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La democrazia insostenibile
di Lelio Demichelis
Che la democrazia moderna – là dove ancora esiste o resiste – non stia troppo bene in salute è cosa detta e ripetuta da tempo – ma in realtà, da sempre la democrazia riflette su se stessa. Libri e libri sono stati scritti per capire le cause di questa malattia che oggi si chiamano populismo, sovranismo, reazione, fascismo, neoliberalismo – con personaggi come Peter Thiel e Trump.
Significa che ci siamo forse stancati di nuovo di democrazia, di partecipazione, di responsabilità, cioè di libertà e di politica, tanto che sembra essere tornata dominante una nuova voglia di fuga dalla libertà (come il titolo del libro di Erich Fromm) o di paura della libertà (titolo del libro di Carlo Levi), noi cercando di nuovo qualcuno, autoritario che decida per noi, noi evitando la fatica di dover pensare? E questa ricerca di una personalità antipolitica e autoritaria a cui delegare il potere politico non è forse analoga a quella delega cognitiva che stiamo dando all’intelligenza artificiale (Intelligenza Autoritaria secondo Giuliano da Empoli, qui la recensione), per cui: "non pensare, chiedi alla macchina che ti darà subito una risposta che dovrai credere esatta e vera; non approfondire, non perdere tempo, non abbassare la tua produttività, chiedi alla i.a. di semplificare ogni cosa" – cioè una nostra resa cognitiva analoga alla nostra resa politica di cittadinanza quando cerchiamo appunto qualcuno che pensi e decida per noi, promettendo di semplificarci la complessità del mondo?
La democrazia vive di politica, se virtuosamente intesa come partecipazione, come costruzione libera e consapevole di un progetto comune da parte di un noi collettivo che non dimentica la libertà dell’individuo (dell’io) e delle minoranze, fondandosi (almeno in teoria) su libertà, uguaglianza e solidarietà/fraternità. Per curare la democrazia oggi di nuovo malata – perché quasi sempre solo formale e mai sostanziale – servirebbe (permetteteci qualche riflessione) eliminare il veleno nero che la sta corrodendo dall’interno (nero, appunto come il fascismo, ma su tutto ci sono capitalismo e tecnologia, antidemocratici per loro essenza) – veleno che ampia parte del demos ama tuttavia assumere in dosi sempre crescenti credendo che sia un farmaco, cioè confondendo i due significati del termine pharmakon.
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Cuba/Venezuela, due strade opposte davanti all’imperialismo
di Luciano Vasapollo
Ci sono momenti nella storia nei quali le parole sovranità, indipendenza e dignità cessano di essere concetti astratti e diventano una scelta concreta.
Quello che sta accadendo oggi nei Caraibi e in America Latina ci pone davanti a due immagini profondamente diverse: da una parte Cuba, sottoposta a una pressione economica, politica e mediatica senza precedenti e tuttavia determinata a non arrendersi; dall’altra un Venezuela che, dopo la drammatica svolta politica degli ultimi mesi, rischia di vedere progressivamente cedute le proprie risorse strategiche e la propria capacità di autodeterminazione.
La distanza tra queste due traiettorie appare oggi ancora più evidente alla luce delle dichiarazioni di Miguel Díaz-Canel e dell’accordo petrolifero annunciato da Donald Trump con Caracas.
Il presidente cubano ha ribadito che l’isola è sottoposta a una guerra multidimensionale e a un blocco energetico che ha prodotto conseguenze durissime sulla vita quotidiana della popolazione, con carenze di elettricità, acqua, trasporti, alimenti e medicinali. Ma, nello stesso tempo, ha affermato senza ambiguità: “Non abbiamo altra alternativa che resistere. Dobbiamo resistere”.
Questa è la differenza fondamentale. Cuba può essere criticata, discussa, analizzata nelle sue contraddizioni e nelle sue difficoltà, ma non si è consegnata. Díaz-Canel ha respinto l’idea che le aperture economiche introdotte per affrontare l’emergenza rappresentino un ritorno al capitalismo e ha legato esplicitamente la difesa del socialismo alla difesa dell’indipendenza nazionale e della sovranità.
Ha ricordato inoltre che il Paese ha già attraversato momenti nei quali la sopravvivenza stessa della Rivoluzione sembrava impossibile e che, ancora una volta, la scelta è quella di resistere senza subordinarsi agli interessi degli Stati Uniti.
Cuba resiste mentre il Venezuela sembra arrendersi, rischiando di vedere le proprie immense risorse petrolifere sempre più sottoposte al controllo degli interessi americani.
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Teoria della classe armata
di David Colantoni
Assioma
«Siamo abbastanza vicini, per poter penetrare lo spirito che l’ha suscitata e capirlo.
Presto sarà difficile poterlo fare. Perché le grandi rivoluzioni riuscite
fanno sempre scomparire le cause che le produssero,
e per gli stessi risultati ottenuti, divengono incomprensibili»
(Alexis de Tocqueville, L’antico Regime e la rivoluzione, 1856, Cap. 14)
La guerra in corso in Europa dal 2022, – e così per le guerre post 11/9 – è in gran parte stata causata dal perseguimento dei bisogni di classe di una neo-classe emersa a fine Novecento, i cui processi di riproduzione guidano l’espansione geopoliticamente disordinante della Nato.
Teoria della Classe Armata. L’Età del Potere Militare
Nel volume, corredato da prefazioni di L. Canfora, J.D. Sachs e O. Stone, Teoria della Classe Armata. L’Età del Potere Militare (Arianna Editrice 2026, 560 pagine), avanziamo una tesi radicale (di cui qui delineiamo soltanto alcuni snodi strutturali): il passaggio dagli eserciti occidentali di cittadini-soldati alle forze armate interamente professionali non è stata una semplice riforma ordinamentale, ma una controrivoluzione silenziosa da cui è emersa una nuova potentissima classe sociale.
Iniziata nel Regno Unito nei primi anni sessanta, compiutasi ontologicamente negli Usa nel 1973 e poi adottata da quasi tutto l’Occidente, questa transizione ha segnato lo spartiacque decisivo della civiltà illuminista, e forse conduce a quel suo incidente fatale che Marx ed Engels immaginavano sarebbe venuto dallo scontro con la classe operaia. La professionalizzazione degli eserciti è la seconda di due mutazioni genetiche maligne, innescate dall’energia liquefacente della Seconda guerra mondiale, che hanno colpito prima lo Stato illuminista e poi, per salto di specie, la civiltà occidentale stessa.
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Il pane o le rose?
di Alessandro Testa
La cultura capitalistica “woke”, la falsa dicotomia della risposta e l’esigenza della liberazione dell’Essere Umano completo
La recente querelle esplosa attorno alle dichiarazioni di Alexandria Ocasio-Cortez – e alla sua battuta sbrigativa sul “woke 1.0” decontestualizzata dai media (https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/08/15/ocasio-cortez-woke-sinistra-riposizionamento-notizie/8479705/) – ha subito varcato l’Atlantico, diventando in Italia il pretesto per una resa dei conti a sinistra.
Com’è ormai d’abitudine, la cassa di risonanza mediatica ha trasformato una riflessione sull’opportunità di certi slogan slegati dalla realtà materiale nell’ennesima contrapposizione frontale tra diritti sociali e diritti civili.
Va citata l’interessante riflessione in merito di Marco Pondrelli su Marx 21 (https://www.marx21.it/editoriali/il-woke-e-la-sinistra-che-ha-dimenticato-la-questione-sociale-editoriale/), che vogliamo brevemente riassumere qui sotto e da cui prenderemo le mosse per qualche breve riflessione e puntualizzazione. Nella sua approfondita analisi, il compagno Pondrelli sviscera con acutezza alcuni punti:
- L’origine popolare e di lotta del termine: il termine woke (ed ovviamente la cultura ed il movimento che ne derivano) nasce all’interno delle lotte della comunità afroamericana negli anni ’60 (citato da Martin Luther King nel 1967 per indicare la necessità di rimanere “svegli” di fronte alle ingiustizie sociali e razziali) e ripreso dal movimento Black Lives Matter nel 2012.
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Il pensiero inetto. Intelligenza artificiale, tempo disponibile e decadenza occidentale
di Pasquale Liguori
L’aspetto più inquietante nelle profezie sulla fine dell’uomo per mano dell’intelligenza artificiale non è il loro tono cupo, ma la familiarità con cui vengono accolte, quasi fossero la conferma di un desiderio segreto coltivato a lungo. Certo, nessuno che osservi il presente con un minimo di attenzione potrebbe liquidare quei pericoli come fantasie, dal momento che la concentrazione del potere tecnologico procede sotto i nostri occhi, la competizione fra imprese e apparati militari detta ormai il ritmo della ricerca, i sistemi automatici si mostrano capaci di sostituire porzioni crescenti dell’attività umana e una parte considerevole del sapere sociale rischia di essere sottratta alla capacità collettiva di orientarla. Ma proprio la gravità di questi processi dovrebbe imporre un pensiero capace di distinguerli, ricostruirne le cause e immaginarne la trasformazione. Accade invece sempre più spesso il contrario. La complessità storica viene compressa in una metafisica elementare nella quale la Macchina avanza, l’Uomo arretra e il futuro appare già deciso.
Il percorso di questo pensiero conosce di solito una sola direzione perché muove dall’invocazione della necessità storica e approda, con una puntualità che dovrebbe insospettire, alla figura dell’androide. Nel mezzo scompaiono molte cose. Scompaiono i proprietari delle infrastrutture, gli investimenti, gli Stati, le decisioni industriali, il lavoro che costruisce e alimenta i sistemi, i conflitti sulla loro destinazione. Scompare soprattutto quella possibilità di intervenire sul corso delle cose che un pensiero critico dovrebbe custodire anche nelle condizioni peggiori.
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"Sovranismi neoliberali" e "sovranismi sociali"
di Andrea Zhok
Esiste una tradizione di contenimento dello scontento popolare attraverso manovre di “gate-keeping”.
Quando un paese a sovranità limitata, come l’Italia, perde colpi, la gente rumoreggia.
A questo punto saltano fuori, come è naturale che sia, movimenti politici che rivendicano dignità e autodeterminazione, come mezzi per uscire dall’impasse.
Questi movimenti “sovranisti” possono avere profili molto diversi, che corrispondono in buona sostanza a due forme di rivendicazione di sovranità, afferenti rispettivamente allo stato neoliberale e allo stato sociale.
Il “sovranista neoliberale” ha di solito tratti euroscettici, ostili ad alcuni degli effetti della globalizzazione come le migrazioni e il multiculturalismo, con roboanti rivendicazioni conservatrici e tradizionaliste (alla religione nazionale, ai costumi degli avi). È tuttavia curiosamente evasivo sulle questioni economiche, dove si limita a ribadire un modello liberale idealizzato (i piccoli proprietari) e tace integralmente su come (o se) affrontare il Moloch delle asimmetrie di potere reddituale: si affida alle virtù della concorrenza (ma naturalmente una concorrenza “buona”, “leale”). Anche sul piano dei rapporti con il potentato transatlantico (USA+Israele) il “sovranista” neoliberale è di solito taciturno. Si rivendica uno “stato forte” nello specifico senso neoliberale: forte militarmente, forte nel settore della sicurezza, forte nelle gestualità di orgoglio nazionale, ma assenteista e latitante sul piano sociale.
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Innovazione e sicurezza: le parole magiche della cleptocrazia
di comidad
Il dibattito sulle prospettive dell’intelligenza artificiale spazia in un ventaglio piuttosto ampio, che va dal “palladivetrismo” da talk-show fino a proiezioni seriamente argomentate. Accerteremo nei prossimi anni se l’IA sarà stata capace di mantenere le sue promesse di spalancare nuove frontiere tecnologiche e, al tempo stesso, di attuare le sue minacce di distruzione di posti di lavoro. Per il momento ci tocca accontentarci delle evidenze, dei dati di fatto.
Secondo le ricerche pubblicate dal Massachusetts Institute of Technology, soltanto il 5% delle aziende di IA è attualmente in grado di produrre profitti. A fronte di profitti così esigui, le valutazioni dei titoli azionari di queste aziende risultano chiaramente gonfiate; infatti è entrata nell’uso comune l’espressione “bolla dell’intelligenza artificiale”.
Vedremo quando, oppure se, la bolla scoppierà. Il dato certo è che a gonfiare la bolla non sono semplicemente le manovre speculative e tantomeno le aspettative di futuri profitti delle aziende IA. Se Blackrock e il suo braccio nell’IA, Nvidia, continuano ad investire in queste aziende è, evidentemente, perché ritengono che i mancati profitti saranno compensati da qualcos’altro. In realtà alla base di tutto il castello speculativo c’è sempre il caro vecchio denaro pubblico. Nel 2022 l’amministrazione Biden ha stanziato circa duecentocinquanta miliardi di dollari nel settore dei chip e dell’IA. Circa cinquanta miliardi di dollari sono stati dati alle imprese in forma esplicita di sgravi fiscali e di sussidi. Una cifra molto maggiore, duecento miliardi, è stata invece distribuita sotto l’etichetta generica di fondi pubblici per la ricerca.
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L'inutile vittoria dell'AfD in Sassonia
di Giuseppe Masala
L'Europa è stata sconvolta da un enorme terremoto elettorale che cambierà il volto del suo panorama politico secondo molti analisti. Ci riferiamo naturalmente alla potente vittoria dell'AfD (Alternative für Deutschland) nel land della Sassonia, nel territorio della ex DDR.
L'AfD è certamente un partito di destra populista ma – a mio avviso – ben difficilmente può essere assimilato ad un partito di stampo nazista, come credo attesti la stessa biografia della sua leader Alice Weidel; donna, lesbica e addirittura sposata con una signora di origine bengalese. Una biografia che non è esattamente l'esempio delle virtù tipiche della “madre ariana” incarnate da Magda Goebbels. Per fortuna della signora Alice, viene da pensare.
Al netto dei soliti espedienti di una certa sinistra ormai imprigionata nei suoi stessi luoghi comuni originariamente propagandati per intrappolare cognitivamente gli ingenui, le uniche domande che contano sono le seguenti: il “format” programmatico e comunicativo della AfD può attecchire nel resto della Germania e, magari, può essere esportato nel resto dell'Europa? A questa domanda ci sentiamo di rispondere con un sì: le popolazioni europee, sempre più in crisi sul piano delle prospettive socio-politiche e a rischio di impoverimento sul piano prettamente economico, saranno sempre di più portate ad abbracciare proposte demagogiche, magari di dubbia realizzazione oltre che di nulla utilità.
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La figura di facciata saudita e l'ombra della CIA sull'11 settembre
di Kit Klarenberg* - The Cradle
Alla vigilia del venticinquesimo anniversario dell'11 settembre, è stato ampiamente riportato che una causa civile di prossima iscrizione presso la Corte Distrettuale di New York contro Omar Bayoumi — noto operativo del governo saudita — avrebbe fornito la prova schiacciante ("smoking gun") che lega direttamente Riad agli attentati. Tuttavia, le prove secondo cui l'intelligence saudita avrebbe gestito due dei futuri dirottatori come potenziali risorse, e lo avrebbe fatto attraverso un "rapporto di collegamento" (liaison relationship) con la CIA, sono rimaste ampiamente inesplorate pur essendo sotto gli occhi di tutti. Mentre l'attenzione su Riad cresce, l'ombra dell'Agenzia rimane quasi completamente fuori dal quadro.
Bayoumi è da tempo accusato dai principali organi d'informazione e da funzionari statunitensi di aver mantenuto una relazione stretta e sospetta con i dirottatori Nawaf Hazmi e Khalid Mihdhar, fin dal loro arrivo negli Stati Uniti nel gennaio 2000. Una successiva indagine dell'FBI, denominata Operation Encore, concluse che c'era una "probabilità del 50%" che Bayoumi (e per estensione la Casa di Saud) fosse a conoscenza di dettagliati dettagli preventivi sugli attacchi dell'11 settembre. Questa clamorosa conclusione non è stata divulgata pubblicamente fino al marzo 2022.
Molta meno attenzione è stata dedicata a quanto emerso un anno dopo, quando è diventato pubblico un documento bomba depositato presso l'Ufficio delle Commissioni Militari, il sistema giudiziario militare che sovraintende ai procedimenti contro gli imputati dell'11 settembre. Il documento riassume atti desecretati messi a disposizione dal governo e interviste private condotte con anonimi alti funzionari dell'intelligence statunitense. Il suo contenuto illustra le accuse di fonti riservate secondo cui la CIA avrebbe cercato di reclutare almeno Hazmi e Mihdhar — se non altri che poi parteciparono agli attacchi dell'11 settembre — "tramite un rapporto di collegamento" con la Direzione Generale dell'Intelligence (GID) di Riad.
La dichiarazione sostiene inoltre che la Commissione sull'11 settembre sia stata deliberatamente ostacolata dal suo direttore Philip Zelikow, che si sarebbe adoperato personalmente per "smussare" le indagini "sul coinvolgimento saudita con i dirottatori".
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(E)lezioni tedesche
di Infoaut
Chiamati alle urne gli abitanti del land della Sassonia-Anhalt hanno scelto: oltre il 44% dei voti è andato all’Alternative für Deutschland.
Secondo i dati hanno votato per l’Afd il 42% dei giovani, il 60% degli operai e il 65% di persone con problemi economici. Il dato forse maggiormente significativo è l’affluenza: circa l’80% degli aventi diritto al voto, un trend che si era già espresso con le elezioni federali nel febbraio 2025. Così come la provenienza geografica del voto è confermata: la Sassonia-Anhalt era già stato un bacino importante per il partito di Alice Weidel. Va detto che la Sassonia-Anhalt è un territorio a est della Germania con un PIL tra i più bassi a livello nazionale. Hanno votato tanti giovani e tanti lavoratori per un’opzione reazionaria, xenofoba e sovranista ma soprattutto per un partito che si pone in maniera chiara e netta contro il sostegno all’Ucraina da parte europea e per un riavvicinamento economico alla Russia.
Che sia un voto in qualche modo di protesta e che la preoccupazione più profonda degli strati popolari sia l’essere trascinati in guerra è un dato piuttosto lampante. A questo sentimento diffuso, che a tratti percepiamo e a tratti raccogliamo in modo più tangibile, si deve aggiungere una lettura materialista legata al fallimento del modello di crescita voluto e incarnato dalla CDU e dunque la crisi sociale e l’impoverimento trasversale non possono che essere stati una variabile determinante. Le fratture dell’ordine globale e l’avversione al progetto americano per l’Europa vengono usate da un partito che ha saputo legare proposte profondamente razziste e reazionarie ad un sentimento popolare diffuso contro le élite tedesche e europee. Questo passaggio politico in Germania, mostra in modo plastico il disastro provocato dalle politiche atlantiste e neoliberali degli ultimi anni che hanno demolito la distinzione fra destra e sinistra per le persone comuni. Dimostra anche che, se queste categorie politiche hanno perso il loro significato storico, solo a destra c’è stata la capacità di sfruttare l’occasione che la storia ha messo sul piatto.
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Venezuela: un punto provvisorio
di Geraldina Colotti
Dal Venezuela si susseguono notizie più o meno importanti. L’ultima, in ordine di tempo, è quella dell’«accordo del secolo» stipulato con gli Stati Uniti, riguardante lo sfruttamento e la commercializzazione delle enormi riserve di petrolio presenti nel paese sudamericano. Molto risalto è stato dato ai ringraziamenti espressi da Delcy Rodriguez nei confronti di Donald Trump e di Marco Rubio per il loro contributo alla sottoscrizione delle intese. A benedizione del trattato, sono state inoltre diffuse fotografie di Nicolás Maduro risalenti alla fine di giugno, accompagnate da un breve messaggio del prigioniero, nel quale spiccano toni concilianti, complicati in realtà da una sibillina citazione paolina.
È inutile negare che, nell’opinione pubblica internazionale animata da sentimenti anti-imperialisti, questo genere di novità producano sbigottimento, perplessità e anche aperta riprovazione. Dopo il rapimento di Maduro e di Cilia Flores, dopo i bombardamenti su Caracas e dintorni, dopo l’annientamento della guardia del corpo cubana e venezuelana del presidente legittimamente eletto dal popolo, il chavismo è entrato nel periodo di gran lunga più critico della sua storia. In gioco c’è esattamente tutto ciò che la rivoluzione bolivariana ha costruito, in campo politico, economico, sociale e culturale, in oltre venticinque anni di esercizio del potere.
Se questo è vero, è anche vero che, a distanza di otto mesi dal 3 gennaio, la situazione pare ormai assestata su direttrici abbastanza definite. Il governo venezuelano ha ammesso l’inferiorità militare certificata sul campo dal blitz di inizio anno, giudicando un «suicidio collettivo» l’ipotesi della resistenza militare di massa all’aggressione statunitense. Di conseguenza, fidando sul proprio radicamento sociale e sull’assenza di alternative politiche immediate sfruttabili dall’imperialismo per imporre una vera e propria controrivoluzione, ha scelto di intraprendere la strada del compromesso e delle concessioni.
Si tratta di una strada su cui, come hanno ripetutamente dichiarato vari esponenti del governo e del sistema di potere bolivariano, ci si è incamminati con «la pistola puntata alla tempia». L’espressione suona forte, ma i conoscitori della storia della Rivoluzione russa sanno che si tratta di un riferimento a Lenin. Il capo del bolscevismo usò l’esempio in uno scritto intitolato Sui compromessi, che servì di base per uno dei capitoli del più famoso L’estremismo malattia infantile del comunismo.
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Il trionfo di AfD come conseguenza ultima del neoliberismo e dell'imperialismo europeo e tedesco
di Domenico Moro
Prima dell’euro, la Germania era definita da The economist “il malato d’Europa”. Poi, grazie al gas russo a buon mercato, alle controriforme che hanno abbassato i salari e soprattutto all’euro, che rendeva più competitive le merci tedesche in Europa e negli Usa, la Germania ha accumulato surplus commerciali enormi (in un paio di occasioni anche superiori a quelli cinesi). Ma una economia mercantilistica, basata solo sulle esportazioni a danno dei partner, non poteva reggere e non ha retto.
Oggi, la Germania è di nuovo “il malato d’Europa”. L’industria tedesca è al collasso: la Volkswagen ha deciso 50mila licenziamenti in Germania e la chiusura di quattro stabilimenti, bypassando i sindacati e il governo della Sassonia (che ha il 20% delle azioni). La causa della crisi è la sovrapproduzione di capitale, ma a farla detonare sono stati la fine del gas russo a buon mercato, le sanzioni Usa e soprattutto la concorrenza cinese. Mentre il mercato estero collassa, quello interno ristagna grazie a decenni di austerità di bilancio, basata sui trattati Ue, che la Germania ha imposto non solo ai popoli europei ma anche al suo popolo.
Di fatto, è il modello tedesco di capitalismo “sociale” (fondato sulla collaborazione tra azienda, sindacato e governi regionali e federale), che va definitivamente a pallino, e con esso il consenso ai due partiti che ne erano stati il cardine, la Spd (socialdemocratica) e la Cdu (democristiana).
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Bassi e fessi
di Nico Maccentelli
La batosta delle forze demo-guerrafondaie in Sassonia e la vittoria “bulgara” con il 44% dei nazi di AFD, è il preambolo della debacle imminente un po’ in tutta Europa-UE alle successive elezioni, di chi in tutti questi anni ha gestito le politiche ultraliberiste euro atlantiche, trasformatesi poi in economie di guerra e in aggressione sin dal 2014 e ancor prima alla Russia.
Il disegno politico iniziato con i dem-neocom USA e anglosfera di dividere l’UE dal grande orso, culminata con la distruzione del gasdotto marino Nord Stream e poi con l’escalation bellica demente delle cancellerie europee mentre gli USA trumpiani si sganciavano da tale sconfitta ineluttabile sta dando e darà sempre più i suoi frutti marci. C’è da chiedersi cosa escogiteranno le euroburocrazie cresciute sotto la cappella del deep state statunitense per ripetere il giochino fatto in Romania un paio d’anni fa, quando sono riusciti a trombare un candidato che aveva praticamente vinto le elezioni, Georgescu.
Intanto, come nella famosa fiaba di Esopo La volpe e l’uva, visto che i salottieri dem, cristiano-lib vari, perdono il consenso a partire dall’elettorato (chi ancora vota, non certo grazie a loro…) nazional popolare dei settori più bassi nella scala sociale, c’è chi incomincia a dire che per votare bisogna avere cognizione di causa (quale? ma la loro, certo!), si spera una boutade di questi aristocratici falliti.
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Sassonia: un abbozzo di analisi di classe
di Vincenzo Morvillo
Leggo tante chiacchiere in giro sul voto in Sassonia e la vittoria dell’Afd. Chi si meraviglia. Chi se la prende giustamente con i demo-liberali guerrafondai. Chi con la sinistra istituzionale e radicale. Chi mostra disillusione e se lo aspettava, come il sottoscritto.
Ma nessuno ha provato a fare un’analisi di “classe” del voto tedesco per settori sociali. Ci ho provato con l’ausilio della Ai e con alcuni dati tratti da Die Welt, Reuters, Bild. Ovviamente non è nulla di scientifico. Ma vediamo…
Il dato fondamentale delle elezioni di ieri in Sassonia è che non è più corretto purtroppo descrivere l’elettorato di Afd semplicemente come “piccola borghesia arrabbiata” o “operai dell’Est”. È diventato molto più trasversale, anche se esistono differenze sociali molto nette.
Le prime analisi disponibili indicano soprattutto cinque caratteristiche del profilo sociale del voto Afd. Ovvero operai e lavoratori manuali sono tra i gruppi più favorevoli all’Afd. Già prima del voto gli analisti di Infratest dimap segnalavano una particolare propensione degli operai verso l’Afd.
Uomini più delle donne: il divario di genere rimane significativo. L’Afd è più forte tra gli uomini ma ormai è comunque il primo partito anche tra le donne.
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Storia e futuro dell’ordine mondiale
di Matteo Bortolon
Amitav Acharya, nella sua monumentale opera Storia e futuro dell’ordine mondiale (Fazi 2026), ci ha consegnato un testo di ampio respiro, proiettato nell’attualità più stringente ma saldamente impiantato in una prospettiva di storia mondiale. La prospettiva di attualità è palese nel sottotitolo: Perché la civiltà globale sopravviverà al declino dell’Occidente.
Si tratta quindi di un testo leggibile da diverse angolazioni: chi è appassionato di storia delle idee gusterà i capitoli che ripercorrono le antiche civiltà (sumeri, egizi, romani, ecc.); chi ha interesse per le civiltà extraeuropee affronterà con maggior impegno i capitoli che parlano di India, Cina, Giappone, civiltà amerindie. Chi, infine, vede tutto ciò come una mera premessa per affrontare i problemi di oggi correrà agli ultimi capitoli, dedicati all’ordine mondiale statunitense e al suo sgretolamento, tema su cui l’autore aveva già consegnato alle stampe il testo del 2014 The End of American World Order.
Acharya è uno studioso di relazioni internazionali e il centro del suo interesse consiste chiaramente nei rapporti fra entità statuali: diplomazia, competizione, cooperazione, ostilità, guerra. Attingendo a un’erudizione prodigiosa, torna indietro all’origine della civiltà stessa, rituffandoci all’epoca dei sumeri e degli egizi, e da lì procede ad affrontare Persia, India, Cina, mongoli, civiltà amerindie (Maya, aztechi, inca).
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Woke capitalism
di Alba Vastano
Sul tema del pensiero woke è acceso un dibattito che evidenzia quanto il woke non sia sufficiente per garantire i diritti, in quanto non inclusivo dei diritti sociali che dovrebbero essere garantiti e paritari per ogni persona. Il quesito che se ne evince è: perchè ha maggiore rilevanza nelle agende politiche dei partiti della cosiddetta sinistra progressista la questione dei diritti civili rispetto ai diritti sociali, considerando che i due aspetti, per far funzionare lo stato sociale, il welfare, dovrebbero essere strettamente interconnessi?
‘Stay woke’ – restare svegli. Nel Novecento era il motto delle lotte delle comunità afroamericane contro il sistema e le sue ingiustizie incentrate, in particolare sulle persone di colore a cui venivano negati o ristretti diritti paritari e gli spazi sociali.
Diventa poi, ampliandone i contenuti, la lotta per i diritti di genere, delle comunità LGBTQIA, delle disabilità e per la tutela dell’ambiente. Sul tema del pensiero woke, oggi, è acceso un dibattito che evidenzia quanto il woke non sia sufficiente per garantire i diritti, in quanto non inclusivo dei diritti sociali che dovrebbero essere garantiti e paritari per ogni persona. Il quesito che se ne evince è: perchè ha maggiore rilevanza nelle agende politiche dei partiti della cosiddetta sinistra progressista la questione dei diritti civili rispetto ai diritti sociali, considerando che i due aspetti, per far funzionare lo stato sociale, il welfare, dovrebbero essere strettamente interconnessi?
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Da Mladic a Srebrenica all’11 settembre… agli squadroni di droni “russi” sull’Europa
di Fulvio Grimaldi
Premessa sullo struzzo
E’ una questione metodologica, ma anche di grave portata politica, quella che ci impegna quando a una nostra visione delle cose si impone una modifica che rischia di capovolgere quanto si riteneva assodato. Parlo di un fenomeno di trasformazione che di questi tempi ha raccolto attenzione, commenti, analisi, dispute: quello delle posizioni statuali che ci sembravano consolidate, ma che subiscono rilevanti modifiche.
Un compagno mi conferma la sua fede nella “rivoluzione sociale, ecologica e femminista” curda nel Rojava siriano occupato dai curdi insieme agli USA. Un carissimo amico sindacalista mi rimprovera di dubitare della coerenza rivoluzionaria delle modifiche politico-economico-sociali adottate dalla dirigenza di Cuba sotto la pressione mortale esercitata da Trump. Una collega, legata al Venezuela da annosi rapporti, insiste a diffamare come tarantolati del digitale che osservano i fatti a distanza di divano (ci sarei anch’io) chi dubita – e si tratta della quasi totalità degli analisti –della buona fede della direzione venezuelana post-Maduro. A dispetto del totale capovolgimento dei dettami del chavismo con cui si concede a interessi privati stranieri (ENI compresa) la disponibilità delle risorse energetiche nazionali.
Sorvolando sugli interessi materiali che potrebbero indurre a tali atteggiamenti, qui rileva un dato: l’incapacità, l’indisponibilità a rivedere una convinzione saldatasi in vero e proprio mito, nel timore di perdere un punto di riferimento e, dunque, di appoggio morale, politico, ideologico. Atteggiamento dal notevole peso sentimentale. A volte abbiamo bisogno che una cosa sia vera solo perché ci permette di esserne confortati. O di approfittarne. Avvolgersi nel sogno, tuttavia, comporta un effetto collaterale nefasto: si trae in inganno l’opinione pubblica e si legittima l’operazione imperialista che ha prodotto l’esito che ci si ostina a negare. Lo struzzo con la testa nella sabbia viene preso da dietro. Non è un buon risultato.
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Ha ancora senso parlare di lavoro?
di Andrea Fumagalli
Questo intervento è una elaborazione della postfazione al volume Salario o reddito? Il conflitto nella società del lavoro senza fine a cura di Toni Casano, Antonio Minaldi e Sergio Riggio, Multimage, Associazione Editoriale, Firenze, luglio 2026. I contributi di Antonio Casano (“I processi di trasformazione del lavoro. Dal modello fordista alla società postindustriale”), di Antonio Minaldi (“Reddito di base, welfare e ‘attualità del comunismo’ nell’era della fine del lavoro”) e di Sergio Riccio (“Liberazione dal lavoro, liberazione del lavoro”) affrontano un tema oggi dirimente, di strettissima attualità ma paradossalmente poco trattato: non il significato del lavoro (da Adamo lo conosciamo) ma il senso e il fine del lavoro. Sia i partiti di destra che quelli di sinistra, sia i sindacati concertativi che quelli di base, dichiarano che senza lavoro non si può vivere e che il loro primo obiettivo è incrementare i tassi di occupazione. Il governo Meloni si è fatto addirittura vanto che mai l’occupazione aveva raggiunto tali livelli (senza comunque sottolineare come tali statistiche siano costruite ad hoc sulla base di definizioni che lasciano spesso a desiderare…). Ma di che lavoro stiamo parlando? Il concetto di lavoro non è mai stato stabile nel tempo, soprattutto in un sistema capitalistico di produzione. In questa realtà, infatti, il lavoro, pur essendo un’attività formalmente libera, viene sussunto dalle modalità di produzione che variano continuamente a seguito di un progresso tecnologico finalizzato costantemente a incrementare la produttività e ad allargare la base dell’accumulazione. La qualità del lavoro si modifica continuamente e così pure la sua organizzazione.
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La russofobia e il suicidio dell’Europa
di Michele Prospero
La categoria della Russia come minaccia esistenziale rientra in una militarizzazione del pensiero che indica l’entrata nell’alveo di una condizione di guerra. Il suo impiego vagamente schmittiano comporta la perdita di ruolo della politica, che scivola in prossimità del duro terreno dell’inimicizia militare. Interroga molto questa conversione bellica dell’agire, che reclama la confisca dei beni, chiude centri culturali e impone il silenzio ai musicisti. L’accelerazione armata non viene sollecitata dai fanatici delle milizie fondamentaliste o dai cascami residuali di antiche ideologie. La banalità della trincea è diventata l’habitus dei liberali, dei tecnocrati, degli uomini d’affari, degli opinionisti. Sono i pragmatici, i razionali, i moderati immuni al populismo, i tecnici lungimiranti e i letterati più rispettabili a sognare la dolce morte, non le teste calde che si arrovellano tra i pensieri più nascosti e inconfessabili. Sono i cacciatori dei nemici della società aperta ad aver consegnato i loro pensieri al fragore delle bombe. I liberali europei censurano la Biennale, i politici festeggiano quando a un pianista russo è proibito esibirsi, le penne vendono l’espressione insulsa di “forgiare” l’europeo nuovo, con l’elmetto pronto per gettarsi dinanzi alla tempesta e all’assalto. In troppi hanno introiettato per intero l’ideologia della guerra elaborata dall’ampio meta-partito armato (media, industrie militari e ceti politici fiancheggiatori). A tutta pagina Repubblica del 2 settembre titolava “La guerra di Putin all’Europa”. Il giorno dopo, la stessa immagine di uno stato di emergenza bellica è proposta dal quotidiano Domani. Il politologo norvegese Glenn Diesen nel 2022 ha pubblicato una monografia dal titolo Russophobia, dedicata alla tecnica della propaganda che, per accelerare il conflitto, prepara identità binarie e stereotipi per aggredire la malattia mortale insediata al Cremlino.
La narrazione dei media, “con le varie sfumature di grigio per dicotomizzare l’Altro”, inventa un mondo rovesciato. Non è l’Europa a essere co-belligerante, con i governi liberali che diventano gli architetti di una lunga guerra per procura, ma è Mosca a offendere la sovranità del vecchio continente. Con sabotaggi, provocazioni, droni vaganti, interferenze nei giochi elettorali che giustificano le elezioni per incapacità popolare, i maghi del Cremlino sondano la reattività delle risposte della Nato e i tempi delle strategie di Bruxelles. Destinando armi e risorse a sostegno della resistenza di Kiev, la Commissione europea è in realtà parte attiva del dramma che ormai stuzzica troppi appetiti.
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Riflessioni sulla vittoria dell’Afd in Sassonia
di Andrea Zhok
Le reazioni isteriche di sconforto – ma anche quelle ingenue di soddisfazione – per il trionfo dell’AFD in Sassonia meritano un paio di riflessioni.
1) Chi parla come il solito disco rotto di “minaccia fascista dell’Ultradestra tedesca” dovrebbe aggiornare il software. Categorie come “fascismo” sono inutili per capire la realtà odierna e lo sono da decenni. Parlare di minaccia fascista per un partito che ha affrontato questa campagna elettorale con un manifesto in cui campeggiano le parole Frieden (Pace), Freiheit (Libertà), Demokratie (Democrazia) dovrebbe richiedere qualche riflessione aggiuntiva per non essere ciò che invece sono: cortine fumogene.
2) La AFD da quando nasce nel 2013 ha attraversato molte difficoltà, alcune debacle, fratture interne e mutamenti significativi di linea su punti importanti (es.: posizione su Israele, sull’UE, sul rapporto con gli USA, ecc.) La sua recente ascesa deve essere letta alla luce del tracollo devastante di quello che è stato il partito-stato tedesco cioè i cristiano-democratici (CDU-CSU). Rispetto ad una politica esplicitamente autodistruttiva e guerrafondaia come quella di Merz, l’AFD appare come un’istanza conservatrice nel senso classico di “prudente buon senso”, altro che radicalismo estremista. L’AFD è identificata in prima istanza come il partito che vuole riallacciare i rapporti con la Russia e smettere di alimentare il conflitto con l’Ucraina.
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La macchina del privilegio non ha sterzo, retromarcia e freno
di comidad
L’ex analista della CIA Larry Johnson ha affermato che l’unica spiegazione plausibile del viaggio a Mosca del direttore della CIA, John Ratcliffe, è quella che si sia trattato di andare a recuperare le salme di appartenenti all’agenzia che sono caduti nei combattimenti in Ucraina. Un dettaglio che conferma questa ipotesi è quello delle dimensioni del Boeing che ha portato Ratcliffe a Mosca; si tratta infatti di un velivolo militare in grado di reggere carichi pesanti come i carri armati, quindi anche il peso di un certo numero di bare. Un ulteriore dettaglio a sostegno dell’ipotesi dell’operazione umanitaria, è la contestuale presenza a Mosca di un diplomatico del Vaticano, che potrebbe aver svolto un ruolo di trattativa presso il ministero degli Esteri russo per favorire il rilascio delle salme degli agenti della CIA, in modo da restituirle alle loro famiglie. La presenza massiccia di personale CIA in Ucraina non è una supposizione, bensì un dato di fatto più volte riferito dalla comunicazione ufficiale, spesso legata alla stessa CIA, come il quotidiano New York Times; in Italia la principale agenzia di stampa, l’ANSA, ha ripreso con dovizia di dettagli le notizie sul radicamento della CIA in Ucraina fin dal 2014 (anche se c’è una documentazione desecretata che fa risalire la penetrazione della CIA in Ucraina addirittura agli anni ’50). Del resto non sarebbe realistico ritenere che, con un numero così elevato di addetti all’intelligence dislocati sul campo, la CIA non abbia dovuto subire delle perdite in Ucraina. Certo, si tratta di bazzecole rispetto ai milioni e milioni di soldati russi morti di cui ci narrano i nostri media.
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Il masochismo programmatico del “campo largo”
di Mauro David*
C’è un’idea interessante, quasi estetica, nel fallimento della “sinistra” italiana. Qualcosa che ha la grazia di un suicidio assistito, ma fatto con il sorriso a trentadue denti e la cravatta sottile da rottamatore.
Prendete la matita e appuntatevi due numeri. Anno 2014, Elezioni Europee: il Partito Democratico prende il 40,81%. Undici milioni e duecentomila voti. Un’estasi. Il popolo si inchina al “giglio magico”, all’uomo delle riforme bold e della modernità a chilometro zero. Ottanta euro in tasca e il mondo ai nostri piedi.
Poi succede la magia.
Arrivano le politiche del 2022. Quello stesso PD stacca un misero 19,07%. Cinque milioni e trecentomila voti. Tradotto in italiano corretto: 5.847.051 italiani hanno preso la porta e sono scappati. Più di cinque milioni e ottocentomila persone che avevano creduto alla narrazione del “nuovo corso” e che, dopo aver assaggiato il Jobs Act, le privatizzazioni felici, lo smantellamento delle tutele e il neoliberismo con la spilla d’ordinanza sulla giacca, si sono svegliate dal sogno con una solenne e sonora arrabbiatura.
Un’intera regione d’Italia che dice: “Sapete cosa c’è? Andate a quel paese“. L’intero schieramento di centrosinistra ha bruciato strada facendo oltre 5,2 milioni di voti, crollando dal 45,78% a un malinconico 26,13%.
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L'imminente fallimento dell'Operazione per gli emarginati economici
di Jeffrey Sachs e Sybil Fares - Al Jazeera
La scorsa settimana il Pakistan ha annunciato che non si atterrà alle ultime sanzioni imposte dagli Stati Uniti all’Iran e che continuerà a intrattenere rapporti commerciali con il Paese confinante. La notizia è arrivata pochi giorni dopo che la Cina aveva rilasciato una dichiarazione simile.
Le sanzioni annunciate dal segretario al Tesoro statunitense Scott Bessent il 24 agosto nell’ambito dell’“Operazione Economic Outcast” dovrebbero essere “le sanzioni più severe della storia”, volte a imporre “il più grande isolamento economico coordinato nella storia del mondo”.
In precedenza, il presidente Donald Trump l’aveva definita in un post sui social media «il D-DAY ECONOMICO». Aveva promesso «enormi conseguenze economiche» per qualsiasi nazione che avesse offerto all’Iran «qualsiasi tipo di sostegno».
Sei mesi di bombardamenti e di blocco navale da parte degli Stati Uniti non hanno portato a nessuna vittoria per gli Stati Uniti, quindi il piano ora è quello di ridurre l’Iran alla capitolazione attraverso la fame. Il nuovo approccio è illegale, crudele e fallirà per diversi motivi.
Per cominciare, c’è la lezione della storia. Le sanzioni economiche non fanno cadere i governi determinati a sopravvivere ad esse. Sì, le sanzioni possono impoverire le popolazioni, rafforzare i servizi di sicurezza che controllano il contrabbando e fornire alla nazione presa di mira un punto di aggregazione fondato sulla malizia degli Stati Uniti. Ma non rovesciano i governi.
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Extraprofitti intoccabili: la presa in giro del governo Meloni sui giganti dell'energia
di Alessandro Volpi
Una clamorosa presa in giro, davvero inaccettabile.
Mentre l’Italia del 2026 barcolla sotto i colpi di un’inflazione energetica che ha spinto l'indice dei prezzi al consumo verso un pesante 2,8%, con un incremento del prezzo del gas nel mercato tutelato del 22% e dell'elettricità del 15% in sei mesi, il divario tra chi accumula ricchezza e chi fatica a sopravvivere si è trasformato in un abisso etico prima ancora che economico.
La chiusura dello stretto di Hormuz e le strozzature nella raffinazione hanno innescato un incendio nei mercati, ma a soffiare sulle fiamme è stata anche una speculazione finanziaria cinica che, nei primi mesi dell’anno, ha gonfiato i listini del gas e dei carburanti di una percentuale superiore 25% basata solo sulle scommesse algoritmiche, ben prima che sulla scarsità fisica di materia prima.
In questo scenario di crisi, i giganti del comparto energetico come ENI hanno registrato utili netti con crescite mostruose che sfiorano il 511% in un solo trimestre, accumulando miliardi di euro di extraprofitti mentre la famiglia media italiana si trova a fronteggiare una stangata annua di quasi 1000 euro.
La risposta del governo Meloni, tuttavia, appare drammaticamente insufficiente e intrisa di una profonda ingiustizia sociale, a partire dalla scelta di dilapidare oltre 2 miliardi di euro in sussidi per il gasolio erogati in modo indiscriminato.
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Mamma…li russi! Al via le prove generali per demolire la democrazia in Europa?
di Gianandrea Gaiani
Contrasto alla guerra ibrida dei russi o prove generali per utilizzare la supposta “influenza putiniana” per soffocare libertà d’espressione e democrazia in Europa? Inutile gridare al complottismo: l’interrogativo è meglio porlo in termini espliciti ora, prima che sia troppo tardi e ci si trovi di fronte al fatto compiuto.
La Germania ha deciso che la Russia è “responsabile dell’attacco ibrido” compiuto all’inizio di agosto con un drone carico di esplosivi all’aeroporto di Lipsia, uno scalo strategico per l’esercito tedesco ma soprattutto per l’Ucraina che qui basa i suoi aerei da trasporto pesante An-124.
“Nel complesso, le indagini della polizia, le modalità operative e le informazioni dei servizi di intelligence dimostrano una responsabilità russa nel tentativo di attentato all’aeroporto di Lipsia”, ha dichiarato il ministro dell’Interno Alexander Dobrindt (nella foto sotto) sostenendo che i “mezzi d’azione osservati si inseriscono nello schema ben noto delle operazioni ibride russe in Europa.
La configurazione dei droni” e l’impiego di “diversi componenti, esplosivi e dispositivi di innesco” rimandano ad “altre operazioni ibride condotte dalla Russia e alla sua guerra contro l’Ucraina”, ha precisato. La tecnologia utilizzata e “l’interazione tra i diversi elementi devono essere qualificate come professionali e rivelano un elevato livello di competenza tecnica, nonché un notevole sforzo organizzativo”, ha proseguito.
Se l’esecuzione finale del “tentativo di attentato” è stata affidata ad agenti cosiddetti “usa e getta”, questi ultimi avrebbero agito “su ordine delle autorità statali russe”, ha aggiunto il ministro a cu ha risposto il ministro degli Esteri, Johann Wadephul, che ha annunciato la chiusura, entro una quindicina di giorni, dell’ultimo consolato russo rimasto in Germania, quello di Bonn, e di un centro culturale russo a Berlino sospettato di ospitare spie.
Mosca ha risposto chiudendo le sedi del Goethe-Institut in Russia ma la vicenda lascia aperti numerosi interrogativi. Il ruolo di Mosca non si può escludere considerando i rapporti tra Germania e Russia ma Berlino non ha presentato prove e diversi osservatori esprimono dubbi circa la ricostruzione tedesca dei fatti e le responsabilità russe.
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