronarrazione generata da una «lotta per “un’altra fine del mondo” fondata sulla sperimentazione di forme di vita collettive alternative a quelle che precipitano la fine di ogni vita…».
Non c’è dubbio che tale dibattito in ambito accademico possa portare in prospettiva a indicazioni più precise ma mi sembra che la proposta in questi termini poco affronti un’analisi inerente al concetto di umanità se non nella contrapposizione inevitabile con gli interessi dell’elite technofascista per un governo mondiale della sicurezza (2).
Ề evidente che le ipotesi correnti di disastro globale sono attribuibili sostanzialmente a tre possibili cause: il collasso ambientale; un uso incontrollato dell’IA che prenderebbe il controllo sulla società umana planetaria determinando un evidente “cambio di paradigma” paragonabile a un evento catastrofico; una guerra nucleare su vasta scala. Tutte ipotesi che avrebbero alle radici il dominio capitalista sulla governance politica, tecnologica ed economica globale ma che le stesse elite del potere temono al punto di prepararsi già ad una illusoria sopravvivenza, per esempio allestendo enormi aree-rifugio come quella denominata Wamani, 38.000 ettari di area deserta in Argentina dotata di bunker, igloo futuristici, server esclusivi per garantirsi un internet privato e chissà cos’altro.
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Mentre i media italiani discutono delle dichiarazioni dei padroni dell'IA...
di Alessandro Volpi*
Cosa significa essere autoreferenti e autolesionisti.
In questi giorni i media italiani discutono animatamente delle dichiarazioni dei padroni dell'intelligenza Artificiale che gridano alla fine del mondo.
Qualcuno li prende anche sul serio, trascurando i giganteschi debiti che tali padroni hanno contratto e che sono quasi sicuri di non ripagare perché, è abbastanza evidente, l'impossibilità di realizzare profitti così alti da ripagare quella montagna di debiti e da mantenere alle stelle i prezzi delle loro azioni.
Qualcuno scrive anche dell'invasività dei sistemi di pagamento monopolizzati dagli Stati Uniti che tolgono pezzi di libertà importante alla popolazione del mondo occidentale.
In realtà, tuttavia, ben pochi di questi media si sono occupati di cosa è accaduto a New Delhi dove si è tenuto il vertice dei paesi Brics, una realtà che ormai comprende circa la metà degli abitanti del pianeta e del Pil globale e che ha affrontato in maniera molto concreta proprio simili temi.
Il summit indiano ha mostrato una strategia più concreta: non sostituire il dollaro con una nuova moneta dall'oggi al domani, ma costruire progressivamente un ecosistema commerciale, finanziario e tecnologico nel quale il dollaro sia sempre meno necessario.
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Il catastrofista Altman a caccia di sussidi
di Emiliano Brancaccio
America oggi C’è molto dell’apprendista stregone di Goethe, in questi padroni dell’AI americana che lanciano l’allarme sulla loro creatura. E iniziano a interessarsi allo Stato e alla sua ala protettrice
«Gli spiriti che ho evocato, non riesco più a liberarmene». C’è molto dell’apprendista stregone di Goethe, in questi padroni dell’AI americana che lanciano l’allarme sulla loro creatura. Monito tutt’altro che infondato, beninteso. Ma non occorre evocare l’estinzione del genere umano.
Per ammettere che l’AI sta già aumentando i rischi di attacchi informatici, manipolazioni delle masse, scontri militari incontrollati. Dario Amodei, capo di Anthropic, ha chiesto di rallentare la corsa. Sam Altman gli ha dato ragione. Elon Musk pure.
Osservandoci dai loro bunker dorati, può darsi che siano sinceramente preoccupati per noi. Tuttavia, quando gli allarmi vengono dalle segrete stanze del capitale, applicare la regola del sospetto non significa cadere in becero complottismo. Seguire il denaro, come sempre, aiuta a capire qualcosa di più.
Uno dei problemi è che le borse americane veleggiano da troppo tempo su valutazioni fuori scala. Gli indici di Shiller collocano il mercato Usa oltre il picco del 1929 e molto vicino ai massimi dalla «bolla speculativa» di internet scoppiata a inizio secolo. Sia pure con dati ancora limitati, la Bce ha stimato una «bolla» analoga nel settore specifico dell’intelligenza artificiale. Del resto, perché mai l’AI dovrebbe rappresentare un’oasi di sobrietà finanziaria dentro una delle maggiori sopravvalutazioni azionarie della storia?
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Netanyahu e Zelensky indeboliti: Trump è più libero
di Davide Malacaria
Al netto dei tragici errori dovuti al suo arrogante narcisismo, quel che conta è che, a causa della nuova debolezza di Zelensky e Netanyahu, in questi giorni Trump si è trovato a godere di una libertà di manovra prima impossibile. E si nota
Netanyahu è più debole, fiaccato dall’inchiesta-bomba di Haaretz che ha dato il destro a tanti di accusarlo di aver lasciato che Hamas attaccasse Israele il 7 ottobre (Hillary Clinton ha ipotizzato finanche che lo abbia permesso per rafforzare la propria posizione). Inoltre, deve riservare tutte le sue energie alla campagna elettorale più dura della sua carriera. Zelensky è fiaccato dalle incalzanti inchieste di NABU e SAP, che stanno falcidiando i suoi fedelissimi, ultimo dei quali il procuratore generale, costretto a fuggire nella notte dal suo Paese.
Fattori che aiutano Trump a cercare la quadra nei conflitti in cui è invischiato, quello ucraino, ereditato dal suo predecessore, e le conflittualità mediorientale, anch’esse in fondo ereditate dal momento che il genocidio dei palestinesi, iniziato sotto la precedente presidenza, ha avviato il processo espansionistico israeliano culminato nel conflitto iraniano, da tempo obiettivo finale di tale espansionismo.
Non che Trump sia esente da gravissime responsabilità su entrambi i fronti, e più su quello mediorientale che sulla prosecuzione della guerra ucraina. Ma più che un protagonista di questi teatri di guerra ne è stato un attore, importante, ma sempre solo un attore, riuscendogli impossibile piegare Zelensky ai negoziati ed essendo costretto ad assecondare l’avventurismo di Netanyahu a motivo dei tanti ricatti che lo costringono e per il troppo potere degli alleati del premier israeliano in seno all’Impero.
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Socializzare i profitti. Una proposta per ripensare l'economia
di Patrizio Paolinelli
Uno dei principi del neoliberismo recita così: se i ricchi diventano ancora più ricchi a giovarne sarà tutta la società. Purtroppo la realtà ha smentito la teoria: nel corso degli ultimi 40-45 anni i ricchi sono effettivamente diventati più ricchi, ma le diseguaglianze sociali sono aumentate e così pure la povertà: fino ad arrivare al paradosso dei lavoratori stabili che non arrivano a fine mese. Dinanzi a un fiasco ormai innegabile alcuni economisti iniziano a interrogarsi e a esplorare strade alternative rispetto a quelle tracciate dal neoliberismo. E proprio in questa direzione muove un libro intitolato: Socializzare i profitti. Le leggi generali dell’economia politica nell’era dell’Antropocene (Meltemi editore, Milano 2025, pp. 260, 20,00 euro). L’autore è Francesco Schettino, docente di economia politica all’Università della Campania "Luigi Vanvitelli".
Il volume offre al lettore gli strumenti per comprendere il paradigma economico dominante, le coordinate per valutarne criticamente i limiti e per intravedere possibili alternative. L'obiettivo è quello di smontare i postulati dell'economia mainstream, di mostrarne l'incapacità strutturale e di spiegare i fenomeni più rilevanti del nostro tempo: crisi cicliche che si susseguono con cadenza ormai quasi regolare, polarizzazione della ricchezza che raggiunge livelli premoderni, distruzione ambientale che minaccia le condizioni stesse della vita sul pianeta, tendenza al monopolio che si manifesta in tutti i settori strategici dell'economia. Fenomeni che la teoria economica dominante, con i suoi modelli elegantemente matematizzati e le sue presunte leggi universali, non riesce a spiegare e addirittura spesso evita di affrontare preferendo rifugiarsi nella finzione di un mondo popolato da individui razionali che massimizzano la propria utilità in un equilibrio perfetto.
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La sindrome dell'apostata arrabbiato
di Francesco Coniglione
Spesso ci si domanda: quale forza li trascina? Dove arriveranno? La domanda riguarda coloro che, dopo avere abbandonato una fede politica, religiosa o ideologica, non si limitano a prenderne congedo, ma sembrano spinti da una necessità più oscura: radicalizzare ogni giorno la distanza dal proprio passato, spingersi sempre più lontano, fino a raggiungere non semplicemente un’altra posizione, ma il rovescio esatto di ciò che furono.
Si potrebbe chiamarla, con formula volutamente polemica e non clinica, «sindrome dell’apostata arrabbiato». Non è il semplice cambiamento di opinione, che appartiene alla dignità dell’intelligenza. Non è nemmeno la conversione, che può essere esperienza profonda, drammatica, persino luminosa. Qui parliamo d’altro: dell’uomo che, uscito da una casa, non riesce più a vivere se non incendiandone ogni giorno la soglia.
Il fenomeno è stato tematizzato tanto nella filosofia morale quanto nella sociologia dei gruppi religiosi. Nel saggio poi noto come Das Ressentiment im Aufbau der Moralen, pubblicato in prima forma nel 1912 e ampliato nel 1915, Max Scheler distingue l’apostata da chi semplicemente modifica, anche radicalmente, le proprie convinzioni: l’apostata, anche nella nuova fede, non vive anzitutto del suo contenuto positivo, ma della lotta contro quella abbandonata, alla quale rimane perciò legato. Lewis A. Coser ha contribuito a far circolare questa figura nella ricezione sociologica di Scheler, collegandola al tema del risentimento, dell’informatore e della vendetta contro il proprio passato spirituale.
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Il comunismo come speranza infranta, ma la Storia continua
di Antonio Castronovi
L’arma della critica non può, in verità, sostituire la critica delle armi,
la potenza materiale deve essere abbattuta da potenza materiale;
però anche la teoria diventa potenza materiale non appena si impadronisce delle masse.
(Karl Marx, dalla Critica della filosofia del Diritto Pubblico di Hegel).
La sconfitta, le delusioni, i tradimenti
Questo testo non ha nessuna pretesa storica, teorica o filosofica, anche se parla di storia, di filosofia e di teoria, pane quotidiano della mia generazione. È soprattutto una riflessione personale, parziale e politica, su una vicenda che ci ha visto protagonisti con le speranze, le illusioni, le delusioni, i tradimenti che ci hanno attraversato. Non cercate la coerenza teorica nel testo, che potrebbe difettare, ma il valore di una testimonianza e lo spirito di denuncia contro tutto quello che è andato storto, con una possibile narrazione alternativa da costruire.
Mi capita spesso, infatti, di interrogarmi sulle mie scelte di vita, sulle spinte ideali della mia giovinezza, sulla mia adesione alle aspirazioni dei più umili, sul mio “arruolamento” quarantennale alla causa del mondo del lavoro nella Cgil e sulla mia condivisione dei valori del socialismo e del comunismo. Mi capita spesso anche di interrogarmi su cosa sia rimasto di tutto questo, sul perché dei fallimenti, soprattutto del fallimento della grande utopia del comunismo.
Il comunismo ha fallito per tante ragioni. Perché non era forse adeguato all’attuale antropologia umana dominata dallo spirito competitivo invece che cooperativo; perché era solo un tentativo utopico di rispondere alla domanda di giustizia e uguaglianza dei ceti popolari e del proletariato industriale; perché è stato ridotto a economicismo dai suoi stessi seguaci; perché ha inseguito forse solo il benessere e abbandonato l’ideale utopistico invece di coltivarlo; e anche perché l’interesse a che quest’utopia sparisse dalla storia era molto forte.
Ma la delusione più grande l’ho provata dal trasformismo che ha colpito i suoi gruppi dirigenti, politici e intellettuali, dalla facilità e dall’opportunismo con cui si sono adattati alle nuove tendenze politiche e culturali, al nichilismo postmoderno e alle ideologie neoliberali, di cui oggi ne sono i cantori.
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Il multipolarismo visto dall’Occidente
di Antonio Cantaro
Il mondo multipolare è oggi, indubbiamente, il nostro “essere”. Ma è anche il nostro “dover essere”? È anche il farmaco per far fronte al chaos in cui è precipitata la Terra? I fatti ci mostrano continuamente che non è così
1. Questo luogo comune non risparmia nemmeno l’autorevole letteratura che auspica una concezione critica della geopolitica. La geopolitica dei grandi spazi al ‘servizio’ di un nomos ordinante in grado di frenare il dilagante culto della potenza. Così, ad esempio, Roberto Esposito nel noto libro con Cacciari: «La terza ondata di geopolitica risale ai primi anni del Duemila, anticipata e prodotta dallo schianto delle torri gemelle a Manhattan. A crollare con esse era la pretesa egemonica di un’America uscita vincitrice dallo scontro con l’Unione sovietica, ma impossibilitata a omologare il mondo intorno alla propria bandiera. Dopo la fine imprevedibile dell’ordine bipolare, si assiste al rapido declino di quello unipolare. Se dopo il Due, anche l’Uno si rivela irrealizzabile non resta che ordinare il chaos senza soggiacere alla sua prepotenza».
Saggio, ragionevole. Multipolarismo sotto l’egida del politicamente possibile, multipolarismo che muove, alla maniera dell’antica cultura greca, dalla tragedia per cercare l’ordine. Una rinnovata prassi istituente aperta a un confronto produttivo con quel costituzionalismo democratico che non ha dimenticato che è «essenziale riconoscere, accanto al proprio, il punto di vista dell’altro» e che il diritto nonostante le sue «pretese di universalità ha sempre un’origine locale. Affonda sempre in una terra, anche quando intende solcare i mari e alzarsi nei cieli».
Questa metafisica della geopolitica ben si sposa con l’empirismo progressista. Una narrazione sulle magnifiche e progressive sorti del mondo multipolare fondata su una speranza e su un assioma: molti poli, nessun egemone, relazioni più paritarie. Metafisica pura. I fatti, la fisica, ci mostrano ripetutamente che non è così. Basta guardare la fenomenologia delle guerre. Da quella in corso da un quinquennio nel vecchio Continente a quella mediorientale.
2. Lo stanno sperimentando sul campo Russia, Ucraina, Unione europea. La multipolarità non è di per sé “virtuosa”. Genera in nome della tutela delle sfere d’influenza e sicurezza (quella energetica, in primis) aspre e letali competizioni.
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Una Germania in crisi scivola verso la guerra?
di Roberto Iannuzzi
Mentre sul fronte interno l’ascesa dell’AfD inasprisce lo scontro con l’élite al potere, la Germania alza i toni con la Russia e, nella sua corsa al riarmo, rinsalda i rapporti militari con Israele.
* * * *
Di fronte alle difficoltà sempre più insormontabili sul fronte ucraino, le élite politiche di Bruxelles e Berlino mostrano una crescente inquietudine, che si traduce in una retorica più bellicosa nei confronti della Russia assieme al tentativo di coinvolgere gli Stati Uniti in maniera più diretta nel conflitto.
La sopravvivenza politica di queste élite dipende dalla preservazione dell’architettura continentale garantita dall’integrazione dell’ombrello di sicurezza americano nella struttura dell’Alleanza Atlantica.
Tale architettura è andata incontro a una progressiva crisi nella fase successiva alla fine della guerra fredda, che il rinnovato scontro con la Russia non ha arginato. In particolare, gli europei pagano i costi economici derivanti dalla deindustrializzazione e dalla crisi energetica seguita alla rinuncia alle fonti russe a basso costo.
In un simile frangente di grave difficoltà economica, il presidente americano Donald Trump vuole che gli europei si assumano i costi della difesa del continente, aumentando le spese militari.
Fine del modello tedesco
In passato le cose erano andate meglio. Per gran parte del periodo post-guerra fredda, la Germania aveva goduto di un assetto strategico particolarmente favorevole.
L’energia russa a basso costo sosteneva la competitività della produzione industriale, l’integrazione europea le assicurava un ampio mercato, l’ombrello militare americano ne garantiva la sicurezza.
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Yemen: cambia il mondo
Piccoli e poveri danno scacco matto ai ricchi e potenti
di Fulvio Grimaldi
Fulvio Grimaldi intervistato da Paolo Arigotti per Spunti di Riflessione: https://odysee.com/@PABLECIDO:b/Senza-titol:3?r=HqRbUeTJKHqVcJczZZ1JSMbNFivEPy6s
Già quando io vivevo nello Yemen, nella magica Sanaa, giovanotta di oltre mille anni, ma ancora vissuta dalla stessa gente, nel paese della più antica civiltà del Mashrek, era in atto il confronto tra la preda Yemen e il predatore del deserto saudita che non si è mai rassegnato, né a sottomettere chi vantava una storia e una cultura di gran lunga superiore e pretendeva di essere lui ad abitare la sua terra. Una terra, il capo sud della penisola arabica, tra Golfo Persico e Mar Rosso, che guardava, sorvegliava e, ove servisse, controllava, quello “Stretto delle lacrime” e chi vi transitava. Ed era da tempi immemorabili, prima ancora di Suez, che ci passavano eserciti, carovane, popoli. Non favoleggiano che per taluni si aprì il Mar Rosso?
In Yemen, ai tempi miei, seconda metà del 900 e fino ad oggi si susseguivano colpi di Stato, sommosse innescate da fuori, incursioni, aggressioni, bombardamenti, ai quali uno dei popoli più poveri, colti e fieri della regione insisteva a non piegarsi. Vennero anche i britannici e dovettero andarsene. L’ultima rivolta per la liberazione nazionale dalla mordacchia saudita, con sempre alle spalle qualche cinico superpotere coloniale, ebbe luogo nella prima decade del nuovo secolo e fu coronata dalla cacciata dell’ennesimo fantoccio installato da armi saudite e bombe statunitensi: Ali Abdalla Saleh, uno che ebbe il ghiribizzo di proclamarmi persona non grata e bandirmi dal paese. Ciò che scrivevo su Yemen e circondario non piaceva.
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Il voto su AfD e le vecchie beghine
di Alessandro Mariani
Ho inoltrato a conoscenti ed amici - tutti dichiaratamente di sinistra, ma che comunque hanno mantenuto negli anni un atteggiamento critico rispetto all’evoluzione degli ambienti politici e culturali progressisti dalla caduta del muro in qua - un recente articolo di Vincenzo Costa (AfD: chi l’ha votata, “L’Antidiplomatico” 7 settembre 26). L’ho fatto prefigurando in parte certe reazioni.
Come c’era da spettarsi qualcuno ha parlato della consueta rancorosità degli ex. Bersaglio mancato perché nel pezzo in questione la recriminazione dell’autore è chiaramente introspettiva.
Altri han detto di un linguaggio plebeo, non degno di un accademico, al che è stato facile replicare che, lungi dal doversi considerare un difetto, lo stile scabro ed essenziale sull’argomento costituisce un pregio. E ciò a maggior ragione date le circostanze (sol che si pensi alla recente polemica sui cittadini poco istruiti che votano a destra).
Solo su un punto le osservazioni hanno colto nel segno: quando mi si è fatto notare che se “l’università e gli studiosi, soprattutto quelli giovani, sono diventati il luogo della muffa” è perché i giovani, sull’esempio dei vecchi, si sono fatti un po' distrarre dall’inseguimento dei fondi comunitari. Ma credo che su questo punto lo stesso Costa concorderebbe.
Paradossalmente invece, la replica in cui poco è mancato che mi si desse dello stalker è quella che mi ha dato uno spunto di riflessione. Rispetto alla mia considerazione per cui la funzione reale della sinistra sia ormai doppiamente inconfessabile, volta essa com’è, oltre alla conservazione di certe prebende, al mantenimento e alla prosperità della pessima destra che continua a collezionare disastri su tutti fronti, definitivamente spazientito qualcuno mi ha detto:
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La sinistra “braminica” che abbaia alla luna
di Salvatore Minolfi
La sinistra “braminica” (come ironicamente la definì Piketty, in un brillante saggio del 2018) continua a non capire. Una settimana fa si eccitava perché, nella grande disfida di Cernobbio, Mario Monti avrebbe “asfaltato” Roberto Vannacci. Non le passava, neanche per un istante, per l’anticamera del cervello, che erano state proprio le politiche del primo (e di chi gli era succeduto) a generare l’humus in cui oggi prospera il secondo (il cui turno è giunto, in successione, dopo quello di Salvini e di Meloni).
Nessuna comprensione dialettica del reale: solo l’eccitazione infantile per l’eterno scontro tra le forze del bene e quelle male. Ma si sa: meglio Heinrich Brüning che Adolf Hitler (anche se il primo spianò la strada al secondo con le sue cieche politiche deflattive, sostenute fino all’ultimo anche da Rudolf Hilferding e dalla socialdemocrazia tedesca).
Poi è arrivata la batosta sassone. E anche qui, la sinistra braminica ha cercato di concentrarsi (con gli argomenti più fantasiosi e anacronistici) sul singolo “albero”, per evitare di dover parlare della “foresta”. Ed è così che la sberla sassone si trasforma nell’esito infausto di una storia assai ‘locale’ (messaggio rassicurante), i cui caratteri peculiari (idiografici, si sarebbe detto un tempo) avrebbero la precedenza su quelli di carattere sistemico, che nessun vuol vedere e con i quali nessuno vuole fare i conti.
Il bias cognitivo ci permette così di inquadrare la “tragedia” tedesca in un contesto più remoto e più lontano da noi e di scansare ogni analisi di un presente a dir poco imbarazzante.
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I becchini della rappresentanza democratica
di Sergio Cararo
L’ennesima “nuova” legge elettorale punta a far quadrare il cerchio e mettere definitivamente la lapide sulla rappresentanza in una democrazia parlamentare.
Tagliare fuori dalla rappresentanza pezzi di società, magari minoritari ma esistenti e attivi, è coerente con la gerarchizzazione imperante in nome della “governance” e disciplinata dal crescente ricorso a leggi che reprimono e restringono le forme di dissenso politico e sociale.
In fondo era questa l’ambizione dichiarata anche dal “peccato originale”, ossia di quella prima legge elettorale che introdusse il sistema maggioritario nel 1993 (il Mattarellum, per chi ha perso la memoria), seppellendo così la Prima Repubblica e gli ultimi stracci di un’eredità costituzionale sistematicamente picconata negli anni successivi. Fino a rendere la Costituzione stessa un simulacro evocabile formalmente, ma sacrificabile sostanzialmente, davanti al totem della governabilità.
Abbiamo scritto recentemente di come le elezioni siano ormai diventate un gioco truccato in modo sfacciato.
Aver ridotto fino alla liquidazione ogni residuo di rappresentanza – dal proporzionale alle preferenze, dall’accesso ai mass media all’aumento esponenziale dei costi della politica – e aver sistematicamente disincentivato la partecipazione popolare al voto, restituisce alla realtà dell’oggi la visione gerarchica ed escludente che conforma le priorità delle classi dominanti. Non esistono insomma altri interessi sociali legittimati a pesare sulle scelte dei governi e dei “mercati”.
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La lunga marcia dei guerrieri scalzi
Come lo Yemen ha ridimensionato l'impero
di Geraldina Colotti
La lunga marcia dello Yemen contemporaneo non ha bisogno di etichette metodologiche esplicite per reggersi in piedi, perché la materia stessa parla la lingua della lotta di classe, dello scontro tra centri imperialisti e periferie oppresse, e della persistenza della violenza coloniale nella penisola arabica. Per capire come si sia arrivati al punto in cui una milizia di montagna arrivata dal nord dello Yemen è riuscita a paralizzare i flussi commerciali nel Mar Rosso, bisogna riscoprire una storia fatta di fratture materiali, di tradimenti borghesi e di un'unica, radicale esperienza rivoluzionaria che ha segnato per sempre la memoria del paese.
Fino al 1990, il territorio yemenita era spaccato in due metà che rispondevano a logiche storiche profondamente opposte. Nel nord, la Repubblica Araba dello Yemen era dominata da una fitta trama di strutture tribali e feudali, uscite da una sanguinosa guerra civile negli anni sessanta combattuta tra le forze repubblicane sostenute dall'Egitto nasserista e i monarchici foraggiati dall'Arabia Saudita e dall'Occidente, per poi sclerotizzarsi in un regime clientelare, profondamente corrotto e totalmente subalterno agli interessi di Riyad e Washington. Nel sud, invece, la Repubblica Democratica Popolare dello Yemen rappresentava l'unico esperimento di Stato a indirizzo marxista-leninista nella storia del mondo arabo; nato dal distacco violento dal dominio britannico nel 1967, quel governo aveva imposto riforme agrarie radicali, l'emancipazione femminile, la socializzazione dei mezzi di produzione e un legame indissolubile con il blocco sovietico.
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La democrazia insostenibile
di Lelio Demichelis
Che la democrazia moderna – là dove ancora esiste o resiste – non stia troppo bene in salute è cosa detta e ripetuta da tempo – ma in realtà, da sempre la democrazia riflette su se stessa. Libri e libri sono stati scritti per capire le cause di questa malattia che oggi si chiamano populismo, sovranismo, reazione, fascismo, neoliberalismo – con personaggi come Peter Thiel e Trump.
Significa che ci siamo forse stancati di nuovo di democrazia, di partecipazione, di responsabilità, cioè di libertà e di politica, tanto che sembra essere tornata dominante una nuova voglia di fuga dalla libertà (come il titolo del libro di Erich Fromm) o di paura della libertà (titolo del libro di Carlo Levi), noi cercando di nuovo qualcuno, autoritario che decida per noi, noi evitando la fatica di dover pensare? E questa ricerca di una personalità antipolitica e autoritaria a cui delegare il potere politico non è forse analoga a quella delega cognitiva che stiamo dando all’intelligenza artificiale (Intelligenza Autoritaria secondo Giuliano da Empoli, qui la recensione), per cui: "non pensare, chiedi alla macchina che ti darà subito una risposta che dovrai credere esatta e vera; non approfondire, non perdere tempo, non abbassare la tua produttività, chiedi alla i.a. di semplificare ogni cosa" – cioè una nostra resa cognitiva analoga alla nostra resa politica di cittadinanza quando cerchiamo appunto qualcuno che pensi e decida per noi, promettendo di semplificarci la complessità del mondo?
La democrazia vive di politica, se virtuosamente intesa come partecipazione, come costruzione libera e consapevole di un progetto comune da parte di un noi collettivo che non dimentica la libertà dell’individuo (dell’io) e delle minoranze, fondandosi (almeno in teoria) su libertà, uguaglianza e solidarietà/fraternità. Per curare la democrazia oggi di nuovo malata – perché quasi sempre solo formale e mai sostanziale – servirebbe (permetteteci qualche riflessione) eliminare il veleno nero che la sta corrodendo dall’interno (nero, appunto come il fascismo, ma su tutto ci sono capitalismo e tecnologia, antidemocratici per loro essenza) – veleno che ampia parte del demos ama tuttavia assumere in dosi sempre crescenti credendo che sia un farmaco, cioè confondendo i due significati del termine pharmakon.
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Cuba/Venezuela, due strade opposte davanti all’imperialismo
di Luciano Vasapollo
Ci sono momenti nella storia nei quali le parole sovranità, indipendenza e dignità cessano di essere concetti astratti e diventano una scelta concreta.
Quello che sta accadendo oggi nei Caraibi e in America Latina ci pone davanti a due immagini profondamente diverse: da una parte Cuba, sottoposta a una pressione economica, politica e mediatica senza precedenti e tuttavia determinata a non arrendersi; dall’altra un Venezuela che, dopo la drammatica svolta politica degli ultimi mesi, rischia di vedere progressivamente cedute le proprie risorse strategiche e la propria capacità di autodeterminazione.
La distanza tra queste due traiettorie appare oggi ancora più evidente alla luce delle dichiarazioni di Miguel Díaz-Canel e dell’accordo petrolifero annunciato da Donald Trump con Caracas.
Il presidente cubano ha ribadito che l’isola è sottoposta a una guerra multidimensionale e a un blocco energetico che ha prodotto conseguenze durissime sulla vita quotidiana della popolazione, con carenze di elettricità, acqua, trasporti, alimenti e medicinali. Ma, nello stesso tempo, ha affermato senza ambiguità: “Non abbiamo altra alternativa che resistere. Dobbiamo resistere”.
Questa è la differenza fondamentale. Cuba può essere criticata, discussa, analizzata nelle sue contraddizioni e nelle sue difficoltà, ma non si è consegnata. Díaz-Canel ha respinto l’idea che le aperture economiche introdotte per affrontare l’emergenza rappresentino un ritorno al capitalismo e ha legato esplicitamente la difesa del socialismo alla difesa dell’indipendenza nazionale e della sovranità.
Ha ricordato inoltre che il Paese ha già attraversato momenti nei quali la sopravvivenza stessa della Rivoluzione sembrava impossibile e che, ancora una volta, la scelta è quella di resistere senza subordinarsi agli interessi degli Stati Uniti.
Cuba resiste mentre il Venezuela sembra arrendersi, rischiando di vedere le proprie immense risorse petrolifere sempre più sottoposte al controllo degli interessi americani.
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Teoria della classe armata
di David Colantoni
Assioma
«Siamo abbastanza vicini, per poter penetrare lo spirito che l’ha suscitata e capirlo.
Presto sarà difficile poterlo fare. Perché le grandi rivoluzioni riuscite
fanno sempre scomparire le cause che le produssero,
e per gli stessi risultati ottenuti, divengono incomprensibili»
(Alexis de Tocqueville, L’antico Regime e la rivoluzione, 1856, Cap. 14)
La guerra in corso in Europa dal 2022, – e così per le guerre post 11/9 – è in gran parte stata causata dal perseguimento dei bisogni di classe di una neo-classe emersa a fine Novecento, i cui processi di riproduzione guidano l’espansione geopoliticamente disordinante della Nato.
Teoria della Classe Armata. L’Età del Potere Militare
Nel volume, corredato da prefazioni di L. Canfora, J.D. Sachs e O. Stone, Teoria della Classe Armata. L’Età del Potere Militare (Arianna Editrice 2026, 560 pagine), avanziamo una tesi radicale (di cui qui delineiamo soltanto alcuni snodi strutturali): il passaggio dagli eserciti occidentali di cittadini-soldati alle forze armate interamente professionali non è stata una semplice riforma ordinamentale, ma una controrivoluzione silenziosa da cui è emersa una nuova potentissima classe sociale.
Iniziata nel Regno Unito nei primi anni sessanta, compiutasi ontologicamente negli Usa nel 1973 e poi adottata da quasi tutto l’Occidente, questa transizione ha segnato lo spartiacque decisivo della civiltà illuminista, e forse conduce a quel suo incidente fatale che Marx ed Engels immaginavano sarebbe venuto dallo scontro con la classe operaia. La professionalizzazione degli eserciti è la seconda di due mutazioni genetiche maligne, innescate dall’energia liquefacente della Seconda guerra mondiale, che hanno colpito prima lo Stato illuminista e poi, per salto di specie, la civiltà occidentale stessa.
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Il pane o le rose?
di Alessandro Testa
La cultura capitalistica “woke”, la falsa dicotomia della risposta e l’esigenza della liberazione dell’Essere Umano completo
La recente querelle esplosa attorno alle dichiarazioni di Alexandria Ocasio-Cortez – e alla sua battuta sbrigativa sul “woke 1.0” decontestualizzata dai media (https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/08/15/ocasio-cortez-woke-sinistra-riposizionamento-notizie/8479705/) – ha subito varcato l’Atlantico, diventando in Italia il pretesto per una resa dei conti a sinistra.
Com’è ormai d’abitudine, la cassa di risonanza mediatica ha trasformato una riflessione sull’opportunità di certi slogan slegati dalla realtà materiale nell’ennesima contrapposizione frontale tra diritti sociali e diritti civili.
Va citata l’interessante riflessione in merito di Marco Pondrelli su Marx 21 (https://www.marx21.it/editoriali/il-woke-e-la-sinistra-che-ha-dimenticato-la-questione-sociale-editoriale/), che vogliamo brevemente riassumere qui sotto e da cui prenderemo le mosse per qualche breve riflessione e puntualizzazione. Nella sua approfondita analisi, il compagno Pondrelli sviscera con acutezza alcuni punti:
- L’origine popolare e di lotta del termine: il termine woke (ed ovviamente la cultura ed il movimento che ne derivano) nasce all’interno delle lotte della comunità afroamericana negli anni ’60 (citato da Martin Luther King nel 1967 per indicare la necessità di rimanere “svegli” di fronte alle ingiustizie sociali e razziali) e ripreso dal movimento Black Lives Matter nel 2012.
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Il pensiero inetto. Intelligenza artificiale, tempo disponibile e decadenza occidentale
di Pasquale Liguori
L’aspetto più inquietante nelle profezie sulla fine dell’uomo per mano dell’intelligenza artificiale non è il loro tono cupo, ma la familiarità con cui vengono accolte, quasi fossero la conferma di un desiderio segreto coltivato a lungo. Certo, nessuno che osservi il presente con un minimo di attenzione potrebbe liquidare quei pericoli come fantasie, dal momento che la concentrazione del potere tecnologico procede sotto i nostri occhi, la competizione fra imprese e apparati militari detta ormai il ritmo della ricerca, i sistemi automatici si mostrano capaci di sostituire porzioni crescenti dell’attività umana e una parte considerevole del sapere sociale rischia di essere sottratta alla capacità collettiva di orientarla. Ma proprio la gravità di questi processi dovrebbe imporre un pensiero capace di distinguerli, ricostruirne le cause e immaginarne la trasformazione. Accade invece sempre più spesso il contrario. La complessità storica viene compressa in una metafisica elementare nella quale la Macchina avanza, l’Uomo arretra e il futuro appare già deciso.
Il percorso di questo pensiero conosce di solito una sola direzione perché muove dall’invocazione della necessità storica e approda, con una puntualità che dovrebbe insospettire, alla figura dell’androide. Nel mezzo scompaiono molte cose. Scompaiono i proprietari delle infrastrutture, gli investimenti, gli Stati, le decisioni industriali, il lavoro che costruisce e alimenta i sistemi, i conflitti sulla loro destinazione. Scompare soprattutto quella possibilità di intervenire sul corso delle cose che un pensiero critico dovrebbe custodire anche nelle condizioni peggiori.
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"Sovranismi neoliberali" e "sovranismi sociali"
di Andrea Zhok
Esiste una tradizione di contenimento dello scontento popolare attraverso manovre di “gate-keeping”.
Quando un paese a sovranità limitata, come l’Italia, perde colpi, la gente rumoreggia.
A questo punto saltano fuori, come è naturale che sia, movimenti politici che rivendicano dignità e autodeterminazione, come mezzi per uscire dall’impasse.
Questi movimenti “sovranisti” possono avere profili molto diversi, che corrispondono in buona sostanza a due forme di rivendicazione di sovranità, afferenti rispettivamente allo stato neoliberale e allo stato sociale.
Il “sovranista neoliberale” ha di solito tratti euroscettici, ostili ad alcuni degli effetti della globalizzazione come le migrazioni e il multiculturalismo, con roboanti rivendicazioni conservatrici e tradizionaliste (alla religione nazionale, ai costumi degli avi). È tuttavia curiosamente evasivo sulle questioni economiche, dove si limita a ribadire un modello liberale idealizzato (i piccoli proprietari) e tace integralmente su come (o se) affrontare il Moloch delle asimmetrie di potere reddituale: si affida alle virtù della concorrenza (ma naturalmente una concorrenza “buona”, “leale”). Anche sul piano dei rapporti con il potentato transatlantico (USA+Israele) il “sovranista” neoliberale è di solito taciturno. Si rivendica uno “stato forte” nello specifico senso neoliberale: forte militarmente, forte nel settore della sicurezza, forte nelle gestualità di orgoglio nazionale, ma assenteista e latitante sul piano sociale.
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Innovazione e sicurezza: le parole magiche della cleptocrazia
di comidad
Il dibattito sulle prospettive dell’intelligenza artificiale spazia in un ventaglio piuttosto ampio, che va dal “palladivetrismo” da talk-show fino a proiezioni seriamente argomentate. Accerteremo nei prossimi anni se l’IA sarà stata capace di mantenere le sue promesse di spalancare nuove frontiere tecnologiche e, al tempo stesso, di attuare le sue minacce di distruzione di posti di lavoro. Per il momento ci tocca accontentarci delle evidenze, dei dati di fatto.
Secondo le ricerche pubblicate dal Massachusetts Institute of Technology, soltanto il 5% delle aziende di IA è attualmente in grado di produrre profitti. A fronte di profitti così esigui, le valutazioni dei titoli azionari di queste aziende risultano chiaramente gonfiate; infatti è entrata nell’uso comune l’espressione “bolla dell’intelligenza artificiale”.
Vedremo quando, oppure se, la bolla scoppierà. Il dato certo è che a gonfiare la bolla non sono semplicemente le manovre speculative e tantomeno le aspettative di futuri profitti delle aziende IA. Se Blackrock e il suo braccio nell’IA, Nvidia, continuano ad investire in queste aziende è, evidentemente, perché ritengono che i mancati profitti saranno compensati da qualcos’altro. In realtà alla base di tutto il castello speculativo c’è sempre il caro vecchio denaro pubblico. Nel 2022 l’amministrazione Biden ha stanziato circa duecentocinquanta miliardi di dollari nel settore dei chip e dell’IA. Circa cinquanta miliardi di dollari sono stati dati alle imprese in forma esplicita di sgravi fiscali e di sussidi. Una cifra molto maggiore, duecento miliardi, è stata invece distribuita sotto l’etichetta generica di fondi pubblici per la ricerca.
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L'inutile vittoria dell'AfD in Sassonia
di Giuseppe Masala
L'Europa è stata sconvolta da un enorme terremoto elettorale che cambierà il volto del suo panorama politico secondo molti analisti. Ci riferiamo naturalmente alla potente vittoria dell'AfD (Alternative für Deutschland) nel land della Sassonia, nel territorio della ex DDR.
L'AfD è certamente un partito di destra populista ma – a mio avviso – ben difficilmente può essere assimilato ad un partito di stampo nazista, come credo attesti la stessa biografia della sua leader Alice Weidel; donna, lesbica e addirittura sposata con una signora di origine bengalese. Una biografia che non è esattamente l'esempio delle virtù tipiche della “madre ariana” incarnate da Magda Goebbels. Per fortuna della signora Alice, viene da pensare.
Al netto dei soliti espedienti di una certa sinistra ormai imprigionata nei suoi stessi luoghi comuni originariamente propagandati per intrappolare cognitivamente gli ingenui, le uniche domande che contano sono le seguenti: il “format” programmatico e comunicativo della AfD può attecchire nel resto della Germania e, magari, può essere esportato nel resto dell'Europa? A questa domanda ci sentiamo di rispondere con un sì: le popolazioni europee, sempre più in crisi sul piano delle prospettive socio-politiche e a rischio di impoverimento sul piano prettamente economico, saranno sempre di più portate ad abbracciare proposte demagogiche, magari di dubbia realizzazione oltre che di nulla utilità.
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La figura di facciata saudita e l'ombra della CIA sull'11 settembre
di Kit Klarenberg* - The Cradle
Alla vigilia del venticinquesimo anniversario dell'11 settembre, è stato ampiamente riportato che una causa civile di prossima iscrizione presso la Corte Distrettuale di New York contro Omar Bayoumi — noto operativo del governo saudita — avrebbe fornito la prova schiacciante ("smoking gun") che lega direttamente Riad agli attentati. Tuttavia, le prove secondo cui l'intelligence saudita avrebbe gestito due dei futuri dirottatori come potenziali risorse, e lo avrebbe fatto attraverso un "rapporto di collegamento" (liaison relationship) con la CIA, sono rimaste ampiamente inesplorate pur essendo sotto gli occhi di tutti. Mentre l'attenzione su Riad cresce, l'ombra dell'Agenzia rimane quasi completamente fuori dal quadro.
Bayoumi è da tempo accusato dai principali organi d'informazione e da funzionari statunitensi di aver mantenuto una relazione stretta e sospetta con i dirottatori Nawaf Hazmi e Khalid Mihdhar, fin dal loro arrivo negli Stati Uniti nel gennaio 2000. Una successiva indagine dell'FBI, denominata Operation Encore, concluse che c'era una "probabilità del 50%" che Bayoumi (e per estensione la Casa di Saud) fosse a conoscenza di dettagliati dettagli preventivi sugli attacchi dell'11 settembre. Questa clamorosa conclusione non è stata divulgata pubblicamente fino al marzo 2022.
Molta meno attenzione è stata dedicata a quanto emerso un anno dopo, quando è diventato pubblico un documento bomba depositato presso l'Ufficio delle Commissioni Militari, il sistema giudiziario militare che sovraintende ai procedimenti contro gli imputati dell'11 settembre. Il documento riassume atti desecretati messi a disposizione dal governo e interviste private condotte con anonimi alti funzionari dell'intelligence statunitense. Il suo contenuto illustra le accuse di fonti riservate secondo cui la CIA avrebbe cercato di reclutare almeno Hazmi e Mihdhar — se non altri che poi parteciparono agli attacchi dell'11 settembre — "tramite un rapporto di collegamento" con la Direzione Generale dell'Intelligence (GID) di Riad.
La dichiarazione sostiene inoltre che la Commissione sull'11 settembre sia stata deliberatamente ostacolata dal suo direttore Philip Zelikow, che si sarebbe adoperato personalmente per "smussare" le indagini "sul coinvolgimento saudita con i dirottatori".
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