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voxpopuli

I compiti di questa fase storica di transizione

di Gianfranco La Grassa

us democracy1. In effetti, non sono uno storico anche se a volte affronto determinati momenti della nostra storia, in specie del secolo scorso, e mi piacerebbe molto che altri, ben più preparati al riguardo, approfondissero le questioni da me sollevate con tanta imperizia. Desidero qui punteggiare alcuni problemi, prendendo avvio da quanto avvenne in Germania negli anni ’30, quando venne a termine la Repubblica di Weimar, frutto della sconfitta subita dal paese nella prima guerra mondiale. Se la memoria non m’inganna, alcuni dei problemi cui accennerò sono affrontati secondo la direzione da me scelta quasi soltanto nel Behemoth di Franz Neumann, autore socialdemocratico di indubbio valore.

La suddetta Repubblica di Weimar era in quegli anni (caratterizzati dalla Grande Crisi del ’29) ormai corrotta e marcescente; e appariva preda delle manovre del grande capitale finanziario. Il 1933 è indicato “ufficialmente” come l’anno di uscita dalla crisi in questione; negli Stati Uniti la situazione sarebbe stata risolta – è quanto si sostiene pressoché unanimemente e senza ulteriori approfondimenti critici – dal New Deal di Roosevelt (eletto a fine ’32 e insediatosi appunto nel gennaio di quell’anno), una serie di misure di politica economica attuate tramite forte spesa statale (in deficit di bilancio) e costruzione di infrastrutture di notevole importanza; politica che è stata di fatto sistematizzata teoricamente da Keynes nel suo testo più famoso (1936). Il New Deal prese termine nel ’37, ottenne successi iniziali ragguardevoli in termini di occupazione e crescita economica. Tuttavia, ci si scorda che, già nel ’35 e soprattutto ’36 e ’37, si ha una fase di sostanziale stagnazione che perdura fino allo scoppio della seconda guerra mondiale.

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bollettinoculturale

La dittatura del lavoro nel capitalismo

di Bollettino Culturale

Rubin e il posizionamento della teoria del valore al centro della teoria di Marx

CONIGLIONegli anni ‘20 Isaak Rubin scrive i suoi saggi sulla teoria del valore marxista. Una lettura del lavoro di Marx, in particolare del Capitale, che si concentrava sulla teoria del feticismo della merce, considerata inseparabile dalla teoria del valore. Non è che il feticismo della merce rivela le relazioni di riproduzione che stanno dietro le categorie materiali, ma che:

“è più preciso esprimere la teoria del valore al contrario: in un'economia mercantile capitalista, i rapporti di lavoro della produzione tra uomini acquisiscono necessariamente la forma-valore delle cose e possono apparire solo in questa forma materiale; il lavoro può essere espresso solo in valore. Qui il punto di partenza non è il valore ma il lavoro.”

Rubin è interessato a dimostrare che, sebbene assuma una forma materiale ed è correlato al processo di produzione, il valore è una relazione sociale tra le persone. Nella sua analisi, "il valore rappresenta il livello medio attorno al quale fluttuano i prezzi di mercato e con cui i prezzi coinciderebbero se il lavoro sociale fosse distribuito proporzionalmente tra i vari rami della produzione" ripristinando l'equilibrio grazie al mercato e al suo sistema di prezzi.

Pertanto, il lavoro appare come lavoro distribuito quantitativamente e come lavoro socialmente equalizzato, cioè "come lavoro "sociale", inteso come la massa totale di lavoro omogeneo ed uguale in tutta la società". Per Rubin il lavoro avrebbe un ruolo regolatorio:

"La legge del valore è la legge dell'equilibrio dell'economia mercantile". Con l'aumento della produttività, il lavoro riduce il lavoro socialmente necessario per produrre un bene, il valore unitario di quel bene viene ridotto e si generano cambiamenti nella distribuzione del lavoro sociale tra i vari rami della produzione. La sequenza sarebbe la seguente: Produttività del lavoro-lavoro astratto-distribuzione-valore del lavoro sociale.

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codicerosso

Il Coronavirus e il crollo della modernizzazione

di cybergodz

crollo della modernizzazione scaled e1586795980259Proponiamo qui un testo proveniente dall’ambiente intellettuale tedesco che ruota intorno alla “Critica del valore”.1 Gli estensori, Roswitha Scholz e Herbert Böttcher, appartengono più precisamente all’area che ha come punto di riferimento la rivista Exit e il sito www.exit-online.org.

La Critica del valore si basa sulla tesi per la quale il capitalismo, che è essenzialmente valorizzazione di valore, è giunto al suo limite estremo, oltre il quale non può più andare. Questo a causa soprattutto della competizione capitalistica, la quale ha traghettato il mondo verso quella che è stata definita “terza rivoluzione industriale”, caratterizzata da una produttività a trazione iper-tecnologica e microelettronica.

Le nuove esigenze di questa esasperata produttività capitalistica richiedono una forte razionalizzazione dei costi, quindi l’espulsione di massa di “forza-lavoro” (come definisce l’economia capitalistica coloro che lavorano) dalla produzione, ma anche degli esseri umani in generale se non dal consorzio umano tout court, sicuramente dalla vita sociale e dai suoi benefici – quando ci sono. La onnipervasiva capacità produttiva, incredibilmente elevata, di merci a costi estremamente contenuti satura i mercati esistenti, che non sono più in grado di assorbire in modo redditizio le merci prodotte, e impedisce che se ne aprano di nuovi, ancora rispetto alla redditività necessaria. Al tempo stesso mina la “domanda” (sempre per usare questa odiosa terminologia commerciale) in quanto impoverisce il potere d’acquisto della potenziale platea di consumo, a causa proprio – come già sottolineato – della sua espulsione dal “contesto produttivo”, inteso anche in senso lato. Tutto questo genera, secondo la Critica del valore, una crisi senza ritorno.

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appelloalpopolo2

Le radici socialiste del sovranismo costituzionale

di Jacopo D'Alessio

populismo conflitto sociale sovranismo“In ogni epoca bisogna tentare di strappare nuovamente la trasmissione del passato al conformismo che è sul punto di soggiogarla” (Tesi XVIIa – A).

[…] Lo storicismo si accontenta di stabilire un nesso causale fra momenti diversi della storia. Ma nessuno stato di fatto è, in qualità di causa, già perciò storico. Lo diventa solo successivamente attraverso circostanze che possono essere distanti migliaia di anni da esso. Lo storico che muove da qui cessa di lasciarsi scorrere tra le dita la successione delle circostanze come un rosario. Egli invece afferra la costellazione in cui la sua epoca è venuta a incontrarsi con una ben determinata epoca anteriore. Fonda così un concetto di presente come quell’adesso, nel quale sono disseminate e incluse schegge del tempo messianico” (Tesi – VI).

Walter Benjamin

1. Antefatto. La contraddizione attuale

Il seguente articolo si propone di introdurre uno dei filoni storico-politici più importanti che hanno segnato il sovranismo, nella fattispecie la galassia costituzionale e neo-socialista. Ciò è avvenuto in seguito alla crisi economica, nel 2008, proveniente dai subrimes americani i quali, colpendo l’Europa, hanno dato luogo, anche in Italia, ad una rinnovata e collettiva coscienza di classe. Il primo grande contributo scientifico, che mise in luce l’impotenza delle istituzioni europee nel salvaguardare il lavoro e la società italiana dalle aggressioni del capitale a causa dei suoi choc esogeni, conseguì dalla precoce analisi giuridica dell’allora sconosciuto professore universitario Stefano D’Andrea (2011) (1).

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economiaepolitica

Per una “economia di guerra” sanitaria

di Giorgio Gattei, Antonino Iero

economia di guerra1. La teoria di una “economia di guerra”

L’economia ha le sue regole inflessibili e se la lotta al Coronavirus assomiglia sempre di più ad una guerra, sebbene sanitaria, allora si devono considerare i passaggi obbligati della c.d. “economia di guerra”, che è una dignitosa branca della scienza economica sviluppata nel corso delle due guerre mondiali del Novecento ed elaborata in Gran Bretagna, in Germania, negli Stati Uniti ed anche in Italia. Proprio da noi, tra il 1939 e il 1943, è stato teorizzato un “circuito monetario di guerra” che abbina alla “mobilitazione delle risorse produttive”, sia materiali che umane, anche e soprattutto una mobilitazione della moneta necessaria per soddisfare il bisogno collettivo della “vittoria sul nemico”[1]. Infatti, per affrontare una guerra (anche sanitaria) non basta pianificare l’apparato “di contrasto” adeguato, ma bisogna anche programmare le modalità del suo finanziamento. Per questo il punto di partenza del “circuito” non può stare che nelle mani dello Stato, con tutta la “potenza di fuoco” della produzione di quella sua “moneta sovrana” nella quantità necessaria a sostenere il fronte di combattimento (che in una guerra sanitaria è rappresentato dagli ospedali, mentre i soldati sono i medici e gli infermieri ed i caduti sono, in primo luogo, il personale sanitario e, in secondo luogo, i malati che non ce l’hanno fatta).

Lo Stato deve quindi immediatamente spendere (in questo caso la fretta è buona consigliera) e non può pensare di ricavare il denaro che gli serve con gli strumenti tradizionali del fisco (troppo lento) o del debito pubblico (troppo incerto).

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antropologiafilosofica

L’orizzonte delle scelte nell’epoca del coronavirus

di Andrea Zhok

sebastian mattaUn recente articolo dell’Economist (“A Grim Calculus” 02/04/2020) ha sollevato una questione cruciale, questione che circola in forma inesplicita in numerose discussioni politiche in epoca di Covid-19. La domanda che muove l’articolo è sostanzialmente la seguente: “Per quanto tempo saremo in grado di considerare la vita di ogni singolo essere umano, di qualunque età e condizione fisica, al di sopra di ogni considerazione economica?” Possiamo permetterci l’atteggiamento morale di “non dare un prezzo ad una vita?” Dopo tutto “ogni scelta ha un costo” e “il costo del distanziamento potrebbe superare i benefici”.

Gli interrogativi esplicitati dall’Economist sono con noi dall’inizio della crisi. Li abbiamo visti incarnati nelle prese di posizione iniziali di diversi paesi (Usa, UK, Olanda, Svezia) e li continuiamo a sentire come minoranza rumorosa nelle discussioni sui social media.

La forma dell’argomento dell’Economist è caratteristica, e merita un’attenta riflessione. Essa contrappone due tesi, che appartengono a due grandi tradizioni della filosofia morale. Da un lato abbiamo la tesi di origine kantiana per cui nel mondo si devono distinguere le cose che hanno un prezzo da quelle che hanno una dignità. Gli esseri umani, in quanto dotati di ragione hanno una dignità, non un prezzo: essi appartengono per Kant ad una dimensione a sé stante, il cui valore non può essere espresso in maniera comparativa. Gli esseri umani sarebbero ‘fini in sé’ e non dovrebbero essere mai considerati mezzi per fini ulteriori. Questo sottrarrebbe la dignità umana ad ogni considerazione in termini di costi-benefici.

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il rasoio di occam

“Se pur c’era di questi untori”. Ideologia immunitaria e fantasmi comunitari

di Luigi Cavallaro

Ciò che vien proposto con il nome di «paradigma immunitario», punto d’annodamento delle semantiche del diritto come della politica, della tecnologia come della medicina, altro non è che il vestimento ideologico dell'alienarsi della sovranità politica nel mercato concorrenziale: il quale ultimo concepisce il legame sociale soltanto nella forma di una indifferenza fra individui che poi rimangono soggiogati dall'interesse economico

filosofia e coronavirus3Poiché nulla di sé e del mondo sa la generalità degli uomini, se la letteratura non glielo apprende.

(Leonardo Sciascia, La strega e il capitano, 1986.)

In tempi di pandemia, conviene tornare ai classici. Alla Storia della colonna infame, precisamente, e più ancora a quel magnifico prologo che ne sono il XXXI e il XXXII capitolo dei Promessi Sposi. Perché se aveva ragione Sciascia, quasi cinquant’anni fa, a dolersi che la Storia manzoniana fosse rimasto «un piccolo grande libro tra i meno conosciuti della letteratura italiana»[1], è possibile (e diremmo anche probabile) che questo misconoscimento, che non abbiamo motivo di dubitare perduri, non sia casuale.

La Storia, senz’altro questo si saprà, narra del processo che fu intentato a Milano, durante la tremenda pestilenza del 1630, nei confronti di due presunti “untori”, accusati di aver diffuso la peste «con venefizi e malefizi» e, per ciò, incredibilmente condannati a morte atroce. La credenza che la diffusione delle epidemie si dovesse a malfattori che le spargevano ad arte tra le popolazioni è in effetti antica, ma si prolunga alla nostra modernità: lo stesso Sciascia, chiosando la Storia manzoniana, la attesta almeno fino alla pandemia di “spagnola”, che funestò particolarmente l’Europa alla fine del primo conflitto mondiale, e ne ascrive il periodico, virulento risorgere alla tendenza dei «cattivi governi» di far ricorso al «nemico esterno» quando si trovano ad affrontare situazioni che non sanno o non possono risolvere[2].

Ma più vicini che all’illuminista Sciascia noi ci sentiamo oggi al cattolico Manzoni: e Sciascia non ce ne vorrà se, per dirlo, abbiamo deliberatamente parafrasato parole sue[3].

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coku

Lo Stato di Eccezione - spiegato breve

di Leo Essen

schmittSecondo la definizione, che risale a Bodin, la sovranità è il potere supremo, giuridicamente indipendente e non derivato. Questa definizione, dice Carl Schmitt (Teologia politica), impiega il superlativo «potere supremo» per indicare una grandezza reale, benché nella realtà dominata dalla legge di causalità non possa essere isolato nessun fattore singolo al quale un simile superlativo sia applicabile. Nella realtà politica, dice Schmitt, non esiste un potere supremo, cioè più grande di tutti.

Questa dimostrazione è stata prodotta da Spinoza. Secondo Spinoza (Hegel, Lezioni) il singolare è qualcosa di limitato. Il suo concetto dipende da altro, non esiste per se stesso come qualcosa di vero. Con riguardo a ciò che è determinato, ovvero a ciò che, come dice Schmitt, è una grandezza reale, una forza effettiva, Spinoza stabilisce che «omnis determinatio est negatio». Dunque, è sovrano, ovvero assoluto, solo ciò che non è determinato, singolare. Sovrano è solo ciò che è universale. Solo questo è sostanziale e dunque veramente reale [reale, nel senso dato a questa parola della scolastica]. Al contrario, una forza, un potere, un’istituzione, un’unità territoriale, una burocrazia, eccetera, sono qualcosa di limitato, poiché sono cose singole. Ciò per cui una cosa è singola è negazione. Negazione vuol dire che essa è, solo in quanto è in relazione con ciò che non è – per esempio un'altra forza, un altro Stato, un’altra istanza, un’altra giurisdizione, eccetera.

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blackblog

«Una nuova politica di classe»?

Note critiche sui discorsi attuali [*1]

di Thomas Meyer

1 Lotta- I -

È da un po' di tempo che la questione sociale e la politica di classe sono sempre più oggetto di discussione. Sebbene le situazioni sociali ecc. siano state discusse fin dal primo decennio del secolo, negli ultimi anni questo discorso ha ricevuto un nuovo impulso. Una delle ragioni, è stata l'elezione di Donald Trump, anche lui eletto dai "lavoratori" [*2][*3]. Inoltre, tutti questi discorsi sono motivati dal fatto che anche la "nuova destra" fa riferimento alla "questione sociale" (o a quello che la destra intende con essa): allo stesso modo in cui lo fa il Front National, o Björn Höcke che fa appello al "patriottismo solidale". Questo discorso è stato alimentato da varie pubblicazioni, in particolar modo dal libro di Didier Eribon, "Ritorno a Reims". [*4]

È vero che per molto tempo la questione sociale è stata del tutto ignorata da vasti settori della sinistra, che aveva smesso di farne un argomento. Questo vale in particolare per la sinistra postmoderna, la quale ha rinunciato a qualsiasi pretesa di verità, attribuendo il totalitarismo a qualsiasi "grande teoria", e considerando tutto come semplicemente un discorso, come un gioco del linguaggio e, pertanto, non era in condizione di poter fare un'analisi attualizzata del presente. Il postmodernismo, non solo ha reso apatica la sinistra, ma con il collasso del blocco dell'Est ha anche portato ad una paralisi permanente. Le reazioni al 1989 sono state di due tipi: o una resa incondizionata, oppure un «continuare così» - in quello che è il passaggio socialista - come se non fosse successo niente. Una crisi del capitalismo, un limite interno alla valorizzazione del valore non poteva esserci! [*5].

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antiper

Uno si divide in due

di Alain Badiou

In Il secolo, Cap. 6, 7 - aprile 1999

1divides2Il secolo, dunque, non è in alcun modo un secolo di “ideologie” nel senso dell’immaginario e delle utopie. La sua determinazione soggettiva principale è la passione del reale, di ciò che è immediatamente praticabile qui e ora. Abbiamo dimostrato che l’importanza della finzione non è che una conseguenza di tale passione.

Che cosa dice il secolo, a proposito del secolo? Che, in ogni caso, non si tratta del secolo della promessa, ma del compimento. È il secolo dell’atto, dell’effettivo, del presente assoluto, non quello dell’annuncio e dell’avvenire. Dopo millenni di tentativi e di insuccessi, il secolo vive se stesso come il secolo delle vittorie. È al secolo precedente, all’infelice romanticismo del xix secolo che gli attori del xx riservano il culto del tentativo vano e sublime, e quindi l’asservimento ideologico. Il xx dice: basta con i fallimenti, è l’ora delle vittorie! Questa soggettività vittoriosa sopravvive a tutte le apparenti disfatte, in quanto non è empirica, ma costituente. La vittoria è il motivo trascendentale che organizza il fallimento stesso. Uno dei nomi di tale motivo è “rivoluzione”. La rivoluzione d’Ottobre, le rivoluzioni cinesi e cubana, e poi le vittorie degli algerini e dei vietnamiti nelle lotte di liberazione nazionale valgono tutte come prova empirica del motivo e sconfiggono i fallimenti, riparano i massacri del giugno 1848 o della Comune di Parigi.

Il mezzo della vittoria è la lucidità, teorica e pratica, nei riguardi di uno scontro decisivo, di una guerra finale e totale. Dal fatto che tale guerra sia totale deriva che la vittoria sia veramente vittoriosa.

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il rasoio di occam

Quale Karl Polanyi?

di Michele Cangiani

Negli ultimi anni, è potentemente ripresa a livello scientifico la discussione sull'eredità di Karl Polanyi. Ma la maggior parte dei suoi interpreti contemporanei elude la questione, fondamentale per lui, delle caratteristiche più generali che distinguono la società contemporanea. È da qui, però, che bisognerebbe ripartire

KARL POLANYI 499Tempo di crisi

A un giornalista, che nel settembre 2007 gli chiedeva quale candidato preferisse per la presidenza degli Stati Uniti, Alan Greenspan, Presidente della Federal Reserve fino all’anno precedente, rispose che non importava molto: «Il mondo è governato dalle forze di mercato»[1]. Con quali risultati? Era in vista la crisi, che tuttora non si può dire superata. Teoria e pratica neoliberali restano in auge, benché dannose per l’ambiente umano e naturale e persino controproducenti rispetto al loro scopo “economico”. Continua, infatti, ad essere stentata e precaria la ripresa dell’accumulazione capitalistica, anche perché la svalutazione globale della forza lavoro e l’aumento della quota di reddito assorbita dalle rendite, finanziarie ma non solo, hanno un vantaggio immediato, ma poi un effetto deflattivo. Inoltre, la “crescita” sempre auspicata si scontra con quei «limiti dello sviluppo»[2], che non sono più una previsione, ma una realtà.

C’è chi parla di crisi ‘sistemica’ e chi ricorre a Karl Marx (Il Capitale, L. III) per spiegarla. Ben più assiduo riferimento viene fatto all’opera di Karl Polanyi, la fortuna del quale ha continuato a crescere nel tempo della nostra sfortuna, a partire dalla crisi degli anni 1970 e soprattutto con il successivo affermarsi della globalizzazione neoliberista.

La sensazione che i tentativi di superare le difficoltà in cui la nostra società si trova siano poco efficaci o addirittura controproducenti porta alla questione cruciale, rappresentabile con una metafora cibernetica: se correggendo la mira l’errore aumenta, è il sistema di puntamento che va modificato. Ma come? In The Great Transformation (1944)[3], Polanyi sostiene che la crisi del capitalismo liberale (ottocentesco, «vittoriano») era inevitabile e definitiva.

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bollettinoculturale

La rivoluzione culturale e la depoliticizzazione

di Wang Hui

5c63525a24000093024ad040I commentatori cinesi sono stati curiosamente assenti dalle discussioni internazionali sugli anni Sessanta, nonostante il fatto che la Rivoluzione Culturale fosse così centrale in quel tumultuoso decennio. Questo silenzio, direi, rappresenta non solo un rifiuto del pensiero e della pratica radicali della Rivoluzione Culturale, ma una negazione dell'intero "secolo rivoluzionario" della Cina - l'era che si estende dalla Rivoluzione Xinhai nel 1911, che pose fine al dominio monarchico, a intorno al 1976. Il prologo del secolo fu il periodo che va dal fallimento del wuxu o della Riforma dei cento giorni nel 1898, avviato dall'imperatore Guangxu e dai suoi sostenitori, all'insurrezione di Wuchang del 1911, l'evento scatenante della Rivoluzione repubblicana; il suo epilogo fu il decennio tra la fine degli anni '70 e il 1989. Durante tutta questa epoca le rivoluzioni francese e russa furono modelli centrali per la Cina e gli orientamenti verso di loro definirono le divisioni politiche dell'epoca.

Il movimento per la Nuova Cultura del quarto periodo di maggio (circa 1915-1921), che respinse i valori confuciani a favore di una nuova cultura cinese basata sui principi democratici e scientifici dell'Occidente, sostenne la rivoluzione francese e i suoi valori di libertà, uguaglianza e fraternità ; i membri del Partito Comunista della prima generazione presero come modello la Rivoluzione Russa, criticando il carattere borghese del 1789. Dopo la crisi del socialismo e l'ascesa delle riforme negli anni '80, l'aura della Rivoluzione Russa diminuì e riapparvero gli ideali della Rivoluzione Francese. Ma con l'ultima caduta del sipario sul secolo rivoluzionario della Cina, il radicalismo delle esperienze sia francesi che russe era diventato oggetto di critiche. Il rifiuto cinese degli anni Sessanta non è quindi un episodio storico isolato, ma una componente organica di un processo de-rivoluzionario continuo e totalizzante.

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dinamopress

Potenzialità, limiti e tecnoutopie dell’intelligenza artificiale

di Benedetto Vecchi

Un lungo saggio di Benedetto Vecchi pubblicato a novembre del 2019 e rilanciato in vista della giornata di studi, organizzata ESC Atelier, Libera Università Metropolitana ed Euronomade, dedicata all’autore e alla sua ricerca sul lavoro e sulla politica nel capitalismo contemporaneo 

42271822770 6d2a1d533f bMachine learning, predittività

Machine learningpredittività. Sono le due espressioni mutuate dall’intelligenza artificiale per indicare la radicalizzazione in atto del processo di automazione del lavoro umano. Non solo le attività manuali sono oggetto di indagine e di formalizzazione matematica da parte di ingegneri, fisici, matematici e manager per ridurre al minimo l’”interferenza” umana nel processo lavorativo; ormai anche le attività cosiddette cognitive – il lavoro impiegatizio ovviamente, ma processi di sostituzione macchinica di questo tipo di mansione sono già in corso da decenni –  vedono programmi informatici, banche dati e macchine in una azione tesa a “rimuovere” la presenza umana in alcune attività, servizi e lavori che hanno avuto sempre come componente imprescindibile la capacità umana di valutare e intervenire in situazioni ritenute sofisticate dal punto di vista cognitivo o complesse. Non si tratta infatti di automatizzare lavori a basso contenuto di abilità, bensì lavori ad alto contenuto di specializzazione, come recitano i manuali aziendali o le brochure dei programmi di intelligenza artificiale ormai venduti come fossero gadget consueti del panorama aziendale.

L’umano è però ancora oggetto di desiderio e ostacolo, limite da rimuovere, come sempre quando si tratta di parlare e affrontare il sistema di macchine nel regime del lavoro salariato. Oggetto di desiderio, perché senza la sua presenza, la sua capacità di sviluppare cooperazione e di agire in accordo con le caratteristiche della specie umana – siamo pur sempre un animale sociale, meglio un essere sociale – è elemento essenziale nella possibilità di immaginare e progettare macchine che sostituiscono abilità umane.

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asimmetrie

Perchè non possiamo non dirci sovrani

di Carlo Galli*

Trascrizione rivista dall’autore della prolusione alla conferenza Euro, Mercati, Democrazia 2019 – Decommissioning EU, svoltasi a Pescara nei giorni 26 e 27 ottobre 2019

carlo galli sovranità EMD 2019Buon pomeriggio a tutti. Devo parecchi ringraziamenti ad Alberto Bagnai, al presidente Ponti e a tutti coloro che hanno pensato che la mia presenza sarebbe stata utile, oltre che naturalmente a voi che siete qui ad ascoltare.

Io sono qui perché ho pubblicato un libro il cui titolo è Sovranità; libro relativamente facile, divulgativo, che nasce dal fatto che – come studioso, molto più che come politico – non mi sono per nulla sentito a mio agio con l’invenzione lessicale del termine «sovranismo» e con l’uso della parola «sovranista» come un insulto. E quindi ho messo in piedi una riflessione, il cui contenuto in parte adesso vi consegno. Dico «in parte» perché nel libro vi sono molti passaggi storici e filosofici che non è il caso di portare qui; però, alcune questioni è il caso di portarle per un obiettivo – l’obiettivo fondamentale che in questa fase della mia esistenza io mi pongo –: in questo Paese c’è una gravissima questione di egemonia culturale; detto in un altro modo, c’è una gravissima questione di conformismo.

La politica, se vorrà e saprà, potrà fare la sua battaglia, ma sicuramente la intellettualità italiana dovrebbe fare la propria e secondo me non la sta facendo – per una serie di motivi che non voglio neppure enumerare –. La cosa più importante oggi è fare passare l’idea che è possibile un diverso punto di vista sulle cose dell’Italia, dell’Europa e del mondo.

 

Ideologia

Un «diverso punto di vista», ad esempio, rispetto al fatto che già questa frase mi verrebbe contestata, perché potrebbe essere accusata di nascondere l’intento di far nascere e rinascere, inventare, una ideologia nell’epoca in cui le ideologie sono finite. Ora, questa non è l’epoca in cui tutte le ideologie sono finite.

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tempofertile

Prabhat Patnaik, “Capitale monopolistico, allora ed ora”

di Alessandro Visalli

mb w p2014a002 resterai poli tela 70x100cmSulla Monthly Review del luglio 2016, l’economista indiano Prabhat Patnaik pubblica una interessante recensione[1] del classicissimo saggio di Paul Baran e Paul Sweezy, “Il capitale monopolistico[2], del 1966. Un libro, come ricorda, che ebbe una enorme influenza sulla sua generazione (anche se lui stava studiando economia a Nuova Delhi) che cercava di comprendere il funzionamento del “sistema” da contestare. L’aspetto strettamente economico, sul quale si concentra l’autore, era che il testo, come i precedenti dei due autori[3], superava a sottovalutazione nella tradizione marxista del problema posto dalla domanda aggregata, e quindi della circolazione. In un certo senso incorporava, come aveva fatto già Kaleki[4], le intuizioni di Keynes al riguardo in una struttura marxista di analisi. Il superamento della Legge di Say, che implica necessariamente l’emergere della domanda come un problema (anziché come una variabile dipendente dell’offerta), era stato posto dallo stesso Marx, ma successivamente disinnescato dalla sua convinzione che le crisi debbano scaturire dall’interno del “laboratorio interno” del capitalismo, ovvero dai rapporti di produzione. A porre la questione della sovrapproduzione generale e permanente, e quindi dell’importanza e centralità della sfera della “riproduzione”, ovvero della “circolazione”, erano stati già la Luxemburg[5] e Bucharin[6], ma relegati ai margini della corrente principale del marxismo che Losurdo chiamerà “occidentale”[7]. Inoltre, c’era una carenza di analisi sull’equilibrio ed i passaggi tra questi in condizioni di carenza di domanda aggregata (cosa che porterebbe verso una concettualizzazione del “moltiplicatore” alla Keynes o alla Kaleki).