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Riceviamo e volentieri pubblichiamo
Lettera a un giovane morto invano per una pace che non ci sarà
Restiamo Umani
Vik da Gaza city
Caro Vittorio,
da uno dei tanti inutili uffici pace messi su nei comuni d’Italia (per salvarsi la coscienza e continuare intrighi e politica di piccolo cabotaggio), l’amica Ornella ha fatto spuntare oggi sul video del mio PC, un comunicato di Flavio Lotti, coordinatore nazionale della Tavola della pace, nel quale si annuncia che «il 29° Seminario nazionale» di tale organizzazione «che si apre oggi ad Assisi sarà dedicato a Vittorio Arrigoni». Chissà, ti dedicheranno pure strade, scuole, parchi!
Che ipocrisia!
Trovo indecente, subdola, viperina la prontezza con cui si gioca d’anticipo su ogni possibile concorrente e ci si appropria della tua morte. La lobby pacifista italiana ti vuole “santino pacifista subito”! Guai se, ragionando sulla tua uccisione, si uscisse dal piagnisteo! La spiegazione da far circolare nel “mercatino della pace” è una sola ed è già pronta: Lotti ha detto che la tua uccisione è «assurda». E chiude così qualsiasi interrogativo più scomodo.
Rassegniamoci, dunque?
È una buona, consolidata, abitudine italiota non andare a fondo sui “fatti di sangue”.
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Il comune che verrà
Davide Borrelli
Appunti per ripensare il legame sociale nell’epoca della comunicazione in rete
Uno spettro si aggira nel mondo, ma questa volta non si tratta dello spettro del comunismo. E’ piuttosto lo spettro del comune, o meglio della comunanza, che esprime la tensione a costruire un orizzonte condiviso tra entità che si trovano in condizioni di differenza. Diversamente dal comunismo, la passione del comune non si esprime in un manifesto ideologico né si concretizza in uno specifico programma d’azione. Per essere precisi, non costituisce neanche una categoria politica, dal momento che si manifesta come un’istanza che è insieme prepolitica, impolitica e postpolitica. Prepolitica, perché ha la forza energetica di un sentire. Impolitica, perché contesta al politico la pretesa di rappresentare la totalità dell’umano. Postpolitica, perché dispiega un nuovo orizzonte di senso e fornisce una nuova agenda per il terzo millennio, in cui trovano spazio pratiche, esperienze, soggettività e forme di vita associata rimaste per lo più in ombra e impensate nel corso della modernità.
Viviamo in tempi di globalizzazione e di comunicazione in rete, fattori che contribuiscono particolarmente ad alimentare l’esigenza che abbiamo di rimettere a fuoco e ripensare il concetto di comunità. Recentemente sono stati pubblicati diversi saggi che affrontano, a partire da differenti punti di vista ed ambiti disciplinari, questo tema, e si interrogano su come sia possibile immaginare nuove forme di socialità al di fuori delle appartenenze date (di classe, di nazionalità, di cultura, di identità ed orientamento sessuale, di etnia, di religione), in grado di garantire insieme le condizioni del massimo sviluppo del sé e della più ampia inclusione del diverso.
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L'invenzione del clandestino
di Augusto Illuminati
La minchia gli scassarono ‘sti migranti al governatore Lombardo, non solo l’uscio del capanno di Grammichele. Per questo incita i siciliani a far ronde notturne con il mitra, caso mai incontrassero tunisini in fuga da Mineo o sbarcati sulle coste. Li fulminassero sul bagnasciuga, come proclamò con scarsa padronanza dei termini marinari e ancor meno fortuna bellica la buonanima di Mussolini per l’altra invasione dell’isola, quella del 1943.
Folklore mafioso-leghista, che copre ben altre e più massicce operazioni di disinformazione e razzismo di Stato. Pensiamo a quel “falso movimento” che consiste in due serie di azioni opposte e complementari, vera e propria ideologia messa in scena per ipnotizzare il paese. Da un lato i migranti vengono trattenuti, ammucchiati oltre misura nella più inimmaginabile sporcizia e deprivazione, rinserrati in Cie e Cara o a cielo aperto sull’isola di Lampedusa –occorre mostrare le belve sudice e ribelli ai bravi cittadini italiani e ai connazionali rimasti in patria, guardate che succede a varcare il Canale. Dall’altro, li si fa oggetto, insieme agli sventurati zingari preesistenti, prototipo del nomade-migrante, di spostamenti frenetici senza nessun motivo plausibile (dal Cara di Castelnuovo di Porto a Mineo, poi anzi no, a Mineo ci vanno i tunisini, al Cara gli zingari, no poi ci vanno i libici doc, ecc.), con la stessa logica capricciosa e intimidatoria delle periodiche “traduzioni” carcerarie.
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Delirio assoluto: il cigno nero diventa grande come un dinosauro
di Mattacchiuz
Fukushima ? Una marea di falsità. Solo per business. Nord Africa e Medio Oriente? Stessa storia. Unione Europea ? Il gioco di interessi della Germania e l’interesse nel salvare le banche. E poi Dollaro USA, FBI e fiducia dei consumatori. Una solo domanda? Ma ci rendiamo conto che siamo al delirio assoluto?
Fukushima
Beh amici miei, credo che non ci siano parole per descrivere quanto successo e quanto stia succedendo ora in giro per l’intero mondo.
Personalmente, il fatto più grave ritengo sia quello rappresentato da Fukushima . Quanto accade in Giappone è PAZZESCO. E non mi riferisco solo al disastro nucleare già estremamente drammatico in sé. Personalmente mi sta salendo la rabbia. Si, una sana collera, benché non sia direttamente interessato, nei confronti del corrottissimo governo giapponese e della Tepco, l’azienda che ha in carico la gestione dell’impianto e purtroppo anche la gestione dell’emergenza. Ma badate, il governo e la Tepco non sono due entità astratte, SONO FATTE DA UOMINI E DONNE CHE HANNO DELIBERATAMENTE DECISO DI MENTIRE AL MONDO, che hanno messo a rischio di vita centinaia di migliaia di loro simili, che pure di fronte all’evidenza, hanno preferito continuare a negare la realtà e manipolare l’informazione con il presunto scopo di evitare un panico nucleare. PANICO CHE ORA CI SI RENDE CONTO È PIÙ CHE GIUSTIFICATO.
Credo che tutti sappiate quale sia stata l’evoluzione di quello che vorrebbero far passare come un imprevedibile incidente a Fukushima . Dai reattori messi in funzione già difettati (come testimoniato dall’ingegnere che supervisionava per l’Hitachi la costruzione del contenitore speciale per il reattore numero 4 ), alla sottovalutazione dei problemi che tutti i reattori stanno avendo, si sono raggiunti momenti di tragica comicità.
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Federalismo o feudalesimo?
Marco Esposito
Le tasse del Nord restino al Nord. E quelle di Belluno ai bellunesi? Quando ogni territorio rivendica la propria sovranità fiscale non si produce una riforma tributaria ma il ritorno al Medioevo
Decreto più decreto meno, il federalismo fiscale è ormai in dirittura d’arrivo. E già si intravedono i delusi. C’è chi si aspettava di più, c’è chi teme di averci rimesso le penne. Una cosa però è certa. Il Carroccio è riuscito a vincere una battaglia culturale: convincere gli italiani tutti del principio che le tasse sono dei territori, con le province ricche che per generosità più o meno forzata danno una mano a quelle meno fortunate.
Parlare di “tasse dei territori” sembra una banalità, quasi un fatto ovvio e invece la potestà dei territori sulle imposte ricorda il feudalesimo più che il federalismo. In Italia dalla fine del Medioevo non esistono tasse pagate “dai territori”. Infatti chi versa le imposte, il contribuente, può essere una persona fisica, cioè un cittadino, o giuridica, cioè un’impresa. Non è mai una città, una provincia, una regione. Eppure, con uno dei tanti cortocircuiti linguistici ideati dai leghisti, si parla ormai senza più farci caso di “Nord che paga le tasse”. “Tasse del Veneto”. Si dirà: si intende “cittadini e imprese del Nord (o del Veneto) che pagano le tasse”. Ma la differenza c’è ed è concettualmente decisiva.
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The Battleground
John Perry Barlow ha affermato che Wikileaks è stato il primo campo di battaglia della grande infoguerra mentre le rivoluzioni arabe sono il secondo. E che soprattutto molti altri ancora ne verranno.140 suggestivi caratteri da cui partire. Un trampolino di lancio per una profonda esplorazione che negli anni a venire riempirà scaffali di intere biblioteche e gigabyte di archivi digitali.
A partire dall’esplosione del Cablegate del dicembre 2010 fino alle rivolte che stanno attualmente infiammando il Nord Africa, hanno cominciato a prodursi all’interno del sistema informativo globale fratture che sembrano ormai insanabili.
Dal punto di vista del ruolo di Internet esse producono un prisma analitico i cui cristalli irradiano sfumature cromatiche ancora indefinite ma sulle cui punte già si legge chiaramente la sconfitta di tante impostazioni ideologiche e credenze relative alla rete. E allo stesso tempo esse rappresentano una prima cartina al tornasole sugli orizzonti delle forme di militanza locale e globale on-line.
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Il rimedio della dialettica contro il culo flaccido
di Christian Raimo
Nella Metafisica Aristotele dice: inchiodali al loro linguaggio. Parla dei sofisti di basso livello, dei Megariti, di quella gente che non argomenta in modo preciso, che cerca di buttare tutto in caciara, il cui unico scopo è la delegittimazione dell’avversario. In questi ultimi tempi la battaglia delle truppe cammellate berlusconiane sta mandando in campo i riservisti: dopo la fanteria d’assalto degli yes-man, degli uomini-eco, i Bondi e i Quagliarello, c’è stato il tempo dei cecchini, i Feltri, i Lavitola, i Sallusti, quelli che sparavano ad altezza uomo ripetutamente, qualunque fosse il Boffo di turno da affondare. Ora la strategia sembra più raffinata: sono tornati da qualche settimana a questa parte a aver voce gli intellettuali sedicenti. Un Giuliano Ferrara che prende per il culo Umberto Eco su Kant, un Antonio Ricci che si riscopre debordiano e fa il verso alle femministe sul Corpo delle donne, detournando il documentario di Lorella Zanardo con un filmatino mandato in onda a Matrix, la cui tesi era: anche Repubblica usa le tette per vendere. Se è questo il livello, il conflitto viene da dire è finalmente culturale.
Dopo che l’opposizione parlamentare (il Pd in primis) ha fallito nell’arginare la sua deriva populista, dopo che quella istituzionale (la nuova destra di Fini, la morale comune) è stata miseramente azzoppata, ora tocca a noi, a chi crede che il berlusconismo sia soprattutto una malattia del capitalismo avanzato, un virus che avremmo inoculato comunque anche se Berlusconi ipse non fosse ancora al governo con una maggioranza di 320 parlamentari.
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La controriforma dell'Università
Guido Liguori
La situazione dell’università italiana e le responsabilità del centrosinistra. Come la «controriforma Gelmini» peggiora la situazione: privatizzazione, precarizzazione, fine del diritto allo studio, controllo sui contenuti della ricerca e sulla trasmissione del sapere. La lotta degli studenti e dei precari è destinata a continuare, per il diritto allo studio, al lavoro e al reddito.
La «riforma Gelmini», una vera e propria «controriforma» dell’università, è stata approvata subito prima di Natale da un Parlamento insensibile alle proteste non solo delle piazze, ma anche di vaste componenti del mondo universitario: studenti, ricercatori (precari e non), docenti, presidi, interi consigli di facoltà e corpi accademici hanno invano provato a far sentire le proprie ragioni, hanno invano provato a fermare questo ulteriore e più grave passo della università pubblica verso il baratro.
Il governo Berlusconi anche in questa occasione non ha mancato di mettere in moto la propria principale risorsa – una macchina propagandistica e massmediatica fondata sulla ripetizione ossessiva delle proprie «verità» di comodo – cercando di confondere l’opinione pubblica e di nascondere ai non addetti ai lavori la gravità dei provvedimenti assunti, la situazione reale delle università italiane, le responsabilità e le finalità che stanno dietro il loro stato attuale.
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E la lotta di classe si sposta tra i banchi
di Marco Lodoli
Per decenni le aule sono state il luogo di incontro e di avvicinamento tra ceti diversi. Oggi le cose sono cambiate radicalmente: sotto il velo della "meritocrazia" il nostro Paese è tornato ad essere classista in modo feroce
Per alcuni decenni la scuola è servita anche ad avvicinare le classi sociali: nelle aule convergevano interessi e aspettative, si respirava la stessa cultura, si creavano possibilità per tutti. In fondo al viale si immaginava un mondo senza crudeli differenze, senza meschinità e ingiustizie. La conoscenza era garanzia di crescita intellettuale, e anche sociale ed economica. Chi studiava si sarebbe affermato, o quantomeno avrebbe fatto un passo in avanti rispetto ai padri. Tante volte abbiamo sentito quelle storie un po' retoriche ma autentiche: il padre tranviere che piangeva e rideva il giorno della laurea in medicina del suo figliolo, la madre che aveva faticato tanto per tirare su quattro figli, che ora sono tutti dottori.
Oggi le cose sono cambiate radicalmente. Chi viaggia in prima classe non permette nemmeno che al treno sia agganciata la seconda o la terza: vuole viaggiare solo con i suoi simili, con i meritevoli, gli eccellenti, i vincenti.
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Diritto d’asilo
di Giorgio Morbello e Luca Rastello
Il diritto d’asilo è uno dei pilastri dell’identità europea. "Chi, nel proprio Paese, non può godere dei diritti civili, venga da noi! Sarà accolto, tutelato, protetto, accudito. Siamo l’Europa! La patria, la culla della libertà e dei diritti umani". E non si tratta di enunciazioni di principio: è tutto stato messo nero su bianco e firmato nella Convenzione di Ginevra, per non dire delle Costituzioni dei singoli Stati. Ma a un certo punto, in modo più opportunistico che schizofrenico, questo elemento fondante è diventato un ostacolo. Terminato il pericolo del comunismo sovietico, quando noi eravamo il "bene" pronto ad accogliere chiunque riuscisse a scappare da "oltrecortina", oggi il diritto d’asilo viene di fatto negato. Non nella sua enunciazione, certamente, ma di sicuro lo è nella sua prassi.
Da questa idea di fondo è nato il saggio La frontiera addosso (Luca Rastello, Laterza): dalla constatazione che l’Europa ha mosso una vera e propria guerra al diritto d’asilo. E non in senso figurato. Si tratta di una guerra con il suo esercito, i suoi soldati, i suoi elicotteri, i suoi aerei, le sue armi. E ci sono i nemici: tutti quelli che, in fuga dai propri Paesi, cercano di entrare in Europa. E ci sono anche i "danni collaterali": gli oltre 15.000 tra uomini donne e bambini che negli ultimi dieci anni sono morti alle frontiere della fortezza nel tentativo di trovarvi rifugio da guerre, fame, persecuzioni, povertà estrema (è il dato dei morti "certificati" raccolto dal preziosissimo fortresseurope, il numero reale è sicuramente molto piu alto).
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Le contraddizioni e il no alla crociata
di Maria Nadotti
Ricevo da più fonti, a sciame, attraverso gli effimeri e non sempre aggreganti canali di Internet un Invito alle donne italiane a partecipare ad una giornata nazionale di mobilitazione domenica 13 febbraio 2011. Si intitola «Se non ora, quando?» e porta firme eccellenti e curiosamente trasversali, da Rosellina Archinto a Giulia Bongiorno, da suor Eugenia Bonetti a Margherita Buy, da Livia Turco a Emma Fattorini, da Inge Feltrinelli a Natalia Aspesi, da Susanna Camusso a Claudia Mori, da Gae Aulenti a Valeria Parrella. Poiché ogni segno di vitalità civica merita attenzione, l'ho letto con cura e disponibilità a «mobilitarmi». E così, a modo mio, mi mobilito, chiosando e segnalando quel che di questo «appello all'indignazione attiva» mi sgomenta, mi disturba, mi offende. Rivolgo dunque alle firmatarie e alle donne che hanno sottoscritto il loro appello un paio di domande il cui fine non è sabotare la loro iniziativa, ma renderla più trasparente, meno ecumenica e universalistica, più situata. Quando qualcuno ci chiede di riconoscerci in una proposta, in una parola d'ordine, in uno slogan, anche solo in una giornata di tardo inverno all'insegna dello sdegno, il minimo che possiamo fare è chiederci chi si indigna per cosa, contro chi, e perché proprio ora. E, soprattutto, se può parlare anche a nome nostro e transitoriamente rappresentarci, saturando lo spazio mediatico e l'arena politica.
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Potenza (e limiti) della Rete
di Massimo Mantellini
La rivolta di piazza egiziana stravolge le nostre convinzioni sulla realtà del Web. Che è meno libero e meno irresistibile di quanto sperato. Ma è pervasivo abbastanza da funzionare da collante oltre il virtuale
Cautela. Se c'è una parola che i recenti tumulti di piazza che hanno interessato la Tunisia e l'Egitto dovrebbero suggerire a quanti analizzano gli impatti della comunicazione di Rete, quella parola è cautela. Non tutto è chiaro. Molte delle nostre consolidate convinzioni sono andate a gambe all'aria durante la rivolta popolare per le strade del Cairo in questi ultimi giorni, altre hanno mostrato la propria grande fragilità.
Seconda cautela. I sociologi e gli opinionisti, anche quelli bravi come Malcom Gladwell, si considerino avvisati: le analisi a tavolino delle ragioni per le quali i fili di Rete sono fili deboli, inadatti ai grandi sommovimenti sociali, hanno in questi giorni - per così dire - mostrato tutta la propria fragilità ed elegante inconsistenza.
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Il #rogodilibri e la sottovalutazione del pericolo. Un’analisi
di Wu Ming 1
Non si potrà mai segnalare e linkare abbastanza l’articolo in cui Massimo Carlotto spiega che l’indignazione anti-Battisti degli amministratori/epuratori veneti è falsa come una moneta da mezzo centesimo, e quindi l’offensiva contro i libri sgraditi e soprattutto contro i loro autori, massacrati mediaticamente ad hominem, prescinde totalmente dalla questione sbandierata. Come dimostra l’epurazione silenziosa dei libri di Saviano e di Paolini, per motivi che al caso Battisti sono estranei.
Proviamo a fare un quadro della situazione.
La fase del declino di un regime può essere breve o lunga, tragica o grottesca (o entrambe le cose); di certo è sempre la fase più pericolosa. All’ombra di un regime declinante a livello nazionale, localmente si registrano le peggiori “fughe in avanti” e recrudescenze.
Recrudescenze che si incrociano – e talvolta confondono – coi tentativi sempre più marcati ed estremi di distogliere l’attenzione, alzare cortine fumogene, indicare falsi bersagli e capri espiatori. Il grido Achtung banditen! si alza sempre più alto e stridulo, insieme a strumentali richiami all’onore nazionale.
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Rebel, rebel
Cinzia Arruzza e Felice Mometti
Lo spazio politico aperto dai movimenti europei può rappresentare l’uscita di sicurezza sia dal labirinto della tragedia dei partiti di sinistra storicamente conosciuti che dal dispotismo dell’opinione
Rebel Rebel, you’ve torn your dress
Rebel Rebel, your face is a mess
Rebel Rebel, how could they know?
David Bowie
5 maggio 2010: migliaia di persone cercano di assaltare il Parlamento. nel corso della manifestazione indetta ad Atene in occasione dello sciopero generale contro le misure di austerità imposte dal FMI, dall’Unione Europea e dal governo. 10 novembre 2010: 50.000 studenti irrompono nella sede dei Tories a Londra, per protestare contro l’aumento vertiginoso delle tasse universitarie. 15 dicembre 2010: le manifestazioni studentesche ad Atene rispondono ai tentativi di provocazione da parte delle forze dell’ordine, scontrandosi per ore con la polizia per le strade della città. 14 dicembre 2010: a Roma, di fronte alle cariche della polizia, anziché disperdersi o indietreggiare, gli studenti decidono di reagire. Non si è trattato dell’iniziativa di piccoli gruppi, non è stata un’accelerazione ingiustificata dell’uso della violenza, non c’è stata sopraffazione della massa degli studenti che avrebbe voluto manifestare pacificamente. Si tratta di qualcosa di diverso: soffia vento di rivolta per l’Europa.
Atene, Londra, Roma: un epicentro che si sposta per l’Europa con una velocità non prevista. Che segnala una soluzione di continuità nei comportamenti, nella composizione, nelle aspirazioni di un settore giovanile che lascia intravedere la nuova possibile classe a venire.
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I saperi e l'Università
Piero Bevilacqua
La riforma Gelmini, definita “epocale” dalla ministra – che evidentemente ha idee confuse su ciò che sono le epoche – divenuta legge, investirà la vita delle Università italiane nei prossimi mesi. Un diluvio di norme e regolamenti da applicare pioverà sugli atenei, proseguendo ed esacerbando le tendenze dell'ultimo decennio, durante il quale “l'innovazione continua” delle cosiddette riforme ha tormentato docenti e studenti, perennemente alle prese con problemi organizzativi e novità procedurali da interpretare. Una pratica che ha assorbito non poco tempo ed energia alle loro ricerche e ai loro studi. Nulla di nuovo, dunque, se non il peggio che prosegue nella sua china, perché la riforma aggiunge un'ulteriore limitazione di risorse e di personale ai vecchi problemi.
Ciò che tuttavia iscrive la nuova legge nel quadro delle ristrutturazioni universitarie della UE è un dato di cui pochi, in verità, si sono occupati. Tutte le riforme dell' ultimo decennio non si sono neppure interrogate sulla qualità degli insegnamenti che si impartiscono nell'Università. L'unica preoccupazione che ha tenuto desta l'attenzione dei riformatori è stata quella di far corrispondere discipline e insegnamenti alle tendenze del mercato del lavoro. I solerti pedagogisti del capitale non hanno rovelli che per questo. E perciò anche un grande scrupolo nell'emarginare le discipline umanistiche, poco utili a produrre saperi strumentali, immediatamente spendibili nel mercato.
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La lotta degli studenti tra le rovine dell’università
di Franco Piperno
I). Ricordare per trasformare.
L’approvazione, da parte del Parlamento, qualche tempo fa, della riforma attribuita all’avvocata Gelmini, segna un punto di biforcazione nella traiettoria descritta dalla lotta degli studenti: o, nei primi mesi di questo nuovo anno, l’ondata di occupazioni riprenderà più tumultuosa di prima, ricreando negli atenei italiani le “comunità di insorti”; oppure, se la vita universitaria ritroverà rapidamente il suo anonimo ritmo, allora un ciclo sarà finito, ed il movimento che lo ha scatenato andrà considerato politicamente morto. Non bisogna, infatti, alimentare illusioni: se gli studenti desistono dalle forme radicali di lotta, i docenti ed i ricercatori non dispongono, in generale, né dello spessore intellettuale né del coraggio civile per sabotare la riforma; sicché, dopo qualche pantomima accademica, e.g. le finte dimissioni di presidi e vice-rettori, le dilatorie proposte di referendum abrogativi; tutto tornerà come prima, solo un po’ peggio. Di fatto, la riforma Gelmini non fa che sancire per legge, quel che da anni ormai è la condizione della vita universitaria, ivi compresa una certa dequalificazione della docenza.
Malgrado, dunque, che il futuro sia incerto, come per altro è giusto che sia dal momento che un futuro certo è un ossimoro; malgrado questo, vale comunque la pena di approntare un primo bilancio schematico della esperienza trascorsa, per imparare dagli errori commessi.
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Piccole bombe nucleari crescono
La fusione fredda e le nuove mini armi atomiche
di Emilio Del Giudice
Incontro sul libro inchiesta Il segreto delle tre pallottole di Maurizio Torrealta e Emilio Del Giudice (Edizioni Ambiente, collana Verdenero, 2010) alla libreria Odradek di milano, 1 ottobre 2010
Una delle caratteristiche della società moderna, che sembra fondata sull’abbondanza e sulla disponibilità dell’informazione, è la capacità di mantenere segreti. E li mantiene proprio grazie all’enorme quantità di informazione che viene rovesciata sulla testa delle persone le quali, non avendo più punti di riferimento, assumono, rispetto all’informazione che ricevono, un’attitudine passiva. Convinti di sapere tutto proprio perché hanno ricevuto un mare di notizie i cittadini, paradossalmente, non sanno niente. E non esiste modo migliore per nascondere la verità che fare riferimento non a bugie plateali ma a verità parziali.
Alcuni giornalisti chiesero, durante una conferenza stampa del portavoce del governo israeliano, se era vero che nel 2006, sul fronte del Libano, Israele avesse usato armi nucleari di tipo nuovo. La risposta del portavoce fu: “noi dichiariamo che l’esercito israeliano non ha mai fatto uso di armi vietate dalle convenzioni internazionali”. Il che è verissimo, l’arma di cui parliamo non è vietata dalle convenzioni internazionali, per il semplice motivo che è un arma di tipo nuovo, e quindi non è prevista nelle convenzioni internazionali; nessuno ufficialmente sa dell’esistenza di questo tipo di arma e dunque essa non è un’arma vietata.
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Vogliamo altro. Appunti per una critica al concetto di produttività, di lavoro e di cittadinanza
di Cristina Morini
Se il lavoro va perdendo le caratteristiche del lavoro per assumere quella della vita che cosa dobbiamo fare noi, donne e uomini, nel presente? Per poterci riappropriare delle nostre vite e dei nostri desideri dobbiamo procedere a bombardare le radici stesse del lavorismo che ci ha costruiti. Anch’esso ha contribuito a fare in modo che il lavoro esondasse in modo indifferenziato dai limiti suoi propri. Senza una critica radicale al concetto stesso di produzione e di norma socio-economica, senza una messa in discussione di queste fondamenta, non solo non potremo liberarci, né cambiare di segno al lavoro e al sistema, ma viceversa dovremo rassegnarci alla colonizzazione progressiva di ogni spazio vitale, all’asfissia totale. L’attualità non fa che regalarci esempi molto espliciti, in questo senso: quando non sarà la precarietà a piegarci, ci saranno straordinari coatti, pause più corte, meno giorni di malattia, mobilità selvaggia… Noi vogliamo altro.
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Open non è free, pubblicato non è pubblico
di Ippolita (www.ippolita.net)
Creatività inscatolata o crowdsourcing di massa al servizio del marketing? Libertà di esprimersi o auto-delazione compulsiva? Introduzione ad una analisi critica dei social media
Sono passati diversi anni da quando Ippolita insisteva sulla necessità di distinguere l'apertura al "libero mercato" propugnata dai guru dell'open source economy dalle libertà che il movimento del software libero continua a porre a fondamento della propria visione dei mondi digitali. "Il Software libero è una questione di libertà, non di prezzo": l'open source si occupa esclusivamente di definire, in una prospettiva totalmente interna alle logiche di mercato, quali siano le modalità migliori per diffondere un prodotto secondo criteri open, cioè aperti. La giocosa attitudine hacker della condivisione fra pari veniva cooptata in una logica di lavoro e sfruttamento volta al profitto e non al benessere, sterilizzandone la potenzialità rivoluzionaria vissuta e individuata da Richard Stallman: "Freedom 3: Freedom to contribute to the community".Muovendosi nella stessa ottica, Ippolita ha analizzato Google, un tentativo chiaramente egemonico di "organizzare tutta la conoscenza del mondo". La logica open, coniugata alla filosofia dell'eccellenza accademica californiana, trovava nel motto "Don't be evil" la scusa per lasciarsi cooptare al servizio del capitalismo dell'abbondanza, del turbocapitalismo illusorio della crescita illimitata.
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L’università e il mito meritocratico
Guglielmo Forges Davanzati
Sulla cosiddetta riforma dell’Università, è bene sgombrare il campo da un equivoco: il suo reale obiettivo non è introdurre criteri di valutazione che premino il merito, bensì operare un depotenziamento del sistema formativo pubblico che non ha precedenti nella storia recente del Paese[1]. Depotenziamento che è già, in parte, passato attraverso la legge 33/2008, con la quale si è provveduto a sottrarre al sistema universitario pubblico circa un miliardo e mezzo di euro, per il biennio 2010-2011, mettendo a rischio la sopravvivenza stessa di molti Atenei. I fondi recuperabili con la Legge di stabilità non serviranno a ripianare i bilanci degli Atenei italiani, ma, nella migliore delle ipotesi, ad arginare le proteste degli attuali ricercatori in ruolo, che hanno consentito – negli anni passati - la sopravvivenza di corsi di studio, svolgendo attività didattica non retribuita, e ai quali il Ministero offre oggi in cambio la messa ad esaurimento del loro ruolo. Peraltro – e non si tratta di un aspetto marginale – la riduzione dei finanziamenti è ‘lineare’, ovvero non tiene conto delle variabili di contesto (PIL procapite, tassi di disoccupazione) e, dunque, grava maggiormente sulle Università meridionali. La delegittimazione mediatica del sistema universitario pubblico (che regge sulla duplice retorica dei professori ‘baroni’ e ‘fannulloni’) sostiene questo disegno[2].
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Wikileaks: frammenti di disordine globale
Info Free Flow
[A seguire: Dodici tesi su Wikileaks – di Geert Lovink e Patrice Riemens]
Il momento storico in cui Wikileaks opera è decisivo: è quello della crisi dell’egemonia militare, economica, politica, culturale e tecnologica statunitense
La caduta del secondo muro del ’900 (Wall Street) riproduce le sue richieste di glasnost (“openness”) e perestrojka (“change”) perché persino nella caratterizzazione che la vulgata neoliberista le ha dato l’ideologia democratica ha subito una degenerazione. L’imperativo è la riforma del sistema, l’overstretching planetario degli Stati Uniti segna il passo dall’Iraq all’America Latina, l’esecutivo è debole e sotto tutela da parte di chi ambisce ad una risoluzione reazionaria, integralista ed autenticamente “statunitense” della crisi ideologica.
E dentro a questo scenario già complesso di suo comincia ad aggirarsi uno spettro che bisbiglia nelle orecchie di chi lo incontra: «Le informazioni in rivolta scriveranno la storia».
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La crisi dello Stato democratico(*)
intervista di Julia Netesova a Danilo Zolo
Julia Netesova. Gli Stati contemporanei devono affrontare numerose sfide che modificano il loro rapporto con la società: l'interferenza dello Stato è in aumento, gli apparati di sicurezza tendono a divenire più influenti e importanti e,soprattutto, la gente è sempre più preoccupata per la propria sicurezza. Pensa che questi trend influenzeranno la democrazia? In che modo?
Danilo Zolo. Non c'è dubbio che, soprattutto nei paesi occidentali, nuove sfide stanno alterando i rapporti fra quella che un tempo veniva chiamata civil society e le strutture centralizzate del potere statale. Due sono a mio parere i fenomeni più evidenti e più rilevanti. Il primo è il processo di sfaldamento degli istituti della rappresentanza politica che erano alla base del tradizionale modello "democratico", anche nelle sue forme più moderate e realiste à la Schumpeter. I suoi principali assiomi - il pluralismo dei partiti, la competizione fra programmi politici alternativi, la libera scelta elettorale fra élites concorrenziali - sono ormai degli enunciati sfuggenti, puramente formali. Anche il parlamento non svolge più alcuna funzione rappresentativa e legiferante, sostituito dal "governo" che tende a concentrare in sé tutti i poteri dello Stato di diritto (o rule of law) e a praticare una permanente ignorantia legis.
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India in crisi
di Arundhati Roy
La legge rinchiude il delinquente sventurato
che sottrae l'oca alla proprietà comune
ma libera il delinquente maggiore
che sottrae la proprietà comune all'oca
Anonimo, Inghilterra, 1821
Alle prime ore del mattino del 2 luglio 2010, nelle foreste remote di Adilabad, la Polizia statale dell’Andra Pradesh ha sparato un colpo nel petto di un uomo chiamato Cherukuri Rajkumar, noto ai suoi compagni come Azad.
Azad era un membro del Politbureau del Partito Comunista Indiano (maoista) [illegale per lo Stato indiano], ed era stato nominato dal suo partito come il capo negoziatore degli accordi di pace con il governo dell'India. Perché la polizia ha sparato a bruciapelo e perché ha lasciato scoperte delle tracce eloquenti del suo passaggio, quando avrebbero potuto coprirle tanto facilmente? E' stato un errore oppure un messaggio?
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Facebook. Un dispositivo omologante e persuasivo
di Maria Maddalena Mapelli
Facebook [1] – quattordici milioni [2] di utenti italiani – è un dispositivo social (siamo tutti “amici”) e sicuramente di successo (ma come, non sei su Facebook?), ma è anche un dispositivo persuasivo, nel senso che induce comportamenti automatici e prevedibili (ci vuole, appunto, tutti veri e social) e al tempo stesso omologante, nel senso che induce, in noi utenti, assetti identitari, modalità di interazione e di narrazione, regimi di visibilità che ci rendono seriali e simili. Su Facebook si è più soggetti costituiti, che soggetti costituenti. Facebook accentua caratteristiche già presenti in altri luoghi della rete, rivelandosi così un esempio significativo di dispositivo-specchio, cioè di dispositivo che crea effetti di somiglianza con il “reale” e impone specifici assetti identitari.
Il dispositivo, dice Deleuze sviluppando un concetto foucaultiano, [3] è una macchina per far vedere e per far parlare: consideriamo allora anche i social network come dispositivi che abitiamo [4] e che orientano i nostri pensieri e la nostra immaginazione, disciplinano i nostri corpi e il nostro modo di interagire, veicolano, a seconda dei casi, differenti regimi discorsivi e di visualizzazione, promuovono, per continuare a usare la terminologia di Deleuze, processi di soggettivazione.
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Tutti devono sapere che FB è una trappola
Franco Berardi Bifo
“Tutti devono sapere” è il nome di una pagina Facebook che informa(va) sulle questioni della cosiddetta riforma Gelmini, l’attacco definitivo scatenato contro la scuola pubblica italiana, il tentativo - che purtroppo sta avanzando - di distruggere alla base ogni vita intelligente, ogni democrazia in questo paese.
Diecimila persone erano collegate a questa pagina: insegnanti, genitori, studenti.
Da un paio di giorni questa pagina è stata cancellata senza motivazioni senza spiegazioni.
Per violazione di qualche norma di un regolamento che nessuno conosce.
Facebook è così. Ricevo sempre più spesso messaggi (spesso comicamente disperati) di persone che sono state bannate dal social network, e annaspano perché la loro socialità si alimentava sempre più degli scambi di messaggi, e della continua consultazione del sito nel quale chi è solo (quasi tutti lo sono di questi tempi) può trovare la coccolante conferma della sua esistenza, e la sensazione di avere amici, anche se più tempo passi davanti allo schermo, meno amici avrai nella carne e nello sguardo.
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