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sbilanciamoci

Il reddito di cittadinanza come Jobs Act 2

di Mauro Gallegati

Per come è stato formulata la misura detta “reddito di cittadinanza” non è altro un sussidio temporaneo di disoccupazione con un certo guadagno per le imprese: in pratica un Jobs act 2. La filosofia è la stessa: come aiutare la flex-security senza usare la leva fiscale a fini redistributivi

Il 2018 è stato un anno orribile per il reddito di cittadinanza, ritirato in quasi tutti i Paesi che lo avevano sperimentato per via di costi insostenibili se non sono accompagnati da adeguate politiche redistributive. Eppure economisti e imprenditori nelle élite della tecnologia lo considerano una risposta adeguata alla disoccupazione tecnologica – le perdite di posti di lavoro causate dall’automazione.

L’idea è che tutti i cittadini ricevano una certa quantità di denaro dal governo per le spese di cibo, alloggio e abbigliamento – indipendentemente dal reddito o dalla condizione lavorativa come “reddito di base incondizionato”, ovvero modulato se reddito di cittadinanza. I sostenitori dicono che aiuterà a combattere la povertà dando alle persone la flessibilità di trovare lavoro e rafforzare la loro rete di sicurezza, o che offre un modo per supportare le persone che potrebbero essere negativamente influenzate dall’automazione. Per i detrattori favorisce l’ozio a spese di quanti lavorano.

La notizia per quanto allarmante non deve però preoccupare il Governo. Quello che loro definiscono “reddito di cittadinanza” è in realtà un “sussidio temporaneo di disoccupazione”.

Il sussidio di disoccupazione è stato introdotto per la prima volta in Danimarca nel 1899 come strumento per rendere più flessibile il mercato del lavoro – il neologismo è flex-security, che coniuga flessibilità e sicurezza – all’interno di quelle che vengono definite politiche attive del lavoro. In altre parole, visto che il mercato del lavoro funziona assai male – i tassi di disoccupazione nel dopoguerra nei paesi OECD hanno variato dal 2 al 39% – si è al solito data una risposta semplicistica ad un problema complesso: non c’è abbastanza flessibilità.

Ora, a parte che la flex-security ha costi elevati che solo una forte politica fiscale può supportare (la Danimarca ha una tassazione sul PIL di oltre il 50% – di flat-tax non si parla e c’è un tasso di evasione fiscale bassissimo), il problema non è che il mercato del lavoro è troppo rigido: è che non c’è abbastanza domanda aggregata. Nonostante i centri per l’impiego, i programmi di formazione ed i sussidi all’occupazione, l’ispirazione è la stessa del “Jobs Act” renziano: più flessibilità dovrebbe portare maggior competitività e in definitiva a più PIL ed occupati. Ma ciò che non era vero per il vecchio governo non diventa verità con il nuovo.

In questo senso, il sussidio temporaneo di disoccupazione è una misura neoliberista meno pelosa ma che continua a trascurare la domanda e la (re)distribuzione. Il sussidio temporaneo di disoccupazione non è quindi che un provvedimento di politica economica di stampo neoliberista. Mentre diversa sarebbe stato un reddito di cittadinanza coniugato a una più equa politica fiscale o il “lavoro di cittadinanza” di Minsky (lo Stato diventa “datore di lavoro in ultima istanza” – in settori di alto valore sociale: terzo settore, assistenza a categorie deboli, ecologia e biodiversità, cultura e ambiti non direttamente profittevoli – perseguendo la piena occupazione in modo anticiclico, di modo che sia la domanda aggregata che la produzione si mantengono ad un livello stabile).

Inoltre, ma questo avviene da ormai 30 anni, la rivoluzione tecnologica 4.0 ha prodotto 2 fenomeni mai visti prima e su cui il sussidio temporaneo di disoccupazione, come prima il Jobs Act, è silente anche se il futuro dei giovani si gioca su questo. Mi riferisco alla crescita senza lavoro – cioè il PIL cresce ma l’occupazione no, perché sono i robot a produrre – e ai working poor – le persone cioè che pur lavorando hanno un reddito così basso da restare poveri, così mal retribuiti da scivolare nella zona di povertà relativa: la classe media che va scomparendo e la distribuzione del reddito si polarizza sempre più con i ricchi proprietari dei robot sempre più ricchi ed i poveri, sostituiti o in concorrenza coi robot, via via più poveri.

Solo se gli aumenti di produttività verranno accompagnati da corrispondenti aumenti di domanda, il benessere economico sarà distribuito e ci liberemo dalla trappola di una domanda aggregata stagnante da cui non scapperemo con strumenti neoliberisti come sussidio temporaneo di disoccupazione o Jobs Act.

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Comments   

#4 Hugo Chávez 2019-02-04 11:39
Caro Clau,
va benissimo non concordare con le mie tesi. Ma nei miei 3 punti non enuncio delle tesi ma riporto dei fatti, che rendono implausibile quanto sostenuto dal Prof. Gallegati (non tutto è opinabile; talvolta i fatti sono accertabili e quando li si vuole ignorare poi ci si sbatte contro). A proposito di tesi: non ho mai attribuito a Gallegati l'idea che i servizi pubblici migliorerebbero con i lavori di cittadinanza. Questo infatti l'avevi scritto tu nel tuo commento precedente, facendo anche riferimento alla raccolta dei rifiuti a Roma, e a te mi riferivo. Peraltro, tutti - almeno spero - siamo sensibili ai temi ecologico-ambientali. Il punto è come e con quali risorse farvi fronte. Mia convinzione (e questa è una tesi) è i lavori di cittadinanza non siano proprio lo strumento appropriato.
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#3 clau 2019-02-03 17:51
Scusa, Hugo Chávez, non intendevo affatto sostenere, e non lo sostiene nemmeno l'autore dell'articolo, che i servizi pubblici migliorerebbero semplicemente aumentando gli addetti o con l'introduzione del "lavoro di cittadinanza", ma con questo legato a problemi ecologico/ambientali, che sono l'esatto opposto di ciò che succede all'AMA e all'ATAC, le cui crisi dipendono da molteplici fattori, legati, prima di tutto, alla sua dirigenza politica ed aziendale. In sostanza, cioè, non concordo con nessuna delle tue tesi sostenute in tutto il tuo commento.
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#2 Hugo Chávez 2019-02-02 18:43
E' certamente vero che il reddito di cittadinanza (o “sussidio temporaneo di disoccupazione” come preferisce chiamarlo il Prof. Gallegati) non porterà più occupazione, ma anzi la ridurrà, senza essere neppure un efficace strumento di lotta alla povertà. Non però per le ragioni che menziona Gallegati. Infatti: 1) Continuare a sostenere che la bassa occupazione è conseguenza di una carenza di domanda aggregata si scontra con l'evidenza che laddove il tasso di occupazione è da sempre drammaticamente basso (e la disoccupazione strutturalmente alta), cioè nel Mezzogiorno, la domanda (consumi privati+consumi pubblici+investimenti) da almeno 50 anni eccede del 20/25% il valore di quanto viene prodotto (la differenza è finanziata con trasferimenti provenienti dalle regioni del Nord). Di quale carenza di domanda stiamo allora parlando? 2) E' da più di 200 anni che i fatti smentiscono la fallacia secondo cui l'introduzione di nuove macchine aumenti strutturalmente la disoccupazione. Perché ora dovrebbe essere diverso?Inoltre, le aree depresse e ad alta disoccupazione del Sud Europa (come il nostro Mezzogiorno) sono state e sono pochissimo esposte a questo supposto fenomeno per la semplice (e triste) ragione che in esse i settori dove è rapido il cambiamento tecnologico sono fortemente sotto-rappresentati. Infine, è semplicemente falso che nelle economie avanzate sia in atto una tendenza alla crescita senza occupazione: persino in Italia, dove il reddito pro capite ristagna da 25 anni, l'occupazione cresce (persino nell'ultimo trimestre, in cui il PIL si è ridotto!). 3) L'idea che lo Stato debba operare come datore di lavoro di ultima istanza è già stata ampiamente messa in pratica nel Sud (soprattutto quando il livello del debito pubblico ancora lo permetteva). E non mi riferisco solo ai lavori di pubblica utilità o ai lavoratori forestali e simili, ma in generale al fatto che il pubblico impiego è stato ampiamente utilizzato a questo scopo (non a caso, il numero dei dipendenti pubblici è nel Sud proporzionalmente molto alto rispetto alla ristretta base occupazionale del settore privato, con evidenti e gravi effetti distorsivi sulle scelte formative e il funzionamento del mercato del lavoro). I risultati in termini di sviluppo e benessere della popolazione sono stati - a dir poco - deludenti. Perché ora dovrebbero essere diversi? A questo proposito, ho molti dubbi (e qui mi riferisco al commento di clau) che la qualità dei servizi pubblici migliorerebbe con più addetti ai "lavori di cittadinanza": ad esempio, l'AMA (azienda della raccolta dei rifiuti di Roma) ha fin troppi dipendenti, e lo stesso vale per l'ATAC (azienda dei trasporti pubblici di Roma); ciò nonostante raccolta dei rifiuti e autobus lasciano nella Capitale alquanto a desiderare (per usare un eufemismo).
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#1 clau 2019-01-13 19:13
Concordo con la sostanza dello scritto e soprattutto sul fatto che i salari (e le pensioni) sono sempre più bassi. Ma ciò non è dovuto soltanto ai robot che tendono a creare (poca) crescita senza lavoro. Ciò avviane anche a causa dei trasferimenti di buona parte delle produzioni nei paesi con costo complessivo del lavoro e tasse molto più bassi, con l’esternalizzazione delle produzioni alle cosiddette cooperative e così via, tutti aspetti che fanno “scivolare” inesorabilmente i lavoratori, ma soprattutto i giovani, nella povertà non solo relativa. Concordo anche col suo concetto di “lavoro di cittadinanza” legato ai problemi ecologico/ambientali, che farebbero per esempio aumentare il turismo e non assisteremmo a fatti come il ritrarre mucchi di spazzatura abbandonata o di bidoni che traboccano da tutte le parti, anche nei pressi dei centri delle città, di città altamente turistiche come Roma, o di monumenti famosi, ecc. Ma tutto questo si scontra con un particolare, e cioè col fatto che in Italia il tasso di evasione fiscale è tra i più alti d’Europa, e i nuovi governanti fanno ciò che possono per aggiungere all’alta evasione anche la flat-tax a molte di quelle categorie che già le studiano tutte per non pagare ciò che gli spetta. Premesso ciò, c’è però da dire che non tutti gli italiani possono essere tanto pessimisti sulla situazione, infatti abbiamo le alte gerarchie statali con retribuzioni molto più elevate dei loro pari grado dei paesi più ricchi, come Usa e Germania, i presidenti e gli amministratori delegati delle società quotate, che pur essendo in gran parte a piccola e media capitalizzazione, risultano essere i più pagati al mondo dopo gli svizzeri, secondo i quotidiani finanziari. Quelli pertanto che se la prendono con l’Ue la BCE e l’euro e non guardano le scandalose disparità che si sono andate cristallizzando in casa nostra, fanno semplicemente cascare le braccia, e i nuovi venuti in tutto questo non sono affatto dissimili dai predecessori, nonostante i timidi passi che con tanta enfasi hanno pubblicizzato in materia.
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